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Università di Roma "La
Sapienza" |

Vito D'Andrea
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Proposta di emendamento al DDL Gemini, Senato 1905
Vito D'Andrea*, Per
la messa ad esaurimento della Fascia
degli Associati, non del ruolo dei Ricercatori
* Professore
Associato di Chirurgia Generale.
Presidente del Comitato Promotore della FPA - Federazione dei
Collegi dei Professori
Associati. Per un curriculum, clicca su: http://vitodandrea.it/breve_cv.htm |
1.- Premessa.
Il titolo III del Disegno di Legge governativo di riforma dell'Università, approvato il
28/10/2009 in Consiglio dei Ministri e presentato al Senato il 03/12/2009, mette ad
esaurimento il ruolo dei Ricercatori universitari e, pertanto, penalizza i giovani che
aspirano a diventare Ricercatori di ruolo, gli stessi Ricercatori di ruolo, che vengono
messi ad esaurimento, ed i Professori Associati, che vengono retrocessi dal II al I
livello della carriera universitaria.
L'Italia ha 2 Ricercatori per mille lavoratori, Francia,Germania e
Gran Bretagna ne hanno 4 per mille, Giappone,Svezia ed U.S.A. ne hanno 6 per mille ed
infine la Finlandia ne ha 7 per mille!
L'Italia ha pochi ma buoni Ricercatori: se consideriamo l'indice di
citazioni dei lavori scientifici dei nostri Ricercatori nel Science Citation Index,
l'Italia è al 2° posto tra i Paesi OCSE subito dopo la Gran Bretagna.
Nel testo originario del DDL non c'era scritto, come affermato
nel D.P.R. 382/1980, che "l'Università è la sede primaria della Ricerca
Scientifica": il DDL sembra privilegiare il modello di "Teaching
University" piuttosto che quello di "Research University". L'Università
Italiana necessita di più Ricercatori, come avviene in Francia ( 20.000 Ordinari + 37.000
Ricercatori) ed in Germania ( 37.000 Ordinari + 131.000 Ricercatori). In questi due Paesi,
il ruolo del Professore Universitario è unico e non è distinto in due fasce. E' più
ragionevole, dunque, mettere ad esaurimento la II fascia dei Professori Associati anziché
il ruolo dei Ricercatori. 2.- Storia. Lo Stato
Giuridico dei Professori Associati è disciplinato dalle norme relative ai Professori
Ordinari" : è l'Art.22 del D.P.R. 382/1980, tutt'ora vigente; "
sono
riservate ai professori ordinari le funzioni di rettore, preside di facoltà, direttore di
dipartimento e di consiglio di corso di laurea, nonché le funzioni di coordinamento dei
corsi di dottorato di ricerca e le funzioni di coordinamento di gruppi di
ricerca
" : è l'Art. 16 del D.P.R. 382/1980. " Nell'assegnazione dei posti
di professore ordinario da mettere biennalmente a concorso, il Ministro della pubblica
istruzione deve tenere conto, anche in deroga ai criteri programmatici stabiliti nel piano
formulato ai sensi del precedente art. 2 e nel limite del 20 per cento dei posti da
assegnare, delle eventuali richieste avanzate, per le discipline ricoperte, da professori
associati che abbiano maturato nove anni di insegnamento in qualita' di professore
incaricato nella stessa disciplina o gruppi di discipline. Tali richieste, presentate alle
facolta', devono essere inoltrate unitamente alle richieste della facolta'" : è
l'Art.5 del D.P.R. 382/1980. Pertanto il ruolo del Professore Universitario è unico e
distinto in due fasce, la I fascia degli Ordinari e la II fascia degli Associati: tra le
due fasce c'è una sottile differenza, limitata all'elettorato passivo per le cariche
accademiche, mentre c'è una sostanziale equiparazione didattica e scientifica.
Il Parlamento ha voluto approvare una norma di legge,
l'Art.5 del D.P.R. 382/1980, per riconoscere che dopo 9 anni di titolarità d'insegnamento
i professori associati confermati hanno diritto di entrare nella I fascia dei professori
ordinari.
Lo stipendio di un Professore Associato Confermato dopo 9 anni nel
ruolo è superiore a quello di un Professore Straordinario: pertanto il passaggio dalla II
alla I fascia non comporta un aumento di spesa, ma, al contrario, un risparmio per
l'Amministrazione dello Stato.
Tale risparmio si avrebbe non solo all'atto della presa di servizio
nel nuovo ruolo, ma continuerebbe negli anni successivi considerando il differenziale tra
lo stipendio del professore associato che permanesse nel suo ruolo e quello che avrebbe se
transitato nella I fascia. Il sorpasso stipendiale si otterrebbe solo a partire dal 18°
anno di permanenza nel ruolo di professore ordinario (cosa improbabile considerando l'età
media degli associati con 12 anni di anzianità, tre anni prima della conferma + 9 anni
dopo la conferma) come evidenziato in uno studio del CIPUR di cui si allega il link: http://www.cipur.it/Studi%20e%20pubblicazioni/quaderno1.pdf
.
3. Considerazioni e proposta di emendamento. Un ulteriore
risparmio per l'Amministrazione dello Stato deriva dalla riduzione del numero di concorsi
da espletare: i "budget" che si liberano, unitamente al differenziale di spesa
risparmiato per ciascun associato che transiti nel ruolo unico, possono essere interamente
destinati al reclutamento dei giovani ricercatori anche al fine di attuare un rapido
ricambio generazionale.
Se la norma, già introdotta con la legge "Moratti"
n°230/2005, che ha messo ad esaurimento il ruolo dei Ricercatori a partire dal 1°
Ottobre 2013, dovesse essere confermata ed anzi, anticipata dalla riforma del Ministro
Gelmini ( Atto Senato DDL n°1905 ), quella sottile differenza esistente tra Ordinari e
Associati diventerebbe un abisso incolmabile, perché gli Associati sarebbero retrocessi
dal II al I livello della carriera universitaria, andando a costituire la fascia
d'ingresso e di reclutamento nei ruoli universitari.
Chi conosce l'Università, sa bene che i motivi per cui un
Professore Associato Confermato non diventa Ordinario dopo 9 anni di titolarità
d'insegnamento possono essere molteplici e quasi mai riconducibili al demerito
didattico-scientifico: 1) non c'è il "budget" disponibile: il passaggio dalla
II alla I fascia costa all'Università 30 punti di "budget"; 2) il
"Maestro" è andato in pensione o è morto: nei concorsi universitari, il ruolo
del "Maestro" è fondamentale; 3) il candidato non fa parte della
"cordata" giusta.
L'ultimo censimento dei docenti universitari italiani ha dato i seguenti
risultati ( fonte: La Stampa, 07/09/2009 ): ORDINARI = 19.625 ASSOCIATI = 18.733 .
Nei prossimi 8 anni, il 50% dei docenti universitari italiani andrà
in pensione: pertanto, lo scorrimento degli Associati con 12 anni di anzianità nel ruolo
( 9 + 3 prima della conferma ) nella I fascia degli Ordinari non determina un aumento
dell'organico della I fascia e libera risorse da destinare al reclutamento dei giovani.
Proposta di EMENDAMENTO AL DDL n°1905
TITOLO III
1.La fascia dei Professori Associati è messa ad esaurimento. I Professori
Associati transitano nella I fascia dei Professori Ordinari al compimento dei 9 anni nel
ruolo. |
Ateneo di Bologna: Rendiconto
2009, approvato dal Consiglio di Amministrazione |

Gianni Porzi
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Relazione del prof. Gianni Porzi*
*
Membro del Consiglio di Amministraziobe, Rappresentante del Governo
|
1.- Premessa.
Nellesame del bilancio consuntivo 2009 mi è stata molto utile non solo la relazione
del Collegio dei Revisori dei Conti, ma anche quella allegata al bilancio stesso
predisposta dallArea di Ragioneria e redatta in modo chiaro.
Ringrazio di nuovo il M.R. per aver accolto la mia richiesta (nella
precedente seduta) di rinvio dellapprovazione del bilancio essendo un atto
amministrativo molto importante (non solo economico, ma anche politico perché offre anche
loccasione per utili riflessioni) e la cui lettura richiede un tempo adeguato. In
tal modo mi è stato possibile un esame più accurato del consuntivo 2009 grazie al quale
ho potuto individuare alcuni elementi degni di nota e che ritengo di dover sottolineare.
2.- Per quanto concerne il capitolo Servizi di supporto (sistemi informativi, servizi
bibliotecari, cultura e comunicazione), si nota che :
a) al 31/12/08 il personale che operava nellambito dei sistemi informativi
dellAteneo ammontava a 79 unità così suddivise:
- 58 unità al CeSIA (Centro Servizi Informatici dAteneo)
- 15 unità al DSAW (Direzione Sviluppo Attività Web)
- 6 unità al SIA (Sistema Informativo di Ateneo), per una spesa globale lorda di circa
3,2 Ml, alla quale va ovviamente aggiunto limporto relativo alla dotazione.
b) al 31/12/09 detto personale ha subito un notevole incremento (oltre il 40%) avendo
raggiunto le 112 unità così suddivise:
- 66 unità al CeSIA
- 35 unità al DSAW, più che raddoppiate
- 11 unità al SIA, quasi raddoppiate, per una spesa globale lorda di circa 4,25 Ml (cioè
1 Ml in più rispetto allanno precedente) alla quale va aggiunto limporto
relativo alla dotazione che ammonta a circa 10,3 Ml.
Mi viene spontaneo chiedermi quante borse di dottorato potevano essere
attivate con 1 Ml di Euro. Sono certamente scelte politiche delle quali però il CdA
dovrebbe essere portato a conoscenza e sulle quali i Consiglieri dovrebbero poter assumere
decisioni ponderate essendo stati opportunamente informati sulle varie situazioni. Era
numericamente così scarso il personale in tale settore da richiedere un aumento così
consistente?
Da notare poi che in tale valutazione non sono stati presi in considerazione
il Centro e-learning, il Sistema Bibliotecario dAteneo (SBA) e il Centro
Inter-Bibliotecario (CIB) che nel complesso contano 37 unità di personale per una spesa
lorda di 1,35 Ml.
Ritengo che laumento di personale addetto, sotto varie forme,
allinformatizzazione dellAteneo sia eccessivo e ciò è dovuto, probabilmente,
ma non solo, al fatto che le assunzioni del Personale T.A. non vengono fatte in base ad
una programmazione avendo ben presente la situazione globale dellimpiego di tale
Personale, cioè una fotografia della sua distribuzione che consenta una valutazione
oggettiva delle necessità dei vari settori. Non é possibile né accettabile
navigare a vista. Ritengo infine che il frazionamento del personale dedicato
ai sistemi informativi in più strutture non giovi allefficienza, ma anzi abbia come
conseguenza un numero di addetti superiore alleffettiva necessità. Pertanto, oltre
al SIA, ritengo auspicabile, in occasione della ristrutturazione amministrativa, che anche
il DSAW venga inglobato nel CeSIA.
- Nel 2009 si è raggiunto un rapporto Personale T.A./Personale docente di 0,97 e ciò a
causa di un significativo calo del Personale Docente : a fronte infatti di 108 cessazione
si sono registrate solo 12 assunzioni, contro le 145 del Personale T.A. (slide 18).
Ritengo che tale rapporto sia già abbastanza elevato e quindi non vada superato, anzi.
E indubbio che un Ateneo grande come il nostro comporti una gestione
tecnico/amministrativa complessa e quindi necessiti di un adeguato numero di Personale
T.A., ma non dimentichiamo che la funzione primaria è quella della didattica e della
ricerca, senza le quali verrebbe meno la missione fondamentale.
- La spesa per i T.A. a contratto nel 2009 è stata di 4,22 Ml a fronte dei 2,3 del 2008,
cioè si è registrato un notevole aumento (83,5%) che mi chiedo se sia adeguatamente
giustificato.
- Al 31/12/09 si registra un numero consistente di EP a tempo indeterminato, cioè 191, ai
quali vanno aggiunte 2 unità a tempo determinato. Sarebbe utile sapere se per tale figura
si è raggiunto il numero massimo oppure vi sono concorsi in atto e in caso affermativo
quanti sono.
3.- Per quanto riguarda la voce Economie è
molto evidente lo scostamento, in certi casi per nulla trascurabile, tra il previsto e
laccertato.
Sono state registrate maggiori entrate per circa 18 Ml di Euro, rispetto alla
previsione, dovute in larga misura ad un maggior trasferimento di risorse dallo Stato (+14
Ml). Tale scostamento, a mio avviso, è da attribuire ad una previsione eccessivamente
cauta, anzi direi pessimistica. Nel 2009 abbiamo infatti assistito allenfatizzazione
dellemergenza che ha inciso negativamente in particolare sugli investimenti in
edilizia.
E significativo laumento delle entrate contributive studentesche (+2,65 Ml
rispetto alle previsioni) che ha portato a sforare, seppur di poco, il limite del 20% del
FFO imposto dalla Legge. Si impone quindi una certa attenzione su questo fronte.
Sul fronte delle spese, sono abbastanza sorprendenti le economie che si
riscontrano. A fronte di economie in competenza, che ammontano globalmente a circa il 10%
rispetto alle previsioni definitive (slide 15), la voce che si discosta maggiormente, sia
in termini assoluti (-33,4 Ml) che in termini percentuali (-26,8%) è quella relativa alle
attività strumentali in cui la parte del leone, con 15,18 Ml, viene fatta dal
capitolo fondi e accantonamenti.
Significative, quanto sorprendenti, sono anche le economie in competenza nel capitolo di
spesa Risorse umane, in particolare per quanto concerne il personale a tempo
determinato (-34,2%).
Leconomia netta globale si attesta alla non trascurabile somma di 21,5 Ml.
Vorrei infine spendere due parole sulledilizia sottolineando che non è
stato fatto alcun investimento in tale settore. La ricerca scientifica ha bisogno non solo
di Ricercatori e di tecnici, ma anche di strutture adeguate, altrimenti non è possibile
accedere ai finanziamenti europei; mi risulta vi siano ancora strutture non a norma. Ci si
è limitati alla manutenzione e alla gestione dellesistente. Di conseguenza, non
sono stati accesi prestiti in un momento peraltro favorevole dal punto di vista dei tassi
di interesse.
4.- Concludo dichiarando il mio voto favorevole e chiedendo al M.R. una particolare
attenzione, aggiungerei anche coraggio, per quanto concerne gli investimenti in edilizia.
Chiedo inoltre al M.R., e non solo, di attivarsi al massimo per reperire risorse esterne
da Enti pubblici e privati, in questo momento più che mai necessarie. Nel 2009 si è
infatti registrato un consistente calo di finanziamenti su questo fronte rispetto al 2008
(-35%) ed ancor più rispetto al 2007 (-41%).
Ritengo sia necessaria una maggiore attenzione nelle assunzioni del Personale T.A. e nella
sua distribuzione nei vari settori; la riorganizzazione dellamministrazione va vista
anche come occasione per una razionalizzazione e un impiego ottimale delle risorse umane.
Vorrei infine invitare il M.R. a informare tempestivamente il CdA sui trasferimenti di
fondi governativi affinché si possano, in corso dopera, fare gli opportuni
aggiustamenti di bilancio, evitando scostamenti tra previsto e accertato quali quelli
emersi nel bilancio 2009. |
| Nota della Redazione.
Si riporta un prospetto riassuntivo del rendiconto finanziario del 2009, in confronto a
quello dell'anno precedente, in cui sono evidenziati alcuni elementi significativi. |
Bilancio
consuntivo dell'Ateneoo: quadro complessivo ( milioni di ) |
| Anno |
2008
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2009
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| Spese correnti e in conto
capitale (al netto da partite di giro) |
708,1 |
704,5 |
| Entrate correnti (al
netto da partite di giro), di cui: |
732,5 |
691,6 |
| Avanzo (+) , Disavanzo (-) |
+24,4 |
- 12,9 |
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FFO-Fondo di Finanziamento Ordinario |
402,4 |
406,4 |
|
Contributi studenteschi (al netto rimborsi anni precedenti) |
107,4* |
84,5* |
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Rapporto contributi studenteschi/FFO |
26,9% |
20,7% |
* Si precisa che questi dati "apparentemente" troppo diversi tra loro,
non sono omogenei ai fini del confronto, perchè la "diversità" è, almeno in
parte, dovuta al mutamento del sistema di applicazione dei contributi. |
 |
| Presentazione di due libri: |
- V. FERRONI, Per non
dimenticare ...
- A. GALVANI, I Lidi sulla costa del Delta del Po |
Resoconto della Conferenza di
Comacchio sui due libri:
rispettivamente, di storia sulla vita di don Vito e di ambiente
Pubblicazione delle relazioni del Dott. Giorgio Tomasi
e di Don Pier Giorgio Zaghi, Vicario Foraneo del Vicariato di San Cassiano |
 |
Nota. Il primo libro, di carattere religioso e sociale, racconta la vita di un prete,
collegata con quella della Diocesi di Comacchio e della citta', dall'anteguerra ai giorni
nostri. Don Vito era stato Vicario della Diocesi.
Il secondo libro (di una ricercatrice dell'Universita' di Bologna, nota in ambienti
internazionali) esamina il modo come il Delta del Po ha trovato il proprio sviluppo, in
seguito a grandi modificazioni del paesaggio (per urbanizzazione, motorizzazione,
turismo), ma sconfinando in fenomeni di invivibilità (inquinamento del mare,
attraversamento della mortale strada Romea negli abitati di Vaccolino e San Giuseppe,
ingorgo al ponte di Portogaribaldi).
Più di recente, preso atto della impossibilità di autorità locali di governare
grandi eventi, una legge regionale ha istituito il "Parco Delta del Po".
La Conferenza è stata seguìta con molto interesse (sala 70 posti, tutti occupati,
più una decina di posti in piedi). Dal dibattito, è risultato che le relazioni, sul
libro di don Vito, hanno toccato alcuni nervi, tuttora scoperti, quali la scomparsa dei
Salesiani e la soppressione della Diocesi (clicca su testamento).
Alla domanda sulle possibilità di ricostruire la Diocesi (circa il relativo
territorio, clicca su Carta di Amsterdam), Don
Zaghi non ha potuto rispondere, dovendo assentarsi per celebrare la Messa, a
Portogaribaldi. Vi ha supplito il prof. Luciani, che attingendo al libro di don Vito, ha
ricordato:
- come la Diocesi sia venuta meno per la totale mancanza di preti del Delta;
- che la chiusura del Seminario è stata determinta dalla concorrenza delle scuole
pubbliche, diffuse dallo Stato capillarmente nel Delta dal 1961 in poi;
- che il fenomeno della assenza di vocazioni locali permane, pur se è comparso
recentemente un fenomeno di vocazioni tra laureati delle Università statali;
- ma che è prematura ogni previsione di ricaduta positiva locale, nel breve-medio
termine.
Secondo Luciani ha, invece, fondamento la proposta di separazione del
patrimonio della ex-Diocesi di Comacchio da quello della Diocesi di Ferrara (trattasi:
delle chiese, del vescovado, del seminario, delle biblioteche ..., beni di cui la gran
parte non produce reddito, e tutti comportano delle grandi spese di manutenzione, perchè
vecchi edifici). Per una problematica analoga, l'Università di Bologna ha istituito dei
rispettivi Consigli di Polo nelle Sedi di Forlì, Rimini, Ravenna, infine resi "ad
unum" dal Consiglio di Amministrazione dell'Alma Mater. In modo analogo si potrebbe
istituire un Consiglio di Amministrazione della Sede di Comacchio, e rappresentato nel
Consiglio della Diocesi di Ferrara. Tra, l'altro, sul piano giuridico, c'è il problema di
garantire la destinazione dei redditi di alcuni lasciti, di privati, a favore di
specifiche "chiese" della ex- Diocesi. Questa separazione potrebbe, poi, più
tardi, facilitare la ricostruzione della Diocesi di Comacchio, nuove condizioni
permettendo. NL |

Pier Giorgio Zaghi
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G.
Zaghi, Il metodo religioso di don Vito, la sua opera per il recupero
del peso socio-educativo della chiesa locale e il suo testamento per la
"diocesi" di Comacchio |
Premesse:
1.- Questo mio intervento è un doveroso omaggio a Mons. Vito Ferroni,
figura eminente che ha onorato il presbiterio della Diocesi di Comacchio prima e di
Ferrara-Comacchio poi. A lui mi lega una consuetudine ultracinquantennale di vita, che ha
fatto sgorgare in me ammirazione, devozione e riconoscenza per lEducatore prima e
per il Confratello e Superiore poi, in un lungo tratto di cammino sacerdotale
percorso insieme.
2.- In questa breve esposizione mi affido, ovviamente, alle luminose e
puntuali risposte che Mons. Vito Ferroni offre alle domande dellintervistatore,
Dott. Giorgio Tomasi, e al ricco corredo di documenti, raccolti le une e gli altri nel
volume Per non dimenticare che stiamo presentando questa sera. Sicuramente la
mia relazione è lacunosa per la mia scarsa preparazione ma anche, in un certo senso,
parziale perché filtrata inevitabilmente dalla mia sensibilità. Chiedo pertanto,
preventivamente, scusa se deluderò qualche aspettativa.
3.- Mi preme, infine, ribadire la mia intenzione di rendere omaggio a
Mons. Vito Ferroni, escludendo qualsiasi altra finalità più o meno indiretta e/o
nascosta.
1. Il metodo religioso di Don Vito.
La locandina di presentazione di questo incontro indica
tre punti per questa rilettura del libro Per non dimenticare, il primo dei
quali recita: Il metodo religioso di don Vito.
Francamente non so dire quanto le scelte pastorali operate dal nostro
sacerdote siano state frutto di precise analisi e di conseguenti scelte o piuttosto
derivate da una naturale inclinazione dellanimo e suggerite dalle circostanze
ambientali e temporali in cui lattività sacerdotale di Don Vito si è svolta.
Larco di sessantanni è molto vasto e molto variegato e va
dallultimo periodo anteguerra a tutto il periodo bellico, dal fervore della
rinascita intorno agli anni cinquanta del secolo scorso allevento solare del
Concilio Ecumenico Vaticano II°, dal post-Concilio alle prime luci del nuovo millennio.
Mi rendo conto che sarebbe importante una precisa e diretta collocazione delloperato
di Don Vito in questi diversi contesti con riferimenti al quadro storico, sociologico,
culturale ed ecclesiale: mi dispiace di non esserne capace e di dovermi limitare agli
accenni che ne fa Don Vito stesso nel suo libro.
Il primo elemento che mi piace sottolineare è il periodo di
formazione del futuro sacerdote presso il Seminario Regionale di Bologna. Monsignore
scrive in proposito: Gli studi presso il seminario regionale portarono un respiro
nuovo ed ampio, la formazione spirituale e culturale era più completa ed adeguata ai
tempi. (
) Andare a scuola per certe materie, come litaliano e la storia in
liceo, la S. Scrittura, la morale e la storia ecclesiastica in teologia, era un
incanto (p. 19).
Questo respiro nuovo ed ampio è sicuramente una
caratteristica, se non una chiave interpretativa, di tutta lazione pastorale di Don
Vito. I primi passi, dopo un breve periodo come segretario del Vescovo Babini e poi come
cappellano a San Cassiano, li muove alla Chiesa del Rosario in Comacchio. Scrive:
Mons. Babini (
) mi nominò rettore ed amministratore del S. Rosario in
Comacchio. Per me fu un incarico graditissimo perché consideravo il servizio di
cappellano in duomo come provvisorio ed invece la rettoria del Rosario come servizio
permanente. Era una chiesa che amavo fin da giovane seminarista, una chiesa che poi in
seguito mi avrebbe dato tante soddisfazioni spirituali perché mi permetteva di esprimere
il mio zelo in tutta libertà(p.21). E, ancora, ad una nuova domanda
dellinterlocutore, risponde: Il rettorato della Chiesa del Rosario e
linsegnamento in Seminario furono le due esperienze che (
) contrassegnarono
lintero mio apostolato. Il Rosario mi preparò alla parrocchia (
). Avevo
ventisei anni: un forte desiderio di lavorare come pastore; in duomo non mi era consentito
perché il mio incarico era giuridicamente provvisorio e
temporaneo: mi dedicai in toto al Rosario, non dico a fare il parroco, ma
quasi. E questo purtroppo mi procurò fastidi ed incomprensioni (
). A parte le
sofferenze e i richiami, da me mal tollerati, furono anni spiritualmente fervidi. (
)
Per me, sacerdote, era una vera gioia quotidiana il vivere quella vita(p. 24).
Sono proprio questi fastidi ed incomprensioni,
sofferenze e richiami che, per contrasto, fanno risaltare quel respiro
nuovo ed ampio che animava lapostolato del giovane sacerdote, che si esprimeva
anche nel curare lAzione Cattolica: Venni nominato assistente diocesano della
gioventù maschile di Azione Cattolica, così il mio campo di lavoro si allargò
allintera diocesi (p. 21).
Il lavoro apostolico nellAzione Cattolica si è sviluppato negli
anni, con mansioni ed incarichi diversi (vedi curriculum vitae a pag. 53): anni definiti
da Monsignore fervidi e gloriosi (p. 28) e scrive: il servizio di
delegato per lAzione Cattolica mi ha permesso di vivere sempre più a contatto con i
laici più impegnati, di ammirare la loro fede ed il loro spirito di sacrificio, di vivere
con loro quel famoso trinomio che era scritto sulle prime bandiere dellAzione
Cattolica: P.A.S. ossia preghiera, azione, sacrificio (p. 29).
Momento privilegiato del suo porsi nella Chiesa con un respiro
nuovo ed ampio è stato per don Vito lesperienza di parroco a Massafiscaglia
(18.1.1948-28.9.1957): Quando nel 1948 sono arrivato a fare il Parroco di
Massafiscaglia mi sono sentito a mio agio
finalmente si realizzava il mio
sogno (p. 27). I miei quasi 10 anni di Massa sono indimenticabili. Non sono
state tutte rose né tutto un successo, ma sono stati anni ricchi di attività pastorali
per tutte le categorie di persone (p. 28). Ritornerò più avanti sulla esperienza
parrocchiale di Massafiscaglia. Ora mi preme continuare a delineare per brevi cenni il
metodo religioso di don Vito.
Nel settembre del 1957 Monsignore viene nominato Rettore del Seminario
Vescovile di Comacchio, succedendo a Mons. Luigi Carli: questa è una ulteriore tappa
fondamentale per cogliere lo spirito, il modo di porsi di don Vito in un ambito di
responsabilità così importante e delicata quale è la formazione dei candidati al
sacerdozio. E anche qui appare il respiro nuovo ed ampio che porta Monsignore
a definire il suo decennio di rettorato come una svolta (p. 32), così
descritta: Mi sono sforzato di instaurare in seminario uno spirito di famiglia,
considerandomi padre nei confronti dei seminaristi per aiutarli a realizzare la loro
vocazione, e fratello nei confronti dei collaboratori ed insegnanti nella comune ricerca
di quelle formule educative che meglio potevano tornare vantaggiose per la formazione
seminaristica (p. 33). I tempi tuttavia incalzano, a Roma si celebra il Concilio
Vaticano II°, nuovi fermenti si affacciano nella società e nella Chiesa. Monsignore,
vigile ed aperto come sempre, avverte il cambiamento ed annota: Già il 26 luglio
1965, con mia lettera, avevo segnalato a mons. Mocellini le difficoltà del reclutamento
per il seminario minore, ed anche le critiche che già si diffondevano nei riguardi dei
superiori del seminario considerati dei superati. Al compiersi del mio
decennio di rettorato, in data 12 febbraio 1967, io presentai al vescovo le mie dimissioni
per fine giugno 1967, motivandole non come una fuga dalle responsabilità, ma la
logica conclusione di una mia personale riflessione , questa: per realizzare i nuovi
adattamenti che i seminari minori esigono, simpone anche il cambiamento delle
persone (p. 34).
Queste dimissioni sono un atto altamente significativo che da le
dimensioni della sensibilità, della apertura e della generosa abnegazione di quel
respiro nuovo ed ampio che ha legato come filo rosso il metodo religioso di
don Vito e che ritroviamo puntualmente nellultima tappa, la più importante,
delicata e prestigiosa, del suo servizio pastorale: la esperienza di Vicario Generale dal
1961 al 1987 (26 anni!), al fianco di ben quattro vescovi. Già questo dato è
estremamente significativo e mostra la grande capacità di Monsignor Ferroni di ascolto
paziente, di adattamento responsabile, di mediazione efficace. Questi 26 anni furono per
la diocesi di Comacchio particolarmente densi di avvenimenti, di cambiamenti, di attese,
di speranze e di delusioni: torneremo su questi aspetti. Monsignore ha attraversato questi
eventi non da burocrate, ma da uomo di Dio vigile e sapiente, aperto e generoso.
Nella omelia delle sue nozze di diamante, rivolgendosi ai sacerdoti
suoi collaboratori e primi destinatari del suo servizio vicariale, così si esprime:
Non dimentico soprattutto voi, sacerdoti carissimi, confratelli anziani e giovani
che mi avete accettato e sopportato per tanti anni; mi avete aiutato mirabilmente
nel mio servizio di rettore del Seminario e di vicario generale della ex Diocesi di
Comacchio - nei quali ho sempre ammirato ed apprezzato lo spirito di sacrificio e la
dedizione al ministero, spesso ingrato, e la fedeltà nellamicizia (p. 99). |
G. Tomasi, Mons VITO FERRONI
e LOPERA SALESIANA
a COMACCHIO |

Giorgio Tomasi
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Per devozione e amicizia ho accettato volentieri
lincarico di parlarvi molto semplicemente di mons. Vito Ferroni e della presenza dei
salesiani in Comacchio.
Conosco mons. Vito Ferroni da almeno 70 anni e quando circa 15 anni fa mi chiese se
volevo collaborare con lui a ricordare i salesiani gli risposi che la mia memoria era
limitata allinfanzia. Età nella quale avevo frequentato loratorio, avendo
anche il piacere di conoscere don Brusasca, a Comacchio dal 1932 al 1937, il direttore
delloratorio salesiano, un sacerdote umile e paterno, amico di Don Bosco.
Mons. Ferroni allora aprì un armadio e mi mostrò una quantità di scritti,
lettere e articoli ben conservati. Qui, mi disse, troverai tutta la storia dei
salesiani di Comacchio, cè solo da metterli in ordine. Falli vedere anche a mons.
Samaritani che potrà fare il commento.
E così nacque lidea di scrivere il libro I Salesiani e Comacchio.
Vito Ferroni è nato nel 1915 a Comacchio. Dotato di fede profonda e modesto di
comportamenti, nel corso la sua lunga missione sacerdotale ha ispirato e ancora ne sono
convinto ispira le menti e i cuori di molti nostri compaesani. Credo si possa dire che da
ragazzo è stato spiritualmente allevato dai salesiani.
La venuta dei salesiani a Comacchio è stata voluta dal vescovo Tullio
Sericci, che ne aveva fatto una prima richiesta già a don Bosco nel 1886 e
successivamente con insistenza al successore don Rua.
Mons. Sericci voleva che essi realizzassero un oratorio e una scuola di arti e mestieri
per leducazione e la formazione professionale dei fanciulli della città.
Occorreva trovare un appannaggio economico sufficiente per il mantenimento e
la crescita della famiglia salesiana.
Il problema fu in parte risolto grazie alla generosità della concittadina Teodolinda
Pilati, la quale aveva personalmente conosciuto don Giovanni Bosco.
Il primo sacerdote salesiano, don Notario, arrivò a Comacchio nel 1894, e in pochi
anni nel 1899 crearono un oratorio che sarà forse il principale centro di formazione
religiosa e di sviluppo della personalità per centinaia di fanciulli, nati e cresciuti
durante la loro intensa attività missionaria in città.
I sacerdoti erano evidentemente dotati di una preparazione culturale capace di
convivere con le più varie differenze di carattere dei ragazzi. Inoltre essi erano
riusciti a formare e unire un gruppo di giovani moralmente solidi, ai quali avevano
affidato il compito di sorvegliare che durante i giochi spesso molto vivaci non
insorgessero litigi o scontri violenti.
Alloratorio un gruppo di giovani attori metteva in scena commedie a
volte serie a volte burlesche, aperte a tutti con grande successo di pubblico.
Don Brusasca, don Rubino, don Pietro Cabiati sono stati ricordati a lungo con
sincera gratitudine dalla popolazione comacchiese, che comprendeva ed apprezzava
leducazione morale, religiosa e anche scolastica che trasmettevano alla gioventù.
Per aiutarli si era formato in paese un gruppo di Dame Patronesse che offrivano
cooperazione e aiuto economico.
Leducazione ricevuta e soprattutto lesempio di vita ha certamente reso
tutti coloro che li hanno conosciuti degli uomini migliori. Fra essi desidero ricordare in
particolare quelli che sarebbero divenuti sacerdoti: don Gaetano Carli, don Appiano Guidi,
don Gino Cinti, un grande studioso e benemerito storico di Comacchio come mons. Antonio
Samaritani, i vescovi Giacinto Tamburini e Luigi Maria Carli.
Un ricordo particolare merita il salesiano don Francesco Mariani che durante la
guerra 1939 1945, incurante del pericolo a cui si esponeva a causa delle milizie
tedesche, diede ospitalità e aiuti economici a numerosi prigionieri inglesi in fuga da
campi di concentramento.
Giustamente nel 1955 lamministrazione comunale riconobbe il suo grande eroismo e gli
conferì la medaglia doro al valor civile.
Loratorio fu veramente una resurrezione per un paese allora povero e da
secoli isolato dalle valli, ma ricco di bambini.
Quale combinazione migliore, formatori entusiasti della fede e giovani cuori ancora
puliti.
Ma il paese povero non offriva ai salesiani risorse economiche sufficienti alla loro
missione. Così vivevano miseramente di saltuarie offerte.
La congregazione salesiana riteneva necessario che alla famiglia dei
sacerdoti salesiani di Comacchio fosse affidata la cura di una parrocchia.
Il vescovo Mosconi nel 1953 aveva promesso quella del Rosario.
Seguirono tentativi di accordi che però non trovarono soluzione. Per questo nacquero e si
approfondirono degli attriti fra la congregazione salesiana e lamministrazione
diocesana. Attriti che dopo 62 anni di permanenza salesiana in città, si conclusero con
la chiusura delloratorio e la partenza dei sacerdoti il primo dicembre 1956.
Un grande malumore era diffuso tra la popolazione.
Si costituì un comitato di exallievi salesiani e ad esso si associò anche il vescovo. Si
scrisse al papa e al rettor maggiore salesiano. Anche il sindaco di Comacchio scrisse al
rettore.
Ma la decisione salesiana evidentemente era stata presa dopo una matura
valutazione della situazione comacchiese e soprattutto per la mancato affidamento della
parrocchia del Rosario. Così scrisse agli exallievi salesiani di Comacchio Antonio
Zarattini (fratello di mons. Giuseppe Zarattini) il
giorno stesso del suo incontro con il rettor maggiore dei salesiani il primo dicembre
1956.
Alla fine del 1957 entra in scena don Vito venuto a Comacchio, essendo finito
il suo mandato di arciprete a Massafiscaglia, ove risiedeva dal 1948.
Nominato vicario generale della diocesi nel 1961 e direttore diocesano del movimento
salesiano, inizia rapporti epistolari con il delegato salesiano regionale don Ceresa.
Nel 1978 larcivescovo di Ferrara e vescovo di Comacchio mons. Franceschi scrive al
sindaco di Comacchio proponendo modifiche al piano regolatore, per poter dare ai salesiani
attività sportive in valle Raibosola.
Nel 1980 mons. Ferroni scrive ancora allispettore salesiano
sollecitando linvio di salesiani nella nuova parrocchia di valle Raibosola. E
finalmente l11 gennaio 1981 al salesiano don Gianni Caimi viene affidata la
parrocchia di valle Raibosola, dopo una assenza di 25 anni.
Per la popolazione tutta e soprattutto per il numeroso gruppo degli exallievi salesiani fu
una vittoria di mons. Vito Ferroni.
Un articolo del primo settembre sul Bollettino Salesiano intitolato Don
Bosco ritorna a Comacchio dà un giusto riconoscimento e scrive chi più di
tutti si è impegnato per riavere don Bosco a Comacchio è il vicario mons. Vito
Ferroni.
Cera veramente da rimanere meravigliati al vedere lentusiasmo che
don Gianni sollevava tra la persone di qualsiasi età e di ogni credo politico.
Purtroppo larrivo del sacerdote era semplicemente una missione esplorativa. I
dirigenti della congregazione ritenevano che venisse loro affidata una parrocchia estesa
che potesse ospitare e sostenere una famiglia salesiana numerosa, di almeno 4 5
sacerdoti, che avrebbero creato un centro educativo e sportivo per i giovani di Comacchio.
Mons. Ferroni ancora una volta fece insistenti pressioni sui dirigenti diocesani perchè
si venisse incontro alle richieste dei superiori salesiani.
Ma la diocesi di Comacchio, dopo unesistenza di 1.500 anni, era arrivata alla sua
fine.
Fine che venne segnata da un decreto pontificio dell8 ottobre 1986, che decideva la
chiusura del vescovado di Comacchio.
Tramontò così anche la possibilità che i salesiani avessero una adeguata
sistemazione.
L8 dicembre 1987 don Gianni dovette obbedire ai superiori e abbandonò la città.
Ricordo le lacrime sincere che rigavano il volto di molte persone che assistevano alla sua
messa di addio.
Ma la cura pastorale di mons. Vito Ferroni per il suo gregge non venne meno.
Egli riuscì a mantenere in una associazione di circa 200 250 exallievi salesiani
la devozione verso Don Bosco, invitandoli a partecipare a conferenze ecclesiastiche e
incontri mensili.
Tuttora gli exallievi sono almeno un centinaio e con gratitudine pensano a mons. Vito
Ferroni che con le sue solide convinzioni li ha mantenuti sulla retta via morale e
religiosa.
Grazie mons. Vito Ferroni e grazie a voi ascoltatori. GT |
| Risaltava la sua tenacia di
voler comunque trovare sempre laspetto positivo in ogni situazione guidato da quel
respiro nuovo ed ampio della sua formazione e anche, bisogna sottolinearlo, da
un grande senso di umiltà avulso da ogni ambizione carrierista: scrive a riprova:
Qualcuno, osservando i miei 60 anni di sacerdozio (
) potrà pensare che io
abbia lavorato per fare carriera. E unipotesi che non regge. Io sono il prete
che ha desiderato sempre e solo di fare il parroco. I miei incarichi li ho sempre
conseguiti esclusivamente per chiamata dei superiori (p. 27). Ulteriore conferma di
quest ultimo aspetto sono le varie lettere di dimissione dai propri incarichi
presentate da Monsignore ai vari Vescovi, specie in occasione dei loro avvicendamenti,
riportate in appendice nel libro da pag. 100 a pag. 104. A conclusione
di questo punto mi piace riportare una affermazione di Don Vito, in riferimento alla sua
mancata nomina ad arciprete della cattedrale di Comacchio nel 1941, che a mio parere
sintetizza molto bene il suo metodo religioso, definito come di taglio pastorale
più conciliante che politicamente combattivo, più formativo che impegnato nel
sociale (p. 26). Quasi per paradosso, questa definizione mi permette di introdurmi
nel secondo punto della mia relazione. 2. La
sua opera per il recupero del peso socio-educativo della Chiesa locale.
Due premesse veloci a questo aspetto importante dellopera
sacerdotale di Monsignor Ferroni: - Anzitutto è da notare che, salvo casi molto
eccezionali, lopera di qualsiasi sacerdote, soprattutto se a diretto contatto con la
gente come, ad esempio, quella di un parroco in genere, pur essendo specificamente
religiosa nelle motivazioni di partenza e nelle finalità, ha comunque un risvolto
socio-educativo più o meno accentuato e caratterizzato, a seconda delle circostanze di
persone, di luoghi e di tempi. - Seconda premessa: proprio a questo riguardo, sarebbe
indispensabile un chiaro e puntuale riferimento alle situazioni e condizioni sociali e
culturali che formano il contesto ambientale in cui lopera pastorale di Monsignore
si colloca e con cui inevitabilmente interagisce. E, ahimè, questo riferimento non sono,
purtroppo, in grado di offrirvelo. Come dicevo, devo limitarmi ai pochi elementi cui si
accenna nel libro di Don Vito.
Affidiamoci alla testimonianza di Monsignore, il quale, riferendosi
alla sua opera a Massafiscaglia, nel dopoguerra, scrive: Sono riuscito a sanare
tante situazioni matrimoniali irregolari, a portare in chiesa tanti uomini, ad entrare in
tutte le famiglie, se non per ragioni spirituali, per ragioni umanitarie come: far
ottenere la pensione di guerra o di vecchiaia, aiutarli a fare la denuncia dei redditi, ad
ottenere lassegnazione di un podere del Delta ecc. Tutte le vie erano buone pur di
arrivare a dialogare, a parlare di Dio a chi non ci pensava (p. 28). Queste erano
situazioni non solo frequenti ma addirittura comuni nelle nostre terre in quei tempi e la
Chiesa con i suoi sacerdoti, i suoi mezzi limitati, le sue strutture, si è resa presente
fattivamente, senza clamori. Era comunque sempre la finalità religiosa la molla, come
sottolinea Don Vito, aggiungendo che queste esperienze sono servite a realizzare la
mia personalità di pastore (
), a toccare con mano, da vicino, le fatiche, le croci
della gente, a lottare con loro contro le ingiustizie e i soprusi, ma anche a godere con
loro per le nascite, i successi dei figli, i matrimoni, ecc.(p. 28-29).
Già abbiamo visto Monsignore impegnato per lunghi periodi come
Assistente dellAzione Cattolica e in questa veste ha notevolmente contribuito alla
formazione cristiana e quindi anche umana e culturale specialmente della gioventù, sia a
Comacchio che a Massafiscaglia e in tutta la diocesi e annota: Assieme agli
assistenti diocesani dei rami e ai dirigenti curammo molto la cultura religiosa e la
formazione cristiana (p. 30). E ancora: Il mio impegno era soprattutto rivolto
alla cultura religiosa, ai corsi di esercizi spirituali, specie per la gioventù,
allorganizzazione dellannuale convegno o assemblea diocesana (p. 28).
A rimarcare la ispirazione religiosa che, in maniera limpida e
lineare, ha sempre guidato loperato di don Vito, merita segnalare quanto scrive a
riguardo del rapporto tra attività pastorale della Chiesa e gli organismi politici. Cito
abbondantemente: Avevo imparato che lA.C. andava mantenuta al di sopra e al di
fuori di ogni movimento politico e solo diretta a formare dei cattolici praticanti e degli
apostoli per la diffusione del regno di Dio. Durante il mio servizio pastorale a
Massafiscaglia e sempre nel mio ministero per lA.C. diocesana tenni presente questo
principio e mai confusi lA.C. con la politica. (
) Quanto ai Comitati Civici mi
sono limitato ad accettarli e a permettere che svolgessero il loro servizio pubblicitario
in parrocchia, ma autonomamente. (
) La comunità di Massafiscaglia, allora, era
rossa più che mai. Era necessario non confondere lattività religiosa con quella
civile e politica. (
) Più che attività di propaganda facemmo preghiere e
sensibilizzammo i pochi credenti che frequentavano la Chiesa. (
) I tempi erano
difficili e pericolosi: bisognava difendere soprattutto la libertà della Chiesa (p.
30-31).
3. Il suo testamento per la
diocesi di Comacchio.
Nel libro intervista di Monsignor Ferroni ci sono due temi
delicati, che, sia le domande dellintervistatore che le risposte
dellintervistato mettono in relazione tra di loro: la contestazione sessantottina in
senso lato e la fine dellautonomia della diocesi di Comacchio in quanto tale. Io,
ovviamente, debbo limitarmi a relazionare, pur avendo vissuto abbastanza da vicino quegli
eventi.
Scrive Monsignore: La contestazione cominciò nel 1964 con il rifiuto
da parte di alcuni giovani prossimi al sacerdozio di venire a trascorrere le vacanze, come
era consuetudine, nella villa del Seminario a Loiano (BO) ed ebbe una manifestazione
clamorosa a Vallombrosa (FI) durante una serie di incontri estivi sul tema della
pastorale e si concretizzò nei fatti pratici particolarmente negli anni
1969-1975. Io interpreto quel periodo in sé - (continua Monsignore) come ricco di
grazia per la chiesa comacchiese e da ricordare come uno dei più vivi ed efficienti anche
se turbato da comuni difficoltà. In ordine alla temuta fusione della diocesi è certo che
la contestazione dellultimo periodo (1964-1969) dellepiscopato di Mons.
Mocellini lo indusse a chiedere alla Congregazione dei Vescovi, nella seconda visita ad
limina del 1967, quale era la sorte della diocesi di Comacchio: se lautonomia o la
fusione con Ferrara. Credo che la contestazione sessantottina abbia affrettato la nomina
dellamministratore apostolico nella persona di Mons. Mosconi, allora arcivescovo di
Ferrara (p. 39-40).
Fin qui la parola di Monsignore. Io penso, a questo punto, che meriti di
essere riportata parte della domanda numero 16 di pagina 41: Come visse quegli anni
segnati da disobbedienze disciplinari e da gruppi contestatori che portarono il vescovo a
chiedere a Roma la fusione della diocesi di Comacchio con Ferrara, anche per carenza di
sacerdoti e di risorse economiche?.
Ci sarebbe da chiedersi quanto quell anche per renda
giustizia alla gerarchia dellimportanza delle cose citate in domanda. Monsignore,
tra laltro, risponde: Tutti abbiamo sofferto in quel troppo lungo travagliato
periodo e Monsignor Mosconi più di noi. (
) Le sue decisioni trovarono opposizione
nei laici di Comacchio che diedero vita, a sua insaputa, ad un Comitato per il
vescovo residenziale a Comacchio e che il 13 agosto 1970, festa del patrono San
Cassiano, inviarono un esposto al S. Padre chiedendo un vescovo residenziale. Mons.
Mosconi ne fu fortemente amareggiato e minacciò le dimissioni. Io, vivendo accanto a
Mons. Mosconi che ho sempre profondamente amato ed ammirato per il suo zelo, la sua fede,
la sua generosità senza limiti, ho condiviso le sue pene, ma non sempre le sue scelte e
decisioni. Esistono, nellarchivio della Curia, le mie lettere di dissenso e i miei
interventi in Consiglio presbiterale che confermano quanto vi dico (p. 41-42).
Credo importante ed illuminante riportare per esteso quanto Monsignore
lesse davanti ai membri dei Consigli presbiterale e pastorale della diocesi, riuniti in
seduta congiunta il 7 novembre 1974:
1 - Sono convinto che la Chiesa svolge la sua missione di
evangelizzazione e di santificazione più facilmente in una Diocesi di modeste
proporzioni che in una Diocesi vasta. Non mi fermo a darne le ragioni che sono facilmente
intuibili.
2 - Come sacerdote nato a Comacchio e che ha esercitato in Diocesi di
Comacchio il ministero pastorale per ben 36 anni, riconfermo il mio amore alla Diocesi,
e manifesto il mio rammarico nel constatarne la smobilitazione e lormai imminente
fine.
3 - Mi è stato riferito che la maggioranza del clero diocesano ha espresso
la volontà, per motivi diversi - credo preminente quello di una miglior
sistemazione pastorale ed economica del clero giovane - di una unione totale con
Ferrara; non mi oppongo alla volontà della maggioranza che oggi trova corrispondenza
anche nella volontà della S. Sede manifestata attraverso documenti a S. E. Mons.
Arcivescovo, nostro Ammini-stratore Apostolico, e mi dichiaro lealmente disponibile al
lavoro che deve portare allunione.
4 - Esprimo il voto che si tratti di una unione totale che - pur tenendo
presenti le diversità sociologiche delle nostre popolazioni - non mantenga in piedi
discriminazioni o diffidenze, ma tenda, gradualmente, da parte nostra e di Ferrara, alla
unione totale e completa nel reciproco rispetto e nella generosa collaborazione (p.
69).
Allamministrazione apostolica di Mons. Mosconi fece seguito, nel
1976, la designa-zione di Monsignor Filippo Franceschi ad Arcivescovo di Ferrara e a
Vescovo di Comacchio, con due nomine distinte. Monsignore scrive: La sua nomina a
vescovo di Comacchio, avvenuta dopo una così lunga amministrazione apostolica e con bolla
distinta da quella di arcivescovo di Ferrara, pur comportando lunione nella sua
persona delle due diocesi, mi illuse che potessimo conservare lautonomia della
diocesi. (
) Perché non sperare? (p. 43). Fu quella una speranza breve. Mons.
Franceschi, ormai in partenza per la sua nuova sede vescovile, Padova, dovendo
rispondere al Card. Baggio, prefetto della Congregazione dei Vescovi, che gli aveva
mandato per conoscenza e con richiesta di un suo parere in merito, una copia della
supplica inviata al S. Padre dai nostri Consigli Presbiterale e Pastorale, mi chiamò e mi
informò che avrebbe risposto, contrariamente a quanto io speravo, che la diocesi
mancava di effettive strutture e del necessario ad una vita autonoma
(p. 44).
Ed arrivò nel settembre 1986, da attuare nel maggio 1987, il decreto
romano della fusione delle due diocesi di Ferrara e di Comacchio nella Arcidiocesi di
Ferrara-Comacchio. Questa la valutazione di Monsignor Ferroni: A malincuore
obbediamo
E forte il timore di una caduta pastorale e religiosa. Oggi, a
dodici anni dal provvedimento, già si riscontra, almeno nel nostro territorio, un calo di
interesse per tutto quello che è vita cristiana. Sì, durante questi dodici anni sono
nate a Comacchio due nuove istituzioni: il 21 settembre 1988 lIstituto di Cultura
Antica Diocesi di Comacchio per la salvaguardia dei grandi valori culturali
del nostro territorio, e l8 dicembre 1993 la Confraternita Santa Maria in Aula Regia
per conservare ed accrescere, se è possibile, la devozione alla Madonna e la pietà
popolare. Mi auguro vivamente che servano a vivificare il tessuto religioso del nostro
popolo (p. 46).
Sollecitato dallintervistatore a condividere il suo sogno per
Comacchio (vedi domanda n.19 di p. 47), Monsignor Vito così risponde: Coltivo il
sogno che Comacchio possa riavere, col tempo, la sua autonomia,
con un vescovo proprio, il suo seminario e tutte le attività pastorali che hanno reso
glorioso il nostro passato sia come vita religiosa sia come organizzazione. Ovviamente è
un sogno, ma lasciatemi morire sognando. Nulla contro Ferrara. La
fusione, laccentramento di tutte le attività a Ferrara: tutto conforme
alla volontà della Chiesa italiana in questo momento storico, ma sappiamo che la storia
ha i suoi ritorni, è già avvenuto in passato, può ripetersi in futuro,
perché non è detto che la Chiesa non si accorga che le diocesi di media grandezza, come
era Comacchio al momento della fusione, servano meglio alla evangelizzazione
delle diocesi vaste e popolose (p. 49).
Giunto al termine di questa carrellata di citazioni, mi rendo conto
quanto essa sia lacunosa e parziale: rinnovo la mia richiesta di scuse alla Vostra bontà
e pazienza. Mi piace concludere con alcune parole pronunciate, quasi come un commiato, da
Monsignor Vito Ferroni nella omelia per il suo giubileo di diamante nella concattedrale di
Comacchio il 17 luglio 1998: Ho servito Dio e la Chiesa ininterrottamente per 60
anni: ho lavorato con le ginocchia, pregando; con la mente escogitando ogni mezzo per
annunciare le verità del vangelo, ma soprattutto ho lavorato con il cuore, amando
sinceramente, e volendo bene sempre a quanti Dio mi ha fatto incontrare, a
Comacchio, a Massafiscaglia, ovunque sono andato come sacerdote, da Volano a Spina, da
Gorino a Medelana, prima della fusione, ed ora nellintera diocesi di
Ferrara-Comacchio (p. 98). Don Piergiorgio Zaghi |
|
CARTA DI AMSTERDAM, 1705.
La carta di Amsterdam, utilizzata da Napoleone per la campagna d'Italia del 1798 (
qui sotto riportata) dà un'idea efficace del territorio della ex-Diocesi, in quanto
coincideva largamente con quello del Delta Po (a sud del Po).
Le parrocchie storiche, sia pur acquisite in una successione temporale,
erano: Comacchio, Vaccolino, San Giovanni, Campolungo, Ostellato, Libolla, Pomposa,
Codigoro, Mezzogoro, Massenzatica, Lagosanto, Mesola, Bosco Mesola, Goro, Medelana,
Rovereto, Alberlungo, Migliarino, Migliaro, Santa Margherita, Fiscaglia e Massafiscaglia.
Le località cerchiate sono relative a parrocchie storiche, salvo alcune
acquisite più di recente, come Medelana (1947).
 |
Un
altro caso su cui discutere nel nostro Ateneo |

Adriana Galvani
|
Lasciata scadere una "idoneità" a "Professore Associato".
Per Geografia non c'era un posto di II Fascia
La Dr.ssa Galvani è
Ricercatrice di Geografia Economica presso la Facoltà di Economia.
Ella, pur avendo ottenuto l'idoneità, punti 5/5, nel settore M-GGR-01
presso l'università di Macerata, non è stata inquadrata come "professore
associato" per l'insegnamento di Geografia dalla propria Facoltà di Economia, prima
della scadenza della validità dell'idoneità.
|
Nota. Risulta
che il mancato inquadramento sia stato determinato dalla valutazione della Facoltà,
Preside il prof. GianLuca Fiorentini, di non ritenere necessario destinare alla Geografia
un posto di IIa Fascia.
Si direbbe sorprendente questa motivazione nei tempi odierni in cui, in
tutto il mondo, è centrale la lotta per il clima, e dunque per la difesa ambientale,
posto che la geografia è la base nello studio dell'ambiente, della pianificazione
economica e dello sviluppo eco-sostenibile.
Quanto avvenuto è anche colpevole perchè, non solo, c'era la
disponibilità di budget, ma la candidata (in caso di inquadramento in IIa
Fascia), sarebbe costata all'Ateneo meno di prima, per il fatto che sarebbe stata
collocata al I° livello stipendiale dei prof. associati, che è più basso di quello di
provenienza. In tal caso, infatti, la legge prevede l'attribuzione di un assegno ad
personam, così da far percepire una retribuzione uguale a quella di provenienza. Così,
per tanti anni fino a far recuperare (all'Università) il credito (assegno ad personam).
In pratica, per il personale avanti con l'età, il recupero non avviene neppure totalmente,
perchè maturano gli anni per la collocazione in quiescenza.
Questa anomalia, per cui ad uno viene negato l'inquadramento per motivi pretestuosi
di costo, era stata a suo tempo rappresentata dai sindacati al Rettore Calzolari e al
Direttore Amministrativo, come ingiustizia generale che colpisce tutti i ricercatori e
associati anziani. Egli si era impegnato a correggerla, ma poi non mantenne. Nino Luciani |
Profilo scientifico e didattico di Adriana
Galvani
(Fonte: http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?upn=adriana.galvani%40unibo.it&TabControl1=TabCV
)
- Ricercatore di Antropogeografia, con idoneità a
professore associato, alla Facoltà di Economia di Bologna, dove tiene gli incarichi di
Geografa del Turismo al corso teledidattico NETTUNO e di Sociologia del Turismo alla
Facoltà di Lingue.
- Incaricata dell'insegnamento di Project Management e di Didattica della
Geografia presso l'Università di Bolzano.
- Svolge l'insegnamento di Ecoturismo presso l'Università di Scutari in Albania.
- Ha numerosi titoli post-laurea e parla cinque lingue.
- Conta 300 pubblicazioni in tre lingue, tra cui quattro volumi ed è nel comitato
scientifico di quattro riviste, di cui tre straniere, oltre a collaborare con altre
riviste ed associazioni scientifiche.
- E' direttore didattico del consorzio interuniversitario di formazione INFORMENT.
- Ha gestito una summer school ed ha insegnato alla SSIS e al CTS.
- E' coordinatrice di tre progetti Erasmus ed ha avuto borse COMETT, LEONARDO, COST,
Socrates, Grundtvig.
- Collabora al progetto CNR Italia-Cina di gestione integrata e comparata delle coste ai
fini della salvaguardia costiera. E' membro di UNeECC, gruppo di studio sulle capitali
europee della cultura.
- Esperto valutatore per l'Unione Europea per "the Education, Audiovisual and Culture
Executive Agency in the framework of the management of the Community programmes in the
fields of education, audiovisual, culture, youth and citizenship".
- Ha vinto una selezione per progetti dell'European Science Foundation e due selezioni
della National Science Foundation degli USA in cui è l'unica italiana.
- Diploma di merito scientifico della National Science Foundation della Georgia;
- Collabora con l'Università di Cluj Napoca (Romania) per progetti di sviluppo
territoriale e con European Travel Commission e con la UNWTO.
- Partecipa ai progetti di sviluppo della ECOSOC (Commissione Economico Sociale dell'ONU).
- Coordinatore del gruppo Tourism, Travel, Transport dell'European Association of
Geographers, dove è l'unica italiana.
- Fa parte dell'European Tematic Network HERODOT.
- E' stata visiting Professor alla Freie Universität di Berlino, alla University of
Scutari (2003, 2006, 2007, 2009), a Yale, Wien, Monash (Melbourne), ANU (Canberra), UHA
(Mulhouse), al Karolinska Insitute of Stockholm, Oujda (Morocco), all'Autonoma de Madrid,
a Waseda (Tokyo), alla Brown University (Providence-USA), a University of Chicago,
University of Auckland, University of Girona, University of York (UK), University of
Granada.
Elenco delle Pubblicazioni
1) Storia del vecchio catasto ferrarese, in «La Pianura», n.4, Ferrara, 1985, pp.74-75.
2) Tipologia del sistema di vendita al minuto in provincia di Ferrara, La Pianura, n.1,
Ferrara, 1986, pp.49-51.
3) Una fotocopia per la geografia, In «Scuola e Didattica», Anno XXXI, n.8, 5 gennaio
1986, pp.38-39.
4) I tetti di Montagna, In «Economia e Ambiente», Anno V, n.1-2, gennaio-giugno 1986,
pp.79-86.
5) Il censimento delle abitazioni, Ferrara, 1986, n. 8-9, pp. 41-44.
6) Il post-industriale a Ferrara, La Pianura, n.3-4, Ferrara, 1986, pp. 41-44.
7) Andamento e fenomeni dei matrimoni a Viterbo, in «Tuscia Economica», n.1, 1986,
pp.21-23.
8) Nota sullo Stato Civile degli Ampezzani, Cortina Oggi, Anno XI, n.3, marzo 1986, p.15.
9) Proposte per il tempo libero uno Cortina, Cortina Oggi, Anno XI, n.6, giugno 1986,
pp.9-11.
10) La Pianura ferrarese ricca e fertile Come la favolosa California, A Ferrara n.71986,
p.13.
11) A Ferrara la coppia resiste: solo l'1% di separati o divorziati, Ferrara, 1986, n.8-9,
pp.45-46.
12) Disoccupazione uno Cortina? Cortina Oggi, Anno XI, n.11, pag.11 novembre 1986,.
13) Cortina nel Mirino degli esperti stranieri, Cortina Oggi, Anno XI, 12, dicembre 1986,
pp.13-14.
14) Lo sviluppo edilizio dei Lidi di Comacchio, La Pianura, n.4, 1987, pp.42-49.
15) Economia e psicologia nel movimento turistico di Cortina d'Ampezzo, In Atti del Coll.
Intern: "Immagine soggettiva e ambiente", Milano, Unicopli, 1987, pp.415-424.
16) L'invecchiamento della Popolazione Ferrarese-Tendenze e Squilibri territoriali, La
Pianura, n.3, Ferrara, 1987, pp.36-47.
17) Désequilibres dans l'edificazione di una zona d'une récent développement
touristique, In «Atti del Convegno UGI»: «Le développement du tourisme dans les
espaces voisins des grandes de zone touristique frequentazione", Sousse, ONTT, 1987,
pp.132-152.
18) Origine et mouvements de la main-d'oeuvre touristique à Cortina d'Ampezzo, Universite
'de Lille, «Hommes et Terres du Nord», n.4, 1987, pp. 240-246.
19) La nuova mappa dei servizi nel territorio ferrarese, La Pianura, n.1 Ferrara, 1988,
pp.19-27.
20) Nota sull'antropizzazione Litoraneo del territorio emiliano, in Bondesan M., Elmi C.,
Nesci O., Dal Cin R., Veggiani A., (a cura di) «Guida alle escursioni»Del Gruppo
Nazionale di Geografia Fisica e geomorfologia, Riccione-Delta del Po, 21-24 giugno 1988,
Bologna, Lo Scarabeo, 1988, pp. 83-89.
21) Consistenza e della provenienza turistica Manodopera uno Cortina d'Ampezzo, In
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Francesco Chiodo |
Nel
nostro Ateneo è scoppiato il caso "CHIODO",
ovvero:
G. Ghetti*, IL PROBLEMA DELLA SALVAGUARDIA DELLE "SCUOLE"
quando tutto (anche il ddl del Ministro) ti rema contro
* Ordinario di diritto
pubblico, dell'Università di Bologna |

Giulio Ghetti
|
|
Giulio GHETTI, Il caso "Chiodo" e il problema delle
"Scuole"
1.- UNA NECESSARIA PREMESSA. In un tempo assai lontano,
che ci appare quasi appartenere alla preistoria, le Università si distinguevano tra loro
per la presenza di "maestri" cui il titolo spettava, perché
riconosciuto dalla comunità scientifica a motivo della originalità delle loro ricerche e
dell'impegno nella vita accademica; intorno ad essi si formavano "allievi"
legati da un idem sentire che andava al di là del credere in certe teorie o in altre, e
si estendeva al modo di vivere e di operare non solo nell'Università.
Maestri e allievi formavano le Scuole, e i risultati
della ricerca in esse svolto era poi trasferito in una didattica di alta qualità. Le
Scuole e chi le componeva costituivano l'Accademia, e cioè l'eccellenza all'interno del
mondo universitario.
Intorno agli anni '70 del secolo scorso nelle Facoltà di Medicina molti
"maestri" erano in realtà "baroni", e giustificavano questo mutamento
di status con la necessità di avere allievi ubbidienti e ligi perché l'assistenza
sanitaria - abbinata all'essere docenti universitari - lo richiedeva visto che alla fin
fine ogni responsabilità ricadeva sul "maestro" che era pure primario
ospedaliero; le Scuole mediche divennero così "gruppi di potere/pressione" e i
baroni premiavano i loro vassalli per motivi che quasi sempre ben poco avevano a che fare
con la meritocrazia scientifica, e ingaggiavano guerre con altre pseudoscuole per la
conquista del territorio (gli ospedali).
Tutto questo avvenne nelle Facoltà mediche e in qualche più limitata misura
si trasferì ad altre Facoltà; certo è che portò ad una situazione generale
deprecabile e deprecata la quale favorì la riforma generale attuata con il d.p.R. 382 del
1980: abbiamo scritto "situazione generale" perché non si riparò la
situazione delle sole Facoltà di Medicina e cioè non si incise la dove era il bubbone,
ma si fece di ogni erba un fascio e si gettarono le basi della situazione a cui oggi
vorrebbe in parte porre rimedio il progetto di legge Gelmini.
2.- UNA ULTERIORE NECESSARIA PREMESSA. Sempre in quei
tempi le Università erano poche e pochi erano i professori universitari, tanto che erano
definiti gli happy few. Fra queste persone di notevole livello vigevano regole di
educazione e di comportamento anche amministrativo, per cui era tra l'altro tipico che in
ogni Facoltà venisse riconosciuto al docente che aveva ben meritato, una sorta di diritto
di indicare il proprio successore affinché potesse realizzarsi la continuità didattica e
di ricerca, e al contempo garantire i più giovani tra gli allievi che rimanevano orfani
del "maestro". Nella mia esperienza anche questa regola di vita comune si è
andata affievolendo dopo il d.p.R. 382/1980, e oggi non viene più rispettata, se non in
casi sporadici, per lo più come effetto di un pesante "gioco di corridoio".
3.- IL CASO "CHIODO". La Facoltà di Medicina
di Bologna ha avuto spazio, spesso, sulla stampa non solo locale per i comportamenti di
alcuni suoi docenti in materia di concorsi: nulla di strano in sistema in cui lo stesso
presidente della Conferenza permanente dei Rettori è stato coinvolto e costretto alle
dimissioni dalla presidenza della CRUI e dal rettorato di Siena a seguito di una inchiesta
giudiziaria sulle stesse questioni.
E' accaduto in questi giorni che la stampa ha dato risalto ad una
situazione denunciata da un illustre docente medico bolognese, Francesco Chiodo,
che è stato professore ordinario di malattie infettive e direttore dell'Istituto di
malattie infettive dell'Università di Bologna: a lui, tra l'altro, è attribuito un
particolare contributo alla scoperta della possibilità di una significativa riduzione del
tasso di infezione HIV nei bambini nati con parto cesareo, rispetto ai nati per via
naturale.
Per "caso CHIODO" si intende quel grido di dolore
che egli ha lanciato quando, per essere andato in quiescenza per sua volontà un anno
prima della scadenza giuridica (per inciso: durante il Rettorato Calzolari si è cercato
in ogni modo di ottenere questo brillante risultato di allontanare anzitempo i migliori,
motivandolo con ragioni di maggior costo del docente anziano), ha visto contrapporre al
proprio allievo un SUCCESSORE, che non proviene dalla sua Scuola, anzi viene da fuori.
Il concorso non si è ancora svolto, ma la relativa certezza denunciata da
Chiodo scaturisce dalla modalità del bando che è di un concorso per trasferimento, vale
dire riservato a coloro che già occupano in Italia un posto di Ordinario, anziché per
concorso aperto a "tutti". In caso di "trasferimento", decide la
Facoltà, su proposta del Dipartimento. In caso di concorso "aperto", decide una
Commissione nazionale, con quanto ne consegue.
Sul piano della legittimità della decisione nulla possiamo dire perché non
conosciamo gli atti ed anche perché, a seguito della denuncia pubblica di Chiodo,
potrebbe aprirsi una inchiesta non solo amministrativa e in questi casi, come è noto, si
rompono tutti gli schemi formali tipici del diritto amministrativo e si guarda alla
sostanza dei fatti.
Sul piano della trasparenza, è evidente che un regolare concorso, aperto a
tutti, avrebbe certamente dato una opportunità anche agli allievi del prof. Chiodo, e
anzi avrebbe escluso il presunto predestinato per trasferimento. Già ... perchè in
Italia, per l'art. 2, lettera m), della legge 210/98 c'è "il divieto, per i
professori ordinari, associati e per i ricercatori, di partecipare in qualità di
candidati a valutazioni comparative per posti del medesimo livello".
Ma, ripetiamo, non esprimiamo alcun giudizio: le persone
che la stampa ha indicato come partecipanti a questa contestata decisione sono tutte
uomini d'onore, come Antonio disse di Bruto, e allo stato non vi è indizio o motivo
di dubitare che esse abbiano agito nello "interesse primario di Roma". Quel che
ci sembra emergere è che anche in questo caso l'antico costume del "maestro" di
indicare il proprio "successore" non ha trovato spazio: ma come si è detto, non
è il solo caso perché da anni questa regola di fair play è stata abbandonata.
4. IL PROBLEMA DELLA SALVAGURDIA DELLE SCUOLE. Da
sempre quando una amministrazione pubblica fa scelte di principio su procedimenti che
favoriscono qualcuno e danneggiano qualcun altro nascono discussioni, ma questo rientra
nella problematica tipica del diritto amministrativo e degli umani. Dunque, allo stato e
per quello che ci riguarda, nulla quaestio.
Ci interessa, invece (in un periodo in cui il governo vuole riformare
il reclutamento del personale docente) capire se l'Università guadagna o perde
da questo fatto, e come verrebbe regolato un simile problema se la riforma del ministro
Gelmini fosse già legge.
Innanzitutto, Ci pare che il fatto che il prof. Chiodo non abbia un ordinario
suo allievo, già pronto per la chiamata, va fatto risalire alle ristrettezze dei posti, a
cui i Governi da anni costringono le Università. Già il ministro Moratti bloccò le
assunzioni, a suo tempo, e così di seguito. Soprattutto sono state privilegiati i posti
di Ricercatore, anziché le selezioni dei Ricercatori e Associati già in servizio: di
questo non positivo risultato a Bologna siamo particolarmente debitori alla politica
squilibrata dell'ex-rettore Calzolari e degli Organi accademici che lo hanno affiancato.
Inoltre ci sembra che il "misfatto" abbia le sue prime origini nella
politica centralistica che da Roma vuole regolare tutto e tutti, e spesso è una politica
populistica.
Abbiamo detto in via di premessa che il creare e sviluppare delle scuole di
pensiero e di metodo è altamente meritorio per il progresso scientifico e per
l'educazione/formazione dei giovani studiosi. In questo senso è una aspirazione legittima
del fondatore della scuola che la scuola stessa continui e questo può aver luogo solo
attraverso gli allievi.
In tutti gli altri casi, se si vuole rinvigorire il "sangue" di una
Facoltà occorre attingere all'esterno, specie nel momento in cui - e sono anni che i vari
Ministri lo dicono - nel sistema universitario vanno introdotte meritocrazia e
concorrenza. Se si condividono questi principi generali di buon senso,
allora se ne deve condividere anche un terzo, e cioè che la valutazione
pregiudiziale se si sia in presenza dell'un caso o dell'altro caso deve essere del tutto
trasparente e motivata, anche in senso comparativo, e dunque non può essere
lasciata a decisioni che avvengano al di fuori degli organi collegiali amministrativi per
legge competenti, e cioè ai Dipartimenti, ai corsi di studio e alle Facoltà.
Nel caso delle Cliniche universitarie il fatto che il docente sia anche
primario per un certo reparto, divisione, ecc. coinvolge anche l'amministrazione
ospedaliera: non mancano nella legge generale sul procedimento amministrativo tempi e modi
in cui essa possa far valere le proprie oggettive esigenze. Ma, come si è già detto, nel
nostro sistema normativo, tutto questo non può accadere perchè nel caso di concorso
aperto a tutti (quello voluto dall'art. 97 della Costituzione per accedere ai pubblici
uffici: mai norma costituzionale fu tanto violata con continue eccezioni, e non solo nel
sistema universitario), un professore che sia già ordinario non può partecipare
al concorso. Il DDL Gelmini, presentato in questi giorni e che ha raccolto vasti
consensi bipartisan, privilegia la mobilità, sia pur con alcune eccezioni: in questo
cerca di porre rimedio a quelle carriere tutte interne, da "polli di stia", che
sono state favorite dai precedenti sistemi di selezione del corpo docente, tutti rivolti a
favorire il candidato interno per il quale era stato bandito il posto. In questo senso il
DDL Gelmini fa quello che può per chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati:
o, meglio, insediati, e lo rimarranno per anni, perpetuando abitudini di fatto che - non
si illuda il ministro - una norma di legge non può cambiare.
Ma così facendo il Progetto Di Legge (vogliamo usare l'acronimo PDL, così
estendiamo l'osservazione anche al partito politico di appartenenza del ministro ?) non si
accorge della contraddizione che pone in essere nel momento in cui vuole iniettare nel
sistema universitario dosi di meritocrazia e di concorrenza (e questo è certamente
necessario), però non solo non si pone neppure lontanamente il problema della
salvaguardia delle scuole scientifiche, ma neppure si preoccupa di abrogare l'art. 2,
lettera m), della legge 210/98, e cioè di una norma nata per ovviare a taluni limitati
casi di "sorpruso" che hanno fatto testo e che sono ben noti a chi abbia
memoria.
Forse il PDL si fida delle sole strutture burocratico-formali, e cioè dei
dipartimenti, delle Facoltà e dei corsi di studio (al riguardo è ben strano che
neppure il coraggioso ministro Gelmini - che per di più fa parte di un Governo che cerca
di attuare la semplificazione amministrativa - non abbia affrontato il problema della
convivenza/doppione tra Facoltà e corsi di studio quanto a competenze sulla didattica:
già il dpR 382 del 1980 evidenziava questa problematica ma non ebbe il coraggio di
sciogliere le Facoltà) e non ha fiducia in quelle strutture non formali quali
sono le Scuole accademiche che furono all'origine della fama delle nostre Università
medievali e che ancora sono presenti in molti settori disciplinari, che pure sono attive
all'estero e tanto contribuiscono a fare grandi e noti quegli Atenei che nelle varie
classifiche internazionali ci precedono, per non dire che ci distaccano. Il "caso
Chiodo" solleva questo problema e c'è da auspicare che il PDL se ne faccia carico. G.
GHETTI |
REGOLAMENTO DEL VOLONTARIATO PRESSO L'ALMA MATER STUDIORUM
Il Regolamento è stato deliberato dal CdA
il 16.06.2009. Esso, pur se rivolto a "chiunque", può essere di interesse
per i Docenti "senior" che desiderano rimanere nella struttura
dipartimentale.
L'art. 10 dispone, poi, che il volontario è coperto da assicurazione
a carico della Struttura ospitante. |
REGOLAMENTO DEL VOLONTARIATO PRESSO L'ALMA MATER STUDIORUM
Art.
1 Stato giuridico dei volontari
I volontari prestano attività occasionali e non sono vincolati da nessun obbligo di
prestazioni lavorative, né da alcun rapporto di lavoro con l'Ateneo.
L'attività dei volontari deve rivestire il carattere della complementarietà occasionale
e deve mantenere il requisito della non obbligatorietà per il volontario.
Le modalità e i tempi della prestazione devono essere definiti di comune accordo tra
volontario e struttura. Il volontario potrà interrompere la propria attività in
qualsiasi momento comunicandolo preventivamente e con un preavviso minimo, tale da non
pregiudicare lo svolgimento delle attività, al responsabile della struttura presso cui
opera.
La collaborazione dei volontari nelle attività dell'Ateneo non può essere sostitutiva di
mansioni proprie del personale dipendente né può prevedere l'esercizio di alcun potere,
potestà, autorità pubblica.
Art. 2 Soggetti che possono prestare attività di volontariato
presso l'Ateneo
Possono essere ammessi a prestare la propria opera di volontariato i cittadini italiani,
comunitari, extracomunitari purché legittimamente residenti nel territorio della Stato,
di ambo i sessi in possesso dei seguenti requisiti:
- età non inferiore agli anni 18;
- idoneità fisica all'attività, certificata dal medico di base;
- non aver riportato condanne penali per reati dolosi;
- avere adeguata conoscenza della lingua italiana.
Art. 3 Attivazione della procedura di richiesta di volontari
La procedura per ospitare uno o più volontari può essere attivata da una singola
struttura di Ateneo, da più strutture associate o dall'Ateneo in generale.
La struttura (o le strutture) interessata deve redigere un breve profilo del volontario (o
dei volontari) indicando le principali caratteristiche dell'attività e la sede in cui
l'attività verrà svolta.
Il profilo verrà tradotto in un avviso cui dovrà essere data pubblicità con una
comunicazione sul portale di Ateneo.
Art. 4 - modalità di presentazione della domanda da parte del volontario
I soggetti interessati a svolgere attività di volontariato devono presentare domanda
secondo le modalità indicate nell'avviso di cui al precedente articolo 3.
Alla domanda deve essere allegato il curriculum dell'aspirante volontario.
Art. 5 Modalità di valutazione delle domande
Le domande pervenute verranno inserite in un elenco di aspiranti volontari. La struttura
interessata ad ospitare il volontario procederà a chiamate nominative dei volontari
inseriti in elenco.
La chiamata potrà avvenire:
in base alla mera valutazione del curriculum degli aspiranti volontari;
a seguito di un breve colloquio (in aggiunta alla valutazione del curriculum) con gli
aspiranti volontari secondo le modalità indicate nell'avviso;
con altre modalità indicate nell'avviso.
Il volontario individuato deve presentare al responsabile della struttura che lo ospita:
il certificato del medico di base con il quale si attesta lidoneità psico-fisica
allo svolgimento delle attività che verranno svolte. Tale certificato verrà conservato
presso la struttura stessa e dovrà essere rinnovato annualmente a cura del volontario.
Qualora le attività svolte lo richiedano il volontario dovrà presentare il libretto
sanitario;
un'autocertificazione che dichiari il possesso dei requisiti di cui al presente
regolamento e di quelli eventualmente richiesti dall'avviso di cui all'art. 3
Il responsabile della struttura conserva un fascicolo nominativo del volontario contenente
tutta la documentazione che lo riguarda.
Art. 6 Validità degli elenchi di disponibilità
La validità degli elenchi degli aspiranti volontari è di 12 mesi.
Art. 7 Referente per i volontari
Ad ogni volontario è assegnato un referente con cui deve coordinarsi per quel che
riguarda lo svolgimento delle proprie attività. Il referente è, di regola, il
responsabile della struttura presso cui il volontario opera. Il responsabile della
struttura può indicare, in sua vece, un altro funzionario della struttura stessa. In
referente deve in particolare:
coordinare e indirizzare il volontario nello svolgimento delle attività;
accertare che i volontari siano in possesso dei requisiti previsti dal presente
regolamento, dall'avviso di cui all'art. 3, delle necessarie certificazioni tecniche e
pratiche, delle idoneità psico-fisiche eventualmente necessarie allo svolgimento delle
specifiche attività;
vigilare sullo svolgimento delle attività, avendo cura di verificare che i volontari
operino in modo tale da non ledere i diritti, gli interessi, le prerogative degli
eventuali utenti e/o fruitori, gli interessi, il buon nome, il decoro
dell'Amministrazione, che le attività siano svolte con modalità tecnicamente corrette e,
qualora previsto, nel rispetto delle normative specifiche di settore;
verificare i risultati delle attività concordate;
mantenere i collegamenti con gli uffici dell'Amministrazione, curando tra laltro il
controllo e la trasmissione di eventuale documentazione ai fini del rimborso spese.
verificare la corretta tenuta del fascicolo del volontario.
Allinizio delle attività il referente predispone, di comune accordo con il
volontario, il programma operativo per la realizzazione delle attività stesse.
I volontari si atterranno alle disposizioni convenute con il referente per quanto riguarda
le modalità di svolgimento delle attività e luso degli strumenti a ciò necessari.
Art. 8 Svolgimento delle attività
Qualora le attività richiedessero competenze particolari e specifiche, diverse da quelle
già in possesso dei volontari, lAmministrazione si impegnerà a fornire occasioni
concrete di formazione ed aggiornamento, secondo modalità da concordare con i volontari
stessi, che saranno tenuti a partecipare alle iniziative di cui sopra.
Per garantire la necessaria programmazione delle attività, i volontari dovranno
impegnarsi affinché le prestazioni siano rese con continuità, per il periodo
preventivamente concordato, pur mantenendo il carattere occasionale del rapporto.
I volontari si impegneranno a dare tempestiva comunicazione, al responsabile della
struttura presso cui prestano la propria opera, delle interruzioni che dovessero
intervenire nello svolgimento delle attività.
La Struttura cui il volontario afferisce è tenuta a comunicargli tempestivamente ogni
evento che possa incidere sullo svolgimento delle attività.
I volontari impegnati in attività che prevedano il contatto con il pubblico saranno
provvisti, a cura dellAmministrazione stessa, di cartellino identificativo che
consenta limmediata riconoscibilità da parte dellutenza.
Art. 9 Compensi e rimborsi
Lattività dei volontari è prestata a titolo gratuito.
L'amministrazione, previa verifica della regolarità della documentazione presentata dal
volontario, potrà rimborsare spese sostenute, per lo svolgimento del l'attività di
volontariato o le attività ad essa accessorie (es. le spese per la partecipazione a corsi
di formazione o per missione). Le attività che comportano spese da parte del volontario
devono essere espressamente e preventivamente approvate dal referente e dal responsabile
della struttura.
Per quel che riguarda i rimborsi si rinvia alle regole applicate per i rimborsi delle
spese del personale TA.
Art. 10 Coperture assicurative
Tutti coloro che prestano la propria opera per attività di volontariato saranno
assicurati, con spesa a carico della struttura ospitante, contro i rischi di infortunio in
cui potrebbero incorrere, in servizio o in itinere, nonché contro i rischi di
responsabilità civile verso terzi conseguente a colpa nello svolgimento delle mansioni
loro affidate.
I volontari svolgeranno la loro attività in conformità con quanto disposto dal D.LGS.
626/94 e successive modificazioni ed integrazioni. Sarà cura dei referenti informare i
volontari sul contenuto delle normative vigenti in materia di sicurezza sul lavoro e
sullutilizzo di eventuali dispositivi di protezione individuali.
Art. 11 Cessazione dellattività
L'attività dei volontari può cessare:
- per loro espressa rinuncia
- qualora, per qualsiasi motivo, venisse meno per la struttura ospitante l'esigenza di
utilizzare il volontario, o qualora il comportamento del volontario non fosse consono
all'attività svolta: in questo caso la struttura ospitante provvede, con comunicazione
motivata all'interruzione del rapporto con il volontario;
- per accertata perdita dei requisiti e delle condizioni necessarie per lo svolgimento
delle attività.
I volontari saranno cancellati dagli elenchi:
- per loro espressa rinuncia;
- per accertata perdita dei requisiti e delle condizioni necessarie per liscrizione.
Art. 12 Norme finali
LAteneo si impegna a promuovere ogni possibile momento e occasione di confronto tra
il volontariato organizzato e i singoli volontari, affinché questi ultimi possano
accogliere le complesse e ricche sollecitazioni offerte dalla vita associativa.
Il presente regolamento del Volontariato presso lAlma Mater Studiorum
Università di Bologna, potrà essere aggiornato, sulla base di eventuali esigenze non
attualmente prevedibili, al fine di consentire ulteriori opportunità. |
A rinforzo del dibattito alla "Tavola"
del Senato, domani 14 luglio |

Bruno Lunelli
|
"GIAVAZZI MI E' PIACIUTO ...
ma si è dimenticato delle spese per il personale amministrativo, pari o superiore
a quella per la docenza"
e c'è anche che i laureati ante (3+2)
erano migliori ...
|

Francesco Giavazzi
|
| Bruno Lunelli*, A proposito
delle verità di Giavazzi L'articolo di Giavazzi,
"Prova di verità per gli atenei" in Corriere 24.06.09, mi appare largamente
condivisibile, ma non considera due punti a mio avviso rilevanti:
1. L'enorme spesa amministrativa degli atenei, in parecchi casi pari o superiore
a quella per docenza e ricerca, che sono i prodotti dell'università. Dovrebbe essere
ridimensionata, altrimenti viene di fatto modificata la funzione degli atenei e non c'è
finanziamento che basti.
Come corollario, occorre ridare il ruolo centrale che gli spetta
all'attualmente irrilevante funzione docente, che, se è a reale livello universitario, è
molto impegnativa (difficile tenere più di un corso), ma è quella che dà i risultati
più utili al Paese sia ell'immediato che a tempi lunghi ("formazione di capitale
umano").
2. Riferendomi soprattutto alle facoltà scientifiche e tecnologiche, gli
attuali programmi sono talmente ridotti e mal congegnati da dare laureati di livello
nettamente inferiore a quelli ante 3+2, quando le lauree italiane facevano aggio sui PhD
stranieri. L'università per essere utile alla nazione deve fornire competenze, non
titoli, che avendo in Italia riconoscimento giuridico, servono in troppi casi a trovare
una sinecura in qualche pubblica amministrazione.
Come corollario, occorre riconoscere che una laurea (effettiva) non è
per tutti, ma per chi sia adatto allo studio e disposto al notevole impegno e sacrificio
che tale attività comunque comporta. Diversamente, si creano solo spostati.
*Professore di chimicafisica 1961-2005 nelle Università di Padova e Bologna |
Per memoria: il testo a cui B.
Lunelli si riferisce
(Francesco Giavazzi , I COMPORTAMENTI DA CAMBIARE,
Prova di verità per gli atenei, Corriere della Sera, 24 giugno 2009)
"La legge finanziaria dello scorso anno ha ridotto drasticamente i finanziamenti alle
università: meno 10% circa nel 2010, fino al 18% l'anno successivo. E' evidente che con
le regole attuali, e con il 18% di finanziamenti in meno, la maggior parte delle
università chiuderebbe. Non penso fosse questa l'intenzione del governo, bensì quella di
obbligare i nostri atenei a modificare radicalmente i loro comportamenti e ad adottare
riforme profonde.
Tre sono i problemi da affrontare:
1) cambiare la governance delle università. Oggi i rettori sono eletti da una
platea amplissima che include anche i bidelli. Una volta eletti, non sono liberi perché
debitori dei loro grandi elettori. Sono anche "irresponsabili " perché
controllano il cda delle università, l'organo che in teoria dovrebbe valutarli;
2) ripensare i criteri con cui sono ripartiti i finanziamenti, perché se i tagli
colpissero nello stesso modo atenei buoni e cattivi, il risultato sarebbe un decadimento
generale della didattica e della ricerca. Per farlo occorre mettere in piedi un buon
sistema di valutazione;
3) correggere le modalità di reclutamento dei professori perché i concorsi
pubblici hanno fallito e si sono dimostrati non riformabili.
In questo primo anno il ministro Gelmini ha preso qualche decisione
coraggiosa: in autunno ha bloccato una tornata di concorsi che si preannunciava tutta
truccata (ma dopo aver cambiato con un decreto le regole per la scelta delle commissioni,
di quei concorsi non si sa più nulla); ha deciso che il 5% dei fondi pubblici per il
correnteanno accademico (l' anno è praticamente
finito, ma i fondi alle università non sono |
ancora
stati assegnati) venga ripartito sulla base dei risultati della ricerca.
Il ministro ha anche preparato un disegno di legge (circola in rete)
che innova le modalità di reclutamento, eliminando i ricercatori e adottando il metodo,
basato sulle effettive attività di ricerca, della tenure track comune nelle migliori
università al mondo.
.....
.....
Ma la legge del ministro Gelmini, annunciata da mesi, viene
rimandata di settimana in settimana. Perché?
Un ostacolo sono i gattopardi delle università (rettori e molti
professori) che premono perché nulla cambi. Un altro sono i sindacati tetragoni nella
difesa dell'ope legis. Un altro infine è il ministro dell'Economia che non rinuncia ai
tagli.
Non possiamo fare gli struzzi: anche se le riforme del ministro Gelmini
andranno in porto, l'unico modo per tenere aperte le università con i fondi previsti in
finanziaria è alzare significativamente le rette degli studenti, introducendo nello
stesso tempo borse di studio di pari valore per i meno abbienti. Io sono d'accordo,
perché l'università di fatto gratuita è un trasferimento dai poveri ai ricchi, ma se
questa è la strada occorre il coraggio di dirlo.
Ciò che non si può fare è aspettare senza far nulla, e lasciare che
a novembre le università chiudano." |
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RESOCONTO della
Conferenza regionale sulle Università delle Romagne
avvenuta a Bologna, Fac. di Ingegneria, il 5 maggio 2009 - Breve resoconto |
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Tema: " Secessione, Federazione, Unione con
Bologna ?"
Incontro con i Presidenti degli Enti Finanziatori
(Prof. Piero Gallina ( Serinar), Rag. Giannantonio Mingozzi (Fondazione Flaminia),
Dott. Luciano Chicchi ( Uni.Rimini SpA)
Introduzione storica del prof. Giulio Ghetti
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Giulio Ghetti
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| Giulio Ghetti, Introduzione
storica 1.- I primi monenti. Perdonerete alcuni
ricordi personali, che credo utili all'attuale dibattito.
Il mio primo incontro con la questione (o, se si preferisce, il
problema) "Università delle Romagna" è stato all'inizio degli anni '70, in una
Commissione di studio voluta dalla Regione che era stata appena costituita.
La Commissione era presieduta da Umberto Romagnoli e ne facevano parte per
Bologna Fabio Roversi Monaco e Marco Cammelli, per Modena Marco Onado, per Parma - se non
erro - Giancarlo Forestieri: io rappresentavo Ferrara, della quale ero il Prorettore.
Eravamo tutti giovani professori universitari, i nostri ragionamenti
non erano "politici" ma tecnici. Il mondo della ricerca e della didattica di
quegli anni va ricordato: Internet non esisteva e gli studiosi corrispondevano tra loro
con posta e telefono, libri on line non se ne potevano consultare, al più si faceva
riferimento alla Biblioteca Nazionale, l' E-learning non era diffuso. Un
insediamento universitario richiedeva dunque moltissimi mezzi, libri, spazi.
In quella situazione concludemmo e scrivemmo nella nostra
relazione finale, che "si potevano fare" (dunque parlavamo di più Sedi, così
prendendo atto che la Romagna non era un corpo unico ed omogeneo, ma bensì "le
Romagne"), ma a due condizioni essenziali affinché l'esperimento avesse successo:
- che in quelle Sedi si istituissero corsi specialistici non presenti a
Bologna (e, in parte, a Ferrara, per certe vocazioni vicine a quelle ravennati) per
evidenti motivi di non concorrenza e di corretta allocazione delle risorse umane e
finanziarie;
- e che fossero università non solo per la didattica ma anche per la
ricerca (Umberto Romagnoli suggerì che per ottenere questo risultato occorreva un impegno
degli Enti locali nell'utilizzare per consulenza i docenti della Sede, in modo da
"ancorarli" alla comunità locale).
Non doveva essere una colonizzazione. Eravamo anche
tutti d'accordo che non si doveva trattare di una colonizzazione: Bologna, per dimensioni
e localizzazione la più vocata a realizzare l'intervento, avrebbe poi dovuto ritirarsi e
lasciare totale autonomia alle nuovo Sedi romagnole, il tutto all'interno di un organico
sistema regionale dell'istruzione universitaria.
2.- Gli ulteriori incontri. Come si vede, la questione è
antica; comunque la relazione sparì in qualche cassetto anche perché la materia
"istruzione universitaria" non era tra quelle di competenza legislativa
regionale concorrente.
Il secondo incontro ebbe luogo il 18 marzo 1980, appena fui nominato
Preside della Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Bologna, nella quale
nel frattempo mi ero trasferito. Subito il prof. Gola richiamò la
mia attenzione su due necessità:
- riformare la Scuola della Facoltà a fini speciali sul turismo che
esisteva in Rimini;
- e chiamare a Bologna due macroeconomisti, Stefano Zamagni e D'Adda.
Aggiunse che Stefano, per capacità, carattere e conoscenza
dell'ambiente visto che era riminese, poteva essere la persona giusta anche per riformare
la Scuola.
Feci entrambe le cose, e Stefano Zamagni iniziò la riforma della
Scuola, ma i tempi furono lunghi: basti pensare che è solo del 1993 la mia nomina a
presidente dell'appena istituito Corso di laurea in Economia del turismo in Rimini.
Il terzo incontro è stato assai più ampio, nel clima generale
del frazionamento dei Mega Atenei: coadiuvando il Rettore prof. Roversi Monaco che questo
innovativo sviluppo ideò e sostenne nel Progetto Multicampus, me ne sono occupato dal
1995 al 2002, per un primo triennio quale componente del Senato accademico e della Giunta
d'Ateneo e presidente della Prima Commissione d'Ateneo Bilancio e Programmazione (dunque,
quella che "aveva in mano la cassa"), poi per il successivo triennio quale
componente del Consiglio di Amministrazione e della Giunta d'Ateneo e presidente della
Commissione d'Ateneo per il Personale Tecnico Amministrativo.
3.- Anche contributi personali. A queste attività
ufficiali se ne sono aggiunte di personali: per anni sono stato consulente legale del
Comune di Rimini, Sindaco il dr. Giuseppe Chicchi, e questo mi ha enormemente facilitato
per meglio consolidare l'insediamento di Rimini; sempre nello stesso periodo sono stato
consulente legale della Provincia e talora anche del Comune di Ravenna, e con il carissimo
amico dr. Benito Venturi operammo di comune accordo nel cercare di consolidare
quell'insediamento che la tragica scomparsa di Raoul Gardini aveva improvvisamente
lasciato in stato di precarietà.
Richiamate queste esperienze personali ed aggiungendo che io sono di
origine faentina e dunque sensibile alla questione romagnola, non posso che ripetere
quelle che da sempre sono state le mie convinzioni:
3. 1. L'istruzione universitaria è un
importante fattore di sviluppo economico nazionale e locale, se bene e
scientemente gestita; lo è tanto più da quando appartenere o meno al mondo della ICT
segna il confine tra sviluppo e stasi (o sottosviluppo) ;
3. 2. occorre riconoscere e valorizzare le specificità dei singoli
territori in cui le Sedi sono collocate, il che significa che si devono
realizzare Università delle Romane.
Lo stato attuale della informatizzazione nelle sue varie forme
(E-learning, collegamenti di rete, accesso a biblioteche online, ecc.) e quello che è
subito dietro la porta riduce grandemente i problemi finanziari;
3. 3. E' stato un errore di cui paghiamo ancora oggi
i frutti avvelenati, che in queste Sedi e in contemporanea non siano stati
istituiti anche i Dipartimenti, che sono le strutture di ricerca: e senza ricerca
non vi è didattica di qualità.
Non mi soffermo, per carità di patria, sulle ragioni pratiche di
ciò: voglio soltanto ricordare a chi lo avesse dimenticato che in parte questo errore
nasce anche dall'attuazione del dpR 382 del 1980, quando la Commissione Mengozzi fece
passare nell'Università di Bologna il solo modello del Dipartimento unisettoriale e non
accettò i Dipartimenti fra più settori di ricerca, quelli interdisciplinari, che proprio
nelle Romagne avrebbero potuto meglio collocarsi e dare i migliori risultati ;
3.4. Altro errore è stato il modo di attuare il dpR 382/80
nella parte in cui disegna il rapporto tra Dipartimenti di riferimento, e Facoltà che
tali li dichiarano: i Dipartimenti sono stati resi "innocui", trasformati nei
"serbatoi" dai quali la Facoltà trae i propri docenti.
Il disegno normativo era del tutto opposto: nel Dipartimento si
determinano gli indirizzi di ricerca e la si svolge, è dunque il luogo in cui si
determinano le basi degli indirizzi per una didattica di qualità.
3. 5. Ha complicato le cose l'accettare che gli "enti di
sostegno" avessero forme giuridiche diverse tra loro, perché ciò ha
complicato i rapporti e i "linguaggi" tra essi e un ente pubblico monolitico
come è l'Ateneo di Bologna;
3. 6. la mancanza di un sistema informatizzato con moduli di
contabilità analitica, economico-patrimoniale, e direzionale-strategica, ha da tempo reso
assai difficile - per non dire impossibile - conoscere e misurare da Bologna l'esatta
situazione delle Sedi romagnole nei rapporti con la Casa madre. |
Breve resoconto
della Conferenza
Il 5 maggio 2009, nell'Aula Magna della Facoltà di
Ingegneria, si è svolto l'incontro che il Gruppo dei 30 ha organizzato con gli esponenti
degli "Enti di sostegno" delle Sedi di Romagna. Infatti, sugli incontri tenuti
dai candidati al rettorato nelle Sedi la stampa bolognese ha riportato notizie
contraddittorie rispetto a quelle della stampa locale; a ciò si aggiunge, a parere dei
30, che i programmi dei candidati sulla questione dello sviluppo delle Sedi non sono del
tutto chiari.
Da ciò l'incontro per dare spazio alla voce degli "Enti di
sostegno" e la domanda loro rivolta: cosa vi attendete dal nuovo Rettore ? Nonché
per poter orientare gli elettori nella scelta del nuovo Rettore. Per gli Enti di sostegno
hanno partecipato il prof. Piero Gallina, Presidente di SERINAR (Forlì-Cesena); il dr.
Luciano Chicchi, presidente di Uni.Rimini SpA (Rimini); il rag. Giannontonio Mingozzi
della Fondazione Flaminia (Ravenna).
Tra i candidati al rettorato erano presenti i proff.ri G. Barbiroli, G.
Cantelli Forti, R. Grandi, G. Sassatelli.
L'incontro e le motivazioni di esso sono state brevemente illustrate
dal prof. Nino Luciani; il prof. Giulio Ghetti ha poi ripercorso la nascita e lo sviluppo
di quella che ancora oggi è la "questione" o il "problema"
dell'università in Romagna, partendo dalle conclusioni raggiunte alla fine degli anni '60
da una commissione di studio voluta dall'appena istituita Regione Emilia Romagna e
presieduta dal prof. Umberto Romagnoli e della quale egli stesso fece parte (la Relazione
Ghetti viene pubblicata a parte).
Nei loro interventi gli esponenti degli enti di sostegno hanno
ricordato che ognuno di loro ha acquisito negli anni esperienze e competenze di come si
partecipa e come si opera in organi collegiali di amministrazioni pubbliche e private, e
sulla base di queste personali esperienze hanno definito del tutto inaccettabili i
procedimenti decisionali, i tempi con i quali vengono condotti e conclusi, il
funzionamento complessivo dell'Amministrazione centrale bolognese che essi ben conoscono
quali componenti del Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo e nelle riunioni congiunte
con il Senato Accademico.
Il tutto aggravato, come ha sottolineato il dr. Mingozzi, da un sentimento
di acredine nei confronti delle Sedi romagnole, che spesso traspare nei dibattiti.
Altrettanto unanime è stata la risposta alla domanda principale: la Romagna, che è
realtà economica e sociale non omogenea, in questi anni ha avuto un ulteriore forte e
diffuso sviluppo economico al quale non si è accompagnato un pari e altrettanto diffuso
sviluppo dello spessore culturale, e cioè proprio di ciò che aveva motivato e motiva gli
enti pubblici e le forze economiche locali a sostenere con cifre di tutto rilievo le Sedi
universitarie, le quali solo in parte e in misura diversa a seconda degli insediamenti
hanno saputo inserirsi nella realtà culturale, sociale ed economica locale.
In pratica e negli ultimi anni, quella che all'inizio era partita come
una operazione di deconcentrazione si è trasformata via via in una operazione di mero
decentramento. Da ciò la comune richiesta ai candidati che il nuovo Rettore si ponga in
posizione di netta discontinuità rispetto a questo andazzo, e ponga la "questione
Romagna" tra le sue priorità.
Al riguardo il prof. Gallina, partendo dall'esperienza di Forlì-Cesena che
è quella maggiormente articolata anche per la presenza di tre Dipartimenti locali, ha
ricordato che al momento della legge sul frazionamento dei Mega Atenei l'Università di
Bologna aveva circa 80.000 studenti; che oggi nelle Sedi romagnole vi è circa il 25%
degli iscritti complessivi; e che nonostante tutto questo la Sede di Bologna non è
riuscita a diminuire il numero dei propri iscritti.
Ha anche ricordato che in una importante relazione pubblicata
all'estero l'esperienza del Multicampus è stata segnalata tra quelle più originali e
positive.
Di particolare interesse è stato l'intervento del dr.
Chicchi, il quale ha ribaltato la domanda iniziale: è la Romagna che, per poter
poi prendere le proprie decisioni, chiede a Bologna di dire con grande urgenza (non più
di due anni prima che il fenomeno sia irreversibile) "cosa vuol fare da grande",
visto che la città sta sempre più trasformandosi in un mero centro di burocrazia
regionale, nel quale l'Ateneo non ha saputo mantenere quel ruolo di centro di formazione e
di trasferimento culturale di alta qualità che aveva potenziato con l'esperienza del IX
Centenario, della cosiddetta Carta di Bologna, ecc. Il dr. Chicchi ha aggiunto che in
questo più vasto contesto e considerato che oramai l'Emilia gravita nell'ambito del Nord
dell'Italia e dell'Europa, la Romagna è rimasta l'unica reale opportunità per Bologna -
dunque anche per la Sede universitaria di Bologna - di poter uscire dalla stasi alla quale
inevitabilmente segue il declino anche economico.
Perciò ed a loro volta le Sedi di Romagna non possono in alcun
modo essere considerate un problema, né si deve trascurare quanto in esse è stato
investito dagli enti pubblici e dalle forze economiche locali, anche attraverso l'acquisto
e la ristrutturazione di importanti edifici storici che poi sono stati destinati
all'Università.. Il dr. Mingozzi, richiamata brevemente l'esperienza di Ravenna, ha
sottolineato come alcuni dei corsi di laurea ivi consolidatisi costuiscono un esempio per
la Sede di Bologna, anche per la capacità di rispondere a reali esigenze della società
civile e per la dimostrata capacità di inserire rapidamente il laureato nel mondo del
lavoro. Nei propri interventi i candidati al Rettorato hanno preso atto di quanto
dichiarato dagli esponenti degli Enti di sostegno, ed hanno confermato il proprio impegno
per la Romagna, rinviando a quanto esposto nei propri programmi elettorali. |
Ancora oggi la Relazione ARag2009 al Bilancio 2008 fornisce un
quadro assai approssimativo di questo rapporto, né potrebbe fare diversamente a fronte di
un sistema contabile inadeguato.
Ma, ripeto, queste sono mie personali convinzioni. Mi sembra
significativo che nella ampia (108 pagine) Relazione ARag 2009 al Bilancio consuntivo 2008
solo due pagine siano dedicate al Multicampus; così come ha una valenza simbolica che le
elezioni del Rettore abbiano un seggio solo a Bologna, e che i Colleghi che sono
incardinati nelle Sedi delle Romagne debbano venire a Bologna per esprimere il proprio
voto.
Dalla Relazione ARag 2009 si trae poi conferma che la maggior
parte dei grandi programmi e progetti (e della spesa relativa) riguarda direttamente la
Casa madre; al più questi programmi potranno avere una "ricaduta" sulle Sedi.
La mancanza di un "bilancio consolidato" rende arduo ogni raffronto tanto che
ARag si limita a dare notizia che ogni Polo ha autonomia di bilancio, e perciò un proprio
conto consuntivo, che viene "allegato al rendiconto di Ateneo". Ci viene solo
detto che i trasferimenti sono drasticamente diminuiti: dai 19.244.310,19 Euro del 2006 ai
16.564.640,84 del 2008, anche se a questi trasferimenti devono aggiungersi gli affitti
pagati direttamente dalla Amministrazione Generale per locali situati nei Poli della
Romagna (3,53 ml euro nel 2008 e 3,38 ml euro nel 2007) e tasse ed imposte varie (0,21 ml
euro nel 2008 e 0,22 ml euro nel 2007). La differenza tra le varie Sedi è evidenziata da
dati numerici sui trasferimenti: di qualità non si parla, del resto non spetta ad ARag
(che però in altre parti della Relazione dà precisi giudizi di merito, qualità e bontà
dei progetti sostenuti) A fronte di questa situazione ognuno è libero di dare
l'interpretazione che vuole e si può andare tra due estremi, vi è chi ritiene che le
Romagne siano costate troppo alla Sede di Bologna in termini non solo finanziari, ma anche
di risorse umane; e chi ritiene l'esatto contrario. Saperlo con esattezza non è
possibile. I programmi dei candidati al Rettorato sulla questione "Romagna" (di
"Romagne" non mi sembra si parli, almeno nel senso che io dò alla diversa
terminologia) si differenziano a seconda delle personali esperienze condotte in loco,
della adesione totale o parziale all'una o all'altra opinione diffusa fra gli elettori
(costo eccessivo, oppure no). Anche la stampa collabora a questa situazione confusa: gli
incontri tra i candidati e quanti nelle Sedi vi hanno partecipato a vario titolo, sono
stati riportati dalla cronaca di Bologna in un modo, nella cronaca locale in modo assai
diverso e per lo più critico (almeno per quanto io ho potuto leggere). Indice che vi è
una diversa percezione. Da tutto questo nasce l'incontro di oggi: il Gruppo dei 30, del
quale mi onoro di fare parte e che mi ha chiesto questa breve introduzione, ha
riconosciuto la necessità che in piena campagna elettorale per il nuovo Rettore, in un
clima in cui tutti i candidati dichiarano di voler una più o meno pronunciata
discontinuità rispetto a un passato che sta per concludersi, abbiano voce proprio a
Bologna coloro che rappresentano gli "enti di sostegno". Vogliamo che essi ci
dicano cosa ne pensano del rapporto con la Casa di Bologna, se la sentano madre o
matrigna; quale modello hanno in mente (secessione, federazione, unione ?) e
sull'opportunità, o non, della scelta del decentramento di Bologna, o della esplorazione
della possibilità di rivisitare la legge sui mega atenei (frazionamento), se questo è
sentito come un bene per tutti . Giulio Ghetti |
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Tema: " Secessione, Federazione, Unione con
Bologna ?"
Incontro con i
Presidenti degli Enti Finanziatori
(Serinar, Fondazione Flaminia, Uni.Rimini SpA)
Introduzione storica del prof. Giulio Ghetti
Il 5 maggio 2009, ore 17,15 alla
Facoltà di Ingegneria
Viale Risorgimento 2, Aula Magna
Aperto a tutti: personale docente, tecnico e
amministrativo, stampa |

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La lettera inviata ai Presidenti
degli Enti
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Signori
Presidenti degli Enti Finanziatori |
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Vi ringrazio di avere accettato di venire, come relatori in prima persona,
alla conferenza in oggetto.
In questo mesi di dibattito pubblico per la elezione del nuovo Rettore,
l'argomento "ROMAGNA" è emerso ripetutamente nei vari incontri, anche
all'interno di temi molto diversi.
Tuttavia, una cosa è il punto di vista dei docenti (ossia dal lato offerta
didattica), una cosa è il punto di vista degli enti finanziatori delle Sedi Romagnole
(ossia dal lato domanda). In questo senso è emersa la opportunità e necessità di
ottenere il punto di vista degli Enti Finanziatori, circa la loro visione organizzativa
delle sedi locali, per il futuro.
Unicamente a titolo di aiuto alla omogeneità degli interventi (in quanto non
sono state fatte riunioni preliminari preparatorie) segnalo due riferimenti:
1) il primo è un recente articolo del prof. Farneti (già Preside a Forlì)
che riporta e commenta il pensiero del
Sen. Melandri, messo su carta, prima di lasciarci.
Per vederlo, si clicchi su: http://www.universitas.bo.it/rubrica2008.htm#RUBRICA%20Speciale;
2) il secondo è ricordare il dibattito nelle origini, sulle scelte di
Bologna per la Romagna.
In quella fase di pre-impianto, una legge nazionale voleva che i Mega Atenei
fossero frazionati, e destinava (allo scopo) dei finanziamenti. Precisamente, un Ateneo
con più di 40.000 studenti doveva essere frazionato, e anche una facoltà con più di
7.000 studenti doveva essere frazionata.
Nei fatti, circolava una interpretazione parallela della legge medesima,
secondo la quale l'uguale risultato si sarebbe potuto ottenere mediante il decentramento
di Facoltà nei Comuni periferici. Nel senso che la sede centrale avrebbe ceduto personale
e studenti alle sedi periferiche, e quindi si sarebbe smagrita per via naturale.
A prescindere dalla correttezza delle previsioni (e oggi, col senno di poi,
sappiamo come sono andate le cose), sotto il profilo giuridico le conseguenze sarebbero
state molto diverse, vale dire:
a) in caso di frazionamento, l''onere sarebbe dovuto essere tutto a carico
dello Stato;
b) in caso di decentramento, si imponeva quanto meno una partecipazione della
Università-madre a favore delle sedi decentrate, oltre che una partecipazione degli enti
locali.
Anche su questo sappiamo, col senno di poi, come sono andate le cose.
Vi attendo il 5 maggio 2009.
Cordialità.
Nino Luciani |
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Università
di Bologna: ELEZIONI DEL RETTORE
Incontro degli Studenti con i 7 candidati a
Rettore
Mercoledì 22 aprile, ore 17-19, via
Belmeloro 14, Aula A
(Ingresso davanti alla Johns Hopkins University)
Aperto a tutti: personale
docente, tecnico e amministrativo, stampa |
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Giancarlo Barbiroli
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Patronage del "Gruppo dei Trenta"
(già-Gruppo per la riforma
dello Statuto di Ateneo, meno i candidati a rettore)
Bolletta Fabrizio, Bollino Fernando, Carlo Borghi, Bruggi Diego, Bugiardini Raffaele,
Calboli Gualtiero, Carinci Franco Catizone Pietro, Di Pietra Anna Maria, Di Pietro
Adriano,
Dragoni Giorgio, Fabrizio Mauro, Frabboni Franco, Ghetti Giulio, Guarnieri Adriano,
Lorenzini Enrico, Luciani Nino, Marcato Paolo Stefano, Marini Marina, Muccino Maria,
Nicoletti Roberto, Pilo' Virginio, Pisi Anna Maria, Pombeni Paolo, Porzi Gianni,
Prosperi Santino, Pupillo Paolo, Sandrolini Franco, Tomasi Vittorio, Zago Antonella
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| Dario Braga |
G. Cantelli Forti |
Andrea Segrè |
G. Sassatelli |
Roberto Grandi |
Ivano Dionigi |
Le domande degli Studenti
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Gli studenti intercettati appartengono ad associazioni di differente
orientamento culturale. La cose migliore è consentire a loro di illustrare le rispettive
domanda direttamente. Gli argomenti da loro preannunciati sono: 1) Didattica:
aggiornamento corsi; passaggio dal decreto 509 al 270; recupero crediti passaggio tra le
facoltà da laurea triennale a triennale, o da triennale a magistrale; pubblicazione
risultati test sulla didattica relativo ai docenti; taglio del 50% didattica anno
accademico 2009/2010);
2) Tasse: aumento tasse superiore all'inflazione, e non
controbilanciato da aumento di servizi;
3) Sprechi: acqua, riscaldamenti, rifiuti da reinvestire in
raccolta differenziata, uffici non utili (esempio consegna telefoni), economie mediante
informatizzazione delle procedure;
3) Servizi: apertura segreterie più ampia;
informatizzazione maggiore; rafforzamento e miglioramento tecnologico dei laboratori;
fondi per l'internazzionalizzazione; convenzione con la mensa, prezzi alti;
trasporti e convenzione con l'ATC ;
4) Spazi: apertura serale delle facoltà per eventi culturali e
per dare gli sapzi giusti agli studenti; più aule studio e luoghi nei quali studiare
fuori dall'orario universitario;
5) Affidamento, alle associazioni studentesche, dei servizi di
supporto e dei servizi agli studenti, indicando ipotesi concrete di lavoro che
rendono possibile detto affidamento. |
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Sono in programma 4 incontri di Ateneo, nei prossimi quattro
mesi, con i 6 candidati rettore.
Gli incontri hanno come oggetto argomenti specifici, preceduti da una relazione tecnica.
Di questi, il 1° incontro ha avuto luogo 1l 22 gennaio a Economia
Il 3°
incontro pubblico è stato martedì 17 mar. ore 16-19
presso il CIAMICIAN, Aula IV (al piano terra ), via Selmi 2
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La terza domanda: "Governance"
"Amministrare
in un periodo di riforme da attuare e di crisi economica richiede una governance capace di
affrontare tale situazione senza sacrificare la collegialità e il confronto, specie
quando si tratta di governare un Ateneo policentrico come il nostro.
Come intendono i candidati affrontare questa sfida?"
Nota. Nella due campagne elettorali, l'attuale Rettore prof.
Calzolari promise di giungere in tempi brevi alla riforma dello Statuto, soprattutto sotto
gli aspetti fondamentali della riforma della governance centrale di Ateneo, del rendere
effettiva la partecipazione alle scelte fondamentali, di allargare la rappresentatività
negli Organi, di garantire la separazione tra compiti di governo, che spettano agli Organi
accademici a tutti i livelli (da quello centrale a quelli periferici), e compiti di
amministrazione.
Nulla è stato fatto e tutti questi argomenti sono ancora oggetto di
dibattito in questa campagna elettorale, con l'aggravante che in questi anni si è
verificata una sorta di appiattimento degli Organi deliberanti (Senato, CdA) verso
l'Esecutivo, e ciò ha svuotato l'indirizzo politico e il controllo degli Organi nei
confronti dell'Esecutivo. Dentro l'Esecutivo, poi, c'è stata una netta dominanza
dell'Apparato Amministrativo sui Professori (Rettore, ProRettori, Giunta).
Poco efficace si è rivelato anche il ruolo degli
studenti nel Consiglio Studentesco per scarsa capacità propositiva nei confronti degli
Organi.
Si tratta dunque di risolvere problemi antichi, via via aggravatisi, e
per di più in un periodo di incisive riforme dell'istruzione universitaria che si basano
sulla reale capacità di essere autonomi e innovativi, e di favorire il merito. |
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Patronage del
"Gruppo dei Trenta"
(ex-Gruppo per la riforma dello Statuto di Ateneo, meno i candidati a rettore)
Barbiroli Bruno, Bolletta Fabrizio, Bollino Fernando, Bruggi Diego,
Bugiardini Raffaele, Calboli Gualtiero,
Carinci Franco Catizone Pietro, Crisafulli Lilla Maria, Di Pietra Anna Maria, Di
Pietro Adriano, Dragoni Giorgio,
Fabrizio Mauro, Frabboni Franco, Ghetti Giulio, Guarnieri Adriano, Lorenzini
Enrico, Luciani Nino, Marcato Paolo Stefano, Marini Marina, Muccino Maria, Nicoletti
Roberto, Pilo' Virginio, Pisi Anna Maria, Pombeni Paolo,
Porzi Gianni, Prosperi Santino, Pupillo Paolo, Sandrolini Franco, Tomasi Vittorio,
Zago Antonella
I sei Candidati a Rettore |
| Dario Braga |
G. Cantelli Forti |
Andrea Segrè |
G. Sassatelli |
Roberto Grandi |
Ivano Dionigi |
Sono in programma 4 incontri di Ateneo, nei prossimi quattro
mesi, con i 6 candidati rettore.
Gli incontri hanno come oggetto argomenti specifici, preceduti da una relazione tecnica.
Di questi, il 1° incontro ha avuto luogo 1l 22 gennaio a Economia
Il 2°
incontro è in programma per mercoledì 18 feb. ore 16-19
presso la Facoltà di LETTERE, Aula V (al 2° piano), via Zamboni 38
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La seconda domanda
"Come pensano i candidati di rendere proficui i rapporti
fra Ateneo, territorio ed enti locali e imprese, e costruire, con questi, dei solidi
programmi collaborazione?
E quali pensano i candidati che possano essere le strategie per
reperire risorse finanziarie e salvaguardare la natura pubblica e generalista del nostro
Ateneo?"
E visto che, per il reperimento di risorse finanziarie private,
il nostro Ateneo ha predisposto da tempo degli strumenti potenzialmente importanti,
pensano che questi strumenti possano ancora rappresentare una speranza per il
rifinanziamento dell'ateneo ?"
P.S. Esempi degli strumenti accennati: la Fondazione Alma
Mater, la partecipazione a Società di capitali ( Irnerio SpA; 13 Società Spin Off ),
Contratti di ricerca per conto terzi ex-art. 66 dpr 382/80, Enti finanziari della Romagna.**
* |
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Patronage del
"Gruppo dei Trenta"
(ex-Gruppo per la riforma dello Statuto di Ateneo, meno i candidati a rettore)
Barbiroli Bruno, Bolletta Fabrizio, Bollino Fernando, Bruggi Diego,
Bugiardini Raffaele, Calboli Gualtiero,
Carinci Franco Catizone Pietro, Crisafulli Lilla Maria, Di Pietra Anna Maria, Di
Pietro Adriano, Dragoni Giorgio,
Fabrizio Mauro, Frabboni Franco, Ghetti Giulio, Guarnieri Adriano, Lorenzini
Enrico, Luciani Nino, Marcato Paolo Stefano, Marini Marina, Muccino Maria, Nicoletti
Roberto, Pilo' Virginio, Pisi Anna Maria, Pombeni Paolo,
Porzi Gianni, Prosperi Santino, Pupillo Paolo, Sandrolini Franco, Tomasi Vittorio,
Zago Antonella
I sei Candidati a Rettore |
Dario Braga
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Giorgio Cantelli Forti
|
Andrea Segrè
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Giuseppe Sassatelli
|
Roberto Grandi
|
Ivano Dionigi
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Sono in programma 4 incontri di Ateneo, nei prossimi quattro
mesi, con i 6 candidati rettore.
Gli incontri hanno come oggetto argomenti specifici, preceduti da una relazione tecnica.
Il 1° incontro si è svolto
giovedì 22 gennaio, presso la Fac. di Economia,
è stata fatta ai 6 candidati una sola domanda: |
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"Cari
Candidati,
in ogni organizzazione le persone che vi lavorano costituiscono il capitale
umano, e perciò devono
riconoscersi in essa e sentirsi orgogliosi di farne parte. Ritenete che questo
sentimento sia diffuso nell'Ateneo di Bologna e che si sia fatto abbastanza
in questi anni per alimentarlo, sia tra il personale docente che tra il
personale amministrativo e tra gli studenti ? E quali azioni voi adottereste
per promuoverlo ulteriormente? "
La RISPOSTA (riassunta da loro
stessi, ex-post) è stata: |
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Dario Braga
Rispondo "NI".
O, meglio, rispondo:
- un "sì" convinto quando mi si chiede se il personale si riconosce
nell'Istituzione universitaria e se è orgoglioso di farne parte;
- e un "no" altrettanto convinto quando mi si chiede se si è fatto abbastanza
per alimentare il senso di appartenenza.
Il "sì" deriva dal fatto che la maggior parte di noi crede nella
istituzione universitaria e non lesina sforzi, né tempo, per realizzarne la missione.
A differenza dalla vulgata di questo periodo molti docenti e molti tecnici e
amministrativi lavorano molto, anzi lavorano sempre.
Il tempo libero viene spesso investito sulla produzione di sapere, scrivere
un libro, una pubblicazione, correggere esami scritti, leggere la letteratura ecc. .
Ma tutto questo non va bene, non è fisiologico, non si può costruire in modo
duraturo sul volontarismo.
Parafrasando Berthold Brecht "sventurata l'istituzione che ha bisogno di
eroi".
E veniamo alla seconda domanda. Cosa è che alimenta e rafforza il senso di
appartenenza?
Ho pensato a tre termini: trasparenza, responsabilità e pari opportunità.
La trasparenza è alla base del rapporto fiduciario tra amministratori ed
amministrati e tra aree culturali dell'Ateneo.
In questi anni questo rapporto si è andato incrinando per effetto del martellante
attacco esterno alla struttura accademica, del calo oggettivo delle risorse, ma anche di
una certa incapacità nostra di reagire in modo propositivo e costruttivo.
La ricostruzione del rapporto fiduciario passa per la riscoperta delle
ragioni dei nostri mestieri Il "che stiamo qui a fare?"
I docenti sono per produrre e trasferire conoscenza - giusto? Questi sono i
compiti dei docenti.
Il personale tecnico e amministrativo è qui per consentirci di fare tutto questo
al meglio. Aggiungo anche che oggi dobbiamo sempre più trovarci
da noi le risorse per la ricerca e quindi ancora di più ci occorre un rapporto fiduciario
con il personale tecnico e amministrativo e la condivisione degli obiettivi. Quindi - per
essere chiari:
- non va bene quando i docenti affrontano la amministrazione in via gerarchica ;
- e non va bene quando la amministrazione lavora per se stessa e perde il collegamento con
gli obiettivi primari quando non addirittura scarica sui docenti buona parte del lavoro di
tutti i giorni.
Banale? Ma la vita di tutti i giorni è fatta di cose banali. Potremmo
snocciolare il quotidiano cahier de doléance di rivoli di burocrazia quotidiana (basta
nominare le sigle UNIWEX, CONSIP ecc). La fiducia si costruisce sulla
trasparenza, sulla responsabilità e sulle pari opportunità.
Il sistema si opacizza - perde trasparenza - quando ha paura.
Guardate la questione della nomina del nuovo direttore amministrativo?
E' mai possibile che da noi, a Bologna, nel cuore dell'Italia vivace e
produttiva, dobbiamo stare a tremare e tramare e girare attorno a un elemento di così
lineare chiarezza quale la scelta di un nuovo direttoreamministrativo?
Si può pensare che il direttore amministrativo non sia scelto dal prossimo rettore
o insieme al prossimo rettore?
Possiamo mai pensare di far partire un nuovo corso con dei separati in casa?
Non ha senso.
Il senso di appartenenza riguarda anche gli studenti.
In primo luogo gli studenti. Studenti che blandiamo, che forse temiamo.
Ma gli studenti - anche loro e le loro famiglie - chiedono trasparenza,
chiedono qualità, chiedono regole e chiedono che noi si sia i primi a rispettarle.
Gli studenti sono l'anima dell'università, gran parte del suo capitale
umano, del capitale umano del Paese.
Lo studente che si riconosce nella sua università la ricorderà per tutta la
vita.
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G. Cantelli Forti
La valorizzazione del capitale umano riveste una
importanza fondamentale per raggiungere l'efficienza, l'efficacia e la qualità di una
Istituzione quale il nostro Ateneo.
Per ottenere il miglior risultato possibile, e con p iena soddisfazione di tutti,
bisogna valorizzare il Personale nel suo complesso motivandolo ed impegnandolo su
obiettivi il più possibile condivisi.
Allo scopo occorre che le persone siano coinvolte nei progetti e messe in
condizioni di operare condividendo anche le scelte del modello organizzativo di lavoro.
Inoltre, un aspetto non meno rilevante è la progressione economica attraverso la
quale si possono premiare i meritevoli dando il giusto riconoscimento alla competenza e
all'impegno.
Questo è un primo importante atto per ridare l'orgoglio di appartenenza
all'Istituzione che in molti casi è purtroppo andato perso.
Vi sono molte situazioni nel nostro Ateneo che vanno profondamente riviste;
é indispensabile una globale riorganizzazione dello apparato amministrativo e una forte
attenzione per quanto concerne la riqualificazione tramite la valorizzazione delle
competenze.
In questi anni abbiamo assistito ad una ingiustificata proliferazione delle cariche
dirigenziali a contratto (anche in presidi di minore rilevanza, nonostante la situazione
economica) che ha contribuito non poco all'aumento di potere dei Vertici amministrativi,
come peraltro testimoniato anche dalla distribuzione del personale Tecnico e
.Amministrativo eccessivamente concentrato nella sede centrale, penalizzando così le
strutture periferiche.
Infatti, più della metà fa capo alla Amministrazione centrale ed il
rimanente svolge la sua attività presso le Facoltà e i Dipartimenti, cioè nei luoghi
vitali per l'Ateneo essendo deputati all'attività didattica e di ricerca.
Pertanto, è urgente una più razionale distribuzione e gestione del
Personale al fine di raggiungere una maggiore efficienza, produttività e quindi
economicità delle singole azioni amministrative.
L'attuale sistema non ha infatti portato ad un miglioramento della qualità
della amministrazione dell'Ateneo, da più parti invocata, e il Personale è stato più
volte disperso in "progetti di innovazione" che, oltre ai costi in assoluto, non
sono quasi mai stati valutati a posteriori.
Al nostro Ateneo oggi fanno capo 2905 unità di Personale tecnico e amministrativo
a tempo indeterminato oltre a 16 Dirigenti a contratto, contro solo 7 di ruolo.
Al numero eccessivo di Dirigenti vanno aggiunti 154 EP (Elevata Professionalità)
che presto aumenteranno grazie ai nuovi bandi voluti dal Direttore amministrativo, senza
considerare il personale con contratti a vario titolo.
Sono fermamente convinto che il ruolo del Personale tecnico e amministrativo è di
fondamentale importanza purché si realizzi una piena sintonia con il Corpo docente al
fine di rendere tutto il sistema il più armonioso possibile.
Occorre pertanto instaurare una maggior collaborazione tra Docenti e Amministrazione nel
rispetto reciproco delle funzioni e superando quella contrapposizione che non giova al
buon funzionamento dell'Istituzione.
Al Personale docente va riconosciuto quel ruolo centrale che istituzionalmente gli
compete e che in questi anni ha perso.
Pertanto, vanno forniti gli strumenti necessari affinché i Docenti tutti possano
svolgere al meglio le loro fondamentali attività (didattica e ricerca) per ridare
prestigio all'Alma Mater.
In questi anni si è purtroppo registrato uno scollamento tra i Colleghi e i
Vertici dell'Ateneo perché non si è realizzato il necessario dibattito sulle decisioni
strategiche e sulle procedure conseguenti; è venuta così a mancare un condizione
importante, cioè la condivisione da parte del Personale delle scelte operate dai Vertici.
Infine un Rettore deve farsi carico della politica del Personale
docente affinché, nei limiti concessi dal bilancio e dalle leggi vigenti, venga garantita
la progressione di carriera ai Colleghi meritevoli e si possano immettere giovani
promettenti, non solo facendo ricorso al "turn over", ma anche attraverso
l'acquisizione di finanziamenti da Istituzioni pubbliche e private. |
Andrea Segrè
Le prime tappe del mio
"viaggio" fra le sedi del nostro Ateneo sono state entusiasmanti.
Ho potuto approfondire i piccoli e grandi problemi della nostra Comunità, ma anche
di riconoscere la forte passione e l'impegno che connotano il lavoro della stragrande
maggioranza dei colleghi.
L'orgoglio, invece, mi sembra assai basso. In un altro incontro sullo Statuto, di
un paio di anni fa, avevo fatto riferimento al cosiddetto University Pride che in qualche
modo dovevamo "tirare" fuori.
Da allora non si è fatto molto, anzi. E anche l'immagine dell'Università nel
Paese non è migliorata. Del resto nel nostro Paese si parla molto di Università
("malata e denigrata" è il titolo di uno studio condotto dal collega Regini
delle Statale di Milano), ma l'Università parla poco al Paese.
Per essere uno strumento davvero efficace di sviluppo e di promozione sociale in un
paese avanzato, l'Università deve cogliere, con coraggio, la richiesta di rinnovarsi,
rendersi trasparente nella condotta e nei risultati, dimostrare con la forza dei fatti di
saper progettare, con impegno, un futuro degno della nostra tradizione.
Un progetto coraggioso, un progetto di rinnovamento e rilancio che si ponga in
forte discontinuità con la situazione attuale e con una visione di lungo periodo. Così
è anche, e sarà, per l'Alma Mater.
La Comunità dell'Alma Mater - gli studenti, i docenti e ricercatori, il personale
tecnico e amministrativo, il personale non strutturato - deve sostenere una forte azione
riformatrice e rinnovatrice per il rilancio della nostra Università.
Un'azione endogena e partecipata, perché soltanto la
nostra esperienza ci permetterà di trovare le soluzioni più adatte a valorizzare
soprattutto la straordinaria pluralità dei saperi che riesce ad esprimere.
È proprio da questa diversità culturale che dovremo estrarre nuova ricchezza,
fondamentale in un quadro di risorse sempre più limitate. Dovremo
uscire da una logica di sterili contrapposizioni e fare della complessità - sedi,
strutture, discipline - un valore aggiunto, che possa differenziare il nostro Ateneo da
altre realtà universitarie italiane.
Se il nostro futuro dovrà essere - e sarà - all'insegna della qualità e della
valutazione, due parole chiave che dovremo declinare operativamente con grande cura
applicandole a tutto il lavoro della Comunità (offerta formativa, ricerca scientifica,
didattica, amministrazione, servizi), saremo certamente capaci sia di migliorare la
qualità della nostra vita lavorativa sia di lavorare in un'ottica premiale e di
riallocazione delle risorse. Tutto questo in vista di un vantaggio concreto, un
"premio" speciale per tutti: lavorare in un ambiente migliore, più sano,
sicuro, curato, accessibile, abbattendo le barriere (non solo quelle architettoniche),
alleggerendo il peso di una burocrazia spesso eccessiva, riducendo e qualificando il
carico didattico, garantendo più tempo da dedicare utilmente alla ricerca. Un processo di
semplificazione che qualificherà e (ri)motiverà il lavoro di tutti noi, ciascuno nel
proprio ruolo e per le proprie responsabilità.
Il vero risultato sarà questo. Il resto, le risorse, verranno di conseguenza. Ma
soprattutto così ci riprenderemo anche il nostro orgoglio di appartenere all'Alma Mater.
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G. Sassatelli
(atteso il testo)
|
Roberto Grandi
Mi riferisco ai dati di alcune
ricerche sul clima organizzativo e il benessere lavorativo realizzate allinterno del
nostro Ateneo.
Accanto ad aspetti positivi, ne emergono alcuni particolarmente critici:
a. un senso di scarsa condivisione delle scelte e delle politiche attuate
e una certa sfiducia sulla possibilità di vedere valorizzato in pieno il contributo
professionale e operativo di ciascuno;
b. una percezione problematica degli stili di direzione: favoritismi,
mancanza di feedback da parte dei superiori, poca chiarezza sugli spazi di manovra
personali;
c. la percezione di bassa equità organizzativa, ossia la sensazione di
investire nel proprio lavoro più di quanto si ottenga in cambio, di ricevere ricompense
non proporzionali al proprio investimento e di mettere più energia nel proprio lavoro di
quanto ne valga la pena.
Per incrementare il senso di appartenenza del personale amministrativo
interverrò, se sarò eletto Rettore, con immediatezza e decisione su diversi livelli:
a) riaffermare lidentità dellAlma Mater quale università
pubblica la cui missione fa riferimento alla diffusione della formazione, allo sviluppo
della ricerca e alla consapevolezza della responsabilità sociale che abbiamo nei
confronti della società;
b) organizzare nuove forme di governance che prevedano processi
decisionali semplificati, efficaci, inclusivi, partecipati e trasparenti con forme di
controllo condivise sulle decisioni prese, in maniera tale che ciascuno, a qualsiasi
livello gerarchico appartenga, debba rispondere del proprio operato;
c) distinguere in maniera chiara tra chi, per ruolo, ha
la responsabilità delle decisioni politiche (i docenti) e chi ha la responsabilità di
definire le procedure per attuarle con efficacia (il corpo amministrativo).
d) promuovere un ambiente di lavoro caratterizzato da stili di direzione
che tendano a valorizzare gli apporti di ciascuno, premiando la qualità e rifuggendo da
pratiche di favoritismo;
e) promuovere un ambiente di lavoro con una percezione diffusa di alta
equità organizzativa per fare sì che ciascuno di noi abbia la percezione di ricevere
dalla istituzione quanto dà e che lenergia posta venga riconosciuta;
f) ripensare la struttura amministrativa partendo dalle esigenze dei
Dipartimenti, Facoltà e Corsi di Studio in modo che lamministrazione centrale sia
funzionale alle strutture dove si porta avanti la didattica e la ricerca e non viceversa;
g) investire sulla professionalità di chi opera nellAteneo
adeguandola alle esigenze di una struttura che si è modificata radicalmente negli ultimi
anni. Queste sono alcune delle indicazione che, se sarò nominato Rettore, darò al nuovo
Direttore Amministrativo per orientare i suoi interventi sulla macchina amministrativa.
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Ivano Dionigi
(atteso il testo)
|
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RICEVIAMO
E GIRIAMO una libera introduzione di Gianni Porzi, all'incontro già avvenuto |
Gianni Porzi*, Quale Rettore per l'Università di Bologna ?
* Il Prof. Porzi, già Membro del Senato nel 2002-08, è stato nominato dal
Ministro Gelmini quale Delegato del Governo nel Consiglio di Amministrazione dello Ateneo.
Egli succede al Prof. Giorgio Cantelli Forti, resosi indisponibile per la conferma, in
quanto è candidato a Rettore. |

Prof. Gianni Porzi
|
Il prossimo 12 maggio
saremo chiamati ad eleggere il nuovo Rettore e quindi immagino che molti di noi si stiano
interrogando su come dovrebbe essere il Rettore del quale ha bisogno il nostro Ateneo. A
mio avviso, oggi più che mai, l'Ateneo ha bisogno di un Rettore che sia un vero leader.
Occorre una "leadership del fare e non solo del dire" (come auspicato anche dal
prof. Capano in un suo corsivo sul Corriere di Bologna), cioè una persona che agisca
senza eccedere in proclami (mi verrebbe da dire "meno sermoni e più azioni").
Un Rettore forte in quanto capace di gestire una macchina così
complessa quale il nostro Ateneo tenendo sempre ben saldo il timone, specialmente nei
momenti difficili o conflittuali, per perseguire gli obiettivi del programma elettorale.
Un Rettore in grado di tenere ben distinte e separate le due fondamentali funzioni,
cioè quella decisionale e quella esecutiva. Funzioni che, purtroppo, si sono sempre più
accentrate nelle mani dei vertici amministrativi i quali dovrebbero invece rappresentare
il "braccio esecutivo" dell'Istituzione.
Le responsabilità degli Organi Accademici, e quindi anche del
Rettore, nella scelte di "politica universitaria" sono completamente diverse da
quelle strettamente amministrative.
La macchina amministrativa deve realizzare, nel rispetto dello Statuto
e delle Leggi vigenti, le decisioni assunte dagli Organi Accademici ed il Rettore esserne
il garante. In sostanza, occorre un Rettore che torni ad affermare il "primato"
dei docenti e rimetta gli Studenti al centro della missione dell'Ateneo (come riportato
nelle Linee guida del Governo per l'Università). E' necessario voltare pagina, occorre
una netta discontinuità con un passato non particolarmente brillante sul piano della
gestione, della qualificazione della spesa, della razionalizzazione delle risorse
finanziarie e umane; alle parole e ai proclami non sempre ha fatto seguito un'adeguata
azione di governo. All'Università di Bologna non serve un Re, ma un Governatore, cioè un
Collega con esperienza e capacità gestionali di sistemi complessi ben comprovata dagli
incarichi ricoperti e da quanto realizzato. Un Rettore che abbia coraggio e capacità di
riorganizzare tutta la macchina Amministrativa valorizzando quelle professionalità che
non sempre sono state adeguatamente riconosciute. Un Collega, cosa non meno importante,
noto e apprezzato negli ambienti nazionali ed internazionali che contano e conoscitore di
quei meccanismi e canali indispensabili per reperire le risorse necessarie. Un Rettore che
sappia ridare il senso di appartenenza a tutto il Personale, Docente e non, che in questi
anni ha smarrito. Un Rettore che sappia tessere un "rapporto paritetico" con le
Amministrazioni locali (Comuni, Province e Regione) salvaguardando gli interessi
dell'Ateneo che rappresenta una risorsa per tutti. Un Rettore in grado di circondarsi di
validi collaboratori con i quali stabilire un rapporto dialettico costruttivo, perché la
complessità del sistema da gestire richiede inevitabilmente una caratteristica
fondamentale, cioè la capacità di demandare, e in Ateneo vi sono tante competenze di
Colleghi di alto profilo che rappresentano una grande risorsa. Un Rettore che sia garante
non solo della legalità, ma anche della equità e della trasparenza di tutti gli atti e
delle decisioni assunte, la trasparenza essendo garanzia di correttezza non solo formale,
ma anche sostanziale. Un Rettore, infine, che sia in condizioni tali da non poter mai
essere sospettato di nepotismo, ma che abbia come unico interesse e obiettivo quello di
togliere dalle secche il nostro Ateneo, dando prospettive concrete a tutti coloro che in
esso hanno operato ed operano con dedizione, passione e capacità. Gianni Porzi |
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RICEVIAMO E GIRIAMO il
commento di Gianni Porzi sul 1° INCONTRO, già avvenuto |
Gianni Porzi, Questi incontri saranno tanto
più interessanti
in quanto siano incentrati meno sul "dire", e più sul
"fare"
L'incontro del 22 gennaio con i sei Candidati al Rettorato
(organizzato dai proff. Luciani, Calboli, Crisafulli, Ghetti e il sottoscritto) ritengo
sia stato molto utile perché è servito a mettere in evidenza le non marginali differenze
fra gli aspiranti alla carica di Rettore.
Ciò che è risultato palese è che tutti i Candidati sono critici verso
l'attuale gestione.
Ma alcuni di essi si dimenticano di aver "partecipato" e/o
"contribuito" a vario titolo e in varia misura all'attuale gestione dell'Ateneo
ricoprendo cariche per nomina diretta del Rettore, contrariamente ad altri che, invece,
sono sì stati negli Organi Accademici, ma in quanto eletti dai Colleghi o nominati dal
MIUR. La differenza non è marginale. |
L'atteggiamento dei primi (di
nomina rettorale) mi fa tornare alla mente certi comportamenti dell'On. Ugo La Malfa
(politico di grande spessore) che prima delle elezioni usciva tempestivamente dal Governo
e poi criticarlo in campagna elettorale (ma almeno lui aveva la correttezza di dimettersi
prima di "sparare" sull'esecutivo del quale aveva fatto parte).
Vi sono poi i critici dell'ultima ora, anche perché adesso è facile
criticare dal momento che i Vertici dell'Ateneo sono in scadenza, e quelli che invece sono
critici da anni e che hanno fatte battaglie anche difficili e si sono impegnati per un
cambiamento che appariva sempre più necessario. Quindi, a mio avviso va fatta una chiara
distinzione sia sulle responsabilità che sugli atteggiamenti che in certi casi ritengo
siano piuttosto strumentali : "l'elettorato è critico verso i Vertici ? e allora
critichiamoli, si guadagnano consensi."
Ritengo che i Candidati vadano giudicati su due fondamentali
indicatori : le proposte che mettono sul tappeto e ciò che hanno dimostrato di saper fare
nel passato.
Le idee possono anche essere valide, ma ciò che più conta è la capacità
nel saperle realizzare, la coerenza nei comportamenti e l'onestà intellettuale di
mantenere le promesse (cosa non accaduta in passato).
La cartina al tornasole ritengo siano gli atteggiamenti e i comportamenti
tenuti nelle varie sedi istituzionali locali, nazionali e internazionali e ciò che i
Candidati hanno concretamente realizzato in passato.
A mio avviso, vanno valutati non tanto per la loro attività scientifica,
per quanto importante essa sia, ma anche e soprattutto per quanto riguarda le capacità
manageriali perché la macchina che saranno chiamati a gestire è molto complessa e
richiede doti anche di tipo aziendalistico/imprenditoriale.
L'Ateneo sta sempre più diventando un'Azienda complessa che ha come compito
istituzionale quello di produrre laureati di buono/ottimo livello. Un giudizio sui
Candidati andrebbe quindi fatto su quello che hanno dimostrato di saper fare nei ruoli e
negli gli incarichi ricoperti (in merito a questo il recente passato dovrebbe averci
insegnato qualcosa). E proprio su questo aspetto ritengo che i Colleghi più attenti
avranno notato le non piccole differenze fra i sei sfidanti.
I prossimi incontri poi saranno ancora più interessanti, se
prevalentemente incentrati non tanto sul "dire", ma sul "fare", cioè
su come concretamente intendono realizzare le loro idee. In sostanza, come pensano di
tirare fuori dalle secche il nostro Ateneo. Gianni Porzi |
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