Università di Macerata riscatta la dignità delle università italiane dalla politica "cervellotica", grazie alla Corte Costituzionale
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CONFERENZE

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Nave romana,
1° secolo a.C.

CONVEGNO  SULLA SCUOLA DI II GRADO
COMACCHIO , 26 APRILE 2017
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con la partecipazione dell'Assessore Regionale alla Scuola
prof. Patrizio Bianchi

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Trepponti

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Comitato di Comacchio per la Scuola di II° grado
CINZIA PROF.SSA BOCCACCINI, PAOLO RAG. CARLI, FERRONI MARCO, MARGHERITA RAG. GUIDI, NINO PROF. LUCIANI, GIANNI DOTT. PERSANTI, NINO DOTT. SAMARITANI, SCRIGNOLI RAG. FAUSTO, VALTER DOTT. ZAGO, TONINO ZANNI

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Convegno del 26 aprile 2017 a Comacchio
con la partecipazione dell’Assessore Regionale E.R. Prof. Patrizio Bianchi

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Patrizio Bianchi

  COMUNICATO

   Il giorno 26 aprile 2017 si e' svolto a Comacchio, Palazzo Bellini, un convegno sulla scuola di 2° grado del Lido Estensi, con la partecipazione dell'Assessore Regionale E.R. Prof. Patrizio Bianchi.
  Vi hanno partecipato, inoltre, l'Ispettore ministeriale Prof. Francesco Orlando del Provveditorato Regionale del Ministero dell'Istruzione, il Preside Prof. Massimiliano Urbinati, ed il Rev.do Ing. don Stefano Zanella, Delegato dell'Arcivescovo di Ferrara e Comacchio, Professori della Scuola Remo Brindisi.
  Non vi ha preso parte il Sindaco di Comacchio.
  Il convegno ha esaminato la crisi dei laureati e dei diplomati dei comuni del Delta.

  1) Come risulta dall'ultimo censimento del 2011, tra tutti i comuni della provincia di Ferrara, risultano in coda tutti quelli del Delta. In particolare, per i laureati la carenza è estrema. Ogni 100 abitanti :
- a Comacchio ci sono 5,01 laureati; a Codigoro 5,75; a Lagosanto 4,02; a Mesola 3,41.
  Invece Ferrara  ci sono 17,01 laureati ogni 100 abitanti.
  Cio' spiega la mancanza di classe dirigente di livello universitario. Si vegga la tabella, qui sotto, relativa a tutti i Comuni della Provincia.

   2) l'Istituto Remo Brindisi ha toccato il fondo nel 2015-16.
 a) 563 studenti nel 2009; 382 nel 2015-16;
 b) e’ stato soppresso il Liceo linguistico.
 c) viene, dallo stesso Istituto, ravvisato un "eccessivo pendolarismo di studenti e docenti", confermato nel "Progetto Comacchio" del Comune e Regione, che vede il plesso troppo decentrato in ambito provinciale;
 d) solo 20 professori hanno la residenza nel Comune di Comacchio.
 e) l'edificio scolastico è vetusto e superato.

  3) Come fatto nuovo rilevante e' stato preso atto di una importante iniziativa della Regione, già avviata, che lo vuole come il quarto istituto professionale della Regione. Questa iniziativa (che include la Romagna limitrofa) ha già dato i primi frutti. Il numero degli studenti sta tornando ai livelli del 2009.
 Questo apre una prospettiva nuova e significativa per il rapporto scuola-lavoro dei giovani dopo la scuola dell'obbligo.

  4) Restano tutti gli altri problemi. E' stato, quindi, proposto unanimemente:
 a) un nuovo edificio da costruire a Comacchio-città (questo renderà anche possibili più servizi a studenti e professori, e attenuerà gli elementi di pendolarismo);
 b) migliorare i trasposti e, in prospettiva, prolungare la ferrovia da Ostellato a Comacchio-Portogaribaldi, via Lagosanto;
 c) di sostituire l'abolito Liceo linguistico, con un Liceo classico da posizionare a Comacchio città , essendo qui già disponibile un fabbricato (ex-seminario vescovile), e varie strutture culturali (grande biblioteca, musei, archivio storico, sala polivalente).
Questa soluzione realizzerebbe il necessario presupposto per il successivo accesso qualificato alla università, per la formazione della classe dirigente, peraltro in linea con l’antica storia della citta’.
 d) di organizzare, in collaborazione con università, alcuni corsi post-laurea, riferiti in particolare alla acqua-cultura e alla archeologia.

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CONFERENZA DI COMACCHIO SULLA SCUOLA DI II GRADO, OTTOBRE 2009

Documento sulla scuola del Delta del Po
e della antica città di Comacchio

NOTA. Il Delta del Po (Emilia Romagna) ha un territorio di Km 893 e una popolazione di  68.232 abitanti, 9 Comuni.
   Le scuole superiori di II grado sono organizzate in due mega-plessi: uno a Codigoro, con il Liceo Scientifico, gli Istituti tecnici e la ex-scuola magistrale, con 750-800 studenti; il secondo al Lido Estensi, con gli Istituti professionali e il Liceo classico a indirizzo linguistico, con 500 studenti.
  I risultati scolastici, in termini di numero di diplomati e di laureati ogni 100 abitanti, danno in coda il delta, tra i Comuni della provincia di Ferrara. Il fattore determinante è la grande distanza delle famiglie dai due plessi (uno al centro-nord, l'altro all'estremo confine Sud), a parte una qualche sfiducia ( a torto o a ragione) delle famiglie nella qualità delle scuole, dato che un numero rilevante di esse privilegia scuole ulteriormente più lontane (Ferrara, Ravenna, Adria).
  Nel corso della Conferenza, un primo rimedio a questa situazione è stato indicato nella riorganizzazione territoriale delle scuole in tre plessi, con un diverso posizionamento (uno a Codigoro, uno a Comacchio-città, uno a Migliarino-Ostellato), seguendo il criterio di minimizzare i costi totali, costituiti non solo dal costo delle scuole ma anche dal costo dei trasporti pubblici scolastici.

Comitato promotore della Conferenza della scuola, del 2008*
DOCUMENTO PER LA SCUOLA SUPERIORE DI  II° GRADO
DELL'AREA DEL DELTA DEL PO (Emilia- Romagna)
Comacchio, 29 ottobre 2009

1.- Premessa. Il Comitato per la scuola, riunito a Comacchio il 29 ottobre 2009, ha approvato un Documento, contenente alcune “Linee guida per la scuola superiore di II grado”, risultate dalle conclusioni della Conferenza tenuta a Comacchio l'11 dicembre 2008, con la partecipazione di 4 professori universitari.
  Il Documento ha per argomenti:
  a) la situazione complessiva del Delta;
  b) la situazione di Comacchio, inserita nell’area complessiva del Delta.
Il Documento prende in considerazione solo il problema della localizzazione delle scuole di II grado, sotto l’aspetto della vicinanza alle famiglie, fisicamente, tenendo conto degli orientamenti del Ministero per la riorganizzazione e programmazione delle scuole. Esso, invece, non si occupa dei problemi organizzativi e didattici, interni alla scuola.

  2.- La situazione nell’Area del Delta. Alla luce delle statistiche illustrate nella Conferenza del 2008, il Delta, pur avendo fatto grandi progressi rispetto a 30 anni fa, ha alcune criticità, che ne evidenziano un ritardo, rispetto a Ferrara e al resto della Provincia.
In estrema sintesi, queste criticità risultano:
  a) dal numero di diplomati ogni 100 abitanti: 27,75% a Ferrara; 18,86% a Codigoro; 17,31% a Comacchio;
  b) dal numero di laureati ogni 100 abitanti: 11,71% a Ferrara; 3,32% a Codigoro; 2,58% a Comacchio.
Pur se i fattori limitanti sono tanti (tra essi, il funzionamento delle scuole), il fattore probabilmente più grave è quello della distanza fisica delle famiglie dalle scuole.
- Dal punto di vista delle famiglie, la scuola pubblica dev’essere accessibile in termini distanza, perché il dover fare ogni giorno una lunga percorrenza, già al mattino fa arrivare i ragazzi, stanchi, a scuola; e, nel pomeriggio, viene a mancare il tempo per ripassare, a casa, quanto imparato la mattina, per supplire ad eventuali lacune recuperando sui libri quanto eventualmente non compreso la mattina, dal docente.
- Dal punto di vista ministeriale, c’è un problema di costi, costituiti dal costo della scuola in senso stretto, e dal costo del trasporto scolastico. Ad es., una sola grande scuola per un grande territorio, può forse costare meno di due scuole, ma costa tantissimo in termini di trasporto.

   Nel caso del Delta, attualmente, ci sono due grandi plessi scolastici (Codigoro e Lido Estensi) e, in entrambi, non sono presenti tutti gli indirizzi. A Codigoro manca il Liceo Classico; al Lido Estensi non ci sono gli Istituti tecnici e c’è un Liceo classico a indirizzo linguistico, che è un ripiego e che non è conforme ai nuovi indirizzi ministeriali.
   Dal punto di vista della localizzazione, il plesso di Codigoro, pur se proposto a suo tempo come baricentrico (ma la cosa non è: si vegga la carta geografica, più su)  rispetto al Delta mantiene il peso della grande distanza da molte famiglie (ad. es., Goro, Gorino), pur tenendo conto del miglioramento recente dei mezzi di trasporto.
Lido Estensi, a sua volta, è addirittura all’estremo confine Sud del Delta, e questo pone un altro grande problema per le famiglie dei Comuni del confine Nord-Ovest.
Dal punto della dimensione il plesso di Codigoro è troppo grande, così da creare diseconomie proprie delle macro-strutture, e difficoltà di gestione didattica e amministrativa.
C’è, poi, un Istituto di Agraria a Ostellato, che ha problemi di sopravvivenza numerica studentesca. Questo Istituto va salvato in una ottica di riordino organizzativo delle scuole del Delta.

  In considerazione dei disagi, derivanti dalla distanza sia rispetto a Codigoro, sia rispetto ad altri centri scolastici (Ferrara, Adria, Ravenna), molte famiglie privilegiano (a modo loro) la qualità della scuola, e dunque fanno scelte a favore di queste tre città.
Questo risulta valere anche per Comacchio, dalla quale esce giornalmente un numero elevato di giovani, con oneri di trasporto (e conseguenti disagi per gli studenti) tra i più elevati nella provincia.

  B) Linee per il futuro. Il problema della distanza non può essere risolto mediante un semplice aumento degli autobus, ma partendo dal riordino delle infrastrutture viarie e dalla riorganizzazione territoriale delle scuole, e questa ipotesi può essere impostata correttamene solo partendo da un quadro complessivo, aggiornato, del territorio sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista sociale.
Sembra fuori discussione che l’area di Comacchio, grazie al turismo, abbia oggi un ruolo strategico totalmente nuovo, rispetto agli anni ’60 e ’70, quando furono fatte le grandi scelte di localizzazione a Codigoro.
Questa valutazione pone in primo piano i problemi di riequilibrio e sviluppo economico del territorio nel suo complesso, rispetto al quale sono centrali il riordino delle infrastrutture viarie (in particolare per il collegamenti tra l’interno e la costa e viceversa) ed il recupero ambientale.
Rispetto alle esigenze dello sviluppo economico del Delta, la scuola è il fattore strategico più importante.
In conclusione, il Comitato suggerisce, sia per lo sviluppo economico, sia per la scuola:
  1) un nuovo piano territoriale del Delta per le infrastrutture viarie, per rendere possibili trasporti migliori. In questo senso appaiono prioritari:
  a) un asse stradale veloce tra Codigoro e Comacchio;
  b) una metropolitana su rotaia ferroviaria tra Migliarino-Ostellato e Comacchio-Portogaribaldi, e che potrà essere estesa a Portomaggiore, già collegata a Bologna con ferrovia, e così collegare il Delta con Bologna.
  2) tre plessi polivalenti di II grado: uno a Codigoro, uno a Migliarino-Ostellato, e uno a Comacchio.
Oltre la conferma del Liceo Scientifico a Codigoro, si propone il Liceo classico a Comacchio-città”.

  C) La posizione della città di Comacchio.
La città di Comacchio è, tuttora, totalmente sguarnita delle scuole di II grado, e questo suscita una grande meraviglia in quanti, da fuori, sono a conoscenza della antica storia della città e degli edifici culturali, ed, oggi, del ritrovato primato in campo economico nel Delta.
  Questa constatazione stride col fatto che a Comacchio città, ad esempio, da anni opera Palazzo Bellini (con la Biblioteca Civica "L. A. Muratori", l' Archivio Storico,  la Sala Polivalente, la Galleria d' Arte), che potrebbe svolgere una funzione complementare importantissima per la scuola.
  Negli anni ’70 Comacchio ha perduto il Seminario che, storicamente, era il “Liceo Classico” del Delta, considerato che ad esso affluivano i giovani delle varie parrocchie, e che una buona parte usciva dal Seminario per poi laurearsi. Esso era fondamentale per la formazione della classe dirigente.
  Questa perdita non risulta essere stata minimamente alleviata dal posizionamento successivo, al Lido Estensi, del Liceo Classico a Indirizzo Linguistico.
  Per spiegare come Comacchio-città sia del tutto sguarnita di scuole di II grado, occorre risalire agli anni ’50-’60, in cui la città ha conosciuto un periodo di notevole degrado. E’ il periodo in cui furono fatte le grandi scelte per la scuola pubblica in Italia, fu chiuso il Seminario e tolta la Diocesi.    Ma la storia ha, poi, smentito quanti la ritenevano destinata ad un declino inarrestabile.
  La scuola è strategica per lo svolgimento del nuovo ruolo della città e, particolarmente, quella per la formazione della classe dirigente locale e per la cultura dell’ambiente. Ciò suggerisce di posizionare a Comacchio città tutto il plesso del Lido Estensi e prioritariamente il LICEO CLASSICO.
  In considerazione del fatto che la distanza tra Comacchio città e gli altri Comuni rimane (pur se è minore, in confronto al Lido Estensi) va vista positivamente anche la istituzione di un College o di un Ostello per la gioventù, in modo che i giovani che vogliono restare in città (vicino alla scuola) durante la settimana, possano farlo.

  Comacchio 29 ottobre 2009

*Comitato promotore della Conferenza della scuola,  del 2008:
RAG. BELLOTTI CONCETTO , DR. BENEVENTI MARIO, DR. BINI GIUSEPPE, PROF. BONAZZA VINCENZO, GEN. BOSCO ANTONIO (U), RAG. CARLI PAOLO, PROF. FELLETTI SPADAZZI NENO , SIG. FERRONI MARCO, PROF. GATTI LORENZO, RAG. GUIDI MARGHERITA , PROF. LUCIANI NINO , DR. PERSANTI GIANNI, DR. SAMARITANI NINO , RAG. SCRIGNOLI FAUSTO, DON ZAGHI PIER GIORGIO, DR. ZAGO WALTER, SIG. ZANNI TONINO.

Numero di diplomati ogni 100 abitanti

Numero di laureati ogni 100 abitanti

27,75 FERRARA 11,71 FERRARA
25,06 CENTO 6,03 CENTO
24,32 SANT'AGOSTINO 5,05 BONDENO
23,40 BONDENO 4,61 SANT'AGOSTINO
23,20 PORTOMAGGIORE 4,46 MASI TORELLO
22,87 VIGARANO MAINARDA 4,38 PORTOMAGGIORE
22,56 TRESIGALLO 4,30 VIGARANO MAINARDA
22,41 COPPARO 4,29 ARGENTA
22,32 MIRABELLO 4,21 COPPARO
22,18 MIGLIARINO 4,19 MIGLIARINO
22,00 POGGIO RENATICO 4,02 POGGIO RENATICO
21,57 VOGHIERA 3,89 TRESIGALLO
21,30 ARGENTA 3,81 MIRABELLO
21,09 FORMIGNANA 3,78 VOGHIERA
20,99 MASI TORELLO 3,32 CODIGORO
20,70 RO 3,23 RO
19,69 OSTELLATO 3,10 FORMIGNANA
18,86 CODIGORO 2,58 COMACCHIO
18,64 MIGLIARO 2,32 OSTELLATO
18,54 BERRA 2,18 MESOLA
18,47 JOLANDA DI SAVOIA 2,18 BERRA
17,91 MASSA FISCAGLIA 2,17 MASSA FISCAGLIA
17,31 COMACCHIO 1,88 JOLANDA DI SAVOIA
16,01 LAGOSANTO 1,71 LAGOSANTO
15,35 MESOLA 1,56 MIGLIARO
9,41 GORO 1,15 GORO
Fonte, ISTAT, Censimento 2001

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Comacchio, 13 marzo 2010

Patrocinio Istituto di Cultura Antica Diocesi di Comacchio e Parco del Delta del Po,  con la partecipazione di Docenti dell'Università di Bologna e del CNR, e del Direttore del Parco Delta

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Nota. Le "cose" raccontate dai due libri presuppongono l'esistenza di un territorio, quello del Delta e dI Comacchio, in avanzata fase di sviluppo economico, ma che è stato poco controllato sotto l'aspetto ambientale, durante il passaggio dalla tristissima fase di povertà e degrado culminata negli anni '60-'70, alle grandi trasformazioni strutturali, fatte dallo Stato (bonifica delle valli, strada Romea, balneazione della costa) e dai privati (urbanizzazione, motorizzazione, turismo), sconfinando in fenomeni di invivibilità (inquinamento del mare, attraversamento della mortale strada Romea negli abitati di Vaccolino e San Giuseppe, ingorgo al ponte di Portogaribaldi).
  A fase di trasformazione conclusa, il Delta è venuto a trovarsi molto diverso culturalmente e religiosamente. Rientra in questo ambito la soppressione dell'antica Diocesi di Comacchio, la vittima più illustre di quella fase di povertà e degrado.
  Più di recente, preso atto della impossibilità di autorità locali di governare grandi eventi, una legge regionale ha istituito il "Parco Delta del Po"
. L'antica Diocesi rivive nel nome dell'Istituto di cultura "Antica Diocesi di Comacchio",
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Presentazione di due libri: - V. FERRONI, Per non dimenticare ...
- A. GALVANI, I Lidi sulla costa del Delta del Po

Resoconto della Conferenza di Comacchio sui due libri:
a) di ambiente del Delta;  b) di storia sulla vita di don Vito;

Pubblicazione delle relazioni del Dott. Giorgio Tomasi
e di Don Pier Giorgio Zaghi, Vicario Foraneo del Vicariato di San Cassiano

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CARTA DI AMSTERDAM, 1705. - Antica Diocesi di Comacchio (parte evidenziata in giallo)

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Nota. La carta di Amsterdam, utilizzata da Napoleone per la campagna d'Italia del 1798 ( qui sotto riportata) dà un'idea efficace del territorio della ex-Diocesi, in quanto coincideva largamente con quello del Delta Po (a sud del Po).
     Le parrocchie storiche, sia pur acquisite in una successione temporale, erano: Comacchio, Vaccolino, San Giovanni, Campolungo, Ostellato, Libolla, Pomposa, Codigoro, Mezzogoro, Massenzatica, Lagosanto, Mesola, Bosco Mesola, Goro, Medelana, Rovereto, Alberlungo, Migliarino, Migliaro, Santa Margherita, Fiscaglia e Massafiscaglia.
     Le località cerchiate in gianno indicano le parrocchie storiche, più altre acquisite più di recente, come Medelana (1947).

UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche

PRESENTAZIONE DEI LIBRI :

- Mons. Vito FERRONI, Per non dimenticare, ed. Litografia Tosi, Ferrara 1999
- Prof.ssa Adriana GALVANI, I Lidi sulla costa del Delta del Po, Bologna, 2010


CONVEGNO sul TERRITORIO

"Un futuro per il Delta del Po e per la città di Comacchio,
recuperando l’identità religiosa, culturale e ambientale"


Comacchio, Aula Magna dell’Istituto di Cultura
"Antica Diocesi di Comacchio", via E. Fogli, 36
Sabato 13 marzo 2010, ore 15,30-18,00


Presiede Prof. Paolo PUPILLO, "Italia Nostra", Ord. Università di Bologna


RELAZIONI

Come è nato il libro di don Vito
Dott. Giorgio Tomasi, Gruppo Ex-Allievi Don Bosco

****
Il metodo religioso di don Vito, la sua opera
per il recupero del peso socio- educativo della chiesa locale
e il suo testamento per la "diocesi" di Comacchio
Don Pier Giorgio Zaghi, Vicario Foraneo del Vicariato San Cassiano

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"I Lidi del Delta del Po, ieri e oggi.
Anche un confronto con il Delta del Fiume Giallo, in Cina
"
Dott. Francesco Marabini, CNR-ISMAR, Bologna

Moderatore
Prof. Nino LUCIANI, Ordinario di Scienza delle Finanze, Università di Bologna


Patrocinio dell’Istituto di Cultura Antica Diocesi di Comacchio

Breve resoconto sulla conferenza.  La Conferenza è stata seguìta con molto interesse (sala 70 posti, tutti occupati, più una decina di posti in piedi). Dal dibattito, è risultato che le relazioni, sul libro di don Vito, hanno toccato alcuni nervi, tuttora scoperti, quali la scomparsa dei Salesiani e la soppressione della Diocesi (clicca su testamento).
 
Il libro di "storia della vita di don Vito" è un addentramento nello stesso periodo (anzi dall'anteguerra ai giorni nostri), con racconti e riflessioni sotto l'aspetto socio-religioso, collegate con quella della Diocesi di Comacchio e della citta'.
   Don Vito era stato Vicario della Diocesi per lunghi anni.
   Qui si coglie l'immenso dolore dell'eminente  sacerdote per la soppressione dell'antica Diocesi di Comacchio (territorialmente coincidente con quello del Delta), tra le vittime di quel periodo, ma anche la sua ferma fiducia nel ritorno di condizioni favorevoli al ripristino della Diocesi.
  Alla domanda sulle possibilità di ricostruire la Diocesi (circa il relativo territorio, clicca su Carta di Amsterdam), Don Zaghi non ha potuto rispondere, dovendo assentarsi per celebrare la Messa, a Portogaribaldi. Vi ha supplito il prof. Luciani, che attingendo al libro di don Vito, ha ricordato:
-  come la Diocesi sia venuta meno per la totale mancanza di preti del Delta;
- che la chiusura del Seminario è stata determinta dalla concorrenza delle scuole pubbliche, diffuse dallo Stato capillarmente nel Delta dal 1961 in poi;
- che il fenomeno della assenza di vocazioni locali permane, pur se è comparso recentemente un fenomeno di vocazioni tra laureati delle Università statali;
- ma che è prematura ogni previsione di ricaduta positiva locale, nel breve-medio termine.
   Secondo Luciani ha, invece, fondamento la proposta di separazione del patrimonio della ex-Diocesi di Comacchio da quello della Diocesi di Ferrara (trattasi: delle chiese, del vescovado, del seminario, delle biblioteche ..., beni di cui la gran parte non produce reddito, e tutti comportano delle grandi spese di manutenzione, perchè vecchi edifici). Per una problematica analoga, l'Università di Bologna ha istituito dei rispettivi Consigli di Polo nelle Sedi di Forlì, Rimini, Ravenna, infine resi "ad unum" dal Consiglio di Amministrazione dell'Alma Mater. In modo analogo si potrebbe istituire un Consiglio di Amministrazione della Sede di Comacchio, e rappresentato nel Consiglio della Diocesi di Ferrara. Tra, l'altro, sul piano giuridico, c'è il problema di garantire la destinazione dei redditi di alcuni lasciti, di privati, a favore di specifiche "chiese" della ex- Diocesi. Questa separazione potrebbe, poi, più tardi, facilitare la ricostruzione della Diocesi di Comacchio, nuove condizioni permettendo. NL

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Pier Giorgio Zaghi

 

  G. Zaghi, Il metodo religioso di don Vito, la sua opera per il recupero del peso socio-educativo della chiesa locale e il suo testamento per la "diocesi"   di Comacchio

   Premesse:
  1.-  Questo mio intervento è un doveroso omaggio a Mons. Vito Ferroni, figura eminente che ha onorato il presbiterio della Diocesi di Comacchio prima e di Ferrara-Comacchio poi. A lui mi lega una consuetudine ultracinquantennale di vita, che ha fatto sgorgare in me ammirazione, devozione e riconoscenza per l’Educatore prima e per il Confratello e “Superiore” poi, in un lungo tratto di cammino sacerdotale percorso insieme.
  2.-  In questa breve esposizione mi affido, ovviamente, alle luminose e puntuali risposte che Mons. Vito Ferroni offre alle domande dell’intervistatore, Dott. Giorgio Tomasi, e al ricco corredo di documenti, raccolti le une e gli altri nel volume “Per non dimenticare” che stiamo presentando questa sera. Sicuramente la mia relazione è lacunosa per la mia scarsa preparazione ma anche, in un certo senso, parziale perché filtrata inevitabilmente dalla mia sensibilità. Chiedo pertanto, preventivamente, scusa se deluderò qualche aspettativa.
  3.-  Mi preme, infine, ribadire la mia intenzione di rendere omaggio a Mons. Vito Ferroni, escludendo qualsiasi altra finalità più o meno indiretta e/o nascosta.

  1. Il metodo religioso di Don Vito.
   La locandina di presentazione di questo incontro indica tre punti per questa rilettura del libro “Per non dimenticare”, il primo dei quali recita: “Il metodo religioso di don Vito”.
   Francamente non so dire quanto le scelte pastorali operate dal nostro sacerdote siano state frutto di precise analisi e di conseguenti scelte o piuttosto derivate da una naturale inclinazione dell’animo e suggerite dalle circostanze ambientali e temporali in cui l’attività sacerdotale di Don Vito si è svolta.
   L’arco di sessant’anni è molto vasto e molto variegato e va dall’ultimo periodo anteguerra a tutto il periodo bellico, dal fervore della rinascita intorno agli anni cinquanta del secolo scorso all’evento solare del Concilio Ecumenico Vaticano II°, dal post-Concilio alle prime luci del nuovo millennio. Mi rendo conto che sarebbe importante una precisa e diretta collocazione dell’operato di Don Vito in questi diversi contesti con riferimenti al quadro storico, sociologico, culturale ed ecclesiale: mi dispiace di non esserne capace e di dovermi limitare agli accenni che ne fa Don Vito stesso nel suo libro.
   Il primo elemento che mi piace sottolineare è il periodo di formazione del futuro sacerdote presso il Seminario Regionale di Bologna. Monsignore scrive in proposito: “Gli studi presso il seminario regionale portarono un respiro nuovo ed ampio, la formazione spirituale e culturale era più completa ed adeguata ai tempi. (…) Andare a scuola per certe materie, come l’italiano e la storia in liceo, la S. Scrittura, la morale e la storia ecclesiastica in teologia, era un incanto” (p. 19).
   Questo “respiro nuovo ed ampio” è sicuramente una caratteristica, se non una chiave interpretativa, di tutta l’azione pastorale di Don Vito. I primi passi, dopo un breve periodo come segretario del Vescovo Babini e poi come cappellano a San Cassiano, li muove alla Chiesa del Rosario in Comacchio. Scrive: “Mons. Babini (…) mi nominò rettore ed amministratore del S. Rosario in Comacchio. Per me fu un incarico graditissimo perché consideravo il servizio di cappellano in duomo come provvisorio ed invece la rettoria del Rosario come servizio permanente. Era una chiesa che amavo fin da giovane seminarista, una chiesa che poi in seguito mi avrebbe dato tante soddisfazioni spirituali perché mi permetteva di esprimere il mio zelo in tutta libertà”(p.21). E, ancora, ad una nuova domanda dell’interlocutore, risponde: “Il rettorato della Chiesa del Rosario e l’insegnamento in Seminario furono le due esperienze che (…) contrassegnarono l’intero mio apostolato. Il Rosario mi preparò alla parrocchia (…). Avevo ventisei anni: un forte desiderio di lavorare come pastore; in duomo non mi era consentito perché il mio incarico era giuridicamente “provvisorio” e “temporaneo”: mi dedicai in toto al Rosario, non dico a fare il parroco, ma quasi. E questo purtroppo mi procurò fastidi ed incomprensioni (…). A parte le sofferenze e i richiami, da me mal tollerati, furono anni spiritualmente fervidi. (…) Per me, sacerdote, era una vera gioia quotidiana il vivere quella vita”(p. 24).
   Sono proprio questi “fastidi ed incomprensioni”, “sofferenze e richiami” che, per contrasto, fanno risaltare quel “respiro nuovo ed ampio” che animava l’apostolato del giovane sacerdote, che si esprimeva anche nel curare l’Azione Cattolica: “Venni nominato assistente diocesano della gioventù maschile di Azione Cattolica, così il mio campo di lavoro si allargò all’intera diocesi” (p. 21).
   Il lavoro apostolico nell’Azione Cattolica si è sviluppato negli anni, con mansioni ed incarichi diversi (vedi curriculum vitae a pag. 53): anni definiti da Monsignore “fervidi e gloriosi” (p. 28) e scrive: “il servizio di delegato per l’Azione Cattolica mi ha permesso di vivere sempre più a contatto con i laici più impegnati, di ammirare la loro fede ed il loro spirito di sacrificio, di vivere con loro quel famoso trinomio che era scritto sulle prime bandiere dell’Azione Cattolica: P.A.S. ossia preghiera, azione, sacrificio” (p. 29).
   Momento privilegiato del suo porsi nella Chiesa con un “respiro nuovo ed ampio” è stato per don Vito l’esperienza di parroco a Massafiscaglia (18.1.1948-28.9.1957): “Quando nel 1948 sono arrivato a fare il Parroco di Massafiscaglia mi sono sentito a mio agio… finalmente si realizzava il mio sogno” (p. 27). “I miei quasi 10 anni di Massa sono indimenticabili. Non sono state tutte rose né tutto un successo, ma sono stati anni ricchi di attività pastorali per tutte le categorie di persone” (p. 28). Ritornerò più avanti sulla esperienza parrocchiale di Massafiscaglia. Ora mi preme continuare a delineare per brevi cenni il metodo religioso di don Vito.
   Nel settembre del 1957 Monsignore viene nominato Rettore del Seminario Vescovile di Comacchio, succedendo a Mons. Luigi Carli: questa è una ulteriore tappa fondamentale per cogliere lo spirito, il modo di porsi di don Vito in un ambito di responsabilità così importante e delicata quale è la formazione dei candidati al sacerdozio. E anche qui appare il “respiro nuovo ed ampio” che porta Monsignore a definire il suo decennio di rettorato come una “svolta” (p. 32), così descritta: “Mi sono sforzato di instaurare in seminario uno spirito di famiglia, considerandomi padre nei confronti dei seminaristi per aiutarli a realizzare la loro vocazione, e fratello nei confronti dei collaboratori ed insegnanti nella comune ricerca di quelle formule educative che meglio potevano tornare vantaggiose per la formazione seminaristica” (p. 33). I tempi tuttavia incalzano, a Roma si celebra il Concilio Vaticano II°, nuovi fermenti si affacciano nella società e nella Chiesa. Monsignore, vigile ed aperto come sempre, avverte il cambiamento ed annota: “Già il 26 luglio 1965, con mia lettera, avevo segnalato a mons. Mocellini le difficoltà del reclutamento per il seminario minore, ed anche le critiche che già si diffondevano nei riguardi dei superiori del seminario considerati dei “superati”. Al compiersi del mio decennio di rettorato, in data 12 febbraio 1967, io presentai al vescovo le mie dimissioni per fine giugno 1967, motivandole ‘non come una fuga dalle responsabilità, ma la logica conclusione di una mia personale riflessione , questa: per realizzare i nuovi adattamenti che i seminari minori esigono, s’impone anche il cambiamento delle persone’ ” (p. 34).
   Queste dimissioni sono un atto altamente significativo che da le dimensioni della sensibilità, della apertura e della generosa abnegazione di quel “respiro nuovo ed ampio” che ha legato come filo rosso il metodo religioso di don Vito e che ritroviamo puntualmente nell’ultima tappa, la più importante, delicata e prestigiosa, del suo servizio pastorale: la esperienza di Vicario Generale dal 1961 al 1987 (26 anni!), al fianco di ben quattro vescovi. Già questo dato è estremamente significativo e mostra la grande capacità di Monsignor Ferroni di ascolto paziente, di adattamento responsabile, di mediazione efficace. Questi 26 anni furono per la diocesi di Comacchio particolarmente densi di avvenimenti, di cambiamenti, di attese, di speranze e di delusioni: torneremo su questi aspetti. Monsignore ha attraversato questi eventi non da burocrate, ma da uomo di Dio vigile e sapiente, aperto e generoso.
   Nella omelia delle sue nozze di diamante, rivolgendosi ai sacerdoti suoi collaboratori e primi destinatari del suo servizio vicariale, così si esprime: “Non dimentico soprattutto voi, sacerdoti carissimi, confratelli anziani e giovani che mi avete accettato e sopportato per tanti anni; mi avete aiutato mirabilmente – nel mio servizio di rettore del Seminario e di vicario generale della ex Diocesi di Comacchio -  nei quali ho sempre ammirato ed apprezzato lo spirito di sacrificio e la dedizione al ministero, spesso ingrato, e la fedeltà nell’amicizia” (p. 99).


 

G. Tomasi, Mons VITO FERRONI
e L’OPERA SALESIANA
a COMACCHIO

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Giorgio Tomasi

    Per devozione e amicizia ho accettato volentieri l’incarico di parlarvi molto semplicemente di mons. Vito Ferroni e della presenza dei salesiani in Comacchio.
  Conosco mons. Vito Ferroni da almeno 70 anni e quando circa 15 anni fa mi chiese se volevo collaborare con lui a ricordare i salesiani gli risposi che la mia memoria era limitata all’infanzia. Età nella quale avevo frequentato l’oratorio, avendo anche il piacere di conoscere don Brusasca, a Comacchio dal 1932 al 1937, il direttore dell’oratorio salesiano, un sacerdote umile e paterno, amico di Don Bosco.
  Mons. Ferroni allora aprì un armadio e mi mostrò una quantità di scritti, lettere e articoli ben conservati. “Qui, mi disse, troverai tutta la storia dei salesiani di Comacchio, c’è solo da metterli in ordine. Falli vedere anche a mons. Samaritani che potrà fare il commento”.
E così nacque l’idea di scrivere il libro “I Salesiani e Comacchio”.
  Vito Ferroni è nato nel 1915 a Comacchio. Dotato di fede profonda e modesto di comportamenti, nel corso la sua lunga missione sacerdotale ha ispirato e ancora ne sono convinto ispira le menti e i cuori di molti nostri compaesani. Credo si possa dire che da ragazzo è stato spiritualmente allevato dai salesiani.
   La venuta dei salesiani a Comacchio è stata voluta dal vescovo Tullio Sericci, che ne aveva fatto una prima richiesta già a don Bosco nel 1886 e successivamente con insistenza al successore don Rua.
Mons. Sericci voleva che essi realizzassero un oratorio e una scuola di arti e mestieri per l’educazione e la formazione professionale dei fanciulli della città.
   Occorreva trovare un appannaggio economico sufficiente per il mantenimento e la crescita della famiglia salesiana.
Il problema fu in parte risolto grazie alla generosità della concittadina Teodolinda Pilati, la quale aveva personalmente conosciuto don Giovanni Bosco.
  Il primo sacerdote salesiano, don Notario, arrivò a Comacchio nel 1894, e in pochi anni nel 1899 crearono un oratorio che sarà forse il principale centro di formazione religiosa e di sviluppo della personalità per centinaia di fanciulli, nati e cresciuti durante la loro intensa attività missionaria in città.
  I sacerdoti erano evidentemente dotati di una preparazione culturale capace di convivere con le più varie differenze di carattere dei ragazzi. Inoltre essi erano riusciti a formare e unire un gruppo di giovani moralmente solidi, ai quali avevano affidato il compito di sorvegliare che durante i giochi spesso molto vivaci non insorgessero litigi o scontri violenti.
   All’oratorio un gruppo di giovani attori metteva in scena commedie a volte serie a volte burlesche, aperte a tutti con grande successo di pubblico.
  Don Brusasca, don Rubino, don Pietro Cabiati sono stati ricordati a lungo con sincera gratitudine dalla popolazione comacchiese, che comprendeva ed apprezzava l’educazione morale, religiosa e anche scolastica che trasmettevano alla gioventù.
Per aiutarli si era formato in paese un gruppo di Dame Patronesse che offrivano cooperazione e aiuto economico.
  L’educazione ricevuta e soprattutto l’esempio di vita ha certamente reso tutti coloro che li hanno conosciuti degli uomini migliori. Fra essi desidero ricordare in particolare quelli che sarebbero divenuti sacerdoti: don Gaetano Carli, don Appiano Guidi, don Gino Cinti, un grande studioso e benemerito storico di Comacchio come mons. Antonio Samaritani, i vescovi Giacinto Tamburini e Luigi Maria Carli.
  Un ricordo particolare merita il salesiano don Francesco Mariani che durante la guerra 1939 – 1945, incurante del pericolo a cui si esponeva a causa delle milizie tedesche, diede ospitalità e aiuti economici a numerosi prigionieri inglesi in fuga da campi di concentramento.
Giustamente nel 1955 l’amministrazione comunale riconobbe il suo grande eroismo e gli conferì la medaglia d’oro al valor civile.
  L’oratorio fu veramente una resurrezione per un paese allora povero e da secoli isolato dalle valli, ma ricco di bambini.
  Quale combinazione migliore, formatori entusiasti della fede e giovani cuori ancora puliti.
Ma il paese povero non offriva ai salesiani risorse economiche sufficienti alla loro missione. Così vivevano miseramente di saltuarie offerte.
   La congregazione salesiana riteneva necessario che alla famiglia dei sacerdoti salesiani di Comacchio fosse affidata la cura di una parrocchia.
Il vescovo Mosconi nel 1953 aveva promesso quella del Rosario.
Seguirono tentativi di accordi che però non trovarono soluzione. Per questo nacquero e si approfondirono degli attriti fra la congregazione salesiana e l’amministrazione diocesana. Attriti che dopo 62 anni di permanenza salesiana in città, si conclusero con la chiusura dell’oratorio e la partenza dei sacerdoti il primo dicembre 1956.
   Un grande malumore era diffuso tra la popolazione.
Si costituì un comitato di exallievi salesiani e ad esso si associò anche il vescovo. Si scrisse al papa e al rettor maggiore salesiano. Anche il sindaco di Comacchio scrisse al rettore.
   Ma la decisione salesiana evidentemente era stata presa dopo una matura valutazione della situazione comacchiese e soprattutto per la mancato affidamento della parrocchia del Rosario. Così scrisse agli exallievi salesiani di Comacchio Antonio Zarattini (fratello di mons. Giuseppe Zarattini)  il giorno stesso del suo incontro con il rettor maggiore dei salesiani il primo dicembre 1956.
   Alla fine del 1957 entra in scena don Vito venuto a Comacchio, essendo finito il suo mandato di arciprete a Massafiscaglia, ove risiedeva dal 1948.
Nominato vicario generale della diocesi nel 1961 e direttore diocesano del movimento salesiano, inizia rapporti epistolari con il delegato salesiano regionale don Ceresa.
Nel 1978 l’arcivescovo di Ferrara e vescovo di Comacchio mons. Franceschi scrive al sindaco di Comacchio proponendo modifiche al piano regolatore, per poter dare ai salesiani attività sportive in valle Raibosola.
   Nel 1980 mons. Ferroni scrive ancora all’ispettore salesiano sollecitando l’invio di salesiani nella nuova parrocchia di valle Raibosola. E finalmente l’11 gennaio 1981 al salesiano don Gianni Caimi viene affidata la parrocchia di valle Raibosola, dopo una assenza di 25 anni.
Per la popolazione tutta e soprattutto per il numeroso gruppo degli exallievi salesiani fu una vittoria di mons. Vito Ferroni.
   Un articolo del primo settembre sul Bollettino Salesiano intitolato “Don Bosco ritorna a Comacchio” dà un giusto riconoscimento e scrive “chi più di tutti si è impegnato per riavere don Bosco a Comacchio è il vicario mons. Vito Ferroni”.
   C’era veramente da rimanere meravigliati al vedere l’entusiasmo che don Gianni sollevava tra la persone di qualsiasi età e di ogni credo politico.
Purtroppo l’arrivo del sacerdote era semplicemente una missione esplorativa. I dirigenti della congregazione ritenevano che venisse loro affidata una parrocchia estesa che potesse ospitare e sostenere una famiglia salesiana numerosa, di almeno 4 – 5 sacerdoti, che avrebbero creato un centro educativo e sportivo per i giovani di Comacchio.
Mons. Ferroni ancora una volta fece insistenti pressioni sui dirigenti diocesani perchè si venisse incontro alle richieste dei superiori salesiani.
Ma la diocesi di Comacchio, dopo un’esistenza di 1.500 anni, era arrivata alla sua fine.
Fine che venne segnata da un decreto pontificio dell’8 ottobre 1986, che decideva la chiusura del vescovado di Comacchio.
   Tramontò così anche la possibilità che i salesiani avessero una adeguata sistemazione.
L’8 dicembre 1987 don Gianni dovette obbedire ai superiori e abbandonò la città.
Ricordo le lacrime sincere che rigavano il volto di molte persone che assistevano alla sua messa di addio.
   Ma la cura pastorale di mons. Vito Ferroni per il suo gregge non venne meno. Egli riuscì a mantenere in una associazione di circa 200 – 250 exallievi salesiani la devozione verso Don Bosco, invitandoli a partecipare a conferenze ecclesiastiche e incontri mensili.
Tuttora gli exallievi sono almeno un centinaio e con gratitudine pensano a mons. Vito Ferroni che con le sue solide convinzioni li ha mantenuti sulla retta via morale e religiosa.
    Grazie mons. Vito Ferroni e grazie a voi ascoltatori. GT

    Risaltava la sua tenacia di voler comunque trovare sempre l’aspetto positivo in ogni situazione guidato da quel “respiro nuovo ed ampio” della sua formazione e anche, bisogna sottolinearlo, da un grande senso di umiltà avulso da ogni ambizione carrierista: scrive a riprova: “Qualcuno, osservando i miei 60 anni di sacerdozio (…) potrà pensare che io abbia lavorato per fare carriera. E’ un’ipotesi che non regge. Io sono il prete che ha desiderato sempre e solo di fare il parroco. I miei incarichi li ho sempre conseguiti esclusivamente per chiamata dei superiori” (p. 27). Ulteriore conferma di quest’ ultimo aspetto sono le varie lettere di dimissione dai propri incarichi presentate da Monsignore ai vari Vescovi, specie in occasione dei loro avvicendamenti, riportate in appendice nel libro da pag. 100 a pag. 104.    A conclusione di questo punto mi piace riportare una affermazione di Don Vito, in riferimento alla sua mancata nomina ad arciprete della cattedrale di Comacchio nel 1941, che a mio parere sintetizza molto bene il suo metodo religioso, definito come di “taglio pastorale più conciliante che politicamente combattivo, più formativo che impegnato nel sociale” (p. 26). Quasi per paradosso, questa definizione mi permette di introdurmi nel secondo punto della mia relazione.

    2. La sua opera per il recupero del peso socio-educativo della Chiesa locale.
    Due premesse veloci a questo aspetto importante dell’opera sacerdotale di Monsignor Ferroni: - Anzitutto è da notare che, salvo casi molto eccezionali, l’opera di qualsiasi sacerdote, soprattutto se a diretto contatto con la gente come, ad esempio, quella di un parroco in genere, pur essendo specificamente religiosa nelle motivazioni di partenza e nelle finalità, ha comunque un risvolto socio-educativo più o meno accentuato e caratterizzato, a seconda delle circostanze di persone, di luoghi e di tempi. - Seconda premessa: proprio a questo riguardo, sarebbe indispensabile un chiaro e puntuale riferimento alle situazioni e condizioni sociali e culturali che formano il contesto ambientale in cui l’opera pastorale di Monsignore si colloca e con cui inevitabilmente interagisce. E, ahimè, questo riferimento non sono, purtroppo, in grado di offrirvelo. Come dicevo, devo limitarmi ai pochi elementi cui si accenna nel libro di Don Vito.
   Affidiamoci alla testimonianza di Monsignore, il quale, riferendosi alla sua opera a Massafiscaglia, nel dopoguerra, scrive: “Sono riuscito a sanare tante situazioni matrimoniali irregolari, a portare in chiesa tanti uomini, ad entrare in tutte le famiglie, se non per ragioni spirituali, per ragioni umanitarie come: far ottenere la pensione di guerra o di vecchiaia, aiutarli a fare la denuncia dei redditi, ad ottenere l’assegnazione di un podere del Delta ecc. Tutte le vie erano buone pur di arrivare a dialogare, a parlare di Dio a chi non ci pensava” (p. 28). Queste erano situazioni non solo frequenti ma addirittura comuni nelle nostre terre in quei tempi e la Chiesa con i suoi sacerdoti, i suoi mezzi limitati, le sue strutture, si è resa presente fattivamente, senza clamori. Era comunque sempre la finalità religiosa la molla, come sottolinea Don Vito, aggiungendo che queste esperienze sono servite “a realizzare la mia personalità di pastore (…), a toccare con mano, da vicino, le fatiche, le croci della gente, a lottare con loro contro le ingiustizie e i soprusi, ma anche a godere con loro per le nascite, i successi dei figli, i matrimoni, ecc.”(p. 28-29).
   Già abbiamo visto Monsignore impegnato per lunghi periodi come Assistente dell’Azione Cattolica e in questa veste ha notevolmente contribuito alla formazione cristiana e quindi anche umana e culturale specialmente della gioventù, sia a Comacchio che a Massafiscaglia e in tutta la diocesi e annota: “ Assieme agli assistenti diocesani dei rami e ai dirigenti curammo molto la cultura religiosa e la formazione cristiana” (p. 30). E ancora: “Il mio impegno era soprattutto rivolto alla cultura religiosa, ai corsi di esercizi spirituali, specie per la gioventù, all’organizzazione dell’annuale convegno o assemblea diocesana” (p. 28).
   A rimarcare la ispirazione religiosa che, in maniera limpida e lineare, ha sempre guidato l’operato di don Vito, merita segnalare quanto scrive a riguardo del rapporto tra attività pastorale della Chiesa e gli organismi politici. Cito abbondantemente: “Avevo imparato che l’A.C. andava mantenuta al di sopra e al di fuori di ogni movimento politico e solo diretta a formare dei cattolici praticanti e degli apostoli per la diffusione del regno di Dio. Durante il mio servizio pastorale a Massafiscaglia e sempre nel mio ministero per l’A.C. diocesana tenni presente questo principio e mai confusi l’A.C. con la politica. (…) Quanto ai Comitati Civici mi sono limitato ad accettarli e a permettere che svolgessero il loro servizio pubblicitario in parrocchia, ma autonomamente. (…) La comunità di Massafiscaglia, allora, era rossa più che mai. Era necessario non confondere l’attività religiosa con quella civile e politica. (…) Più che attività di propaganda facemmo preghiere e sensibilizzammo i pochi credenti che frequentavano la Chiesa. (…) I tempi erano difficili e pericolosi: bisognava difendere soprattutto la libertà della Chiesa” (p. 30-31).

    3. Il suo testamento per la “diocesi” di Comacchio.
    Nel libro intervista di Monsignor Ferroni ci sono due temi delicati, che, sia le domande dell’intervistatore che le risposte dell’intervistato mettono in relazione tra di loro: la contestazione sessantottina in senso lato e la fine dell’autonomia della diocesi di Comacchio in quanto tale. Io, ovviamente, debbo limitarmi a relazionare, pur avendo vissuto abbastanza da vicino quegli eventi.
  Scrive Monsignore: “La contestazione cominciò nel 1964 con il rifiuto da parte di alcuni giovani prossimi al sacerdozio di venire a trascorrere le vacanze, come era consuetudine, nella villa del Seminario a Loiano (BO) ed ebbe una manifestazione clamorosa a Vallombrosa (FI) durante una serie di incontri estivi sul tema della “pastorale” e si concretizzò nei fatti pratici particolarmente negli anni 1969-1975. Io interpreto quel periodo – in sé - (continua Monsignore) come ricco di grazia per la chiesa comacchiese e da ricordare come uno dei più vivi ed efficienti anche se turbato da comuni difficoltà. In ordine alla temuta fusione della diocesi è certo che la contestazione dell’ultimo periodo (1964-1969) dell’episcopato di Mons. Mocellini lo indusse a chiedere alla Congregazione dei Vescovi, nella seconda visita ad limina del 1967, quale era la sorte della diocesi di Comacchio: se l’autonomia o la fusione con Ferrara. Credo che la contestazione sessantottina abbia affrettato la nomina dell’amministratore apostolico nella persona di Mons. Mosconi, allora arcivescovo di Ferrara” (p. 39-40).
  Fin qui la parola di Monsignore. Io penso, a questo punto, che meriti di essere riportata parte della domanda numero 16 di pagina 41: “Come visse quegli anni segnati da disobbedienze disciplinari e da gruppi contestatori che portarono il vescovo a chiedere a Roma la fusione della diocesi di Comacchio con Ferrara, anche per carenza di sacerdoti e di risorse economiche?”.
   Ci sarebbe da chiedersi quanto quell’ “anche per” renda giustizia alla gerarchia dell’importanza delle cose citate in domanda. Monsignore, tra l’altro, risponde: “Tutti abbiamo sofferto in quel troppo lungo travagliato periodo e Monsignor Mosconi più di noi. (…) Le sue decisioni trovarono opposizione nei laici di Comacchio che diedero vita, a sua insaputa, ad un ‘Comitato per il vescovo residenziale a Comacchio’ e che il 13 agosto 1970, festa del patrono San Cassiano, inviarono un esposto al S. Padre chiedendo un vescovo residenziale. Mons. Mosconi ne fu fortemente amareggiato e minacciò le dimissioni. Io, vivendo accanto a Mons. Mosconi che ho sempre profondamente amato ed ammirato per il suo zelo, la sua fede, la sua generosità senza limiti, ho condiviso le sue pene, ma non sempre le sue scelte e decisioni. Esistono, nell’archivio della Curia, le mie lettere di dissenso e i miei interventi in Consiglio presbiterale che confermano quanto vi dico” (p. 41-42).
  
   Credo importante ed illuminante riportare per esteso quanto Monsignore lesse davanti ai membri dei Consigli presbiterale e pastorale della diocesi, riuniti in seduta congiunta il 7 novembre 1974:
  “1 - Sono convinto che la Chiesa svolge la sua missione di evangelizzazione e di santi­ficazione più facilmente in una Diocesi di modeste proporzioni che in una Diocesi vasta. Non mi fermo a darne le ragioni che sono facilmente intuibili.
  2 - Come sacerdote nato a Comacchio e che ha esercitato in Diocesi di Comacchio il ministero pastorale per ben 36 anni, ricon­fermo il mio amore alla Diocesi, e manife­sto il mio rammarico nel constatarne la smobilitazione e l’ormai imminente fine.
  3 - Mi è stato riferito che la maggioranza del clero diocesano ha espresso la volontà, per motivi diversi - credo preminente quello di  una miglior sistemazione pastorale ed eco­nomica del clero giovane - di una unione totale con Ferrara; non mi oppongo alla volontà della maggioranza che oggi trova corrispondenza anche nella volontà della S. Sede manifestata attraverso documenti a S. E. Mons. Arcivescovo, nostro Ammini-strato­re Apostolico, e mi dichiaro lealmente disponibile al lavoro che deve portare all’u­nione.
  4 - Esprimo il voto che si tratti di una unione totale che - pur tenendo presenti le diversità sociologiche delle nostre popola­zioni - non mantenga in piedi discrimina­zioni o diffidenze, ma tenda, gradualmente, da parte nostra e di Ferrara, alla unione totale e completa nel reciproco rispetto e nella generosa collaborazione” (p. 69).

   All’amministrazione apostolica di Mons. Mosconi fece seguito, nel 1976, la designa-zione di Monsignor Filippo Franceschi ad Arcivescovo di Ferrara e a Vescovo di Comacchio, con due nomine distinte. Monsignore scrive: “La sua nomina a vescovo di Comacchio, avvenuta dopo una così lunga amministrazione apostolica e con bolla distinta da quella di arcivescovo di Ferrara, pur comportando l’unione nella sua persona delle due diocesi, mi illuse che potessimo conservare l’autonomia della diocesi. (…) Perché non sperare?” (p. 43). Fu quella una speranza breve. Mons. Franceschi, ormai in partenza per la sua nuova sede vescovile, Padova, “dovendo rispondere al Card. Baggio, prefetto della Congregazione dei Vescovi, che gli aveva mandato per conoscenza e con richiesta di un suo parere in merito, una copia della supplica inviata al S. Padre dai nostri Consigli Presbiterale e Pastorale, mi chiamò e mi informò che avrebbe risposto, contrariamente a quanto io speravo, che la diocesi ‘mancava di effettive strutture e del necessario ad una vita autonoma’ ” (p. 44).
   Ed arrivò nel settembre 1986, da attuare nel maggio 1987, il decreto romano della fusione delle due diocesi di Ferrara e di Comacchio nella Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Questa la valutazione di Monsignor Ferroni: “A malincuore obbediamo… E’ forte il timore di una caduta pastorale e religiosa. Oggi, a dodici anni dal provvedimento, già si riscontra, almeno nel nostro territorio, un calo di interesse per tutto quello che è vita cristiana. Sì, durante questi dodici anni sono nate a Comacchio due nuove istituzioni: il 21 settembre 1988 l’Istituto di Cultura ‘Antica Diocesi di Comacchio’ per la salvaguardia dei grandi valori culturali del nostro territorio, e l’8 dicembre 1993 la Confraternita Santa Maria in Aula Regia per conservare ed accrescere, se è possibile, la devozione alla Madonna e la pietà popolare. Mi auguro vivamente che servano a vivificare il tessuto religioso del nostro popolo” (p. 46).
   Sollecitato dall’intervistatore a condividere il suo sogno per Comacchio (vedi domanda n.19 di p. 47), Monsignor Vito così risponde: “Coltivo il ‘sogno’ che Comacchio possa riavere, col tempo, la sua ‘autonomia’, con un vescovo proprio, il suo seminario e tutte le attività pastorali che hanno reso glorioso il nostro passato sia come vita religiosa sia come organizzazione. Ovviamente è un ‘sogno’, ma lasciatemi morire ‘sognando’. Nulla contro Ferrara. La ‘fusione’, l’accentramento di tutte le attività a Ferrara: tutto conforme alla volontà della Chiesa italiana in questo momento storico, ma sappiamo che la storia ha i suoi ‘ritorni’, è già avvenuto in passato, può ripetersi in futuro, perché non è detto che la Chiesa non si accorga che le diocesi di media grandezza, come era Comacchio al momento della ‘fusione’, servano meglio alla evangelizzazione delle diocesi vaste e popolose” (p. 49).
   Giunto al termine di questa carrellata di citazioni, mi rendo conto quanto essa sia lacunosa e parziale: rinnovo la mia richiesta di scuse alla Vostra bontà e pazienza. Mi piace concludere con alcune parole pronunciate, quasi come un commiato, da Monsignor Vito Ferroni nella omelia per il suo giubileo di diamante nella concattedrale di Comacchio il 17 luglio 1998: “Ho servito Dio e la Chiesa ininterrottamente per 60 anni: ho lavorato con le ginocchia, pregando; con la mente escogitando ogni mezzo per annunciare le verità del vangelo, ma soprattutto ho lavorato con il cuore, amando sinceramente, e volendo bene – sempre – a quanti Dio mi ha fatto incontrare, a Comacchio, a Massafiscaglia, ovunque sono andato come sacerdote, da Volano a Spina, da Gorino a Medelana, prima della fusione, ed ora nell’intera diocesi di Ferrara-Comacchio” (p. 98). Don Piergiorgio Zaghi

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