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L'attentato a Berlusconi è la punta dell'iceberg dell'ingorgo dello Stato.
ADESSO  BERLUSCONI  DEVE  AFFRONTARE  L'ICEBERG, SOTT'ACQUA

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Silvio Berlusconi

***

N. LUCIANI*

La cartina di tornasole per Berlusconi è colpire la  "grande corruzione",
    che ha radici nella "spesa pubblica". Tagli queste radici ...
- Un'occhiata alla crisi finanziaria della Francia, sotto rivoluzione de 1789.
- Anche un'occhiata alle "cose che di possono fare per la giustizia",
  secondo Vincenzo Carbone, Primo Presidente della Corte di Cassazione.

* Prof. ordinario di Scienza delle Finanze nell'Università di Bologna

Giorgio Spini, La crisi finanziaria e la società francese, 1789*.
 * Stralcio da: Disegno storico della civiltà italiana, Vol. III, Cremonese editore, Roma, 1958, p.

    "Il caos raggiungeva l'apice nel campo della pubblica finanza. Per le guerre affrontate durante tutto il secolo XVIII e per le spese esorbitanti della corte, i monarchi francesi avevano dovuto imporre forti contributi ai propri sudditi. Ma poiché nobiltà e clero erano esenti o quasi da imposte, tutto il carico fiscale si riversava sul resto dei cittadini o Terzo Stato. Per di più l'apparato fiscale era così corrotto, che buona parte del denaro versato dal contribuente non raggiungeva le casse dello Stato, ma si perdeva nelle tasche degli appaltatori dell'esazione dei tributi. E quindi, benché l'esazione risultasse estremamente gravosa per il contribuente e fosse condotta con metodi addirittura barbarici, la corona non arrivava mai ad avere mezzi a sufficienza e doveva perciò ricorrere a prestiti di banchieri privati, che approfittavano della corruzione della burocrazia per esigere interessi altissimi, aggravando il marasma finanziario dello Stato. Pur così prospera economicamente, la Francia dal punto di vista finanziario, era ai limiti della bancarotta. (Continua: Giorgio Spini )
Vincenzo Carbone, Le cose che si possono fare per la giustizia*.
Stralcio del par. VI, dalla "Relazione sulla amministrazione della Giustizia nell'anno 2009" del Primo Presidente della Corte di Cassazione". Omesse note e tabelle.

 1) Auto-organizzazione e capacità
di gestione: “competenza” e “diligenza” del Magistrato
.  A cominciare da quello che possiamo fare già a normativa vigente: migliorare l’organizzazione e ottimizzare l’attività tenendo conto dei risultati raggiunti in alcune sedi, le cd. best-practices.   Se il servizio-Giustizia ha certamente le sue peculiarità, sarebbe un errore trascurare, come troppo spesso è stato fatto in passato, i rilevanti profili attinenti alla efficienza, all’efficacia e alla economicità e alla organizzazione, che in questo accomunano gli uffici giudiziari agli altri uffici pubblici che rendono “servizi pubblici” diversi (ma, in questo, analoghi) dal servizio-Giustizia.   La soluzione del “ problema dei problemi” che affligge il nostro sistema giudiziario, dato dalla necessità di ridurre i tempi processuali, richiede certamente riforme di ordine strutturale, che involgono la distribuzione delle risorse umane e materiali sul territorio, l’architettura del
(Continua: Vincenzo Carbone )

Nino Luciani, Sotto la punta dell'iceberg, all'origine dello attentato a Berlusconi, ...

1.  La premessa: la "grande corruzione" in Italia nasce dalla "grande spesa pubblica". L'attentato a Berlusconi (13 dic. 2009) è solo il segnale più appariscente dell'ingorgo dello Stato, da 20 ormai (1992, Governo Amato), e che prende nome di crisi del commercio estero, intasamento della giustizia, taglio delle spese per l'università e la ricerca, crisi finanziaria dello Stato. Attualmente, non è più solo questione di una pressione fiscale arrivata al 43% del PIL (30% nel 1960) e di un debito pubblico arrivato al 118% del PIL (29% nel 1960), ma anche di uno Stato che non paga i propri fornitori (si discorre di 60-70 miliardi di euro), con arretrati finanche di 2 anni e rischi di insolvenza, che evocano quelli della Grecia.
  Come è possibile che lo Stato, pur manovrando un fiume immenso di danaro, si sia ridotto a non pagare i fornitori?
  La risposta semplice è che dentro la "grande spesa" pubblica si annida la grande corruzione, frutto della complicità tra Stato e Industria, per la spartizione del denaro pubblico. La la modalità è la moltiplicazione artificiale dei costi, inclusivi di tangenti agli uni e

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di super-profitti agli altri per compensarli della complicità. In questo modo il denaro del contribuente, una volta arrivato alle casse dello Stato, viene intercettato e deviato dai "politici del male" verso rivoli "privati".
  Inoltre, sempre dentro lo Stato, c'è l'uso strumentale della Pubblica Amministrazione per la cattura del consenso. La modalità è l'assunzione diretta di personale senza concorso, sulla base della affidabilità partitica, oppure la concessione della gestione di pubblici servizi ad enti esterni (soprattutto cooperative): in questo secondo caso, l'assunzione senza concorso è legale.
  Ci sono anche politici di grande integrità morale, ma sono incatenati se il difetto è nel "sistema".
  2. Brevi riferimenti ai primi correttivi, e alla storia recente dello Stato. Il primo rimedio tentato è stato il finanziamento pubblico dei partiti, poi abrogato nel 1993 da un referendum (votanti 77% degli aventi diritto, 90% dei voti per l'abrogazione), e reintrodotto (1996) sotto forma di rimborso delle spese elettorali ai partiti. Altro rimedio è l'attribuzione di buone remunerazioni ai parlamentari, per liberarli dalle preoccupazioni delle prime necessità (molte per i parlamentari, checchè se ne dica con troppa faciloneria).
   Secondo gli storici dell'economia, il capitalismo moderno (inteso come grande concentrazione di capitali in poche mani private) nasce con le grandi opere pubbliche.
   Queste "deviazioni" si mantengono in limiti relativamente modesti, finchè lo Stato svolge i compiti stretti, propri dello Stato. Essa avrà, invece, un terreno fecondo con l'ampliamento dei compiti dello Stato nel sociale. Nell'Italia moderna la grande svolta è avvenuta nel 1961 con i governi di centro-sinistra (entrata dei Socialisti nel governo, espulsione dei Liberali) e che, in una gradualità, faranno dell'Italia un Paese para-socialista (il peso dello Stato nell'economia passerà dal 30%, nel 1960, al 60% nel 2000 - oggi 55%).
   Nel 1960 fu ritenuto che, grazie al boom economico (1958), l'Italia avesse raggiunto uno straordinario sviluppo industriale, ma che l'aumento del PIL  fosse andato in poche tasche, mentre permanevano ampie aree di sottosviluppo nel mezzogiorno e mancanza di servizi essenziali (scuola, sanità, elettricità) che andavano erogati in modo uniforme in tutte le aree del Paese, per fare dell'Italia un Paese moderno. (Personalmente ho masticato queste cose molto da vicino, perchè il mio primo lavoro fu al CIR-Comitato Interministeriale per la Ricostruzione, poi divenuto CIPE - Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica).
     
  2.- La via per colpire la grande corruzione sta nel taglio della spesa pubblica. Sono tuttora convinto che (quella del 1961) sia stata una scelta storica fondamentale, ma anche che ne sia conseguita una deriva fuori limite, e questo in primo luogo perchè il sistema politico-costituzionale (soprattutto, la mancanza di correttivi, quale l'alternanza tra i partiti in Governi di legislatura) non fu forte abbastanza da incanalare gli eventi. Il detto di G. ANDREOTTI, secondo cui "il potere logora chi non ce l'ha" è lo specchio massimo della sfacciataggine e dell'incoscienza dell'ultimo periodo di quei governi in Italia. Ma non dimentichiamo che, prima, il massimo dell'arroganza era stata la "teoria della irreversibilità del centro-sinistra", di A. MORO.

  Torniamo agli storici dell'economia. Penso che la grande spesa pubblica sia stata la via della grande corruzione della politica e dell'industria, e che questo abbia aperto la via all'intervento della magistratura nella politica italiana.
  Ma sono passati anni, e tuttora l'onda della giustizia non appare rientrare in limiti normali, segno evidente di un perdurante sovraccarico di lavoro. Per sbloccare, dobbiamo raddoppiare il numero dei magistrati ?
   Bisogna distinguere i casi personali, dal problema di massa. Sui casi personali, la giustizia deve fare il suo corso.
   Invece sul problema di massa, occorre fermarsi un attimo. Raddoppiare lo sforzo punitivo ci metterebbe sulla stessa deriva, in cui si imbattè l'Unione Sovietica.

   Per spiegare questo, va fatto passo indietro. Nei sistemi a pianificazione centralizzata, manca l'incentivo personale (tipo, il profitto che c'è nelle imprese del mercato), per ottimizzare l'efficienza. Là gli obiettivi sono dettati dall'Ufficio di pianificazione, le strutture produttive sono organizzate in base a parametri standard, gli strumenti di attuazione degli obiettivi sono soprattutto le pene per i non ottemperanti. Non occorre ricordare le lacrime e sangue di quei regimi.
  Torniamo alla corruzione in Italia. Raddoppiare i magistrati ci metterebbe in una deriva, tipo Unione Sovietica, anche perchè, se essa viene dalla spesa pubblica, l''uso "deviato" della spesa pubblica sarà senza fine. In questo senso, il male va aggredito riportando la spesa pubblica in limiti più normali per l'Italia (penserei ad una spesa pubblica da ricondurre al 40-45% del PIL, in luogo dell'attuale 55%), concentrando l'azione dello "Stato sociale" sulle cose veramente importanti e necessarie (scuola, università, sanità, giustizia).
  Ma ci dovrà essere anche qualche ritocco costituzionale, inclusa la rivisitazione dell'uso del concorso pubblico per l'assunzione di personale. Esso dovrà essere assoluto sia nella Pubblica Amministrazione, statale e locale (art. 97, Costituzione), ed essere esteso agli enti "privati" nei quali la partecipazione pubblica, al capitale, sia maggioritaria.

 3.- Ma nessuna illusione, sarà un compito difficile. Non è facile abbattere la spesa pubblica. Il "segreto" per realizzarala non è abbattere i servizi della Pubblica Amministrazione, ma privatizzarli, e questo richiede una gradualità.
   Già il secondo Governo Berlusconi aveva assunto impegno di abbassare la spesa pubblica e, di conseguenza, le tasse. Ma non vi è riuscito. Poi ci ha provato Prodi, e siccome è più facile (per sanare il bilancio) aumentare le tasse, che ridurre le spese (anche perchè le une sono ripartite proporzionalmente tra molte persone, e toccano i sacrifici marginali; invece le spese hanno un nome e cognome, e i loro tagli suscitano subito violente reazioni), egli ha scelto la prima strada. Ma storicamente era una strada antistorica, e ha pagato elettoralmente, prima, e in parlamento, poi.
   Abbiamo un nuovo Governo Berlusconi, ancora per ridurre la spesa pubblica. Vi riuscirà ? Il problema è se ha capito il "segreto" (privatizzazioni). Poi c'è il problema se il suo elettorato lo seguirà.
   Esso è fatto di coloro che si sono arricchiti, dal 2001 in qua, e che non vogliono arretrare. I fornitori di beni allo Stato e agli enti locali storcerebbero il naso. Ma nei liberi professionisti, commercianti, grande pubblico c'è l'attesa della conseguente riforma fiscale (livello e struttura delle imposte).
   C'è dell'altro. Quella lotta all'evasione fiscale, così accanita, del governo Prodi, ha fatto tremare quell'elettorato, perchè essa null'altro era che la rivendicazione (da parte della sinistra) di una fetta della torta andata agli imprenditori (Berlusconi incluso?) dalla spartizione del danaro pubblico o comunque dalla Pubblica Amministrazione, sia pur legittimamente.
  Torniamo all'attentato. Cos'altro è, ancora oggi, la guerra a Berlusconi se non, ancora, la coda di quella rivendicazione del presunto "mal tolto" ?  Poi,... i motivi si trovano sempre.
   Tutt'altro problema è la riforma della Giustizia. E' un vecchio problema, che va ben oltre Berlusconi-persona, perchè è collegato al fatto che, cronicamente, la Giustizia italiana è molto "ingiusta" sia nei confronti dei "giusti" (per tardività), sia nei confronti dei colpevoli, perchè il ritardo li favorisce.
  Anche un'occhiata alla crisi finanziaria della Francia, sotto rivoluzione (1789). Sono convinto che andiamo incontro a tempi ulteriormente difficili. Riporto qui a fianco un passo dello storico Giorgio Spini, che ci racconta la situazione finanziaria della Francia, sotto la rivoluzione (1789). Vi ho trovato qualche analogia con l'Italia di oggi. Ma c'è chi pensa che "erano altri tempi e altre situazioni", e poi ... che "oggi siamo sotto la tutela della U.E." . N.L.

 Giorgio Spini, Disegno storico della civiltà italiana, Vol. III, Cremonese editore, Roma, 1958, p.
   
(continua)  L'unico rimedio a questo stato di cose consisteva in una radicale riforma delle strutture politiche e sociali del paese. La convinzione della necessità indilazionabile di una tale riforma cominciava ormai a penetrare in seno agli stessi ordini privilegiati del clero e della nobiltà, portando in essi una profonda divisione fra i sostenitori di quell'andazzo tradizionale di cose, che una fortunata espressione doveva battezzare in seguito come l'Ancien Régime per antonomasia, ed i partigiani delle nuove idee di eguaglianza, di umanità e di libertà, seminate dall'Illuminismo.
   Da secoli la nobiltà francese era divisa fra i nobili di spada, discendenti dalle casate feudali, e i nobili di toga francese, composti dagli alti magistrati dello Stato, soliti a trasmettersi di padre in figlio i propri uffici e le prerogative nobiliari ad essi connesse. E da secoli, inoltre, era tradizionale nella nobiltà di toga l'insofferenza per gli arbìtri della corona e le dissipazioni della corte.
   Tutt'altro che cordiali erano però anche i rapporti fra la grande nobiltà divoratrice insaziabile di prebende, e la piccola nobiltà delle province, ovvero la massa dei cadetti dell'aristocrazia, esclusi dalla successione a favore dei primogeniti, e costituenti quindi una vera e propria plebe nobiliare, ròsa dalla miseria e dallo scontento. A spingere, infine, una quantità di nobili nel campo dei novatori avevano contribuito la propaganda degli illuministi, accolta con applauso negli stessi salotti aristocratici, e l'esempio suggestivo della vicina monarchia costituzionale d'Inghilterra o della repubblica degli Stati Uniti, per cui più di un nobile francese - come il marchese di Lafayette e i fratelli De Lameth - era accorso a combattere nella guerra d'Indipendenza.
   Non meno divisi erano gli ecclesiastici, fra l'alto clero, reclutato nell'aristocrazia e con questa solidale nelle idee e negli interessi, e il basso clero, quasi sempre reclutato nel Terzo Stato, che di esso condivideva tutte le miserie e gli aneliti di giustizia. Né spente infine erano le secolari dispute fra i Gesuiti e i Giansenisti, ovvero fra gli Ultramontani, sostenitori dell'assoluta potestà del papa, e i Gallicani, fautori dell'autonomia del clero francese, da Roma.
   Di fronte a meno di 300.000 privilegiati, stava invece la massa enorme del Terzo Stato, unanime nel proprio sdegno e nella propria richiesta di riforme. Di esso il grosso, dal punto di vista numerico, era formato dai contadini, la vera bestia da soma della società francese, su cui tutti i più pesanti carichi venivano a gravare, dalle imposte del re alle decime del clero, dai censi alle corvées della nobiltà. A causa appunto di questo sfruttamento, i campagnoli francesi conducevano una vita in genere assai grama, quantunque fossero passati, quasi dovunque, dallo stato di servi della gleba a quello di liberi affittuari. Universale, pertanto, ne era lo spirito di ribellione e il desiderio di raggiungere un tenore di vita più sopportabile, mediante la propria trasformazione, da fittavoli della nobiltà, in proprietari della terra lavorata.
  Misere erano anche le condizioni degli operai e degli artigiani. Nel Settecento, tuttavia, erano rare le grandi fabbriche, e, quindi, la maggior parte degli operai si trovava sparpagliata in una infinità di piccole imprese semi-artigianali e tale dispersione, unita alla mancanza di tradizioni politiche e di organizzazione del proletariato francese, faceva sì che minimo ne fosse il peso nella vita pubblica. In pochi centri soltanto, come Parigi, esistevano notevoli masse operaie, capaci all'occasione di far sentire la propria voce attraverso violente agitazioni di piazza. .
   Di tutto il Terzo Stato, dunque, la parte più colta, politicamente matura ed insieme più influenzata dall'esempio anglo-americano e della idee illuministiche, era la borghesia degli affari e delle professioni liberali. Attiva, intraprendente, non di rado assai ricca, essa era al tempo stesso sufficientemente colpita nei propri interessi dall'anacronistico sistema politico-sociale vigente e sufficientemente forte e preparata per reagire. Proprio alla borghesia (corrispondente, oggi, all'elettorato più affezionato a Berlusconi - N.d.R.), pertanto, doveva spettare l'iniziativa piú vivace del movimento rivoluzionario e della sua guida politica."

 

Vincenzo Carbone, Le cose che si possono fare per la giustizia
Per il testo integrale della Relazione, clicca su: http://www.cortedicassazione.it/DocumentiPrimaPag/InaugurazioneAG/InaugurazioneAG.asp

(continua) sistema processuale che oggi consente la generalizzata esperibilità dei diversi mezzi di gravame, la realizzazione del processo telematico e, più in generale, la diffusione in tutte le sedi giudiziarie delle moderne tecnologie, per citare solo alcuni dei possibili ambiti di intervento.
   I modelli organizzativi devono valorizzare il "principio di responsabilità" del giudice. Occorre ripensare alle ragioni che costituiscono il fondamento e la giustificazione del ruolo del giudicante: costui non solo deve esercitare la facultas ius dicendi , decidendo le singole controversie sottoposte al suo esame in applicazione della legge; il Giudice deve anche essere consapevole di erogare un servizio essenziale ai cittadini, servizio che deve essere reso in tempi ragionevoli, secondo i bisogni della moderna società civile. Ogni ingiustificato ritardo nella definizione della controversia, oltre a produrre dei costi economico-sociali, ha, infatti, una ulteriore, immediata e negativa ricaduta su di un bene fondamentale: la fiducia che la collettività ripone nel corpo magistratuale. La responsabilità del Magistrato, nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, non si limita al contenuto della decisione, ma deve involgere anche la qualità del servizio reso, nel senso di preservare la fiducia tra i cittadini e la magistratura, bene prezioso che il mondo anglosassone individua con l'icastica espressione public confidence. La percezione che della giustizia ha ogni singolo cittadino rappresenta di per sé un valore e deve essere adeguatamente tutelata da ogni " operatore del diritto". Le norme di riferimento sono gli artt. 97 (sul "buon andamento") e 111 Cost. (laddove stabilisce che la legge assicura la " durata ragionevole" del processo), nonché l'art. 47- quater dell'ordinamento giudiziario, cui ora si aggiunge l'art. 47 della Carta dei diritti contenuta nel Trattato di Lisbona. La "ragionevole durata" del processo prevista dall'art. 111, comma 2, Cost. è oggi ribadita nell'attuale art. 47 della Carta dei diritti, che ha "lo stesso valore giuridico dei Trattati", con il riconoscimento che sussiste il diritto di ogni persona ad un ricorso effettivo "esaminato equamente, pubblicamente entro un termine ragionevole" da un Giudice imparziale. L'obbligo della "durata ragionevole" del processo, quindi, sorto come principio innovativo della CEDU, introdotto nell'ordinamento italiano come elemento portante del "giusto processo" (art. 111, commi 1 e 2, Cost.), assurge oggi a principio fondamentale del sistema giuridico europeo, con tutte le ulteriori conseguenze e ripercussioni che ciò potrà comportare. Ebbene, proprio il contenuto dei compiti organizzativi e di vigilanza che la legge ordinamentale assegna al presidente di sezione evidenzia che ogni singolo Giudice è destinatario di un preciso dovere di cooperazione, rispetto alla funzionalità dell'ufficio giudiziario di appartenenza. Il Giudice ha il dovere di curare adeguatamente l'organizzazione del proprio lavoro - la c.d. agenda del Giudice - secondo modelli gestionali non limitati alla mera attività di udienza od improntati al modello organizzativo-comportamentale di tradizione individualistica. Diversamente, ogni Giudice deve farsi manager di se stesso, consapevole del fatto che la propria attività si inserisce coralmente nel contesto dell'ufficio in cui il medesimo Magistrato si trova ad operare. Il Giudice interagisce, infatti, nell'ambito di una rete istituzionale plurale di relazioni (si pensi ai rapporti con i pool investigativi, alle conferenze di servizi con i cancellieri, ai protocolli con gli Ordini professionali ed alle intese con altri ausiliari). La funzionalità del servizio richiede che ogni Giudice coordini consapevolmente la propria attività con quella dei colleghi, delle parti, del personale amministrativo. La diffusione capillare della cultura dell'organizzazione non solo ha una immediata positiva ricaduta sulla funzionalità del sistema giudiziario; essa rappresenta per il singolo Giudice un preciso valore aggiunto, in termini di qualificazione professionale. Solo organizzando adeguatamente la propria attività nei termini ora accennati il Giudice può verificare costantemente il rapporto tra sopravvenienze e cause definite, affrontare le emergenze di settore, assicurare decisioni in tempi solleciti, salvaguardandone la qualità tecnica e la adeguatezza motivazionale. Occorre, sul punto, considerare che a seguito delle recenti riforme ordinamentali la capacità organizzativa costituisce un proprium del bagaglio professionale del Magistrato. L'art. 11, d.lgs. n. 160/2006, nel delineare i parametri che vengono in rilievo nella valutazione della professionalità dei magistrati espressamente richiama, oltre alla preparazione giuridica ed al relativo grado di aggiornamento, in relazione alle funzioni concretamente esercitate, il "possesso delle tecniche di argomentazione e di indagine, anche in relazione all'esito degli affari nelle successive fasi e nei gradi del procedimento e del giudizio ovvero alla conduzione dell'udienza da parte di chi la dirige o la presiede, all'idoneità a utilizzare, dirigere e controllare l'apporto dei collaboratori e degli ausiliari". E la Circolare consiliare n. 20691/2007, recante Nuovi criteri per la valutazione di professionalità dei magistrati a seguito della legge 30 luglio 2007, n. 111, ha inserito tra gli indicatori della capacità professionale l'< attitudine del Magistrato ad organizzare il proprio lavoro. L'ordinamento stabilisce che il Magistrato può essere chiamato a rispondere in ragione dei " risultati " della propria attività, sotto il profilo disciplinare, oltre che civile e contabile. In altri termini, coerentemente rispetto alla descritta cornice ordina mentale, il legislatore ha attribuito una specifica rilevanza anche ai " risultati" dell'attività giudiziaria svolta dal singolo Magistrato, incidenti sul piano della funzionalità dell'ufficio, trattandosi di evenienze discendenti dal mancato rispetto dei predetti obblighi di diligenza organizzativa che rientrano nel complessivo profilo professionale del giusdicente. Ed invero, il reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni costituisce illecito disciplinare, ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. q), del d. lgs. n. 109/2006. Oltre a ciò, il medesimo art. 2, d.lgs. n. 109/2006, con specifico riferimento ai dirigenti degli uffici, ai presidenti di sezione o di un collegio (comma 1, lett. dd), sanziona disciplinarmente l'omessa comunicazione agli organi competenti di fatti che possono costituire illecito disciplinare compiuti da magistrati dell'ufficio, della sezione o del collegio. Si può, quindi, affermare che l'inefficienza del singolo Magistrato refluisce anche verso i dirigenti giudiziari, i quali vengono sanzionati per l'omessa segnalazione di fatti di rilievo disciplinare compiuti dai magistrati dell'ufficio, atteso che, come ora considerato, tra le condotte deontologicamente rilevanti, si rinviene il ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni giurisdizionali. Le disposizioni in tema di responsabilità disciplinare dei dirigenti giudiziari confermano, allora, la fondatezza dei rilievi sopra svolti circa la necessità di superare sistemi organizzativi di tradizione individualistica, per approdare ad un modello di ufficio giudiziario, nel quale l'attenzione venga posta sulla funzionalità del servizio reso ai cittadini e quindi sui " risultati" che il sinergico intervento dei singoli magistrati consente in concreto di garantire. Sotto il profilo della responsabilità contabile, deve poi ricordarsi la disposizione di cui all'art. 5, L. n. 89/2001, c.d. legge Pinto, ove si prevede che il decreto di accoglimento della domanda di equa riparazione, in caso di accertata violazione del termine ragionevole di durata del processo, venga comunicato al procuratore generale della Corte dei Conti " ai fini dell'eventuale avvio del procedimento di responsabilità", nonché ai titolari dell'azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati dal procedimento. Anche detta disposizione induce a ritenere che l'ordinamento ponga a carico del Magistrato una precisa clausola generale di responsabilità per la qualità del servizio giudiziario reso, responsabilità da declinarsi sotto i diversi profili - disciplinare o contabile - ora esaminati. Deve rilevarsi che i principi ora richiamati in tema di " responsabilità del Giudice" per i " risultati " dell'attività giudiziaria trovano espresso riscontro in diverse fonti sovranazionali. L'art. 6, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali , firmata a Roma il 4 novembre 1950, riconosce, invero, il diritto di ogni persona ad un processo equo, celebrato in un " tempo ragionevole", da parte di un tribunale indipendente ed imparziale. Si osserva poi che l'art. 6, comma 1, del Trattato sull'Unione europea - nella versione consolidata a seguito delle modifiche introdotte dal Trattato approvato a Lisbona il 13 dicembre 2007 - stabilisce che " l'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo steso valore giuridico dei trattati ". E l'art. 47 della richiamata Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, corrispondente al contenuto dell'art. 6, par. 1, della Convezione EDU, riconosce il diritto di ogni persona " a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un Giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge". Le disposizioni ora richiamate collocano sistematicamente il diritto ad un processo equo tra i diritti fondamentali della persona e consacrano il principio in forza del quale la domanda di Giustizia deve necessariamente essere evasa in un tempo ragionevole: perciò può fondatamente affermarsi che justice delayed is justice denied. Conseguentemente, le richiamate disposizioni vieppiù giustificano la diretta responsabilità del Magistrato per la qualità del servizio erogato nei confronti dei cittadini, trattandosi di un servizio immediatamente incidente sui diritti fondamentali delle persona. Occorre, altresì, considerare che l'attenzione da parte di ogni Giudice ai problemi organizzativi della propria attività, anche in relazione alle possibili ricadute sulla " immagine" di efficienza del sistema giudiziario complessivamente inteso, rappresenta uno " standard etico" che caratterizza l'attività dei singoli giudici - e quindi l'azione della magistratura - generalmente condiviso nelle moderne democrazie: si richiamano, al riguardo, i noti " Principi di Bangalore". Nei noti "principi di Bangalore", il Giudice ha il dovere non solo di essere "imparziale e indipendente" ma anche, con la stessa intensità, "competente" e "diligente", cioè "preparato in diritto" e "capace di risolvere problemi organizzativi". I principi di Bangalore, ed il relativo Commentario, sono stati elaborati dal Gruppo giudiziario per il rafforzamento dell'integrità dei giudici (JGSJI), operante in seno alle Nazioni Unite. L'elaborazione dei Principi di Bangalore è maturata nell'ambito della specifica azione di contrasto alla corruzione giudiziaria svolta dall'ONU ed è avvenuta in un ambiente di common law. Non di meno, i Principi ambiscono ad assurgere a punto di riferimento, di natura sovra-nazionale, per la deontologia giudiziaria ed anche per la codificazione, in sede nazionale, delle ipotesi di responsabilità disciplinare dei magistrati. Ai fini di interesse, si rileva che tra i Principi inseriti nel c.d. Codice di Bangalore si rinvengono la Competenza e la Diligenza del Giudice. Nel Commentario al Codice di Bangalore si chiarisce, in particolare, che la " diligenza" involge anche la capacità del Giudice di risolvere i problemi relativi all'organizzazione delle risorse umane e materiali di cui l'ufficio dispone; si sottolinea che nell'ambito della propria formazione permanente il Magistrato deve specificamente curare gli aspetti relativi all'organizzazione degli uffici giudiziari; e si evidenzia che il Giudice deve adoperarsi per garantire effettività al principio della durata ragionevole del processo. A quest'ultimo riguardo nel Commentario ai Principi di Bangalore si dichiara espressamente: che il Giudice deve depositare i propri provvedimenti senza ritardo; e che deve farsi promotore di protocolli che consentano alle parti litiganti di conoscere lo stato di trattazione delle cause e dei prevedibili tempi di definizione. Le considerazioni ora svolte evidenziano che viene delineandosi un sistema normativo integrato di fonti capace di coniugare principi presenti nei diversi ordinamenti giuridici nazionali - e che trova espressione in documenti internazionali - fondati sul comune intento di garantire effettiva tutela ai diritti fondamentali della persona umana, nell'ambito degli ordinamenti democratici. Ciò è particolarmente verificabile con riferimento ai principi del giusto processo e della ragionevole durata dei procedimenti giudiziari, ai quali è intimamente connesso, come si è visto, quello della diretta responsabilità dei giudici rispetto ai " risultati " della attività svolta: è in tale ambito, infatti, che si registra un quadro di modelli concettuali e di soluzioni giuridiche che perseguono il comune obiettivo di garantire ad ogni persona il diritto " a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un Giudice indipendente ed imparziale" (Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, art. 47, comma II, cit.). Non mancano le prime, spontanee applicazioni. Si indicano alcuni esempi concreti: - "agenda del processo", in cui il Giudice, a seguito della ricognizione della controversia concorda con le parti un percorso processuale differenziato a seconda della tipologia della controversia a valle del tentativo di conciliazione (precisazione delle conclusioni di causa documentale, nomina del consulente in caso di problemi tecnici, prova per testi negli altri casi); - accorpamento dei fascicoli per materia e in considerazione della serialità e, talvolta, della provenienza geografica; - udienze tematiche, evitando quelle di mero rinvio; - uso accorto della condanna alle spese e delle preclusioni processuali; - motivazioni stringate (secondo l'esperienza francese e tedesca), da adottare, per i giudici collegiali, in camera di consiglio; - leale collaborazione con le cancellerie per una efficiente ripartizione del lavoro tra giudici e personale amministrativo; - uso del "diagramma di flusso" (cd. flow chart) negli uffici giudiziari, per monitorare lo stato dei singoli fascicoli, evidenziando i punti - e i soggetti - del procedimento di maggiore sofferenza; - organizzazione informatica del processo e degli uffici.

2) Uno sforzo straordinario per la riduzione dell'arretrato. Urge un "piano straordinario" per l'eliminazione dell'arretrato, separato dalla trattazione della pendenza fisiologica, che "porti a sistema" le best practices, da raccogliere e pubblicare on line. Si potrebbe fornire, così, la massima conoscibilità e diffusione alle "migliori pratiche" che già oggi, se adottate estensivamente, potrebbero migliorare il servizio-Giustizia "a costo zero". Il "piano straordinario" potrebbe anche essere strutturato in maniera differenziata a seconda dei diversi uffici. L'importante è una strategia "mirata": - accorpare le trattazioni per materia o per altri criteri; affidarsi ad appositi collegi-stralcio, o a magistrati volenterosi, che siano disponibili oltre il normale lavoro di ufficio; - fornire adeguata assistenza, come già avviene in altri Paesi, con strutture di supporto e/o giovani la cui attività potrebbe essere equiparata al tirocinio obbligatorio. Si dovrebbero anche immaginare forme di incentivazione, quantomeno sul piano della valutazione di merito. Con una buona sinergia tra organizzazione e giurisdizione, e con una forte collaborazione di tutti i soggetti coinvolti (Corti, CSM, Ministero), si possono raggiungere risultati ambiziosi. Al di là della degiurisdizionalizzazione di procedure, un'inversione di tendenza è possibile anche a legislazione vigente, ma ciò richiede una condizione dove ampia sia la convergenza di tutti gli utenti del servizio. Va considerato che l'"arretrato" non deve confondersi con la "pendenza", ovvero il "magazzino esistente", perché in quest'ultimo sono ricompresi anche i procedimenti iscritti il giorno prima, che rientrano nella pendenza "fisiologica". Nel settore civile, già adesso, con gli opportuni investimenti nel settore informatico, è possibile realizzare la informatizzazione delle procedure per i decreti ingiuntivi e per le cause seriali; è possibile una gestione separata delle cause che hanno come parte processuale i c.d. "grandi utenti", (INPS, INAIL, etc.). L'arretrato va affrontato e gestito secondo una pluralità di criteri, sistematicamente coordinati, che non sono soltanto quello temporale, ma anche quello per materia, per collocazione geografica, per tipologia di azione, per stato del processo, etc., facendo ricorso a qualsiasi elemento utile per accorpare la trattazione dei casi analoghi. Inoltre, il problema dell'efficienza e dell'efficacia del lavoro degli uffici giudiziari, cui si lega quello dei carichi esigibili, è ricchissimo di sfaccettature. Infatti investe: a) un problema di rapporto con gli standard di rendimento; b) il problema dei tempi di svolgimento dei processi; c) quello dei tempi di deposito dei provvedimenti; d) quello dei profili disciplinari che possono avere rilievo a causa di situazioni di carico insostenibile; e) quello dell'immagine della giurisdizione dinanzi ai cittadini, dinanzi alle istituzioni nazionali, dinanzi alle istituzioni europee.

Particolare attenzione va dedicata al riassorbimento dell'arretrato presso la Corte di Cassazione. La selezione dei processi cui assicurare una trattazione adeguata alla funzione nomofilattica, è prioritaria. Occorre, però, distinguere tra processo civile e penale, perché in Cassazione quest'ultimo risponde ai canoni del giusto processo ed è definito in un tempo ragionevole, pur se è costretto a scontare le criticità dei gradi di merito. In penale, il ruolo della Settima Sezione si sta rivelando fondamentale con la realizzazione di veri uffici spoglio presso le singole sezioni, una rotazione tra i magistrati addetti alla Settima, in modo da evitare inutili duplicazioni di letture processuali, e creare posizioni di disaffezione lavorativa. Ha trovato adesso una disciplina legislativa anche la struttura che è stata realizzata per l'esame preliminare dei ricorsi civili. È un intervento che ha suscitato anche dubbi e perplessità. Rimane essenziale evitare quegli errori che hanno ritardato la messa a regime della Settima penale, sovrapponendo i problemi risolubili attraverso l'interpretazione giurisprudenziale con quelli strettamente organizzativi. Importante rimane la valorizzazione del sistema di governo orizzontale della Corte, per adeguare la sua organizzazione ai compiti, con il coinvolgimento dei Presidenti non titolari nell'organizzazione della sezione, per la formazione dei ruoli d'udienza, per l'individuazione dei filoni seriali delle cause, per la fissazione e trattazione di cause collegate. Per questo occorrono anche spazi di agibilità nell'ufficio. Con queste condizioni il servizio Giustizia può funzionare. Queste affermazioni trovano riscontro proprio dall'esperienza maturata in Cassazione, dove una situazione di grave sofferenza della giurisdizione è stata resa compatibile con gli standard del giusto processo. Facciamo parlare i dati di un caso esemplare: quello della seconda Sezione penale. Con la sinergia di un (moderato) rafforzamento del contingente di magistrati, della cancelleria e della logistica, una robusta pianificazione centralizzata in stretto raccordo con la presidenza della Cassazione, una riorganizzazione dell' "ufficio spoglio" e soprattutto la richiesta di sforzi straordinari a tutti (anche con doppi collegi nella stessa giornata, per definire quanto più possibile in un'unica udienza, protratta fino a tarda sera), entro aprile 2010 l'arretrato della sezione (7.000 cause nel 2008) sarà completamente smaltito e, dopo l'intervento straordinario, il tempo stimato tra l'arrivo in sezione e la celebrazione di un processo è ridotto da cinque anni a cinque-sei mesi. La celebrazione di un processo giusto in tempo ragionevole è una realtà. Alla fine di ottobre 2008 la Seconda sezione penale presentava una capacità di risposta alla domanda di Giustizia assolutamente deficitaria: 6914 processi pendenti, tra cui alcune centinaia pervenuti nel 2004 e non ancora fissati per il dibattimento, un organico di magistrati ridotto a 12 rispetto ai 22 previsti, una cancelleria incapace di fare fronte ad una simile emergenza per difficoltà operative ed insufficienza di personale addetto, una percentuale di processi rinviati per nullità delle notifiche pari al 25%, un ruolo dell'Ufficio spoglio insoddisfacente rispetto alla potenziale utilizzazione della Settima sezione; soltanto una percentuale inferiore al 25% dei ricorsi spogliati veniva infatti trasmessa per la declaratoria d'inammissibilità. Questa situazione è stata affrontata con una serie di provvedimenti che in modo sinergico sono confluiti verso l'obiettivo comune di un giusto processo in tempi ragionevoli. È stato cioè elaborato un progetto di intervento condiviso dalla Prima Presidenza, dal Presidente di sezione e da tutti i consiglieri e dal personale amministrativo, con la consapevolezza che, in ogni caso, a tutti sarebbe stato richiesto, seppur per un tempo limitato, circa un anno, uno sforzo straordinario. Il primo intervento ha riguardato il riallineamento dell'organico dei magistrati della sezione e quello del personale amministrativo, con l'assegnazione di ulteriori dieci consiglieri e di un presidente non titolare (organico 22 consiglieri e 2 presidenti) e la copertura del posto della dirigente amministrativa, l'assegnazione di alcuni elementi amministrativi in via definitiva e di un altro in applicazione temporanea. Si è proceduto poi al riesame di tutti processi già formalmente spogliati e in attesa di fissazione in pubblica udienza. Sono stati estrapolati i processi che avrebbero in realtà meritato la destinazione alla Settima sezione in ragione della chiara inammissibilità dei ricorsi. Sono stati così realizzati ruoli di udienza pubblica numericamente pesanti (fissazione anche di 80 processi), ma comunque definibili in un'unica udienza, seppur protratta fino a tarda sera. Sono stati organizzati doppi collegi nella stessa giornata in modo da incrementare il numero delle udienze. E' stato poi riorganizzato l'Ufficio spoglio. I magistrati addetti sono passati da due a cinque. Sono stati fissati criteri per lo spoglio condivisi e rigorosi. La percentuale dei processi trasmessi alla Settima sezione ha superato la percentuale del 50%. A ciascuno dei magistrati addetti allo spoglio è stata assegnata una stanza. Ciò ha consentito di lavorare in maniera dignitosa e, soprattutto, di assicurare quotidianamente la presenza in sezione di almeno quattro magistrati, oltre quella del Presidente e dei magistrati impegnati in udienza. È stata così incrementata la sinergia lavorativa tra i magistrati e il personale amministrativo e si sono ottimizzati i risultati della nuova organizzazione lavorativa degli uffici di cancelleria. Risultati eccellenti sono derivati dall'individuazione di un responsabile per la verifica della ritualità delle notifiche. Questo intervento, unito alla scelta di utilizzare la possibilità prevista dall'art. 148, comma 2 c.p.p. di eseguire le notifiche a mezzo fax, ha portato ad un abbattimento verticale della percentuale delle nullità, che nel mese di settembre 2009 è stata pari allo 0%. Sono stati poi rivisti i criteri di assegnazione dei magistrati alla Settima sezione. È stato deciso che i processi trasmessi per la declaratoria di inammissibilità fossero trattati dagli stessi spogliatori di sezione. Si è evitata una duplicazione di lettura e, con l'introduzione di un sistema di rotazione, tra tutte le sezioni della Corte, nella composizione dei collegi per i rispettivi processi, si è eliminato il pericolo di una disaffezione lavorativa dei magistrati addetti alla Settima. Ad ottobre 2009 l'obiettivo fissato inizialmente può dirsi raggiunto. I numeri assoluti dei processi fissati e non definiti sono diminuiti di oltre il 33%, da 6914 a 4336. I processi di competenza della Seconda sezione sono stati tutti fissati per la definizione entro l'aprile 2010, ad eccezione di settecento processi pervenuti negli ultimi due mesi del 2009 che rappresentano la fisiologica pendenza; il tempo stimato tra l'arrivo in sezione e la loro celebrazione è di cinque - sei mesi, utile per assicurare la rituale notifica degli avvisi. Presso la Seconda Sezione non esiste più arretrato. Può essere assicurata all'utenza una laboriosità intelligente.

3) Autonomia gestionale e contabile, con conseguente incremento della responsabilizzazione e dei controlli. Le "buone idee" vanno accompagnate da più flessibilità e autonomia gestionale. È necessario allentare la centralizzazione della spesa e responsabilizzare gli uffici della Cassazione e delle Corti d'Appello. L'autonomia conferisce al soggetto una forte responsabilizzazione con attenta e doverosa attività di controllo, realizzando in tal modo un sistema "a rete" più moderno ed efficiente di quello burocratico-piramidale che spinge verso l'irresponsabilità e il compromesso. Da anni si chiede l'autonomia contabile già concessa ad altre Corti o organi indipendenti (Corte costituzionale, Consiglio di Stato, i singoli TAR, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato e numerose Authority), per gestire in modo efficiente e responsabile gli uffici, pur tenendo conto di un bilancio sempre più ristretto. Dal bilancio consuntivo 2009, si evince che per la Corte di Cassazione vi è stato un impegno di spesa pari ad euro 114.442.904,42 comprensivo delle somme destinate al funzionamento dell'Ufficio e di quelle volte al pagamento di stipendi ed emolumenti accessori da corrispondere ai magistrati ed al personale giudiziario. La predetta somma ha un'incidenza sul bilancio del Ministero della Giustizia pari all' 1,519% e su quello dello Stato pari allo 0,023%. Le sole spese di gestione dell'Ufficio (esclusi i costi relativi al personale) ammontano ad euro 2.411.171,39. Tra le voci di spesa più significative si distinguono le spese postali (circa 1.366.553,57 euro), quelle per la gestione del servizio automezzi (euro 158.265,37), per lo smaltimento rifiuti (euro 153.495,89), per il funzionamento degli uffici (euro 202.945,73), per i foto-riproduttori (euro 169.238,50), per le spese d'ufficio (euro 189.172,50), per l'informatica (euro 584.277,74) ed infine per l'acquisizione di beni e macchinari vari (euro 314.300,58). I risultati di alcune indagini di mercato effettuate informalmente dagli uffici amministrativi della Corte inducono a ritenere che, al di là delle indicazioni fornite dall'ultima finanziaria, sono comunque possibili ulteriori interventi volti all'eliminazione degli sprechi. Ad esempio, sarebbe possibile intervenire, alla luce della più recente normativa volta a promuovere l'uso della posta elettronica e ad attuare il processo telematico, per ridurre le spese postali, stipulando nuovi contratti più vantaggiosi per l'Amministrazione. Analogamente, risulta auspicabile la riduzione delle spese per lo smaltimento dei rifiuti mediante una più attenta analisi dei relativi contratti. Importante contrazione di spesa potrebbe realizzarsi a mezzo della riorganizzazione del servizio di accompagnamento dei magistrati, il quale ben potrebbe essere affidato a società private, come ormai in uso presso numerosi enti ed imprese. Tale esternalizzazione, non solo produrrebbe cospicui risparmi per la dismissione dei parco auto e l'eliminazione dei relativi costi di gestione e manutenzione, ma consentirebbe il recupero dei dipendenti attualmente addetti al servizio, da impiegarsi più proficuamente presso gli uffici e le cancellerie della Corte o, in alternativa, nella sorveglianza degli accessi alle cancellerie, esigenza questa fortemente sentita negli ultimi tempi ed evidenziata da numerose inchieste giornalistiche. Tale mansione risulterebbe peraltro in linea con i nuovi profili professionali individuati nel contratto integrativo appena stipulato e, allo stato, al vaglio della Corte dei Conti. I risparmi di spesa appena descritti e gli altri che si potrebbero di certo realizzare nell'anno 2010, trovano ostacolo nella limitata autonomia gestionale e finanziario/contabile della Corte. Dover dipendere dall'Amministrazione centrale significa impedire ai singoli uffici ed in particolare alla Corte di Cassazione ed alle diverse Corti d'Appello, di assumere qualunque iniziativa manageriale tesa al risparmio. Certo, risultati apprezzabili sono stati raggiunti anche senza richiedere alcun sostegno economico. La realizzazione, nel giro di un mese, dell'enorme archivio presso i locali assegnati dall'Amministrazione centrale in una zona periferica della città, è avvenuta a costo zero, poiché la Corte, è riuscita ad impiegare risorse interne per trasporto, catalogazione atti e creazione di un sistema informatizzato di gestione e collegamento tra gli uffici di piazza Cavour e l'anzidetto archivio. Tra le iniziative finalizzate ad una maggiore efficienza dei servizi, senza alcun stanziamento da parte dell'Amministrazione centrale, si distingue anche quella che ha portato alla stipula di convenzioni con diverse università italiane aventi lo scopo di acquisire la collaborazione di tirocinanti qualificati per l'assistenza al Magistrato nelle ricerche di informatica giuridica, senza così distogliere il personale dalle cancellerie. E' pure allo studio la possibilità di siglare accordi con altre amministrazioni pubbliche al fine di migliorare il servizio complessivo da rendere al cittadino-utente. È doveroso, infine, segnalare che la recente istituzione dell'Ufficio relazioni con il pubblico e dei correlati sportelli periferici è avvenuta senza sovvenzione alcuna: persino i corsi di formazione sono tenuti gratuitamente, come spesso accade, da funzionari direttivi della Corte. Tutto ciò rappresenta però una minima parte di quanto si sarebbe potuto fare. Se le Corti fossero guidate da dirigenti responsabilmente impegnati a garantire, non solo un corretto svolgimento dei processi nel più breve tempo possibile, ma anche a combattere gli sprechi che da sempre caratterizzano la pubblica amministrazione senza esclusione del sistema Giustizia, potrebbero raggiungersi sorprendenti obiettivi. Decentrare e responsabilizzare la Corte di Cassazione e le Corti d'Appello nella gestione autonoma della spesa, sono le uniche strade percorribili per favorire in concreto l'applicazione di sistemi di gestione manageriali da parte dei dirigenti; avrebbe termine anche quella strana prassi che porta i diversi Uffici a spendere più di quanto necessario per non rendere le somme in avanzo all'Amministrazione centrale. Tale diffusa tendenza è dettata dal concreto timore di vedersi ridurre gli stanziamenti futuri, atteso che le necessità degli uffici sono di norma preventivate in base a quanto risultato necessario nei passati esercizi. La maggiore autonomia degli Uffici, con conseguente possibilità di gestire somme preventivamente assegnate, diventa allora non più procrastinabile anche ai fini della razionalizzazione della spesa pubblica. Sul punto, occorre precisare che ogni Ufficio incamera gettiti attraverso 1'esazione del contributo unificato e dei diritti di cancelleria per il rilascio di copia degli atti. La sola Corte di Cassazione ha percepito, nell'anno 2009, euro 6.339.250,04 di contributo unificato ed euro 545.827,00 di diritti di copie. Inoltre, i canoni di abbonamento alla banca dati giuridica ItalgiureWeb hanno portato introiti per euro 431.306,00. Il totale riscosso dalla Corte di Cassazione ammonta dunque, per l'anno 2009, ad una somma pari ad euro 7.316.383,09. Tale considerevole gettito deve essere rapportato a quanto stanziato per la Cassazione per il funzionamento dell'Ufficio, nell'anno 2009, che allo stato, risulta pari ad euro 2.411.171,39. Il virtuale bilancio dell'Ufficio chiude dunque con un attivo di euro 4.905.211,70 che sicuramente avrebbe fatto registrare ulteriori attività se si fosse realizzata la auspicata autonomia. Se queste osservazioni possono dirsi valide per la suprema Corte, a maggior ragione, visto il diverso numero dei procedimenti e la possibilità di incamerare maggiori somme per il contributo unificato, possono ritenersi idonee per le Corti territoriali. Del resto è ormai noto che la riconosciuta maggiore autonomia non può che rafforzare comportamenti di tipo imprenditoriale, orientati all'innovazione e, non da ultimo, al risparmio. Non sembra però sufficiente che siano concesse solo contabilità generale e bilancio d'esercizio, occorrendo interventi normativi per la realizzazione di ambiti di autonomia sostanziale, sotto i diversi profili dell'autonomia gestionale, organizzativa e almeno parzialmente finanziaria, ovviamente confermando una responsabilità complessiva sui risultati conseguiti. A tal fine, dovrebbero essere sviluppati idonei strumenti di indirizzo e controllo da parte dell'Amministrazione centrale. Solo dalla combinazione tra decentramento/responsabilizzazione e valutazione/controllo potrà derivare l'auspicato salto di qualità di cui il servizio "Giustizia" nutre forte bisogno. Non si chiedono più risorse o elargizioni, ma si vuole utilizzare al meglio quelle esistenti, evitando una gestione burocratica, lontana dalle esigenze del servizio che la Cassazione deve rendere al Paese.

4) I risparmi "interni" al sistema e l'eliminazione degli sprechi. Oltre a chiedere risorse aggiuntive si deve evitare di disperdere quelle oggi disponibili. Gli sprechi di risorse non derivano solo da inefficienze organizzative, ma anche da norme obsolete e onerose. Con l'ultima legge finanziaria (l. n. 259 del 2009) è stato fatto un primo e parziale tentativo per ridurli. Si è intervenuti - ma, si ripete, solo in parte - sui costi delle intercettazioni, sulle spese di Giustizia, sulla irrazionalità della pubblicazione delle sentenze penali a mezzo stampa. In particolare, sono stati effettuati i seguenti interventi: a) in materia di intercettazioni, l'art. 2, comma 211, prevede la gratuità del rilascio delle informazioni contenute nei tabulati relativi al traffico telefonico in materia di intercettazioni. L'analisi dei costi sostenuti in materia di intercettazioni negli ultimi sei anni evidenzia, per i tabulati, un costo medio di 17 milioni di euro, che costituisce il risparmio di spesa annuo fino all'emanazione del decreto di fissazione del ristoro di tali costi. b) in materia di spese di Giustizia, l'art. 2, comma 212, modificando la vigente normativa contenuta nel comma 2 dell'articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, dispone che i processi esecutivi mobiliari di valore inferiore ad euro 2500 vengano sottoposti a contributo unificato per un importo pari ad euro 30. c) si prevede inoltre l'introduzione del contributo unificato per i processi di opposizione alle sanzioni amministrative di cui all'articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689. La normativa in vigore prevede che gli atti del processo e la decisione sono esenti da ogni tassa ed imposta; la nuova disciplina prevede, invece, che gli atti del processo siano soggetti al pagamento del contributo unificato di cui all'articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, nonché delle spese forfetizzate secondo l'importo fissato all'articolo 30 del medesimo D.P.R. La disposizione prevede altresì l'introduzione del contributo unificato anche nelle cause di lavoro o concernenti rapporti di pubblico impiego, e nelle cause in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, limitatamente, però, al ricorso per Cassazione. Sulla base dei dati della Direzione generale di statistica del Ministero della Giustizia, si può stimare che il numero dei procedimenti esecutivi mobiliari fino a 2500 euro, per l'anno 2008, è pari a 250.000; tali procedimenti risulterebbero, dunque, sottoposti al pagamento di un contributo unificato pari a 30 euro. Si può stimare, inoltre, che, per lo stesso anno, il numero dei procedimenti per opposizione a sanzioni amministrative attualmente, esenti dal pagamento del contributo, ammonti a circa 1.250.000. Di questi, circa l'70% rientrerebbe nel primo scaglione (contributo unificato pari a 30 euro) e il 30% nel secondo scaglione (contributo unificato pari a 70 euro). È possibile stimare in circa 7.000 all'anno il numero dei ricorsi per Cassazione concernenti le cause di lavoro o rapporti di pubblico impiego, nonché previdenza e assistenza obbligatoria. Si prevede un importo unitario del contributo unificato di 103,30. Le modifiche proposte determinerebbero, dunque, un nuovo gettito pari a un totale di 60.723.100 euro. d) l'art. 2, comma 213, prevede la possibilità di provvedere, tramite convenzioni, alla gestione dei crediti relativi alle spese di Giustizia conseguenti ai provvedimenti passati in giudicato al 31 dicembre 2007. Tali gestioni afferiscono, in particolare, alla definizione di modalità più celeri per la gestione amministrativa dei citati crediti, attualmente curata dagli stessi uffici giudiziari presso i quali sono maturati, con conseguente inevitabile andamento oggi condizionato dalle necessità di assicurare contemporaneamente le ordinarie incombenze amministrative funzionali all'espletamento delle attività giudiziarie. Con il perfezionamento delle nuove modalità di gestione indicate, invece, si consentirà di assicurare le attività gestionali occorrenti per assicurare l'effettivo recupero del credito attraverso l'ausilio di soggetti specializzati del settore e che svolgeranno tali attività con risorse a tal fine dedicate, senza dovere limitare il relativo impegno a quanto ordinariamente residuale rispetto ad altre incombenze amministrative (come detto, quelle connesse all'ordinario funzionamento delle altre, spesso impellenti e indifferibili, competenze essenziali per lo svolgimento della funzione giudiziaria). Attraverso la valorizzazione di tali apporti, sarà concretamente possibile rendere più efficiente la gestione amministrativa dei crediti indicati, aumentando la percentuale di riscossione degli stessi, oltre a recuperare importanti risorse per l'ordinaria attività amministrativa a supporto della funzione giudiziaria. Al fine di quantificare le risorse che deriveranno dall'affidamento della gestione, si evidenzia che dall'analisi dei dati comunicati dalla Direzione generale di statistica, l'ammontare delle somme rimaste da recuperare è pari complessivamente a 3.372.352.314,17 di cui euro 3.368.767.125,35 riguardante la materia penale e 3.585.188,82 riguardante la materia civile. Si precisa che i dati relativi all'anno 2004 sono frutto di una stima. Considerato che il tasso di recupero medio oscilla tra l'8 e il 9 %, è ragionevole ritenere che l'affidamento del credito a soggetti privati possa consentire incremento percentuale delle somme recuperate del 5%, pari ad una percentuale complessiva del 13,5 (8,5% + 5%)da recuperare. Il recupero complessivo ammonterebbe quindi ad euro 455.267.562, con un maggior introito di 168.617.616 euro nel triennio 2010/2012 (56.205.872 euro all'anno). e) l'art. 2, commi 216-218, interviene sulla semplificazione della pubblicazione delle sentenze penali a mezzo stampa, disponendo la pubblicazione del provvedimento sul sito internet e la contestuale pubblicazione di un avviso di dimensione ridotte contenente la sola indicazione degli estremi della sentenza e dell'indirizzo del sito internet di pubblicazione. L'andamento delle spese di pubblicazione delle sentenze degli ultimi quattro anni evidenzia un costo medio di 3.692.029,15, con un picco di circa 5 milioni di euro sostenuto nell'anno 2008. Il risparmio complessivo annuo, al netto delle spese che si dovranno sostenere per gli avvisi di dimensione ridotta, è pari a circa 3 milioni di euro, ipotizzando una spesa pari al 20% del costo totale attualmente sostenuto. Ma si può, e si deve, fare di più. Si può fare di più nei settori in cui si è già intervenuti: spese di Giustizia, il cui recupero è ancora troppo basso rispetto al dovuto; spese per le intercettazioni, su cui paghiamo i canoni più alti d'Europa; pubblicazione obbligatoria sulla stampa a pagamento e non gratuita sul sito istituzionale di svariate sentenze. Si può intervenire in svariati altri settori, pure da tempo individuati dai Magistrati: ad es., in materia di processi agli imputati irreperibili, che vengono celebrati con il rito più dispendioso, quello dibattimentale, senza che ciò sia di alcuna utilità né per l'imputato né per il sistema, ovvero in materia di ripartizione di funzioni tra magistrati e personale amministrativo, essendoci oggi molte competenze che potrebbero essere svolte dalle cancellerie e non ai giudici.

Le disfunzioni più gravi ed evidenti riguardano l'organizzazione territoriale delle sedi giudiziarie e la cd. "legge Pinto". a) l'organizzazione territoriale delle sedi giudiziarie Occorre con urgenza un riordino delle circoscrizioni giudiziarie, la cui distribuzione ottocentesca contrasta con i principi di buona organizzazione degli uffici pubblici. In Italia ci sono 165 Tribunali e relative procure, di cui non pochi istituiti con leggi speciali ad hoc, e 220 sezioni distaccate di Tribunali. Di questi, 93 Tribunali e Procure, che rappresentano il 56% degli uffici giudiziari, hanno non più di 20 Magistrati, e circa 60 hanno sede in territori che già possono contare sull'esistenza di un Tribunale nella sede del capoluogo provinciale (abbiamo 19 Tribunali in Sicilia, con 4 Corti d'Appello, e 17 Tribunali in Piemonte; a Sulmona il Tribunale più piccolo ha 1 Presidente e 3 Giudici). Ciò provoca costi di gestione altissimi e continui rischi di blocco nelle sedi più piccole, per l'assenza anche di un solo Giudice. La strada era stata già aperta con la soppressione delle preture e degli uffici circondariali del p.m. con il dlg.s 19 febbraio 1998 n. 51 (artt. 1 e 2), determinando, all'art. 33, il nuovo organico dei magistrati presso gli altri uffici giudiziari. Si comprendono le resistenze locali, ma non sono sostenibili 93 circoscrizioni giudiziarie (circa il 56% del totale) con meno di 20 magistrati. In attesa di un riordino organico, si potrebbero almeno trasformare, in via transitoria, i Tribunali periferici in sezioni distaccate del Tribunale del capoluogo di Provincia. Ciò consentirebbe di conservare intatta la rete territoriale, ma di centralizzare in capo al presidente del Tribunale provinciale la gestione del personale e delle risorse, con ben maggiore efficienza e flessibilità, rendendo un servizio migliore, anche nelle stesse sedi distaccate. In altri paesi si è già provveduto sia all'accorpamento dei Tribunali piccoli e medio-piccoli sia alla ripartizione nel 2007 dei Tribunali grandi come quello di Parigi, suddiviso in quattro sedi più funzionali ed efficienti in virtù del principio di " une organisation territoriale rationalisée". b) la improcrastinabile riforma della legge-Pinto. Quanto ai gravissimi e assurdi costi della legge-Pinto, il Governo - raccogliendo l'invito che l'anno scorso proveniva da quest'Aula - ha presentato in Parlamento (il 10 marzo 2009) un intervento organico di riforma nell'ambito del disegno di legge A.S. n. 1440. Si propone (art. 23 dell'A.S. n. 1440) una nuova disciplina, ben articolata ed equilibrata, volta ad accelerare sia il processo principale che l'intero procedimento-Pinto. Quest'ultimo, rispetto all'attuale strutturazione interamente giurisdizionale contenziosa - che grava oggi abnormemente sul lavoro delle corti di appello, ossia sull'ufficio giudiziario già di gran lunga più oberato dal carico di lavoro arretrato e, pertanto, troppo spesso vittima e allo stesso tempo carnefice dell'irragionevole durata dei processi - verrebbe dalla riforma ripartito in una prima fase necessaria di tipo monitorio e paragiurisdizionale (in certo assimilabile a un procedimento di volontaria giurisdizione) assai agevolmente gestibile dai presidenti delle corti di appello con l'ausilio, ivi espressamente previsto, degli uffici di cancelleria e di magistrati delegati appartenenti a qualsiasi ufficio giudiziario del Distretto; ed in una seconda fase propriamente giurisdizionale che, però, sarebbe meramente eventuale - nonché, prevedibilmente, piuttosto infrequente, alla stregua del complessivo disegno legislativo - solo quest'ultima in effetti gravante sulle corti di appello. L'approvazione della riforma porterebbe una significativa riduzione delle domande di equa riparazione, nonché del carico oggi gravante sulle Corti di appello (tra il 50% e il 90%). Inoltre, si azzererebbero quegli incresciosi fenomeni della c.d. "Pintobis", ossia la richiesta del danno anche per il ritardo nella conclusione del procedimento-Pinto. E ci sono ormai casi anche di Pinto- ter e di Pinto- quater. I vantaggi potenziali per la finanza pubblica sono evidenti. Ciò viene confermato dalla relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato. In realtà, a un beneficio economico senz'altro notevolissimo (peraltro senz'altro assai maggiore di quello minimale riscontrato dalla RGS, dovuto al fatto che quest'ultima non si deve discostare da stime prudenzialissime) si sommerebbe un beneficio assai maggiore per l'aggravio degli uffici giudiziari che - non dovendo disperdere ulteriori energie anche umane per indennizzare i ritardi già verificatisi - potrebbero profondere gli stessi mezzi (oltre a quelli patrimoniali risparmiati da una riduzione degli indennizzi da liquidare) per far fronte all'ordinario lavoro e aggredire l'arretrato già formatosi, così riducendo l'angolo di quel piano inclinato sul quale, a velocità finora sempre maggiori, stanno scivolando l'efficienza e l'efficacia dell'amministrazione della Giustizia in Italia. Il ricordato testo, però, non ha fatto molta strada in Parlamento. Le medesime disposizioni sono state inserite nell'A.S. n. 1880 (ora A.C. n. 3137), approvato dal Senato e trasmesso alla Camera. L'auspicio è che la riforma della legge-Pinto possa quanto prima divenire legge dello Stato. Altrimenti, i 267 milioni di debito e gli 11.343 procedimenti pendenti per legge-Pinto continueranno ad incrementarsi a ritmo esponenziale, sottraendo sempre più energie al bilancio pubblico e all'ordinario svolgimento della funzione giurisdizionale. Perché continuare a sprecare tante risorse per risarcire i danni dell'arretrato, quando potrebbero essere destinate a smaltirlo? Il Ministero della giustizia ha pagato, fino al 2009, 150 milioni di euro di risarcimento per legge- Pinto, ha un debito ancora esistente, fino al 2008, di 86 milioni di euro e per il solo anno 2009, sono già stati contratti 31 milioni di debiti, per un totale ammontante a 267 milioni di euro. L'unica notazione da aggiungere, ad ulteriore riprova dell'incremento esponenziale dei costi e dell'impressionante tetto, ormai raggiunto, è che il fabbisogno delle Corti, delegate al pagamento per debito Pinto, pari, a gennaio 2009, ad euro 56.777.439,23, nello stesso periodo dell'anno da poco iniziato è passato ad euro 89.195.741,59 con un incremento complessivo del 69,96 %. Oltre ai costi l'ingorgo giudiziario a causa della legge Pinto si dimostra superiore ad ogni previsione: solo nel primo semestre del 2009 le corti d'appello hanno definito 11.343 procedimenti per Legge Pinto e per la prima volta risultano ricorsi Pinto per controversie davanti al Giudice di pace: 115 nel 2009 (fonte: Ministero della Giustizia, Dipartimento per gli affari di Giustizia). Peraltro, nel primo semestre del 2009 risultano sopravvenuti 18.033 procedimenti a fronte dei 13.784 del medesimo periodo dell' anno precedente, con un incremento, in generale, del 30,8 % che tocca, in alcune sedi, punte considerevoli fra le quali spiccano il 521 % di Trieste, il 217,4 % di Cagliari, il 156,6 % di Genova e, infine, il 120, 6 % di Potenza. Conseguentemente, nel primo semestre del 2009, l'incremento delle pendenze finali è stato del 43,1 % (grazie anche a sedi, come Brescia, in cui si registra un decremento del 45%). Complessivamente, nel primo semestre del 2009 risultano pendenti 37.393 procedimenti, con un incremento del 43,1 % rispetto al medesimo periodo del 2008 (in cui risultavano pendenti 26.132 procedimenti).

5) La comunicazione e il silenzio: i processi al di fuori degli uffici giudiziari. Il lavoro del Giudice - e il mio vuole essere un invito tanto sereno quanto determinato - richiede decoro e riservatezza. I "Principi di Bangalore sulla deontologia giudiziaria" (adottati nell'ambito del Comitato dei diritti dell'uomo presso l'ONU) affermano che " un giudice, come qualsiasi altro cittadino, ha il diritto alla libertà d'espressione, di convinzione, di associazione e di riunione, ma nell'esercizio di tali diritti ogni giudice si condurrà sempre in modo da salvaguardare la dignità e la funzione giurisdizionale e l'imparzialità e indipendenza della magistratura". Il Diritto non si applica nel dibattito sui media. Desta perplessità la partecipazione di giudici ai talk show televisivi ove si ricostruiscono delitti oggetto di indagini, e persino di processi in corso, alla ricerca di una verità "mediatica" diversa da quella processuale. Siffatta tipologia di programmi - assistita, a quanto pare, da elevati indici di gradimento - non può, di certo, ritenersi vietata dall'ordinamento, ancorché debba costantemente aversi cura che sia adeguatamente rappresentato il fenomeno come strutturato per offrire soltanto una realtà immaginifica o virtuale, eventualmente idonea a sovrapporsi, per forza di persuasione, negli utenti a quella diversa accertata nelle sedi a ciò deputate. Del pari l'ordinamento, in via di principio, non pone divieti a che il Magistrato, svolga in piena libertà quelle attività che costituiscono espressioni di diritti fondamentali, quali la libera manifestazione del pensiero, di associazione, di esplicazione della personalità e ciò al di là del condivisibile principio assiomatico secondo il quale "i processi si fanno in tribunale e non in televisione" e del bonario, provocatorio monito di recente, autorevolmente formulato a lavorare di più e ad andare meno in televisione o a convegni mediatici. Il Magistrato che partecipi a siffatte trasmissioni deve tener conto degli obblighi del codice deontologico (art. 6) che impongono, nei rapporti con la stampa e altri mezzi di comunicazione di massa, di ispirarsi sempre a criteri di equilibrio e misura, a pena di sanzioni disciplinare (art. 2 lett. v, z, aa, bb). La Giustizia non ha bisogno di audience, ma di fiducioso rispetto. Si deve, peraltro, prendere atto con compiacimento che, con singolare sintonia, la Corte in sede penale, di recente, ha statuito, nella subjecta materia (v. Cass. sez. V.n.1558/2009), principi affatto coincidenti con gli approdi cui è pervenuto il codice di autoregolamentazione adottato a conclusioni dei lavori svolti presso l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, frutto dell'accordo tra l'Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa, sottoscritto anche da Rai, Mediaset, Telecom Italia media s.p.a. ed altri. Detto accordo risulta comunicato in data 25 maggio 2009 al CSM che, nella seduta del 22 luglio 2009, ne ha preso atto con viva soddisfazione. Le regole elaborate nelle sedi sopra citate contemplano, esemplificativamente: - il rispetto del contraddittorio e del principio di non colpevolezza; - l'adozione di modalità espressive e tecniche comunicative che consentano all'utenza adeguata comprensione della vicenda; - il rispetto della riservatezza, dignità e decoro altrui ed in special modo della vittima o di altri soggetti non indagati; - il dovere di una chiara informazione circa le differenze tra documentazione e cronaca, tra cronaca e commento, tra indagato, imputato e condannato, fra pubblico ministero e Giudice, tra carattere definitivo e non definitivo dei provvedimenti; - l'obbligo di completezza e approfondimento della notizia con la imprescindibile precisazione, se del caso, che eventuali ipotesi coltivate non hanno trovato alcuna conferma in sede di investigazione; - la verifica dell'attualità della notizia ed attualità dell'interesse pubblico, anche al fine di definire un giusto contemperamento col diritto all'oblio consistente nel giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore ed alla sua reputazione la reiterata pubblicizzazione di notizie che, in passato, sono state legittimamente divulgate. La comprovata, abituale osservanza delle suddette regole, condivise dalle parti, dovrà costituire un preciso parametro di valutazione da parte del Magistrato anche in ordine alla valutazione di compatibilità della sua presenza e partecipazione con il prestigio dell'ordine giudiziario. Fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il Magistrato si ispira a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni ed interviste ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa. "

 

 

Togliere l'RAP e l'IMPOSTA sugli interessi dei BUONI del TESORO ?


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Silvio Berlusconi

         Nino Luciani*, Sugli ulteriori interventi   per l'uscita dalla crisi economica
         *
Prof. ordinario di Scienza delle Finanze nell'Univ. di Bologna

Le priorità:
a) azione per il commercio estero, volano principale per l'Italia;
b) riduzione del debito pubblico (in questi giorni, € 1.787 miliardi).
Gli strumenti, più a portata di mano:
a) abolizione dell'IRAP;
b) abolizione dell'imposta sugli interessi dei titoli di Stato.

Anche un occhio alla legge bancaria, per filtri ai rapporti tra mercati monetario e finanziario.

1.- Ripartiamo da una sommaria diagnosi della crisi economica. Nessun intervento è razionalmente proponibile se non si riparte da una diagnosi della crisi economica. Su questo, in precedente nota, ho ragionevolmente ipotizzato che le ragioni della crisi finanziaria (da cui è derivata quella economica) sia la conseguenza di due eventi:
1) uno di natura economica, collegata a vari fattori, e specificamente:
  a) alla fine della guerra in IRAQ, che ha creato un brusco calo della domanda pubblica di prodotti per la guerra (un caso analogo si era visto, precedentemente,   nei primi anni ' 90 a seguito della fine della guerra fredda), e di conseguenza una crisi strutturale delle industrie produttrici per la guerra;
  b) all'aumento del prezzo del petrolio, come conseguenza della sua scarsità relativa, per il surriscaldarsi della domanda dei grandi paesi asiatici e per le esigenze della guerra;
  c) alla crisi delle industrie automobilistiche, come conseguenza del caro petrolio, a partire dai Paesi nei quali maggiore era lo spreco dei carburanti da petrolio; e alle conseguenze sull'indotto;
2) uno di natura finanziaria, collegata a vari altri fattori, quali:
  a) il sostegno finanziario ad oltranza degli investimenti nelle industrie per la guerra, del tutto al di fuori di quella sana visione, per la quale la moneta a breve termine non va impiegata per il lungo termine (tali i finanziamenti di investimenti in impianti produttivi per la guerra);
  b) l'accumularsi di liquidità presso mani con relativa alta propensione al risparmio (in questo caso, soprattutto i paesi produttori di petrolio).
  In queste condizioni il circuito dei capitali si è bloccato, e da qui si è generata una serie di effetti paralizzante a domino: la disoccupazione, il mutuo per la casa non pagato, le banche in crisi, e così via.
 
Il tutto potrà avere una attenuazione dalla eventuale intensificazione della guerra in Afganistan, ma di nuovo, dopo la guerra, una nuova crisi si replicherà, in proporzione.

2.- Cosa ha fatto di importante il nostro Governo. In questo scenario la crisi più preoccupante è stata quella delle banche, anche perchè, di norma, le banche prestano danaro in misura pari al 90% circa dei depositi. Pertanto, in caso di diffusione di sfiducia sulle banche, se il pubblico accorresse massiccio a chiedere i proprio denaro a breve, le banche non sarebbero in condizioni di pagare.
   Di fronte alla prospettiva di una catastrofe tanto grave (la perdita dei propri risparmi, da parte delle famiglie) il Governo ha retto con grande decisione assumendo la garanzia della solvenza bancaria. Ma noi, in Italia, avevamo già sperimentato le crisi bancarie degli anni '30 e sapevamo. Penso, però, che sia stata solo quello l'intervento (ma determinante) del Governo.
   E' stato anche fondamentale la creazione di moneta da parte della BCE. Ma se "il cavallo non beve", l'offerta di liquidita non basta. E lo vediamo col senno di poi: in questo senso è necessaria la manovra del bilancio pubblico.
   Il secondo intervento, più ovvio, sarebbe dovuto essere l'aggravio fiscale temporaneo sui redditi medio-alti (1-2% del reddito) bilanciato da sgravio a favore dei redditi medio-bassi: perchè gli uni hanno propensione relativamente alta al risparmio, e gli altri propensione relativamente alta alla spesa. Ma questo non poteva essere fatto da un Governo che ha avuto i voti dalle classi di reddito medio-alto.
   Ci sono stati i poco più che simbolici "ammortizzatori sociali", e le bravate di Berlusconi, in TV, in favore dell'ottimismo.
   C'è stata una legge per la detassazione degli utili reinvestiti. Ma questa è una manovra per il lungo termine, non per l'immediato (che è ciò che serve).
  C'è stato il via per un elenco di investimenti pubblici. Ma anche questo,a causa della lentezza,agisce nel lungo termine.
L'unico fatto di vero rilievo, immediato, è stato il turismo estivo. E' stata questa la maggiore occasione in cui i nostri cittadini con relativa alta propensione al risparmio hanno rimesso in circolo il loro danaro. E' questo che ha creato un vantaggio all'Italia, in confronto agli altri Paesi Europei.

3. Quali ulteriori interventi, al più presto possibile. Nel caso dell'Italia, il volano più importante è il commercio estero, che però è in sofferenza strutturale, accumulata fin dai primi passi dell'Euro. Rispetto a questo problema, la via da percorrere è agire sul livello dei prezzi interni, e questo ci porta ad alcune manovre fiscali.
  a) Abolizione dell'IRAP. Essa è possibile e necessaria.
  A riguardo della possibilità, quanti si stracciano le vesti argomentano che si creerebbe un vuoto finanziario per la sanità, nei bilanci delle Regioni, trascurano che da troppo tempo si spreca troppo denaro pubblico per una sanità che non c'è. Forse sono un mistero le lunghe file di attesa per una visita specialistica, una radiografia ... anche in Regioni importanti come l'Emilia Romagna ?

  Si può, magari, argomentare che non sarebbe buono demolire la sanità pubblica dalla sera alla mattina. D'accordo, si faccia con gradualità, ma non troppo. C'è, poi, anche l'impegno fondamentale elettorale del Governo al taglio della spesa pubblica). La sanità pubblica, se deve funnzionare ancora come adesso, è meglio restringerla alla cose veramente necessarie: gli interventi chirurgici, le malattie contagiose, l'assistenza medica gratuita ai cittadini con reddito inferiore al minimo vitale. Da altra parte, conviene a tutti pagare meno imposte, ma avere davvero la sanità, a pagamento (di sicuro inferiore alle imposte, oggi pagate).
   A riguardo della necessità di abolire l'IRAP, occorre avere in mente che essa è una imposta sul valore aggiunto, e che si scarica sui prezzi (anche se la legge non crea un diritto di scarico, come per l'IVA).
   In Italia l'abolizione avrebbe effetti deflazionistici, benefici per agevolare la concorrenza delle nostre imprese esportatrici e benefici per incentivare la domanda interna, grazie allo sgonfiamento dei prezzi.
  b) Abolizione dell'imposta sugli interessi dei titoli del debito pubblico. In Italia il debito pubblico è il maggior ostacolo al libero mercato. L'imposta sugli interessi del debito pubblico aumenta fittiziamente l'ingessamento di tutto il sistema. Una sua abolizione farebbe calare anche le spese dello Stato e, dunque, nel caso esaminato, aiuterebbe l'abolizione dell'IRAP.
   Già, ... perchè l'investitore guarda agli interessi "netti da imposta". Dunque, l'imposta sugli interessi è, di fatto, pagata dallo Stato sotto forma di interessi maggiori di quelli dovuti, se l'investitore non fosse soggetto di imposta. Anche questa manovra ridurrebbe la spesa pubblica, e dunque andrebbe per il verso di agevolare l'abolizione dell'IRAP.
  c) Rimane, sul tappeto, il problema di rivedere la legge bancaria. Serve meglio delineare i rapporti tra mercato monetario e mercato finanziario, alla luce degli eccessi di "deviazione" avvenuti, soprattutto  negli USA (ma con contagi su alcune banche italiane). Va mantenuta la "banca mista" così come adesso ? Le anticipazioni su titoli vanno sottoposte a regole meglio definite ? Le partecipazioni incrociate tra banche e imprese sarebbero da vietare ? L'Italia, per la sua specifica esperienza, dal 1936 al 1993, potrebbe avere qualcosa da dire anche agli altri Paesi. NLUCIANI

 

 



EDIZIONI PRECEDENTI

 

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Il tema di cui si discute: "Se L' ITALIA va VERSO UNA DITTATURA"

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Silvio Berlusconi


  Democrazia in pericolo in Italia ? No, democrazia anomala, e da anni ...
 
  Il motivo è che, in luogo del controllo del parlamento sul governo,
- negli anni '90 il controllo è stato fatto dalla Magistratura;
- adesso è fatto dai mass media, in misura prevalente;
- e, per necessità, c'è l'azione sopra le righe, del Capo dello Stato.

  Il nodo da sciogliere è restituire al parlamento le sue funzioni, ma anche dare al governo una stabilità, costituzionalmente regolata con binario molto diritto
 Le vie per sciogliere il nodo sono:
a) l'attuazione di un bipolarismo coeso al proprio interno, e ciò richiede che ognuno dei due poli sia capace di prendere decisioni sulla base di una regola condivisa
(questo anche in considerazione che il "bipartitismo" è stato respinto da un   recente referendum popolare);
b) la riforma costituzionale del sistema di governo, con l'elezione diretta del Premier.

1.- La crisi della democrazia in Italia. Stando agli storici, la democrazia è quella "cosa", che Milziade conquistò per la Grecia e per noi Europei, nel 490 a.C. a Maratona sconfiggendo Dario I, Gran Re dei Medi e dei Persiani; ed è ancora quella "cosa" che Temistocle consolidò definitivamente nel 480 a.C., a Salamina, sconfiggendo Serse (successore di Dario).
Quella "cosa" è la democrazia, che è il diritto dei popoli alla libertà, con il solo limite di chinare il capo davanti alla legge.
In termini filosofici, la democrazia è quel sistema politico in cui la "opposizione" è legittimata, ha piena libertà di critica del Governo, ed è titolata all' alternanza rispetto al partito che fa il Governo.
  Ma, allora, di cosa ci lamentiamo ? Il nodo dell'impasse è che la "opposizione" ha un senso, politicamente, se vive mediante il parlamento, vale dire mediante la rappresentanza del popolo per "maggioranza" e "minoranza", preso atto che la democrazia diretta non può esistere materialmente. Appunto..., il nodo è la questione del parlamento, che oggi è completamente controllato dal Governo, e dunque non svolge più la sua funzione.

  In Italia, la fine della prima Repubblica per mano giudiziaria, negli anni '90, ha segnato la prima crisi della democrazia in Italia. Già ..., perchè i Governi cadevano ogni 6 mesi, e la strumentazione della "cosa pubblica" (non l'alternanza, e la moralizzazione conseguente) era divenuta la via, attraverso la quale il potere politico catturava il consenso e si auto-alimentava. Ed, a quel punto, ecco il potere giudiziario a demolirne i presunti responsabili: tali i grandi partiti (la "Democrazia Cristiana" e il PSI, che già erano stati l'architrave della democrazia subentrata al fascismo, oltre al PCI).
  Il controllo della Magistratura sul Governo è stata la prima anomalia della nostra democrazia.

2. Berlusconi ha salvato la democrazia ? E' un fatto che la nascita del partito di Forza Italia ha in qualche modo riempito il vuoto di potere, lasciato dagli scomparsi DC e PSI e, inoltre, ha impedito al PCI di succedere alla DC.
  E' stato un bene impedire al PCI di assumere il Governo? Personalmente, non ho avuto più dubbi, dopo gli anni '70, sulla vocazione assolutamente democratica del PCI (rifiuto della lotta armata, come mezzo di conquista del potere; numerose prese di distanza dai metodi dell'URSS, anche anteriormente, …).
  Tuttavia, tant'è che le cose sono andate diversamente. Anzi, sono stato fra quelli che hanno benedetto Forza Italia e poi anche le successive alternanze delle coalizioni.
   Invece ho avuto riserve su Berlusconi, da quando è stato anche lui investito dalla Magistratura.
   E adesso che abbiamo visto il seguito... possiamo dire che il vuoto lasciato dalla DC sia stato riempito efficacemente, in termini di democrazia ?
  E' un fatto che il potere di Berlusconi si regge sul collegamento diretto col popolo sulla base di una nuova "moralità pubblica", quella di chiedere il voto impegnandosi su un programma. Questo può avvenire grazie al progresso tecnico nel campo della comunicazione.
  E come Berlusconi si vale dei mass media per colloquiare col popolo, così "altri" si valgono dei mass media per il controllo del Governo. Questo controllo è la seconca anomalia della democrazia, (dopo quella relativa alla Magistratura negli anni '90.
   L'interrogatorio del Premier, ieri sera (martedì 15 sett) sul primo canale della televisione pubblica, è la prova visibile che il controllo del governo è fatto, oggi, da una sorta di tribunale del popolo, i cui giudici sono i giornalisti della grande INFORMAZIONE, e il capo del governo è chiamato a rispondere direttamente al popolo.
   Ritengo che sia assolutamente da respingere un meccanismo che ha, come effetto conseguente, che il Premier si occupi di rintuzzare personalmente i mass media, magari distraendosi dal "buon governo".
   Direi anche che le dimissioni "obbligate" del direttore di AVVENIRE sia un caso di intimidazione grave e di arroganza, questa volta sulla Chiesa Cattolica, da parte di un giornalista che rientra nel suo sistema di potere. E chissà quanti altri casi ci sono di persone che si sentono potenzialmente intimidite, soprattutto imprenditori, i più vulnerabili tra quelli che osassero esprimere "opinioni".
   Infine il fatto, che non ci sia stato (martedì) il plebiscito dell'audience, confligge con i sondaggi d'opinione del Premier.

2.- In queste anomalie, la Costituzione c'entra molto, per fortuna. I Padri Costituenti, nel prefigurare il sistema democratico per l'Italia, si preoccuparono di introdurre alcuni meccanismi atti a scongiurare il ritorno di un nuovo dittatore in Italia, quali:
a) il Premier vive sulla fiducia del Parlamento, revocabile in ogni momento;
b) il Capo dello Stato firma gli atti del Governo, a garanzia della loro costituzionalità;
c) la stampa è libera;
d) la magistratura è indipendente dal Governo, sia pur subordinatamente a talune grane procurabili dal Governo (perché ha la competenza di finanziarne ... le spese di funzionamento, e dunque la possibilità di limitarle ...).
  Dei meccanismi elencati, il primo vive oggi solo sulla carta, da anni. Se permane democrazia in Italia, è solo perchè sono intervenuti surrettiziamente gli altri meccanismi, prefigurati dai Padri Costituenti.
   Questa non è la normalità, ma la via non è il taglio della testa a Berlusconi. La storia romana ci racconta che Giulio Cesare, tornato vincitore dalle Gallie, volle comandare a Roma. E siccome solo la riviviscenza del Senato avrebbe potuto condizionarlo, egli riformò il Senato, portando a 900 il numero dei Senatori (tutti "amici suoi", dicono gli storici), così da diluire il potere dei residui Senatori (del partito aristocratico), vecchi amici di Pompeo.
  La storia romana ci racconta anche di un manipolo di ribelli (tra cui Marco Bruto, "figlio suo"), che uccise Cesare, ritenendo che questo sarebbe stato l'unico modo di salvare la Repubblica. Sappiamo che le cose andarono ben diversamente, perchè il popolo amava Cesare e perché il motivo della crisi della repubblica non era Cesare, ma la debolezza del Senato, non più capace di prendere decisioni al passo coi tempi.

4. Rivitalizzare il parlamento. Torniamo a noi. Una democrazia entra in crisi quando non riesce a prendere decisioni al passo coi tempi. Nel caso dei Romani c'era da rivitalizzare il Senato in rapporto ad un grande impero, da salvaguardare, con problemi mondiali. Nel caso nostro il compito è assai più limitato: quello di continuare a stare attaccati ad un grande "impero" che c'è già ed è solido: l'U.E. .
  Ai tempi nostri, gran parte della debolezza del parlamento va riferita alla sinistra, perchè non rappresentata nel suo intero. Peggio: prima, il Governo Prodi è stato lo specchio della incapacità della sinistra di prendere decisioni: troppe discussioni e finanche, dopo le "poche" decisioni, trovare in piazza alcuni ministri a marciare contro il Governo, alle cui decisioni avevano partecipato poco prima.
  Penso che il Governo Berlusconi sia un regalo della sinistra (meglio dire, della situazione che dura da anni).
  Ma adesso che abbiamo un Governo capace di prendere decisioni, la sinistra ci lasci in pace per i quattro anni che spettano a questo Governo legittimo (avevano detto le stesse cose, a suo tempo, contro Berlusconi che tramava contro Prodi).
  Al punto in cui siamo, il fatto, che Berlusconi non sia molto democratico, non significa che non meriti rispetto perché è stato eletto legittimamente. C'è, poi, che la storia ci ha dato delle dittature illuminate. La Chiesa Cattolica è una monarchia assoluta e il nostro Papa non è forse un "dittatore illuminato" ?
  Direi che, se motivi di lamento ci sono, la cosa va centrata sulla qualità delle sua decisioni, più che sulla persona.

4.- Nella ricostruzione del parlamento, il ruolo della sinistra c'entra molto. Il parlamento non potrà riappropriarsi delle sue funzioni, se la sinistra non svolgerà al suo interno la propria funzione in modo credibile.
La sinistra (tutti i partiti che dal centro guardano verso sinistra) si caratterizza per una gran bella cosa: quella di discutere dal basso i problemi, e anzi discutere sempre, sempre, sempre, dalla mattina alla sera.
  La sinistra ha, però, anche un grande difetto: quello di essere divisa, e questo le impedisce di prendere decisioni …).
  Molto dipende dall'estremo attaccamento di molti alle proprie idee. Ma le decisioni bisogna prenderle … e allora il nodo è un grande dibattito tra loro per concordare le regole di decisione. Per alcune cose (che ne identificano le caratteristiche esistenziali) serve la unanimità (ma che sono una, due, tre al massimo). Per le altre, la regola della maggioranza assoluta basta e avanza. Dopo la discussione, in cui si possa sostenere tutto e il contrario di tutto… poi, una volta presa la decisione, questa va portata avanti unanimemente. Questa è la grande scommessa della sinistra.
   Senza una "grande sinistra" capace di prendere decisioni, non riavremo un parlamento secondo la Costituzione.

5. Ricostruito il parlamento, potremo porre mano alla Costituzione. Negli USA, l'elezione diretta del Presidente non impedisce al Parlamento di funzionare. Anzi, questo guadagna in autonomia, perché dalle proprie decisioni non è generata la caduta del Presidente.
   Questo è un grande nodo che va affrontato, se non si vuole tornare a far cadere i governi ogni 6 mesi.
   A quanti (come me) sono preoccupati e temono che una repubblica presidenziale ci porti direttamente alla dittatura di Berlusconi, dico che potremmo salvaguardare la figura del Capo dello Stato, anzi rafforzarne i poteri di controllo diretto costituzionale sugli atti del Governo.
  E dico che oggi c'è un potere delle Regioni, che conta molto per il bilanciamento dei poteri, c'è un quadro europeo di riferimento, c'è una accresciuta educazione scolastica della popolazione e ci sono dei sindacati dei lavoratori molto forti.                                                                                                                                             Nino Luciani

 


La lettera del Papa al Presidente del G8, On. Dr. Silvio Berlusconi
"PER INVESTIMENTI SULL'UOMO"
e "per lo sradicamento delle cause della povertà estrema"

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Joseph Alois Ratzinger, papa

   Di questa lettera, sono state dette molte parole sui giornali.  Per un apporto alla chiarezza e alla verità, ho ritenuto di riprodurre l'originale per i Colleghi universitari.
   La chiave del messaggio è un appello all'aiuto ai poveri, ma non in termini di beneficenza, bensì di investimenti sull'uomo. Anche la premura per l'Africa mi è sembrata opportuna, ma da collegare alla chiosa si Obama, nel G8: "il futuro dell'Africa dipende dall'Africa" - N.d.R.), che ci riporta agli "investimenti sull'uomo".
   A ridosso di questo mio commento, voglio ricordare la "Populorum progressio" del papa Paolo VI, perchè fu una rigorosa impostazione della problematica della povertà in termini di investimenti per lo sviluppo, direttamente nei Paesi poveri. Direi che questo genere di aiuto, oltre che umanitario, è anche più "conveniente", e che la spesa,  per ricacciare in mare i migranti, è contro natura perchè, nel medio-lungo periodo, nessuno potrà soffocare il diritto delle persone ad una vita migliore nei luoghi dove "vedono" possibile una vita migliore.

   Con l'occasione mi sono ricordato di un grande progetto di irrigazione, di moda 30 anni fa, di cui non ho più sentito parlare. Si trattava di canalizzare verso il Sahara l'acqua dei Grandi Laghi sotto l'equatore, che va perduta nell'Oceano. N.L. 

Chi vuole può trovare l'originale della Populorum progressio, cliccando su: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html
   Per una prima occhiata, ne riporto qui sotto i titoli del Sommario

   Onorevole Signor Presidente,
in vista del prossimo G8 dei Capi di Stato e di Governo del Gruppo dei Paesi più Industrializzati, che si svolgerà all'Aquila nei giorni 8-10 luglio prossimi sotto la presidenza italiana, mi è gradito inviare un cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti.
   Colgo poi volentieri l'occasione per offrire un contributo alla riflessione sulle tematiche dell'incontro, come in passato ho già avuto modo di fare.
   Sono stato informato dai miei collaboratori circa l'impegno con cui il Governo, che Ella ha l'onore di presiedere, si sta preparando a quest'importante appuntamento, e so quale attenzione abbia riservato alle riflessioni, che, sulle tematiche dell'imminente Vertice, hanno formulato la Santa Sede, la Chiesa Cattolica in Italia e il mondo cattolico in generale, nonché Rappresentanti di altre religioni.
   L a partecipazione di Capi di Stato o di Governo, non solo del G8 ma di molte altre Nazioni, farà sì che le decisioni da adottare, per trovare vie di soluzione condivise sui principali problemi che incidono su economia, pace e sicurezza internazionale, possano rispecchiare più fedelmente i punti di vista e le attese delle popolazioni di tutti i Continenti.
  Questa partecipazione allargata alle discussioni del prossimo Vertice appare pertanto quanto mai opportuna, tenendo conto delle molteplici problematiche dell'attuale mondo altamente interconnesso e interdipendente. Mi riferisco, in particolare, alle sfide della crisi economico-finanziaria in corso, così come ai dati preoccupanti del fenomeno dei cambiamenti climatici, che non possono non spingere a un saggio discernimento e a nuove progettualità per "'convertire' il modello di sviluppo globale" (cfr. Benedetto XVI, Angelus , 12 novembre 2006), rendendolo capace di promuovere, in maniera efficace, uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della solidarietà umana e della carità nella verità.
   Alcune di queste tematiche vengono affrontate anche nella mia terza Enciclica Caritas in veritate , che proprio nei prossimi giorni verrà presentata alla stampa.
   In preparazione al Grande Giubileo del 2000, su impulso di Giovanni Paolo II, la Santa Sede ebbe a prestare grande attenzione ai lavori del G8. Il mio venerato Predecessore era infatti persuaso che la liberazione dei Paesi più poveri dal fardello del debito e, più in generale, lo sradicamento delle cause della povertà estrema nel mondo dipendevano dalla piena assunzione delle responsabilità solidali nei confronti di tutta l'umanità, che hanno i Governi e gli Stati economicamente più avanzati. Responsabilità che non sono venute meno, anzi sono diventate oggi ancora più pressanti.
   Nel passato recente, in parte grazie alla spinta che il Grande Giubileo del 2000 ha dato alla ricerca di soluzioni adeguate alle problematiche relative al debito e alla vulnerabilità economica dell'Africa e di altri Paesi poveri, in parte grazie ai notevoli cambiamenti nello scenario economico e politico mondiale, la maggioranza dei Paesi meno sviluppati ha potuto godere di un periodo di straordinaria crescita, che ha consentito a molti di essi di sperare nel conseguimento dell'obiettivo fissato dalla Comunità internazionale alla soglia del terzo millennio, quello cioè di sconfiggere la povertà estrema entro il 2015.
    Purtroppo, la crisi finanziaria ed economica, che investe l'intero Pianeta dall'inizio del 2008, ha mutato il panorama, cosicché è reale il rischio non solo che si spengano le speranze di uscire dalla povertà estrema, ma che anzi cadano nella miseria pure popolazioni finora beneficiarie di un minimo benessere materiale.
  I noltre, l'attuale crisi economica mondiale comporta la minaccia della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente in favore dell'Africa e degli altri Paesi economicamente meno sviluppati. E pertanto, con la stessa forza con cui Giovanni Paolo II chiese il condono del debito estero, vorrei anch'io fare appello ai Paesi membri del G8, agli altri Stati rappresentati e ai Governi del mondo intero, affinché l'aiuto allo sviluppo, soprattutto quello rivolto a ' valorizzare' la ' risorsa umana', sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione. Non è infatti investendo sull'uomo - su tutti gli uomini e le donne della Terra - che si potrà riuscire ad allontanare in modo efficace le preoccupanti prospettive di recessione mondiale?
    Non è in verità questa la strada per ottenere, per quanto possibile, un andamento dell'economia mondiale a beneficio degli abitanti di ogni Paese, ricco e povero, grande e piccolo? I l tema dell'accesso all'educazione è intimamente connesso all'efficacia della cooperazione internazionale.
   Se allora è vero che occorre 'investire' sugli uomini, l'obiettivo dell'educazione basica per tutti, senza esclusioni, entro il 2015, non solo va mantenuto, bensì rafforzato generosamente. L'educazione è condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia, per la lotta contro la corruzione, per l'esercizio dei diritti politici, economici e sociali e per la ripresa effettiva di tutti gli Stati, poveri e ricchi.
    Ed applicando rettamente il principio della sussidiarietà, il sostegno allo sviluppo non può non tener conto della capillare azione educatrice che svolgono la Chiesa cattolica e altre Confessioni religiose nelle regioni più povere e abbandonate del Globo.

POPULORUM PROGRESSIO
LO SVILUPPO DEI POPOLI
26 marzo 1967

Introduzione, LA QUESTIONE SOCIALE È OGGI MONDIALE
Sviluppo dei popoli
Insegnamento sociale dei papi
Il fatto maggiore
I Nostri viaggi
Giustizia e pace

Prima parte, PER UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL'UOMO


1. I dati del problema
Aspirazioni degli uomini
Colonizzazione e colonialismo
Squilibrio crescente
Aumentata presa di coscienza
Urti di civiltà
Conclusione

2. La chiesa e lo sviluppo

L'opera dei missionari
Chiesa e mondo
Visione cristiana dello sviluppo
Vocazione e crescita
Dovere personale e comunitario
Scala dei valori
Crescita ambivalente
Verso una condizione più umana
L'ideale da perseguire

3. L
'opera da compiere
La destinazione universale dei beni
La proprietà
L'uso dei redditi
L'industrializzazione
Capitalismo liberale
Il lavoro e la sua ambivalenza
L'urgenza dell'opera da compiere
Tentazione della violenza
Rivoluzione
Riforma
Programmi e pianificazione al servizio dell'uomo
Alfabetizzazione
Famiglia
Demografia
Organizzazioni professionali
Pluralismo legittimo
Formazione culturale
Tentazione materialistica
Conclusione 
Verso un umanesimo plenario

Seconda parte, VERSO LO SVILUPPO SOLIDALE DELL'UMANITÀ

Fraternità dei popoli

1. L
'assistenza dei deboli
Lotta contro la fame, oggi e domani
Dovere di solidarietà
Il superfluo
Programmi
Fondo mondiale: vantaggi e urgenza
Dialogo da instaurare: sua necessità

2. Equità nelle relazioni commerciali

Distorsione crescente, al di là del liberalismo
Giustizia dei contratti a livello dei popoli
Misure da prendere
Convenzioni internazionali
Ostacoli da superare: nazionalismo e razzismo
Verso un mondo solidale
Tutti i popoli artefici del loro destino

3. La carità universale

Doveri connessi con l'ospitalità
Dramma dei giovani studenti e dei lavoratori emigrati
Senso sociale
Missione di sviluppo
Qualità degli esperti
Dialoghi di civiltà
Appello ai giovani
Preghiera e azione

Conclusione
: Lo sviluppo è il nuovo nome della pace
Uscire dall'isolamento
Verso un'autorità mondiale efficace
Fondate speranze in un mondo migliore
Tutti solidali

APPELLO FINALE

Cattolici
Cristiani e credenti
Uomini di buona volontà
Uomini di stato
Uomini di pensiero
Tutti all'opera

PAOLO PP. VI

 A gli illustri partecipanti all'incontro del G8, mi preme altresì ricordare che la misura dell'efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi coincide con la misura della sua valenza etica. Occorre cioè tener presenti le concrete esigenze umane e familiari: mi riferisco, ad esempio, all'effettiva creazione di posti di lavoro per tutti, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità che hanno nell'educare i figli e nell'essere protagonisti nelle comunità di cui sono parte. "Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, - ebbe a scrivere Giovanni Paolo II - in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfa - centi di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale" ( Centesimus annus, 43; cfr. Id., Laborem excercens, 18).
E proprio a tale scopo, si impone l'urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione - e se necessario persino andando oltre - alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo. Auspico che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice Onu del Millennio circa l'eliminazione della povertà estrema entro il 2015.
È doveroso riformare l'architettura finanziaria internazionale per assicurare il coordinamento efficace delle politiche nazionali, evitando la speculazione creditizia e garantendo un'ampia disponibilità internazionale di credito pubblico e privato al servizio della produzione e del lavoro, specialmente nei Paesi e nelle regioni più disagiati. L a legittimazione etica degli impegni politici del G8 esigerà naturalmente che essi siano confrontati con il pensiero e le necessità di tutta la Comunità Internazionale.
A tal fine, appare importante rafforzare il multilateralismo, non solo per le questioni economiche, ma per l'intero spettro delle tematiche riguardanti la pace, la sicurezza mondiale, il disarmo, la salute, la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse naturali per le generazioni presenti e future.
L'allargamento del G8 ad altre regioni costituisce senz'altro un importante e significativo progresso; tuttavia nel momento dei negoziati e delle decisioni concrete ed operative, bisogna tenere in attenta considerazione tutte le istanze, non solo quelle dei Paesi più importanti o con un più marcato successo economico. Solo questo può infatti rendere tali decisioni realmente applicabili e sostenibili nel tempo.
Si ascolti pertanto la voce dell'Africa e dei Paesi meno sviluppati economicamente! Si ricerchino modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei Paesi, compreso il G8, all'Assemblea delle Nazioni Unite, dove ogni Nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi in una situazione di uguaglianza con le altre.
V orrei infine aggiungere che è quanto mai significativa la scelta del Governo Italiano di ospitare il G8 nella città dell'Aquila, scelta approvata e condivisa dagli altri Stati membri ed invitati.
Siamo stati tutti testimoni della generosa solidarietà del Popolo italiano e di altre Nazioni, di Organismi nazionali ed internazionali verso le popolazioni abruzzesi colpite dal sisma. Questa mobilitazione solidale potrebbe costituire un invito per i membri del G8 e per i Governi e i Popoli del mondo ad affrontare uniti le attuali sfide che pongono improrogabilmente l'umanità di fronte a scelte decisive per il destino stesso dell'uomo, intimamente connesso con quello del creato.
O norevole Signor Presidente, mentre imploro l'assistenza di Dio su tutti i presenti al prossimo G8 dell'Aquila e sulle iniziative multilaterali intese a risolvere la crisi economico-finanziaria e a garantire un futuro di pace e di prosperità per tutti gli uomini e le donne senza nessuna esclusione, colgo volentieri l'occasione per esprimerLe nuovamente la mia stima e, assicurando la mia preghiera, Le porgo un deferente e cordiale saluto. Benedetto XVI

 

CRISI ECONOMICA : "Una questione di soldi  veri  ?"
Berlusconi  fa  del teatrino,   finanche nei consessi internazionali,
perchè pensa  che la crisi  sia  soprattutto psicologica.  Invece, serve  incisività

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Silvio Berlusconi

   
   Nino Luciani*, CRISI. La via per ritrovare "soldi veri",*
   vale dire per ricostruire il mercato monetario:
 

 
1) Presupposto è ripristinare la separazione tra il
      mercato monetario e il mercato finanziario;
  2) impiegare la leva fiscale in senso redistributivo;
  3) il deficit  spending, finanziato da fabbricazione di carta

     moneta aggiuntiva, in un quadro europeo, per fare una
     parziale svalutazione dell'euro, tanta quanta quella del
     dollaro (grosso modo, il  20% in due anni), anche per
     salvaguardare il cambio.  

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Elena Marcegaglia, Confindustria

 
1.-  Separazione tra mercato monetario e mercato finanziario. La crisi che stiamo attraversando nasce dal fatto che la montagna di moneta legale, già in precedenza in circolazione nel mondo, è sparita come se questa montagna sia finita sott'acqua. Ma la moneta c'è, non è stata distrutta. A dispetto di questo fatto, le merci restano in giacenza nei magazzini. Il motivo è che la domanda non è "effettiva" (direbbe Keynes), ossia non è accompagnata da potere d'acquisto (da "soldi veri", dice Marcegaglia).
   Alle origini del vuoto monetario è la commistione tra mercato monetario (mercato a breve) e mercato finanziario (mercato a medio-lungo termine), e sicuramente molto ha giocato, sullo sfondo, il problema del finanziamento della guerra in IRAQ. Cadendo la domanda (statale) di prodotti di guerra, le relative imprese devono chiudere o convertirsi. Lo stesso vale per le industrie incompatibili con l'uso eccessivo del petrolio (automobili americane).
  Ma pur preso atto che lo scenario della guerra va allontanandosi, rimane il problema della separazione tra mercato monetario e mercato finanziario, perchè quanto successo, non succeda più. Guarda caso, noi italiani, a partire dalla legge bancaria del 1936, la separazione l'avevamo, ma (per adeguarci al resto del mondo) l'abbiamo abolita nel 1993, inserendo la "banca mista".
    Torniamo al mercato monetario.
    Perchè la moneta legale è sparita ? Sotto il profilo tecnico-ingegneristico è come se, in un grande canale circolare, piano, sia stata immessa acqua in una determinata imboccatura, verso una determinata direzione, ma essa non ritorna (in cambio di merci) dopo aver fatto il giro completo, per poi ricominciare a fare il giro. La prima spiegazione è che la moneta è saltata nel circuito del mercato finanziario, che non solo ha un orizzonte temporale medio-lungo, ma è stato anche afflitto dalle insolvenze del settore produttivo dei beni per la guerra in IRAQ, in via di cessazione. E' qualcosa di simile al principio di azione e reazione, proprio della fisica: non ci può essere azione (della moneta), se non c'è una reazione uguale e contraria (delle merci). La seconda spiegazione, quasi banale, data da J.M. Keynes, è che la moneta è finita nelle mani di redditieri che hanno relativa alta propensione al risparmio, intesa anche come tesaurizzazione perchè, in tempi di aspettative pessimistiche, chi ha moneta buona se la tiene.
  Se la diagnosi è corretta, il problema "monetario" consiste semplicemente nel riattivare la circolazione, ma separatamente da quella del mercato finanziario. Questa operazione, oggi, è molto più facile che in passato, perchè la moneta è cartacea, e dunque è facile da produrre. Ben altra difficoltà ci sarebbe se si dovesse produrre l'oro, come moneta; o se la crisi economica fosse una carenza di produzione di merci.
  Posto il problema in questi termini, tutto sembra ridursi ad una banalità. In realtà la cosa è complicata, ma più si aspetta ad intervenire, e peggio è. Ricominciamo.

  2.-  Come intervenire ? Nel panorama economico, ci sono delle persone che, pur avendo potere di acquisto, non spendono; e ci sono persone che vorrebbero spendere ma non hanno potere d' acquisto. In questo senso, il problema diviene quello di rompere il dualismo. Per l'Italia, il punto di riferimento è la banca centrale europea, e con essa la banca d'Italia.
    Tuttavia, se il "cavallo non beve", la via del credito a buon mercato, è utile solo per rinviare fallimenti in atto. Anche la "moral suasion" di Berlusconi, a spendere, ha una valenza solo teorica, in quanto la gente tornerà a spendere solo se trova rimossi i motivi di decelerazione della spesa, sia per consumi sia per investimenti.
   Il modo che rompe il dualismo è: a) attivare la leva fiscale in senso redistributivo; b) immettere moneta aggiuntiva tramite il disavanzo di bilancio, finanziato da moneta aggiuntiva, per svalutare intenzionalmente. Tutto questo, in via transitoria, per sbloccare il sistema economico, dopo di che lo Stato dovrà ritirarsi.  
  Tuttavia, la dimensione "globale" della crisi pone all'Italia quanto meno un coordinamento al livello europeo. Invece, guarda caso, dobbiamo assistere a duetti "Francia-Germania", senza l'Italia. Eppure la Merkel è passata per l'Italia qualche mese fa. E anche Sarkosy è passato da noi qualche settimana fa. E' una questione di scarsa capacità di convincimento di Berlusconi nei confronti dei leader "europei", o è il contrario ?  Torniamo sugli strumenti.
    a) la via fiscale in senso redistributivo. Da soli, l'unica via, importante, che potremmo applicare, è quella fiscale in senso redistributivo, vale dire va impiegata la tassazione per togliere moneta ai redditi medio-alti, perchè con relativa alta propensione al risparmio, e sgravare i redditi medio-bassi perchè con relativa alta propensione al consumo. Questo permette al bilancio di mantenere i pregressi impegni di spesa, ed in poco tempo.
   Negli USA, un'area piena di dollari è quella che ricomprende i settori, che hanno prodotto beni per la guerra. Anche questi settori dovranno cedere alla fiscalità una parte dei "superprofitti".
  Tuttavia, qui c'è una problematica a double face.La prima fase della crisi economica è nata in questi settori perchè, al venir meno della domanda pubblica di prodotti per la guerra, essi hanno dovuto licenziare personale. E ciò ha innescato, a domino, tutta una serie di inadempienze, da parte delle famiglie (mutui, ecc.). Questi settori hanno adesso dei  problemi di conversione industriale per prodotti di pace. Dunque, questi settori dovranno cedere alla fiscalità una parte dei "superprofitti", ma in un secondo tempo, dopo che avranno risolto i loro problemi di conversione industriale
    b) il deficit spending. La seconda via importante è il deficit spending, ma a causa dei suoi effetti "monetari", essa è praticabile sono in un concerto europeo di euro.
  Esso serve a creare svalutazione monetaria. Questa politica ha due risvolti: quello di prelevare "rispamio forzoso", attraverso l'aumento dei prezzi; e quello di permettere allo Stato di spendere.
   Nell'area del dollaro (dunque, anche fuori degli USA) il pieno di dollari sta presso i Paesi petroliferi. Dunque, poichè  la tesaurizzazione in dollari è fuori dagli USA, nei confronti di questi Paesi non è applicabile la manovra fiscale. In questo senso il solo modo di tassarli è svalutare il dollaro. Qualcosa del genere potremmo fare in Europa per l'Euro, ma in coordinamento col dollaro, in modo da mantenere il cambio, fisso.
   Il risvolto del deficit spending, anche grazie alla sua entità, è di permettere il finanziamento della spesa pubblica, soprattutto in lavori pubblici.
  Questa via, però, non ha effetti immediati (salvo che in termini di "aspettative" degli operatori), perchè passa per i procedimenti burocratici, lenti per loro natura. L'importante è, comunque, che i processi siano avviati presto, in modo da consolidare quanto avviato per la via fiscale (vedi punto a).
   Una seconda via di spesa è il finanziamento delle povertà. Questa via può essere rapidamemte attuata, se i percettori sono già nei ruoli amministrativi dello Stato.

  3.-  COSA  FA IL NOSTRO GOVERNO RISPETTO A QUESTE INDICAZIONI ? Fa molto in termini di numero di decisioni, ma poco in termini operativi. Vediamo qualche caso:
  a) nulla in termini fiscali in senso redistributivo, che sarebbe la via più efficace. Questa via sarebbe anche un "atto dovuto" da parte del governo Berlusconi. Non abbiamo ancora dimenticato la "rapina del secolo", lasciata passare sotto i suoi occhi, nel 2002-2003 ai danni del reddito fisso, a causa del raddoppio dei prezzi, causa Euro (per errato calcolo del cambio lira/euro da parte del pregresso governo Prodi e del governatore Fazio);
  b) rilancio delle opere pubbliche. Esse sono di là da venire, a causa della lentezza dei meccanismi burocratici;
  c) sostegno delle banche. Anche questo va benissimo, perchè serve ad impedire insolvenze verso i depositanti, e quindi evitare una catastrafe a domino. Tuttavia questo serve solo a creare argini. Siamo ancora molto lontani dall'aggredire la crisi finanziaria delle imprese.
  d) sostegno dell'edilizia con mezzi amministrativi. Anche questo va bene. Ma chi farà queste piccole opere, se non ha liquidità primaria ?
  e) esportazioni. Queste sono assolutamente allo sbaraglio, perchè la domanda estera non dipende da noi, almeno in modo diretto. Per questo settore, l'unico modo nostro sarebbe di usare la politica fiscale come sostituto della politica monetaria (che non è più nelle nostre mani). Usare la politica fiscale, in modo monetario, vuol dire convertire (in parte) il sistema fiscale, sostituendo le imposte indirette con imposte dirette, a parità di gettito.
  C'è, poi, la questione del modesto appeal dell'Italia nei confronti della Francia e della Germania. Questo è un grosso fattore di debolezza, per l'Italia.
*Nino Luciani, Ordinario di scienza delle finanze, Università di Bologna.

 

Stato della giustizia in Italia

"Relazione sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2008"
in occasione della INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2009
Il testo completo, è in: http://www.cortedicassazione.it/#,"Relazione sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2008"

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Vincenzo Carbone

 


Vincenzo Carbone*, 
"Le principali cause della crisi"

(Stralcio dalla relazione, Parte III).

 
* Primo Presidente della Corte di Cassazione


Vincenzo Carbone, Relazione, Parte III - LE PRINCIPALI CAUSE DELLA CRISI

Sommario:  "Le cause principali della crisi"
1. Le cause esterne: 1.1. L'irrazionale distribuzione delle sedi giudiziarie; 1.2. Le risorse (scarse) della Giustizia e le rigidità nel loro utilizzo; 1.3. Le modalità di accesso al sistema della Giustizia e l'"abuso del processo; 1.4. Le ulteriori disfunzioni della domanda di Giustizia (mancanza di filtri equi ed efficaci, che genera  troppi avvocati)
2. Le cause interne: a) uso mediatico della Giustizia, da parte di Giudici; b) politica di "potere" e "personalismo"; c) "carriere parallele" da parte di Giudici, fuori ruolo a domanda per un tempo abnorme; d) mancanza di una cultura dell'organizzazione e dell'efficienza

Premessa. Per affrontare una crisi è sempre necessario, innanzitutto, individuarne e comprenderne con impietosa lucidità le cause, nella consapevolezza che la Giustizia, come ogni sistema aperto, è sottoposta, come si è detto, alla regola della causazione complessa: occorre analizzare tutti i fattori critici e tenere presenti le loro interazioni, per agire consapevolmente in modo organico ed evitare gli effetti inattesi e le conseguenze indesiderate, che così spesso si accompagnano all'azione riformatrice. Per invertire il calo di fiducia non basta individuare una criticità e aggredirla, ma occorre agire contestualmente sia sulle cause esterne che su quelle interne al sistema stesso. Per rimuovere, o almeno correggere, le prime è necessario innanzitutto un impegno del Parlamento e del Governo, che porti ad una ridefinizione delle politiche. Per rimuovere le seconde è necessario, invece, innanzitutto uno sforzo di tutti gli operatori, ai diversi livelli.

1 - LE CAUSE "ESTERNE": OFFERTA E DOMANDA DI GIUSTIZIA
1.1. L'irrazionale distribuzione delle sedi giudiziarie. Una grave causa di disfunzione è l'irrazionalità della attuale distribuzione delle sedi giudiziarie, che sfugge ai più elementari principi di buona organizzazione degli uffici pubblici. In Italia ci sono 165 Tribunali e relative procure, di cui non pochi istituiti con leggi speciali ad hoc, e 220 sezioni distaccate di Tribunali. Di questi, 93 Tribunali e Procure, che rappresentano il 56% degli uffici giudiziari, hanno non più di 20 Magistrati, e circa 60 hanno sede in territori che già possono contare sull'esistenza di un Tribunale nella sede del capoluogo provinciale (abbiamo 19 Tribunali in Sicilia, con 4 Corti d'Appello, e 17 Tribunali in Piemonte; a Sulmona il Tribunale più piccolo ha 1 Presidente e 3 Giudici).
   Ciò provoca costi di gestione altissimi e continui rischi di blocco dei processi negli uffici più piccoli, per l'assenza anche di un sol Giudice. Si comprendono le forti resistenze e le pressioni locali per mantenere un presidio di Giustizia sul territorio. In attesa di un riordino organico (sulla base della "dimensione organizzativa ottimale" degli uffici giudiziari), si potrebbero almeno trasformare subito, in via transitoria, i circa 60 Tribunali periferici in sezioni distaccate del Tribunale del capoluogo di Provincia. Ciò consentirebbe di conservare intatta la rete territoriale, ma di centralizzare in capo al presidente del Tribunale provinciale la gestione del personale e delle risorse, con ben maggiore efficienza e flessibilità, rendendo un servizio migliore, anche nelle stesse sedi distaccate. In altri paesi si è già provveduto sia all'accorpamento dei Tribunali piccoli e medio-piccoli sia alla ripartizione nel 2007 dei Tribunali grandi come quello di Parigi, suddiviso in quattro sedi più funzionali ed efficienti in virtù del principio di "une organisation territoriale rationalisée".

1.2. Le risorse della Giustizia e le rigidità nel loro utilizzo. Da molte parti si lamenta la scarsità delle risorse. Il problema esiste, ma non si tratta di quello più grave, (anche in considerazione di quanto accade negli

  Nino Luciani, Quattro osservazioni in libertà, ma anche un pò di delusione per l'inadeguatezza della relazione

   Questo commento è quello di "uno" (non del campo), che da anni sente la cantilena della lentezza dei processi, ma che non ha mai guardato dentro, per capire cosa succede. Ed ecco che, infine, mi sono letto tutta la relazione del Procuratore Generale, e ne riporto solo la parte che  riguarda i rimedi.
CAUSE ESTERNE. In breve sintesi, secondo il relatore, la gran parte dei mali deriva da carenze strutturali:
1) Troppe sedi, di cui la gran parte di dimensione troppo piccola.
   Questo non permette un impiego flessibile dei pochi giudici e cancellieri,(di questi, ne servirebbero 2  per 1 giudice), ripartendoli all'occorrenza per le varie esigenze. Una prima soluzione starebbe nel superare la frammentazione, ridefinendo opportunamene le dimensioni delle varie sedi.

2) Scarsità delle risorse. Per il relatore il problema esiste,, ma non è quello più grave. Davvero c'è da rimanere perplessi. Non c'è una cifra da cui risulti quanti sono i giudici e i cancellieri mancanti (risulterebbe che per un giudice, servono due cancellieri), e nemmeno c'è una cifra da cui risulti la necessità di Computer e attrezzatire varie. Eppure dai giudici ci sono non poche voci, che lamentano questo tipo di carenze.
3) Abuso del processo. Ci sono molte cause civili e penali,  perchè poco costose. Il relatore suggerisce un filtro (?), ma poi  invoca lumi dalla teoria delle scelte collettive, ma non va oltre.

    Su questo versante, nel campo civile, secondo detta teoria, una via è richiedere il pagamento anticipato del valore presunto della causa, e da restituire in caso di vittoria. Tuttavia, poichè il servizio della giustizia è un bene misto (pubblico e privato, con prevalenza del privato), solo una parte del costo va addebitato al ricorrente (70% ?), eventualmente differenziando per classi di redditieri.
   Nel campo penale, il relatore tace. Qui è notorio che la numerosità delle cause deriva dalla obbligatorietà dell'azione penale e dal periodo di prescrizione dei reati, che incentiva azioni ritardanti i processi. C'è, poi, la tipologia del processo penale, che è un processo "parlato", ossia in cui la documentazione esterna conta poco, e dunque facilmente rivoltabile ("confessi, e poi ritratti; confessi di nuovo, e di nuovo ritratti, e così il tempo passa). Anche qui il Primo Presidente non si spreca.
   A proposito della obbligatorietà dell'azione penale, si potrebbe forse mettere qualche limite: ad esempio, separare le cause per tipologia di reati, e sorteggiarne un 50%, per ogni tipologia.
  A riguardo della prescrizione, si potrebbe farla decorrere solo dall'inizio del processo, in modo da responsabilizzare i giudici in modo diretto, ed eventualmente penalizzarli nella retribuzione, in caso di scatto della prescrizione.
3) Avvocati. Secondo il relatore ci sono troppi avvocati, non sempre all'altezza del compito. Serve una migliore selezione nei concorsi per l'accesso all'Ordine.
CAUSE INTERNE. Su queste il relatore è molto superficiale e breve.
1) Carriere parallele. Il Relatore lamenta l'abuso di giudici ("non pochissimi"), che ottengono facilmente la collocazione "fuori ruolo", per fare attività di giudici privati, e questo dà luogo a vere e proprie "carriere parallele" a quelle dei giudici in servizio di ruolo.

    Il relatore non propone rimedi. Ci si sarebbe almeno aspettato che proponesse l'abolizione del fuori ruolo durante la carriera;
2) Mancanza di cultura dell'organizzazione e dell'efficienza da parte dei Giudici. Il relatore non va oltre questo lamento.
  Credo che ci sarebbe un modo di incentivare i giudici ad organizzarsi per accelerare i processi: ad es. dare una retribuzione variabile al giudice, in base al numero dei processi. La retribuzione, tuttavia, dovrebbe essere relativamente bassa (per non incentivare la frettolosità)

P.S. Nella relazione è deplorato l'uso mediatico delle sentenze, da parte di alcuni giudici, con effetto devastante sul buon nome della giustizia.
   Nulla si dice della politicizzazione dei giudici e della separazione delle carriere. NL

altri  Paesi). In effetti, negli ultimi anni la spesa per la Giustizia risulta recessiva sia in valore assoluto sia in relazione alle altre spese pubbliche. L'incidenza delle complessive spese per la Giustizia sul Bilancio dello Stato oscilla dall' 1,11% del 2005, l'1,22% del 2006 e l'1,15% del 2007, poi scende all' 1,07% del 2008 e, infine, all' 1,00% del 2009.
   L'incidenza sul bilancio dello Stato delle spese di Giustizia (solo spese di Giustizia, non includendo le spese per la Magistratura onoraria) oscilla, negli ultimi anni, dallo 0,07 % (del 2005), allo 0,10 % (del 2006), allo 0,08% (del 2007) allo 0,06% (del 2008 e del 2009).
   La spesa per abitante è stata, così, ridotta da 134 euro nel 2008 a 127 euro nel 2009. In valore assoluto, gli stanziamenti per spese di Giustizia, negli anni 2006, 2007, 2008, si sono andati progressivamente riducendo dagli 8,22 miliardi di euro del 2006, ai 7,26 miliardi del 2008, ai 6,55 miliardi di euro del 2008.
   In crescente aumento è poi il costo per il Patrocinio a spese dello Stato nel processo penale (d.p.r. n. 115 del 2002) I dati statistici disponibili (relativi all'anno 2007) evidenziano, infatti, un elevato numero di persone interessate (109.330) ed ammesse (94.041), con un totale di costi pari ad euro 84.916.200 di cui 79.431.890 per onorari ai difensori.
   Altri Paesi hanno scelto la via non degli incrementi "a pioggia", ma degli investimenti "mirati" per il recupero dell'efficienza: si tratta di un esempio che merita comunque attenzione.
  In Francia, parte degli stanziamenti del bilancio francese per la Giustizia è stata espressamente preordinata a rendere decisioni giudiziarie più rapidamente ed efficacemente, a tal fine indicando l'aumento del bilancio dei servizi giudiziari (del 3,8%), la destinazione di 427 milioni d' euro alla reforme de la carte judiciaire, il reimpiego dei mezzi e lo sviluppo delle nuove tecnologie allo scopo di migliorare l'efficacité della Giustizia (con un aumento del bilancio per l'informatica del 7,6%).
    Ciò che appare più preoccupante è la rigidità e la burocratizzazione delle forme di utilizzo delle risorse medesime, che spesso non consente di svolgere le pur minime e necessarie funzioni strumentali, né di premiare il personale più meritevole. Un sistema privo di una logistica razionale non può che essere disfunzionale e lo spreco di risorse connesso a questa criticità potrebbe essere fortemente ridotto con misure organizzative relativamente facili da assumere. Tali misure richiedono, però, da parte dell'intera collettività e dei suoi rappresentanti, la consapevolezza che è utile e necessario rinunciare alle "esternalità" che nel tempo sono state caricate sul sistema Giustizia, con la moltiplicazione di sedi ispirata da ragioni di campanile o di esigenze degli operatori, piuttosto che dei destinatari del servizio. Sono necessarie regole più flessibili, anche in considerazione di esigenze non omogenee degli uffici sul territorio. Va anche stigmatizzato il mancato raccordo tra l'allocazione del potere di spesa, collegato al Ministero della Giustizia, e quella del potere di organizzazione, che in parte fa capo al C.S.M: occorrerebbe avviare un dialogo costruttivo tra entrambe le Istituzioni.

1.3. Le modalità di accesso al sistema della Giustizia e l'"abuso del processo".   Se l'"offerta di Giustizia", pur con i problemi evidenziati, non è differente da quella degli altri Paesi, ben diversa è la situazione della "domanda di Giustizia". La moltiplicazione abnorme dei procedimenti pendenti deriva, in misura considerevole, dalla mancanza, in Italia, di qualsiasi meccanismo di "filtro" alla rilevanza e alla qualità delle controversie che possono essere portate dinanzi al Giudice. La quantità di risorse che ciascun procedimento impegna è indipendente dalla sua rilevanza, sociale od economica, e l'accesso alla Giustizia si rivela così, illusorio, perché - come si è evidenziato all'inizio - la stessa facilità di accesso diventa la causa prima di blocco del sistema. A ciò si aggiunga che la gestione dei procedimenti è oggi di tipo pulviscolare: la stessa questione viene riproposta infinite volte, impegnando ogni volta l'intero meccanismo di soluzione della controversia, in modo che eventuali risposte non omogenee diventino fonti di ulteriori controversie. Si produce, così, al tempo stesso, uno spreco di risorse e la produzione di orientamenti contraddittori, che aumentano l'incertezza e diventano ulteriori fattori di moltiplicazione del contenzioso. Un'ulteriore caratteristica del nostro tempo è il passaggio dall'abuso del diritto all'abuso del processo, per il raggiungimento di scopi diversi dalla soluzione della lite o per conseguire vantaggi economici. Si assiste sempre più spesso, infatti, ad un fenomeno di distorsione nell'utilizzo del processo, non più come strumento per risolvere una controversia ed accertare la regola applicabile al caso concreto, ma piuttosto come strumento di dilazione dei tempi nell'adempimento di obbligazioni e, ancor peggio, di strumento volto ad assicurare utilità del tutto estranee alla funzione del processo stesso. Se la tutela dell'interesse sostanziale è la ragione della attribuzione della potestas agendi e ne segna il confine, l'esercizio dell'azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela attribuita configura abuso del processo e lede il principio del giusto processo, inteso come risposta alla domanda della parte. L'abuso della situazione sostanziale, in quanto attuata nel e tramite il processo si risolve in abuso dello stesso e viola il precetto dell'art. 111 Cost. . Il principio, affermato in riferimento al divieto di frazionamento giudiziale di un credito unitario - derivante dalla regola generale di correttezza e buona fede nei rapporti obbligatori, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all'art. 2 Cost. - si arricchisce di un ulteriore profilo di contrarietà allo stesso 111 Cost. dal punto di vista della ragionevole durata del processo. L'effetto inflattivo, riconducibile alla possibile moltiplicazione dei giudizi, lede la ragionevole durata per l'evidente antinomia tra la moltiplicazione dei processi e il contenimento della loro durata. Si realizza così per la Giustizia, come per altri beni pubblici, il fenomeno dei "free riders": soggetti che usufruiscono di un bene pubblico,  il cui costo è sostenuto da tutta la collettività - estraendone utilità private ed aggravando, quindi, il costo per gli altri soggetti. Nel caso di specie, tale costo non deriva soltanto dallo spreco di risorse che un ricorso distorto allo strumento del processo comporta, ma anche da un ulteriore e forse più grave effetto: la moltiplicazione di controversie produce, infatti, un intasamento del sistema, che non solo eroga il servizio ad un costo più alto di quello dovuto, ma spesso non riesce neanche più ad erogare il servizio in tempi ragionevoli. L'illusione di un accesso del tutto indiscriminato al servizio Giustizia si traduce, così, in effetti, in una restrizione del servizio per chi ne ha davvero bisogno e nella distrazione di un bene pubblico dalla sua vera e propria funzione. Anche per la Giustizia occorrerebbe, dunque, affrontare, come è stato fatto sulla base della teoria delle scelte collettive per altri servizi e beni pubblici, il problema delle condizioni per la fruizione del bene pubblico stesso, conciliando l'ampiezza dell'accesso con misure volte ad evitare un uso distorto del bene ed un'appropriazione parziale dei vantaggi del servizio.

1.4. Le ulteriori disfunzioni della domanda di Giustizia. Il dato numerico relativo agli avvocati in Italia risente, invero, di una rilevante oscillazione ove si raffrontino gli iscritti al Consiglio degli Ordini Forensi d'Europa, il CCBE (Conseil des Barreaux Européens - Council of Bars and Law Societies of Europe), con gli iscritti alla Cassa nazionale forense (al 31 dicembre 2007, gli iscritti al CCBE erano 213.081, a fronte dei 136.750 e 143.976 iscritti alla Cassa nazionale forense, rispettivamente, alla fine del 2007 e del 2008). L'inagevole reperimento di un dato univoco, dimostra, peraltro, la necessità di una riforma della professione forense che non trascuri, tra l'altro, la mera gestione degli elenchi dei singoli Ordini in diretto collegamento con l'Ordine nazionale, con la Cassa di previdenza forense e con il CCBE. Muovendo dal dato fornito dalla Cassa nazionale forense, aggiornato al 31 dicembre 2008, vi sono 143.976 iscritti, di cui 41.931 iscritti all'Albo speciale degli avvocati cassazionisti, 313 avvocati dell'INPS, 253 avvocati dell'INAIL ed altri avvocati di enti pubblici), oltre 389 tra avvocati e procuratori dello Stato.
   Fa comunque riflettere il dato complessivo, fornito dal CCBE, del numero degli avvocati italiani comparato al numero degli avvocati europei: solo l'Italia supera la soglia dei 200.000 avvocati (più del 30% del totale europeo calcolato dal CCBE), mentre gli altri Paesi si attestano ben al di sotto di questa cifra (la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, seguite dalla Francia con solo 47.765 avvocati). Il CCBE rappresenta più di 700.000 avvocati europei attraverso gli ordini forensi suoi membri, appartenenti a 31 Stati membri e a 10 paesi osservatori.
   Il divario aumenta, e di molto, se si considerano gli avvocati patrocinanti dinanzi alle Corti di suprema istanza: in Italia vi sono 41.921 cassazionisti, ma manca l'albo nazionale con le condizioni di assunzione che non sia il mero dato anagrafico, in Francia essi sono solo 95 (Cour de cassation, Annuaire 2008, pag. 149-153) e in Germania, al 1 agosto 2007, appena 44 (www.Bundesgerichtshof.de).
   Significativa l'esperienza tedesca: il numero degli avvocati non è previsto espressamente, tuttavia sussiste una specifica procedura di selezione per l'abilitazione al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof (artt. 164 e segg. della legge federale sull'avvocatura - Bundesrechtsanwaltsordnung [BRO] approvata il 1 agosto 1959), tramite una selezione effettuata da un comitato (Wahlausschuss) composto dal Presidente del Bundesgerichtshof, dai presidenti delle dodici sezioni civili della Corte, da membri del consiglio federale dell'ordine degli avvocati e dai membri del consiglio dell'ordine degli avvocati abilitati al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof. Sulla proposta di designazione formulata dal suddetto comitato decide il Ministro della Giustizia.
   Con recente ordinanza (Bundesverfassungsgericht, Beschluss 27.02.2008, 1 BvR 1295/07) la Corte costituzionale federale ha dichiarato la legittimità costituzionale di tale disciplina, sottolineando, in particolare, che l'obbligo degli avvocati abilitati di concentrare la loro attività esclusivamente sui processi in materia civile dinanzi al Bundesgerichtshof ed il limitato numero degli stessi, garantiscono la loro perfetta conoscenza della giurisprudenza del Bundesgerichtshof e la loro elevata qualificazione giuridica e consente loro di esercitare una funzione di garanzia e promozione della giurisprudenza al più alto livello L'ordinanza riconosce altresì la funzione di filtro esercitata dagli avvocati abilitati al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof. Ulteriori elementi di riflessione provengono dal confronto di questi dati con il numero di Magistrati e notai, nei quali l'Italia non si discosta di molto dalla media europea: nel 2008, si hanno "soltanto" 4.675 Notai e 8.359 Magistrati (così ripartiti: 6.242 giudicanti e 2.117 requirenti). Come appare dal grafico, su 100.000 abitanti vi sono circa 241 avvocati, 15 giudici e 8 notai.
   Nella relazione scritta è documentato, in forma grafica, il tasso di litigiosità, presso i Tribunali, in rapporto al numero di avvocati e al bacino di utenza dei Tribunali aggiornati con i dati ISTAT sulla popolazione al 31 dicembre 2007.
  I dati si riferiscono ai giudizi di cognizione ordinaria (tav. 1) e al contenzioso previdenziale (tav. 2); seguono, per i giudizi innanzi al Giudice di pace, la tav. 3 con riferimento alle opposizioni a sanzioni amministrative e la tav. 4 con riferimento al risarcimento danni da circolazione stradale.
   In un libero mercato di servizi, la moltiplicazione del numero degli operatori è sempre un dato positivo. Ma nel caso della Giustizia gli avvocati da un lato offrono un servizio alle parti, dall'altro lo richiedono al sistema pubblico. Occorre, allora, valutare, anche avvalendosi dell'esperienza degli altri Paesi, fino a quando tale abbondanza di operatori sia davvero funzionale a dar voce alle giuste pretese dei cittadini, e quando invece l'assenza di un numero chiuso (come accade per Notai e Giudici) non comporti, invece, un surplus di domanda di Giustizia, rispondente non più solo, e non più tanto, alle suddette pretese. Tale surplus ricade a carico del sistema, e potrebbe costituire una delle cause per le quali le risorse destinate dall'Italia risultano insufficienti rispetto ad altri Paesi con analoga "offerta" di Giustizia ma con ben minore, e più "filtrata", "domanda". Nessun intervento di riorganizzazione della Giustizia appare credibile se si concentra solo sullo stock di processi esistente e non si fa carico di porre filtri - equi ed efficaci - al flow dei nuovi accessi.

2 - LE CAUSE "INTERNE".
  a) uso mediatico della Giustizia, da parte di Giudici;
   La crisi di fiducia nella Giustizia deriva, come si è già detto, anche da cause interne alla Magistratura. Si tratta di pochi e isolati casi, ma che purtroppo hanno una rilevanza clamorosa, anche per l'enfasi mediatica che inevitabilmente li circonda. C'è stato un cambiamento di rotta, ma l'impegno deve essere ampliato, rafforzato e condiviso da tutti. In più di un caso, si avverte la carenza, o l'insufficienza, di quello che dovrebbe essere un "costume comune" di tutti i Giudici, che abbia alla sua base la responsabile condivisione di valori etici e comportamenti istituzionali da assumere come propri, caratteristici, inviolabili e inscindibilmente connessi alla stessa funzione giudiziaria. Quello del Giudice è un "mestiere" difficile: immersi nel mondo, nel "contesto" sociale, per assicurare la Giustizia con altruismo e con sacrificio, ma senza anelare a fama e potere. In primo luogo, il Giudice deve evitare "tentazioni mediatiche".
   Le Juge ne parle que de son siège: il Giudice comunica all'esterno il proprio lavoro attraverso la qualità e la tempestività dei provvedimenti che emana, non grazie alla popolarità delle trasmissioni cui partecipa o delle interviste che rilascia. Queste esternazioni personali rischiano di costituire, nella maggior parte dei casi, fonte di equivoci, se non di possibili strumentalizzazioni, perché forniscono a queste dichiarazioni, non istituzionali, una notorietà maggiore di quella rivolta alle decisioni del Magistrato, e fanno perdere di vista la finalità propria dell'attività giudiziaria che è quella di pervenire, con solerzia e tempestività, ad una decisione che sia - ma che anche appaia - super partes, pronunciata nell'ambito del processo, e non al di fuori di esso. Certo, come abbiamo già avuto modo di rilevare, con il conforto di altri autorevoli interventi, oltre a un più rigoroso richiamo dei Giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe, contestualmente, evitare la realizzazione di veri e propri "processi mediatici", simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di Magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali. La Giustizia deve essere trasparente, ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria.
   b) politica di "potere" e "personalismo". Un'altra disfunzione deriva dal considerare, talvolta, l'esercizio della giurisdizione alla stregua dell'esercizio di un "potere", con la conseguente distrazione dal senso del servizio pubblico che sempre deve accompagnarci. Vi sono vari modi in cui tale disfunzione si realizza, ad esempio: - come esercizio di potere nei confronti delle parti, che devono alla fine "subire" passivamente le inefficienze o la pigrizia di alcuni nella conduzione del processo; - come esercizio di potere nei confronti di altri colleghi, come dimostrano purtroppo casi recenti di scontri, tutti interni alla Magistratura, ai quali mai avremmo voluto assistere; - come esercizio di potere nei confronti della società, come avviene nei casi di "auto-indagini" condotte solo nel perseguimento di una personale ricostruzione accusatoria. A tale grave problematica corrisponde, però, una duplice e altrettanto grave incapacità del sistema. Da un lato, un'incapacità degli altri poteri pubblici di migliorare l'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, fino ad arrivare a casi di rottura del principio di legalità, che inducono lo stesso sistema a spingere i Magistrati ad una impropria funzione di "supplenza". Dall'altro, un'incapacità di provvedere sollecitamente, in sede disciplinare, nei confronti del Magistrato che sbaglia, sì da restituire all'indipendenza della Magistratura il ruolo di valore essenziale di rilievo istituzionale e non di opaco scudo posto a difesa di privilegi corporativi. Solo così si realizza la migliore garanzia contro ogni tentazione di assoggettamento della Magistratura ad altri e diversi poteri. Non mancano, poi, manifestazioni di una sorta di "narcisismo autoreferenziale", che induce, tra l'altro, all'emanazione di quelle che il compianto collega Borré definiva "sentenze corsare", le quali si pongono in palese e talvolta immotivato contrasto con consolidati indirizzi giurisprudenziali. Ciò, da un lato, costringe le parti - se ancora possibile - ad un ulteriore, defatigante grado di giudizio e, dall'altro, aumenta l'incertezza e anche il degrado istituzionale.
  c) "carriere parallele" da parte di Giudici, fuori ruolo a domanda per un tempo abnorme. Vi è, poi, il rischio di "carriere parallele". Ritengo che una permanenza temporanea al servizio delle Istituzioni pubbliche possa arricchire il bagaglio culturale e professionale del Giudice e costituire una costruttiva esperienza. Ma il fatto che vi siano colleghi, anche non pochissimi, ai quali la disciplina vigente - tra le pieghe delle varie regole e nell'assenza di considerazione dei periodi già trascorsi - consente di restare collocati fuori ruolo per molti e molti anni, sottraendosi così per buona parte della loro carriera ai fondamentali compiti istituzionali, rischia di trasformare tale costruttiva esperienza in una sorta di "carriera parallela", alla quale non dovrebbe accedersi tramite il concorso in Magistratura.
  d) mancanza di una cultura dell'organizzazione e dell'efficienza. Ma la causa a mio avviso più grave di tutte - poiché è anche la più diffusa, la meno avvertita, la più giustificata - risiede nella mancanza, nell'ambito della Magistratura, di una cultura diffusa dell'organizzazione e dell'efficienza, che si affianchi alla cultura del Diritto. Troppo spesso il Magistrato, ancora oggi, continua intimamente a ritenere di dover essere solo un bravo giurista, non anche un efficiente dispensatore del servizio. Il meglio è spesso nemico del bene; il riconoscere Giustizia tardivamente equivale spesso a non riconoscerla; la realizzazione di sentenze ponderose, dotte e giuridicamente impeccabili, ma cronicamente tardive, è grave quanto la perpetrazione di un'ingiustizia.
    Come diceva De Nicola "giustizia lenta non è giustizia". La mancanza di una cultura di direzione dell'ufficio, di imposizione di regole più efficienti, di prevenzione e sanzione dei ritardi, di informatizzazione del lavoro, ci induce a considerare come eccezionali i risultati - noti come best practices, anche in s ede internazionale - ottenuti da alcuni uffici giudiziari grazie ad un'efficace organizzazione laddove tali risultati dovrebbero costituire, invece, la regola, e cioè la conseguenza naturale di un'applicazione diffusa, negli uffici giudiziari, del principio di buon andamento dell'amministrazione di cui all'art. 97 della Costituzione.
   Come per tutte le organizzazioni complesse, occorre accettare sino in fondo la logica di sistema e di servizio della Giustizia, con la conseguente condivisione ed implementazione di modelli organizzativi volti ad assicurare la funzionalità e l'efficienza dell'attività giudiziaria, ed evitare invece il doppio rischio dell'anomia organizzativa - che consente a ciascuno di sottrarsi a logiche di funzionamento collettivo per perseguire percorsi individuali - e della burocratizzazione, attenta solo alle "voci di dentro" della corporazione e non alle esigenze e alle aspettative dei cittadini e della collettività.VC

 

CRISI ECONOMICA : diagnosi e consigli al Governo

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Silvio Berlusconi

     
Nino Luciani*, 
"Le conseguenze economiche della pace"
                                        e la via per contrastare il ciclo
  
1) Rilancio dei lavori pubblici. (Tra le opere prioritarie, la Nuova Romea, E55,
     in considerazione del numero di morti, sulla "vecchia statale 309");
  2) sostegno delle esportazioni, usando la politica fiscale come sostituto

     della politica monetaria, non più tra i poteri diretti dello Stato.

    *
Ordinario di scienza delle finanze, Università di Bologna


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Giulio Tremonti

    Il titolo "Le conseguenze economiche della pace" è ripreso da un celebre opuscoletto di J.M.Keynes, scritto al ritorno della conferenza di Parigi, del 1919, a cui non potè restare fino alla fine (per il Governo inglese), per problemi di salute.
   Quel titolo era stato da lui ripreso da un rapporto del conte Brockdorf-Rantzau, alle Potenze alleate, "sugli effetti delle condizioni di pace sulla situazione della popolazione tedesca".
   Quel volumetto è ben noto per aver suggerito di non punire la Germania con l'imposizione del pagamento di danni di guerra, che avrebbero impedito alla Germania un pronto ristabilimento del suo sistema industriale, e dunque di aiutare l'Inghilterra con la ripresa reciproca del commercio internazionale.
  Questa via è quella, che viene seguita oggi nel mondo. Tralasciamo, dunque, questo quadro, e vediamo  cosa dovrebbero fare, al loro interno, i Paesi in recessione. Questo pone un problema di diagnosi, per poi giustificare degli strumenti, sia pur in interpretazione molto semplificata, per un grande pubblico, e per Tremonti (giurista tributario).
    1.- Motivi. Allora si proveniva dalla prima guerra mondiale. Guarda caso, anche adesso proveniamo da una guerra: quella in IRAK. Ma separiamo l'Italia dall'area del dollaro (USA) e vediamo come la crisi finanziaria vada collegata alla recessione indotta dalla pace.
    - Negli USA ( e Paesi sostenitori), c'è stata una fase 1, il momento in cui è nata la guerra. C'è una domanda pubblica di prodotti per la guerra, e il sistema produttivo americano viene impegnato alla produzione di beni per la guerra. Ma l'impegno sarà superiore alle previsioni (la guerra durerà 7 anni). Lo sforzo viene sostenuto dalle banche d'affari, molto anche al di là delle regole (con la connivenza dei pubblici poteri).
    - Segue una fase 2, in cui la guerra comincia a cessare. La domanda pubblica di beni per la guerra decelera. Il sistema produttivo di guerra si trova in crisi. Cominiciano le prime insolvenze verso le banche. Cominciano i primi licenziamenti di mano d'opera. Seguono le insolvenze delle famiglie verso le banche (mutui casa, ecc.). Il sistema bancario si trova in difficoltà nella restituzione dei depositi.
    In Europa, la caduta della domanda dall'area del dollaro lo vediamo subito dal calo del cambio dell'Euro in Dollari: per un Euro si scende da un massimo di Dollari 1,60 (nel luglio 2008) ad un minimo di Dollari 1,26.
    In Italia, preesiste l'onda lunga dell'inflazione, causa Euro, dal 2001-02. Quell'inflazione impoverì del 50% i cittadini a reddito fisso, e arricchì (corrispondentemente) quelli a reddito variabile (professionisti, commercianti, imprese). Per la prima legge Keynesiana, cade la domanda dei percettori di reddito fisso, perchè non "effettiva" (ossia non accompagnata da potere di acquisto). Ma essa non è controbilanciata da quella dei cittadini a reddito variabile medio-alto. Questi hanno una propensione al risparmio, più che proporzionale al salire del reddito.
   Sotto il profilo congiunturale, il risultato finale è la recessione: la merce c'è, ma rimane nei magazzini.
   In Italia, preesiste (sempre come effetto dell'inflazione, causa Euro), una situazione strutturale pesante delle imprese che vendono per l'estero, non più protette dalla svalutazione della lira. Questa situazione è stata in parte recuperata col progresso tecnico (aumento di produttività), ma pare inarrestabile. L'Export è il 23% del PIL. Si direbbe un settore strategico, e del resto lo sappiamo fin da quando andavamo a scuola che l'Italia è povera di materie prime e non potrebbe sopravvivere se non operando sull'estero.

   2. Gli strumenti. In recessione congiunturale, per parte bancaria (BCE) lo strumento classico (già in via di applicazione) è la riduzione del tasso di interesse. Ma il credito passa soprattutto per il sistema produttivo e, in tempi di pessimismo, il "cavallo non beve". La moneta offerta, anche se a tasso zero, non viene domandata.
   Dopo Kyenes, la via che risolve è l'intervento, esogeno, dello Stato. Tre sono le tipologie che raccomanderei per creare una domanda "effettiva":
   a) l'attuazione dei progetti già pronti di lavori pubblici e l'uso della politica fiscale, come sostituto della politica monetaria (un potere che l'Italia ha ceduto alla BCE).
   b) i lavori pubblici dovrebbero essere finanziati con aumento temporaneo dell'aliquota IRPEF sui redditi medio-alti, perchè con relativa alta propensione al risparmio, e (se necessario) con BPT decennali.
   c) le esportazioni dovrebbero essere sostenute stabilmente con una politica fiscale deflattiva (ossia che riduca il livello generale dei prezzi interni). Si tratterebbe di ridurre le imposte indirette "non trasferibili", e recuperare la perdita gravando le imposte dirette. Nel nostro caso, andrebbe abolita subito  l'IRAP (imposta indiretta, sul valore aggiunto) e recuperato il gettito con la tassazione diretta dei redditi
. NL

 

In margine al DDL delega del Governo sul " FEDERALISMO FISCALE"

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Silvio Berlusconi

      Nino Luciani*,  Federalismo fiscale per l'Italia:
      Regioni o Comuni ?  Ovvero l'importanza:
-
di una preventiva verifica dell'idoneità territoriale dei Comuni a spendere
        bene il gettito, derivante dai maggiori poteri fiscali;
  
- di un "tetto alla pressione fiscale "globale" dei vari enti tassatori, che
      aumentano, mentre la tasca del contribuente rimane "unica";
  
- di attribuire solo alle Regioni il potere fiscale "locale" che, poi, lo
        riattribuiranno ai Comuni, in base alle idoneità territoriali a dati compiti
* Ordinario di scienza delle finanze, Università di Bologna

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Umberto Bossi

    Il Consiglio dei Mnistri del 3 ott. 2008 ha approvato un disegno di legge delega per il federalismo fiscale.
    A mio modo di vedere questo disegno dovrebbe tener conto della cornice locale, in cui esso si colloca. Questa nota ha lo scopo di segnalare questa cornice, come contributo al dibattito per una migliore efficacia del progetto.
   In premessa, direi la opportuntà di dare un'occhiata (almeno per conoscerla) alla precedente grande riforma radicale del sistema fiscale, quella del 1970, di cui al rapporto del Presidente della Commissione per la riforma tributaria, Cesare Cosciani (pubblicata da Giuffrè ed. nel 1965, se ben ricordo), che portava la tradizione della scienza delle finanze italiana. La proposta fu, poi, inserita nel primo "Progetto di programma di sviluppo economico per il 1965-69 (Ministero del Bilancio, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1965). Ne traggo alcuni spunti, con altri miei personali, tratti da due miei Saggi sul federalismo fiscale, sulla Rivista TRIBUTI, n. 8/1997 e n. 5/1999, Ministero Finanze, Roma. 
1) Più tassatori, una sola tasca del contribuente. La Commissione avvertì preliminarmente che, anche in un processo che allarghi il numero degli enti tassatori, oltre lo Stato (e nel federalismo fiscale, questo avviene per definizione), il potere fiscale deve essere esercitato in modo armonico, rispetto alla tasca del contribuente che, comunque, rimane "unica". Se (poniamo) l'ente più forte prelevasse tutta la capacità contributiva di un cittadino, gli enti più deboli sarebbero costretti a raschiare nel barile del contribuente, con le conseguenze che si lasciano immaginare per questi enti e per il cittadino.

  2) Dimensioni territoriali efficienti degli enti. Il potere fiscale va attribuito agli enti, previa la verifica della loro capacità di spendere in modo economico le entrate.
   Ricordo che i Comuni sono 8153, e di essi 2.400 hanno meno di 2.000 abitanti; e 6.000 si avvicinano a 5000 abitanti.
   Le ragioni storiche dell'origine di Comuni così piccoli sono note. Allora aveva significato che capillarmente esistessero tanti centri di servizio. Ma è anche evidente che quelle situazioni sono radicalmente mutate.
   Ma vediamo le dimensioni minime, necessarie, per alcuni servizi comunali:
- per un'area giochi ed attrezzature sportive per ragazzi di 11-14 si richie-dono, per una gestione efficiente, circa 10.800 abitanti servibili;
- per un'area dello stesso tipo per ragazzi di età superiore ai 14 anni si ri-chiedono 20.000 abitanti;
- per un centro polisportivo si richiedono 250.000 persone:
- per un asilo nido si richiedono 2000-4000 abitanti servibili;
- per una scuola elementare, 600-7.000 abitanti;
- per una scuola media, 2.000-16.000 abitanti;
- per una scuola secondaria superiore, 50.000 abitanti;
- per un centro sanitario elementare, 10.000 abitanti;
- per un ospedale di II grado, 150.000-350.000 abitanti.
In rapporto a queste dimensioni, solo 1.000 Comuni sono idonei per un'area giochi per ragazzi di 11-14 anni; solo 292 sono idonei per un'area gio-chi per ragazzi di età superiore a 14 anni; solo 42 sono idonei per un centro polisportivo; solo 80 per un ospedale di II grado, e così via.
  
  3) Le corrette conseguenze dei due punti.
   3.1)  Punto 1). Per l'armonia delle pressioni fiscali degli enti, il riparto delle imposte, tra loro, dovrebbe avvenire dopo avere definito un sistema fiscale unitario sul piano nazionale, e il parlamento dovrebbe di fissare il tetto della pressione fiscale globale, in un orizzonte pluriennale (almeno tre anni). A sua volta, il riparto percentuale del gettito dovrebbe aver luogo con contrattazione tra Stato e Regioni.

    Ricordo, poi, che il potere politico si identifica largamente nel potere fiscale. E poichè il riordino territoriale dei Comuni dovrebbe essere tipicamente un compito regionale (già lo è, ma funziona poco) , suggerirei che il potere fiscale locale sia dato solo alle Regioni. Queste, a loro volta, ripartiranno le imposte regionali tra i rispettivi Comuni.
    Ricordo anche che, già in sede di rapporto della Commissione economica del Ministero per la costituente (1946), la sezione finanza rilevò che i Comuni sono dei pessimi tassatori, in ragione dei rapporti di amicizia e parentela locale tra il sindaco e assessori verso i cittadini locali. Anche sotto questo aspetto, l'esclusiva del potere fiscale alle Regioni sarebbe importante. D'altra parte, già attualmente i Comuni minori delegano a grandi concessionari la riscossione.
   3.2) Punto 2). Un rimedio istintivo potrebbe essere la eliminazione di tutti i Comuni con una dimensione inferiore ad un determinato limite. Ma va ricordato che una legge, sul decentramento comunale, permette ai Comuni maggiori di ulteriormente decentrare a Frazioni e Quartieri dati compiti. Queste legge ha dato buoni frutti, perchè ha stimolato la partecipazione dei cittadini alla vita democratica.

   Per questo, la mia proposta è di ridefinire i Comuni-capoluogo di Provincia come Comuni metropolitani con i poteri propri e con quelle delle Province (da abolire, di conseguenza) e di riconfigurare i rapporti di tutti i Comuni minori, con quello metropolitano, allo stesso modo dei quartieri e frazioni con il Comune maggiore.
  Su questa base, il Comune metropolitano assumerebbe tutti i poteri dei Comuni minori e riattribuirebbe a loro solo i compiti amministrabili in modo efficiente, in base alla dimensione.
  I campi nei quali maggiormente si evidenzia la necessità dell'accorpamento non sono solo i vari servizi sociali, ma anche l'accertamento e la riscossione delle imposte.
4. Quali imposte attribuire agli enti locali.

  4.1) La Commissione tributaria del 1965 suggerì di dare agli enti locali due imposte: a) l'imposta sui redditi patrimoniali (ciò non impedisce di esentare la prima casa); e l'imposta monofase sui consumi finali.
  Sono di questa stessa idea. Riguardo alla imposta monofase, la Commissione la propose in affiancamento all'IVA, ma per ridurre l'aliquota di quest'ultima.
   Questa idea è cosa saggia perchè l'evasione dall'IVA è in gran parte dovuta alla sua aliquota, troppo vistosa.
   Voglio anche chiarire che la somma dei valori aggiunti parziali di un bene è uguale al valore finale del medesimo. Dunque, sono due imposte di uguale gettito, a parità di aliquota. Muta, invece, il procedimento di esazione: nel caso dell'IVA, per uno stesso bene, l'imposta gira per i territori dove nascono i valori aggiunti parziali. Invece, nel caso dell'imposta monofase l'imposta è solo locale.
   4.2) Uniformità di determinati servizi sul piano nazionale. Tenuto conto che una pressione fiscale locale uniforme genera gettiti diversificati da ente a ente, ma anche della assoluta necessità che dati servizi ci siano in tutti i Comuni, la Commissione suggerì il finanziamento statale, dei Comuni, sulla base di parametri oggettivi inversamente proporzionali al grado di sviluppo locale.
   Sono di questa stessa idea, ossia di usare parametri oggettivi, perchè l'attribuzione di una vera autonomia deve escludere la discrezionalità del finanziatore che cambia idea di anno in anno. Penso anche che il finanziamento statale debba coprire l'interezza dei costi di detti servizi, sulla base di parametri di costo standard. NL

 

Ateneo di Bologna
SOLLEVAZIONE DEI PROFESSORI CONTRO "Il Sole 24 ORE"
.

Al giornale, che aveva scritto: "Al Professore bastano 3 ore di lavoro al giorno", i proff. replicano:

"Al Professore non bastano 24 ore di lavoro al giorno"

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Hanno firmato il testo:
(testo aggiornato in tempo reale)

Lilla Maria Crisafulli, Keir Douglas Elam, Gianfranco Pasquino, Niva Lorenzini, Roberto Grandi, Paola Monari, Maurelio Boari, Dario Braga, Giuseppe Olmi, Donna Miller,Vera Negri Zamagni, Antonio Corradi, Domenica Tonelli, Adalberto Falaschini, Patricia Brasili, Carlo Ferrari, Giorgio Corazza, Piero Pieri, Andrea Fassò, Enrico Santarelli, Mauro Fabrizio, Michele La Rosa, Nino Luciani, Gian Paolo Brizzi, Mauro Pesce, Luciano Margara, Louann Haarman, Sandro De Maria, Stefano Ciurli, Giovan Francesco Lanzara, Giuseppe Sassatelli, Fabrizio Frasnedi, Elisabetta Magni, Moreno Paolini, Anna Maria Gentili, Ruggero Campagnoli, Paolo Sorcinelli, Fabio Panzieri, Alberto Martelli, Mauro Perani, Diego Savoia, Ignazio Druidi, Angela Donati, Emilio Tagliavini, Piera Carla Cicogna, Giorgio Dragoni, Luciano Bononi, Giorgio Tassinari, Agostino Trombetti, Marco Dalla Rosa, Piergiorgio Battistelli, Rafael Lozano Miralles, Luisa Avellini, Roberto Laschi, Claudio Sartori, Alberto Destro, Aldo Andreani, Roberto Guidorzi, Gabriella Campadelli-Fiume, Piero Piazzi, Carmelina Imbroscio, Daniela Gallingani, Cecilia Pietropoli, Umberto Mazzucchi, Alessandra Giovagnoli, Carla Corradi, Ignazio Masulli, Lorenzo Quilici, Maria Teresa Rodriguez Estrada, Fabio Foresti, Pier Giorgio Ardeni, Loretta Gregorini, Elisabetta Alvoni, Cristina Bragaglia, Pierfrancesco Callieri, Stefano Toso, Federico Carpi, Alfredo Cottignoli, Vinicio Tammaro, Giorgio Sartor, Carlo Guarnieri, Giuliana Cardillo, Giuseppe Monsagrati, Vincenzo Giulio Albano, Scialpi Fabio, Marina Colangelo, Giorgio Basevi, Romano Zannoli, Gianni Faccioli, Annamaria Billi, Victor Ugo Ceccherelli, Rita Gatti, Carlo Filippucci, Bruno Andrea Melandri, Achille Franchini, Giuseppina La Face, Rossella Capozzi, Pierpaolo Donati, Teresa Ciapparoni, Maria Zalambani, Francesco Bossi, Carla Consolini, Giliberto Capano, Antonio Genovese, Mariagrazia Contini, Claudio Ciavatta, Luciano Formisano, Patrizia Caraffi, Emma Beseghi, Paolo Edgardo Todesco, Giovanni Cimbalo, Anna Mandich, Fulvio Pezzarossa, Gilmo Vianello, Marie Rieger, Francesco La Polla¸ Massimo Pavarini, Federico Bertoni, Valentina Poggi, Gualtiero Calboli, Antonella Ceccagno, Maria Giuseppina Muzzarelli, Francesca Emiliani, Fabio Dall’Olio, Pierluigi Lenzi, Carminella Biondi, Stefano Maini, Andrea Battistini, Paolo Leonardi, Giovanni Gentile Marchetti, Eraldo Seren, Luigi Contadini, Maurizio Fabbri, Andrea Battista Vai, Paola Filippi, Andrea Lodi, Anna Maria Ferreri, Achille Umani Ronchi, Giuliana Benvenuti, Maria Gioia Tavoni, Maurizio Ascari, Luisa Brunori, Laura Landi, Donatella Serafini-Fracassini, Anna Laura Trombetti, Roberto Mulinacci, Carlo Bertucci, Roberto Amici, Lorenzo Gradoni, Cosimo Caneve, Danilo Montesi, Renzo Davoli, Antonio Messina, Alan Bertossi, Srefano Ferretti, Davide Sangiorgi, Claudio Sacerdoti Coen, Paola Salomoni, Fabio Vitali, Vittorio Ghini, Ugo dal Lago, Ozalp Babauglu.

  Nota. Come economista della finanza pubblica sono abbonato, da anni, al "Il Sole 24 ORE", perchè quotidiano di alto valore professionale nel campo economico e finanziario in Italia e nel mondo.
  Ma, in totale dissonanza con questa intonazione di alto profilo, alberga, invece in esso, anche abbastanza spesso un qualche brusio, che rispecchia la tradizione sindacale "padronale" dei suoi proprietari contro la cultura e la scuola. Già, perchè il popolo istruito prende coscienza dei diritti umani e del lavoro, e allora sciopera  ...
   In particolare alberga nel giornale una certa maldicenza, direi di moda, contro i professori universitari. Qui, sotto, i colleghi di Bologna hanno messo nero su bianco.

   Ma, per parte mia, voglio anche ricordare alcuni dati statistici che dovrebbero parlare da soli a chiunque, se non chiude le orecchie:
    - i docenti di ruolo sono 62.000 circa;
   - gli insegnamenti-annuali equivalenti sono 117.000-120.000 circa ;
   - gli studenti sono 1.809.000 circa

   - i laureati sono 300.000 all'anno, circa.
   Dunque, si direbbe che il lavoro non manchi.
   Quanto ai doveri di stato giuridico:
    a) il compito primario del docente universitario è la ricerca. Qui non c'è un limite di orario, come di un operaio che stacca il lavoro in un determinato orario. La ricerca è tale che il docente continua a pensare, anche in privato alle cose che "cerca". C'è anche chi si alza di notte per prendere appunti su un problema che il cervello gli ha risolto in automatico;
    b) le 350 ore di didattica frontale, richieste dallo stato giuridico, sono il  "minimo dovuto" all'interno del tempo della ricerca. Questo vuol dire che le ore effettive di didattica possono essere di più. Sono talmente di più, in media, che spesso uno aspetta le vacanze con un senso di liberazione, perchè finalmente potrà terminare in pace una ricerca, mai conclusa a causa dell'eccesso di didattica;
    c) ci sono le riunioni del Consiglio di Facoltà almeno una volta al mese (5 ore); ogni docente appartiene ad almeno due Consigli di corso di laurea, ad un consiglio di dipartimento. ....;
   d) occorre partecipare ai congressi, per la discussione collegiale dei contributi scientifici.

   Mi fermo, ma ci sarebbe da parlare anche delle retribuzioni... NL

Hanno inoltre aderito:

Francesco Saverio Trincia (Roma La Sapienza);Alessandro Gebbia (Roma La Sapienza); Isabella Imperiali (Roma La Sapienza); Marina Caffiero (Roma La Sapienza); Biancamaria Frabotta (Roma La Sapienza); Alonso Marini (Roma La Sapienza); Marina Beer (Roma La Sapienza); Lidia Capo (Roma La Sapienza), Alfonso Archi (Roma La Sapienza), Francesco Silva (Milano Bicocca), Giovanna Silvani (Università di Parma); Diego Saglia (Università di Parma); Annamaria Sportelli (Università di Bari), Lia Guerra (Università di Pavia), Roberto Francavilla (Università di Siena), Francesca Saggini, (Universita della Tuscia,Viterbo), Sandra Puccini (Universita della Tuscia, Viterbo), Barabara Piqué (Universita della Tuscia,Viterbo), Saverio Ricci (Universita della Tuscia, Viterbo), Raffaele Caldarelli (Università della Tuscia, Viterbo), Mariagrazia Russo (Università della Tuscia, Viterbo), Guido Samarani (Università Ca’ Foscari, Venezia), Federico Alberto Greselin (Università Ca’ Foscari, Venezia), Carlo M. Bajetta, (Universita' della Valle d'Aosta, Michele Marrapodi (Università di Palermo), Elio Di Piazza (Università di Palermo), Camilla Miglio (Università di Napoli, l’Orientale), Gemma Persico (Università di Catania), Sebastiano Grasso (Università di Catania), Carmela Nocera (Università di Catania), Massimo Schilirò (Università di Catania),Gioia Zaganelli (Università di Urbino), Paolo Mariti, (Università di Pisa), Gianfranco Lotito.

Il testo sottoscritto dai 113 docenti

AVVERTENZA. I Colleghi in Italia e all'estero che volessero dare l'adesione, scrivano
alla prof.ssa CRISAFULLI (e-mail: lilla.crisafulli@unibo.it), Senatrice Accademica, prima firmataria.

"Al Professore non bastano 24 ore di lavoro al giorno"

Premessa: un insieme di pregiudizi e luoghi comuni

I sottoscritti docenti dell’Alma Mater - Università degli Studi di Bologna, a seguito dell'ennesimo articolo apparso su un quotidiano italiano ("Al Professore bastano 3 ore di lavoro al giorno", Il Sole 24 Ore, 26 maggio 2008), denigratorio nei confronti dell'Università pubblica italiana e dei docenti che lavorano al suo interno, con sempre maggiore fatica e sempre meno incentivi e considerazione, desiderano esprimere la loro amarezza e la loro indignazione. Il contesto nel quale l’articolo è apparso è quello della proposta riforma del Pubblico Impiego, e il suo titolo, che dovrebbe riassumere lo ‘sfascio pubblico’, appunto da riformare, riguarda in primo luogo l’Università pubblica italiana.
Tuttavia, al di là della discutibile qualità dell’articolo, ciò che seriamente preoccupa i sottoscritti è il quadro del tutto inesatto che offre della situazione attuale negli atenei italiani, nonché i preconcetti e pregiudizi che l’articolo, come altri precedenti interventi mediatici, tradisce nei confronti di tutta una categoria professionale. Il docente universitario, si legge nell’articolo, ha un impegno didattico di 250 ore/anno per il tempo parziale, e 350 per il tempo pieno. Dati che sono falsati alla radice, perché tengono conto solo di una  normativa ministeriale che nulla a che fare con il reale stato delle cose.

I dati reali

Si dovrebbe partire da ben altri dati, quelli presentati nel corso del convegno svoltosi a Modena il 29 maggio del consorzio universitario AlmaLaurea, che annovera 51 università italiane, sul profilo dei laureati 2007, dove sono emersi invece risultati molto lusinghieri. Il Consorzio ha presentato un rapporto che costituisce un punto di riferimento importante per coloro che guardano al sistema di istruzione superiore del Paese come ad un fattore nevralgico dello sviluppo. La popolazione osservata, in 46 dei 51 atenei consorziati, sfiora complessivamente le 185 mila unità. Il campo di osservazione copre oltre il 64 per cento del sistema universitario italiano e garantisce la sostanziale rappresentatività a livello nazionale per gruppo disciplinare, per genere e per ripartizione territoriale (Nord, Centro e Sud),
La situazione presenta quasi ovunque segnali di netto miglioramento nei confronti dei laureati del 2001 ed anche dell’anno 2006. Si è osservato innanzitutto il contrarsi dell’età alla laurea (da 28 a 27 anni). Il dato è tanto più apprezzabile perché si realizza in simultanea con l’elevarsi dell’età all’immatricolazione (da 20,0 a 20,9 anni), frutto dell’accesso agli studi universitari di nuove fasce di popolazione. È aumentata, parallelamente, la percentuale dei laureati in età inferiore ai 23 anni, che riguarda oggi 18 laureati su cento. Diminuisce il ritardo alla laurea, che in media consisteva nel 69 per cento in più del tempo previsto dagli ordinamenti nel 2001, e che è divenuto oggi pari al 45 per cento. La stessa percentuale di laureati in corso, 9,5 per cento all’inizio del periodo considerato, raggiunge nel 2007 il 37,9 per cento. Inoltre, fra i laureati dell’ultima generazione osservata, 72 su cento acquisiscano con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine.
E’ migliorata, inoltre, la frequenza alle lezioni: per 65 laureati su cento riguarda più dei tre quarti degli insegnamenti previsti, e la diffusione nel bagaglio formativo dei laureati degli stage (che riguardano nell’ultimo anno 51 laureati su cento). Migliorano anche le conoscenze linguistiche (nell’intervallo la conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto e parlato continua ad aumentare, seppure di poco) e quelle informatiche (aumenta di 10 punti la conoscenza dei fogli elettronici e di quasi 3 la conoscenza di strumenti multimedia). 87 laureati su cento, si dichiarano complessivamente soddisfatti dell’esperienza di studi compiuta. Anche se solo 69 laureati su cento la ripeterebbero nello stesso corso e nello stesso ateneo. Completano il quadro la crescente domanda di formazione post-laurea (che nel 2007 ha riguardato 66 laureati su cento), così come aumentano le esperienze di studio all’estero (12 per cento).
Concluso il corso di primo livello, 80 laureati su cento dichiarano l’intenzione di proseguire gli studi. Nell’esperienza formativa dei laureati specialistici “puri” si riscontrano indici particolarmente elevati di frequenza alle lezioni (79 laureati su cento dichiarano di avere frequentato regolarmente più dei tre quarti degli insegnamenti previsti). L’esperienza compiuta anche con la laurea specialistica risulta ampiamente apprezzata (se sono decisamente soddisfatti 42 laureati su cento, altri 48 esprimono comunque una valutazione positiva) tanto che la gran parte (78 per cento) la ripeterebbe nelle stesse condizioni (stesso corso e stesso ateneo).
L’esperienza di tirocinio e stage, poi, è più che raddoppiata fra i laureati dall’avvio della riforma. Nel 2007 ha riguardato, infatti, oltre la metà del complesso dei laureati, sottolineando il crescente impegno delle università e la positiva collaborazione con il mondo del lavoro (l’80 per cento dei tirocini sono stati svolti al di fuori dell’università). Nei laureati specialistici a ciclo unico l’età media alla laurea raggiunge complessivamente i 26,7 anni. Particolarmente positive risultano le performance di questi laureati sintetizzabili: nella votazione di laurea (in media 106,2 su 110); nella regolarità con cui riescono a concludere gli studi quasi la metà di loro (48 per cento); e nell’esperienza di studi all’estero con programmi comunitari (che riguardano 8 laureati su cento contro 6 per il complesso dei laureati).


L’attuale realtà della ricerca…

Inoltre, i luoghi comuni che vengono frequentemente ripetuti o riciclati – come in questo caso - sui docenti universitari si riferiscono ad una presunta realtà che risponde soltanto ad una inesatta o superficiale conoscenza della situazione universitaria italiana.
Chi scrive ‘indagini’ sullo stato dell’università pubblica italiana dovrebbe, come minimo impegno professionale, aggiornarsi sullo stato di questa istituzione, cosa che invece avviene molto raramente. Qualche decennio fa, prima delle molteplici riforme che si sono succedute, era forse possibile per un docente universitario italiano limitare l’impegno didattico ad un solo corso annuale; godersi lunghi periodi di ricerca; avere assistenti che lo affiancavano sia per la ricerca sia per la didattica, tanto che, nei confronti dei colleghi europei, sembrava vantarsi qualche privilegio (mai quello dello stipendio, da sempre fra i più bassi in Europa). Oggi, tale quadro si è totalmente rovesciato. Oggi, i docenti italiani fanno più ore di lezioni frontali, di esami, di tesi, di amministrazione di molti loro corrispettivi europei e nordamericani, senza voler rinunciare minimamente al tempo dedicato alla ricerca che è missione principale del docente universitario, e fondamentale anche per realizzare una docenza e didattica a livello adeguato. Tuttavia, oggi il tempo realmente a disposizione per la ricerca si è drammaticamente ridotto, pur essendosi imposto anche in Italia il diktat anglosassone del “Publish or Perish”, grazie all’introduzione (per altri versi sacrosanta) di sistemi di valutazione della produttività scientifica. Il risultato è la sempre più impellente richiesta di una costante performance di ricerca, da una parte, e dall’altra dei margini sempre più ristretti di tempo per adempiervi. Per non parlare dell’impossibilità di formare le nuove leve, di portare avanti gli studenti più bravi e meritevoli e di dar loro qualche prospettiva, a causa del taglio drastico del numero delle borse di studio, della riduzione dei posti di dottorato e della esiguità dei posti di ricercatori.
Le Università italiane sono state lasciate in totale solitudine a cavarsela di fronte a continue e talvolta contraddittorie riforme (riforme non accompagnate da adeguate risorse finanziarie), anzi,  in soli due anni più di 500 milioni di euro sono stati stornati dalle sue legittime finalità - cioè dal budget destinato ad incrementare l'FFO alle Università e ad incrementare i fondi per la ricerca scientifica e per l'offerta didattica - e invece spostati ad altre voci di spesa (emergenze trasporti). Nonostante questo, l’impegno profuso dai ricercatori ha fatto sì che le agenzie internazionali abbiano posto diverse università pubbliche italiane in posizioni di medio-alto livello nel 'ranking' degli atenei mondiali.

…e della didattica

L’ultima (per ora) riforma universitaria ha imposto a molte Facoltà il doppio percorso di laurea triennale e laurea specialistica (il cosiddetto ‘3+2’), e, di conseguenza, una maggiore tipologia di corsi e moduli (triennali, specialistici, corsi professionalizzanti) e un impegno didattico trasversale e spesso interdisciplinare. Del resto, anche in quelle Facoltà dove non è stata adottata la riforma 3+2, è stato aumentato il numero degli anni complessivi, e sono stati introdotti altresì corsi brevi e nuovi percorsi professionali che hanno obbligato i docenti a moltiplicare e diversificare il loro impegno didattico.
Questo comporta che se si vuole fare una didattica di livello universitario, le lezioni  vanno preparate e diversificate sulla base della popolazione studentesca cui si rivolgono, con studio ed aggiornamento costanti che si quantificano in molte ore di lavoro e di ricerca quotidiana. A tutto ciò si devono aggiungere le ore ufficiali e ufficiose di ricevimento studenti, di correzione e discussione di tesi e tesine, di preparazione e correzione di esami scritti e orali, nonché per creare contatti e sottoscrivere convenzioni con il mondo del lavoro per lo svolgimento efficace di stage e tirocini. Si aggiungano poi le ore spese in varie commissioni didattiche e di ricerca, in sedute sempre più frequenti di Corso di laurea, di Indirizzo, di Facoltà, di Ateneo, e l’impegno profuso presso scuole e collegi di Dottorati e di Master e di commissioni di concorso locali e nazionali.
Non solo, ma l’indicazione governativa a costruire percorsi sempre più specialistici e professionalizzanti ha obbligato le strutture, e dunque i docenti che vi afferiscono, nonostante gli alti numeri degli studenti iscritti ai singoli corsi delle Università pubbliche, a cercare quanto più possibile di avviare una didattica che sia insieme frontale e individuale, tutoriale e di laboratorio, a fronte di un personale praticamente dimezzato rispetto a qualche anno fa a causa del prolungato blocco del turnover (pochissime nuove assunzioni e ondate sempre più grandi di pensionamento, che porteranno peraltro gli Atenei italiani ad un preoccupante svuotamento entro il 2012-2015), e a fronte degli adempimenti amministravi e burocratici sempre più pressanti e numerosi.
         Cosa dire poi dell’impegno sul fronte dell’internazionalizzazione, voluta giustamente dai governi locali e nazionali, e che presso le Università italiane ha ottenuto risultati eccellenti (nel numero di scambi studenti nell’ambito dei programmi Socrates-Erasmus, di convezioni Overseas, di titoli congiunti, di Marie Curie, etc, e, di conseguenza, di fondi assegnati al sistema universitario dalle Commissioni Europee) e che ha permesso a migliaia di studenti italiani di fare utili esperienze di studio e di ricerca all’estero arricchendo la propria personalità e un necessario quanto spendibile curriculum professionale. Risultati che si devono anche all’impegno profuso e mal riconosciuto, dei docenti e ricercatori dei nostri Atenei, e che hanno fatto acquisire all’Italia diversi punti nella valutazione europea.


Una situazione incomprensibile e dannosa

Nonostante l’impegno nella ricerca e nella didattica di tutti i suoi componenti, l'Università italiana pubblica resta da tempo al centro di un tiro al bersaglio dal quale non esiste un organo accademico nazionale che sembri capace di difenderla. Siamo lasciati sempre più soli, quando non addirittura attaccati e umiliati dalle istituzioni e dai media, e così lo sono i nostri studenti: isolati da e in una società che ha dimenticato che il valore fondamentale del mondo civile è quello dell'istruzione. Mentre in altri paesi europei, come la Francia, la Gran Bretagna e la Spagna, l’investimento nella ricerca e nella formazione universitaria è una priorità di governo, in Italia la parola d’ordine sembra quella di svilire ricerca, cultura e formazione.
Anche se i fondi per la ricerca e per la didattica sono sempre meno e le richieste di impegno orario, di pre-pensionamento, di imparare a fare a meno di contratti, di lettori, di tecnici capaci, di nuovi posti di ricercatori, sono sempre maggiori, i docenti non vogliono essere una corporazione e non vanno trattati come lobbisti.
            Infine, se l’ articolo di legge che riguarda l’impegno orario dei docenti è contenuto nel d.p.r. 382/1980, art. 10, i dati sono estratti dalla Ragioneria dello Stato che quantifica il nostro lavoro partendo da minimi ministeriali, ed introducendo poi un correttivo per ulteriori attività istituzionali, incrementando tali minimi di un fattore arbitrario (per un professore a tempo pieno da 350 a 950). Ma dal rapporto non si evince in alcun modo se la ricerca debba essere inglobata in questo monte ore o se non sia tenuta in conto del tutto, e proprio la ricerca che resta dovere fondamentale dell’Università.
           Così come abbiamo visto nel caso della didattica e delle attività ad essa connesse, ci si chiede ancor di più per la ricerca come possano essere calcolabili tutte le attività che essa implica e che sono ormai ritenute indispensabili: i progetti di ricerca, strategici, nazionali e internazionali, la sperimentazione di laboratorio, la consultazione di archivi e biblioteche, il tempo di osservazione, di riflessione e di scrittura, i contatti, le collaborazioni, la disseminazione dei risultati, e, non ultimo, le pubblicazioni di volumi, articoli in riviste o l’organizzazione di e la partecipazione a convegni nazionali e internazionali? Tutte attività che richiedono un lungo e continuativo lavoro, non misurabile in modo convenzionale con un orario, ma certo non compreso nel monte ore indicato.
Chiediamo che la attività della Università e degli operatori della ricerca sia valutata e considerata in modo realistico, e non in base a parametri di minimo ministeriali, Chiediamo che finalmente si sostenga il comparto ricerca e istruzione, chiediamo di non parlarne più in modo approssimativo o, peggio, dispregiativo, ma che si avvii una seria politica di rilancio dell’Università pubblica italiana.
I docenti universitari italiani sono fieri di essere educatori e ricercatori, una fonte di progresso intellettuale, morale e sociale, e chiedono di non essere sottoposti a continui processi. La ricerca scientifica italiana, e forse la nostra coscienza sociale e comunitaria, oggi e ancor più domani, dipendono anche dalla conservazione e dal miglioramento della qualità del nostro lavoro. E se ovunque, specie all’Università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere per tener testa a quello che la coscienza del docente e l'immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l'evoluzione scientifica dei nostri studenti e l'aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari.

 

L' ITALIA  del dopo ELEZIONI  POLITICHE: larga maggioranza a  BERLUSCONI

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Silvio Berlusconii

L'Italia della "maggioranza" in euforia, ma con Bossi  "cruciale"
(Lega Nord: 60 seggi alla Camera e 26 seggi al Senato, essenziali per fare maggioranza)

Per la scossa del sistema politico sono stati determinanti i mass media e anche alcuni modi,
quasi eversivi, del futuro Premier che prometteva collocazioni politiche ai traditori di Prodi.

Ma voglio domandare: "E' molto diverso conquistare il potere con l'uso delle armi
o con la manipolazione delle coscienze incaute, con l'uso delle televisioni di massa ?"

I fattori più profondi della scossa al sistema politico sono stati:

1) Da un lato, la rabbia dei percettori di reddito fisso, rimasti impoveriti dalla grande inflazione del 2001-2003, causa l'EURO; e, dall'altro, la preoccupazione dei percettori di redditi variabili (beneficiati) di non arretrare per mano fiscale;
2) La sprovvedutezza politica della sinistra italiana, fattasi capire a rovescio rispetto all'intenzione di  soccorrere il reddito fisso (vedi punto 1), fino a trovarsi contraria la somma dei danneggiati e dei beneficiati dall'inflazione;
3) Gli interventi preconcetti della magistratura sul Ministro della Giustizia, Mastella, questa volta preso dal panico;
4) Fors'anche la debolezza del Presidente Napolitano, che ha sciolto entrambe le camere, anzichè solo quella (Senato) che non funzionava (ex-art. 88 Cost.).

17 apr. 2008, Il giudizio dell'Economist su Berlusconi
(e, en passant, sulle università italiane, con estensione impropria, quasi da vomito. Ma perchè ? - N.d.R.)

"Italy embraces Silvio, again and again"
  (stralcio dalla traduzione di http://bnoise.wordpress.com/
   2008/04/18/economist-e-la-vittoria-di-berlusconi/

   Silvio Berlusconi è la scatola a sorpresa ( jack-in-the-box) della politica Europea. Nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, gli elettori italiani hanno deciso e la sua figura sempre sorridente è spuntata ancora una volta. Deriso, circondato per anni da domande sulla sua probità e sul conflitto di interessi tra il suo impero mediatico e il suo incarico politico, Berlusconi è stato tuttavia scelto per diventare primo ministro per la terza volta.
……
   In un paese abituato a indebolire le coalizioni (il governo uscente di centro-sinistra guidato da Romano Prodi è durato meno di due anni) gli elettori hanno dato al Popolo della Libertà di Berlusconi e ai suoi alleati un’inusuale, solida maggioranza.
......
   Il successo principale di Prodi è stato far scendere il deficit di bilancio fino al 3% del PIL, come richiesto dalle regole dell’Unione Europea. Ma ne ha pagato il prezzo. Il ministro delle finanze uscente, ..., ha alzato le tasse e combattuto l’evasione fiscale - una combinazione che ha reso il governo estremamente impopolare.
……..
   Gli italiani si svegliano il 15 aprile e si ritrovano in un paese ancora una volta dominato da conservatori. Ma di che tipo? Il progressi della Lega Nord, un naturale serbatoio di voti di protesta, suggeriscono che un gran numero di elettori cercano rifugio dai terrori della globalizzazione. Il partito di Umberto Bossi è sia anti-immigrati che protezionista.
……….
   Quella italiana resta una delle economie più regolamentate dell’Europa occidentale. E’ anche bloccata da un’inflazione più alta e una più bassa crescita di produttività di ogni altro paese nella zona Euro, ed ha, come risultato, costantemente perso competitività. L’impatto della lenta crescita si nutre di se stesso. Se l’Italia fosse cresciuta con la media europea nel passato decennio, il suo debito pubblico sarebbe passato da più del 100% del PIL a circa l’80%; e non avrebbe avuto bisogno di alzare il carico fiscale al 43.5% del PIL per soddisfare gli obiettivi fissati dal patto di stabilità dell’UE.
…..
   L’economia conta troppo sulle piccole e medie imprese nelle industrie tradizionali come il tessile, le calzature, elettrodomestici e mobili. Queste industrie sono le più esposte alla concorrenza a basso costo proveniente dalla Cina e dal resto dell’Asia.
   I servizi sono sottosviluppati. Anche nel turismo, dove ha un vantaggio naturale, negli ultimi 30 anni l’Italia è scesa dalla prima alla quinta posizione come meta turistica più popolare. L’istruzione è un disastro. L’Italia fa peggio di qualsiasi altro nell’Europa occidentale nel PISA test dell’OCSE. Le università sembrano mandate avanti per il beneficio dei professori. L’Italia non ha sue università nella top 100 mondiale. Nel 1970, il 30% dei professori universitari erano sopra i 45 anni; oggi sono il 70%.
…...
    Ci sono alcuni motivi di speranza, comunque.
    L’occupazione in Italia è buona: la disoccupazione è al minimo storico in 30 anni. Le esportazioni sono in pieno boom, nonostante l’euro forte, perché le compagnie puntano sul valore aggiunto (non si dice, però che il deficit del commercio estero è rimasto incolmabile, dopo l'euro, perchè l'import è aumentato più dell'export - N.d.R). La più grande società privata del paese, la Fiat, si è rialzata. Le banche italiane hanno migliorato sotto lo stimolo della competizione, e hanno in gran parte evitato il debito che sta trascinando giù i rivali in Europa.
   Se il nuovo governo desse il via libera agli imprenditori italiani, sicuramente questi risponderebbero (positivamente). Lo farà? A volte Berlusconi è sembrato cogliere la gravità della condizione italiana. Ma quello che rimane in dubbio è se egli è veramente votato alle riforme liberali, o addirittura se capisce che queste sono incompatibili col nazionalismo economico.
   Il suo passato incarico non è stato incoraggiante. Niente è stato fatto per scuotere la miriade di categorie protette in Italia, dai tassisti ai notai alle farmacie ai piccoli commercianti. Scuole e università sono rimaste in larga parte non riformate; la pubblica amministrazione è stata appena sfiorata. Le privatizzazioni sono state realizzate con maggior determinazioni dai governi di centro-sinistra .....

Nino Luciani*, Ma adesso, una volta che il popolo ha votato,  basta contorcersi sull'esito....
Se il programma annunciato è una cosa vera, ben venga una politica aperta al mercato e di riforma dello Stato, a partire dalle autonomie locali e dal federalismo fiscale.

   Quello, però, che l'Economist non sa ... è che Berlusconi è un solista perchè è senza il supporto delle istituzioni, e che non si è ancora reso conto di quanto questo fatto peserà sulle sue quotazioni di statista...

  * professore ordinario di scienza delle finanze nell'Università di Bologna

   Vedo anch'io il "berlusconismo" come il dilettantismo in politica, ma sarebbe il caso di guardare più a fondo e di dargli più consiglio che un rigetto, visto che gli italiani l'hanno scelto.
  Il "berlusconismo" ha avuto ingresso in Italia per riempire un vuoto creatosi drammaticamente negli anni 92-94, con la caduta della DC e del PSI. Quella caduta era fisiologica perchè (per una serie di ragioni storiche: la guerra fredda nel mondo, una legge elettorale proporzionale), la corruzione aveva invaso lo Stato e i rapporti tra Stato e Industria. Essa era la conseguenza del fatto che, per troppo tempo, non c'era stato la normale alternanza tra i partiti al governo (che, invece, c'era negli Stati Uniti e nei principali paesi europei). L'aspetto pù deteriore di quelle deviazioni era la cattura del consenso mediante l'uso spregiudicato della spesa pubblica.
  Tra le deviazioni, una  risulterà, poi, determinante nella caduta della qualità della politica: un massiccio pensionamento anticipato dell'alta dirigenza statale ('incentivato da un governo Andreotti), così da interrompere la regolare trasmissione delle competenze ai "giovani" (diciamo) subentranti. Per lunga tradizione, lo Stato aveva goduto di una qualificata classe dirigente burocratica, grazie all'uso sistematico del pubblico concorso nelle assunzioni di personale (cosa che, ad es., non c'era negli enti locali). In quel periodo, poi, (quello che va dal dopo guerra agli anni 92-94), c'era anche il fatto che i partiti avevano dei quadri dirigenziali allevati con cura e metodo. Così era della DC e del PSI, ma non sarà affatto così per Forza Italia e per la Lega Nord, partiti senza strutture organizzate.
   Tornando a Berlusconi, le cose dette da lui in ogni dove (ad es. contro i "post-comunisti, incrollobabili come vecchia testa, a parte le parole "nuove") hanno perfino la mia simpatia, ossia dice cose vere (ma non sempre, ad es., è fuori discussione che il PCI abbia concorso alla salvezza della democrazia in Italia).

  Ma oggi, ricomparendo in politica mettendo in conto la riforma dello Stato senza l'aiuto delle istituzioni, ha confermato di essere ancora un dilettante. Anzi nelle scorse settimane ha perfino dichiarato di avere, contro, le istituzioni e di volere sburocratizzare la Pubblica  Amministrazione e licenziare un gran numero di dipendenti, .
  Egli ha pensato di passare ... posizionando, quanto più ha potuto, i posti di parlamentare e di ministri in base a criteri di stretta lealtà personale, quasi la via sicura per imporsi aprioristicamente. Dire, invece, che occorra, prima, definire la nuova struttura dello Stato in rapporto alle prestazioni di beni e servizi pubblici da preservare in mano pubblica, ed a quelle da privatizzare.
   Dentro la riforma dello Stato, la prima grande partita, storicamente matura, sarebbe il riordino delle autonomie locali e il connesso "federalismo fiscale". Già ..., perchè la creazione delle Regioni nel 1970 non è stato accompagnato da una simultaneo alleggerimento dei compiti identici, già dello Stato, nè dal riordino (sempre in simultanea) del sistema dei comuni (infatti, rimasti oltre 8.000, di cui il 75% con una popolazione minore di 2000 abitanti, e strumentalizzati dallo Stato per controbilanciare le Regioni). Il problema non è l'abolizione del 75% dei Comuni, ma una loro armonizzazione rispetto ai Comuni metropolitani. Si dovrebbero anche abolire le Province, trasferendone i compiti ai Comuni metropolitani.
   Torniamo all'inizio. Berlusconi rimarrà un "dilettante in politica"? Di recente ha dichiarato che si appresta a ripartire valendosi delle precedenti esperienze di governo. Queste sono un fatto reale, e almeno questo non gli si può contestare. NL

 

ITALIA VERSO LE ELEZIONI POLITICHE ANTICIPATE

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Silvio Berlusconi


Nino LUCIANI, Due parole, in libertà...

TROVANDO DUE GRANDI PARTITI, tra loro ALERNATIVI,
L'ELETTORE AVRA' LA POSSIBILITA' DI SCEGLIERE DIRETTAMENTE il PROGRAMMA  e il GOVERNO


Questo è un passo avanti fondamentale per una democrazia governante nel nostro Paese

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Walter Veltroni

Tuttavia con questa legge elettorale, al Senato i seggi saranno ripartiti al 50%, tra i 2 grandi partiti
Questo attribuirà un ruolo di bilancia al partito di Casini (UNIONE DI CENTRO),
perchè in posizione mediana e più vicino ai due come programma


Le POSSIBILITA'  REALI, diverranno, di conseguenza:

   1) un GOVERNO di Centro-Destra (Berlusconi - Casini);
2) un GOVERNO di Centro-Sinistra (Veltroni - Casini)

Guiderà il Governo chi dei due avrà la "maggioranza" alla Camera,
grazie al premio al partito maggiore, anche per un solo voto, e che avrà il 55% dei seggi.
Questa previsione si fonda sulla ipotesi che al Senato la soglia di sbarramento (8%)
sarà superata solo da: PD, PDL, Sinistra ARCOBALENO, UDC, LEGA NORD

E per l'università cosa ci sarà di buono? Credo nulla, se nella legislatura

che si apre, non trova l'unità e un ministro "professore universitario"


Due parole, in libertà...

1. Quale programma ? Nelle elezioni politiche, l'indirizzo programmatico è il punto principale. Ma su questo non mi sento molto preoccupato, perchè ritengo che le altermative reali oggi in campo (Berlusconi, Casini, Veltroni - in ordine alfabetico) siano tutte centrate sul proposito di restituire all'economia di mercato il suo spazio vitale, ma senza tornare indietro rispetto alle fondamentali conquiste civili del nostro popolo (direi 55% al mercato e 45% allo Stato). Spero che sia davvero così anche per Berlusconi.
   Questo loro convincimento comune viene, credo, anche dal fatto che la vicenda del Governo Prodi ha evidenziato l'errore, per l'economia del Paese, di volere sanare il bilancio con una ulteriore aumento della pressione fiscale, in luogo dell'abbattimento della spesa pubblica, pur se il recupero dell'evasione avrebbe abbondantemente risolto il problema del pareggio ( col famoso, ma anche scandaloso, "tesoretto").
2. Veltroni ha anticipato il risultato dei referendum di Segni e Guzzetta. Questo va apprezzato.     Dalle vicende degli scorsi anni è risultato che la possibilità di scegliere tra "due coalizioni eterogenee" era un ritorno all'indietro, come ai tempi della DC, in cui i governi si facevano dopo le elezioni, e cadevano ogni 6 mesi. Prodi è caduto dopo due anni, ma questo non cambia di molto le cose.
   A quel punto, l'unica via era una nuova battaglia referendaria, in modo che il premio di maggioranza fosse dato al partito maggiore (anzichè alla coalizione). I referendum sono stati rinviati, per il precipitare delle elezioni.
   Ma qualcuno, che ha nome VELTRONI,  ha fatto l'atto coraggioso, proprio di un giovane, di volere presentare, da solo, il PD, per cui avremo la stessa cosa ... come se il referendum abbia avuto luogo. Gli va dato anche merito di aver indotto Berlusconi a seguirlo.
3. Un Governo che rivaluterà Casini ? La legge elettorale darà a qualcuno una maggioranza netta alla Camera. Invece al Senato i due partiti maggiori (PD; PDL ?) saranno alla pari, poco più poco meno, compresa la possibilità dell'inverso di quanto avverrà alla Camera. Questo aprirà un ruolo di bilancia ai partiti minori, che però saranno pochissimi (perchè uno sbarramento dell'8% è veramente un ostacolo molto grande).
  Si possono fare molte congetture ma, in tale ipotesi, la probabilità più alta è che ci sarà un ruolo di bilancia per Casini perchè in posizione mediana e vicino ad entrambi come programma.
  Non si può, poi, escludere che gli elettori daranno un input, che avvii a chiudere la fase transitoria apertasi al centro, nel 1992-94, con la scioglimento della DC e del PSI. Credo che un voto significativo all'Unione di Centro (UDC - ROSA BIANCA) aprirebbe stabilmente la via ad un bipartitismo democratico in Italia, grazie alla partecipazione dei Cattolici, oggi polverizzati, ma ai quali - nella storia d'Italia - spetta "un" posto (non ho detto due) al tavolo della politica.
4. E per l'Università cosa ci sarà di buono ?  Non c'è nulla che possa far pensare a qualcosa di buono. L'abbiamo constatato con un Governo di centro-destra (vedi la Moratti), ma anche col successivo Governo di centro-sinistra (Mussi-Modica). Avendo noi (intendo i nostri vari spezzoni) lavato i panni sporchi in piazza, anzichè in famiglia, e per troppo tempo,  abbiamo accumulato una pessima reputazione e non sarà facile tornare indietro.
   L'unica grande esperienza positiva è stato il lavoro di riaggregazione svolto dalla CRUI-Presidenza Piero TOSI, di fronte al "comune nemico" (la MORATTI). Dunque, ancora l'unica speranza positiva è che la CRUI torni a svolgere quel ruolo, perchè solo l'unità e proposte innovative possono imporre al nuovo Governo, di essere considerati. NL

 

GOVERNO IN DIFFICOLTA' AL SENATO, a causa del "voto di scambio" ?

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA,
a
rt. 88: "Il Presidente della Repubblica può,
sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o ANCHE UNA SOLA DI ESSE".

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R. Prodi



PRODI: "Cado perchè hanno corrotto alcuni senatori"

BERLUSCONI: "Offro una collocazione politica
a chi si sente escluso dal Partito Democratico"


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S. Berlusconi

LUCIANI: "Si sciolga quella, delle due camere, presa in ostaggio col voto di scambio,
a parte che l'UDC potrebbe pensare un pò più da grande (vedi le "due parole", qui sotto),
e valersi dell'attuale posizione strategica nel "mezzo del parlamento"

LUCIANI, Governo in difficoltà al Senato ?

1.- L'Università non ha avuto nulla, da anni, sia dal Governo di centro destra di Berlusconi, sia da questo Governo. E allora dovrebbe stare con le mani in mano, mentre la democrazia politica dell'Italia è in difficoltà, per l'inceppamento del sistema, che impedisce perfino ai politici buoni (di destra e sinistra) di prendere decisioni per il Paese ? Direi proprio di NO. Anzi, c'è un motivo in più per soccorrere la patria, che vuole che il governo democraticamente eletto abbia i 5 anni per attuare il suo programma.
   Le dichiarazioni di questi giorni, del Presidente del Consiglio, ("cado perchè hanno corrotto alcuni senatori") gridano allerta al cospetto degli italiani, unici depositari della "sovranità popolare". Anche nella fase di decadenza della DC, c'era il commercio dei voti, ma in segreto, e chi veniva scoperto era quanto meno criticato. Ora non c'è più neppure il pudore e lo si dice apertamente.
  2.- Gli studi più moderni di public choice hanno messo in luce che anche i politici sono dei comuni mortali. E, dunque, anche i politici, come gli imprenditori, fanno politica per un profitto, per un arricchimento personale, sia pur mediante una opera finalizzata al soddisfacimento dei bisogni pubblici.
   Tuttavia come, nel mercato, ci sono delle "deviazioni" per catturare il consumatore con la concorrenza sleale (basso prezzo, ma di prodotti adulterati), o con la conquista di posizioni dominanti (monopoli, cartelli ...,) così anche in politica ci sono "deviazioni" per catturare il voto.
   Nella attuale fase storica, si è acquisito che l'alternanza tra le cariche, alle scadenze elettorali, è il miglior contrasto alle "deviazioni".
  Si è anche acquisito che la durata delle legislature deve permettere delle scelte di medio-lungo andare. E allora anche il giudizio degli elettori sul governo è fondato solo se passano i 5 anni. Sono, questi, dei superiori valori per il bene di tutti, e che giocheranno anche a favore della opposizione quando, domani, tornerà al governo. E chi è anziano deve capire .....
e avere fiducia nei giovani. Il suo turno è passato. NL

Solo due parole all'UDC ...
1) Il Governo deve restare per i 5 anni, perchè eletto democraticamente.
2) Frattanto, si dovrebbe:
   a)  votare
le leggi buone (per se stesse, non per gli effetti sulla durata del governo
   b)
modificare la costituzione disponendo per la elezione diretta del Premier ;

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P.F. Casini,
Presidente UDC

  c) fare una legge elettorale proporzionale, con voto di preferenza ai candidati e abolizione delle firme per la presentazione delle candidature.
(Clicca su nuova legge).

 MOTIVAZIONI
1.- Nel sistema politico italiano, permane una contraddizione tra la volontà degli elettori di scegliere direttamente il Presidente del Consiglio (nella legge vigente già dev’essere indicato il candidato Premier) e la Costituzione che ancora richiede la successiva fiducia al Governo, da parte del Parlamento, cosicché subito dopo le elezioni c’è chi lavora per fare cadere il Governo. Questa fase dovrebbe essere chiusa adeguando la Costituzione alla maturità della coscienza popolare: vale dire con l'elezione diretta del Premier, contemperata da maggiori poteri di garanzia costituzionale del capo dello Stato.

2.- Il secondo passo è ricostruire la rappresentanza unitaria del ceto medio in parlamento e questo richiede una legge elettorale proporzionale, che tuttavia non pone problemi di durata del governo, se il Premier è eletto direttamente dal popolo.
Per spiegare questa idea, occorre portare il pensiero alla nostra storia recente. Dal 1992-94, in seguito alla caduta della DC e del PSI, si è formato un vuoto al centro dello schieramento politico italiano, per il venir meno della mediazione inter-classista, tradizionalmente svolta da quei partiti. Oggi i partiti di centro, riemersi nel frattempo, sono caduti in ostaggio dentro due, rispettive, grandi coalizioni "bipolari" di appartenenza, che tuttavia vivono con grande difficoltà al proprio interno.
   Per ricostruire il ruolo inter-classista dei partiti di centro

(salvo quello dell’elezione del Premier, che dovrebbe passare definitivamente al popolo), è necessario cambiare la legge elettorale in senso proporzionale.

3.- C'è, poi,la circostanza che, nelle elezioni 2006, si sono presentati 74 partiti, sia pur afferenti alle due principali coalizioni, dei quali solo un piccolissimo numero (i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento) ha potuto ottenere una rappresentanza in Parlamento. E molti altri partiti si sarebbero presentati, se la procedura voluta dal governo Berlusconi non avesse strozzato i tempi tecnici per la raccolta delle firme. Questa anomalia va sottoposta a discussione perché le "piccole" forze sono il seme nuovo che fa rinascere la politica.Una buona legge elettorale deve farsi carico della inclusione dei piccoli partiti, favorendone l’aggregazione e al tempo stesso evitando ostacoli odiosi, come uno sbarramento troppo alto, o la raccolta delle firme di presentazione delle candidature.

4. La storia, "magistra vitae", ci dice che la classe politica al governo "deve" coincidere con le forze economiche e sociali dominanti e, quando si realizza un distacco da questa fattispecie, (ad esempio, a seguito di grandi mutamenti tecnologici), è inevitabile che subentrino vuoti di potere e anche rivoluzioni, finchè la coincidenza suddetta torni a riprodursi in contenuti nuovi, conformi ai mutamenti avvenuti. La rivoluzione francese è rimasta "maestra", su questa problematica. Nel caso dell'Italia di oggi, il 75% della forza economica è riferibile al "ceto medio", che numericamente è anche il 75% dell'elettorato. Questa area trova nel "centro degli schieramenti politici" la sua rappresentanza naturale. Pertanto, una legge proporzionale (con sbarramento), ricostruendo il "centro", sarebbe un sicuro apporto alla stabilità del quadro politico, e darebbe a ognuno il suo, anche alle ali estreme della politica e alle diverse etnie regionali.

5. Nella attuale situazione storica dell’Italia, anche il "bipartitismo" sarebbe prematuro. E’ pur vero che tra le forme di democrazia parlamentare, il sistema "bipartitico" è teoricamente il più vicino alla democrazia diretta, perché permette all'elettorato la chiara scelta del governo e del programma già fin dal momento delle elezioni e genera una efficace competizione tra i due partiti concorrenti.
Tuttavia, il bipartitismo riesce a svolgere detto ruolo se i "due partiti" girano intorno al 50% dei voti, frutto di una omogeneità al loro interno, dopo un adeguato un processo storico di confronto e armonizzazione tra i partecipanti socio-geografici. Questo non è ancora il caso dell’Italia e pertanto, il forzare il bipartitismo (ad es. con premi di maggioranza al partito di maggioranza "relativa" col 30%"), genererebbe l’instabilità politica, perchè metterebbe in minoranza la "maggioranza", costituita dalla somma degli esclusi. Ben diverso potrebbe essere il giudizio se il partito di maggioranza relativa fosse nell'intorno del 50% dei voti. NL

 

TESORO: "Libro verde sulla spesa pubblica" (università inclusa)
Spendere meglio: alcune prime indicazioni

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Tommaso Padoa Schioppa


Nel Rapporto della Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica,
inclusa dal Ministro Padoa Schioppa anche la parte universitaria

La Commissione: G. MURARO (Presidente),
M. BORDIGNON, C. BURATTI, D. MARCHETTA, V. PERRONE, G. PISAURO, G. POLA, R. RIZZO, S. VISALLI, A. ZANARDI

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Gilberto Muraro

Ministero dell’Economia e delle Finanze - Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica.
Misure per il risanamento finanziario e la incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario.

Roma, 31 luglio 2007

INDICE
1. I problemi del sistema universitario italiano - 2. I criteri di finanziamento - 2.1 Il Fondo di Finanziamento Ordinario - 2.2 Il modello del CNVSU - 3. Interventi da attuarsi nel breve termine - 3.1 Interventi per la stabilità finanziaria - 3.2 Interventi per l’efficacia della programmazione finanziaria - 3.3 Interventi per l’effettiva applicazione delle regole - 3.4 Interventi per l’incentivazione e il riequilibrio - 4. Conclusioni

1. I problemi del sistema universitario italiano
L’Università italiana ha attraversato negli ultimi 15 anni un profondo cambiamento, le cui tappe più significative sono rappresentate dall’attribuzione dell’autonomia finanziaria (legge 537/1993), dal decentramento dei concorsi (legge 210/1998) e dalla riforma degli ordinamenti didattici (cosiddetto 3 + 2, di cui al Dm 509/1999). Il quadro degli effetti di tali trasformazioni è variegato. Alcuni risultati sono positivi. La riforma didattica, in base ai dati disponibili, sembra avere avuto successo nel correggere alcune storture del nostro ordinamento. E’ aumentata la percentuale degli studenti delle superiori che hanno scelto di proseguire gli studi iscrivendosi all’Università; sono calati gli abbandoni; si è ridotta l’incidenza dei fuori corso sul complesso degli iscritti e, parallelamente, è aumentato il numero degli studenti che si laureano negli anni di studio previsti dall’ordinamento; è cresciuto rapidamente il numero di laureati, avvicinando l’Italia agli altri paesi europei. Sono tutti esiti confortanti, anche se, per esprimere un giudizio definitivo, bisognerà attendere qualche anno, per poter analizzare più compiutamente pure gli esiti delle lauree specialistiche (o magistrali) e per verificare le tendenze che emergono dai dati sugli anni accademici 2004-05 e 2005-06 che, in termini di immatricolati, sono in controtendenza, mostrando una riduzione della percentuale di studenti delle superiori che proseguono gli studi.
Altri aspetti appaiono critici, anche se non si presentano con la

LUCIANI, Breve introduzione.

Dopo tanti anni di estrema aria di sufficienza del Ministero del Tesoro nei giudizi sulla Università italiana (TREMONTI permane il massimo della follia "razionale", solo sua), viene finalmente da quella parte una diagnosi valida sulla situazione reale dell'Università e sulle sue aspirazioni.
   Non poteva avvenire altrimenti anche solo pensando al Presidente della Commissione, tra l'altro, già Rettore dell'Università di Padova e ivi caduto, al momento del rinnovo della carica, per eccesso di rigore.
  D'altra parte, credo e spero non me ne vorranno i numerosi Colleghi di Scienza delle Finanze, in Commissione, se chiedo a loro (ma anche al Ministro) di appellare ai contributi critici della comunità scientifica, come del resto apparsi già in passato, su questo Foglio, per questi problemi.
   Personalmente ritengo che il rapporto pecchi troppo di verginità di accademia, laddove neppure lontanamente si accorge dei motivi dei mali principali dell'Università italiana:
- proliferazione degli atenei;
- frammentazione degli insegnamenti;
- dequalificazione della ricerca nei campi umanistici ed economici;
- colonizzazione del sapere italiano da parte del mondo di lingua inglese;
- censimento dei docenti effettivi (anche di quelli non strutturati, almeno tre volte i professori di ruolo), ai fini del calcolo del rapporto reale tra docenti e studenti.
  Frattanto gli interessati trovano qui a fianco il testo integrale della Commissione, note escluse (Doc.2007/3 BIS, 31 luglio 2007). NL

stessa intensità in tutti gli atenei. Si ricordano in particolare:
• la proliferazione dei corsi di laurea triennale e specialistica, non sempre rispondenti ai bisogni della società e del sistema produttivo, con conseguente aumento del carico didattico a danno dell’attività ricerca e con la moltiplicazione dei professori a contratto e delle supplenze: fenomeni che hanno giustamente portato il Ministero dell’Università e della Ricerca ad imporre requisiti minimi per l’attivazione di corsi di studio;
• la diffusione di sedi universitarie di modeste dimensioni, scarsamente dotate di strutture e di personale di ruolo incardinato nell’ateneo;
• il rapporto docenti/studenti inadeguato (più basso che negli altri paesi avanzati) e che non è migliorato, nonostante l’assunzione di numerosi docenti e ricercatori, perché il numero di docenti è cresciuto in linea con quello degli studenti iscritti;
• gli scarsi servizi accessori (mensa, alloggi, ecc.) messi a disposizione degli studenti fuori sede, forse anche a causa di difficoltà di coordinamento fra le Regioni, responsabili per il diritto allo studio, e le Università;
• un numero di borse di studio insufficiente e di importo inadeguato, cosicché l’Italia è oggi l’unico paese avanzato a razionare le borse ai meritevoli;
• nel complesso, una prevalenza troppo forte dei finanziamenti agli atenei sui finanziamenti agli studenti;
• lo scarso ricorso a meccanismi di selezione degli studenti all’ingresso (matricole), salvo poche eccezioni riguardanti nuove Facoltà e alcuni corsi di laurea;
• la mancata attivazione dei servizi di supporto agli studenti per il recupero di eventuali debiti formativi accertati alla loro iscrizione;
• il tardivo avvio della valutazione delle attività didattiche e di ricerca (i cui risultati dovrebbero essere diffusi per guidare le scelte degli studenti);
• una bassa mobilità degli studenti dalla loro provincia di residenza e a maggior ragione da e verso l’estero; in particolare, la presenza di studenti stranieri è ben al di sotto di quella che si osserva in Inghilterra, Francia e Germania, probabilmente anche in conseguenza del fatto che la quasi totalità dei corsi è in italiano. Nel complesso, per l’effetto congiunto di alcune carenze sopra esposte, nel sistema universitario italiano si registra la sostanziale assenza di qualunque meccanismo concorrenziale che premi gli atenei meglio in grado di rispondere adeguatamente alla domanda proveniente dalle famiglie e dalle imprese.

Per quanto riguarda le risorse disponibili, oltre al già ricordato basso rapporto tra docenti e studenti, l’Italia si segnala per:
• un’incidenza della spesa per l’Università sul PIL ai valori minimi fra i paesi di area OCSE, con l’aggravante di un tasso di crescita fra il 2000 e il 2003 fra i più bassi in assoluto5;
• un costo per studente di soli 5.658 dollari a parità di potere di acquisto, contro la media UE 19 di 6.962 e una media OCSE di 8.093, largamente inferiore a quella di singoli paesi con cui l’Italia compete sui mercati internazionali.
Altri aspetti negativi legati alla gestione delle Università sono:
• un sistema di governance delle Università con una marcata tendenza all’autoreferenzialità, riflessa nella composizione e nei ruoli del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione;
• un sistema di remunerazione "rigida" dei docenti, che non ricompensa il maggiore impegno e la qualità del lavoro prestato né nella didattica né nella ricerca;
• meccanismi concorsuali inefficienti, che non sempre hanno premiato la qualità dei candidati;
• una composizione del corpo docente inadeguata, con troppi professori ordinari e associati rispetto al numero dei ricercatori. In effetti, oggi la docenza universitaria - con 18.000 ordinari, altrettanti associati e 21.000 ricercatori6 - appare più simile ad un cilindro che non ad una piramide. Per anni le Università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti piuttosto che assumere nuovi ricercatori: l’invecchiamento del corpo docente dipende sostanzialmente da questo. A questi problemi strutturali se ne sono recentemente aggiunti altri di natura economico-finanziaria, legati in parte all’insufficiente e discontinua dinamica dei finanziamenti pubblici e in parte all’uso disinvolto, da parte di vari atenei, dell’autonomia universitaria, in particolare nei riguardi del reclutamento e della promozione del personale docente. Molto sinteticamente, la situazione finanziaria, che in termini complessivi è illustrata in Tabella 1, si presenta in questi termini:
• il sistema universitario soffre di una generale carenza di finanziamento, aggravatasi negli ultimi anni a seguito dei tagli imposti dalle leggi finanziarie;
• il finanziamento è prevalentemente basato sulla spesa storica: il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha collegamenti modesti con l’attività di ricerca e didattica;
• nonostante l’esistenza fin dal 1998 di un vincolo relativo alla quota massima del 90% delle spese fisse per il personale di ruolo sul FFO, peraltro attenuato con un metodo di calcolo meno stringente a partire dal 2004, alcune Università hanno superato questo tetto;
• la crescita della spesa per il personale è stata favorita dal processo accelerato di reclutamento e di promozione, avvenuto con un’ampia sottostima dei costi medi a regime da parte di alcune Università;
• vi sono in prospettiva seri problemi di squilibrio finanziario, anche nelle Università gestite in modo più oculato, qualora dovesse perdurare la dinamica discontinua del FFO dell’ultimo periodo, con bassi o nulli tassi di crescita in alcuni anni, che hanno addossato ai bilanci delle Università il costo degli aumenti automatici delle retribuzioni (scatti stipendiali per anzianità, adeguamento annuale alla media degli incrementi per il personale non contrattualizzato delle pubbliche amministrazioni, incrementi stipendiali per i contratti nazionali del personale tecnico- amministrativo );
• le Università possono esercitare solo parzialmente la propria autonomia per quanto riguarda le entrate derivanti dal finanziamento da parte degli studenti, in quanto è previsto che tali entrate non possano superare il 20% del FFO (anche se, in pratica, il vincolo sembra essere stato superato da alcuni atenei con vari accorgimenti); e tale vincolo è diventato più stringente a fronte della dinamica dei costi e della mancata crescita del FFO;
• desta infine preoccupazione la consistenza dell’indebitamento di alcune Università a fronte di rilevanti investimenti e delle riduzioni dei finanziamenti statali per l’edilizia.

2. I criteri di finanziamento
Alle anzidette criticità del sistema universitario si è cercato di porre rimedio, almeno in parte, con una serie di misure di contenimento della spesa e di incentivazione di comportamenti di sana gestione, ma con risultati non del tutto soddisfacenti per la loro ridotta entità e, soprattutto, per la loro variabilità negli anni. Si illustrano di seguito gli interventi normativi e amministrativi più rilevanti.
2.1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario Come è noto, le premesse dell’attuale sistema di finanziamento del sistema universitario sono state poste con la riforma avviata con la legge 537/93 che, introducendo l’autonomia finanziaria degli atenei, ha definito un sistema basato sul FFO, quantificato in base al criterio della spesa storica per singole voci, sulla cui allocazione interna le Università hanno avuto piena autonomia. Parallelamente, e quale logico complemento dell’autonomia, sono state introdotte attività di valutazione da utilizzare per orientare gli atenei verso il conseguimento degli obiettivi sottesi al finanziamento del sistema universitario. La prima applicazione di interventi finanziari predisposti sulla base di valutazioni quantitative e qualitative è stata attivata nel 1995, con la ripartizione della "quota di riequilibrio" del FFO, destinata a correggere gradualmente il criterio della spesa storica attraverso la previsione di quote crescenti dello stesso FFO da destinare a finalità di riequilibrio tra gli atenei7. Il FFO è cresciuto nel corso degli anni ma con una dinamica che in alcuni degli anni più recenti è risultata inferiore al tasso di inflazione e, soprattutto, alla dinamica delle retribuzioni, delle quali, in base all’art. 5 della legge 537/93, si sarebbe dovuto tener conto annualmente per incrementare le assegnazioni del FFO ( Tabella 2). Parallelamente, la quota di riequilibrio è cresciuta dall’1,5% nel 1995 al 9,5% nel 2003, dando luogo ad una riduzione degli squilibri che, alla fine del 2003, risultavano contenuti nella fascia del ± 20 % (Figura 1). L’adozione di criteri stabili nel tempo ha fornito inoltre a ciascun ateneo incentivi al miglioramento della propria gestione e dei propri risultati nonché elementi di consapevolezza della propria posizione relativa nell’ambito del sistema. Dal 2004 è in vigore un nuovo modello di valutazione proposto dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU), di cui si dirà in seguito, che è stato applicato su un ammontare di risorse molto modesto e variabile negli anni, volendo garantire prioritariamente assegnazioni corrispondenti al FFO consolidabile dell’anno precedente: 29 mln. di euro nel 2004, 150 mln. nel 2005, 250 mln. nel 20068 e solo 40,6 mln. nel 2007. Nel contempo, in aggiunta alle assegnazioni con finalità di riequilibrio, nel corso del tempo sono state attribuite agli atenei risorse, in alcuni casi consolidate nel FFO e in altri casi una tantum, destinate alla generalità degli atenei per finalità varie (accelerazione del riequilibrio, assistenza ai disabili, contratti con studiosi impegnati all’estero, mobilità dei docenti, assegni di ricerca, collaboratori linguistici, cooperazione interuniversitaria, banda larga GARR, ecc. ) e a sostegno di specifici atenei sulla base di accordi tra di essi e il Ministero. Nell’anno 1998 (con la legge 449/97) sono stati invece introdotti vincoli per le assunzioni del personale a tempo indeterminato, sia docente che non docente: è stato fatto divieto alle Università di procedere a nuove assunzioni nei casi in cui la spesa per assegni fissi al personale di ruolo risultasse eccedente il 90% del FFO, se non nel limite del 35% del risparmio determinato dalle cessazioni dell’anno precedente. A fronte di queste disposizioni, comunque, come rilevato dal CNVSU, non sono state ancora applicate procedure per garantire il rispetto della norma, con precise sanzioni nei casi di inosservanza della stessa. Anzi, il vincolo del 90% delle spese per il personale sul FFO è stato indebolito con la legge 143/04 che lo ha ridefinito in modo "virtuale", non tenendo conto per il suo calcolo degli incrementi stipendiali annuali e di 1/3 della spesa per il personale convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Il vincolo è stato allentato anche intervenendo sul denominatore del rapporto, precisamente tenendo conto nella quantificazione del FFO anche delle risorse a disposizione delle Università in conseguenza di convenzioni stabili per assunzione di personale. In termini quantitativi, il correttivo che ha inciso finanziariamente di più è quello relativo alla riduzione di 1/3 della spesa per il personale convenzionato con il SSN (pari al 5,52% del FFO), seguito dalla riduzione per incrementi stipendiali annuali (pari al 2,54%). Pur con questa definizione "debole" del vincolo, quattro Università,9 anche di rilevanti dimensioni, hanno superato il limite del 90% ( Tabella 3). Peraltro, indipendentemente dalle motivazioni contingenti che hanno indotto all’allentamento del vincolo, la natura obbligatoria delle anzidette due voci di spesa deve indurre a guardare oltre il mero rispetto formale della disposizione normativa, in base al quale il problema sembrerebbe avere una portata circoscritta. Ai fini della valutazione della stabilità finanziaria del sistema, infatti, va sottolineato che l’indicatore più appropriato è il vincolo quale originariamente definito dalla legge n. 449/1997; e rispetto a questo il numero delle Università con più del 90% del FFO assorbito dalle spese per il personale risulta ben maggiore,10 coinvolgendo atenei di grande dimensione, particolarmente esposti dal punto di vista del personale convenzionato con il SSN anche in ragione della disomogenea trasformazione di policlinici originariamente a gestione diretta. Le implicazioni negative sulla rigidità della struttura finanziaria del sistema sono evidenti. E’ oggetto di ampio dibattito se il sistema universitario sostenga oneri impropri per il personale convenzionato con il SSN, in quanto tale personale svolge attività di assistenza oltre che di insegnamento e ricerca; ma la soluzione al problema non può consistere nello scorporo "virtuale" di questa spesa. In assenza di soluzioni strutturali che eventualmente riconducano al SSN questi oneri, gli stipendi del personale universitario convenzionato con il SSN vanno inclusi interamente nella spesa fissa di personale degli atenei per evitare di sottovalutare il problema della rigidità dei bilanci delle Università. Rispetto all’evoluzione critica della situazione finanziaria degli atenei, sono stati operati tentativi di rendere più stringente il controllo sui conti delle Università. Si ricorda, a questo proposito, che la legge 30 dicembre 2004, n. 311 (legge finanziaria 2005) ha escluso le Università dal blocco delle assunzioni di personale ma con il comma 105 dell’art. 1 ha stabilito l’obbligo per le Università di predisporre programmi triennali del fabbisogno di personale (docente, ricercatore e tecnico-amministrativo, a tempo determinato e indeterminato), tenuto conto delle risorse a tal fine stanziate nei rispettivi bilanci, da sottoporre al MIUR per la valutazione della coerenza con le risorse stanziate nel FFO e del rispetto del vincolo del 90%. Considerati gli sfondamenti dei tetti di spesa per oneri di personale, appare evidente come tali disposizioni non siano state puntualmente applicate e come il sistema non sia stato, in effetti, adeguatamente tenuto sotto controllo nonostante l’introduzione di una procedura informatica (denominata Proper) a ciò finalizzata11. Successivamente, con la legge 31 marzo 2005, n. 43, di conversione del D.L. 31 gennaio 2005, n. 7, si stabilì che, a decorrere dal 2006, le Università, anche al fine di perseguire obiettivi di efficacia e qualità dei servizi, entro il 30 giugno di ogni anno adottassero programmi triennali coerenti con le linee generali di indirizzo definite con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica, sentita la CRUI, il CUN e il Consiglio nazionale degli studenti universitari, tenuto altresì conto delle risorse acquisibili autonomamente dai singoli atenei. Questa previsione normativa non si è tuttavia concretizzata nei tempi previsti , in quanto il primo decreto di attuazione, relativo alla Programmazione 2007-2009, è stato appena emanato ( D.M. 3 luglio 2007, n. 362/2007, registrato dalla Corte dei Conti il 27 luglio 2007). Infine va rilevato che per la stabilità finanziaria del sistema un altro elemento che merita attenzione è il peso dell’indebitamento. La legge 168/89 art. 7, comma 5, disponeva limiti all’indebitamento delle Università e precisamente stabiliva che l’onere dell’ammortamento annuo dei mutui (unica forma di indebitamento previsto) non dovesse eccedere il 15% delle spese di funzionamento. Oggi, in conseguenza delle modifiche introdotte dalla legge 105/2003, la voce "spese di funzionamento" non è più calcolabile in quanto tutte le voci di finanziamento prima previste sono confluite in capo al FFO; sicché il vincolo andrebbe definito con riferimento al ben più ampio FFO. In sostanza, oggi manca una norma di controllo sulla sostenibilità dell’indebitamento e c’è da temere che alcune Università abbiano raggiunto, con diverse modalità, livelli di debito preoccupanti. La valenza di questo problema varia in ragione della condizione specifica di ciascun ateneo: se l’onere dell’ammortamento è elevato in atenei che già hanno sforato o sono prossimi a sforare il vincolo del 90%, la stabilità finanziaria è compromessa. In generale, comunque, il problema dell’indebitamento va considerato con attenzione per tutto il sistema universitario in quanto aggiunge un forte elemento di rigidità a quelli già esistenti. La situazione di crescente squilibrio finanziario aiuta a capire perché negli ultimi anni il FFO sia stato allocato quasi esclusivamente sulla base delle quote storiche di spesa, nonostante la predisposizione, da parte del CNVSU, di un modello di ripartizione basato su criteri di valutazione ampiamente condivisi dagli attori coinvolti (MIUR e CRUI). Dal punto di vista della "qualità" della spesa, le implicazioni di questo orientamento per quanto riguarda l’allocazione delle risorse tra i diversi atenei sono molto significative. Infatti, rispetto ad una ripartizione teorica del FFO secondo la formula del CNVSU, la situazione attuale presenta marcate differenze: Università finanziate in eccesso (fino al 36%) e Università finanziate per difetto (fino al 43,1%)12 ( Tabella 4). Anche se è comprensibile che l’adozione di un nuovo modello avvenga con gradualità per consentire agli atenei di assumere consapevolezza dei cambiamenti che ne derivano sul proprio posizionamento, la scelta di intervenire soltanto con un ammontare di risorse molto limitato, peraltro addizionale rispetto al FFO, ha sostanzialmente comportato, pur senza un’esplicita abrogazione, l’interruzione del processo positivo innescato dalla legge 537/93 verso l’uso efficiente ed efficace della spesa pubblica. Anzi, può considerarsi un risultato negativo il fatto che anche atenei sovradimensionati finanziariamente in base al modello del CNVSU abbiano ricevuto comunque una quota di tali risorse, anche se soltanto in proporzione al loro "peso" calcolato nel sistema.

2. 2. Il modello del CNVSU
La formula del CNVSU ha sostituito i criteri di riparto del fondo di riequilibrio utilizzati fino al 2003. Il modello di ripartizione del FFO elaborato dal CNVSU rappresenta uno strumento efficace, che può probabilmente essere ancora migliorato, accrescendo gli effetti positivi sull’efficacia ed efficienza del sistema universitario. Il modello, formulato nel 2004 e modificato nel 2005 accogliendo parte delle osservazioni formulate dalla CRUI, tiene conto dei seguenti elementi:
• 30% - domanda da soddisfare (numero di iscritti);
• 30% - risultati di processi formativi (CFU acquisiti dagli studenti);
• 30% - risultati della ricerca scientifica;
• 10% - incentivi speciali.
La domanda è espressa in termini di studenti full time equivalenti (FTE) pesati per la classe di Corso di laurea (i C.L. sono raggruppati in classi omogenee), ulteriormente pesati per un fattore di correzione di Ateneo, KA, legato al rispetto dei requisiti minimi dei corsi e al "fattore qualità" nella fornitura del servizio13. Dal 2004 al 2006, tuttavia, gli studenti part-time, non essendo omogenee tra le Università le possibilità di iscrizione, hanno avuto lo stesso peso degli studenti full time. Si sono ignorati, inoltre, gli iscritti al primo anno, perché i numerosi abbandoni entro il primo anno14 potrebbero creare distorsioni (sono possibili comportamenti opportunistici delle Università miranti alla massimizzazione delle entrate derivanti da nuovi immatricolati che non proseguono gli studi). Si è quindi tenuto conto solo degli studenti iscritti agli anni successivi. I risultati dei processi formativi sono misurati:
• per il 20%, dai CFU guadagnati (si considerano solo i CFU guadagnati in n+1 anni di corso, dove n indica la durata legale del corso di laurea);
• per il 10%, dal numero di laureati dell’anno ponderati con dei coefficienti che tengono conto del tempo impiegato per conseguire il titolo rispetto alla durata "normale" del corso di studi.
In applicazioni successive, quando saranno pienamente operative le Anagrafi degli studenti e dei laureati, il "fattore qualità didattica" dovrebbe tener conto, secondo quanto indicato dal CNVSU, di:
• accreditamento del corso;
• riscontro occupazionale dei laureati;
• successo negli studi successivi;
• gradimento ex post da parte dei laureati.
Nel 2004, 2005 e 2006 il fattore correttivo di ateneo KA è stato utilizzato soltanto per modulare la "domanda", e i coefficienti di ponderazione dei C.L. nel calcolo dei risultati sono stati assunti uguali a 1. Circa il peso da attribuire ai risultati della ricerca, la formula del CNVSU considera il "potenziale di ricerca" in base al numero di docenti, ricercatori, borsisti, assegnisti, ecc., opportunamente pesati secondo la categoria di appartenenza e ulteriormente ponderati per indicatori di partecipazione e di successo nella richiesta di fondi PRIN nel triennio precedente, cui si aggiunge il numero di ricercatori "virtuali" calcolato in base ai fondi esterni ottenuti dall’ateneo per attività di ricerca.15 Per il 2006 la valorizzazione del fattore "ricerca" tiene conto dei risultati della valutazione operata dal CIVR. Il 10% per incentivi specifici non è stato assegnato. Il modello CNVSU sommariamente illustrato ha ottenuto in prevalenza giudizi positivi, pur essendo considerato passibile di miglioramenti, come messo in evidenza nella valutazione espressa dalla CRUI (doc. 1/04 e doc. 04/05). Su questo piano si attende la costituenda Agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), che si troverà dunque a gestire un’eredità impegnativa.
3. Interventi da attuarsi nel breve termine
Parte dei problemi evidenziati nei paragrafi precedenti può essere risolta soltanto con interventi di medio-lungo termine di varia natura, che vanno dalla riforma dello stato giuridico dei docenti alla individuazione di nuove forme di governance e agli interventi nell’edilizia per il diritto allo studio. Nel breve periodo è tuttavia possibile, attraverso il ricorso allo strumento finanziario, introdurre nel sistema elementi di incentivazione verso l’uso efficiente ed efficace delle risorse. Coerentemente con l’incarico ricevuto dal Ministro dell’economia e delle finanze, la Commissione si è mossa proprio in tale direzione e ha cercato quindi di individuare una serie di interventi urgenti diretti a:
• assicurare la stabilità finanziaria degli atenei attraverso la dinamica pluriennale delle entrate e l’adozione sistematica del metodo della programmazione;
• garantire l’effettiva applicazione delle regole di sana gestione degli atenei;
• rafforzare i meccanismi di incentivazione dei comportamenti virtuosi.
Le misure specifiche per il conseguimento di tali obiettivi vanno definite in coerenza con i principi di autonomia e responsabilità che devono presiedere al finanziamento del sistema universitario, cioè consentendo alle Università di assumere decisioni sull’allocazione delle risorse e subendone poi le conseguenze positive e negative. In altre termini, occorre passare da un sistema prescrittivo, che si è dimostrato di fatto inefficace, ad un rigoroso sistema di valutazione costante dei risultati cui commisurare il finanziamento statale. 3.1. Interventi per la stabilità finanziaria Come già sottolineato, esiste il rischio concreto di dissesto finanziario per un certo numero di atenei, ed esso è destinato ad accrescersi e a coinvolgere un numero crescente di Università se non si provvederà ad assicurare nei prossimi anni un ammontare di risorse adeguato alle necessità di funzionamento del sistema universitario. Bisogna evitare che si ripeta in questo settore quanto si è verificato per la sanità, ovvero una spirale di sottovalutazioni del fabbisogno, sfondamenti dei vincoli di bilancio, interventi a sanatoria che conducono inevitabilmente a forme di irresponsabilità gestionale. Le risorse a disposizione del sistema universitario sono definite con la legge finanziaria di anno in anno, sia per quanto riguarda la spesa corrente che la spesa in conto capitale, e questo non consente agli atenei di esplicare capacità di programmazione e sviluppare comportamenti responsabili. Assicurare risorse adeguate su un orizzonte almeno triennale è condizione necessaria per pretendere il puntuale rispetto dei vincoli di spesa per il personale e per l’indebitamento imposti agli atenei e per sanzionare, anche severamente, gli eventuali comportamenti devianti. In linea con quanto detto sopra, per quanto riguarda la spesa di parte corrente, la Commissione ritiene necessario garantire una dinamica certa dell’andamento del FFO per tenere conto dell’incremento annuo automatico del costo del lavoro, esclusi i maggiori oneri che derivano dalle decisioni delle singole Università in merito a nuove assunzioni o a passaggi ad un ruolo di livello superiore mediante concorso; esclusi, cioè, i maggiori costi che conseguono alle decisioni discrezionali dei singoli atenei riguardo alla politica del personale. La Commissione, inoltre, ritiene corretto garantire la copertura con il FFO dell’incremento degli altri costi dovuto all’inflazione. Nel definire la formula per l’indicizzazione, occorre pensare all’incidenza tipica di tali oneri sul FFO, astraendo dai casi anomali per eccesso e per difetto. La misura dell’85% appare allora appropriata. Occorre peraltro scomporre la spesa tra personale docente, soggetto ad aumenti di legge, e personale tecnico amministrativo, soggetto ad aumenti in base a contratto nazionale. In mancanza di indicazioni prescrittive, conviene basarsi sulla media del sistema e adottare quindi le percentuali del 68% per docenti ( pari a circa il 58% sul FFO) e del 32% per i tecnici e amministrativi ( circa il 27% sul FFO). andrebbe definito uno stanziamento almeno triennale, in tal modo definendo l’ambito nel quale il MUR può assumere impegni finanziari e consentendo alle Università di programmare il proprio sviluppo con certezza delle risorse disponibili. Sarebbe inoltre auspicabile un ampliamento dell’autonomia degli atenei per quanto riguarda le tasse universitarie. In coerenza con il livello medio della contribuzione studentesca negli altri paesi europei, si suggerisce di consentire che gli atenei aumentino le tasse, fino ad un’incidenza pari al 25% del FFO16, con vincolo di destinazione di almeno il 50% dei maggiori introiti ai servizi agli studenti e alle borse di studio per i meritevoli.

3.2 . Interventi per l’efficacia della programmazione finanziaria
La Commissione sottolinea la necessità che, congiuntamente all’aumento delle risorse consolidate del FFO e alla previsione pluriennale delle spese per l’edilizia, siano assunte misure adeguate a garantire la stabilità finanziaria degli atenei. Il conseguimento di questo obiettivo richiede, ovviamente, che tutte le Università rispettino i vincoli previsti dalla normativa vigente, richiamati nella sezione precedente, ma richiede anche che ciascun ateneo consideri le particolari condizioni strutturali proprie che possono suggerire o di promuovere un’incisiva azione di reperimento di altre entrate oppure di rendere ancora più restrittivi, nel caso specifico, i vincoli previsti a livello nazionale (per esempio, in presenza di elevate spese di manutenzione ordinaria per il patrimonio edilizio o di oneri di ammortamento di mutui consistenti, il tetto del 90%, in carenza di altre entrate, può essere non compatibile con le altre previsioni di spesa). L’accurata programmazione della spesa, con particolare riguardo agli oneri del personale, è di fondamentale importanza per assicurare gli equilibri di bilancio, in quanto:
a) le assunzioni di personale (in particolare quello docente) danno origine a un costo fortemente crescente nel tempo, sia per l’ordinaria dinamica automatica delle retribuzioni, sia per i passaggi di ruolo/livello conseguenti allo svolgimento dei concorsi che con l’autonomia dell’Università sono passati sotto il controllo esclusivo degli atenei;
b) le Università hanno, in genere, scarsi margini di manovra per acquisire entrate con caratteri di stabilità nel tempo.
Come si è detto precedentemente, l’obbligo della programmazione è espressamente previsto dal comma 105 dell’art. 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (legge finanziaria 2005), in base al quale le Università devono predisporre programmi triennali del fabbisogno di personale docente, ricercatore e tecnico-amministrativo, a tempo determinato e indeterminato, tenuto conto delle risorse a tal fine stanziate nei rispettivi bilanci. I programmi vanno sottoposti al MIUR per la valutazione della coerenza con le risorse stanziate nel FFO e del rispetto del vincolo del 90%. Inoltre, la legge 31 marzo 2005, n. 43 di conversione del D.L. 31 gennaio 2005, n. 7, prevede che, a decorrere dal 2006, le Università, anche al fine di perseguire obiettivi di efficacia e qualità dei servizi, entro il 30 giugno di ogni anno adottino programmi triennali coerenti con le linee generali di indirizzo definite con decreto del MIUR, tenuto altresì conto delle risorse acquisibili autonomamente dai singoli atenei. Si è tuttavia detto che questa disposizione comincia solo ora ad essere operante, dato che è proprio in questi giorni, e quindi con forte ritardo, che viene ufficialmente diffuso il decreto di attuazione, relativo alla Programmazione 2007-2009. Inoltre, i programmi predisposti dalle Università ai sensi del comma 105 dell’art. 1 della legge finanziaria 2005, così come quelli predisposti sulla base della precedente normativa, ancorché analizzati 16 Sembra opportuno fare riferimento al FFO calcolato piuttosto che a quello annuale, anche considerando che il dato annuale viene generalmente conosciuto solo ad esercizio avanzato. attraverso apposita procedura informatica del Ministero, non hanno ancora dato luogo, per quanto risulta alla Commissione, a nessuna forma di intervento né ex ante né ex post. La Commissione ritiene essenziale riaffermare con decisione il ruolo della programmazione e altresì migliorare la qualità della programmazione stessa. A questo proposito, il vincolo del 90% delle spese fisse e obbligatorie di personale sul FFO, reso meno restrittivo dalla legge 4 giugno 2004, n.143 e successive proroghe annuali, dovrebbe tornare alla formulazione originaria contenuta nell’art. 51 della legge 27 dicembre 1997, n. 449. In altri termini, le spese fisse e obbligatorie andrebbero calcolate tenendo conto anche dei maggiori costi derivanti dagli incrementi retributivi di docenti e ricercatori e del personale tecnico e amministrativo, nonché di quel terzo delle spese, attualmente decurtato, per il personale universitario, docente e non docente, che presta servizio in regime convenzionale con il SSN17. Si tratta di una misura necessaria al fine di assicurare la trasparenza sulle effettive condizioni della gestione degli atenei e coerente con la garanzia di una dinamica minima del FFO commisurata alla dinamica delle retribuzioni (vedi punto 3.1). La Commissione ritiene invece che sia opportuno, nella quantificazione del rapporto tra spese fisse di personale e FFO, mantenere i correttivi volti a tenere conto della differenza tra FFO consolidato e FFO "teorico" (derivante dall’applicazione della formula CNVSU) e delle maggiori risorse a disposizione delle Università in conseguenza di convenzioni per assunzione di personale18. Per quanto riguarda quest’ultimo elemento correttivo, la Commissione ritiene che tali convenzioni debbano avere durata ventennale e debbano essere accompagnate da adeguate garanzie. In secondo luogo, per evitare il riproporsi della situazione attualmente esistente, cioè l’assunzione di decisioni di spesa basate sulla sottovalutazione ex ante della spesa a regime, la Commissione ritiene che vadano imposti agli atenei comportamenti uniformi e di maggiore cautela. Bisogna assicurarsi che le Università, nel programmare i concorsi e le assunzioni di personale, tengano conto del costo prospettico che graverà sui loro bilanci, confrontandolo con le risorse che il turn-over atteso renderà disponibili. In carenza di ciò, la forte dinamica delle retribuzioni dovuta alle progressioni di carriera, oltre che ai rinnovi contrattuali e agli scatti automatici, porrebbe una seria ipoteca sui conti degli esercizi futuri. Oggi, a fronte di alcuni atenei virtuosi, ve ne sono altri che si sono comportati e si comportano in modo meno oculato, confidando nell’intervento dello Stato a sanatoria delle proprie posizioni debitorie. Il problema può essere affrontato adottando l’impiego di una delle due metodologie seguenti: 1. nei programmi triennali le Università, attraverso un’opportuna integrazione dei criteri utilizzati nell’attuale procedura Proper, imputano per ogni nuova posizione i relativi costi medi calcolati sull’arco della intera carriera, destinando a un fondo di riserva i risparmi di spesa che si verificheranno nei primi anni (quando il costo effettivo del personale è inferiore a quello medio utilizzato nella programmazione); il fondo di riserva garantirà il pagamento delle retribuzioni negli ultimi anni della carriera, quando gli oneri effettivi saranno superiori al costo medio. Le risorse stanziate sul fondo di riserva possono essere utilizzate soltanto in impieghi che consentano con certezza il rientro dei capitali entro il termine in cui dovranno presumibilmente rendersi disponibili per coprire i maggiori costi retributivi; 2. le Università che si ritengono in grado di effettuare stime attendibili dei costi futuri del personale predispongono piani decennali a scorrimento (in luogo di quelli triennali), da sottoporre ad approvazione ministeriale, in cui venga dimostrata, anno per anno, la copertura degli aumenti retributivi per ricostruzioni di carriera e scatti di anzianità con risorse certe (tipicamente quote di cessazioni future non utilizzabili in seguito per reclutamento). Questa procedura è ammissibile solo se da parte di MEF/MUR si renderà disponibile un software per assicurare l’adozione di una metodologia omogenea di calcolo della dinamica retributiva su un arco decennale. Nel contempo, va monitorata l’attuazione di tali programmi, al fine di verificarne la correttezza e l’attendibilità. La prima soluzione è quella che probabilmente garantisce di più la certezza dei risultati, anche se i controlli sull’uso temporaneo dei fondi di riserva può essere problematico. Si prospetta tuttavia anche la seconda, perché si confida che nuove regole, congrue e condivise, rendano possibile, affidabile e controllabile la programmazione decennale da parte degli atenei. Un’ultima nota riguarda i limiti all’indebitamento. La stabilità finanziaria del sistema richiede che venga introdotto un vincolo effettivo all’indebitamento, superando la previsione ormai obsoleta dell‘art. 7, comma 5 della legge 168/89. La nuova regola va definita sulla base di ulteriori approfondimenti, che dovranno consentire anche di capire meglio il fenomeno del crescente ricorso degli atenei alla costituzione di enti e fondazioni collaterali che aumentano positivamente le possibilità operative ma potrebbero anche agevolare il non rispetto dei vincoli. La Commissione ritiene comunque che il nuovo limite per rimborsi e interessi dovrebbe essere compreso nell’intervallo 2- 4% del FFO. Tale limite più severo al livello di indebitamento dovrebbe d’altro lato consentire di ampliare le forme possibili di indebitamento, al di là dei mutui, e dovrebbe accompagnarsi a opportune regole di rientro graduale per gli atenei che lo avessero già superato.
3.3 Interventi per l’effettiva applicazione delle regole
Come si è visto nel paragrafo 2.1, la regola del 90% di incidenza massima delle spese fisse e obbligatorie di personale sul FFO non è stata rispettata da quattro atenei, nonostante tale regola sia stata allentata dall’art 5 della legge n. 143/2004. Le Università non in regola nel 2006 sarebbero state addirittura diciannove se la regola non fosse stata modificata. Tra gli atenei che avrebbero sfondato il tetto del 90% senza le correzioni del 2004, alcuni presentano anche un elevato indebitamento. Si prospettano quindi difficoltà finanziarie di una certa gravità che si sarebbero potute evitare con una gestione più accorta da parte degli atenei e con un migliore sistema di controllo. La Commissione suggerisce quindi di dare piena attuazione al disposto della legge 449/97 che restringe la possibilità di nuove assunzioni, per gli atenei che abbiano già superato il limite del 90% delle spese di personale su FFO, al 35% dell’importo liberatosi a seguito di cessazioni; ma con la rinnovata avvertenza di determinare l’incidenza di tali spese tenendo conto, come nella disposizione originaria, dei maggiori costi derivanti dagli incrementi retributivi nonché dell’intera spesa per il personale universitario convenzionato con il SSN (e concedendo la sola attenuazione, rispetto alla formulazione originaria, di considerare le convenzioni almeno ventennali). Si intende che questo vincolo deve operare per tali atenei in aggiunta all’obbligo generale qui proposto della programmazione decennale o del fondo di riserva: nel senso che per essi, finché non scendano sotto il menzionato limite del 90%, vale il limite più restrittivo tra quello emergente dal vincolo del 35% e quello emergente dal metodo della programmazione o della riserva. La Commissione ritiene, inoltre, che misure specifiche vadano previste per gli atenei che hanno già superato il limite del 90% delle spese di personale sul FFO e sono in stato di potenziale dissesto perché negli ultimi due anni hanno avuto, al netto delle poste finanziarie, un saldo di bilancio negativo (ovviamente calcolando l’incidenza nel modo appena detto). Per queste Università va previsto l’obbligo di presentare un Piano di risanamento, da sottoporre all’approvazione congiunta del MUR e del MEF, di durata non superiore a 10 anni, compatibilmente con un livello di turn-over del 20% da calcolare in base ai costi medi. Considerata la recente esperienza caratterizzata da norme disattese, la Commissione ritiene che vada riposta particolare attenzione nella definizione delle procedure di monitoraggio e nella previsione di eventuali sanzioni per la mancata attuazione del piano stesso. Il monitoraggio dovrebbe essere affidato al Collegio dei revisori: il Collegio, nel quale va ovviamente mantenuto il rappresentante del MEF ( con spese a carico dell’Università, anche se da queste lasciato in soprannumero), dovrebbe certificare con cadenza almeno trimestrale l’osservanza del Piano. In caso di grave inadempienze rispetto agli obblighi di attuazione del Piano, l’ateneo potrebbe essere sottoposto a sanzioni adeguate senza escludere l’ipotesi estrema del commissariamento. L’effettiva applicazione delle regole di buona gestione può essere anche ottenuta in una certa misura, senza costrizione del livello di autonomia delle Università, premiando gli atenei che abbiano conseguito positivi risultati, in linea con quanto prevedeva

3.4. Interventi per l’incentivazione e il riequilibrio La Commissione ritiene essenziale che, accanto alle misure di stabilizzazione e di risanamento finanziario del sistema, riprenda adeguato spazio la quota di finanziamento attribuibile sulla base di schemi incentivanti e riequilibranti. Va ricordato a tale riguardo come il processo di riequilibrio avviato nel 1994 con la formula Giarda, che produceva in sostanza un progressivo avvicinamento delle dotazioni finanziarie di ciascun ateneo al rispettivo costo standard della didattica, non sia stato completato. D’altro lato, la scelta strategica di premiare gli atenei con maggiore volontà e capacità di formulare e realizzare una buona programmazione è ribadita nell’art 1-ter della legge 31 marzo 2005, n. 43, di conversione del DL 31 gennaio 2005, n. 7. Al contempo va di nuovo sottolineato come la ripresa dell’incentivazione a livelli importanti richieda che sia garantita una crescita sufficiente e certa del FFO. Se così non fosse, l’aumento della quota destinata all’incentivazione sottrarrebbe risorse al finanziamento della quota consolidata del Fondo, con il risultato che talune Università potrebbero trovarsi in difficoltà per quanto riguarda il rispetto del vincolo del 90% e gli equilibri di bilancio in generale. In questa situazione, caratterizzata da validi indirizzi strategici ma anche da pesanti vincoli, la Commissione ritiene di poter realisticamente formulare due raccomandazioni. La prima è che la formula definita dal CNVSU (con le eventuali modifiche indicate di seguito) possa essere utilizzata per allocare già nel 2008 una quota del 5% circa del FFO tra le Università non soggette a piani di risanamento e che tale quota sia gradualmente aumentata secondo un sentiero di crescita definito ex ante su base pluriennale. La seconda è che, considerando come il divario tra atenei in termini di dotazione di risorse sia molto marcato rispetto alla ripartizione teorica del CNVSU (vedi par. 2.1), la ripartizione di risorse addizionali sia destinata esclusivamente agli atenei sottofinanziati con riferimento al modello teorico, in modo da attenuare le distorsioni ancora oggi derivanti dalla spesa storica19. Si riprenderebbe così, a distanza di qualche anno, un percorso virtuoso che è stato bruscamente interrotto con evidenti conseguenze negative sul sistema. A questa finalità potrebbero essere destinate le risorse del Fondo per la programmazione e lo sviluppo, che diventerebbero consolidate nel FFO. Si ritiene peraltro ragionevole proporre le modifiche di seguito indicate alla già pregevole formula del CNVSU, in base alla futura disponibilità di dati attendibili. Esse si segnalano alla costituenda ANVUR, cui si raccomanda anche di incorporare nel Modello gli indicatori ministeriali menzionati nel citato D.M. 362/2007 sulla programmazione universitaria 2007-2009 in modo da fornire agli atenei un riferimento univoco.
Per quanto riguarda la domanda:
• pesare di più gli studenti che provengono da sedi distanti e abbiano conseguito il diploma di scuola superiore con un punteggio elevato e/o abbiano superato i test di accesso alla Facoltà (ove previsti) con un punteggio elevato, nonché gli studenti stranieri;
• pesare di più gli studenti dei C.L.S. che provengono da altre Università e abbiano conseguito la laurea triennale negli anni previsti dall’ordinamento aumentati di una unità. Per quanto riguarda i risultati dei processi formativi, nulla è possibile nel breve termine, perché bisogna completare la rilevazione longitudinale (per coorti) della carriera degli studenti e il follow up nel mondo del lavoro. Nel medio termine, si suggerisce di tenere conto dei risultati degli studenti in corsi di laurea successivi e dell’inserimento nel mondo del lavoro, in particolare considerando:
• la percentuale di laureati occupati a un anno dalla laurea sul totale dei laureati della medesima coorte;
• la percentuale di studenti che ottengono la laurea specialistica (magistrale) tre anni dopo la laurea triennale. Per quanto riguarda i risultati della ricerca:
• aumentare il peso delle valutazioni ex post del CIVR, opportunamente integrate dai risultati - in termini di partecipazione e successi - conseguiti dagli atenei nell’ambito dei bandi di cofinanziamento comunitario del VI Programma Quadro conclusosi nel 2006(allargando in futuro l’esame ai risultati conseguiti più in generale nei progetti europei formulati su base competitiva)20. Inoltre si può utilizzare il 10% per progetti speciali per:
• incentivare la mobilità studentesca;
• sostenere i centri di eccellenza;
• premiare l’internazionalizzazione (scambio di docenti e studenti; doppia laurea, italiana e straniera; uso della lingua inglese nei corsi, ecc.)
• incentivare l’adozione di strumenti per la valutazione degli studenti al momento dell’immatricolazione, non necessariamente con funzioni selettive ma per verificarne le potenzialità;
• incentivare le azioni di supporto per il recupero di eventuali debiti formativi accertati;
• premiare le Università che si sottopongano volontariamente all’accreditamento da parte di agenzie indipendenti che operino secondo standard internazionali.
Ultimo, ma davvero non meno importante, strumento di incentivazione per gli atenei , una più generosa politica del diritto allo studio che venga finalizzata all’aumento della mobilità dei migliori studenti, in tal modo attivando una positiva concorrenza tra le sedi. Essa può avvalersi di stimoli indiretti, attraverso l’ampliamento delle residenze e delle strutture di servizio per studenti. 20 La valutazione del CIVR si basa sui prodotti 2001-2003. E’ ovvio attendersi dalla costituenda ANVUR una sollecita riedizione del processo valutativo che potrebbe utilmente estendersi , magari su base campionaria, al confronto tra risultati attesi e risultati conseguiti nei progetti PRIN. Ma serve anche un intervento diretto sulle borse di studio, che ne ampli il numero e ne aumenti l’importo unitario, soprattutto per i non residenti. La richiesta di aumentare il finanziamento erogato direttamente agli studenti rispetto a quello dato agli atenei è stata formulata da più parti da tempo , sulla scorta di positive esperienze estere, e ha acquisito di recente maggior vigore. E’ una strada che va in realtà attentamente esplorata prima di seguirla, come ogni rilevante novità straniera ancora non sperimentata nell’ambito della nostra struttura. Tuttavia non ci sono dubbi che qualche passo in tale direzione possa essere fatto con alta probabilità di risultati positivi. La Commissione auspica pertanto una comune riflessione tra Stato, Regioni e Università sul tema del diritto allo studio, volta a potenziare il Fondo integrativo nazionale e a definire nuovi criteri che stimolino la mobilità degli studenti migliori, esplorando anche l’ipotesi di un sistema di valutazione del merito omogeneo su base nazionale. Pure lo strumento dei prestiti d’onore, da assegnare in base al puro merito, andrebbe utilizzato estesamente : le delusioni sin qui registrate non devono impedire il tentativo di rilancio, considerando che tali prestiti possono contribuire efficacemente alla mobilità studentesca e aiutano in ogni caso a diffondere tra i giovani l’assunzione di autonoma responsabilità. E’ appena il caso di notare come simile prospettiva di potenziamento della politica del diritto allo studio avvalori la raccomandazione sopra formulata di consentire un innalzamento di tasse e contributi fino ad un‘incidenza del 25% sul FFO con il vincolo di destinare almeno la metà del maggior introito a borse di studio e servizi per gli studenti.
4. Conclusioni
La Commissione, pur consapevole della natura non finanziaria di vari e rilevanti problemi della formazione universitaria in Italia, ritiene che interventi per la razionalizzazione del finanziamento del sistema universitario siano necessari e non differibili. Ritiene altresì che tali interventi vadano disegnati alla luce dei seguenti obiettivi:
a) rafforzare l’autonomia delle Università;
b) garantire la stabilità finanziaria del sistema;
c) potenziare il modello incentivante. In questa prospettiva la Commissione formula le raccomandazioni che seguono. Come insieme di diritti e doveri, esse vogliono configurare la base di un nuovo "patto" tra Governo e Università, capace di conferire un maggiore livello di efficacia e di efficienza all’attività di formazione superiore e di ricerca, che è fattore cruciale per la crescita del Paese.
1. Gli atenei devono subire le conseguenze finanziarie delle proprie decisioni autonome ma non sopportare i costi di decisioni assunte all’esterno, con l’eccezione di misure transitorie ed effettivamente sopportabili dal sistema universitario che siano imposte dalla politica di risanamento del bilancio pubblico.
2. La dinamica del FFO deve essere garantita nel tempo per tenere conto degli aumenti automatici degli oneri del personale di ruolo nonché dell’aumento degli altri costi a causa dell’inflazione. Agli atenei dovrebbe quindi essere tendenzialmente garantita ( restando aperta la questione se la situazione di finanza pubblica consenta o meno di applicare per intero la regola già per il 2008) una dinamica del FFO pari almeno alla media ponderata delle variazioni dei seguenti indici: indice delle retribuzioni del personale non contrattualizzato delle pubbliche amministrazioni, stabilito con DCPM (peso 0,58); indice delle retribuzioni del personale tecnico amministrativo ( peso 0,27); indice generale dei prezzi al consumo (peso 0,15).
3. Il finanziamento dell’edilizia va garantito su base almeno triennale, con valutazione attendibile e trasparente del fabbisogno comparato degli atenei.
4. Va reso molto più stringente il vincolo all’indebitamento degli atenei, ivi incluso il debito degli enti da questi controllati, imponendo che l’onere annuo, per rimborsi e interessi, non possa superare una bassa percentuale del FFO ( da definirsi ma comunque nell’intervallo 2- 4%), d’altro lato consentendo forme di debito diverse dai mutui e prevedendo opportune regole per il graduale rientro entro il nuovo limite, se già superato.
5. Gli atenei devono poter aumentare le tasse universitarie fino alla concorrenza del 25% del FFO, con vincolo di destinazione di almeno il 50% dei maggiori introiti ai servizi agli studenti e alle borse di studio per i meritevoli.
6. La programmazione del fabbisogno di personale docente va effettuata utilizzando una misura effettiva del vincolo del 90% di incidenza di tali spese sul FFO, senza escludere quindi gli aumenti stipendiali e il 33% della spesa per il personale convenzionato con il SSN. Le spese per il personale finanziate da entrate derivanti da convenzioni non vanno prese in considerazione nella quantificazione del vincolo, purché tali convenzioni abbiano durata almeno ventennale e siano accompagnate da adeguate garanzie.
7. Le decisioni di spesa in materia di personale devono essere assunte con una valutazione realistica dei costi futuri, che tenga conto della crescita delle retribuzioni nel tempo per aumenti automatici e sviluppi di carriera. Questo obiettivo può essere conseguito con strumenti alternativi: i) ogni nuova posizione va quantificata con riferimento al costo medio calcolato sull’arco della intera carriera, destinando a un fondo di riserva i risparmi di spesa che si verificheranno nei primi anni (quando il costo effettivo del personale è inferiore a quello medio utilizzato nella programmazione); ii) ogni nuova posizione può essere quantificata al costo iniziale a condizione che l’Università formuli, ottenendo esplicita approvazione ministeriale, un programma decennale a scorrimento per il personale docente e tecnico-amministrativo, da cui risulti la sostenibilità finanziaria delle assunzioni attraverso la dimostrazione, anno per anno, della copertura degli aumenti retributivi per ricostruzioni di carriera e scatti di anzianità con risorse certe (tipicamente con quote di cessazioni future, che diventano quindi non utilizzabili in seguito per reclutamento). La metodologia sub ii) offre adeguate garanzie per la stabilità finanziaria del sistema solo se da parte di MEF/MUR sarà reso disponibile un software per assicurare l’omogeneità della metodologia nella predisposizione dei programmi e ne sarà controllata l’applicazione, al fine di verificarne la correttezza e l’attendibilità.
8. Le Università che hanno superato il limite del 90% delle spese di personale sul FFO vanno sottoposte al vincolo di assunzioni limitate al 35% dell’importo liberato dalle cessazioni: vincolo già in vigore, che va applicato calcolando le spese nel modo indicato al punto 6. e non con le attenuazioni attuali.
9. Le Università che, oltre ad avere superato tale limite, appaiano in stato di potenziale dissesto, perché negli ultimi due anni hanno avuto un saldo di bilancio negativo (al netto delle poste finanziarie), devono presentare un Piano di risanamento di durata non superiore a 10 anni da sottoporre alla approvazione congiunta del MUR e del MEF. Il Piano deve prevedere la limitazione delle assunzioni entro il 20% delle cessazioni e l’aumento obbligatorio e graduale delle tasse di iscrizione fino al 25% del FFO. E’ fatto obbligo al collegio dei revisori, in cui va ovviamente mantenuto il rappresentante del MEF ( con spese a carico dell’Università, anche se da queste lasciato in soprannumero), di certificare con cadenza almeno trimestrale l’osservanza del Piano. L’inosservanza del suddetto Piano dovrebbe comportare adeguate sanzioni, senza escludere nel caso estremo il commissariamento dell’ateneo.
10. A partire dal 2008 va ripreso il percorso virtuoso, secondo un sentiero di crescita dei finanziamenti definito ex ante su base pluriennale, che porta a riequilibrare la dotazione degli atenei nonché a premiare gli atenei con i migliori risultati sul piano della ricerca e della didattica (con l’ovvia avvertenza che la parte relativa al riequilibrio si consolida mentre quella relativa al premio è valutata e riassegnata periodicamente).
11. In attesa dell’entrata in funzione della costituenda ANVUR e delle regole che essa detterà, già per il 2008 una quota del 5% del FFO va ripartita tra le Università non soggette a piani di risanamento sulla base della formula CNVSU (eventualmente modificata in base alle indicazioni del punto 13).
12. Le risorse del Fondo per la programmazione e lo sviluppo devono confluire nel FFO, essere ripartite integralmente secondo la formula CNVSU ( e in futuro secondo le indicazioni dell’ANVUR) ed essere destinate esclusivamente agli atenei che rispetto al modello teorico risultano sottofinanziati.
13. Sempre in attesa di future indicazioni da parte dell’ANVUR, la formula CNVSU va modificata nel tempo, in base alla disponibilità di dati attendibili, in modo da rendere maggiore il peso della qualità dell’insegnamento e della ricerca nella determinazione delle quote spettanti ai singoli atenei. Per quanto riguarda i risultati della ricerca, già da ora va aumentato il peso delle valutazioni CIVR, integrate dai risultati conseguiti nel VI Programma Quadro europeo. Si propone anche di destinare il 10% a progetti speciali per incentivare la mobilità studentesca, l’internazionalizzazione degli atenei, l’introduzione di meccanismi di valutazione degli studenti che chiedono l’immatricolazione, le azioni di supporto per il recupero di eventuali debiti formativi accertati nonché per premiare i centri di eccellenza e le Università che si sottopongano volontariamente all’accreditamento da parte di agenzie indipendenti che operino secondo standard internazionali.
14. Si raccomanda infine un rafforzamento della politica del diritto allo studio, sia sul fronte dei servizi sia su quello del finanziamento erogato direttamente agli studenti. Si auspica che un accordo tra Stato, Regioni e Università porti ad aumentare il Fondo integrativo nazionale e a definire nuovi criteri che stimolino la mobilità degli studenti migliori, in tal modo potenziando la positiva competizione tra atenei. Anche lo strumento dei prestiti d’onore erogati in base al puro merito andrebbe rilanciato, nonostante le delusioni del passato, poiché tali prestiti possono contribuire efficacemente alla mobilità studentesca e aiutano in ogni caso a diffondere tra i giovani l’assunzione di autonome responsabilità.

 

Dal "Comitato per la nuova legge elettorale"



"Chiudere  la fase di transizione dalla prima
alla seconda repubblica, con l'elezione diretta del
Presidente del Consiglio e  legge elettorale proporzionale"

LIQUIDARE PRESTO IL BERLUSCONISMO "DILETTANTE"
E RIPORTARE AL GOVERNO IL CETO  MEDIO

I have a dream:
the regicide

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 Pubblichiamo qui una proposta di legge elettorale, mirante a porre un porre un termine
alla lunga transizione, dalla prima alla seconda repubblica, iniziata nel 1992 e mai conclusa

   La proposta è stata avanzata da un "COMITATO promotore della nuova elettorale", costituito a Bologna il 27 marzo 2007, da 20 piccoli partiti, che non hanno rappresentanza in Parlamento, e il cui nome non indichiamo, per evitare code, e invece privilegiare il contenuto, come fatto di tutti.
  Detto Comitato  è stato ricevuto e ascoltato dal Governo il 1 giugno 2007, nella persona del SottoSegretario di Stato Dr. Paolo Naccarato. Dell'incontro è stato reso un comunicato congiunto, ripreso dalle principali agenzie.
   Sono stimolato a pubblicare la proposta, in reazione alla tristezza del dover subire, ogni giorno ormai, il  linguaggio tra dilettante ed eversivo, senza più limiti, di Berlusconi, leader del maggior partito di opposizione. Non entro nel merito delle sue idee politiche (anzi le condivido in parte, a cominciare dall'opposizione all'eccesso di fiscalità), ma ritengo sia eversivo chiedere ogni giorno le elezioni anticipate, senza che abbia avuto luogo un voto di sfiducia di almeno una delle camere, al governo; anzi che egli faccia una opposizione pregiudiziale, in parlamento, saltando i problemi, a danno dell'Italia. E trovo doppiamente eversivo scherzare con certe parole di altri tempi (il regicidio: vedi Corriere della Sera, 15 giugno 2007), in cui l'uccisione del tiranno era moralmente giustificata (vedi il canonico BOTERO, nel 1700), come l'unica via per liberare il popolo da eccesso di soprusi di ogni tipo, e tornare alla normalità della vita quotidiana. Mi meraviglio che nessun giudice si sia occupato di quella parola, anche perchè usata per aizzare il popolo.

  Che si tratti di persona pericolosa per la democrazia già era emerso quando fece una riforma costituzionale (bocciata da un referendum) che prevedeva il potere del Presidente del consiglio di sciogliere le camere, in caso di sfiducia al governo. Aggiungerei che è anche sbagliato, da parte di una certa stampa, confondere l'opposizione attuale di molti al governo, col richiamo di Berlusconi al governo, anche perchè già è stata sperimentato l'infedeltà al programma liberale, per il quale già aveva avuto il voto nel 2001. NL

La PROPOSTA di  NUOVA LEGGE  ELETTORALE

In estrema sintesi la proposta vuole:
1) l'elezione diretta del Presidente del Consiglio, contemperata da maggiori poteri di garanzia costituzionale del Presidente della Repubblica.
2) la proporzionalità, con sbarramento del 2%, per l'elezione dei membri del Parlamento.
3) il voto di preferenza sui candidati (un solo voto).
4) l’abolizione delle firme per la presentazione delle candidature.

MOTIVAZIONI

   La proposta vuole chiudere la fase di transizione dalla prima alla seconda Repubblica. Precisamente:
   a) vuole eliminare la contraddizione attuale tra la volontà degli elettori di scegliere direttamente il Presidente del Consiglio (la legge vigente dispone che sia indicato il candidato Premier) e la Costituzione che ancora richiede la successiva fiducia al Governo, da parte del Parlamento, cosicché subito dopo le elezioni può cadere il Governo;
   b) vuole riportare il "ceto medio" (la forza economica maggiore) nel governo del Paese, ricostruendo un grande "partito democratico di centro" (analogo al "partito democratico" dei DS+DL-Margherita, sul centro-sinistra), dopo il vuoto che si è formato dal 1992-94, in seguito alla caduta della DC e del PSI. Oggi il ceto medio, essendo rappresentato frazionatamente all'interno di due, rispettive, grandi coalizioni "bipolari", è caduto in ostaggio delle aree estreme delle rispettive due coalizioni.

IL TESTO DELLA PROPOSTA DI LEGGE

1.- ELEZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
(da approvare con modifiche costituzionali e con legge ordinaria)

a) Il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale diretto, tra i candidati che hanno ottenuto la nomina a candidato nelle elezioni primarie. Qualora nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta, si passa al ballottaggio tra i due più votati. Non è eleggibile chi abbia già svolto due mandati consecutivi. Il Premier nomina e revoca i Ministri, che sono insediati dopo la loro presentazione alle Camere. Le Camere, con voto motivato, possono esprimere la sfiducia a singoli Ministri.

b) Elezioni primarie. Tre mesi prima delle elezioni del Presidente del Consiglio, sono fatte, in base a disposizioni di legge, le elezioni primarie per scegliere i candidati a Premier. Le candidature possono essere presentare, con un rispettivo programma, da partiti e associazioni annotate all'Ufficio del Pubblico Registro

c) Ottiene la nomina a candidato, per ogni rispettivo partito o associazione, chi abbia ottenuto il maggior numero di voti, purchè il rispettivo partito o associazione abbia ottenuto più del 10% dei voti degli elettori di almeno 5 Regioni.

2.- NUOVI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Le leggi e gli atti del Governo, aventi forza di legge, possono essere rinviati preventivamente alla Corte Costituzionale, per il parere di costituzionalità, dal Capo dello Stato di propria iniziativa o su richiesta di 1/3 di una delle Camere o di 5 Consigli Regionali. In caso di parere negativo non ha luogo la promulgazione.

3.- ELEZIONE DEL PARLAMENTO

a) Il parlamento è eletto a suffragio universale con riparto dei seggi, tra i partiti, proporzionalmente a voti ottenuti, al netto di uno sbarramento del 2% dei voti elettorali sia per il partito che si presenti da solo, sia per la coalizione.

b) La partecipazione dei partiti alle elezioni non richiede firme di presentazione.

c) Il diritto di voto include la possibilità di esprimere una preferenza

d) Rimborso delle spese elettorali. I partiti hanno diritto al rimborso delle spese elettorali, proporzionalmente ai voti riportati. Tuttavia, nel caso di partiti federati presentatisi in unica lista o in coalizione, il partito che esca dalla federazione o dalla coalizione perde il diritto al rimborso.

 

All'Università di Bologna,  su invito dell'AIDU - Associazione Italiana Docenti Universitari

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Carlo Caffarra, Cardinale

Sulla scia di Papa Joseph RATZINGER all'Università di Regensburg

Il Cardinale di Bologna scende
nell'AGORA'  universitaria e parla ai professori
di "FEDE e RAGIONE"


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Prima lezione* - 15 novembre 2006
"Fede e ragione: una difficile ma necessaria convivenza"

* La seconda e la terza lezione si trovano in: http://www.caffarra.it/2006.php

                                                                                                                                                                    

C. CAFFARRA, Proemio. Il problema dei rapporti fra ragione e fede, nella cultura dell’Occidente, può ben essere detto un nido di difficoltà senza fine e si presenta come il nodo di tutti i problemi sulla risoluzione ultima della verità dell’esistenza per l’uomo itinerante nel tempo [C. Fabro, in Ass. Teol. Ita ( a cura di) I teologi del Dio vivo, ed. Ancora, Milano 1968, pag. 245].
La difficoltà posta da questo binomio nasce dal fatto che esso fa sorgere da sé come molteplici centri concentrici, la tensione fra filosofia e teologia, scienza e fede, ragione e rivelazione … fino alla dimensione politica del rapporto fede e sfera pubblica, Chiesa e Stato.
Ovviamente in tre lezioni non posso che affrontare qualche aspetto di questo "nido di difficoltà". Procederò comunque nel modo seguente.
Inizierò da una riflessione sulla famosa conferenza tenuta da Benedetto XVI all’Università di Regensburg. Proseguirò poi riflettendo sui due momenti essenziali del rapporto: la ragione in ricerca, in cammino verso la fede [intellectus quaerens fidem]; la fede che chiede di penetrare sempre più intensamente la ragione [fides quaerens intellectum]. L’incontro di fede-ragione avviene due volte. Prima volta: preparazione della ragione per l’atto del credere; seconda volta: cooperazione della ragione colla fede all’interno della comunità dei credenti per avere una qualche intelligenza dei divini Misteri.
Come vedete, parlo del "matrimonio d’amore e d’accordo": non di "separazioni [consensuali o conflittuali], né di "divorzi" [rottura del vincolo vera e propria]. Non ne abbiamo il tempo; mi limiterò a qualche accenno nella prima riflessione.

LEZIONE PRIMA: L'incontro fede-ragione: urgenza improrogabile
   Nella prima lezione prenderemo come pagina di riferimento la lezione tenuta da Benedetto XVI all’Università di Regensburg. È un’ottima base per tutte le riflessioni seguenti. Ne suppongo la lettura attenta.
   Partiamo da un fatto storico: all’inizio dell’evangelizzazione fuori dai confini geografici e culturali della religione ebraica è accaduto un’incontro fra la fede cristiana e la parte migliore del pensiero greco. È stato un incontro che per la nascita e lo sviluppo del cristianesimo ha avuto un significato decisivo. È uno di quegli eventi storici nei quali si rivela un’esigenza strutturale dello spirito: un evento appunto denso di significato.
   Non è ora il caso di descrivere questo incontro in tutto ciò che lo costituisce e nelle sue alterne vicende. Né il Papa lo fa nella sua conferenza. Ma la domanda di fondo è la seguente: l’incontro Gerusalemme-Atene che cosa significa in sostanza? Per essere meglio guidati a cogliere la risposta che il Papa dà a questa domanda, richiamo anche l’attenzione su una circostanza in cui è avvenuto l’incontro. I missionari cristiani, ad iniziare da Paolo, quando annunciavano il Vangelo agli Ebrei entravano nei loro luoghi di culto, le Sinagoghe: era un dialogo sul piano squisitamente della fede religiosa. Quando invece si rivolgono ai pagani, il loro interlocutore non è "il sacerdote": è il "filosofo"; e normalmente i luoghi di annunci sono le "agorá". Al greco cioè essi presentano la loro fede come vera, e quindi meritevole di essere accolta da chi ha la passione della ricerca della verità mediante l’unico mezzo di cui la natura ha dotato l’uomo, la ragione. Se volessimo esprimere brevemente e sommariamente il contenuto della coscienza che il missionario cristiano aveva di se stesso, lo potremmo fare colle seguenti parole: "ciò che annuncio è vero e quindi lo posso e lo devo dire ad ogni persona".
  La cosa diventa ancora più chiara se teniamo presente che cosa il greco intendeva parlando di "filosofia". "La filosofia appariva … come un esercizio del pensiero, della volontà, di tutto l’essere, per cercare di pervenire ad uno stato, la sapienza, che d’altronde era quasi inaccessibile all’uomo" [P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, pag. 156].
Vorrei fermarmi ancora un momento su questo punto poiché mi sembra una delle fondamentali chiavi di lettura della conferenza di Regensburg, e quindi uno dei nodi della nostra riflessione.
L’accettazione di una proposta religiosa può accadere non a causa del fatto che sia ritenuta vera. Ma perché la si può ritenere "socialmente utile", oppure "psicologicamente beatificante". Si può perfino ritenere che la domanda sulla verità della proposta religiosa sia priva di senso, allo stesso modo che se chiedessi: "che colore hanno le sinfonie di Mozart".     Come estendere la categoria del colore all’udibile è un non senso, così estendere la categoria della "verità-falsità" al messaggio religioso è un’indebita estensione di quella categoria medesima. Ebbene, l’incontro Vangelo-grecità è avvenuto in un piano completamente diverso da questo appena schizzato, poiché si è giocato sul piano della ragione, e dunque circa ciò che è vero – ciò che è falso. E siamo al nodo centrale, credo, della conferenza di Regensburg.
  Il fatto storico di cui stiamo parlando – il dinamismo intrinseco della missione presso il greco – non è accaduto per caso; costituisce il concreto realizzarsi di un’esigenza strutturale, intrinseca sia alla fede cristiana sia alla ragione umana: quella di incontrarsi e non di scontrarsi; quello di allearsi e non di confliggere; quello di conoscersi e non di ignorarsi.
Che cosa concettualmente queste metafore significhino, cercherò precisamente di dirlo nel corso di queste lezioni. Per il momento voglio riprendere su alcuni punti la formulazione metaforica sopra enunciata.
Ho parlato di "esigenza strutturale della fede cristiana". Per completezza non bisogna dimenticare – come precisamente non fa il S. Padre – che è un’esigenza, questa, che possiamo verificare anche nella fede ebraica, se leggiamo con attenzione la S. Scrittura. In una parola: il Dio biblico si rivela come "Logos" e come "logos" agisce.
Ho parlato di "esigenza strutturale". Ciò significa che la fede cristiana non si giustappone alla ragione come estranea alla medesima, ma è dal suo interno stesso che chiama la ragione. Vedremo meglio in seguito che cosa significa tutto questo. Ma – come dice il S. Padre, ed è un punto di somma importanza – anche la ragione come tale incontra la fede cristiana, a meno che essa, la ragione, non decida di restringere il suo ambito ed il suo uso; a meno che non decreti un’autolimitazione del suo esercizio al verificabile nel senso stretto del termine. Ovviamente, se non superiamo questa limitazione autodecretata della ragione, questa non avrà alcuna possibilità di incontrarsi colla fede.  Ma anche questo tema, centrale nella riflessione del S. Padre, lo riprenderò in seguito.
Fatte queste sintetiche sottolineature che sarebbero bisognose di ben più prolungati approfondimenti, ritorniamo all’affermazione secondo la quale l’incontro storico del Vangelo colla parte migliore del pensiero greco rivela un’esigenza strutturale della fede cristiana e della ragione umana. Se così stanno le cose, l’avvicinamento interiore, che si è avuto tra fede biblica e l’interrogarsi proprio del pensiero greco sul piano filosofico, è un dato che ci obbliga anche oggi. Come e se cristiani; come persone ragionevoli.
   Come cristiani e quindi come credenti. Il patrimonio greco, debitamente purificato è una parte integrante della fede cristiana. In che senso? Nel senso che agire contro ragione è in contraddizione con la natura di Dio.
  Non è solo questa un’idea greca culturalmente da relativizzare, ma è tale sempre ed ovunque [È questo il significato vero della citazione di Manuele II Paleologo]. E pertanto l’atto del credere è un atto ragionevole e non irragionevole [contro la  ragione], e quindi libero. Dire che credere è irragionevole equivale a dire "circolo quadrato". Esiste una profonda sintonia, armonia fra la ragione umana e la natura divina. Noto di passaggio: è la grande  intuizione di Agostino sulla quale egli costruisce la sua dottrina della conoscenza;  intuizione sostanzialmente ripresa da Tommaso e che  – come annota il S. Padre – cominciò ad oscurarsi nella filosofia e teologia nominalista.

N. LUCIANI, Un breve commento ...

1.-Metodo corretto e profondità di analisi.  Pur se il cimentarsi all'Università in materia di fede è una gara dura per chiunque (perchè alla Università si accetta solo il metodo scientifico), il Cardinale è apparso presto all'altezza della situazione, perchè egli si è proposto alla stessa stregua dei "filosofi" che discutevano nell'"agorà" greca con metodo scientifico.
   Anche la serietà del metodo, e la profondità della analisi, sono apparse fuori discussione, così da suscitare nei professori un sentimento di simpatia e anche di gratitudine per aver egli cercato di portare luce in un campo, che per molti ancora rimane buio. E sia benedetto lui che ha questa luce.
  E' pur vero che nella terza lezione, egli si rivelerà "dogmatico" non poco (e con qualche difficoltà per il dialogo con altre religioni - su questo, torno alla fine), ma non senza fondamento, date le ipotesi. Il teorema del Cardinale è stato: "La nostra fede non è vana, se Gesù è risorto". "Questa ipotesi è vera perchè è testimoniata da 12 apostoli". D’altro canto tutte le verità storiche sono basate sulla testimonianza dei fatti: noi conosciamo gli eventi perché qualcuno li ha riferiti.
2.- La ragione dovrebbe auto-limitarsi? Nella sua analisi, il Cardinale ha posto, come condizione (perchè la ragione incontri la fede), che la ragione non si auto-limiti, ossia non  rifiuti di accettare tutto ciò che non è dimostrato scientificamente.
   Se per "dimostrazione scientifica" si intende solo quanto verificato con la sperimentazione, la ragione non potrebbe incontrarsi anche con discipline scientifiche come l'economia, la filosofia, la matematica.
   Se, invece, per dimostrazione scientifica si intende anche quanto dimostrato in via logica deduttiva o induttiva, a partire da date ipotesi (qualsiasi), nulla osta ad un incontro della ragione con la fede. Anzi sarebbe una  miopia scientifica  limitarsi per scelta. Ci sono casi di fisica, visti in teoria pura con molto anticipo, rispetto alla possibilità della sperimentazione, (le onde elettromagnetiche furono percepite nel sec. XIX da Maxwell, e poi da Hertz, ma sperimentate da G. Marconi, nel  sec. XX).
3.-  Potrebbe, invece, la fede porre dei limiti alla ragione ?  Il Cardinale ha giustificato dei limiti alla ragione, qualora le azioni ad essa conseguenti arrechino danno al "bene comune umano". Questo, lo trovo contraddittorio, se la motivazione è un pretesto per interventi ex-cathedra fuori confine (ma qual'è il saggio che non cade in contraddizione?). Qui il pensiero corre ai molti freni del potere religioso, non solo cattolico, al progresso scientifico (e con molte sofferenze umane, quali il rogo, la prigione, la tortura). Col senno di poi, direi anzi che la scienza abbia dato molti contributi alla "rosa della fede", sgravandola di petali che non le appartenevano (i presunti "misteri di fede"), e ciò ha permesso di andare più vicino al suo nocciolo. In questo senso la scienza ha facilitato la convivenza tra fede e ragione.
  Oggi il pensiero corre anche alla controversia sulla ricerca scientifica sulle cellule staminali. Sto col Cardinale, al momento, perchè, in questo campo, non abbiamo certezza scientifica delle opposte tesi (se esse contengano o non un uomo intero).
  Invece, vi sono stati storicamente molti casi che non si sono rivelati fondati scientificamente. Ad es., fu destituito di verità scientifica che "il sole giri intorno alla terra", perchè è risultata non vera l'ipotesi (legittima, come possibile presupposto, ma con riserva di conferma) legata al grido di Giosuè: "Fermati, o Sole!".
4.- Quid se la ragione sragionasse, per carenza di intelletto? Ci sono altri casi  in cui mi ritrovo pienamente col Cardinale. Nel caso della recente guerra dei Balcani, "tutti" pensavano di avere ragione: chi per motivi etnici, chi per motivi religiosi, chi per motivi di povertà. E così quei popoli si sono fatti la guerra, fino a massacrarsi, e trovarsi in casa un esercito invasore. Quando, in base alla "ragione", si arriva alla catastrofe, direi che ci sono errori di valutazione, e va fatto un passo indietro.
  Ma chi giudica della ragione, se all'origine c'è una carenza di intelletto dell'uomo ?  Ci sono, come estrema risorsa, i tribunali ("ne cives ad arma ruant"). Devono essere "tribunali  della Inquisizione"o "tribunali  laici" (ossia super-partes)? In quali limiti va oggi riaffermato una "infallibilità" del magistero ecclesiale" in materia di "fede", dopo i molti successi della scienza ?
  Davanti alla difficoltà del giudizio, l'umiltà e il sano pragmatismo sono supremi princìpi per tutti.
5.- Quid se fosse, invece, la fede a risultare contro il "bene comune dell'uomo"?  Il caso degli ostacoli ai matrimoni tra persone di diversa religione è molto rilevante ai fini della "non integrazione" sociale.
  Coloro che hanno una fede si sentono investiti del dovere di proclamarla e raccomandare di divulgarla.
   Taluna religione sconsiglia il matrimonio. Altra fa delle differenze, a seconda che l'appartenente sia uomo o donna. Altra fa  raccomandazioni più o meno rigide e, per esempio, che si spieghino ai figli le differenze tra le due religioni, perchè facciano una scelta, quando possibile.
  Nei  Paesi con diversa etnia e diversa religione, spesso le etnie sono rimaste divise, a volte convivendo pacificamente per secoli, altre volte sfociando in sanguinosi conflitti (guerre dei balcani).
    Invece, in altri Paesi con diversa etnia, ma uguale religione, le etnie si sono mescolate fino a determinare una nuova popolazione. E' il caso dell'Inghilterra (tra Sassoni e Normanni), è il caso dell'Italia (un caso estremo di mescolanza di razze).
   Direi dunque che il dogmatismo dovrebbe fare un passo indietro, nei casi specifici di "male comune dell'uomo". Non è questione di sostenere il "relativismo" delle religioni pur di far avanzare il dialogo interreligioso, ma di riesaminare il fondamento dello "assolutismo", se l'effetto è contrario al "bene comune dell'uomo". Ciò prescinde dal considerare che lo Stato-laico dovrebbe comunque rimuovere gli ostacoli alla libertà personale.  NL

  Come persone ragionevoli. Riprendo un tema appena accennato sopra. In fondo la domanda è la seguente: possiamo accettare che la ragione umana non giudichi, non verifichi la verità della risposta ai grandi interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", e quelli etici circa l’esercizio della propria libertà? È questa oggi una domanda che non può più essere censurata; anzi esige una risposta urgente, data la situazione storica in cui l’Occidente è venuto a trovarsi. Richiamo l’attenzione su due possibili sviluppi argomentativi.
   Ho già avuto occasione altre volte di richiamare l’attenzione sul fatto che un’idea ed un esercizio di ragione mutilata sta rendendo impossibile una vita comune fra le persone anche della stessa città. Se la ragione non è competente a pronunciarsi sulla validità delle concezioni di vita buona poiché queste sono solo espressioni di preferenze soggettive, ne deriva che in senso forte non esiste alcun bene umano comune; se non esiste bene comune umano, può tenerci assieme solo l’utilità e l’interesse.
   Una ragione mutilata diventa inoltre incapace di un vero dialogo delle culture e delle religioni, di cui oggi abbiamo un così urgente bisogno. Solo un accenno argomentativo. Come è possibile un dialogo con culture profondamente impregnate di senso religioso da parte di chi ritiene che l’esperienza religiosa sia un fatto meramente privato o da privatizzare? La necessità del dialogo coincide con la necessità di ritrovare l’intera misura della ragione.
   Tuttavia una corrente profonda di pensiero, a partire soprattutto dalla Riforma protestante, ha contestato l’obbligo teoretico e culturale di custodire nel suo significato più profondo l’incontro della fede cristiana con la grecità. È istruttivo che richiamiamo nei suoi elementi essenziali questa contestazione, sempre seguendo il testo della conferenza di Regensburg.
    Storicamente l’affermazione della totale estraneità della ragione dalla fede coincide colla Riforma luterana. La salvaguardia di ciò che la Parola detta da Dio all’uomo rivela, è possibile solo se viene sacrificata dal credente la ragione, dal rifiuto cioè di un modo di pensare che non derivi esclusivamente dalla Rivelazione stessa. L’opposto di ciò che scrisse S. Gregorio di Nazianzo: "la fede è il compimento [plerosis] del nostro logos" [Discorso teol., III, 21; PG36, 104]. È la purezza della fede sia in quanto scelta del singolo sia nei suoi contenuti che esige di non allearsi col logos umano.
   Il secondo momento è costituito dall’affermazione che è necessario ritenere estranea al cristianesimo ogni costruzione speculativa tesa ad avere una intelligenza sempre più profonda della Rivelazione cristiana. Questa infatti – più precisamente il messaggio autentico di Gesù – è un messaggio morale umanitario. Esso, mediante l’esercizio della ragione storico-critico, deve essere svestito di tutta la dogmatica cristiana, come per esempio la fede nella divinità di Gesù e nella Trinità di Dio. Si ha indubbiamente un esercizio della ragione all’interno della fede cristiana, ma di una ragione che – come dicevo – si è automutilata. Nel senso che essa si riduce ad essere usata come puro strumento di critica storica.
   Il terzo momento è costituito dalla consapevolezza, oggi assai acuta, della molteplicità di culture e della necessità che il cristianesimo non si identifichi con nessuna di esse. Ne deriva la necessità che si deve "svestire" il cristianesimo della sua veste occidentale ed in primo luogo della sua veste greca; ritornare così al punto che precedeva questo "abbigliamento"; ed in seguito inculturare la fede cristiana nelle varie culture. C’è una esigenza assolutamente accettabile in questa ultima posizione.
  Tuttavia essa non può, non deve ignorare in primo luogo che la prima predicazione cristiana si è espressa nella lingua greca e porta quindi impresso in sé stessa lo spirito greco. In secondo luogo, e soprattutto, l’incontro della fede cristiana colla grecità ha espresso alcune esigenze fondamentali attenenti al rapporto fede-ragione come rapporto costitutivo dell’esperienza cristiana. Ed è a questo livello che l’incontro della fede cristiana col logos greco costituisce un punto di non ritorno per chi affronta il cristianesimo e per la Chiesa stessa. Dobbiamo allora alla fine di questa riflessione costruita sulla conferenza di Regensburg esprimere in maniera concettualmente la più rigorosa possibile le questioni fondamentali che sono emerse nella coscienza dell’uomo a causa dell’incontro della fede col logos greco, e che sono impreteribili per chiunque voglia acconsentire liberamente alla proposta cristiana di vita.
   In sintesi. La questione fondamentale è quella di definire il paradigma della ragionevolezza della fede cristiana per mostrare che: a) la scelta di credere alla predicazione cristiana è ragionevole [la ragione che va verso la fede]; b) la fede cristiana esige di essere pensata dalla ragione [la fede che va verso la ragione].
In altre parole, dal punto di vista cristiano – come già dissi – il rapporto fede-ragione si istituisce due volte, o avviene in due momenti: prima come "preparazione alla fede" da parte della ragione in ordine all’accettazione della fede medesima; poi come collaborazione, cooperazione della ragione all’interno della fede per l’appropriazione del contenuto della fede medesima.
Perché la definizione del paradigma di ragionevolezza presupposta nella decisione di credere sia possibile, è necessario mostrare che: a) non esiste un modello di razionalità univoco ed esclusivo, quello cioè della ragione impersonale; b) la fede cristiana non può essere relegata nell’ambito dell’emozione, del sentire oppure della funzionalità sociale e/o psicologica.
Voglio terminare con un testo di S. Gregorio di Nazianzo: "Al Logos soltanto resto attaccato, come servitore del Logos, e non potrei mai volontariamente dimenticarmi di questo bene, ma lo onoro, lo prediligo e me ne rallegro più di tutte quelle cose insieme di cui la folla è solita rallegrarsi" [Orazione 6,2].
I Padri amavano dire che la fede cristiana era la filosofia vera e la vera paideia. CC

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Disegno di LEGGE FINANZIARIA 2007, art. 26 - Biocarburanti

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Pier Luigi Bersani
Ministro per lo SVILUPPO

Seguire il referendum della CALIFORNIA  ?

Il Governo dice: PRODURRE  SOIA,   MAIS  e  quant'altro
PER  FARE  BIOCARBURANTI  ...


Ma conviene ? Qui sotto si trova un articolo  di Ugo Bertone,
a proposito di un Referendum in California,  che potrebbe
essere di  qualche lume per la nostra Italia

Dopo un interesse, più o meno convinto, dell'U.E. a favore dei   biocarburanti, come additivo alla benzina
   Nella legge finanziaria cresce l'opzione a favore dei "biocarburanti" (rispetto alle indicazioni della U.E., accolte dal precedente governo). Questo viene fatto mediante l'applicazione ad essi di una aliquota fiscale ridotta (ossia il 20%, e temporaneamente, di quella applicata sul gasolio per autotrazione).
  E' un passo ancora timido, ma importante, da segnalare. Il motivo di questa timidezza è il dubbio che l'agricoltura non sia in condizioni di supportare il relativo compito (quello di fare, a costi competitivi, le relative produzioni da trasformare in bio-carburanti).
  Ahimè, questa timidezza non tiene in conto che il costo del petrolio ha superato da anni il costo sopportabile per le economie occidentali. Infatti il suo costo non è più solo il prezzo del petrolio, ma anche i costi per la sicurezza interna e internazionale (basti pensare alle guerre che facciamo ormai in tutto il mondo, per assicurarci le forniture di petrolio), per parare quel terrorismo che ci piomba addosso per le nostre presunte colpe nei confronti dei popoli dei Paesi produttori di petrolio. (Siamo "colpevoli" di pagare poco il petrolio e siamo colpevoli di dare i soldi (del petrolio) a governi dittatoriali, che se ne servono per conservare il potere, tenendo in povertà i loro popoli).

   Per una visione larga del problema, sottoponiamo ai lettori liberi l'allegato articolo, che va a commentare un referendum, celebrato in CALIFORNIA in questo mese di novembre, circa l'alternativa tra petrolio e produzioni agricole tra trasformare in carburanti per i trasporti.

"Il sogno di liberarsi dalla dittatura del petrolio"... , di Ugo Bertone
(stralcio da: http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/il-ruolo-delletanolo-la-lunga-strada.html, 17 sett. 2006 )

   Per alimentare un decimo delle macchine americane servirebbe un terzo dell’attuale produzione di zucchero e cereali negli Stati Uniti. Nel suo bestseller "The Coming Oil Crisis", Colin Campbell, geologo laureato ad Oxford, 40 anni di lavoro nell’industria, sostiene che ormai il petrolio finirà prima che emerga una qualche convincente forma di alternativa energetica. Non tutti sono così pessimisti di fronte al pericolo del greggio energetico. Nella palestra del futuro vale pure l’immagine muscolare che viene dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger, uno che di muscoli se ne intende. "Credo ci voglia un grosso sforzo – ha detto – per consumare di meno ma ce la possiamo fare. Come non lo so, ma una cosa mi è chiara: se voglio perdere dieci chili entro l’estate devo darmi da fare in palestra. Certo, in quel caso il grasso protesta: non mi attaccare, io ti voglio bene. Ora sono le compagnie petrolifere a protestare. Fanno il loro mestiere".
   Così Schwarzy, alla ricerca di una causa popolare e vincente, si schiera in vista del referendum di novembre, quando i cittadini della California dovranno pronunciarsi sulla "Proposition 87", che prevede di imporre una tassa di estrazione su ogni barile che le compagnie petrolifere tirano fuori dai pozzi dello stato per un gettito, si prevede, di almeno quattro miliardi di dollari che, secondo il comitato che ha lanciato la proposta, dovranno essere spesi per incentivare l’uso dei carburanti alternativi. Una calamità, dicono naturalmente le Big Oil (Chevron, ExxonMobil, Shell e Occidental Petroleum) che, per scongiurare l’imposta, si sono tassate per 30 milioni di dollari per finanziare la campagna per il no. E c’è chi sospetta che la grande scoperta petrolifera di Chevron nel Golfo del Messico, annunciata con grande enfasi in settimana, sia una mossa pubblicitaria per migliorare l’immagine, pessima, delle Big Oil presso l’opinione pubblica Usa. Sul fronte dei nemici dei petrolieri, a sostegno del referendum, ci sono infatti nomi importanti: gente del cinema, come il produttore Stephen Bing, venture capitalist di Silicon Valley come John Doerr o Vinod Khosla, uno dei pionieri della new economy, tra i fondatori nel 1982 di Sun Microsystems e il primo a credere a suo tempo in Amazon o in Netscape, il navigatore da cui nacque Aol.     Oggi, per lui, indiano di Phuna, come per i compagni di cordata, la nuova " Big Thing" non passa dalla Grande Rete o da un chip. Ma dall’etanolo, ovvero dal carburante estratto dai cereali o dallo zucchero che, fino al 2012, potrà godere di incentivi governativi che lo rendono competitivo rispetto ai carburanti tradizionali. La scommessa, insomma, è di migliorare, entro cinque anni, tecniche e carburanti al punto da sfidare la concorrenza del petrolio. Purché, naturalmente, il prezzo del petrolio si mantenga alto, almeno sopra i 50 dollari.
   Altrimenti, il risveglio sarà amaro. L’indiano di Silicon Valley, uno che ha saputo ai tempi trasformare gli otto milioni affidatigli dai banchieri di San Francisco in due miliardi di dollari sonanti, sa però che la partita non si giocherà in laboratorio. In palio ci sono tanti soldi ma, più ancora la sicurezza nazionale. E non a caso l’indiano che ama l’etanolo ha arruolato un luogotenente d’eccezione: R. James Woolsey, 65 anni, già direttore della Cia tra il ’93 e il ’95. Chi meglio di lui per spiegare al Congresso che non si può star con le mani in mano in attesa di una congiura di palazzo a Riyad o di un blitz dei pasdaran di Ahmadinejad.
   Khosla, nella sua battaglia per l’etanolo, è in buona compagnia: lo stesso Bill Gates ha investito nella Pacific Ethanol, di cui oggi è l’azionista numero uno. Certo, per uno come lui, un’operazione da 87 milioni di dollari (tanto c’è voluto per diventare l’azionista numero uno dell’azienda , per cui lui ha grandi ambizioni) è ben poca cosa. Ma la tendenza è chiara: l’America che ha vinto la sfida della produttività grazie al software e al Web accetta la sfida dell’energia. A suon di dollari, di venture capital, di speculazioni in Borsa e fuori. Con qualche sorpresa. Indovinate, ad esempio, chi ha finanziato (600 milioni di dollari) il prototipo della Tesla Roadstar, la prima auto elettrica con prestazioni degne di una Ferrari: da zero a 90 all’ora in quattro secondi, 200 all’ora la velocità massima, più di 340 dopo una ricarica supplementare. Si tratta nientemeno che di Larry Page e Sergej Brin, i due fondatori di Google, assieme ad una schiera di top manager di eBay e Pay-Pal. Anche loro, a modo loro, sono coinvolti nel grande rodeo dell’energia, la partita più globale che ci sia, la palestra per scienziati visionari, spie in pensione, tecnologi visionari e finanzieri a caccia della grande avventura.
   La realtà è che si parla molto, come è giusto, degli scenari politici o strategici provocati dal caro greggio. E ancor di più si tenta di indovinare il giusto prezzo dell’oro nero, districandosi a breve tra le mosse di Caracas o di Teheran, oppure, a medio-lungo termine, tra le previsioni dei catastrofisti che annunciano la fine del petrolio (il "peak oil", cioè il massimo della produzione è già stato toccato per qualcuno, per altri lo sarà entro il 2010) e quelli che, come Leonardo Maugeri, brillante testa d’uovo dell’Eni che gode di audience mondiale, ci rassicura ricordandoci come in Iraq, dall’inizio del XX secolo, sono stati trivellati solo 2.500 pozzi contro un milione circa in Texas, a dimostrazione che il medio oriente (ma non solo) può darci ancora tante sorprese e preziosi barili (ce ne sono almeno 2.000 milioni di miliardi, il doppio di quanto prodotto finora secondo lo Us Geological Survey). Ma si parla poco degli effetti che la stagione dei rialzi sta provocando risvegliando ricerche vecchie e sepolte o eccitando nuovi appetiti in questa corsa alla pietra filosofale del XXI secolo che si svolge in tanti, spesso inattesi palcoscenici, talora frutto inatteso di una storia che arriva da lontano. Il film della moderna alchimia può cominciare dai laboratori del Mit, dove Gregory Stephanopoulos, docente di Ingegneria chimica, "allena" i microbi che dovranno trasformare le biomasse in etanolo da mettere nel motore.
   Anche questa, come spesso capita nella storia dell’innovazione (vi ricordate l’origine di Internet) è una storia che nasce dall’incrocio tra le esigenze del Pentagono e la genialità degli scienziati. Tutto comincia, infatti, nel 1950 quando l’esercito americano incarica un microbiologo, Elwyn T. Reese, di trovare un modo per annientare uno strano fungo tropicale che si era letteralmente mangiato le uniformi dei marine a Guadalcanal.
    Ma Reese si guardò bene dal fare il killer, convincendo Washington che era assai più sensato cercare di capire quali enzimi permettevano al fungo di spezzare le strutture molecolari dei tessuti o della cellulosa liberando cellule di zucchero. Da allora le ricerche sono andate avanti, con alterna fortuna e interesse. Fino ad oggi. Ora, infatti, quel microbo può cambiare il mondo, cancellando buona parte degli handicap che frenano lo sviluppo dell’etanolo. Per alimentare un decimo del parco macchine americano, infatti,sarebbe necessario un terzo dell’attuale produzione di cereali Usa. E il discorso è ancora più complicato per l’Europa: per sostituire il 5,75 per cento del carburante usato nella Ue, occorre il 19 per cento della superficie arabile dell’Unione europea. Tutto potrebbe cambiare, però, se il nostro microbo fosse in grado di trasformare in zucchero da carburante tutti gli scarti del grano o di altre biomasse. A crederci sono in tanti, almeno in trenta. E tra questi c’è la Iogen , una società dello Iowa che già oggi produce etanolo da cellulosa, ma ancora a prezzi troppo elevati. Ma attenzione. In Iogen, benedetta dai programmi dello stesso George W. Bush, c’è nientemeno che Goldman Sachs, il colosso delle banche d’affari Usa. E a volere un forte investimento della banca nel settore è stato nientemeno che Henry Hank Paulson, oggi segretario del Tesoro a Washington.
    Non è certo l’unico caso di matrimonio tra Wall Street e l’ecocombustibile. Anzi, la storia di maggior successo l’ha scritta finora un giovane banchiere di Morgan Stanley, Leigh Abramson, oggi 37 anni. Quando Abramson, laureato in storia all’Amherst Institute è approdato a Peoria, Illinois, per studiare un’eventuale acquisto (a mo’ di garanzia) di una quota della Aventine Renewable Energy, non sapeva nemmeno cosa fosse l’Mtbe, il biocombustibile prodotto da metanolo di sintesi. Ma il prezzo era buono , il venditore, travolto dallo scandalo Enron, costretto a vendere a meno della metà del costo sostenuto per trasformare un vecchio zuccherificio in un impianto per la benzina verde. E dopo otto mesi di clausura a Pekin, Illinois, Abramson convinse i superiori a sospendere i 66 milioni richiesti: oggi Aventine vale in Borsa poco meno di 800 milioni di dollari. Storie di soldi, oltre che di tecnologia. Come quella della Platinum Energy Resources di Houston, fondata da Barry Kostiner, 34 anni, faccia d’angelo, fegato d’acciaio. Di petrolio, confessa, ne sa poco.
    Ma con una laurea in matematica del Mit in saccoccia, Kostiner ha capito che la fortuna saprà arridere a chi troverà il sistema di far fruttare in quattrini sonanti il greggio che sta ancora sottoterra. E ha inventato un sistema niente male: lo Spac (special purpose acquisition company). Si tratta di società in cui si investe senza sapere come e dove i quattrini verranno investiti. Solo in un secondo momento, il finanziere sceglierà la "preda" (con l’assenso di un comitato di garanti). In questo modo Kostiner ha raccolto più di 100 milioni di dollari al Pink Sheets, il mercato più speculativo tra le Borse Usa, dove, dice la Sec, "sono quotate le società più rischiose"e li ha in vestiti in una piccola società petrolifera, la Tandem Energy che possiede alcune vecchie concessioni mai sfruttare in Texas. Sembra la storia di James Dean nel "Gigante": speriamo che Kostiner non si sfracelli pure lui sulle strade del Texas. Difficile trovare un matematico altrettanto simpatico.
    Ma guai a pensare che la corsa al Santo Graal dell’energia pulita sia cosa appannaggio solo di università Usa o di centri di potere della finanza Usa. Certo, alla caccia grossa partecipano gli scienziati che hanno fatto gavetta nell’amministrazione militare. Come Erik Straser, solo 36 anni ma un passato ai segretissimi National laboratory di Los Alamos lasciati per sviluppare, con i quattrini raccolti dal solito venture capitalist batterie ad energia solare. Ma la soluzione può venire dal carbone ripulito secondo i procedimenti studiati dagli scandinavi della Vattenfall. O nascondersi nella savana di Secunda, a due ore e mezza di jeep da Johannesbugh dove i moderni alchimisti della Sasol trasformano il carbone in carburante.
    Non stupisca la scoperta di un Sud Africa ad alta tecnologia. Per decenni gli scienziati hanno scartato, perché troppo costosa, la pista della trasformazione del carbone in benzina o gasolio. Ma il Sud Africa dell’apartheid, colpito dall’embargo dell’Opec, negli anni Settanta ha investito una fortuna (sei miliardi di dollari dell’epoca), per procurarsi il carburante. Oggi, a questi prezzi, quell’investimento si è rivelato una fortuna. E Sasol ha appena chiuso un contratto monstre con la Cina: 27 mini impianti da costruire nella Mongolia cinese, a ridosso delle miniere di carbone. Già, i cinesi, i nuovi consumatori che hanno sconvolto la mappa del petrolio più degli sceicchi o di Hugo Chávez. Sono affamati di petrolio, non dimenticano i buoni affari. Hanno cominciato a produrre etanolo, grazie all’aiuto del Brasile e agli incentivi del governo.
    All’improvviso, per merito di centinaia di impianti "pirata"cresciuti per sfruttare gli incentivi di stato, il Drago è diventato il secondo produttore al mondo e il primo esportatore di etanolo. Perché gli aiuti al settore di Washington (che, per le pressioni dei farmers, im-Il Brasile è l’unico paese al mondo dove nelle stazioni di servizio è possibile scegliere tra carburante tradizionale ed etanolo semplice porta con il contagocce dal Brasile) si sono rivelati una calamita formidabile per i petrolieri del grano di Pechino. Anche in Brasile la fortuna è nata da una decisione "politically uncorrect". La decisione di puntare su una soluzione autarchica nacque negli anni Settanta, sotto il tallone del regime militare.
    Oggi il Brasile è l’unico paese al mondo dove, alla stazione di servizio, si può scegliere tra la benzina normale, la miscela (etanolo più benzina) o l’etanolo semplice. E nella sterminata prateria del sud il colosso di stato, la Petrobrás, ha costruito la fabbrica di Araucária, un impianto così importante che Ignacio Lula da Silva l’ha scelto, nello scorso giugno, come palcoscenico per annunciare, in via ufficiale, la sua candidatura per un secondo mandato presidenziale.
    Difficile trovare un luogo più solenne: quel giorno, infatti, cominciava in via ufficiale pure la produzione dell’H-bio, il brevetto più importante mai uscito dai laboratori brasiliani. H-Bio, in sintesi, è un estratto dell’olio di soia o di girasole che, mescolato con un comune diesel, può funzionare da carburante per un qualsiasi motore, senza alcuna modifica: il sogno di liberarsi dalla dittatura del petrolio, insomma, non è più remoto dell’incubo di restare a secco. Perché, se non avete ancora deciso se essere ottimisti o pessimisti, se credere che il "peak oil" (cioè il punto massimo della produzione) sia stato ormai raggiunto o no, potete divertirvi con i tanti blog sulla materia (the oil drum, Aspo, Energy Bulletin per citare i più noti).
    Troverete di tutto: ingegneri ecologisti a favore dell’eolico, ecologisti animalisti che denunciano i crimini dell’eolico (le pale delle turbine ammazzano molti uccelli protetti); repliche degli ingegneri che sostengono che i gatti uccidono più delle pale; altri animalisti che scendono in difesa dei gatti. Difficile raccapezzarsi. Ma una cosa emerge: il petrolio andrà su e giù. Ma quella dell’energia non è una bolla come quella della tecnologia, assicurano Khosla e amici, gente che di bolle se ne intende. UB

 

 

Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo:  riceviamo e giriamo

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Dalla "Lettera del 4 ottobre, del Cons. Prof. Enrico Lorenzini" a tutti i Colleghi


Verso la revisione dello Statuto ?

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Cari Colleghi,

     nel CDA del 3 ottobre c.a.si è aperta un'ampia discussione sul punto n. 4 dell’O.D.G. "Assetto e valutazione della dirigenza- informativa" . L'ODG è stato inserito a seguito della interrogazione presentata in Luglio da sei Consiglieri.
    Tuttavia l'interpellanza non chiedeva una informativa, ma proponeva che il CDA esaminasse gli obiettivi dirigenziali per il 2006, evitando i ritardi già avvenuti sia nel 2004 che nel 2005.
     Secondo il parere di alcuni di noi, il CDA, pur essendo responsabile come da statuto delle nomine dirigenziali e dell'approvazione degli obiettivi annuali dei dirigenti, non è messo nella condizione di essere informato in proposito.
     La stessa interrogazione riguardava anche il "sistema di attribuzione delle deleghe e riparto delle competenze": l'ODG n 5 ha lo stesso titolo con l'aggiunta di "informativa". Tale delibera non è stata neppure illustrata e quindi non vi è stata nessuna discussione.
    Mi corre infine l'obbligo di precisare che l'argomento "Revisione dello Statuto su linee di indirizzo condivise (maggiore democrazia e partecipazione del Corpo Accademico, ecc)" riscuote anche l'interesse del Rettore e pertanto penso che vi sarà presto l'avvio di un dibattito generale.
    Con viva cordialità.
                                                                                                                   ENRICO LORENZINI
    Bologna, Ateneo, 4 ottobre 2006

 

Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo:  riceviamo e giriamo

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Lettera del Cons. Prof. Enrico Lorenzini a tutti i Colleghi dell'Ateneo

     Segnalata la richiesta di 6 Consiglieri di inserire 3 argomenti all'o.d.g:
  
  1) Assetto e valutazione della dirigenza
     2) Sistema dell'attribuzione delle deleghe e riparto delle competenz
     3) Revisione dello Statuto su linee di indirizzo condivise

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Cari Colleghi,

dopo alcune brevi comunicazioni del Rettore, si è trovata una accettabile soluzione al problema, già sollevato dai rappresentanti sindacali, inerente al recupero delle somme legate al contenzioso ex-lege 63/89, a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato.
   La seduta è stata poi incentrata finalmente anche su tematiche di grande rilievo e quindi non solo sull'ordinaria amministrazione.
  Si segnala, a tal proposito, che sei Consiglieri hanno presentato, ai sensi dell'Art 2 Comma 1 del regolamento di funzionamento del CDA, la richiesta di inserimento (vedi a destra, N.d.R.), all'ordine del giorno dei Consigli di Amministrazione dei prossimi mesi di Settembre e Ottobre, degli argomenti che riguardano:
-  sistema dell'attribuzione delle deleghe e riparto delle competenze (ad esempio in riferimento alla Giunta, mai attribuite);
-  assetto, discussione  e valutazione del quadro dirigenziale;
- revisione dello Statuto su linee di indirizzo condivise (maggiore democrazia e partecipazione del Corpo Accademico- vedi decisioni ex-60%).
    In realtà penso che questi siano alcuni degli argomenti che un Consiglio di Amministrazione, da solo o con il Senato, dovrebbe trattare prioritariamente, poichè di grande valenza.
    Tra l'ordinaria amministrazione, segnalo che sono stati ratificati gli ODG 9.2, 9.3, 9.4 che trattano dei contributi per le pubblicazioni di Riviste e Monografie e per Convegni di rilievo internazionale.   Pare opportuno che anche i relativi regolamenti per l'assegnazione siano  aggiornati come accennato durante la discussione.
    L'ODG 10.2 "Servizio Studenti disabili: resoconto attività 2005 e programmazione anno 2006" è stato approvato all'unanimità, pur essendo state sollevate alcune perplessità.  Infatti questo argomento merita una maggiore concertazione con i molti Colleghi che mi scrivono anche perchè interessati direttamente e perchè hanno le competenze di realizzare un vero servizio efficace. Nello specifico, sulle barriere architettoniche, siamo purtroppo ancora all'anno zero.
   E' stato approvato il punto 10.4 "Giornate dell'Orientamento 2007", tema sul quale  lo stesso Rettore ha proposto un futuro approfondimento.  EL
Bologna 18 luglio 2006


7 luglio 2006
Consiglio di Ammistrazione dell'Ateneo

Le richieste  dei 6 Consiglieri
 **

    Oggetto: Richieste presentate  ai sensi dell'art. 2 comma 1 del Regolamento di funzionamento del CdA"  su argomenti specifici, ed in particolare:
- Sistema dell'attribuzione delle deleghe e riparto delle competenze;
- Assetto e valutazione della dirigenza;
- Revisione dello Statuto su linee di indirizzo condivise.

   In Consiglio tali argomenti sono stati affrontati solo parzialmente in forma estemporanea:
  pertanto i sottoscritti * chiedono al Magnifico Rettore di voler convocare un'apposita seduta del CdA nel mese di settembre con tali voci all'ordine del giorno, ovvero di portare in discussione questi argomenti distribuiti nelle prossime sedute calendarizzate.

                                            Cantelli forti Giorgio
                                             Longo Giovanni
                                             Lorenzini Enrico
                                             Manzo Patrizia
                                             Muccino Maria
                                             Zago Antonella


* (qui elencati in ordine alfabetico - N.d.R)

**NOTA: I 3 argomenti sono stati, poi, inseriti dal Magnifico Rettore all'o.d.g. del 19 sett., con lo impegno di una loro discussione in una successiva riunione

 

REFERENDUM COSTITUZIONALE - Risultati rilevanti per l'ITALIA

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Dopo il NO alla riforma costituzionale, appianata la via alla Governabilità del Paese

E aperta una fase storica che, con l'espulsione graduale di Berlusconi
dalla scena politica, crea un vuoto al "grande centro", e si conclude col ritorno dei cattolici, socialisti e liberali nell'area storica naturale, in vista
delle elezioni politiche del 2011, senza più il pericolo di "salvatori della patria"

Verso il riassetto al centro dello schieramento politico in Italia, con due "grandi partiti" al centro ?

Come risultato delle elezioni, il primo a partire dovrà essere quello sull'emisfero destro del centro:
"PARTITO NUOVO dei DEMOCRATICI e LIBERI", dentro il PPE - Partito Popolare Europeo


Il modo come si sono svolte le elezioni del 2006, e con  il relativo sistema elettorale, ha confermato il permanere di anomalie gravi nella formazione dell’alternanza tra le forze politiche al GOVERNO, e dunque ha anche evidenziato la necessità, per l'Italia, di una “democrazia normale”, in cui il popolo possa scegliere, già in origine, tra due grandi partiti, eventualmente preceduto da elezioni primarie.
Per la individuazione di una soluzione, un punto di partenza obbligato è la considerazione che, in seguito alla demolizione nel 1992-94 di grandi partiti della storia d’Italia, come la DC e il PSI, si è creato un vuoto politico riempito artificialmente (perchè senza basi morali e culturali storiche) da Silvio BERLUSCONI con FI, partito-azienda molto portatore di interessi personali e poco portatore degli interessi generali del Paese.
Sta, poi, di fatto che le elezioni politiche 2006 (e più radicalmente il referendum costituzionale) hanno estromesso Silvio BERLUSCONI dal Governo, e ciò apre ad uno scenario totalmente nuovo in Italia che, in una gradualità, e probabilmente per le prossime elezioni politiche del 2011, produrrà un riassetto, al Centro, nello schieramento dei partiti in Italia.
In questo quadro va valutata la possibilità che la democrazia in Italia trovi una sua normalizzazione, mediante la formazione di due grandi partiti nazionali e inter-classisti, e che dovranno avere, rispettivamente, un riferimento europeo nel PPE – Partito Popolare Europeo e nell’INTERNAZIONALE SOCIALISTA.
Questa idea dà per scontato che sia storicamente non più proponibile per l’Italia l’obiettivo di un solo grande centro inter-classista (come la vecchia DC) che si presenta come tale alle elezioni, e che dopo le elezioni sceglie le alleanze per fare il Governo. La tesi da privilegiare è, invece, che l’elettorato di oggi si sente sufficientemente maturo per scegliere direttamente il Governo, già al momento delle elezioni politiche.
Nelle elezioni 2006, si sono presentati 74 partiti, sia pur afferenti a due principali COALIZIONI, dei quali solo un piccolissimo numero (i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento) ha potuto ottenere una rappresentanza in Parlamento. Questo esercito costituisce il bacino naturale più immediato di aspiranti all'avvio della costruzione di un PARTITO NUOVO al centro, orientato verso “uno” dei due grandi partiti da costruire come tappa finale. Ma non va, al tempo stesso, mai dimenticato che l’UDC costituisce al momento la fetta più importante della ricostruzione visibile della DC pur se, al momento, non sufficientemente matura per avventurarsi in grandi compiti storici in Italia, come quello illustrato in queste linee. E dunque, prima o poi, l’UDC non potrà non prendervi parte, in itinere.
I risultati elettorali hanno altresì ammonito coloro che, con grave e infondata presunzione, hanno fondato le loro fortune su nomi storici importanti, come quello di DEMOCRAZIA CRISTIANA, ma senza avere una squadra numerosa e valida, così da ottenere credito dall’elettorato.
La stessa prospettiva si apre a sinistra, sia pur con qualche rallentamento, imposto dalla necessità di tenere in piedi la squadra di Governo.
In questo scenario dovrà essere  delineata una nuova legge elettorale per il parlamento nazionale.

1) Come un Partito Nuovo. La costruzione di un PARTITO NUOVO sul centro-destra dello schieramento politico italiano, è qui considerata quale soluzione ad un problema vitale della democrazia in Italia, che sembrava presentarsi nel medio termine, e che invece, dopo le elezioni politiche 2006 si rivela possibile con la rioccupazione del proprio spazio naturale, lasciato libero da FI. Il processo, tuttavia, potrà essere attuato solo in una gradualità, che inizialmente è fondato sull’emisfero destro del centro. In un secondo tempo, i risultati del dialogo tra i due emisferi di destra e sinistra del centro, potranno divenire una base per   il dialogo con le rispettive estreme, a destra o sinistra.
I due emisferi di sinistra e destra del centro contengono i ¾ dell’elettorato e della ricchezza totale del paese, per cui la prospettiva di un bipolarismo moderato ha un fondamenti di probabilità per l’Italia. In questa prospettiva molto dipenderà dalla possibilità di un accordo di tutti i centristi per una legge elettorale ad hoc, e dunque con uno spazio anche per i partiti estremi, a destra e sinistra, ma senza possibilità di ricatti, come avviene da anni dentro il centro-destra e il centro-sinistra.. 

2) Un dato da cui partire è la debolezza strutturale di Forza Italia. Una volta preso atto, anzi solo in quanto ciò, che la debolezza di FI delinea la realizzazione della condizione per il ridisegno del centro-destra, su basi nuove,  si pone il problema di uno strumento valevole a pilotare in modo ragionato il fatto nuovo. Questo strumento è un PARTITO nuovo, collocato al CENTRO, che ha come riferimento europeo il PPE - Partito Popolare Europeo, alternativo all’INTERNAZIONALE SOCIALISTA, invece riferimento dell'altro emisfero del centro.
Questo dato viene suggerito dal fatto che, tuttora, Forza Italia non ha la struttura organizzativa di un partito, nel senso tradizionale. Essa è quella di un partito-azienda, che vive (attraverso i mass media) sull’immagine della persona del suo Leader, e dunque appare verosimile che, al venir meno del personaggi, quel partito si scioglierà. Da qui la prospettiva del nuovo vuoto, e che dovrà essere riempito dai partiti tradizionali, organizzati. In questo senso l’operazione non va intesa come contro qualcuno (come Forza Italia), ma come problematica di riequilibrio dentro il centro destra, come conseguenza del possibile movimento del suo elettorato.

3) L’apporto dei Cattolici e Laici.  In questa costruzione è di grande importanza valutare quale possa essere l’apporto dei Cattolici e Laici. Qui va ricordata la domanda di partecipazione dei Cattolici alla vita politica, come emersa nel corso della Settimana sociale dei Cattolici, a ottobre del 2004 a Bologna.
In quella circostanza il clero, il papa, i cardinali hanno sollecitato il ritorno dei Cattolici ad occuparsi di politica, pur se in un modo nuovo che nel passato, in cui essi avevano come riferimento un unico partito – la Democrazia Cristiana – esperienza che, tuttavia, la Chiesa considerava esaurita.
Questa circostanza, collegata col problema del vuoto al Centro, che è atteso in prospettiva, indica la possibilità del rientro organizzato dei Cattolici per l’approntamento del nuovo strumento di riempimento di quel vuoto. Inoltre, questa stessa possibilità va considerata con riferimento alla confluenza di altre culture, che già hanno dato contributi storici fondamentali all’unità di Italia: quali i Repubblicani, i Liberali, i Socialisti, Socialdemocratici, la cui concezione laica dello Stato ha sempre permesso una costruttiva collaborazione tra la cultura Laica e quella Cattolica e Cristiana, in generale. Il PARTITO NUOVO, dunque, ha valori cristiani e laici ed è primo amico dell’economia di mercato, ma tiene fermi alcuni paletti sul fronte del sociale e dei diritti naturali (FAMIGLIA, SCUOLA, EDUCAZIONE, GIOVANI, VECCHI, AMMALATI, BENI PRIMARI, e non solo per gli Italiani). NL

 

ELEZIONI POLITICHE - Risultati rilevanti per l'ITALIA

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Diradato il fumo, troviamo infine l'arrosto ...

E' stata restituita al Parlamento la sua funzione,
con un sufficiente ruolo guida  del Governo

Ma la via della Governabilità sarà appianata solo con il No
nel Referendum del 25 giugno alla Costituzione di Bossi-Berlusconi
( e risanando i conti statali solo con meno spesa pubblica. NO TAX )

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Per un REGIONALISMO AMMINISTRATIVO, senza poteri legislativi regionali
Per la salvaguardia della COSTITUZIONE DEMOCRATICA del 1948

    In RIASSUNTO, la governabilità passa per la capacità di risanamento dei conti pubblici e di sviluppo della economia. Sono due obiettivi che presuppongono il ripensamento totale del sistema delle autonomie regionali, provinciali e comunali, secondo il concetto che l'autonomia è cosa buona se comprende la responsabilità fiscale.
    Queste scelte passano per il NO al Referendum del 25 giugno sulla Costituzione di Bossi-Berlusconi, perchè il dissesto dei conti pubblici ha il suo primo fattore nel federalismo regionale introdotto dal precedente Governo di centro-sinistra e che la Costituzione di Bossi ha ampliato fuori misura.
    C'è, poi, la questione della nuova forma di governo, introdotta dalla Costituzione di Berlusconi, che è pericolosa per la democrazia, e questo è un secondo motivo per il No nel Referendum.

   Nino LUCIANI. Diradato il fumo post-elettorale, troviamo l'arrosto: è restituita al Parlamento la sua funzione, ed è lasciato al  Governo un sufficiente ruolo guida, se lo vuole. Tuttavia, la via della governabilità sarà appianata solo con il referendum costituzionale sul federalismo regionale di Bossi e la forma di governo di Berlusconi.

1) Perchè il Parlamento ha recuperato la sua funzione. Il fumo post-elettorale è la rabbia degli "esclusi", che è un fatto di persone, non di interessi popolari, ma del tutto normale per lunga tradizione, nel dopo elezioni: tanto più se i perdenti sono a un tiro di schioppo dai "vincitori". La sostanza che rimane acquisita è invece che il Parlamento ha recuperato (dopo molto tempo) la sua funzione di rappresentanza forte dei cittadini, e questo grazie al fatto che, in Senato, la "maggioranza" governativa è risicata: nel senso che non sarà possibile al Governo "imporre" al Parlamento qualsiasi "colpo di mano", con l'abuso dei voti di fiducia (cosa su cui hanno eccelso sia i governi di destra che di sinistra). Esso dovrà, invece, trattare con la propria "maggioranza", ma anche con la "minoranza", sulle questioni rilevanti per la democrazia e le libertà, come le modifiche della Costituzione e per le tasse.
   Negli Stati Uniti, questo è molto normale, anche perchè in Senato c'è una maggioranza diversa da quella del Congresso. Ciò non ostacola il buon funzionamento del sistema democratico, anzi accresce le possibilità di saggezza per le grandi scelte.
   Ma, naturalmente, non va preso sottogamba il problema della governabilità. Negli USA, il problema non si pone, perchè il Presidente è eletto direttamente dal popolo. Da noi, esso è stato, oggi, risolto col fatto che il Governo ha 2 voti di maggioranza al Senato: quanto basta per stare in piedi, e quanto necessario per non prevaricare sul Parlamento.
 
Ma la governabilità è anche il frutto di come si impostano i problemi. Molto dipende dal non dimenticare mai quel 5-10% di elettorato, che ha lasciato PRODI all'ultimo momento, preoccupato di scansare le tasse minacciate da BERTINOTTI. (Quelle tasse sulle rendite finanziarie .... sono abbastanza ridicole, anche solo a pensare che è lo Stato a generare quelle rendite, direttamene e indirettamente, come conseguenza del suo debito - Ma vi tornerò in altra occasione). Recuperare in Parlamento la fiducia di questo elettorato è essenziale per PRODI, anche perchè esso sarà sempre più il fattore da bilancino, nelle elezioni politiche, così da determinare la maggioranza. C'è, poi, lo "strano" buon senso dell'italiano medio, per il quale un governo vale l'altro.

  2) Ma, poi, c'è la questione del referendum del 25 giugno, sulla Costituzione di Bossi-Berlusconi.
   La crescita della spesa pubblica ha nelle autonomie regionali la sua falla primaria, perchè disgiunta (ma non si può fare diversamente) da responsabilità fiscale. Questa falla era stata già aperta dal precedente Governo di centro-sinistra, ma con la Costituzione di Bossi la spesa pubblica diverrebbe totalmente ingovernabile. Per questo, la bocciatura della devolution, oltre che necessaria, dovrebbe essere solo il primo passo per ridiscutere tutto, tra maggioranza e opposizione, in modo da pervenire ad un testo largamente condiviso. Motivi ?
  a) l'ulteriore ampliamento dei poteri legislativi delle Regioni (la sanità, la scuola, sicurezza, ecc.), non essendo controbilanciato da responsabilità fiscale, incentiva i Governi regionali (per catturare il consenso locale)  a spendere senza limiti automatici. In questo sistema, è il Governo nazionale che, invece, è incaricato di affrontare l'impopolarirà di applicare le imposte, e finanche incolpato dalle Regioni di non trovare soldi sufficienti.
   Il nostro federalismo attribuisce alle Regioni un potere legislativo, e questo accentua la babele delle lingue tra i cittadini delle diverse Regioni.
    Per creare un freno alla spesa occorrerebbe dare alle Regioni il potere fiscale. Ma l'attribuzione di potere fiscale, è, però, solo la conseguenza di una corretta definizione astratta di federalismo. In pratica, quando (come da noi) le dimensioni dei territori è piccola, esso diviene un rimedio peggiore del male. Infatti, il federalismo fiscale da origine, per sua natura, ad una pluralità di tasse tra Regione a Regione, a seconda delle preferenze e delle diverse entità della spesa, le cui conseguenze più immediate sono:
- l'alterazione della concorrenza tra le imprese delle diverse Regioni, e la discriminazione contro le Regioni più povere;
- l'accentuazione della concorrenza fiscale tra più enti tassatori (Stato, Regioni, Province, Comuni), mentre la tasca del contribuente è "unica". Se l'Ente più forte (lo diverrebbe la Regione) prelevasse da solo il 50% del reddito dei cittadini, gli altri Enti dovrebbero aggiungersi comunque, in quella tasca, per prelevare soldi ? E' dunque evidente che, in senso lato, il federalismo fiscale non è attuabile nei piccoli Stati (come l'Italia).
   Si conclude che il federalismo regionale va definito in stretti limiti, ed associato ad una responsabilità fiscale nell'ambito di un sistema fiscale nazionale unitario. Le integrazioni perequative dello Stato vanno, poi, definite su quote certe del "PIL", differenziate da Regione a Regione, da permettere la programmazione economica locale.
   Inoltre, un sano federalismo va fondato su un regionalismo amministrativo, senza poteri legislativi, e riguarda solo compiti di interesse regionale. La sanità, la scuola, la sicurezza sono, invece, problemi nazionali.
   Nel campo amministrativo ci sarebbe tanto lavoro da fare per limitare le spese e recuperare efficienza. Basti pensare che in Italia i Comuni sono oltre 8.000, e di essi i 3/4 hanno meno di 10.000 abitanti, per cui è impossibile fornire servizi sociali efficienti, a basso costo. Occorre riordinare gli enti locali, accentrando molti compiti nei Comuni metropolitani. Le Province dovrebbero essere abolite e, i loro compiti, dati ai Comuni metropolitani.

    c) La Costituzione di Berlusconi tocca anche la forma di Governo, con un potenziale ruolo eversivo del Primo Ministro. Infatti:
- con l'art. 26 la candidatura a Primo Ministro è posta nelle elezioni politiche, collegatamente, ai partiti che a lui si richiamano (grosso modo come è attualmente per il Sindaco, nei Comuni);
- ma poi, con l'art. 28, il Primo Ministro deve avere la fiducia delle Camere. (Si domanda: se egli è, in pratica, eletto direttamente dal popolo, a cosa gli serve la fiducia delle Camere? Negli USA questo non avviene. Il motivo lo si trova nell'art. 23).
- con l'art. 23, in caso di sfiducia,
"su richiesta del Primo ministro, che ne assume la esclusiva responsabilità", "il Presidente della Repubblica decreta lo scioglimento della Camera dei deputati ed indice le elezioni".
  Questo significa che Berlusconi vuole un Primo Ministro che, con l'avallo del popolo, tiene sempre sotto scacco il parlamento con la minaccia dello scioglimento; e questo è molto peggio di adesso, in cui il Governo può abusare dei voti di fiducia. Personalmente vorrei l'elezione diretta popolare del Primo Ministro, ma senza toccare il ruolo del parlamento, quale rappresentante diretto del popolo, e presidio permanente delle libertà democratiche. NL

 

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ELEZIONI POLITICHE 2006

N. LUCIANI, Difendere la democrazia
in Italia,  tornando al rispetto
del PARLAMENTO

Ma il primo passo è superare presto
il  "POST-BERLUSCONISMO

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Nino LUCIANI. Chiedo venia ai Colleghi se, (in contrasto con la tradizione), ma avendo non poco travagliato per le riforme universitarie con ministri e parlamentari per tutto il tempo della legislatura, voglio adesso esternare la mia opinione, sotto elezioni.
1.- Tornare al rispetto del Parlamento. Al di là dell'idea, che ognuno di noi può avere, se BERLUSCONI abbia o non abbia, attuato il programma promesso o se l'Unione di PRODI voglia aumentare le tasse, le coscienze democratiche sono state turbate dal poco rispetto di Berlusconi per il Parlamento. Lo si è visto dai molti di voti di fiducia, con cui (pur avendo una larga "Maggioranza") ha carpito al Parlamento leggi importantissime (vedi: la riforma federale dello Stato, la riforma della Magistratura, la legge elettorale, la riforma universitaria).
  C’è dell'altro: la nuova Costituzione della Repubblica darà al Premier il potere di sciogliere il Parlamento, in caso di sfiducia delle Camere. Questo fatto desta preoccupazione, se associato a precedenti storici "ammonitori":
  - in Italia la dittatura fascista iniziò (nel 1924) carpendo al Parlamento i pieni poteri;
  - in Francia, Carlo Luigi Bonaparte sciolse l'Assemblea Legislativa il 2 dicembre 1851, e promulgò una Costituzione, sancita dal plebiscito del 2 dicembre 1852, che lo portò alla restaurazione imperiale col nome di Napoleone III
  Direi, poi, (passando solo apparentemente ad altro) che l'Italia non può più permettersi, anche di fronte al mondo, di avere un Premier sempre sotto attacco dalla Magistratura. A meno che, in Italia, vogliamo passare tutti alla legge della giungla, dove lo Stato abolisce la Magistratura, e vince chi ha più forza o più fantasia.
 
2.- Spiego adesso il sotto-titolo ("superare presto il "post-Berlusonismo"). Esso è conseguenziale al titolo, ma per poi allargarsi a questioni più minute.
   Definisco "berlusconismo" il dilettantismo in politica, associato a promozione di propri interessi, ai limiti delle righe, e magari con la voce grossa. E definisco "post-berlusconismo" i tempi supplementari, seguìti alla disfatta delle elezioni regionali dello scorso anno, di Forza Italia&C, che hanno confermata esaurita la capacità propulsiva del "berlusconismo" (mi riferisco alla parte qualificante del suo programma: "meno Stato, più Mercato").
  Non si tratta di non apprezzare un lavoro imponente, che pure è stato fatto nei più disparati campi (vedi: la riforma dei concorsi universitari, la riforma dell’art. 18 sul lavoro, il riordino del diritto societario, la riforma dei diritti di proprietà industriale, …). Da ultimo, ma non ultimo, la legge SIRCHIA antifumo nei locali pubblici, anzi forse la sola legge veramente importante del Governo Berlusconi, perchè tocca direttamente la salute delle persone.
   Ma il Governo non ha abbassato la spesa pubblica e la pressione fiscale, come promesso. E c'è stata anche l'inazione del Governo in campi strategici, da cui sono derivati infiniti guai ai lavoratori e pensionati. E' il caso dello aumento  dei prezzi, a causa dell''Euro. Quella inflazione ha diminuito del 50% il potere d'acquisto del reddito fisso (stipendi, salari, pensioni) a vantaggio di altre mani, ed ha creato grandi difficoltà alle esportazioni verso l'estero. 
   Nel complesso, prevale (almeno in me) il giudizio che il programma qualificante non è stato attuato. E siccome, andando all'indietro, questo non sarebbe il primo Governo che non attua il programma o che sgoverna, ebbene per questi casi il criterio migliore resta quello dell'alternanza, perchè si impari anche in Italia che, non applicando il programma, si è licenziati. Non ci si rattristi più di tanto perchè, in politica, la sola scelta possibile è, di solito, la scelta "meno peggio". 

  3.-  E che dire al possibile Governo PRODI ? Direi che  rimane ferma la domanda dell'elettorato centrista di avere un'Italia con meno Stato e più Mercato, purchè questo non significhi tornare indietro rispetto ai diritti civili fondamentali conquistati a duro prezzo dagli Italiani, negli ultimi 30 anni.
    E'  sicuro (per me) che la Sinistra ama più aumentare le tasse, che ridurre le spese pubbliche. Ma il crollo dei Paesi comunisti dell'Est ha, già, molto insegnato alla "sinistra italiana", tant’è che essa si presenta in associazione ad una forza centrista rilevante. Sotto questo aspetto l’alternanza, che ci viene prospettata, è più di uomini che di programmi. Questo aspetto diviene tre volte rilevante se si somma alla necessità di chiarezza per la democrazia e di ammonire chiunque ad applicare il programma.
   E quanto alla fede democratica della sinistra, mi stupisco che si debba trovare ancora qualcuno che non si è accorto che, senza il soccorso dell'ex-PCI alla DC, nei passati "anni bui", la democrazia non si sarebbe salvata in Italia.
   Direi, infine, a PRODI che egli non dovrebbe ripetere l'errore (del suo primo Governo, 10 anni fa), di pareggiare il bilancio dello Stato iniziando, in un primo tempo, con l'errore di aumentare le imposte; e di rinviare alla fase 2 la riduzione della spesa pubblica, per poi (forse) tornare a ridurre le imposte alla fine. E' più impopolare ridurre la spesa che aumentare le imposte, per cui (politicamente) conviene fare, prima, l'una cosa, quando ci sono davanti 5 anni di legislatura  e, dopo, ridurre le imposte (5-10%).
  Direi anche a Bertinotti che non ho scordato che (a suo tempo) egli tolse il sostegno a Prodi, solo due anni dopo il mandato di Governo...


4.- Indicherei quattro punti strategici, urgenti, che il "Post-Berlusconismo" avrebbe dovuto considerare nell'ultimo anno, e che passerei al prossimo Governo:

  a) un diverso comportamento verso l'Università pubblica (bastava a Berlusconi fare quanto promesso nel suo CONTRATTO CON GLI ITALIANI, ma non mantenuto), perchè l'Università è la fabbrica della classe dirigente del Paese e della ricerca scientifica. Questo comportava  un vero ridisegno delle Lauree, dequalificate dal precedente Governo. E comportava il rifinanziamento dell'Università pubblica, con una particolare attenzione a quelle del Sud , in modo che in ogni Regione si realizzi via via  "una" Università di dimensioni adeguate. In quale altro modo si vorrebbe anche combattere la criminalità organizzata locale, se non formando nuova classe dirigente ?   

  b) il soccorso del commercio estero, in sofferenza da 4 anni. Già da quando andavamo a scuola, abbiamo imparato che l'Italia è povera di materie prime, ma che essa può riscattarsi importando e riesportando, previa trasformazione. Le esportazioni (23% del PIL) sono il motore, numero 1, dell'intero sistema Italia.
  Il Governo, è vero, non poteva più svalutare il cambio della Lira per sostenere le esportazioni, ma aveva lo strumento fiscale, che avrebbe potuto usare con effetti equivalenti (a parità di gettito). Le imposte da ridurre dovevano essere quelle "indirette" (non quelle "dirette", secondo il "berlusconismo") perchè esse riducono i prezzi interni e questo fa bene alle esportazioni. La Germania (nostro partner di più diretto riferimento) ha un'IVA del 16% (noi del 20%, oltre all'IRAP del 4,5%);

  c) una politica per l'energia, che vada presto a sostituire il petrolio con prodotti agricoli. Raoul GARDINI ci aveva detto che dalle produzioni agricole (soia, mais, ecc.) possiamo ottenere subito carburanti. Solo in queste settimane abbiamo avuto un piccolo provvedimento del Governo in tal senso, ma solo perchè in applicazione di indicazioni della U.E. . Facendo molto di più in tal senso, soccorriamo anche l'agricoltura, in crisi storica;

  d) sanare il bilancio statale rimane un obbligo europeo per qualunque Governo, e questo fa bene all'Italia, quale politica per accompagnare l'Euro in senso "non inflazionistico". La via primaria è un abbattimento significativo (7-8%) della spesa pubblica (48,8% nel 2001, 48,5% nel 2004), quale presupposto per passare veramente anche alla riduzione della pressione fiscale (45,7% nel 2001, 45,2% nel 2004) (e non all'incontrario, come voleva fare il "berlusconismo"). Faccia attenzione che la tassazione dei Buoni del Tesoro è controbilanciata, per traslazione sul Tesoro, da una corrispondente spesa pubblica, perchè il risparmiatore guarda agli "interessi netti". E faccia attenzione (ma dico a PRODI, perchè BERTINOTTTI ascolti) che la giustizia fiscale non va impostata senza tener conto anche degli effetti sugli investimenti e l’occupazione. NL

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

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Stefano Follesa




Lettera di un giovane Architetto che vuole diventare professore,
ma frattanto deve lavorare all'esterno dell'Università

Stefano FOLLESA,  "Mi è stato riferito che in qualche commissione di concorso la mancanza del titolo di dottore di ricerca sia diventata un ostacolo al superamento del concorso, a dispetto delle pubblicazioni e delle docenze svolte. Ritengo che ciò non sia corretto e mi auguro che qualcuno possa battersi per i giusti diritti di chi dall'Università ha avuto moltissimi oneri e pochi onori.
    Nel corso di circa quindici anni d’impegno costante all’interno (da esterno) dell’università ho attraversato tutte le possibili forme di precariato (collaboratore alla didattica dopo la laurea, cultore della materia, modulista nei laboratori, tutore universitario, docente a contratto ).
   Per le tante ore trascorse nelle aule e nei corridoi  della mia facoltà   ho avuto in cambio poche lire (poi euro) di rimborsi spese,  ma la ricchezza del rapporto con  gli studenti è stata forse più importante dei soldi .
   Non ho mai partecipato al concorso per dottorato di ricerca, sia perchè i pochi posti erano veramente limitati (e spesso già assegnati), sia perchè ciò mi avrebbe impedito di svolgere una attività lavorativa (non tutti nasciamo con le spalle coperte). Ciò non mi ha comunque impedito di portare avanti le mie ricerche e di programmare le pubblicazioni necessarie per affrontare il concorso per ricercatore.
   Nel settore in cui opero (architettura - disegno industriale), l’insegnamento è strettamente legato all'attività professionale e personalmente non ritengo si possano  insegnare le discipline progettuali senza aver mai praticato la professione.
   Da qualche anno ho un mio corso all’interno della laurea triennale in disegno industriale, corso che mi viene annualmente rinnovato attraverso bandi per affidamenti ad esterni.
   L’impegno che dedico alla didattica è ben superiore alle ore previste nel contratto perché la preparazione delle lezioni, le revisioni d’esame, le revisioni di tesi, l’organizzazione delle dispense e l’organizzazione  dei contributi esterni impongono un impegno consistente (se si ha rispetto per gli studenti) sia che uno sia esterno o  strutturato.
   Nel corso di laurea in cui opero la maggioranza delle docenze sono tenute da contrattisti, studiosi e professionisti giovani o meno giovani che tengono le lezioni, seguono le revisioni, sono tutori universitari per gli stage, gestiscono i propri esami e partecipano alle  commissioni dei colleghi, seguono le tesi di laurea (dove poi però compaiono come correlatori), partecipano  ai consigli di facoltà e a tutte le attività interne; il tutto in cambio di un rimborso spese che talvolta non copre nemmeno le spese per gli spostamenti.  
   Tutti i docenti esterni svolgono il proprio ruolo con una dedizione e una passione talvolta superiori a quelle di qualche strutturato (le schede di valutazione che gli studenti compilano spesso dicono questo). Nonostante una gestione del corso di laurea affidata in massima parte ad esterni, ma sopratutto grazie all’operato dei pochi strutturati e del preside, le lamentele degli studenti sono indirizzate quasi totalmente alla mancanza di attrezzature e di strutture e solo in minima parte a carenze nella didattica.
    Il mio percorso è comune a quello di tante persone giovani o meno giovani sulle cui spalle regge il presente e forse il futuro di molti corsi universitari.
Riterrei corretto che, visto che l'Università non è in grado di garantire un futuro da strutturati a tutte queste persone (anche se dei minimi retributivi sarebbero veramente auspicabili), possa perlomeno dare un segnale preciso con un riconoscimento del valore delle docenze a contratto in sede concorsuale (cosa che attualmente non avviene) e un inserimento di rappresentanti dei contrattisti nelle commissioni gestionali e decisionali degli atenei. Questo rappresenterebbe una forma di rispetto per l’impegno e la passione delle tante persone che, pur consapevoli delle possibilità minime di inserimento in ruolo, svolgono ugualmente il proprio lavoro(?) con estrema serietà.
"  SF

 

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO, ma non solo ...

Bologna:  PENDENZE  delle Elezioni del Rettore dell'Ateneo

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LETTERA della prof.ssa Elena FERRACINI
per difesa dell'A.d.D.U. *


* ASSOCIAZIONE  "donne" DOCENTI  UNIVERSITARIE

Caro Nino,
ora che si sono (quasi) spenti gli echi delle recenti elezioni per il rinnovo del CdA e Senato Accademico, gradirei conoscere le motivazioni e/o gli antefatti che hanno ispirato i tuoi interventi-commenti sulle candidature femminili; mi preme soprattutto dirti che la discriminante da te usata, è, a mio avviso, becera e maldestra; tuttavia, ognuno è libero di esprimersi come crede purchè lo faccia a titolo personale: nel caso in questione deve essere chiaro che il "Comitè de Patronage" (la prof. ne fa parte -N.d.R.)  non c'entra affatto!
Ti chiedo perciò di pubblicare questa mia nel suddetto Foglio elettronico.
Colgo l'occasione per inviarti i miei saluti più cordiali ed i miei migliori auguri per le prossime festività. Elena FERRACINI

Cosa era successo ?

   Era successo che,  in un articolo relativo alle elezioni del Rettore, avevo titolato:

"BATTIAMOCI   PER  LA RIFORMA DEGLI ORGANI  !" Inoltre, la Associazione delle Donne dovrebbe smettere di invitare le DONNE a votare CANDIDATE-DONNE,  solo in quanto DONNE."

e infine, dentro l'articolo, c'era scritto:
" Ciò inquina da anni il processo democratico dell'Ateneo. Ma fortunamente la stragrande maggioranza delle DOCENTI universitarie non subisce questi inviti." NL

   Cara Elena,
mi chiedi le motivazioni e/o gli antefatti del mio intervento, che (ti preciso)  era a titolo personale.
   Premesso che ritengo l'AdDU una associazione legittima, perchè "non è segreta" (come vuole la Costituzione della Repubblica) e perchè ha un obiettivo   bello (la "pari opportunità" per uomo e donna"),  è però notorio che

l'Associazione è anche una "lobby", che  dà indicazioni di voto alle proprie iscritte nelle elezioni del Rettore.
   Nel caso delle recenti elezioni del Rettore, è notorio che c'era un candidato-DONNA, ed è notorio che l'associazione ha concentrato il proprio voto su un   candidato-UOMO, facendolo vincere al primo turno, anzichè al secondo turno. Forse ha fatto bene,  per il superiore interesse dell'Ateneo, ma è una cosa diversa dalla "pari opportunità" ...  .
    In generale, rientra nella logica della "pari opportunità" anche il votare un uomo per una posizione, per ottenere in cambio da lui la collocazione di una donna in un'altra posizione. Credo, però, che in questo caso si sia al limite della coerenza con l'obiettivo principale (la "pari opportunità" per la donna).   Anche questo criterio di comportamento è,  però,  legittimo, come sono sono legittimi, in politica, gli accordi di voto per avere più forza.
   Tuttavia, una volta che l'associazione entri nell'agone della politica,   diviene normale esporsi a plausi o a critiche da chiunque, a seconda del punto di vista, circa gli interessi protetti o avversati.  
   Dovrei, forse, anche aggiungere che, nella civilissina Bologna, la "donna" non alcun problema di protezione rispetto all'uomo. E direi anche che nell'Ateneo di Bologna (almeno in dati settori - vedi l'Amministrazione) è caso, mai, l'uomo che avrebbe bisogno di una propria "associazione per le pari opportunità".  NL

 

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Guido Masetti, Preside

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RELAZIONE PER L'INAUGURAZIONE DEI CORSI AA-2005/06 - 16 nov. 2005

  
Breve presentazione. Nel 70° anniversario dell'edificio storico della attuale Facoltà di Ingegneria di Bologna, il Preside MASETTI ha svolto una relazione, che proponiamo all'attenzione della comunità scientifica nazionale per due motivi:
   a) il primo è l'interesse, per molti, ad avere notizie sulla storia della Facoltà. Tra l'altro, si coglie un intreccio con G. Marconi, al quale la Facoltà conferì la laurea ad honorem, e che indirettamente ricorda a tutti l'importanza della ricerca individuale nel patrio lido italico, a parte che G. Marconi dovette andare all'estero per fare i propri esperimenti in grande (Si clicchi, per curiosità, in questo web su "GENIO  DEGLI   ITALICI")
   Si riporta alla fine la fotografia dell'edificio del 1935 (anche quello attuale).
   b) Il secondo motivo è che  il Preside fa un primo rapporto sui risultati del nuovo ordinamento didattico nella Facoltà nel momento di passaggio dal DM 509 al DM 270. Benchè il breve rapporto del Preside riguardi solo la propria Facoltà, oggettivamente esso può essere un punto di riferimento per altri che, a casa propria, si preoccupino di andare avanti, correggendo i gravi difetti dell'attuale ordinamento delle lauree.
   La relazione integrale è visibile sul web della Facoltà, cliccando su   Inaugurazione .
   Qui di seguito c'è uno stralcio limitato agli aspetti didattici, che si intende sottoporre alla comune riflessione. NL

STRALCIO dalla Relazione (Parte didattica) - Parole chiave commentate oralmente

1) Correlazione tra crediti acquisiti (I° anno) e test di ingresso.
    Dal confronto tra Crediti e Test, si direbbe che, in carriera, lo studente si ritroverà con lo stesso punteggio ottenuto in ingresso, al momento del test, prima di iscriversi nella Facoltà (N.d.R.)

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2. - Flussi studenteschi - Laurea triennale verso Laurea Specialistica
Laureati della Laurea Triennale entro dicembre 22% (delle iscrizioni in origine)
Laureati della Laurea Triennale in 3 anni 45%
Laureati della Laurea Triennale (stima) 74%
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Iscritti alla Laurea Specialistica 54% dei provenienti dalla LT
- Laureati della Laurea Triennale 39% in 3 anni
- Laureati della Laurea Triennale 15% in 4 anni
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3. - Carriera degli Studenti della Laurea Triennale
Realizzano 38-40 crediti/anno
Nota: Essendo 60 i crediti acquisibili, 30-40 sono troppo pochi !!!
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4.- Perché risultati così modesti ?
DIFETTI STRUTTURALI
- Eccessiva frammentazione delle discipline
- Numero degli esami: troppi
- Corrispondenza CREDITI/Ore di lavoro
- Scarsa abitudine allo studio
- Discipline di base ??
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5.- Qualità didattica: dove migliorare
LABORATORI
- Aule, Sale studio
TUTORI: competenza/responsabilità
CORSI DI RECUPERO per chi sta perdendo il passo
PERCORSI DI ECCELLENZA
VALUTAZIONE STUDENTI: 70/100
AZIONI
- Mancato rinnovo contratti con esterni
- Analisi con docenti e Rappresentanze Universitarie
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6.- Risorse: richieste Corsi di Studio
180 Crediti per Laurea Triennale: Crediti 210 (medio), sinergie
120 Crediti per Laurea Specialistica: Crediti 160 (medio)
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7.- Organico e carico didattico della Facoltà di Ingegneria
- 349 docenti e ricercatori
- Carico didattico medio: 2,3 moduli/docente equivalente (140 ore)
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8.- Come salvaguardare la ricerca ?
Ossia, come salvaguardare la didattica avanzata ?
Carico didattico medio: 2,3 moduli/docente equivalente (140 ore)
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9.- 2006 è l’anno giusto per valutazione e "rivisitazione della didattica"
CESURA Lauree Triennali e e Lauree Magistrali (LM non è 2, non +2)
Significato "anno comune in ingresso" …
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10.- Futuro/Risorse: alcune problematiche
RICONSIDERARE il numero dei Corsi di Studio
Laurea Magistrale < Laurea Triennale
Attivazioni ?
Contenere il numero degli Insegnamenti
Nuove Tecnologie
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11.- Alcune ipotesi per Lauree Specialistiche/Lauree Magistrali
PIU’ CREDITI PER LE TESI DI LAUREA
PROGETTI PER GRUPPI INSEGNAMENTI
MAGGIORE ATTIVITA’ DI LABORATORIO

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        Anno 2010
       Direttore Responsabile del Foglio Indipendente on line: Prof. Nino Luciani  
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