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| Verso una nuova riforma fiscale ?
ATTESO IL DDL DEL GOVERNO " MONTI " |
Frattanto,
sottoponiamo, non in contrapposizione, ma come utile
riflessione preparatoria, una sintesi della riforma Cosciani del 1970. |
E proponiamo anche un uso
"deflazionistico" della riduzione dell'IVA,
per compensare il perduto potere sul cambio, a pro esportazioni |
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E
lo Stato, se vuol tassare autorevolmente, impari ad essere serio per primo. Ad es.,
tenga conto che :
.
- a) l'IVA è sui costi, nei casi (tanti) in cui, di fatto, non è trasferibile sul
consumatore;
- b) il valore patrimoniale è sopravvalutato se è calcolato moltiplicando la rendita per
100 (peggio per 160), perchè ciò equivale a
capitalizzare al tasso dell'1% (o meno), mentre il tasso effettivo è
nell'intorno del 5% (per cui, il moltiplicatore realistico è 20);
- c) che il costo amministrativo del prelievo potrebbe superare il gettito (questo accade
tassando imponibili bassi);
- d) va contro la crescita, se non spende tempestivamente il gettito fiscale (es.: se paga
i fornitori con ritardi irragionevoli ) |
UNA RIFORMA
FISCALE EQUA, E PER LA CRESCITA DELL'ECONOMIA ?
Nota. Non desti meraviglia riandare ad una
riforma di 42 anni fa. Il motivo è che fu la prima (e unica) riforma
fiscale organica dell'Italia democratica, post-fascista, e che fu l'espressione della
tradizione della scienza delle finanze italiana. Si tratta, dunque, di un viatico
fondamentale per una nuova riforma.
Non solo per questo motivo: i vari inserimenti successivi,
a pezzettini (ICIAP, INVIM, IRAP, ..., poi ripensati), erano motivati dal fatto che
(all'ultimo) la legge di riforma aveva eliminato la finanza locale (in attesa di
rimetterla entro 4 anni...). Il motivo è che anche allora non c'era pace circa l'assetto
federale dello Stato, e l'ordinamento regionale era ancora in viaggio. Del resto,
anche il recente "federalismo fiscale" tale non è, perchè fatto con
imposte locali meramente aggiuntive, non con un diverso riparto delle imposte tra Stato ed
enti locali (a favore di questi ultimi), dentro un prefissato sistema fiscale nazionale
unitario (come richiedeva la riforma Cosciani).
Ci sono, poi, fatti nuovi sopravvenuti (la perdita
del potere monetario dello Stato; una evasione fiscale abnorne per eccesso di pressione
fiscale; eccesso di ritardo dello Stato nel pagare i fornitori. Di questi
mi occupo nella nota qui sotto.
La tassazione ha, a sua volta, una autorevolezza
se lo Stato è serio nel modo di attuarla. Rinvio ai punti a), b), c), d) più sopra. In
particolare, il fatto che lo Stato spenda tempestivamente quanto autorizzato dalla legge
di bilancio (il 50% del PIL, è tantissimo) è lo strumento più importante per la
crescita. Monti lo sa ? |
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Ripartendo dalla
riforma "C. Cosciani"
("Ministero del Bilancio, Progetto di programma di sviluppo economico
per il quinquennio 1965-69,
cap. XXIII - Finanza Pubblica, p. 163 e ss.)
LA RIFORMA DEL SISTEMA TRIBUTARIO
" 20. - II nuovo sistema tributario, più aderente agli schemi
vigenti negli altri Paesi della Comunità Economica Europea, dovrà rispondere a requisiti
ben determinati.
a) In primo luogo, il sistema dovrà essere manovrabile, in modo da poter
essere adattato, quando occorra, alle fondamentali esigenze e finalità di politica
economica. Il sistema tributario deve, perciò, tendere ad una articolazione
basata su pochi tributi di carattere fondamentale e su tassi relativamente moderati ma da
applicarsi su una massa imponibile la più ampia possibile.
A tal fine si rende necessaria: l'eliminazione di tutti quei tributi che
creano distorsioni nell'impiego economico delle risorse e determinano inutili aggravi dei
costi; la loro sostituzione con tributi efficienti non soltanto dal punto di vista
fiscale, ma anche da quello della politica economica; la revisione e la razionalizzazione
delle esenzioni.
b) In secondo luogo, il sistema tributario deve risultare chiaro,
in modo che il contribuente possa rendersi facilmente conto dell'onere che gli viene
addossato. Il contribuente ha diritto di esigere che le imposte siano trasparenti e che
non si creino processi di illusione finanziaria, lasciando bassi i tassi di imposta
formali e tuttavia aggravandoli - spesso in misura sensibile - con una serie di
addizionali. A tal fine è necessario il conglobamento, in linea di massima, di
tutte le imposte, sovrimposte e addizionali, a qualsiasi titolo prelevate e senza riguardo
all'ente cui sono dovute, in un'unica imposta. Ciò significa l'abolizione di
tutti i prelievi tributar! non statali e il conglobamento dei vari tassi in un'unica
aliquota del tributo erariale.
c) In terzo luogo, il sistema tributario deve assicurare una
progressività perequata e logica.
d) In quarto luogo, la struttura della finanza degli enti territoriali minori deve
essere coordinata con quella della finanza statale, per evitare conflitti nelle politiche
finanziarie ed economiche perseguite. (Nel rapporto del 1965, viene rimarcato il
dualismo tra "più livelli di enti tassatori" e la "unica tasca" del
contribuente, e pertanto la concorrenzialità degli enti nel pescare dalla "unica
tasca" va subordinata al rispetto di un tetto alla pressione fiscale globale -
N.d.R.).
21. - La vasta riforma del nostro sistema tributario richiede un
adeguato scaglionamento nel tempo ed una attuazione per tappe successive debitamente
coordinate tra loro, sia per consentire all'Amministrazione di adeguare un poco alla volta
la propria attrezzatura ai nuovi compiti, sia per facilitare ai contribuenti la
comprensione e la accettazione delle modificazioni introdotte, sia, infine, per agevolarne
l'inserimento nell'equilibrio di mercato. Per quanto riguarda il prossimo quinquennio
possono essere previsti per l'azione pubblica i seguenti obiettivi concernenti la
riorganizzazione degli uffici, le imposte dirette, le imposte indirette, la finanza
locale, l'allargamento della base imponibile.
a) riorganizzazione degli uffici (parte omessa)
b) Imposte dirette. Nel quinquennio 1965-69
potranno essere adottati, in conformità allo schema di riforma dianzi delineato, i
seguenti provvedimenti:
a) incorporazione nell'imposta personale sul reddito complessivo, con opportuni
adattamenti, dell'imposta di famiglia, delle attuali cedolari (terreni, fabbricati,
redditi agrari e ricchezza mobile) e di tutte le imposte addizionali comunque denominate e
da qualsiasi ente percepite;
b) istituzione di un'imposta reale, a tasso proporzionale ed uniforme, onde
conservare l'attuale discriminazione tra i redditi di capitale e quelli di lavoro, da
attribuire agli Enti locali, con tassi variabili entro limiti ristretti, e il cui
accertamento verrebbe conservato allo Stato;
c) assorbimento di tutti i tributi gravanti sulle società di capitali e
sulle altre persone giuridiche in una unica imposta sulle società;
d) revisione dell'imposta sulle successioni e sulle donazioni. Tali provvedimenti
potranno essere emanati entro il 1966 ed entrare in vigore dal 1967.
c) Imposte indirette. II progetto di direttiva
della Comunità Economica Europea prevede l'armonizzazione delle imposte sulla cifra di
affari sulla base del valore aggiunto, da effettuarsi in due tappe: emanazione delle
relative leggi nazionali entro il 31 dicembre 1967 ed entrata in vigore dal 1° gennaio
1970. Si tratta di un impegno al quale il nostro Paese non può sottrarsi. Sono d'altra
parte evidenti le difficoltà di soddisfare tale impegno nei termini fissati, e le cautele
che devono essere assicurate perché l'introduzione delle riforme non turbi l'andamento
del gettito e la struttura dei prezzi. Inoltre, il successo della riforma è legato alla
riduzione delle attuali aliquote delle imposte dirette, la cui elevatezza costituisce uno
stimolo all'evasione. L'introduzione di un'imposta sul valore aggiunto
implica un perfezionato accertamento contabile dei redditi delle imprese, che non può
essere assicurato con gli attuali mezzi a disposizione del Ministero delle Finanze. Queste
considerazioni hanno consigliato il Governo italiano a chiedere talune modifiche al
progetto di direttiva della CEE, come la facoltà di istituire l'imposta
monofase* sulla fase precedente il commercio al dettaglio, nonché la proroga
di due anni dei termini previsti. Il Ministero delle Finanze, tuttavia, farà ogni sforzo
per avviare la riforma alla fine del prossimo quinquennio. Contemporaneamente all'imposta
sul valore aggiunto sarà istituita, come suo necessario complemento, l'imposta monofase
da applicare prima del passaggio del prodotto al dettaglio, restando l'ultima fase
riservata all'imposta locale sui consumi.
Questa imposta monofase, a tassi discriminati, prima del passaggio al
dettaglio, avrà anche la funzione di contenere l'aliquota dell'imposta sul valore
aggiunto in modo da ridurre gli stimoli alla evasione. L'assorbimento, previsto dallo
schema di riforma, di altri tributi indiretti nell'imposta sul valore aggiunto formerà
oggetto di successivi provvedimenti.
Si potrà, tuttavia, procedere nel quinquennio ad una semplificazione
dell'imposta di registro ed alla formazione di testi unici delle norme relative ad altre
imposte di cui non sia prevista la radicale trasformazione.
d) Finanza locale. Per la finanza locale i
provvedimenti da adottare sono di due ordini. I provvedimenti di riforma del sistema
statale di imposizione diretta, che saranno adottati nel quinquennio, comporteranno la
sostituzione dell'imposta di famiglia, delle imposte cedolari sui redditi e delle connesse
sovrimposte ed addizionali con un'unica imposta uniforme sui redditi patrimoniali. Nello
stesso tempo si provvederà alla revisione dell'imposta sulle aree fabbricabili alla luce
dell'esperienza dei primi anni di applicazione. Sempre nel quinquennio dovrà essere
riveduto, correlativamente alle modifiche introdotte, il sistema delle partecipazioni
degli Enti locali alle entrate statali e dei contributi. Quanto alle imposte comunali di
consumo, una riforma organica e completa non potrà essere attuata che ad avvenuta
trasformazione dell'imposta generale sull'entrata.
e) Allargamento della base imponibile. La
riforma da attuare, imperniata sulla semplificazione dei tributi e sulla riduzione delle
aliquote globali, rende ancora più urgente l'allargamento della base imponibile
attraverso l'esatto accertamento della materia tassabile ed il reperimento di quella che
oggi sfugge, legalmente o illegalmente, all'imposizione.
I provvedimenti saranno contemporaneamente rivolti alla riduzione delle
esenzioni, alla prevenzione e repressione delle evasioni ed al perfezionamento della
definizione legislativa di reddito imponibile e del suo accertamento, onde evitare
rendite, salti e sperequazioni:
a) la maggior parte delle esenzioni vigenti, rimaste prive di
giustificazione, creano vuoti fiscali di rilievo, sono fonte di controversie e finiscono
con l'essere un ostacolo ad una efficace politica degli incentivi fiscali. Il disegno di
legge-delega, già presentato al Parlamento, dovrà essere opportunamente modificato ed
approvato entro il 1966;
b) il problema delle evasioni sarà, in parte, risolto attraverso la
maggiore efficienza dell'amministrazione; saranno tuttavia indispensabili nuove
disposizioni intese, da un lato, a perfezionare gli obblighi contabili dei contribuenti in
genere e delle imprese, distinguendo le grandi dalle piccole e, dall'altro, al
rafforzamento dei controlli e delle sanzioni. Queste norme potranno essere emanate
parallelamente a quelle di riforma delle imposte dirette;
c) l'accertamento della materia imponibile incontra notoriamente gravi
difficoltà in conseguenza delle numerose controversie sulla nozione di reddito
imponibile. È pertanto necessario, nel campo dei redditi mobiliari, rivedere anche il
trattamento dei redditi saltuari in sede di imposta progressiva e la tassabilità di
alcune plusvalenze.
Nel campo, invece, dei redditi immobiliari si
tratterà di ammodernare ed aggiornare il sistema catastale sia per i terreni sia per i
fabbricati.
L'attuazione di detti provvedimenti richiede la preliminare meccanizzazione degli atti del
catasto, a mezzo della quale si conseguirà anche la possibilità di fornire, per
ciascun nominativo intestato, gli elementi da inserire nell'anagrafe tributaria ai fini
dell'applicazione dell'imposta unica progressiva sul reddito. Le norme intese ad
introdurre le descritte riforme potranno essere elaborate con una certa rapidità ed
entrare in vigore entro il 1966. La loro attuazione pratica richiederà un periodo di anni
abbastanza ampio, ma si potrà studiare la possibilità di un'applicazione graduale man
mano che saranno state realizzate le premesse di ordine amministrativo." |
Nino Luciani. Anche un
"uso monetario" delle imposte per affrontare problemi nuovi (difficoltà del
commercio estero ...) 1.- Quale impostazione per una
riforma fiscale, equa socialmente e propizia alla crescita ? Tra le possibili
impostazioni, applico la seguente:
- a parità di gettito tra le forme di imposta, applicare quella che ostacola meno
lo sviluppo del PIL e dell'occupazione.
Rispetto ad essa, ritengo che una base tuttora valida sia il rapporto
della Commissione per la riforma tributaria del 1962, presieduta da C. Cosciani
La sua attualità sta nel fatto che fu una "riforma
organica" e che fu la prima riforma, in democrazia, in Italia, dopo quella fascista
del 1923, e modificazioni.
Per una ricognizione dei suoi aspetti innovativi, rinvio alla sintesi
(qui a fianco) della riforma Cosciani, divenuta legge negli anni '70.
2. Problemi nuovi. Qui di seguito mi soffermo, invece, su
alcuni problemi nuovi e precisamente:
- sulla perdita del potere monetario, da parte dello Stato, a cui
si ricorreva di solito per sanare i disavanzi del commercio con l'estero. E' possibile
usare la fiscalità per compiti "monetari" ?;
- sulla evasione fiscale abnorme, ma ben poco per
colpa del contribuente.
a) Perdita del potere monetario. Dallarrivo
delleuro, il commercio estero italiano è in tilt, per perdita di competitività
internazionale.
La questione qui esaminata è, pertanto, la seguente: è possibile
l'uso "monetario" di strumenti fiscali, per sostenere il commercio estero
?
Un tempo le difficoltà del commercio estero si affrontavano
svalutando la lira (l'ultima è del 1992), e tutto si sbloccava. Adesso non è più così.
Con l'arrivo dell'Euro, è scoppiata l'inflazione, e i prezzi interni
(in ) sono risultati in forte aumento, rispetto ai prezzi in altre valute.
Precisamente i prezzi, in dollari, delle esportazioni sono aumentati del 78%, e i prezzi
in dollari delle importazioni sono aumentati del 96%.
Vediamo qualche dato sui cambi (si veggano i due grafici, più sotto).
L'Euro è stato molto rivalutato rispetto allo Yen Giapponese
e al Dollaro USA fino al 2009. Dopo il 2009 la situazione si è invertita verso
lo Yen e, invece, rimasta ancora la tensione verso il Dollaro, ma meno. In questo
periodo, le esportazioni e le importazioni sono rimaste, grosso modo, costanti in termini
reali, e comunque importanti in termini di PIL: esportazioni, pari al 25,9% del PIL);
importazioni pari al 27,% del PIL, così da mantenere il loro peso strategico, come
principale volano della economia italiana, notoriamente povera di materie prime.
Concludiamo per la necessità di un intervento
"monetario" della riforma fiscale pro-commercio estero.
Risulta dalle statistiche che, pur in queste condizioni, i saldi sono
stati quasi nulli, grazie a competitività recuperata con ristrutturazioni.
Per il futuro prossimo, lo sblocco naturale può venire solo
dalla soppressione del divario tra prezzi interni e prezzi esterni. Se non interverrà una
svalutazione dell'Euro verso il Dollaro nell'ordine del 30%, il solo rimedio possibile va
cercato in area fiscale, ferme le regole della concorrenza.
Quali strumenti fiscali con effetti "monetari" ?
R.A Mundell, economista premio - Nobel aveva fatto uno studio (nel 1967), in cui aveva
"dimostrato la convenienza ad uno impiego specializzato delle leve monetarie e
fiscali (dedicare all'equilibrio dei conti con l'estero, la leva monetaria, ed alla
stabilità dei prezzi interni la leva fiscale). Io, poi, (Rivista Bancaria, 1974) avevo
fatto uno studio in cui avevo dimostrato che la leva fiscale aveva anche effetti sui conti
con l'estero.
Abbassare l'IVA ? Tradizionalmente le imposte indirette
sono ritenute scaricarsi sui prezzi (non le dirette, pur se è tesi semplificata). Dunque,
se la riforma fiscale sostituisse parte dell'IRPEF con aumento dell'IVA, il commercio
estero ne avrebbe ulteriore difficoltà.
Veramente, il discorso è un pò più complicato, in quanto nel
commercio vige il principio della tassazione del Paese di destinazione (trascuriamo la
normativa in elaborazione all'interno dell'UE, e che prevede aliquote tra il 15% e 25%).
Pertanto l'IVA sull'export è restituita e quella all'import è caricata.
Tuttavia, l'import - export non è un circuito a parte, e pertanto gli
effetti interni (es. aumento del costo del lavoro, che non può non essere adeguato al
nuovo costo della vita; parte delle importazioni maggiorate di IVA è destinato a usi
interni, ...) avrebbero importanti effetti monetari sulle imprese esportatrici.
(Ma c'è anche chi pensa a tutt'altro: aiutare l'export abbassando il
costo del lavoro, con il taglio dei contributi sociali sul lavoro, e compensando il taglio
con aumento dell'IVA, M. Bordignon, Il Sole 24 ORE, 12.3.2012 ). Non concordo,
perchè i "contributi sociali" a carico del datore di lavoro sono imposte
speciali sui costi; e anche l'IVA è un'imposta sui costi di produzione, per la parte non
trasferita, e quindi non cambia nulla, pro-quota.
Concluderei per proporre il contrario: sostituire l'IVA con imposte
sul reddito e sui patrimoni. Queste hanno anche il vantaggio di essere direzionabili in
modo più equo.
3.- Evasione fiscale abnorme. L'abnormità della attuale
evasione fiscale ha il suo primo fondamento nello eccesso di pressione fiscale (45%
del PIL).
In termini complessivi, si direbbe che il fisco funzioni già troppo.
In termini interpersonali, dal punto di vista dell'equità le imposte indirette sarebbero
consigliabili perchè gli evasori fiscali (quelli che non pagano le imposte dirette, a
parte che c'è anche evasione sull'IVA) pagherebbero. Siamo nella stessa situazione
dell'Ancien Régime quando le imposte più eque erano quelle indirette, dato che clero e
nobiltà non pagavano imposte dirette.
Tuttavia questa tesi vive su una presunzione: che le imposte indirette
siano totalmente trasferibili (come vorrebbe la legge).
Ma questo non è, salvo per i beni a domanda rigida. Per questo,
l'aspetto più negativo di queste imposte è che, in parte, colpiscono una capacità
contributiva solo presunta, che in realtà non c'è, e restano largamente sui costi, nelle
fasi di caduta della domanda "effettiva".
A questo punto, se cè chi si oppone a pagare lIVA perché
non ha capacità contributiva, è costituzionalmente nel giusto. Non
dimentichiamo i suicidi di imprenditori, i tanti fallimenti di imprese nel 2011, le grandi
difficolta' di credito in questa fase, che provano non esservi capacita' contributiva da
tassare.
Più in generale, in un sistema fiscale "civile"
la capacità contributiva di base dovrebbe essere cercata nei redditi.
Considerata, tuttavia, la difficoltà di quantificare i redditi d'impresa (e dunque anche
la relativa facilità di occultarli) si potrebbe tassarli indirettamente: vale dire sotto
forma di tassazione del patrimonio produttivo di reddito ( immobiliare e mobiliare,
escluse le obbligazioni), in quanto facili da rintracciare.
Teoricamente, tassare il reddito o il capitale è solo un percorso
alternativo, perchè il capitale è pari al valore attuale del reddito: dunque capitale e
reddito sono due facce della stessa medaglia.
Il Governo ammette l'eccesso di pressione, e ci illude con un trucco
mediatico, sbandierato da anni: "pagare tutto, per pagare meno".
Nel 1993 la pressione fiscale era al 39% e anche allora si sbandierava quella illusione, e
adesso è al 45%.
Ma tant'è che, in risposta ai reclami del pubblico, questo Governo
aveva introdotto un "fondo salvatasse" (per abbassare le aliquote, via via al
recupero dell'evasione) per poi toglierlo e poi, reintrodurlo, e di nuovo toglierlo, anche
per obiettive difficoltà di separare il recupero dellevasione dal maggiore gettito.
A mio avviso, la denominazione (anche se imperfetta) di fondo salva
tasse, va formalizzata in una legge, affinchè il concetto non cada nel dimenticatoio.
Direi, tuttavia, che, per la sua credibilità, quel fondo andrebbe
collegato ad obiettivi strutturali di rango costituzionale ( pareggio del bilancio, già
approvato in Costituzione, e ammortamento del debito pubblico per un rapporto debito/PIL
del 60%, da realizzare, come da Trattati Europei).
Ho da ridire anche sulla rivalutazione delle rendite
catastali. Le rendite catastali (terreni e fabbricati) sono ritenute
(giustamente) sottostimate. Ma, poi, il valore dei fabbricati è calcolato
moltiplicando le rendite con il coefficiente 100.
Il capitale è pari alla rendita moltiplicata per l'inverso del tasso di
interesse. Se questo è 1%, il suo inverso è 100. Un tasso di interesse dell'1% (per la
capitalizzazione della rendita), è manifestamente irreale (quello reale è nell'intorno
del 5%). Dunque, ben venga la rivalutazione delle rendite, ma anche la rettifica del
moltiplicatore. Al tasso del 5% il moltiplicatore è 20.
Andiamo avanti: per le prossime dichiarazioni dei redditi, il
fisco farà una rivalutazione del capitale, del 5%, rispetto allo scorso (pur se l'aumento
non c'è stato), e applicherà un moltiplicatore di 160 (equivalente ad un tasso di
interesse dello 0,625%). Dunque, ancora si correggerà una scorrettezza con una
aggravante della scorrettezza.
4.- Concluderei che la via per abbattere la grande
evasione è che lo Stato sia serio di suo, e sia abbattutta la pressione fiscale (ridurla
al 40% sul PIL), ma che passa per l'abbattimento della spesa pubblica (max 45% del PIL).
Questo non è possibile con scorciatoie. Servono anni e
anni. Era la missione storica di Berlusconi (clicca su: Forum di S. Vincent, 1995) ma
non l'ha fatto.
NINO LUCIANI |
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P.S. La Commissione per la riforma era stata istituita nel 1962. Il
Prof. Cesare Cosciani (Vice-Presidente) ne pubblicò i lavori nel 1965 (Milano, F.
Giuffrè, 1965). Il documento riassuntivo fu recepito dal Governo Italiano nel
"Progetto di programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-69, (Ministero
del Bilancio, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1965) e diverrà legge (non
tutto) nel 1970. Il testo, riportato qui sotto, è preso dal cap. XXIII (Finanza
Pubblica).
Membri della Commissione
per lo studio della riforma tributaria, nominata con D. M. del Ministro Trabucchi, che la
Presiedeva, 8 agosto 1962:
Prof. Cesare Cosciani, Vice Presidente
Prof. Enrico Allorio
Prof. Antonio BerliriDott. Benedetto Bernardinetti
Prof. Sergio Casaltoli
Dott. Carmelo Di Stefano
Prof. Francesco Forte
Dott. Angelo Gallizia
Dott. Antonio Gianquinto
Dott. GIuseppe Potenza
Dott. Aristide Salvatori
Prof. Aldo Scotto
Prof. Gaetano Stammati
Prof. Sergio Steve
Prof. Bruno Visentini
Dott. Lello Zappalà
* Questa imposta non fu mai
introdotta formalmente, per presunta incompatibilità con le regole comunitarie. Nei fatti
essa vivrà sotto forma di IRAP.
Non si confondano le parole della legge (che la chiamò "imposta
diretta"), con i fatti. Già la scienza delle finanze italiana la classicò come
seconda IVA e correttamente (qui l'esenzione dei beni strumentali vive sotto forma di
detrazione dello ammortamento, dal valore aggiunto). Ricordo poi che la somma dei valori
aggiunti "parziali" (al netto dell'ammortamento) è uguale al valore finale dei
beni: dunque l'IRAP è un'imposta sui consumi finali. |
Dopo la bocciatura del Referendum elettorale
da parte della Corte Costituzionale
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Auspicabile un
dibattito sul metodo e sui criteri per la riforma
della Governance, che dovrà riguardare Governo e Parlamento
LA RIFORMA ELETTORALE, SU QUALI
BASI ? |
1) L'iniziativa dovrebbe venire
dalle due maggiori forze politiche nazionali (PDL-PD), senza escludere l'apporto di una
"forza terza" (il Governo Monti ? );
2) Nella riforma, va garantito per legge un orizzonte temporale medio-lungo per la
Governance;
3) Il Premier potrebbe essere eletto dalle camere per 5 anni;
4) Il Parlamento di un Paese, dai mille campanili (come l'Italia) non può non avere una
rappresentanza proporzionale, purchè unitaria sul piano nazionale e dunque con premio di
maggioranza al partito di maggioranza relativa;
5) Va messo in Costituzione che i Gruppi parlamentari non possono avere un numero
di membri minore del 30% dei membri della camera di appartenenza. |
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1.- Il bipolarismo, punto da cui ripartire per la
riforma. Cinicamente parlando, la storia mostra che la legge elettorale è un
"prodotto" della parte politica più forte in parlamento, al di là
dell'interesse generale. In teoria la parte politica più forte è il partito che ha vinto
le ultime elezioni politiche e che si gioca tutto per salvaguardare la sua supremazia.
In Italia, questa posizione "forte" del partito che ha vinto
le elezioni, parrebbe confermata su determinati fatti (come la votazione parlamentare del
13 gennaio u.s. , a proposito del deputato Cosentino), ma non su altri in cui il governo
Berlusconi è risultato eccessivamente inadeguato, e sicuramente se Berlusconi volesse
andare ad elezioni anticipate, cosa che non è voluta da una parte rilevante dei deputati
e senatori del PDL.
Per questi motivi (vale dire, per il fatto che la
"maggioranza di Berlusconi si è rifatta viva) assume rilevanza ripartire dalle
dichiarazioni di Berlusconi, alla Camera il 14 dicembre 2010, in occasione del dibattito
sulla mozione di fiducia.
Egli, grosso modo, ha dichiarato: "Sono disponibile a discutere di
tutto, fuorchè del sistema bipolare".
E' noto, d'altra parte, che questa sua idea non è condivisa da
altri importanti partiti in parlamento, che non vogliono il premio di maggioranza e
vogliono il voto di preferenza.
Ma è anche un fatto che l'idea bipolarista è un punto fermo, largamente
maggioritario nel Paese, che non vuole più tornare ai Governi di 6 mesi, un anno ...
degli ultimi tempi della DC - Democrazia Cristiana.
Ed è altro fatto che, in Italia, il bipolarismo non è
risuscito a darci "governi di legislatura", perchè poco dopo le elezioni, il
Gruppo parlamentare di maggioranza ha cominciato a frazionarsi. Oggi alla Camera ci sono 8
gruppi parlamentari, di cui il Gruppo misto ha 8 sottogruppi.
Su questa base, si concluderebbe che la legge
bipolarista debba essere accompagnata da una norma di salvaguardia: ad es., non
essere ammissibili in parlamento, dei Gruppi parlamentari con un numero minore del 30% dei
membri della camera di appartenenza.
2.- Necessità di garantire per legge un orizzonte
medio-lungo per la governabilità. Ma tant'è che, se le soluzioni elettorali
migliori non albergano nel cuore degli uomini, nessuna mai (anche la più perfetta,
tecnicamente) sarà applicata fedelmente.
Nel cuore degli uomini c'è, in primo luogo, che l'interesse
generale non possa vivere se ad esso non è agganciato l'interesse personale dei politici.
Questa visione è oggi un "teorema" della scuola scientifica
di public choice, "dimostrato", ormai anni fa, da J. Buchanan, premio Nobel,
sostenuta in Italia da D. da Empoli (e anche da me), pur se non aliena dal suscitare
scandalo, ad es. presso i Cattolici, secondo i quali lo scopo primario ed unico della
politica è servire il bene comune. Se mi è consentito, rinvio ad una recensione, del 1993, di Sergio
Quinzio ad un mio libro, sul settimanale SETTE del Corriere della Sera.
Se posso insistere, la conferma di questo "teorema"
è sotto gli occhi di tutti, in questi mesi, dacchè il il Governo MONTI è
stato voluto da "tutti" per fare cose, che i grandi partiti non si sono sentiti
di fare, perchè (facendolo) avrebbero certamente perduto le prossime elezioni.
Il Presidente MONTI, a sua volta, ha ben rimarcato che questo
criterio di comportamento dei politici costituisce il vero costo della politica
(più che le retribuzioni, da loro carpite): precisamente il fatto che essi hanno un
"orizzonte temporale" breve, per cui tutti i grandi problemi strutturali sono,
di norma, continuamente rinviati. Perfino il Card. Bagnasco ha
dichiarato, qualche mese fa, che in Italia, pur dichiarando tutti, da anni, di essere
d'accordo su determinate riforme, si è sempre al punto di partenza.
Per questo la riforma dovrà garantire per
legge un orizzonte temporale medio-lungo per la Governance dello Stato, già
all'inizio della legislatura.
La Governance dello Stato è, forse, il maggiore dei problemi
strutturali dell'Italia ma, di esso, quello della legge elettorale è solo una parte: vale
dire un piede che resta zoppo, se non è associato ad altri piedi, riassumibili nel
concetto di Governance costituzionale.
La conclusione di questo secondo paragrafo è che per fare una legge
ordinaria elettorale che funzioni serve, prima, una legge costituzionale per una nuova
Governance dello Stato, e per questo serve una maggioranza qualificata.
La ulteriore conclusione è che serve il dialogo diretto tra le due
maggiori forze politiche nazionali (PDL-PD), a cui non dovrà mancare il
contributo delle altre forze.
3. Quale Governance in Costituzione ? Per quanto
riguarda il Governo (per la cui riforma serve, prima, una legge
costituzionale) mi verrebbe istintivo (guardando agli USA, alla Francia ...) che ci debba
essere l'elezione diretta popolare del Premier.
Personalmente ho fatto molte cose in questo senso (giungendo a fare un
Comitato nazionale per le legge elettorale - si clicchi su http://www.impegnopoliticocattolici.bo.it/
), ma devo dire che ho trovato uno zoccolo duro contrario, soprattutto tra gli
anziani, ancora memori dell'esperienza fascista. C'è anche che il temperamento
latino porta i politici (appena acquistano potere) a collocarsi dall'altra parte della
barricata, tra gli dei. Lo vedi, tra l'altro, dal repentino cambiamento di atteggiamento,
per cui, appena "uno" diventa "qualcuno", si mette in bocca il sigaro
toscano, in TV, e si gonfia il petto.
Al tempo stesso è sotto gli occhi di tutti che, pur senza elezione diretta,
noi in Italia abbiamo avuto dei grandi Presidenti della Repubblica
(eletti dalle camere, come è noto), e dunque una buona soluzione potrebbe essere
che il Premier sia eletto dalle camere per un tempo prefissato (5
anni ?), rieleggile una seconda volta. E comunque, dovrebbe rimanere la figura del
Presidente della Repubblica, con funzioni di controllo e garanzia costituzionale, come
attualmente.
Un'altra buona soluzione potrebbe essere quella di fare elezioni
primarie nelle Regioni, ed ammettere a candidati Premier, con elezione diretta
popolare, i candidati che hanno avuto più voti "primari" in almeno 3 Regioni.
Per il Parlamento, in un Paese dai mille campanili,
preferirei il riparto proporzionale senza sbarramento, ma col premio di
maggioranza al partito di "maggioranza relativa" (più che alla
coalizione), caso mai col limite che la maggioranza relativa debba essere di almeno un
terzo dei voti validi espressi. Vale dire dobbiamo spingere verso l'unità nazionale, ma
senza sopprimere la nostra anima "locale".
Metterei, inoltre, in Costituzione (non nel Regolamento delle camere), che
non vanno ammessi Gruppi parlamentari con un numero di membri, inferiore ad un terzo dei
membri della camera di appartenenza, e inoltre che il parlamentare che passa da un gruppo
di maggioranza ad uno di minoranza, o viceversa, cessa dalla posizione di parlamentare.
Riformulerei l'art. 67 dell'attuale costituzione nel senso che
"ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni
senza vincolo di mancato" , ma all'interno del Gruppo di appartenenza (aggiunta mia,
quest'ultima). Vale dire uno è libero di dire e votare come vuole dentro il gruppo, ma
fuori dal gruppo deve fare quello che la maggioranza ha deciso.
Il voto di preferenza mi sembrerebbe una necessità,
ma non perchè il popolo spiccio sappia scegliere candidati che non conosce, ma perchè
possano farlo almeno le lobby, le associazioni ... , perchè le sole in condizioni di
conoscere i candidati. Però, non più di una preferenza, se non si vuole
che i parlamentari siano scelti da poche lobby, attraverso l'orientamento matematico delle
preferenze, magari catturate a pagamento.
Inoltre la possibilità di dare la preferenza serve a sottrarre il
parlamentare dalla dipendenza stringente dal capo partito, e quindi a dargli qualche grado
di libertà. NL |
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