UE - Unione Europea federale: progetto di riforma politico-economico-finanziaria per grandi linee
Totali visite: n. 66529 nel 2016

     UNIVERSITAS  News è ospite di TWITTER. Cerca: https://twitter.com/LUCIANI_Nino

nettuno-trasp-gif.gif (3346 byte)

.

UNIVERSITAS  News

Foglio on line sull'università, fondato nel 2004, con  Forum di politica generale.
Sede in Bologna, via Titta Ruffo 7- Tel  347 9470152 - nino.luciani@alice.it

.

PROF. NINO LUCIANI * - Direttore responsabile

* Ordinario di Scienza delle Finanze, Università
Breve curriculum vitae

nino-2010-17.JPG (18691 byte)

Nino Luciani

http://scritti scelti

Comité de Patronage: F. Bonsignori, A.De Pa, Elena Ferracini, Dario Fertilio, Enrico Lorenzini, Nino Luciani, Bruno Lunelli, Marco Merafina, Franco Sandrolini

PAESI VISITATORI nel 2015, n. 55 : Algeria - Angola - Argentina - Australia - Belarus - Benin - Brazil - Canada - Chile - China - Colombia - Costa Rica - Ecuador Egypt - France - Georgia - Germany - Guatemala - Hungary - Iceland - Iran - Israel - Italy - Japan - Kazakstan - Korea, Republic of Libyan Arab - Mexico - Morocco - New Zealand - Nicaragua - Nigeria - Pakistan - Panama - Peru - Poland - Romania - Russian Federation - Saudi Arabia - Senegal - South Africa - Spain - Switzerland - Tanzania - Thailand - Tunisia - Turkey - Ukraine - United Arab Emirates - United Kingdom - United States - Uruguay - Venezuela - Vietnam - Zambia

EDIZIONE DI SETTEMBRE 2018

logo ue1.JPG (2636 byte)

Progetto
di nuova UE

PARETO FOTO.JPG (128402 byte)

La curva di Pareto della distribuzione
dei redditi

asdu.jpg (13284 byte)

Sulla data di origine della Unibo

Per notizie omnia universitarie
si consiglia:

ROARS

logo_roars.jpg (2554 byte)

Luciani, La possibile BASE POLITICA
ED ECONOMICA per una
NUOVA UNIONE EUROPEA.
Cosa disse MACRON alla SORBONA

(università di Parigi)

Dalla distribuzione
dei redditi risulta che il grosso della materia imponibile è compresa tra 20.000 e 70.000 €

Il prof. Emerito latinista Gualtiero Calboli scopre una data certa, circa le origine della università di Bologna.
.
Lettera ASDU al Rettore, su altro.

Per l'università, segnaliamo ROARS:
"Concorsi, Iene, valutazione e salute dell’università"
Clicca qui sotto, su:

Clicca su: Home

Clicca su: Forum3

Clicca su: Asdu

https://www.roars.it/online/

seconda unibo, grafico, GR-EXIT, Gandolfi, Pareschi, Proposte di sintesi , INVENZIONI, costo standard, lotta evasione fiscale, scatti stipendiali, DOCUMENTO, COMITATO PARLAMENTARE

Tribunale di Perugia, Sent. n.109/11, in data 27/1/2011, riammette il prof. Nino Luciani nel Cipur, Clicca su Tribunale di Perugia - curia romana - Congresso DC, grexit, inflazione

Per pagine di edizioni attuali e precedenti, clicca su: emeritato, partito solo dei cattolici ?COMUNICATI, INTERVISTA, banche, Savona, ceto medio

Home Articoli Rubrica Speciale Forum1 Forum2

Forum3

Forum4

Forum5

Conf-Com

Conferenza2010

Curriculum Asdu Stato giuridico

 

FORUM 2 - Partiti

.

EDIZIONI PRECEDENTI

DENTRO   LE  GIRANDOLE   ELETTORALI

bocconi-logo.jpg (7733 byte)

 

Lino RIZZI*, COSA VOTIAMO QUANDO VOTIAMO ?

 

* Professore di "Filosofia del Diritto", già vicino al Cardinale Carlo Maria Martini.
   Ha approfondito la atipicità dei diritti dell'uomo, come affermati nella Comunità internazionale.
   Per gli scritti, clicca su: Bibliografia

rizzi lino3.jpg (19904 byte)
Lino Rizzi, Unibocconi

 

Lino Rizzi CHE COSA VOTIAMO QUANDO VOTIAMO?
lino.rizzi@unibocconi.it

SOMMARIO. Se non scegliamo quelli che ci governano, per che cosa dovremmo votare? Concedere un mandato significa aprire al candidato un credito di fiducia che dà autorevolezza ad un governo. Il mandato elettorale è libero da vincoli formali, ma si fonda sulla fiducia dei cittadini, non sulla fedeltà al capo. Questa deriva sostituisce alla democrazia rappresentativa un regime fondato sull'acclamazione forzosa di candidati ignoti. Verso un potere che non sia stato legittimamente eletto, e che per di più governi contro l'interesse dei più, abbiamo l'obbligo costituzionale di disobbedire.

    L'aumento dell'astensione è la prova di quanto l'atto di votare abbia perso senso politico; il cittadino non vi vede più un momento di autodeterminazione politica e morale. In effetti, se non votiamo per scegliere i nostri governanti, né per sostituire i meno meritevoli, perché mai dovremmo votare? Se non c'è alternativa tra le forze in campo, se non c'è modo di sfiduciare i peggiori, cosa possiamo più sperare dalle istituzioni rappresentative? Queste questioni che investono la credibilità delle autorità politiche non sembrano turbare le menti dei facitori della nuova legge elettorale.
   La discussione sul progetto di legge del marzo scorso alla Camera è stata concentrata essenzialmente su due punti: la soglia di sbarramento per accedere al parlamento, e la soglia minima per conquistare il premio di maggioranza. La governabilità appare nel testo il valore più importante da conseguire con il voto, mentre la rappresentanza dei consensi in parlamento diventa funzionale alle esigenze dell'esecutivo. Malgrado la sentenza della Corte Costituzionale che ha cassato il porcellum, la filosofia del legislatore non cambia, si muove nella logica della riduzione del peso della rappresentanza parlamentale: meglio lasciar fuori dal parlamento i meno omogenei, ridurre ai margini dell'attività legislativa gli oppositori; meglio allargare la base di quelli che la pensano come noi. L'esito paradossale è che il governo democratico non si regge più sulla maggioranza dei consensi espressi dal paese e convertita nella maggioranza numerica degli eletti in parlamento. Si fonda, invece, su di una minoranza di consensi reali, raccolti da una forza politica che solo l'artificio del premio trasforma in maggioranza parlamentare, e quindi di governo. Neppure la prossima lettura al Senato sembra voler mettere al centro del processo elettorale un rapporto tra elettori ed eleggibili che sia aperto e radicato sul territorio.
    Domanda: su cosa si fonda l'autorità di un governo democratico? La risposta della opinione qui dominante è: 'sulle cose che farà'! Ma le farà a dispetto del consenso della maggior parte della popolazione? Un parlamento che risulti da una minoranza dei consensi nel paese può anche essere il fondamento per un governo più autorevole ? Il governati avranno più ragioni per obbedire ai governanti ? Non certo in una democrazia rappresentativa! L'autorità democratica ha per principio il dovere politico di massimizzare il consenso e di ridurre tendenzialmente al minimo il dissenso. Scegliere un candidato e concedergli il mandato significa aprirgli un credito di fiducia: un parlamento di "rappresentanti" è soprattutto la risultante delle singole fiducie acquisite in situazioni deliberative reali. Ciascun candidato al parlamento, la fiducia se la deve guadagnare in confronti pubblici con gli elettori, e l'investitura la riceve dai cittadini nel suo seggio elettorale: 'ti scelgo tra altri perché tu sei più degno di fiducia'. Questo è il criterio di ragionevolezza che vige in una democrazia rappresentativa fondata sul concorso dei cittadini.
  Il concetto  correlato al diritto di voto è quello di "rappresentanza". Che tipo di legame c'è tra rappresentante e rappresentato, ossia in che misura l'eletto rappresenta l'elettore ? E qui la riduzione di ogni obbligo al solo obbligo giuridico, fa aggio sull'obbligo etico-politico che è invece alla base dell'atto di delega dell'elettore. In effetti, poiché la delega è a mandato libero da vincoli formali, nella cultura giuridica nostrana ha assunto il significato di assenza di mandato tout court. In effetti, nella recente vita politica, tanto il rapporto sociale tra elettore ed eletto, quanto il valore politico della rappresentanza sono stati scardinati sia nella pratica che nella teoria. Nel primo caso dai comitati elettorali - che solo abusivamente si denominano 'partiti' - e nel secondo dai guardiani del diritto di voto.
    Quest'ultimo aspetto emerge ripetutamente nella ricorrente discussione, appunto, sulla natura non vincolante del "mandato" elettorale. Certo l'Art. 67 della Costituzione afferma che il parlamentare è "senza vincolo di mandato", ma solo perché nega che gli elettori dispongano nei confronti dell'eletto di un potere legale di imposizione e di revoca. Seppur usato, e a ragione, contro le singolarità del Movimento 5 Stelle, questo argomento, nella sua estremizzazione giuridico-formale, appare a dir poco improprio.

   Manifesta invece una resistenza antidemocratica al dovere di rispondere dell'operato, una deriva 'negazionista' verso il

valore propriamente non-giuridico della rappresentanza, un istituto cardine della democrazia parlamentare.
    Non è perché tra le parti dell'atto elettorale non c'è vincolo legale (potere di revoca) che non ci deve essere tra di esse alcun obbligo politico. Ma si tratta di un obbligo non codificato, che si genera nella ricerca del bene comune, che nasce dalla pratica collegiale di un'etica pubblica fatta certo di regole, ma anche di condotte condivise, di aspettative e di fedeltà provate. Come potrebbero, infatti, persone ragionevoli e responsabili scegliere un candidato dal quale non potessero aspettarsi nulla di prevedibile o, addirittura, che non riscuotesse la loro fiducia? Immaginiamo un candidato che chieda il voto ai cittadini sulla base di una premessa di questo tipo: 'vi prometto che non manterrò nulla di quel che ora vi dico'; oppure: 'assumerò posizioni politiche opposte a quel che voi vi aspettate dall'apertura di credito che mi farete'. La non revocabilità del mandato è un caposaldo del diritto costituzionale in quanto è a tutela della libertà di esercizio dell'eletto, ma il mandato non è vuoto di vincolo etico, ed è questo livello di obbligo che il deputato è tenuto ad onorare. La fiducia concessa è quindi il vincolo ex ante che rende credibile la delega. Mi chiedo se, in caso non di dissenso, ma di indegnità nella condotta dell'eletto, non sia ora opportuna l'istituzione di un diritto di revoca, potere d esercitarsi da votanti di quel collegio che ha concesso la fiducia.

   La relazione di rappresentanza presente nella Costituzione ha subito gli effetti di quella che il costituzionalismo statunitense chiama la 'giuridificazione della sfera politica': il discorso pervasivo sulle procedure tende a togliere rilevanza alla deliberazione politica e alla responsabilità politica degli agenti. La nostra Costituzione al riguardo è piena di termini etici come "onore", "dignità", "nazione" che richiamano doveri etici; afferma esplicitamente che "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore…" (Art. 54). Non è perché questi termini riguardano comportamenti che non cadono nel dominio giuridico che debbono per questo essere considerati senza effetti e semplicemente decorativi del ruolo. In quei paesi da cui abbiamo preso la dottrina costituzionale, se un ministro è accusato di plagio, se l'azione infrange la sua onorabilità pubblica, il giudice competente non è il tribunale; non si invoca il diritto dell'imputato ad essere ritenuto innocente fino al terzo grado di giudizio, basta che l'infrazione sia stata accertata, perché gli interessati ne accettino le conseguenze e le istituzioni la rendano effettiva. In definitiva, il giudice delle condotte pubbliche non è né l'esperto', né semplicemente la corporazione di appartenenza, è una morale uguale per tutti, comune a chi sta dentro e chi sta fuori dalle istituzioni. La regola per cui la buona reputazione - honestas e decus avrebbe detto Cicerone - è un prerequisito indispensabile del cittadino ed è ciò da cui dipende la dignità all'intera vita pubblica.
    La nostra dottrina costituzionale non dice affatto che tra eletto ed elettore non ci debba essere nessun impegno liberamente assunto, e tantomeno che, a mandato assegnato, nessun impegno continui a vincolare poi l'eletto. Quanto meno è legato al dovere di rappresentante delle aspettative dei cittadini di un buon governo della cosa pubblica. La denominazione stessa di 'onorevole' vincola in modo inequivocabile la condotta di ciascun eletto al codice dell'onore. L'Art. 67 afferma infatti che il parlamentare è libero nell'adempimento della sua funzione, ossia non è impedito da impegni precedentemente assunti con terzi, ma contestualmente sottolinea, e con forza, che suo dovere è di rappresentare la volontà di tutti i cittadini. La virtù è l'imparzialità, non quella di essere una parte, ossia ne vincola le scelte individuali alla ricerca dell'interesse generale: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione", e solo in atti diretti a questa dedizione, "esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato" (ibid.).

    Quindi, fuori dal devastante assunto che dove non c'è norma giuridica non ci sia impegno oltre il momento elettorale, il vincolo di mandato in realtà c'è, ed è politico: è insito nel rapporto fiduciario che, in una situazione associativa aperta, si instaura tra elettore ed eligendo! Il legame politico con gli elettori può ben esaurirsi nel momento elettorale, ma in un regime non a rappresentanza democratica. La democrazia non coincide in effetti con un regime elettorale tout court, ma è una forma di governo in cui le lezioni sono solo un momento nel processo di legittimazione del potere. L'esercizio del mandato è libero ma non può essere così libero da rendere le future scelte degli eletti irriconoscibili ai loro stessi elettori, pena la disfatta di ogni associazione politica e del parlamento stesso. Nell'intero processo democratico è pertanto la fiducia maturata che fa da vincolo tra quello che gli elettori già sanno del candidato e le sue future scelte politiche. Certo queste non sono prevedibili in anticipo, tuttavia gli elettori puntualmente informati nutrono la legittima aspettativa che gli eletti siano coerenti con la serie delle

precedenti azioni con cui hanno guadagnato la loro credibilità politica.
   Va inoltre sottolineato che in una democrazia la libertà di espressione si esercita e non va scissa dalla libertà di associazione, ossia dal processo che costituisce il risultato politico. Il rapporto fiduciario tra candidato, elettore ed eletto si regge su di una pratica artigianale della relazione sociale e va ricercato e ricreato a livello locale, e all'interno della circoscrizione elettorale. La fiducia non è un abito che si possa sviluppare tra l'utenza fluttuante ed ondivaga della rete, né nel partito dei telefonini, e tantomeno attraverso i media televisivi che emettono parole, ma gli attori non comunicano con lo spettatore. Tutte forme utili, ma a circuito chiuso, che diventano sovversive se aggirano i luoghi fisici, associativi ed istituzionali del pubblico confronto; i soli spazi dove ciascuno può pubblicamente dire 'ho una proposta da fare' o 'non sono d'accordo su questo punto'! La fabbrica di una cittadinanza tra le mura domestiche è la grande finzione che ha eroso il legame civile tra la libertà di espressione e la libertà di associazione. Entrambe sono antropologicante costitutive di ogni processo di deliberazione politica, e a maggior ragione in una democrazia.
    Le implicazioni di queste libertà fondamentali sono divenute costume nei paesi europei, eppure nel nostro sistema democratico è invalsa - nel più assordante silenzio dei garanti della costituzione - un'anomalia vistosa, la pratica di 'selezionare' i candidati a porte chiuse. Pratica che elite pseudo democratiche hanno in comune con i regimi totalitari: qui il cittadino partecipa al voto perché è obbligato ad esprimersi su fatti compiuti; partecipa ma non per scegliere i suoi rappresentanti, e tantomeno per esercitare un potere di controllo sui governanti, bensì per ratificare ciò che altri a sua insaputa hanno già deciso. Al riguardo, c'è un ultimo ma non meno importante punto da rilevare che concerne i concetti politici di 'popolo' e di 'potere', che sono compatibili con un ordinamento democratico. Chi ha creduto che la selezione dei migliori non possa essere frutto della capacità di discernimento dei governati, è stato ampiamente smentito dall'attuale qualità della classe politica; chi poi pensi che le libertà democratiche siano meglio difese dagli esperti piuttosto che dai cittadini, commette l'errore di credere che il più esperto sia anche il più fedele ai valori della costituzione democratica. La facilità in cui i regimi totalitari rovesciarono i regimi democratici è la prova che non è proprio così.
   La sentenza numero 3/2014 della Corte Costituzionale ha dichiarato il porcellum illegittimo. Un garante tardivo perché solo dopo tre turni elettorali ha ravvisato nelle "liste bloccate" e nel "premio di maggioranza" una incostituzionale alterazione del principio di rappresentanza democratica. Ma espresso in termini meno asettici, ciò che è stato messo sotto sequestro dal porcellum è il diritto fondamentale dei cittadini di candidare e di essere candidati in associazioni libere e aperte. Pseudo partiti e comitati elettorali senza porte né finestre, hanno sottratto questo potere alla libera dialettica dell'associazione civile. Hanno svilito il parlamento al punto da sostituire alla democrazia rappresentativa un regime fondato sull'acclamazione forzosa di candidati ignoti. Detto con la formula medioevale: il clero sceglie, il popolo acclama (eligente clero, acclamante populo)! E' da questa involuzione autocratica e privatistica delle istituzioni politiche che bisogna uscire, ma le dotte disquisizioni sui sistemi elettorali che si sono sino ad ora succedute non manifestano l'intenzione di voler restituire al popolo sovrano il potere di autodeterminarsi. Al contrario, mostra che il potere tende ad espandersi in modo illimitato, se non trova un contropotere che lo fermi. La capacità civile di esprimere e anche organizzare il dissenso resta l'atto costituente di ogni nuovo potere.
   Il buon governo, o meglio "il diritto ad una buona amministrazione" è un diritto fondamentale della Carta dei fondamentali dell'Unione Europea (art. 41); è un diritto umano ossia nell'ordine del giusto dovuto, non è né una concessione umanitaria che non possa essere preteso con fermezza. I diritto dell'uomo dichiarati nel dopoguerra non sono una graziosa concessione del sovrano, sono limiti posti all'esercizio del potere; questi diritti non possono essere trasformati in foglie di fico di un potere di pochi che non rende conto a nessuno. La giusta pretesa di buon governo non può neppure essere erosa da una etica dove tutto si media e si giustifica, una pseudo morale che sabota l'obbligo dei governanti al rispetto del patto costituzionale, e che, in definitiva, agli uguali diritti dei governati sostituisce il basso regime del meglio di niente. Noi abbiamo il dovere di obbedire ad un governo legittimo, ma verso un potere che non sia stato correttamente eletto e che per di più governi contro l'interesse dei più, abbiamo l'obbligo costituzionale di disobbedire e di cacciarlo. LINO RIZZI

.

EDIZIONE PRECEDENTE

dc-1992.jpg (2883 byte)

NEL SECONDO ANNIVERSARIO DEL XIX CONGRESSO DC,
(ANNULLATO DALLA MAGISTRATURA),
CHE ELESSE GIANNI FONTANA, SEGRETARIO

Per una view, clicca su: Congresso DC

gonella guido.jpg (5396 byte)

GRUPPO DI LAVORO PER LA RIORGANIZZAZIONE DELLA DC

VERBALE DELLA RIUNIONE DEL 12 DICEMBRE  2014

Nei prossimi incontri sarà avviato il dibattito
sul Codice di comportamento di Guido Gonella, 1982
Per l'originale, clicca su: codice dc

.

LE CONCLUSIONI DEL GRUPPO DI LAVORO:
"Rifare il XIX congresso della DC, ma transitando
per l'assemblea dei soci, in base al codice civile".

XIX congresso DC-bis.jpg (31535 byte)
Nota. 1.-  Sembra essere di un qualche rilievo, in Italia, la convinzione che, per le scelte di rilevanza storica (come per le riforme della Governance dello Stato, in crisi dai tempi della caduta della DC), l'apporto ( sia pur non monopolizzante) dei cattolici in parlamento sia fattore da cui non si possa prescindere.   Sul percorso che mira a riportare la DC in parlamento, va ricordata in primis la celebrazione del XIX congresso nel 2012, con la elezione di Gianni Fontana, come Segretario nazionale (clicca su: Congresso DC), fatto storico incancellabile, pur se annullato dalla magistratura.
  Il Gruppo di lavoro, di cui si riferisce in questo servizio, punta  a rifare il XIX congresso, ma transitando per la convocazione della assemblea dei soci, di cui all'art. 36 del codice civile, alla quale sarà sottoposta la modifica dello Statuto, in base al codice civile.
  Quale statuto ? E' proposito comune che si debba partire far precedere il tutto da un dibattito sul codice di comportamento, fatto da G. Gonella nel 1982.
  2.-  Quel codice appare oggi, pur valido nelle enunciazioni morali, povero di strumenti di salvaguardia dei principi e valori, in quanto il bene e il male fanno parte dell'uomo e, da sempre prevale l'uno o l'altro in tutte le istituzioni, a seconda delle circostanze. Se mancano gli strumenti idonei, anche l'uomo di buona volontà è ostacolato  verso il bene. 
   Non si vogliono sminuire i fondamentali apporti della DC alle note storiche conquiste del popolo italiano, ma questo non può far chiudere gli occhi su quanto è avvenuto al termine di 40 anni di logorante potere politico, che aprirono la via alla vicenda giudiziaria di mani pulite degli anni '90 e allo scioglimento della DC per mano di se stessa (sia pur risultato illegale, grazie alla Cassazione), il 29 gennaio 1994.
3 - Ciò rilevato, voglio fare un passo indietro. La lettura di quel codice ci fa presto capire che esso fu fatto da persona molto esperta di politica, e dunque (prima di "migliorarlo") va letto e riletto almeno tre volte, per sicura cultura personale e conoscenza dei partiti in generale.

_____________________

* Per la consultazione del testo originale, occorre andare alla biblioteca dell'Istituto don Sturzo, a Roma
  Clicca su: http://www.istituticulturalidiroma.it/result.php?dove=breve&useq=1&nf=01&vf=001SBL0290542&startp=semplice).

Il Verbale

1.- Il 12 dic. 2014 si è riunito a Roma un Gruppo di lavoro per definire tecnicamente il procedimento per la ri-convocazione del XIX congresso della DC storica. L'impostazione prescelta è stata quella di fare domanda al Tribunale di convocare preventivamente l'assemblea nazionale dei soci, in base all'art. 20 del c.c., che poi avrebbe modificato lo statuto in base all'art. 21 del c.c., e infine convocato il congresso in base al nuovo statuto. In particolare il Gruppo doveva, poi, approvare: a) il testo per la domanda di convocazione, al Tribunale; b) il modulo con cui i soci dovrebbero dare delega, ad alcuni iscritti, di fare la domanda medesima al tribunale; c) il tribunale al quale fare la domanda.

2. Sul punto a) è stato concordato che nel testo, oltre le formalità di routine, si chieda al tribunale di fare la convocazione per pubblici proclami, in modo da invitare anche gli iscritti del 1992, che non avevano fatto la auto-dichiarazione ai fini del congresso 2012. Al momento l'unico elenco dei soci, disponibile, è quello depositato al tribunale di Roma nel 2012 per il XIX congresso.

3.- Sul punto b) è stato approvato il modulo, e tuttavia con la raccomandazione che i delegati siano pochi, per semplificare il procedimento di presentazione della domanda.

4.- Sul punto 3, il prof. Luciani ha illustrato i risultati di una ricerca storica di tutti gli statuti della DC, dal 1945 al 1984. In breve:
  - il primo statuto (1945), conteneva sia l'"atto costitutivo" sia lo "statuto in senso stretto" (vale dire, le "norme organizzative".
  Esso, nella prima pagina, aveva scritto: "Democrazia Cristiana, Lo statuto, 1945, Roma, Piazza del Gesù 46", e nella pagina 2: "Il partito ha sede in Roma". - il primo "statuto in senso stretto" compare nel 1948.
   Esso non riporta l'atto costitutivo.
   Nella pagina 1 sta scritto "Democrazia Cristiana, Statuto del partito, Roma 1948.
   L'ultimo "statuto in senso stretto" è del 1984. Esso ha la stessa forma di quello del 1948, vale dire nella pag. 1 sta scritto : "Democrazia Cristiana, Statuto del partito, Roma 1984".
  Anch'esso non riporta l'atto costitutivo.

GUIDO GONELLA, IL CODICE DI COMPORTAMENTODELLA DC, ROMA 1982

Nota. Il Codice è composto da tre parti:
1.- Introduzione di Flaminio Piccoli, Segretario politico della DC.
2.- Relazione illustrativa del "Codice di comportamento", di Guido Gonella.
3.- Testo giuridico del codice.
Qui è pubblicato il punto 2.

Guido Gonella, RELAZIONE ILLUSTRATIVA DEL CODICE DI COMPORTAMENTO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

SOMMARIO.
- PREMESSE. I. Politica e Religione. II. Politica e Morale. III. Politica e Diritto.
- ILLUSTRAZIONE dei 16 Articoli del Codice 1 - Valori ideali. 2. - Condotta .3 - Coscienza. 4 - Costume. 5 - Moralità. 6 - Disciplina. 7 - Critica. 8 - Partito .9 - Organizzazione. 10.- Elezioni. 11 - Parlamento. 12 - Gruppi. 13 - Votazioni. 14 - Pubblica opinione. 15.- Stampa. 16.- Sanzioni.

PREMESSE AL CODICE DI COMPOR TAMENTO
1 - Oggetto del Codice. Le norme di comportamento degli iscritti alla DC compendiano i principi della deontologia politica ispirata alla morale cristiana. Intendono rispondere alla domanda:come si esercita la professione del politico cristiano? Hanno il fine di garantire dignità, decoro e competenza di chi esercita attività politiche, ispirate alla morale cristiana. Si fissano diritti e doveri della politica cristiana. La professione cristiana è professione primaria alla quale deve essere subordinata la professione politica intesa come professione secondaria. Il Codice morale del politico riguarda norme particolari dedotte da norme generali.

I - POLITICA E RELIGIONE 2 - Politica e valori religiosi. L'attività politica deve ispirarsi alla morale cristiana, e l'iscritto alla DC deve avere coscienza dei doveri imposti dal rispetto dei valori religiosi, dei quali tratta anche la Costituzione italiana tutelando le libertà religiose e stabilendo i "fini di religione" di determinate istituzioni. Dei valori religiosi trattano pure i Codici e le leggi dello Stato. 3 - La politica come missione e apostolato. Il cristiano sa che l'impegno politico non esaurisce tutta la dimensione degli impegni umani, e intende la politica cristiana non solo quale servizio sociale, ma anche quale missione ed apostolato cristiano, dando a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. 4 - Metodo cristiano nell'operare politico. L'iscritto alla DC deve operare, nella sfera della politica, con "metodo cristiano" (don Sturzo), e deve praticare la "maniera cristiana" di essere politico.

II POLITICA E MORALE 5 - II "dover essere della politica". La politica cristiana, al di là della scienza e tecnica politica, esige il rispetto di quei principi morali che indicano non l'essere, ma il "dover essere" morale della politica. 6 - Politica e bene comune. Fine supremo della politica è primariamente il bene comune, cioè quel bene della comunità che, considerata nel suo complesso organico, trascende i beni particolari. La politica offre un mezzo essenziale per la difesa pubblica dei diritti della persona nella sfera dello Stato. 7 - Fini e mezzi della politica. Contro ogni forma di machiavellismo, la politica cristiana esige che siano leciti non solo i fini ma anche i mezzi poiché il fine, anche se lecito, non giustifica i mezzi illeciti. 8 - Coscienza e responsabilità politica. L'esperienza politica è necessaria per assicurare la competenza e la tecnica politica, ma non è sufficiente a dirigere l'azione politica la quale deve essere disciplinata anzitutto dalla coscienza del dovere politico e dalla responsabilità morale, non meno impegnativa della responsabilità politica. Della responsabilità politica e morale il politico deve rendere conto alla società, e accettarne le conseguenze. 9 - Morale politica inte-

sa come scienza ed arte. La morale politica è scienza del bene e del male nell'operare politico, ed è pure arte che mira a promuovere il bene politico e a combattere il male politico. 10 - Virtù politiche e virtù morali. Nella politica cristiana sono intimamente legate le virtù politiche alle virtù morali (onestà, correttezza, lealtà, disinteresse, equità, coraggio, fedeltà alle idee, fraternità con i colleghi, testimonianza della verità, ecc.). All'operatore politico è richiestala "buona reputazione" di cui trattano Codici e leggi stabilendo sanzioni contro le offese alla "buona reputazione". 11 - Valori inscindibili. La politica cristiana respinge ogni separatismo non solo tra morale privata e morale pubblica ma anche fra morale e politica in quanto considera questi valori come distinti ma non come separati. Si impone, inoltre, l'integrazione dei doveri morali, giuridici e politici. 12 - Morale cristiana, politica materialista e politica laica. Il cristiano riconosce la specifica natura etica della politica cristiana, incompatibile sia con la politica dell'ateismo materialista, il quale è dichiaratamente anticristiano in quanto negatore dei valori cristiani, sia con la politica del laicismo il quale, quando non è anticristiano, si dichiara acristiano in quanto sostenitore della indifferenza di fronte ai valori cristiani. La politica cristiana non accetta nè l'antitesi fra morale e politica, nè quella separazione laica tra morale e politica che si oppone alla "intrusione" della morale nella politica in nome dell'"intrusione"della politica nella morale. La Repubblica Italiana non è stata definita "laica" dalla Costituzione, a differenza, per es. , dalla Repubblica francese, che, nel testo costituzionale, è espressamente dichiarata "laique". 13 - Morale cristiana e morale corrente. La"morale corrente", di cui talora tratta il laicismo, non è necessariamente la morale cristiana. E'ugualmente doveroso rispettare la morale che è normalmente espressa dalla coscienza e dall'azione della generalità degli uomini in un determinato momento storico e che influisce su un determinato ordinamento politico. 14 - Morale professionale e attività politica. L'attività politica, in rapporto all'esercizio di incarichi pubblici, può assumere carattere di professionalità, non esclusiva perché normalmente coesiste con altra professione preesistente che viene sostituita o sospesa, ne permanente perché l'attività professionale del politico cessa normalmente con la fine di un mandato o di un incarico politico. Anche se non è ne esclusiva ne permanente, la professione politica deve rispettare la morale professionale per tutto ciò che riguardala coscienza e la responsabilità professionale e per tutto ciò che concerne il rispetto dei doveri morali e politici, analoghi a quelli di altre professioni (doveri di programmare, di eseguire, di controllare, ecc.).

III - POLITICA E DIRITTO

15 - Morale politica e diritto positivo. Il rispetto dei doveri della coscienza morale è reso più impegnativo anche per il fatto che le istanze morali sono affermate dalla stessa Costituzione e dai Codici nei quali ripetutamente ricorrono riferimenti specifici alle nozioni di "valori morali", "principi della morale", "doveri morali e religiosi", "doveri morali e sociali", "uguaglianza morale", "indegnità morale", "violenza morale", ecc. 16 - Morale politica e Codice Penale. La morale politica del cristiano non può limitarsi a rispettare il divieto di compiere quegli illeciti che il Codice Penale prevede come illeciti penali (come per es. peculato, malversazione, concussione,corruzione, abuso d'ufficio, interesse privato in atti pubblici, omissioni di doveri di ufficio, ecc.). Il politico cristiano deve combattere ogni illecito morale anche se non è tutelato da sanzioni giuridiche. 17 - Comportamento morale e comportamento giuridico. Nella sfera della politica si riconoscono valide le norme classiche del comportamento giuridico ("neminem laedere, honeste vivere, suum cuique tribuere") che, nella loro essenza, mirano a realizzare istanze morali. 18 - Comportamento morale e costumanze sociali. La politica cristiana rispetta non solo le norme di comportamento morale e giuridico, ma anche quelle norme di comportamento che riguardano costumanze e abituali convenienze politiche e sociali che spesso si ispirano a istanze morali.

MOTIVAZIONI DEI 16 ARTICOLI DEL CODICE

Art. 1 VALORI IDEALI

- Adesione ai valori ideali. L'art. 1 dello Statuto della DC prescrive che il socio debba "aderire ai valori ideali di Partito". E' competenza del Partito far conoscere quali siano in concreto i "valori ideali" della DC, e come questi comprendano anche i "valori morali", e perciò pure le regole dell'etica professionale. - Incompatibilità ideali. L'art. 6 dello Statuto prescrive che il socio non deve aderire a movimenti "aventi finalità contrastanti con quelle del Partito". Tale adesione implica violazione non solo delle norme statutarie, ma anche di specifiche norme morali (dovere di fedeltà ai principi e di coerenza).

Art. 2 CONDOTTA

- Condotta incensurata e irreprensibile. Secondo l'art. 1 dello Statuto della DC, il socio deve avere una "incensurata condotta morale e politica", e secondo l'art. 15 (lettera F) dello stesso statuto, il socio deve "tenere irreprensibile condotta morale e politica". Quindi, la condotta deve essere non solo "incensurata" (giudizio esterno), ma anche "irreprensibile" (correttezza interiore). Inoltre si esige specificamente, non solo una condotta politica, ma anche una condotta"morale". - Comportamento dignitoso. L'art. 15 dello Statuto del Partito prescrive che il socio abbia un "comportamento improntato al massimo rispetto della dignità e della personalità di ciascuno", rispetto inteso come dovere primario della DC.

Art. 3 COSCIENZA

- Coscienza e responsabilità. La coscienza politica deve essere intesa come coscienza non solo individuale ma anche sociale. La coscienza delle responsabilità politiche dell'eletto è duplice: verso l'elettore e verso il Partito che presenta il candidato agli elettori in nome di un determinato programma politico. Non si può sacrificare una responsabilità all'altra. - Obiezione di coscienza. Si deve ammettere l'obiezione di coscienza per il socio che non intenda aderire ad un orientamento o ad una decisione politica che considera incompatibile con i doveri di coscienza. - Casi di coscienza erronea. La coscienza, di cui si rivendica la libertà, deve essere controllata dal soggetto che si appella ad essa, perché anche la coscienza può cadere in errore ("coscienza erronea") determinato da ignoranza, incompetenza, risentimento, ostilità di persone o gruppi, pregiudizi, superficialità di giudizio, ecc. - Abuso dei casi di coscienza. Si devono evitare non solo i casi di "coscienza erronea", ma anche "l'abuso dei casi di coscienza" (don Sturzo). Opera contro coscienza chi rifiuta la disciplina al Partito per un abuso del caso di coscienza. - Incertezze di coscienza e dimissioni. Dalle insuperabili incertezze della coscienza si può uscire dimettendosi da una funzione il cui esercizio sia divenuto imbarazzante per la coscienza stessa.

Art. 4 COSTUME

- Lotta contro la corruzione politica. E' dovere del politico cristiano combattere ogni forma di corruzione nei pubblici affari e nell'esercizio di pubblici incarichi. - Malcostume degli Enti pubblici. Il politico cristiano deve esigere specialmente da Enti di Stato o comunque gestiti o finanziati dallo Stato, e in primo luogo dalla Rai Tv, che non si utilizzino pubblici strumenti come mezzi di diffusione del malcostume. Chi non ha impedito il malcostume che poteva impedire ne assume la responsabilità morale. - Strutture sociali che favoriscono la corruzione. La politica cristiana sente il dovere di combattere quelle strutture sociali che agevolano corruttela, arrembaggio, favoreggiamenti, scalate agli stipendi, imposizione di partito, sperpero di denaro, ingiustizie fiscali, protezionismi negli accessi agli impieghi, nelle promozioni, nell'assegnazione di posti, ecc. - Moralità e pubblici affari. Per combattere la diffusione della immoralità nei pubblici affari è opportuno combattere il moltiplicarsi degli Enti pubblici e dell'ingerenza dello Stato in imprese, banche, istituzioni economiche di ogni genere, in quanto la pubblicizzazione dei rapporti economici può influire sul rilassamento dei costumi morali. - Incompatibilità tra controllori e controllati. E' una esigenza dell'etica politica l'affermazione dell'incompatibilità tra controllori e controllati e di conseguenza la separazione delle responsabilità del parlamentare dalle mansioni del pubblico amministratore. E' quindi necessario riprendere la battaglia di don Sturzo contro la "bassa lega" fra politici e amministratori, tenendo presente gli scandali successivi alla campagna di don Sturzo. - Abuso del pubblico denaro. E' doverosa la lotta contro ogni abuso del pubblico denaro, anche se l'abuso è al servizio di gruppi parlamentari o di partiti politici. - Divieto di mediazione e cointeressenze. Oltre che per ragioni giuridiche e politiche, e quindi per non incorrere in alcuno degli illeciti previsti dalla legge, si afferma il rigoroso divieto per i membri della DC, investiti e non investiti di pubbliche funzioni, di accettare mediazioni e cointeressenze in pubblici affari.

Art. 5 MORALITÀ'

- Malcostume e pubblica immoralità. La politica cristiana deve considerare come imperativo dovere la lotta contro tutte le forme di pubblica immoralità quali l'abortismo legalizzato, la prostituzione, l'uso della droga, l'uso degli antiprocreativi, l'omosessualità, la pornografia, e tutte le altre degenerazioni morali vietate e non vietate dalle leggi dello Stato. - Malcostume nelle pubblicazioni e negli spettacoli. Per la difesa del costume morale è particolarmente imperativo l'art. 21 della Costituzione secondo il quale "sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buoncostume". La generale inosservanza di tale norma nulla toglie al valore cogente di una norma voluta dalla libera Assemblea democratica del popolo italiano. Esigere il rispetto di tale norma costituzionale è dovere primario del politico cristiano il quale è ben conscio che il malcostume offende la coscienza, viola il diritto, e degrada la dignità dell'uomo. - Educazione al buon costume. Deve essere un fine essenziale della politica cristiana l'educazione al buon costume per promuovere la sanità morale dell'individuo e della famiglia e la formazione della gioventù.

Art. 6 DISCIPLINA

- Rispetto della disciplina democratica. Deve essere rispettato il "principio della disciplina democratica" (De Gasperi), che implica il rispetto dei voti dei Congressi vincolativi per tutti, nonché il rispetto di ogni altra direttiva democraticamente adottata da legittimi organi di Partito. La disciplina riguarda "un complesso di norme di convivenza e di realizzazione, norme di esercizio e di difesa" (don Sturzo), e deve pure riguardare i rapporti con i dirigenti democraticamente eletti alle cui direttive deve essere coordinata e pure subordinata l'attività del socio. Deve essere combattuta ogni indisciplina dovuta a ignoranza, malevolenza, partito preso, presunzione, e tale da indebolire il Partito. - Osservanza delle norme statutarie e regolamentari. L'art. 15 dello Statuto stabilisce i seguenti doveri dell'iscritto alla DC: "Ogni socio è tenuto all'osservanza dello Statuto, dei regolamenti e dei deliberati degli organi statutari, e deve concorrere alla loro attuazione ed a quella del programma e della linea politica della DC". Ogni violazione dei predetti doveri è pure violazione delle norme di comportamento con tutte le conseguenze che da ciò possono derivare.

Art. 7 CRITICA

- Critica interna ed esterna. Mentre la critica interna al Partito può favorire opportuni chiarimenti e progresso delle idee, la critica esterna può risolversi in una forma di disfattismo che fornisce armi all'avversario. - Critica costruttiva e autolesionismo. E' incontestabile il diritto di criticare ogni politica ritenuta ingiusta o inopportuna, a condizione che la critica sia costruttiva (positiva) nella denuncia dei mali e dei modi di curarli, e non autolesionista (negativa) e spesso sabotatrice. - Critica e rispetto delle decisioni del Partito. La critica è libera, ma deve rispettare le decisioni congressuali e direzionali. Le norme degli organi superiori del Partito debbono essere vincolanti per gli organi inferiori e per tutti gli iscritti, e il dissenso espresso in sede interna può contribuire per mutarle e migliorarle ma non può tradirle mentre sono vigenti. Critica degli uomini di Governo. Le critiche degli uomini di Governo verso le direttive del Partito non debbono essere tali da diventare nocive per il Partito che li ha designati alle supreme cariche, e pure nocive all'unità di una compagine governativa.

Art. 8 PARTITO

- Moralità del Partito. La moralità del comportamento politico implica moralità del Partito inteso come una comunità di individui che si ispirano ad uguali principii e si pongono al servizio di una comunità politica. Il Partito va considerato non solo come "movimento", ma anche come"corpo sociale", implicante un sistema organico di diritti e doveri, uno stabile rapporto tra fini e mezzi in un organismo sociale di natura etico politica. I legami di Partito vanno intesi non solo come legami politici, ma anche come legami etici. Il Partito poggia su due pilastri "libertà e organizzazione" (don Sturzo); libertà del socio, dell'elettore e del parlamentare, ma anche organizzazione resa efficiente e stabile da legami di diritti e doveri. - Azione formativa. Secondo l'art. 27 dello Statuto del Partito è dovere delle Sezioni di svolgere "azione di formazione, di presenza e di proposta", cioè di operare in tre campi distinti e complementari nei quali si esplica, per vari gradi,l'azione politica. Il dovere di formazione va considerato anche come dovere di comportamento morale di ogni socio. - Servizio sociale. Il socio della DC, considerando la politica come un servizio alla comunità,e il Partito come un corpo di servizio alla comunità per la garanzia dei diritti e doveri del cittadino, deve assicurare tale servizio sociale con la giustizia delle leggi, con l'onestà e la saggezza dell'amministrazione. - Solidarietà. Il dovere di solidarietà fra gli iscritti al Partito si esplica con l'assunzione delle responsabilità individuali e sociali, con la concordia sociale, con la subordinazione alle disposizioni degli organi direttivi liberamente eletti, in quanto i "vertici" del Partito siano libera e democratica espressione dell'effettiva volontà della"base". - Assistenza. Il politico cristiano deve consigliare il cittadino, assisterlo nei suoi bisogni, aiutarlo a rettificare i suoi erronei orientamenti, collaborare con il singolo per rendere sempre più cosciente la sua partecipazione al sistema democratico. -Difesa. La milizia politica va intesa come una milizia che ha il compito della difesa pubblica dei diritti della persona nella vita dello Stato, nonché della difesa dalle ingiustizie politiche ed economiche e della riparazione di ingiustizie subite. - Crisi di Partito e crisi di istituzioni. E' dovere cercare di evitare ogni crisi di Partito, non solo per tutelare la stabilità ed efficienza del Partito, ma anche per impedire che una crisi di Partito possa provocare crisi di istituzioni.

Art. 9 ORGANIZZAZIONE

- Divieto delle correnti e orientamenti ideologici particolari. E' un dovere, non solo politico ma anche morale (per rispetto della legge di solidarietà e dell'esigenza dell'unità politica) rinnovare una tenace lotta contro le correnti che dilaniano il Partito, ne sacrificano l'unità e favoriscono le ambizioni. Poiché le correnti sono già state ripetutamente e inutilmente vietate, le norme di comportamento morale devono essere applicate con maggior rigore e con sanzioni anzitutto contro i promotori ed organizzatori di correnti. Oppure, se il Partito non intendesse sopprimerle, si debbono rigorosamente regolamentare, fissando diritti e doveri di comportamento morale di ogni legittima tendenza interna che operi come specifico orientamento ideologico e non come gruppo organizzato e di pressione. Violano le norme di comportamento morale anche le agenzie e pubblicazioni di corrente già definite da De Gasperi:"succursali della stampa avversaria". - Diritti degli iscritti. Secondo l'art. 14 dello Statuto della DC, ogni socio ha il diritto di: "partecipare all'attività del Partito", "contribuire alla determinazione della linea politica", "concorrere all'elezione degli organi statutari". Cioè: esercitare diritti politici che riguardano l'ammissione alle candidature per pubblici incarichi, ed ogni nomina pubblica e privata in cui si può legittimare una competenza diretta o indiretta del Partito. - Referendum dei Soci. L'art. 124 dello Statuto prevede il referendum tra i soci al quale il Partito dovrebbe ricorrere per tutte le decisioni più gravi di orientamento politico, in modo da poter meglio garantire la certezza e democraticità delle maggiori decisioni, sottraendole all'arbitrio e alle competizioni degli organi o gruppi di potere. - Dovere di sostegno economico. L'art. 15 dello Statuto della DC prescrive che è dovere del socio "sostenere economicamente il Partito" e, a tal fine, deve essere versata al Partito una parte delle indennità percepite, fissata dagli organi dirigenti, essendo particolarmente onerose la stampa, la propaganda e le campagne elettorali. Ogni violazione dei predetti diritti e doveri è anche violazione delle norme di comportamento.

Art. 10 ELEZIONI

- Comportamento del candidato democristiano. Il candidato de deve rispettare le norme della moralità elettorale che esige: propaganda veritiera, lealtà verso gli altri candidati, obiettività nella critica degli avversari, fedeltà al programma del Partito, non accettazione di candidature in liste avverse o concorrenti, secondo quanto prescrive l'art. 105 dello Statuto della DC. - Denuncia delle spese elettorali. Ogni candidato eletto o non eletto, deve rendere pubbliche e documentate la spese sostenute per la campagna elettorale e i finanziamenti elettorali eventualmente ottenuti dal candidato stesso o dal Partito per fini elettorali. - Rispetto delle incompatibilità. Oltre le incompatibilità previste dall'art. 21 dello Statuto del Partito, deve essere rispettata anche ogni altra incompatibilità di natura morale, anche se non giuridicamente sancita, come nel caso di appartenenza, oltre che alla DC, ad associazioni in tutto o in parte ostili ai valori cristiani, quali per es. la massoneria. Nessuno può appartenere contemporaneamente ad ambedue le Camere (art. 65 della Costituzione) e nessun parlamentare eletto nelle liste della DC può essere contemporaneamente membro delle due Camere nazionali e del Parlamento europeo.

Art. 11 PARLAMENTO

- Dovere di difesa della funzione legislativa. Il parlamentare democristiano deve difendere l'indipendenza dell'attività legislativa lottando contro le ingerenze che turbano il libero e responsabile esercizio delle funzioni parlamentari, e, quindi, opponendosi alle indebite ingerenze di partiti, di sindacati, di giornali, di esponenti di interessi particolari. - Diritti di libertà del parlamentare. Deve essere rispettata la libertà del parlamentare. Non vi è mandato imperativo nè degli elettori, secondo l'art. 69 della Costituzione, ne dei Gruppi. Il Parlamento non può essere considerato come "Camera di registrazione" e "non può essere un minorato che attende per muoversi gli ordini di scuderia" (don Sturzo). Le norme di comportamento combattono la partitocrazia conciliando la libertà con la responsabilità del parlamentare. - Doveri del legislatore DC. Per il corretto ed efficiente adempimento del compito di legislatore si esige dal parlamentare dottrina ed esperienza giuridica, conoscenza della tecnica legislativa, perizia ed obiettività nella disciplina della materia su cui legifera. Viene meno al dovere professionale chi trascura la formazione della competenza professionale. - Dovere della dichiarazione patrimoniale. Affinchè la vita degli uomini politici sia trasparente, e l'opinione pubblica non possa avere dubbi sulla loro correttezza, è doverosa la dichiarazione patrimoniale dei DC aventi funzioni nel Partito, nel Parlamento o nel Governo o negli Enti pubblici, e tale dichiarazione, riguardante anche il coniuge ed i figli conviventi, deve essere periodicamente aggiornata. - Lotta contro l'assenteismo parlamentare. Per impedire la decadenza dell'istituto parlamentare, presidio della democrazia, il retto comportamento combatte la piaga dell'assenteismo dei parlamentari, prevedendo sanzioni del Gruppo ed anche la decadenza dalla carica per assenteismo abituale, in maniera analoga a ciò che è previsto dalla legge comunale e provinciale. - Riforma dell'autorizzazione a procedere. Per favorire un retto comportamento morale si deve promuovere la riforma dell'istituto dell'autorizzazione a procedere essendo venute meno le principali ragioni storiche che lo giustificarono,ed essendo causa di decisioni contraddittorie che creano privilegi sulla base di intese politiche. E'però necessario stabilire nuove forme di garanzia dell'indipendenza del Parlamento dai magistrati politicizzati. - Riforma del sistema di incriminazione dei Ministri. Per garantire la giustizia uguale per tutti e per eliminare privilegi determinati da complicità politiche, si impone la riforma del sistema dell'incriminazione dei membri del Governo ai quali, comunque, deve essere assicurata la possibilità di giudizio in seconda istanza.

Art. 12 GRUPPI

- Rispetto delle direttive del Gruppo. Il parlamentare DC deve rispettare le direttive del proprio Gruppo parlamentare, per non indebolire la forza del Gruppo e l'efficacia della sua opera nel Parlamento, secondo la volontà degli elettori. - Presentazione di proposte di legge. E' doveroso il rispetto della disciplina di Gruppo in materia di presentazione di proposte di legge, emendamenti, di ordini del giorno. Prima della presentazione debbono essere sottoposti al direttivo del proprio Gruppo parlamentare. - Discorsi dissenzienti. E' dovere del parlamentare de informare preventivamente il direttivo del Gruppo parlamentare nel caso in cui intenda tenere discorsi parlamentari dissenzienti dall'orientamento del Gruppo. E' pure doveroso esporre al direttivo del Gruppo le ragioni del dissenso.

Art. 13 VOTAZIONI

- Sincerità nelle votazioni. In materia di dissenso del voto si esige non solo coraggio nell'esprimere la propria opinione personale, ma anche sincerità nelle motivazioni del dissenso. - Lealtà e pubblicità del dissenso nel voto. Il dissenso del parlamentare de su una votazione deve essere leale, pubblico e comunicato preventivamente al direttivo del Gruppo parlamentare DC. - lì voto e il rispetto della coscienza. Nessun parlamentare può essere costretto a votare contro coscienza, cioè contro il divieto della "retta ragione" (don Sturzo), e pure contro il citato precetto costituzionale che stabilisce che ogni parlamentare "esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato" (art. 67). - Lotta contro i franchi tiratori. Sono inammissibili nell'azione parlamentare i franchi tiratori, perché ipocriti e senza coraggio, "falsano le regole del gioco" (don Sturzo). Mentre sono legittimi i motivati dissensi interni, sono nocivi i dissensi esterni (disfattismo). - Abolizione del voto segreto. L'abolizione del voto segreto è auspicabile per eliminare tutti i predetti inconvenienti del voto segreto. La riforma del sistema di votazione comporta la riforma dei regolamenti parlamentari, al fine di escludere il diritto di richiesta di voto segreto e pure la preferenza attribuita dai regolamenti a vari motivi di votazione (don Sturzo).

Art. 14 OPINIONE PUBBLICA

- Orientamento dell'opinione pubblica. E' dovere del politico de ispirare l'attività politica alla convinzione che il rispetto delle norme morali può efficacemente influire, più di ogni altra attività, sul retto comportamento dell'opinione pubblica. - Opinione pubblica e malinformazione. E' doveroso, per il DC, cooperare alla formazione di una corretta opinione pubblica e combattere la malinformazione faziosa. - Lotta contro lo scandalismo e la faziosità. E' dovere di ogni membro della DC difendere il Partito ed i suoi membri, dallo scandalismo artificioso e denigratorio, e combattere ogni faziosità della stampa e dell'oratoria demagogica.

Art. 15 STAMPA

- Dovere di precisare e di smentire. Il DC, investito o non investito di pubbliche funzioni, ha il dovere di precisare o smentire dichiarazioni giornalistiche gratuite e interviste arbitrarie o faziose o deformate concernenti la sua attività politica. Si deve impedire che nell'opinione pubblica si accreditino orientamenti falsi o imprecisi o comunque discreditanti. Devono essere combattute, nella stampa, le false informazioni, ed è doveroso collaborare con il Partito combattendo ciò che è di fazioso pregiudizio del prestigio del Partito che si intende difendere. - Collaborazioni inopportune. Il DC è sconsigliato a collaborare a giornali o periodici sistematicamente ostili alla DC, al fine di non dar credito ai denigratori e di non confondere, nell'opinione pubblica la verità con gli errori. - Inopportunità di sottoscrivere manifesti avversari. Ai soci della DC, specialmente a quelli che rivestono cariche di responsabilità, è sconsigliata la sottoscrizione di manifesti promossi da avversari politici, in quanto siano tali da recare pregiudizio all'autonomia ideologica della DC e di confondere, di fronte all'opinione pubblica, responsabilità politiche diverse anche se concordanti in qualche materia.

Art. 16 SANZIONI

- Le sanzioni previste per violazione delle norme di comportamento sono nettamente distinte da quelle sanzioni, (sospensione ed espulsione) che sono previste dallo Statuto e che possono essere decise sia dalla Direzione, sia dai Probiviri per violazione di norme statutarie relative a disciplina non solo organizzativa ma anche morale. Lo statuto del Partito determinerà quali misure disciplinari possano essere prese nel caso della mancanza di rispetto di qualcuna delle norme di comportamento. Lo Statuto indicherà pure quale organo, rigorosamente indipendente, avrà la facoltà di prendere provvedimenti.

SEGUE: TESTO dei 16 ARTICOLI DEL CODICE APPROVATO DALLA DIREZIONE DEL PARTITO, DALL'ASSEMBLEA NAZIONALE E DAL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DC(29.XI.1981)- (Omessi).

.

EDIZIONI PRECEDENTI

SCELTE PUBBLICHE:  RIFORMA DELLA POLITICA IN ITALIA

Matteo RENZI: La terza via della sinistra e la mia ricerca di un nuovo cammino.
Francesco CAPONNETTO, Democristiani non utopisti visionari, ma pieni di ardimento
Gabriele CANTELLI, Renzi-Berlusconi: prove oltre la terza via, tra riconoscimenti e coperture  ?

renzi-terza via.jpg (4660 byte)

Matteo RENZI, La terza via della sinistra
e la mia ricerca di
un nuovo cammino.

(Testo ripreso da Il Sole 24 ORE, 28 nov. 2014 )

1.-  Per tutto il Novecento, il destino della sinistra che cambiava le cose è stato quello della incessante ricerca di una terza via. Una ricerca appassionata e critica che, avendo a cuore che gli ideali di libertà e giustizia continuassero a orientare una politica per i cittadini e per il cambiamento, sapeva districarsi tra il cieco affidamento alle ragioni del mercato della destra e l'ideologismo statalista della sinistra estrema.
  Oggi quel compito è diventato più arduo. Ai due vecchi conservatorismi di destra e di sinistra, si è difatti aggiunta l'inconcludenza di un populismo che, oltre a tentare di permeare chiunque dei suoi pregiudizi, s'è fatto istanza politica a sé e reclama a gran voce il suo spazio. In Europa, in particolare, questo populismo ha avuto più successo che altrove, facendosi vanto di non essere interessato alla comprensione dei problemi e alla pronta definizione delle soluzioni, quanto piuttosto alla compilazione dell'elenco di presunti colpevoli. Un elenco che, seppure di tanto in tanto lasci intravedere i nomi di qualche vero avversario del cambiamento, è composto in maniera convenzionale e gretta.  Così, nel nuovo secolo già carico di mutamenti tali da apparire inimmaginabili anche negli ultimi anni del vecchio, il futuro della sinistra che cambia le cose è diventato più complesso.
   Sommatasi la loquace balbuzie populista ai due vecchi conservatorismi, il nostro compito è divenuto quello della ricerca di un nuovo cammino, originale e tuttavia memore del percorso fin qui realizzato.
  Non è soltanto una questione di numeri. Quando, sotto la spinta della stagione clintoniana, la sinistra definì i contorni della propria Terza via, riuscì nel suo intento perché seppe disinnescare il determinismo della destra focalizzato sulla inviolabilità del mercato e quello di una certa sinistra - che vediamo all'opera ancora oggi - centrato sulla sacralità dello Stato.
   La sinistra delle riforme aveva allora solo due avversari da sconfiggere. Due avversari, per così dire, convenzionali.
   Ci riuscì proponendo un umanesimo liberal-democratico, costruito sulla dialettica nuova tra quanto al mercato andava concesso in termini di realizzazione delle libertà dei singoli e quanto allo Stato era richiesto in ragione di un'estensione delle opportunità per tutti. Quella lezione e le conquiste che ne seguirono valgono ancora oggi.
   Eppure non sono più sufficienti. Il populismo, nemico non convenzionale nell'agorà della politica, si è affiancato ai due vecchi avversari e impone la sua presenza urlando e spaventando. Unico modo per neutralizzarlo è rispondere a quella legittima invocazione di trasparenza, che viene alla politica trasversalmente da tutti.
  La globalizzazione impone alle democrazie del mondo non soltanto di essere più veloci nelle proprie dinamiche di rappresentanza e nei processi decisionali. Richiede anche di rendere le dinamiche di rappresentanza e i processi decisionali più trasparenti che in passato.
    Per ridurre così la distanza che i cittadini percepiscono tra se stessi e le istituzioni, utilizzando anche i nuovi strumenti di comunicazione della Rete. Più velocità e più trasparenza, insomma: una sfida inedita per la storia del pensiero e delle procedure democratiche. E tutta qui sta la difficile opera della ricerca di una nuova via per la sinistra che vuole ancora cambiare il mondo per farlo più libero e più giusto.
   È successo e succede alla sinistra di affezionarsi troppo ai cambiamenti che ha realizzato negli anni passati. Si affeziona a essi al punto di pretendere di difendere le conquiste del passato anche quando diventano il principale ostacolo per le conquiste future.
    Un enorme paradosso per chi è di sinistra e sa che solo la continua realizzazione degli ideali di libertà e giustizia conferisce, per ogni generazione, un senso storico all'essere di sinistra.

2.-  Nemmeno alla Terza via è oggi possibile affezionarci. Certo, tutti noi abbiamo in tasca una bussola per attraversare il tempo del nostro impegno politico. Un oggetto familiare che portiamo con noi ovunque: una guida, più che un semplice strumento di orientamento.
   E per molti di noi la Terza via è stata la bussola del cammino degli ultimi anni.
   Quando nel 1999 Bill Clinton e Tony Blair convocarono a Firenze i progressisti di tutto il mondo, avevo ventiquattro anni e avevo deciso che per me la politica, intesa come cambiamento in positivo, come partecipazione e scelta, come impegno e responsabilità, poteva essere qualcosa di buono, un orizzonte possibile per trasformare in meglio la realtà. Tuttavia nella stagione presente dei grandi mutamenti della globalizzazione, la nostra vecchia bussola può indicarci la direzione sbagliata.
   Oggi i grandi mutamenti in corso agiscono, difatti, come inattesi e improvvisi campi magnetici che fanno saltare l'ago della Terza via.
   Solo una bussola nuova, costruita dalle passioni e dalle intelligenze del presente e ispirata dai bisogni reali che richiamano oggi il nostro impegno - penso, ad esempio, agli sforzi di riforma che stiamo facendo in Italia, dagli 80 euro al cambiamento dell'architettura istituzionale, così come ad altre esperienze in Europa e nel mondo che si muovono nella stessa direzione - può indicarci la giusta direzione del futuro. Una nuova via che si faccia strada tra i tanti e diversi che agitano paura e diffondono sfiducia, per indicare un nuovo verso per un futuro più prospero e più felice.

caponnetto  f.jpg (197565 byte)

Francesco CAPONNETTO, Democristiani non utopisti visionari, ma pieni di ardimento

NEL QUADRO DEI TENTATIVI IN ATTO
PER LA RICOSTRUZIONE DI UN PARTITO
UNITARIO DEI CATTOLICI, IN POLITICA 

  Non è facile, in questo panorama politico italiano, ed in questi periodi di particolare crisi democratica, scrivere della Democrazia Cristiana.
   E un fatto, a tutti noto, che un insieme di politici, con astute mosse, atte ad ingannare con illusioni fantastiche l'opinione pubblica, aspirano a farsi riconoscere dal Parlamento Italiano «Legati Apostolici».
   Essi hanno, cioè, la pretesa di ottenere il diritto speciale di nominare, al posto degli elettori, i Deputatinazionali ed i Senatori' .

  Anche il grande Conte norrnanno Ruggero, con una bolla pontificia conferitagli dal Papa Urbano II, ottenne la prerogativa della Apostolica Legazia, per cui i Vescovi siciliani erano nominati direttamente dal Re.
  Questo privilegio, durato molti secoli, generò tante vicende dolorose.

   Non è facile scrivere della DC, anche perché, mentre due nostri eroici connazionali tirano avanti alla meglio per non'fare la fine di Attilio Regolo, milioni di famiglie faticano ad a,rnvare alla fine del mese.

   Ma quello che ci deve servire da ammaestramento, è l'opinione di Galileo Galilei, che scriveva in una sua lettera: " Oggi è invalso l'uso che meglio sia errar con I'universale, che essere singolare nel rettamente discorrere".  Infatti una gran quantità di persone, in modo particolare quelle che diedero al pavido Mino Martinazzoli il malvagio consiglio di sciogliere la D.C., si considerano dei furboni e pensano di essere forti, solo perché numerosi. Perciò, senza diventare rossi in viso, dopo avere ammainato la bandiera della Democrazia Cristiana, oggi espongono la bandiera di ogni vento.

   La ragione particolare per la quale hanno abiurato la propria fede politica, ed hanno morso la mano che Ii ha nutriti, è nata dalla brama di amare solo se stessi ed i1 portafogli gonfio.

   L'orgoglio ridicolo del quale, questi "sciocchi politici di mal talento pieni" vanno fieri, è la persecuzione della D.C.; i loro eroi sono i disertori, che reclutano milizie mercenarie per pugnalarla alle spalle; le loro divinità tutelari sono i volti velati dei ruffiani prezzolati, che nei momenti bui e pieni di affanni della disfatta, la spingevano verso gli scandali di tangentopoli per farla cadere nella palude, al fine di ridurre i suoi meriti ed il suo onore, ad un brandello di sogni.

   Ma il ricordo del Partito e degli uomini di valore che avevano dato vita alla D.C., ora torna ad esercitare un profondo fascino.

  Ecco perché, non uomini di valore, ma uomini qualsiasi, o come dice Leonardo Sciascia, mezzi uomini e quaquaraquà, con la forza delle pugnalate dei congiurati, tentano di spegnere Ia Vita de1la D.C. e la sua storia.

   Un Partito, che non ha bisogno di cambiare il nome, non ha bisogno di cambiare il simbolo perché rappresentano un pregio, una importanza morale che affonda le sue radici nell'etica cristiana e trae onore e vanto dal Magistero Ecclesiastico.

DEMOCRAZIA CRISTIANA,
in queste due parole sta tutta la grandezza e la maestà di questo Partito, al quale, se vuole avere un awenire, spetta la gravosa responsabilità di individuare
l'Agamennone della sua Iliade.

Francesco Caponetto

P.S.: E' del Manzoni il verso che, se non è bello, esprime però una grande verità: <l forti non sarem, se non siam uni ! ".

Roccella Valdemone (MESSINA)

cantelli gabriele.JPG (42713 byte)

Gabriele CANTELLI, Prove di Renzi-Berlusconi, oltre la
terza via, tra riconoscimenti
e coperture  ?

  1.-   In prima pagina troviamo Napolitano: "Sul lavoro ci vuole più coraggio, basta conservatorismi".
  E' chiaro il riferimento alla tensione nel PD che suona come un intervento di mutuo soccorso della Presidenza della Repubblica, a sostegno del Presidente del Consiglio e che, dagli Usa, dove si trovava in viaggio promozionale fra i cugini democratici, con la solita delicatezza dell'elefante nella camera degli specchi, avvertiva l'irrefrenabile desiderio di affermare:"pronto allo scontro con i sindacati, se vogliono",

   Allora da una parte, Napolitano con Renzi,e dall'altra, quelli che sulla questione del superamento dell'articolo 18 si portano dietro un loro passato nel quale il sindacato era la cinghia di trasmissione del partito e viceversa anche in funzione della formazione del personale politico spesso intercambiabile.

  I ruoli a double face,  giocati da Cofferati ed Epifani bastino a rappresentare una serie infinita di casi a livello nazionale, regionale e comunale di esperienze politiche e sindacali animate da una comune convinzione dell'importanza dei consigli di fabbrica come avamposti della collettivizzazione dell'economia.

2.-  Si tratta ora di vedere se la questione della soppressione dell'articolo 18, per le sinistre catto-socialiste che fanno parte dell'opposizione interna al PD, costituisce solo un onorevole pretesto per perseguire un nuovo equilibrio nel partito o se, di fronte alla intransigenza sindacale, esse portino la tensione interna al PD oltre il limite della rottura, come la sottoscrizione e presentazione degli emendamenti al testo governativo farebbero ritenere .

  3.- Ma potrebbe essere il Renzi a cogliere buona la occasione per provocare le condizioni di una scissione a sinistra usando nei loro confronti la stessa delicatezza con la quale si mossero i giovani cattolici approdati nella DC per acquisirne sedi e simbolo e non la storia, facendoli sentire stranieri in patria nelle sezioni di un partito che comunque vadano le cose non è più il loro.

  In questo momento diviene particolarmente importante il ruolo di un Berlusconi che, volenti o nolenti, sta restituendo a Renzi il favore ricevuto quando l'astro nascente, dopo averlo dichiarato a legame overall, a fine partita per la condanna definitiva nella quale era incorso, lo ricevette in sede al Nazzareno riconoscendone la piena rappresentatività della maggior forza di opposizione, la piena capacità di sottoscrivere accordi politici.

  Ora è¨ Berlusconi col suo fido Brunetta a dire che ove Renzi mantenga la sua posizione sull'articolo 18 e le riforme concordate con la opposizione di centrodestra, potrà contare sui suoi voti fino alla costituzione di un governo delle larghe intese.

  L'arroganza con la quale il giovane leader del PD si sta muovendo in campo nazionale ed internazionale, dicendo anche quanto sa di non poter mantenere per gli stessi vincoli europei nei quali incepparono i suoi predecessori, fa ritenere che Renzi stia pensando alla costituzione di una nuova forza politica che, eliminata la sinistra catto-comunista (da Bindi a Bersani) comprenda sinistra cattolica e socialdemocratici ,un nuovo partito espressione di un moderato classismo, pronto a riconoscere l'impegno di quegli imprenditori illuminati, da sempre in grado di rapportarsi con tutti i tipi di maggioranza a livello nazionale e locale, (Mediaset compresa), purchè sia assicurata quella concertazione pubblico privato, che anche in Emilia Romagna ha dimostrato di essere determinante per la programmazione urbanistica del territorio.

   In tal caso sarà la grande cooperazione, in possesso degli agganci giusti per svolgere un ruolo e coagulo e di guida delle cordate di interessi trasversali, a rappresentare la sinistra sociale al posto di un sindacato i cui riferimenti culturali non corrispondono alla attuale dimensione elettorale del PD.

.

SCELTE PUBBLICHE:  RIFORMA DEI PARTITI IN ITALIA

UNA CONVENTION DEI CATTOLICI TASSONE, FONTANA, ALESSI  E ALTRI

fontana-gianni.jpg (88365 byte)
On. Avv. Gianni Fontana

LA CONVENTION DI FONTANA E TASSONE
a Roma, Auditorium Domus Pacis, Via della Torre Rossa 94
il 10 ottobre 2014, ore 10,00


Verso la rianimazione di un partito "di" cattolici,
dopo il flop della UDC nelle elezioni del 2013 .


LE LETTERE DI FONTANA E TASSONE

tassone.jpg (3817 byte)
On. Avv. Mario Tassone

La sequenza delle mini-DC nelle elezioni politiche, dal 1994
ad oggi, prova che un partito di cattolici non è mancato mai.
Perchè tutte queste mini-DC sono rimaste "nane"?

dc-1992.jpg (2883 byte) dc-1994.jpg (3555 byte) dc-1996.jpg (3635 byte) dc-2001.jpg (3909 byte) dc-2006.jpg (3596 byte) dc-2013.jpg (151694 byte) logo dc-nuova.jpg (148000 byte) dc-cdu.jpg (7869 byte)
1992 1994 1996 2001 2006 2013 Oggi Oggi

Nota. La DC, dopo il presunto scioglimento nel 1994, voluto da Martinazzoli, fu surrogata dal PPI, da cui scaturirono il CDU di Buttiglione e Tassone, e poco dopo il CCD di Casini. Poi, da questi ultimi scaturì  l'unione in UDC, con l'aggiunta di DE-Democrazia Europea di D'Antoni.
   Si direbbe che un partito di cattolici non sia mancato mai per l'elettorato, eppure il successo elettorale di questa presenza è rimasto "nano".
   Approfondire i motivi delle varie scissioni e del flop elettorale dell'UDC nel 2013 è un passaggio necessario per la "buona" CONVENTION.
   Va preso, poi, atto che nella primavera 2014 il CDU è uscìto dalla UDC, e ciò ha messo in minoranza CASINI dentro la UDC, la quale adesso aspira ad una "unione di fatto" con il NCD. Poi, ferve una discussione al centro e nel centro destra, per l'invenzione di un'alternativa al PD.

La lettera di Gianni Fontana

   Gentili amiche e cari amici,
insieme ad altri organismi associativi e politici, sulla linea dell’assemblea del 18-19 gennaio u.s. e degli ultimi incontri degli iscritti, venerdì 10 ottobre, dalle ore 10,00 alle 14,00, presso la Domus Pacis via di Torre Rossa 94 Roma, abbiamo convocato una riunione al fine di giungere ad una concreta e costruttiva intesa finalizzata a condurci alla fondazione di un nuovo soggetto politico entro il presente anno.
   E’ nostra convinzione che i tempi siano maturi per portare a termine quel tentativo che la nostra Associazione, sin dalla nascita, ha perseguito con tenacia, generosità e speranza: la costituzione di un partito popolare, riformatore, europeista, animato dal pensiero cristiano e dallo spirito dei costituenti.
  Un partito impegnato a testimoniare il radicale insegnamento di Papa Francesco e le virtù civili iscritte nella Carta: il partito della gente, delle donne e degli uomini di buona volontà che non si sentono rappresentati dall’attuale assetto politico o che vi aderiscono come malinconica scelta del male minore.
  Il partito che torna a riscaldare il cuore di chi, con la triste scelta dello astensionismo e del disimpegno, si è lasciato andare, per rabbiosa rinuncia o non curante indifferenza, ai margini della politica. L’appuntamento del prossimo venerdì avrà un senso se la chiarezza, la qualità, l’originalità del “progetto Paese” saranno supportate da una forte partecipazione, motivata e consapevole.
   Partecipazione convinta che la battaglia in cui dovrà spendersi è quella di tornare ad essere parte ed aver parte nella vita civile dell’Italia per la costruzione del “bene comune”.
   A tal fine sono a chiedere non solo la tua presenza ma di impegnarti a fondo per sollecitare l’adesione di quanti auspicano un cambiamento che trova la sua radice nella ricostruzione della persona umana disorientata e mutilata dalla superficialità, dall’egoismo dai fondamentalismi e dall’imperante relativismo etico e politico. Il 10 di ottobre, alla Domus Pacis, dovrà segnare la nuova aurora della politica italiana.
    Fraterni e benauguranti saluti.
                  Gianni Fontana

La lettera di Mario Tassone

               Caro amico,
sono lieto di invitarTi a partecipare alla manifestazione che il CDU, insieme ad altre associazioni e formazioni politiche ha organizzato per il prossimo 10 ottobre alle ore 10.00 all'Auditorium Michelangelo presso la Domus Pacis Torre Rossa Park in Roma.
    Questo fa seguito ad un impegno costante che il nostro Partito ha assunto, per favorire il coinvolgimento ad una aggregazione fra soggetti che intendono portare avanti un'azione tendente a recuperare il senso della politica, così come più volte abbiamo detto e così come è stato deciso anche dal nostro Congresso nazionale del 14 e 15 marzo.
   E' una grande occasione che dobbiamo cogliere, ecco perché chiedo la vostra presenza mobilitando anche gli amici.
    Dobbiamo dimostrare che la politica non è naufragata in una indistinta e dannosa omologazione, ma ci sono fermenti vitali su cui bisogna scommettere, perché i grandi ideali ed i grandi valori della democrazia e della libertà non siano messi in discussione attraverso operazioni che sono estranee alla storia politica e culturale del nostro Paese.
   Ti ringrazio per l'attenzione e Ti invio i miei più cordiali saluti.
                   Mario Tassone

Alberto Alessi, Il Commento e il buon viatico

  L’appello di Fontana e Tassone “Uniamoci” è un appello lanciato agli uomini di buona volontà, con un convegno a Roma il 10 ottobre 2014.
   Non è un richiamo ai cattolici, non è infatti questo il compito di un movimento che vuole ispirarsi ai valori cristiani, per formare un nuovo partito “dei” cattolici, ma anche “di” cattolici, cioè uniti intorno ad un programma con al centro l’uomo, che dovrebbe agganciarsi al Maritain umano e metafisico.
   Poiché l’incontro umano, tra coloro di uguale identità culturale, è una questione importante, dove lì si scopre la dignità, l’intelligenza, la sincerità dell’altro, e dove si può trovare una verità nuova, correndo forse il rischio di un fallimento, ma archiviando la tentazione del potere, perché non vi è maggior potere che servire.
    Saranno gli aderenti al progetto fontaniano-tassoniamo a tracciare il sentiero dove nessuno deve sentirsi escluso e nessuno privilegiato.

Nino Luciani, Una sintesi delle cose ... e dei perchè ...

1.- Deve tornare la DC ? Negli ultimi anni, è via via cresciuto, tra i cattolici a livello individuale, il fervore per il ritorno della DC storica, pensosi che solo attraverso l’unione si possa contare in politica, campo di grandi ideali ma anche di grandi interessi contrapposti.
   La tensione è massima, oggi, alla constatazione che l'Italia (dal 1994, vale dire dalla caduta della DC) si trova di fronte agli stessi problemi, da 20 anni, anzi aumentati e con pessimismo sul futuro: meno attenzione a famiglia, formazione, scuola; caduta dei posti di lavoro, caduta del PIL, oppressione dei partiti sulla società civile sotto forma di cattura del danaro pubblico per i partiti e per arricchimento personale.
   Ma anche la DC, pur benemerita della ricostruzione post-bellica dell'Italia e del suo straordinario progresso economico e sociale, negli ultimi 10 anni (vale dire negli anni '80) è risultata non immune dalla corruzione.  


Continua: LUCIANI:
   Questo fatto ha alimentato l'idea che c'è, per tutti i partiti, un problema di riscoperta dei valori profondi della politica, ma anche di revisione del sistema politico, alla luce delle grandi democrazie, dove la chiave appare l'alternanza tra i grandi partiti al potere (non fu così tra DC e PCI, ma anzi ci fu un "compromesso storico" per imbrigliare tutto.

2.- Per l’unità dei cattolici in politica. Solo questo ? Torno alla caduta dei grandi valori, nella politica.  Sia chiaro, innanzitutto, che i grandi valori non sono un monopolio dei cattolici (e basti ricordare le grandi culture del liberalismo e del socialismo, delle grandi religioni).
  Al tempo stesso, ricordato il ruolo dei cattolici nella storia d'Italia, appare una danno grave, per la Italia, l'assenza organizzata del mondo laico cristiano, e difatti una cosa è la forza politica delle proposte individuali, altra cosa è quella delle proposte unitarie.
   Tuttavia, come si vede dalla tabella sopra costruita, non è mai mancato un partito di derivazione DC nel parlamento italiano. E', dunque, dove sta il problema di riorganizzazione della DC storica?

3.- Non solo questo . Come mai a partire dal PPI, successore diretto della DC, si sono viste, via via, tante ulteriori scissioni, parziali ricomposizioni e nuove scissioni ? Evidentemente qualcosa è andato storto tra i "neo-DC", e forse prima di tutto i fallimenti elettorali.
   E come mai la UDC (il partito più simile alla DC) è risultato non solo fallimentare, a livello elettorale (2013), ma è anche incappato in una scissione a sua volta ? (Quella del CDU).
   Sento la responsabilità di non potere addurre motivazioni sicure. Qualcuna, forse, la vedrei:
  a) la prima è la sproporzione tra uomini come Casini e Berlusconi. L'ho visto da un fatto significativo, irripetibile: nel 2008, al momento della caduta in minoranza del Governo Prodi ( per venir meno in Senato dei tre voti di Mastella UDEUR), Casini avrebbe potuto salvare Prodi con i suoi 40 voti, divenendo determinante la nuova maggioranza e ricostruire la DC, e fors'anche aspirare alla Presidenza del Consiglio nella legislatura successiva.
    Ma Casini buttò via l’acqua e il bambino. Era una scelta troppo "grande" per un uomo "piccolo" come lui ?
   b) la seconda il ruolo primario del "lucro personale" nei politici di oggi, anche in quelli che si proclamano "cattolici".

4.- In cerca di un rimedio alle deviazioni dei politici. Questa anomalia (ruolo del lucro personale) non va demonizzata, ma presa realisticamente, come base per una giusta correzione di questa "anomalia".
  A livello della scienza delle finanze, precisamente di quella sezione che riguarda le "scelte pubbliche", è stato definitivamente acquisito il contributo di J. Buchanan (premio Nobel), secondo cui i politici sono dei comuni mortali e dunque, (come i comuni imprenditori) sono mossi primariamente dall’interesse personale, e solo in seconda luogo dall’interesse pubblico.
   Su questo, rinvio ad un mio libro, recensito da Sergio Quinzio (sul settimanale SETTE de Il Corriere della Sera), che ne ebbe scandalo. E difatti, per un cattolico come lui, la politica è solo e solamente un servizio alla società civile.
   Dobbiamo abituarci, invece, a prenderne atto, e regolamentarlo, perché il binomio interesse personale-interesse pubblico vadano insieme correttamente.
   Il punto è mai dimenticare che il bene e il male stanno in noi e che vanno realizzate le condizioni perché prevalga il bene.
  Nel caso del mercato, varie leggi hanno già dettato regole: divieto di limiti alla concorrenza, lotta ai monopoli, divieto di adulterazioni dei prodotti, obbligo di indicare la composizione dei prodotti e la loro origine geografica ….
  Nel caso della politica, quali solo le leggi ? Direi che ci sono solo le leggi penali. Proviamo a dare qualche indicazione:
   a) oggi i partiti sono associazioni private. Questo non può essere.
  Qui il punto più nero è un acordo tra alcuni gruppi riesca a trasformare il partito in una proprietà personale, attraverso la cattura del consenso degli iscritti (come avvenne nella DC) ;
   b) oggi la governance dello Stato è debolissima per eccesso di frammentazione (dualismo tra Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio); precarietà temporale del governo e infatti, in qualunque momento durante il quinquennio della legislatura, una delle camere può revocare la fiducia; il parlamento è polverizzato tra molti partiti).
   In queste condizioni anche una persona per bene e piena di volontà non può fare nulla di significativo, e chiunque (mosso dall’interesse personale) ha potere di veto.

5: Ultimo, ma non ultimo: un limite allo statalismo. Lo statalismo a oltranza è la sede naturale delle "deviazioni", perché qui, quasi per definizione, i vari operatori pubblici non portano individualmente la responsabilità economica dei fallimenti.
   Qui, in caso di inefficienze, paga "Pantalone". La storia dell’URSS è stata molto illuminante. Il settore pubblico era governato dal PCUS e dalla burocrazia e, quando esso si allarga troppo, la società civile cade in ostaggio di queste due categorie. Gorbaciov l’aveva chiamata "NOMENCLATURA".
  In Italia constatiamo la stessa cosa, sia pur in proporzione al grado di socialismo (60% in Italia, 95% in URSS).
   E non c'è solo un fatto di aggressività politica dei partiti, ma anche sociale, e infatti le attività private nel sociale subiscono la concorrenza di quelle pubbliche (in quanto gratuite), pur se spesso inefficienti.

 

.EDIZIONI PRECEDENTI

cantelli_gabriele.JPG (42713 byte)
Gabriele Cantelli

MENTRE CONTINUA LA DISCUSSIONE
SUL RITORNO DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA


Gabriele Cantelli, Diffidare delle grossolane imitazioni della DC

  SINTESI. Con la vittoria del PD, per il detertminante contributo di forze estranee alla sua cultura e le dimensioni interclassite assunte da quel partito, il problema della rinascita della D.C diviene essenzialmente di natura religiosa. Si tratta di accertare,a breve scadenza se anche il divorzio breve e il matrimonio gay cui a breve o medio termine segurà il testamento della fine vita per una dolce morte morte a cura del S.S.N , verranno considerati rientranti in quel progressismo inarrestabile nel quale la Chiesa intenda svolgere il ruolo di onlus ospitaliera dei delusi e delle vittime ,o se vorrà sostenere la sacralità del creato , della nostra esistenza compresa, minacciata non tanto e non solo dalla provertà quanto da quel danichilismo progressista nato dall'identificazione della verità nella prova scientifica . La dimensione del problema non é certamenta al livello di un ragioniere che comunque ha voluto e dovuto comprendere ,a proprie spese,il processo politico della Democrazia Cristiana e delle altre forze politiche per conoscere la fisionomia dei propri interlocutori e finire vittima di giovani cattolici,forniti di quell' assistenza ecclesiastica che progressivamente ci é venuta a mancare, che della discontinuità dalla nostra esperienza politica,fecero l'arma per per definirla un incidente storico.Se Dio ci ha dato la forza d'animo per affrontare un confronto tanto più pesante quanto ristrette siano le dimensioni geografiche del nostro impegno, dove conoscendoci direttamente conosciamo le vere ragioni del cambiamento di umore e schieramento politico di amici in avversari , sta diventando assurda la continuità della nostra testimonianza politica avendo contro una parte del Clero e dell'associazionismo cattolico.
.

Diffidare ...

  Una analisi del successo del PD alle Europee, confermato delle contemporanee amministrative, che si fermasse al contributo determinante dei terrorizzati dai proclami di Grillo sarebbe per lo meno superficiale ove non venisse collegato all'eterogeneità del corpo elettorale che già alle primarie indette per l'elezione del segretario di quel partito aveva concorso alla costruzione del fenomeno Renzi che dell'affermazione si è avvalso per la inarrestabile ascesa alla presidenza del Consiglio.

   Parziale anche se suggestiva pertanto è la tesi dei più noti commentatori politici che per consistenza ed eterogeneità dei consensi hanno assimilato la vittoria del PD di Renzi a quella della D.C alle elezioni del 1958 quando indubbiamente allora come nelle successive tornate elettorali ai voti dei democratici cristiani si aggiunsero si aggiunsero di quanti temevano il concreto rischio di una vittoria comunista.

   Purtroppo sostanzialmente all'interno dello schieramento di centrodestra l'analisi si è fermata alle ragioni dello scampato pericolo grillino quando di ben altro spessore sono le ragioni dell'umore di quell'elettorato che ha votato Renzi avendo capito che all'accanimento giudiziario nei confronti del suo leader si era aggiunto l'accanimento terapeutico per mantenerlo in sella nonostante il suo percorso politico fosse giunto al capolinea.

  E' purtroppo senz'altro vero che, lungo tutti i vent'anni dalla sua meritoria discesa in campo, nell'intero schieramento di centrodestra nessuno abbia voluto, saputo o potuto dimostrare le qualità necessarie e sufficienti a offrire un modello di leadership più consono a interpretare la serietà delle preoccupazioni degli italiani. Così particolarmente nella fase conclusiva della recente campagna elettorale Renzi ha potuto rivolgere all'Europa l'invito a cambiare registro per consentire col rilancio economico la ripresa occupazionale, sostanzialmente la stessa linea tenuta da Berlusconi,usata invece contro di lui in quanto definita antieuropea

per scalzarlo dalla presidenza del Consiglio e sostituirlo con un Monti più gradito alla masso-tecnocrazia finanziaria internazionale.

  Ma siamo proprio certi che basteranno la eliminazione delle Provincie,la soppressione del Senato e la riforma elettorale,l'istituzione di un commissariato anticorruzione a rendere l'idea della nostra volontà di cambiamento quando fino ad ora nessun partito ha avviato al suo interno una verifica della propria estraneità al sistema politica-affari più serenamente operante quanto più ampi e politicamente sostenuti siano i cartelli delle imprese(cooperazione compresa), di esso partecipi?

  La superficialità delle analisi dei partiti accompagnata dalla distrazione e dal vuoto culturale dei molti che periodicamente compiono lo sforzo di rispondere all'appello elettorale essendo essi sempre in tutt'altre faccende affacendati potrebbe consentire al PD,sull'onda del successo di Renzi, di collocarsi nello spazio che fu della Democrazia Cristiana della quale in tanti avvertono la nostalgia e il pudore di rivelarlo per la sua fine traumatica in tangentopoli.

   A rendere possibile questa evenienza potrebbe essere l'apporto di una componente interclassista determinante il successo che Renzi non lascerà disperdere alle prossime elezioni politiche.

    A impedire il cambiamento della identità originariamente classista non sarà la componente marxista dalla quale il lifting verrà ritenuto una operazione strategica necessaria a garantire l'egemonia politica del partito e, sul piano più propriamente economico,quell' incontro fra razionalismo marxista ed economicismo liberale che Croce,agli inizi del '900 preconizzò potesse avvenire.
    Come nessun ostacolo all'apporto delle diverse culture è rappresentato dalla diversa e contrapposta considerazione interna allo stesso partito dei valori definiti non negoziabili quando l'Autorità religiosa,ai suoi massimi livelli, dovesse dare l'impressione di consentire l' impostazione dei cristiani adulti che

ritenendoli appartenenti alla sfera religiosa, li hanno relegano alla sfera individuale assoggettata a tutela della privacy.
    Ove prevalesse la sensibilità pauperista sulle preoccupazioni per un progressismo che esclude Dio la Chiesa assumerebbe quel ruolo di Onlus di dimensioni mondiali che le merita il rispetto di quanti, non credenti,in quanto nei sacerdoti riconosce il duplice ruolo di assistenti sociali e custodi del patrimonio artistico del quale le chiese sono i pregevoli scrigni contenitori.

   La situazione politica che ho delineato é tutt'altro che fantascientifica: è esattamente quella che viviamo nelle realtà locali amministrate dalle sinistre dove sul piano propagandistico dai diversi amboni si predica contro il capitalismo mentre sui " tavoli di concertazione pubblico-privato" con gli imprenditori siedono i rappresentanti delle istituzioni politiche e sindacali per discutere interventi sul territorio altrimenti passibili di pericolose interpretazione di cartelli e comitati d'affari.

    Nell'attuale contesto che vede a livello locale la moltiplicazione delle liste civiche per lenire il risentimento popolare nei confronti dei partiti storici ritenuti complici della situazione di degrado in cui si trova il Paese, la ripresentazione della Democrazia Cristiana non avrebbe senso se non condividessimo l'esigenza di fare chiarezza sulle ragioni per le quali al momento della diaspora delle realtà correntizie della passata esperienza partitica prevalse la logica spartitoria dei beni materiali (immobili e mobili)e immateriali( il simbolo scudocrocaiato), sul dovere di difendere l' onorabilità degli iscritti al partito da chi, nello stesso ambiente cattolico, aveva tutto l'interesse a non separare il grano dal loglio per bruciare l'intera esperienza storica del nostro partito.

   Per ricandidare la Democrazia cristiana alla guida del Paese occorre la volontà di separare le ragioni del potere fine a sé stesso dalle ragioni dell'impegno politico dei cattolici quando chi ha condotto i reduci in schieramenti contrapposti ha finito per accreditare la tesi che il nostro partito con la fine del comunismo avesse esaurito il compito ad esso affidato dalla storia.

.

 

NUOVI SCANDALI, LEGATI ALLA SPESA PUBBLICA


Gabriele Cantelli, La nuova Tangentopoli

  
TANGENTOPOLI A PUNTATE

Con tangentopoli1 la fine della prima Repubblica ! Con tangentopoli2 lo sconquasso dell'attuale sistema democratico ?

La sopravvenienza di un nuovo ciclone giudiziario in un contesto di grande sofferenza sociale quale l'attuale, accresce il rischio che sull'onda emotiva causata dal sapiente dosaggio delle notizie in cronaca,finisca per prevalere l'irrazionalita' del populismo giustizialista di Grillo che col suo il suo progetto sintetizzabile nella destituzione di Napolitano e nell'assunzione della guida del Governo, porterebbe il Paese allo conquasso istituzionale.

Questo certamente non significa che la Magistratura nell'attuale momento politico,non debba esercitare il suo ruolo in assoluta autonomia, ma certamente meglio sarebbe stato che la clamorosa emersione di una realta' sconvolgente, quale quella che si sta delineando, fosse avvenuta prima della presentazione delle diverse liste in gara alle prossime elezioni per consentire, con la verifica delle capacita' di penetrazione del potere corruttivo sugli equilibri interni ai partiti,la adozione delle misure necessarie a individuarne e colpirne i referenti politici .

Le pressoche' due settimane che ci separano dalle prossime elezioni infatti non bastano a mettere a fuoco le vere responsabilita' delle forze politiche implicate in una vera e propria crisi di sistema della quale le vicende giudiziarie di Berlusconi e la sua pretesa di risolverle a livello politico secondo una logica ricattatoria nei confronti della Presidenza della Repubblica e del Governo, non era che la punta dell'iceberg.

  Se la scissione di F.I da parte di una schiera di parlamentari guidata da Alfano e' frutto di una importante scelta fra detta logica e l'impegno di governo nell'interesse del Paese, nella situazione alla quale ci troviamo rischia di non bastare il tempo necessario alla sua componente politica per occupare lo spazio che intercorre fra F.I di Berlusconi e il PD di Renzi dal quale si autoescludono una destra e una sinistra incapace di uscire dalle suggestioni di antichi ricordi.

Certamente non basta a definire i contenuti di quest'area centrale l' accordo elettorale del NCD con la UDC raggiunto in funzione dell'esigenza di conseguire il quorum richiesto per rappresentanza delle forze politiche numericamente inferiori, quando l'appiattimento del partito di Casini nelle ragioni del potere concretizza il rischio che alla sommatoria degli indici di gradimento delle componenti non corrisponda, per

difetto, il risultato elettorale della loro unione.

La presenza dello scudo crociato ,singolo o associato che sia a quello del NCD, ha infatti un senso solo se ad essa venga dato il significato di un deciso rinnovato impegno politico dei cattolici in difesa di quei valori etici e morali dalla cui mortificazione e' dipesa la degenerazione dell'attuale sistema democratico; impegno, nell'area di sinistra, relegato alla sfera personale per favorire la confluenza nel PSE dell'ala classista cattolica con quello di derivazione marxista e, nell'area di centro destra, scivolato nel culto della personalita' di partiti ridotti a congregazioni di supporto del loro leader.

In considerazione di quanto avvenuto nella discontinuita' dall'esperienza delle Democrazia Cristiana la riorganizzazione di un Partito che ne voglia recepire il ruolo svolto nella ricostruzione del Paese non puo' non essere legata alla volonta' di aprire un confronto con l'intera area cattolica per una approfondita analisi dell'attuale situazione sociale anche alla luce del contributo, nel bene e nel male, degli appartenenti alle diverse realta' associative che fanno comune riferimento agli indirizzi della dottrina sociale cristiana. Questo e' la condizione dell'impegno di quanti fra le diverse opzioni del volontariato cattolico scelsero la azione politica nella Democrazia Cristiana incuranti sempre del prezzo della propria testimonianza.

.

Edizioni precedenti

In tema di "public choice": la "democrazia cristiana"   tornata   "giuridicamente"
Resoconto sul XIX Congresso Nazionale, Roma, 10-11 nov.  2012

congresso dc 2012-1.JPG (154144 byte).
XIX congresso DC-bis.jpg (28831 byte)
 

 

 

fontana4.jpg (11265 byte)
Gianni Fontana


ELETTO UN NUOVO SEGRETARIO NAZIONALE

On. le Avv. Giovanni Fontana
( con il 95,8% dei voti )

                                

                                   
                                     ANCHE ELETTO IL CONSIGLIO NAZIONALE
                                      Presidente: On.le prof.ssa Ombretta Fumagalli
                                      ( eletta con 49 voti su 80 del CN )

Fumagalli.jpg (3603 byte)
Ombretta Fumagalli

    NOTA DI SINTESI. Al momento, la DC è ricomparsa "giuridicamente".  A riguardo degli uomini, essa e' quella del 1992, tale e quale in ogni senso (salvo pochi), ma con l'obiettivo dichiarato di far subentrare presto  le nuove generazioni.
    E' anche emerso necessario fondare la rappresentanza popolare non più sulle tessere, ma su indicatori oggettivi di impegno e di merito.
    Nel Congresso è prevalso il "partito delle tessere", secondo il Manuale Cencelli, imposto da alcuni "notabili", per la composizione del Con- siglio Nazionale, così da determinarne un impianto zoppo. Infatti, sono risultate rappresentate solo 12 Regioni, su 20 in Italia. In particolare, poi, tra le 12, a Marche ed Emilia Romagna è stato dato 1 rappresentante rispettivo, pur se a Campania 20, a Calabria 11, a Sicilia 9. 
 
Sui motivi di tanto "rigore" dei detti notabili, è ipotizzabile la preoccupazione di controllare future mosse per la ricerca del Tesoro della DC, scomparso, e di cui qualche "pierino" ha detto ... dal podio, ma ignorato dal tesoriere ( pur ricomparso dal podio degli intervenuti), successore diretto di Chitarristi, a suo tempo.

FONTANA : "Speranza per l'Italia e Volontà di ritrovare il cammino dei Padri, che ci hanno guidato per quasi 50 anni
senza  inganno, prima di cedere ad un declino che nessuno di noi immaginava, ma che è avvenuto per i nostri errori,
per i quali io qui, a nome di tutto questo  partito,  di tutti voi, chiedo umilmente e solennemente scusa a tutti gli Italiani".

.
Dal XIX Congresso della Democrazia CristianaRelazione del Segretario Politico On.le Avv. Giovanni Fontana§Roma 11-12 novembre 2012

INSIEME ABBIAMO RICOSTRUITO L’ITALIA.
. INSIEME RIPRENDIAMO IL CAMMINO.

                            Gentili amiche e cari amici,
siamo qui, con umiltà ma anche con convinzione, per destinare qualche soldo di cultura, molta passione e tutto il piccolo o grande patrimonio della nostra non più verde età, a quanti vorranno vivere insieme con noi questa "impresa possibile": tornare ad attivare, nel cuore della società italiana, valori di tempi lontani ma non transeunti, e a testimoniare una più responsabile e lungimirante azione politica per il Paese.

I – IL TEMPO CHE VIVIAMO: DALLA CRISI ALLA RIPRESA
La crisi che, ormai da oltre quattro anni imperversa con i suoi tremendi effettifinanziari, economici, sociali, morali ma che già covava da molto tempo, ha spazzato via, ideologie, valori, tradizioni e culture; compresa quella componente storica di liberalismo illuminato che, attualizzata con saggezza, avrebbe potuto costituire la rivincita sulle ideologie che hanno bollato il ‘900 come un secolo anti-umano. Oggi, anche in casa nostra, domina invece, un liberalismo molto diverso: è un liberalismo cieco, un semplice "liberismo" economicistico distorsivo di ogni civile aspirazione a giustizia e solidarietà.
  Penso in concreto all’avidità di quel liberismo finanziario deragliato nell’avidità delle banche americane, trasmessasi poi come un contagio a livello planetario, compreso il nostro Paese. Oggi, negli Usa, esso è rintracciabile bene in posizioni come quella espressa da Mitt Romney, il quale, nel corso della campagna elettorale, aveva definito il 47% degli elettori di Obama fatto di parassiti che pretendono lavoro, casa e sanità.
Per un partito di ispirazione cristiana e di radici popolari, come è la Democrazia Cristiana, questo parlare dei poveri e dei deboli come parassiti è penoso. In Italia questi "parassiti", cioè i poveri delle vecchie e nuove povertà, ingrossano le loro file inglobandovi anche persone dei ceti borghesi che frequentano le mense della Caritas e condividono con i barboni un dramma che non trova la solidarietà cui avrebbe diritto anche da parte dello Stato che tale "liberismo" ha ritenuto di sposare.
Questi poveri, in genere, non frequentano gli indignados ma, a noi che li vediamo con i nostri occhi, imprimono aghi profondi nella coscienza: interpellano il nostro aver tradito, talvolta, in passato, il popolarismo cristiano e l’idea democratico-cristiana. Ma, soprattutto, ci sollecitano, essi poveri, a non restare più oltre incerti nel riprendere una iniziativa di forte solidarietà e giustizia, anche in politica.
Il fatto è che mentre l’orizzonte delle possibilità umane si è venuto immensamente allargando, in questi venti di assenza della Democrazia Cristiana dallo scenario politico, il pensiero, la cultura, la tradizione, si sono invece venuti ritraendo: uno spazio di grigiore è oggi sopra di noi, davanti a noi e in mezzo a noi. E noi sembriamo quasi costretti a rifugiarci nella memoria delle cose positive e dei maestri che abbiamo conosciuto e frequentato in passato, come a cercare qualcosa e qualcuno, che ci aliti una rinnovata speranza e ci suggerisca un itinerario su cui riprendere a camminare con lena. Su questo oggi siamo chiamati a riflettere e a decidere.
Sappiamo che la società ci guarda, mentre riprendiamo nelle mani questo barlume di speranza e scrutiamo dentro di noi il cosa possiamo fare, il come operare di nuovo con specificità, competenza, visibile affidabilità. Per noi, questo rinascere, questo, quasi, re-indossare i pantaloni corti in età non più giovane, è come un secondo battesimo al quale volontariamente e umilmente ci accostiamo per non essere ulteriormente in balia della rassegnazione e della disillusione, per non smarrire il filo di un vecchio cammino che abbiamo già percorso e che ebbe risultati anche grandi per il nostro Paese: fin dal dramma della guerra e dal regime rovinoso che l’ha preceduta, le cui macerie di distruzione e di morte hanno permesso il generarsi del risorgimento dei nostri Costituenti.
Un risorgimento costruito insieme al popolo, per un credito di libertà e di giustizia nella democrazia e nella solidarietà sociale, cui abbiamo saputo consegnare conquiste che avrebbero meritato una più duratura e fertile vita.
Ma, oggi, non vogliamo celebrare gli eroi morti né le conquiste finite: agli eroi che ci sono stati padri siamo debitori di quanto abbiamo imparato, e l’onesto debitore paga continuando i loro atti testimoniali. Così è stato fatto, sostanzialmente, da De Gasperi Moro: ci accorti, tuttavia, a questo punto della nostra storia, di quanto fosse impegnativa quella eredità, e difficile da gestire. Oggi ci sentiamo ancora fragili nel riprendere in mano tale patrimonio che, in una parola, è il talento di governare fondata su radici di forte penetrazione popolare, sociale, cristiana, non solo difficili da estirpare ma anche molto esigenti in termini di coerenza personale: insomma una della politica aderente alla vita e non della vita aderente alla politica.
Ci sentiamo, nello stesso tempo, decisi. Il concetto di inserire le classi popolari nello Stato, la moralità dei comportamenti di gestione della cosa pubblica, la fermezza di una laicità che per noi non significa confusione, né separazione, né equilibrismo, ma cosciente responsabilità dentro la città dell’uomo, sono valori che desideriamo nuovamente testimoniare con forza. Sapendo bene, come sapevano i padri, che la politica è servizio che usa con competenza il potere per conto di chi ci ha delegato al potere e della comunità cui il potere appartiene.
Sia ben chiaro, a noi e ai giovani cui parliamo, che non si può essere posseduti dal potere: niente di umano può possedere l’uomo, né potere, né denaro, né cultura, senza che sia rovinoso. L’uomo è per l’altro uomo, perché chi possiede la nostra vita è soltanto Dio. Anche il politico deve ricordarlo ogni giorno.
In questa concezione della politica, la mediazione degasperiana e anche quella morotea, è sempre stata all’insegna di cercare punti di contatto con chi camminava su strade diverse. E oggi il dialogo, la ricerca di accostarsi all’altro in nome di una sempre rinnovabile unità costruttiva del Paese, è ancora indispensabile non solo per evitare guerre ideologiche tra le parti, l’ostinata condanna dell’altro, ma anche per affermare un dialogo che non sia galateo di comportamento bensì rispetto profondo della persona umana che occupa il suo posto nella società.
Bisogna liberarci dalla distruttiva posizione espressa dall’aforisma di Sartre "l’inferno sono gli altri". Per noi gli altri sono la nostra famiglia e la nostra comunità solidale, anche quando ne percepiamo limiti ed errori, dai quali del resto neanche noi siamo immuni. Per noi conta avere davvero nell’anima il bene comune.
Spesso ci si libera dalla propria difficoltà accusando l’altro: siamo tutti innocenti e l’altro è il corrotto; non risolviamo i problemi: la colpa è dell’eredità lasciataci da chi c’era prima di noi. Senonché la dialettica politica che dà frutti positivi è fatta di dialogo ininterrotto la cui esemplarità non poggia su un "io" prepotente e sicuro, privo di prossimità con l’altro.
In maniera forse un po’ ingenerosa, e me ne scuso, provo l’impressione che questa situazione di debolezza-incapacità suggerisca, nella situazione politica italiana, i nomi rappresentativi di Alfano, Bersani e Casini, i quali non trovano la via d’uscita per concordare una buona legge elettorale. L’ABC citato dovrebbe invece suggerirci un alfabeto della democrazia del dialogo permanente; un dialogo formale e informale, capace di valorizzare ogni spunto positivo da chiunque dei tre venga proposto, anzi semplicemente da chiunque venga proposto.
Noi dobbiamo avere soprattutto la prossimità con chi non ha tutori ed è alla periferia della rappresentanza politica e sociale, come chi abbandonato dalle istituzioni è soccorso dalla carità ma aspetta di essere soccorso per atto di giustizia creduta e praticata. La giustizia infatti è un concetto anche pre-cristiano; fu già celebrata nell’antica Grecia e poi esaltata fino all’utopia marxista, oltre che espressa e documentabile nella impostazione sociale della fede cristiana. Per questo noi, critici verso la teologia della liberazione per i suoi eccessi privi di utilità, siamo sinceramente impegnati in una autentica politica della liberazione, che può trovare energie concordanti in mondi di buona volontà che vanno anche oltre l’universo dei credenti. Una politica della liberazione, soprattutto, nei confronti dei gruppi sociali meno abbienti e in varia misura emarginati.
In Italia, dopo la cosiddetta "prima repubblica", c’è stata una enfatizzazione di entusiasmo per il sorgere di una "nuova politica" annunciata come liquidazione del passato e progettazione di un nuovo modello. Un nuovo modello capace, si diceva appunto, di "liberarci" da pesantezze e inadeguatezze del passato. In questo tentativo furono coinvolte anche personalità di buona cultura e di buoni intendimenti – penso ad esempio a Melograni, Urbani, e molti altri – che concepirono un cammino di lineare onestà in ottica di rivoluzione liberale, cioè di liberazione: lo Stato di diritto e lo Stato dei diritti, la legalità, le scelte selezionate dei candidati alla guida del Paese.
Ma a lungo andare - non molto lungo, a dire il vero – il progetto manifestò qualche prima crepa e poi, con frequenza crescente, crepe e crepacci fino ala caduta dell’edificio. Il fenomeno Berlusconi non poteva resistere al peccato di origine del suo populismo: in realtà una deviazione del concetto di popolo sovrano e partecipante.
E’ stato un populismo bisognoso di carisma da ubbidire più che da condividere, di fedeltà di militanti più che di lealtà di compartecipi, di una capacità di comunicazione politica che accetta di recitare promesse impossibili più che impegni reali. Ne ricordiamo una fra le molte: Meno tasse per tutti; una promessa  che, così scriteriatamente espressa, tradurrei nell’espressione "evasione per tutti", che ne è l’effetto pratico

Silvio Lega:
"No a una
DC, partito".
.
"Sì a  DC,
movimento"

lega silvio.jpg (1800 byte)

Silvio Lega


Membri


del Consiglio Nazionale

Calabria Barbuto Nicola
Calabria Colavolpe Salvatore
Calabria Cupi Vincenzo
Calabria Donato Angelo
Calabria Nisticò Giuseppe
Calabria Oliverio Caterina
Calabria Ripepi Massimo
Calabria Squillace Francesco
Calabria Straface Antonio
Calabria Vazzana Carmelo
Calabria Deseptis Fiorella
Campania Boffa Aldo
Campania Brancaccio Valeria
Campania Cirino Pomicino P.
Campania Cuofano Pasquale
Campania Della Corte Giovanni
Campania Ferraiuolo Luigi
Campania Ferraro Roberto
Campania Fiorenza Nazzareno
Campania Grippo Ugo
Campania Nunziante Maurizio
Campania Pelosi Daniele
Campania Picano Angelo
Campania Polizio Stanislao
Campania Ravaglioli Marco
Campania Rodondini Vincenzo
Campania Scala Raffaele
Campania Troisi Nicola
Campania Bocchio Isabella
Campania Lombardo Maria R.
Campania Mazzitelli Giovanni
Emilia Duce Alessandro
Lazio Alfano Giulio
Lazio Darida Clelio
Lazio Di Sangiuliano Giuseppe
Lazio Marinangeli Alessandro
Liguria Adolfo Vittorio
Liguria Faraguti Luciano
Liguria Gaggero Gergio
Liguria Tanzi Carla
Liguria Gallina Gabriella
Ligurìa De Gaetani Gian Renato
Lombardia Abbiati Achille
Lombardia Baruffi Luigi
Lombardia Cazzaniga Sergio
Lombardia Cugliari Emilio
Lombardia Donato Salvatore
Lombardia Fumagalli Ombretta
Lombardia Generoso Serafino
Lombardia Ravelli Roberto
Lombardia Galli Anna Maria
Lombardia Soncina Greta
Marche Morgoni Vinicio
Piemonte Aceto Piero
Piemonte Brustia Adelmo
Piemonte Deorsola Sergio
Piemonte Lega Silvio
Piemonte Mazzucco Francesco
Piemonte Mussa Fabrizio
Piemonte Sartoris Riccardo
Piemonte Pavesi Negri Gabriella
Puglia Cattolico Antonio
Puglia De Leonardis Giovanni
Puglia Di Giuseppe Cosimo
Puglia Donatelli Francesco
Puglia Fago Antonio
Puglia Lisi Raffaele
Puglia Palermo Francesco
Puglia Roberto Erminia
Sicilia Alessi Alberto
Sicilia Brancato Antonino
Sicilia Caponetto Francesco
Sicilia Cappadonna Michele
Sicilia De Vito Bruno
Sicilia Grassi Renato
Sicilia Pulvirenti Antonio
Sicilia Torre Carmelo
Sicilia Di Quattro Maria G.
Toscana Bindi Marco
Toscana Camaiti Maria Pia
Toscana Pizzi Piero
Toscana Puja Carmelo
Veneto Bonalberti Ettore
Veneto Bontorin Fulgenzio
Veneto Bottin Aldo
Veneto D'Agrò Luigi
Veneto Fregonese Silvio
Veneto Malvestio Pier Giovanni
Veneto Milani Luciano
Veneto Zanforlin Antonio
Veneto Panin Maria Grazia
Veneto Zanferrari Gabriella
Cons.Reg. Nucera Giovanni
Deputato Gargani Giuseppe

_________
TOTALE

______________________
                  94

NINO LUCIANI, Il Commento.

1.- Premessa. Il XIX Congresso della DC (il XVIII fu il 17 febbraio 1989), celebrato a Roma il 11-12 novembre 2012, ha mostrato due facce:

a) un Congresso ufficiale, in cui vedevi:
  - un Segretario Nazionale (On.le Avv. Giovanni Fontana), 68 anni, uomo buono, colto, di grande sensibilità, largo di vedute, acuto nel vedere il granello "significativo", un discorso durato due ore. Mi sono ricordato il livello e gli svolazzi di Aldo Moro;
  - una sala stracolma ( la sala della Confindustria, a Roma, non meno di 1000 persone, inclusi gli invitati), gente semplice carica di valori, che ha seguito attentamente il Segretario, lo ha applaudirlo ripetutamente a scena aperta, e anche interrotto con "parole" di enfatizzazione di singoli concetti.

b) un congresso nelle segrete stanze, dove veniva contrattata e redatta la lista dei candidati (80) al Consiglio Nazionale. Qui vedevi un andirivieni continuo di notabili e di chiamati e mettere la firma di accettazione della candidatura.
  Chi erano questi "notabili" ? Erano i notabili dell'ancien règime, quelli del partito delle tessere. Non ho motivo togliere un solo capello di stima alle singole persone elette. Ma avendo, alcuni "notabili", imposto il Manuale Cencelli per le candidature regionali, ne è uscito un impianto complessivo di Consiglio Nazionale, zoppo per la DC. Su 20 Regioni, solo 12 hanno ottenuto la rappresentanza. E delle 12, Marche e Emilia Romagna è stato dato 1 solo rappresentante, rispettivo (anzi quello dell'Emilia non è stato indicato dal gruppo della E.R., ma dai "notabili").
 
   E' offensivo definire i "notabili" come "partito delle tessere" ? L'On. Paolo Cirino Pomicino, che ha fortemente condizionato il Congresso, mi ha chiarito che, pur con qualche ombra, il fondare (sulle tessere) la rappresentanza del popolo democristiano è il modo più democratico.
   Ma chiunque io incontrassi per strada (fuori dal Congresso, e dappertutto in Italia), e gli raccontavo che è stato applicato il Manuale Cencelli, lo vedevo andare in escandescenze. Tutti hanno, infatti, ben presenti i fatti che originarono un "declino inimmaginabile della DC" (parole della Relazione del Segretario), e che si impose perchè la DC  non trovo' la forza di auto-pulirsi.
   Al contrario, in Germania, vicende simili (a carico del Cancelliere Helmut KOHL) furono risolte velocemente: mandato a casa senza complimenti, pur avendo grandi meriti politici verso la Germania (unificazione) e verso la Unione Europea (Euro). E infatti la DC tedesca è ancora in parlamento, e oggi al Governo.
   Credo che, per l'Italia, l'esempio tedesco vada applicato rapidamente, senza scusanti.
  Approfondiamo questa ricomparsa dei "notabili", dacchè la allora umiliazione della DC (a prescindere che si tratti di un partito o di altro partito) pare, ancora nel 2014, uno scotto insufficiente.
   Ma, da altra parte, mi è sembrato molto potente e condiviso dal popolo dei congressisti il comune sentire dei valori, e l'entusiasmo, intorno al Segretario Fontana.
   Questo è un buon viatico per l'ottimismo nel futuro. Il mezzo, per essere vincente, potrebbe essere di fondare la rappresentanza su cosa diversa dalla "tessera": su questo torno più avanti.

2.- Distinzione tra una DC di interessi legati al potere politico e una DC di valori cristiani e laici liberali.
  a) Premessa. Il fatto che la DC, come un qualsiasi partito si possa proporre nel 2014, è fuori discussione, come diritto costituzionalmente garantito a chiunque.
   Ma il punto da affrontare in premessa è altro: chiarire se, mancando nel parlamento italiano (ed europeo), un partito dei cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti, giudei) e dei laici liberali (cosa diversa da un partito cattolico, subalterno alla Chiesa Cattolica), venga a mancare in Italia un pezzo di storia, una pietra miliare.
   La stessa domanda mi sono fatto per il PCI (diciamo per i due grandi partiti del Socialismo italiano), scomparsi nel 1992.
   Non ho risposte certe. Ritengo, però, che, dopo il venire meno della DC e del PCI (e del PSI) nel 1992, in Italia è venuto meno lo Stato, e ci siamo trovati nelle mani di partiti senza il senso dello Stato, con grave danno per la coesione sociale intorno alle grandi idee alternative, su cui fondare il governo del Paese.
   La via verso l'alternativa tra due grandi partiti nazionali è un percorso che non inizia da zero e lo vediamo nel fatto che il PD si pone alternativo al PDL (a parte se l'inserimento dei nostri giovani nella dialettica politica varra'   a riabilitarli o a disintegrarli, rispettivamente. Mi riferisco  a Beppe Grillo, a Matteo Renzi e a tanti altri giovani comparsi di recente sui mass media).

  b - No a una DC, che produce germi corruttivi, tipici delle dittature. In generale parlando, una dittatura non è forte primariamente per il potere di polizia o dell'esercito. Ne sappiamo qualcosa, in Italia, senza bisogno di guardare alla Tunisia, alla Libia, alla Siria. Il potere dittatoriale, dopo il primo colpo di mano (magari militare), cerca di catturare il consenso sociale con vari privilegi a "parte della popolazione".
   Poi, quando nel seguito, la dittatura fosse contestata, saranno costoro a sostenerla, per non perdere privilegi.
   In questo senso la tessera, legata ai poteri, è il germe corruttivo della dittatura dentro la società civile.
  
3.- Una ipotesi che può spiegare il ritorno del partito delle tessere. La DC non è oggi un partito di potere, per cui è difficile spiegare questo ritorno del partito delle tessere.
   Nelle nuove condizioni, la via, più naturale per creare la nuova rappresentanza, pur se collegata giuridicamente agli iscritti del 1992, doveva essere di ripartire la rappresentanza proporzionalmente al lavoro da fare nelle Regioni: ad es., in proporzione alla popolazione regionale.
  Poi, dopo le prime elezioni (con scudo crociato), si potrà anche premiare il merito dei dirigenti locali, ad es. ripartendo, in parte, i posti sulla base dei voti riportati nei Consigli Comunali della Regione.
   Ma non è andata così. E allora perchè tanta "diligenza" di "alcuni" notabili nella ricerca di "tessere del 1992" ?
  Una ipotesi plausibile è collegarla ad una "ombra" vagante nella sala del Congresso, quasi la "ombra" un morto (ma che "morto" non era, aveva detto la Cassazione).
  L'ombra era un pensiero fisso al "Tesoro della DC", scomparso a suo tempo, su cui qualche "pierino" ha anche fatto domande dal podio.
  Forse qualcuno ha la mappa del luogo del tesoro, come i briganti della "Isola del Tesoro" , il romanzo di R. L. Stevenson.
   Ipoteticamente, potrebbe trattarsi di qualcuno che vuole rintracciare il Tesoro per mettervi le mani sopra, o di qualcuno (cosa più probabile) che punta a sciogliere il partito della DC, e crearvi un successore , come si fa per le moderne società di capitali (far sparire i debiti, e ricominciare da capo).
   Perchè il Tesoriere, che è successore diretto di Chitarristi, non ha fatto chiarezza su questo "Tesoro" ?  La domanda è ineludibile, prima o poi.

tendenziale;  mentre responsabilità davvero sociale e liberante avrebbe dovuto dire: Tasse eque per tutti nella trasparenza assoluta, pubblica, permanente, del loro utilizzo. Così, se dopo "tangentopoli" abbiamo conosciuto la fine della "prima repubblica", non molto tempo dopo abbiamo dovuto constatare anche il rapido crollo della seconda. Sono, a questo proposito, sollecitato a insistere sulla importanza di una memoria storica positiva e fertile, e penso che in tal senso la relazione Costituzione-democrazia-partecipazione-rappresentanza-solidarietà sia l’"impresa impossibile" che siamo chiamati a far diventare possibile. Dimenticata la Costituzione, inquinata la democrazia, tra populismo e nuove forme di ribellione politica e di protesta antipolitica, traballante l’impalcatura delle istituzioni dove la corruzione e la malversazione sembra assurta a prassi quotidiana accettata, la rappresentanza pare impigliata in una rete che non pesca qualità adeguate ad affrontare il dramma della crisi che stiamo vivendo.
Il mondo ci guarda, l’Europa ci osserva ed anche l’anti-europeismo cresce, mentre strisciano venature di neo-nazionalismo: in un paese dell’Abruzzo sono stati multati coloro che cantavano "Bella ciao"; in altri paesi di diverse regioni sono state aperte strade intitolate a vecchi gerarchi fascisti; ci sono monumenti della rimembranza e sacrari di "eroi" della guerra in Etiopia; e altro e peggio. Segnali che ci pare non possano essere tollerati ma, prima ancora di essere combattuti, vanno profondamente analizzati.
E’ stato detto per paradosso che oggi, se qualcuno si sognasse di fare un’Opa sull’Italia, l’asta andrebbe forse deserta: eppure l’Italia è tutt’altro che da rottamare; la ricchezza privata assomma almeno a ottomila miliardi, il made in Italy è vivo e richiesto ampiamente, il turismo richiama ancora un flusso ininterrotto di visitatori, le riserve auree sono solide, il reticolo delle piccole imprese è tuttora quasi unico al mondo, molte nuove microimprese sorgono anzi per iniziativa di giovani, e testimoni di vita esemplare circolano fra noi, li vediamo nel nostro quotidiano muoverci tra le strade e i luoghi di lavoro.
Questa è la riserva sana del Paese reale: e allora le due Italie, quella dei poveri, dei disoccupati, dei precari, dell’Alcoa e dell’Ilva, e quella che, dall’altro lato, rappresenta la parte non toccata dalla crisi ma pensosa del futuro e desiderosa di assumersene la responsabilità, chiedono insieme una politica di nuova adeguatezza testimonial, per una speranza di più lunga gittata.
La Democrazia Cristiana sceglie di farsi carico di questa speranza non già seminando al vento promesse che non si possono fare, ma affidandosi con onestà e fattività a nuove generazioni e ad antichi valori, come chi passa un simbolico testimone degli anni gloriosi della ricostruzione e dei partiti politici che seppero camminare con passo sicuro e adeguato alla gravità dei problemi da affrontare.
Se questo è il quadro che ci è dato vivere, quale è la nostra specifica responsabilità? Il nostro compito è quello di riaprire lo spazio della speranza e della concretezza operosa per una testimonianza di impegno politico che riprenda i valori della nostra storia popolare e democratico-cristiana e sappia liberarli a una nuova luce e a una nuova capacità realizzativa.

II - PERCHE’ DC
Una volta finita, anche malinconicamente, l’esperienza della Democrazia Cristiana storica, avevamo sperato che la memoria collettiva del Paese avrebbe conservato i grandi meriti del partito di De Gasperi e Moro e compreso gli errori di percorso della sua ultima fase. Avevamo sperato che da quella grandiosa e umiliante esperienza, il Paese, i suoi cittadini di buona volontà, avrebbero imparato molto. E avrebbero imparato anche dalle esperienze degli altri partiti che si andavano consumando come il nostro, dopo quasi mezzo secolo di vita repubblicana grande ma anche, spiritualmente, ormai prosciugata nelle anime delle classi dirigenti.
In modo più specifico, avevamo sperato che sulle ceneri del nostro lavoro avrebbero potuto sorgere due grandi partiti moderni, uno di centrosinistra ed uno di centrodestra, uno di spinta progressista e uno di moderazione liberale, capaci di ereditare il lato migliore di quella storia e di darci la fase adulta e compiuta dell’Italia: un Paese solido e serenamente capace di governare la propria crescita nella partecipazione e nella solidarietà.
Avevamo sbagliato questa previsione. In effetti, senza far torto alla presumibile buona volontà di tanti singoli, ci sentiamo di dire che le nostre attese sono state totalmente deluse.
Non è nato un partito democratico di centrosinistra capace di amalgamare il grande messaggio popolare e solidale della DC con l’altrettanto importante anelito di giustizia distributiva dello storico Partito Comunista: due anime che mai si sono fuse nella armonica capacità di generare un partito di alta cultura sociale riformatrice. Lassismo nell’impegno di rinnovamento del pensiero, sottovalutazione dei fattori di complessità emergenti sulla fine del secolo appena trascorso, preoccupazioni contingenti di equilibri fra gruppi, fretta di successi elettorali contro avversari aggressivi e sicuri di sé … Forse qualcosa di tutto questo ha giocato un ruolo nefasto: e ha generato la prima delusione per le speranze di una responsabile democrazia dell’alternanza.
Sul versante del centrodestra le cose sono andate anche peggio: insieme alla mancata maturazione di una classe dirigente degna di questo nome, si è realizzato lo sfacelo educativo e morale di una politica ridotta a messaggio di marketing dell’effimero in ogni sua manifestazione. Le poche persone di sincero pensiero elaborante le abbiamo viste progressivamente lasciate ai margini dei luoghi decisori; la leadership carismatica l’abbiamo vista ridotta a una inquinante commistione di aziendalismo privatistico con libertinismo diseducativo; la linea programmatica sottomessa a una dominanza economica che si è rivelata esasperatamente finanziaria e speculativa. Ed è stata la seconda delusione.
Infine il centro. Nella zona che sul piano ideale avrebbe avuto le condizioni più adatte a preservare anche una quota decisiva del messaggio storico della Democrazia Cristiana, si è palesato il protagonismo di un partito che di fatto non è mai riuscito ad aggregare né tradurre in politica organica alcun pensiero. Un improduttivo oligarchismo che non ha mai respirato l’ossigeno impegnativo ma anche corroborante di una partecipazione davvero popolare. Ed è stata la fine di una ulteriore speranza. Tacciamo, da ultimo, di quanti, piccolissimi gruppi che non è appropriato chiamare formazioni politiche, hanno cercato di insinuarsi, anche con buona volontà almeno iniziale, in questo gioco ormai senza radici e senza prospettive, e del tutto più grande delle loro possibilità. La idea di una "Italia dei valori" è diventata un dipietrismo che oggi palesa anche nelle aule giudiziarie la confusione deleteria fra partito di cittadini e gruppo personale; un grillismo che anela lodevolmente a far emergere con forza la voce di chi dall’estrema periferia dell’elettorato reclama il suo diritto a essere ascoltato, ma finisce in una protesta amebica incapace di tradursi in risposta collettiva e nazionale ai problemi collettivi e nazionali; una sparpagliata ex sinistra estrema, che a merito della sua annosa agitazione può vantare soltanto il risultato di aver fatto cadere un governo Prodi che pure testimoniava uno sforzo sincero di ricollegare la politica con il sentimento della gente; i resti di una gruppuscolare destra riottosa che avendo trovato spazio risibile nella effettiva determinazione degli orientamenti politici del Paese si è trovata a dialogare - contraddizione finale e quasi irridente - con il leghismo separatista; il quale a sua volta non ha tardato a testimoniare la miseria morale che ne attanagliava le intenzioni e i comportamenti, anche negli uomini che avevano fatto consistere l’unica loro bravura nel rimproverare agli avversari i medesimi comportamenti.
Le sorprese più recenti sono Montezemolo, Riccardi, Bonanni e tante personalità della società civile che hanno elaborato il loro manifesto: non un partito, non un movimento: un mondo di proposte politiche, una realtà dopo tante delusioni, una specie di gruppo di pressione fattosi coscienza critica del potere: un patto per una nuova politica. Più che notabili, uomini di rango: non pensiamo che abbiano qualche piccola venatura di popolarismo.
Il risultato è che non c’è classe dirigente, oggi, nel nostro Paese, non c’è un pensiero espresso dalla politica sul suo futuro, non c’è una cultura di gestione e non c’è una consapevolezza valoriale. Fino al punto che si è dovuto ricorrere all’espediente, legittimo e onesto ma tremendamente allarmante, di un governo tecnico incaricato del puro e semplice ritorno a una normalità minima che di fatto è solo la normalità della gestione formale del bilancio dello Stato. Questo è infatti in sostanza il governo Monti, nonostante la buona volontà di diversi suoi esponenti e nonostante la indiscussa competenza e correttezza dello stesso Presidente del Consiglio, il quale, in un quadro così difficile, è riuscito comunque a restituire al mondo una immagine più credibile e affidabile del nostro Paese.
Ed è per un atto di consapevolezza piena, e di buona volontà responsabilizzatrice di fronte a tanto scempio e a tanta ombra sul futuro, che noi oggi siamo qui, a pensare in termini di ripresa dell’azione della Democrazia Cristiana per l’Italia. Oggi, siamo convinti che l’Italia abbia più che mai necessità di "democrazia cristiana": con la lettera minuscola e, insieme, con la lettera maiuscola.
Con la lettera minuscola, come sostantivo e aggettivo, nel senso che questo nostro Paese ha bisogno di riconquistare democrazia vera e partecipata: solo così la politica può giustificare il suo potere, le sue contese.
Attorno al ludibrio della vigente legge elettorale si è ridotta infatti quasi a zero la pratica della democrazia e della relativa motivazione degli animi nella scelta della classe dirigente; e ha bisogno di cristianesimo ispiratore, vissuto con coerenza per il bene della "città dell’uomo" che ci è affidata: di cristianesimo come lievito di valori che torni a fermentare una società in cui la centralità non sia più quella della finanza che domina l’economia e dell’economia che domina l’impresa costringendola a non essere una comunità di lavoro per inseguire un concetto di business eretto a mostro totemico contro la dignità della persona sancita dalla Costituzione ma anche dal semplice diritto naturale.
Neanche il diritto naturale può infatti concepire il licenziamento collettivo di migliaia di persone attraverso una e-mail spedita da migliaia di chilometri per effetto di una notizia battuta in un nanosecondo sulla diminuzione di valore della quotazione di un’impresa, in un mercato finanziario distante a sua volta migliaia di chilometri. Questa "efficienza capitalistica" reputiamo, senza mezzi termini, sia figlia del Male, Uno strumento di peccato, come recita la "Populorum progressio", radicalmente incompatibile con la nostra visione di umanesimo e di personalismo, che all’abbrivio del ventunesimo secolo, riproclamiamo, entrambi, come permanentemente nostri; e che sono la semplice, grande ed impegnativa eredità lasciataci dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dall’idea democratico-cristiana.
Entrambe ci hanno lasciato ben diverso insegnamento: dalla Rerum Novarum alle successive encicliche sociali, da monsignor Ketteler ad Antonio Rosmini, dalla Scuola di Friburgo al Codice di Camaldoli, dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa alla Caritas in Veritate, questo insegnamento ci parla costantemente e puntualmente della liceità del mercato ma anche del suo necessario ancoraggio a finalità morali, di diritto indiscutibile a condividere i frutti dell’impresa fra tutti, di salario di dignità per ogni famiglia, di illiceità della pura rendita e della pura speculazione …
Ebbene, c’è necessità che più democrazia cristiana, con questa lettera minuscola, trovi al suo servizio, con forza, lucidità, sincerità morale, capacità tecnica, accortezza politica, una rinnovata Democrazia Cristiana con la lettera maiuscola: c’è necessità che una grande associazione di cittadini "liberi e forti" torni a generare una politica alta secondo la "nostra" Costituzione; "nostra" perché ispirata proprio dal pensiero democratico cristiano, da De Gasperi e Dossetti, da Gonella e La Pira, da Fanfani, Moro e Lazzati, e di nuovo indietro, nei principi di riferimento, fino a Sturzo e Grandi e Miglioli e altri. E la faccia diventare politica di rinnovamento potente e di rinfrancata solidarietà, di centralità del lavoro e della impresa come comunità di lavoro, di processi formativi capaci di rinforzare valori di libertà e di solidarietà fattiva: insomma, di comunità solerte e rasserenante per tutti.
L’Italia è infatti una comunità, innanzitutto; non una società per azioni ad azionisti dispari, bensì una comunità di cittadini e persone che hanno uguale dignità, servite da istituzioni fatte da tutti e da tutti partecipate, con una economia al servizio di tutti e da tutti realizzata. E con le giovani generazioni come primo tesoro da far crescere secondo responsabilità e autorealizzazione.

III - UN PROGETTO DI VALORI
Non temiamo la sfida perché, più tipicamente di ogni altro partito, la Democrazia Cristiana possiede nella sua ispirazione valoriale una visione adatta a questo obiettivo totale: totale nella sua pregnanza interna ed anche nella sua potenzialità diffusiva oltre il nostro Paese, nella più vasta comunità costituita dall’Europa, dal Mediterraneo, da un mondo che si è fatto sempre più villaggio comune; ricordo, fra l’altro, che di "internazionale dei democratici cristiani", con questo spirito diffusivo e pregnante, si parlava già fin dai primi del ‘900 fra i cattolici che, prima ancora che germogliassero il Partito Popolare Italiano e la Confederazione Bianca del Lavoro costituivano i primi nuclei democratico-cristiani.
Ponte mediterraneo e crocevia planetaria, l’Italia può tornare a essere, non solo nei traffici economici, un Paese al quale il mondo può guardare come a una sua casa simbolica di riepilogo collaborativo e di sintesi valoriale. Se la sede romana della Chiesa cattolica rappresenta questo valore dal punto di vista religioso, la Roma precristiana e l’Italia universalistica di Dante e del Rinascimento possono rappresentarlo dal punto di vista della unità tendenziale degli aneliti di realizzazione umana complessiva; e il grande messaggio che da Rosmini passa a Sturzo, a De Gasperi, a La Pira, a Moro, può rappresentarlo per il cammino di una città terrena che sappia condividere il benessere, frutto della fatica comune, fra tutti gli uomini in questo ventunesimo secolo ultraveloce e ultracomplesso.
Essere custodi attivi di questo patrimonio esige d’altro lato che la forma e la concreta gestione quotidiana del Paese, e la stessa modalità di essere e di operare come partito, abbiano connotati di qualità alta.
I capisaldi di una tale politica ci sembrano almeno cinque:
La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, la inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piani istituzionale europeo e nazionale.
Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un intercontrollo democratico senza retoriche di autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione dall’Europa.
La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi "una missione nella missione" e quasi una vocazione profetica.
Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.
Il governo sagace di una economia che ha oggettivamente potenzialità enormi, e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.
Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?
Non parlo volentieri di riforme, e non perché la cultura democristiana sia aliena dall’idea di farne o perché non ne abbia realizzate – le più coraggiose nella storia del nostro paese portano la firma della Democrazia Cristiana, a partire dalla grande riforma agraria di Antonio Segni poco dopo la nascita della repubblica – ma perché, a un certo punto della dialettica politica, il riformismo ha cominciato a vivere quasi fosse un fine in se stesso: ma né il riformismo né le riforme sono un fine; essi sono un mezzo, attraverso il quale la nostra quotidiana analisi della coerenza fra "progetto paese" e realizzazioni concrete viene verificata e coerentemente attuata; facciamo le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano.
Preferiamo parlare piuttosto di "gestione evolutiva" trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle "riforme": queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.
Questo è il compito della politica disegnato dalla Costituzione italiana. E tale è, come la Costituzione lo regola, anche lo strumento dei partiti politici, mezzo privilegiato attraverso cui i cittadini partecipano al farsi del dibattito, alla determinazione delle scelte, alla formazione della classe dirigente, e insomma alla gestione del paese. Non temiamo, anzi decisamente vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione.
In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.
Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?
Innanzitutto con quello della partecipazione vera e diffusa. Pare espressione scontata e banale, questa della partecipazione, ma essa viene in realtà ogni giorno pronunciata e ogni giorno di nuovo tradita. Così come la partecipazione di tutti i cittadini consente di costruire una logica di armonizzazioni progressive nel cammino di crescita della società complessiva, analogamente la partecipazione di tutti i soci consente al partito di essere punto di traduzione affidabile della domanda e delle attese del paese.
I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona. Essi meritano di essere confermati ma anche approfonditi in tutta la loro portata potenziale: tanto più che nell’Italia del ventunesimo secolo ci sono i cittadini e c’è, con loro, anche un numero crescente di persone in attesa di cittadinanza. Persone provenienti dalle più diverse nazioni del mondo, o loro figli, che non costituiscono più casi isolati ma un fatto sociale ormai strutturale: anch’essi diventano parte della nostra comunità, lo diventano in senso oggettivo: chiedono spazio che non può essere loro negato se crediamo in una società di ispirazione cristiana. Il problema è di fare in modo che lo spazio sia equo e i diritti, come i doveri, reciproci. A questa condizione non si può negare l’ordinata e trasparente osmosi demografica, non solo perché essa caratterizza da sempre i processi di sviluppo di ogni società storica, ma perché la stessa grandezza della nostra civiltà italiana è germogliata e si è sviluppata dal multiforme, secolare apporto di tali risorse.

IV – IL FONDAMENTO DEL LAVORO, LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA, LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA
Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale.
Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale.
La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro "progetto per l’Italia" non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro.
Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo. Questo è il concetto, ed è l’obiettivo, da tenere sempre presente.
Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese. Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema.
Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Lo corresse quel gran liberale, non certo democristiano, che era Valletta, allora amministratore delegato della Fiat e grandissimo innovatore della vita aziendale, affermando a sua volta che troppo stretta gli sembrava tale forbice e proponeva per essa un raddoppio, cioè che fosse portata da uno a dieci.
Noi non assumeremo neanche questo parametro: ma se nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque.
Siamo certi che passo dopo passo, anno dopo anno, ci sarà tempo e soprattutto ci saranno condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Sottolineo che anche questa è la Dottrina Sociale della Chiesa, prima di essere la linea programmatica della Democrazia Cristiana. Sottolineo che anche questo è il cammino che costruisce quella economia sociale e civile di mercato che, della suddetta dottrina, è parte centrale.
Sottolineo che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa, sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.
La Democrazia Cristiana è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dalla recente "riforma Fornero", ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, intendendo per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo.
Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste.
Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per la elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e progrediente, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli.
Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’autoinvestimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti).
Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione.
A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale.
E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori nell’impresa.
Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente "amministrazione della casa comune" finalizzata al "bene comune": che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato.
Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni.
Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.

V - ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE
Nelle polemiche interminabili che hanno accompagnato questo tipo di dibattiti sull’assetto dell’economia nazionale negli anni a noi vicini, si è tornati anche a chiamare in causa, più latamente, una "pesantezza dello Stato" che non sarebbe in grado di gestire con efficacia altro ruolo che non sia quello di asettico controllore delle regole che pone, e in nulla o quasi nulla dovrebbe riguardarlo il merito della regolazione sociale.
Storicamente c’è stata, in effetti, in alcuni comparti del sistema economico italiano, una parte di pesantezza che non era ulteriormente tollerabile perché fonte di aggravio di costi e contemporaneamente di danno all’efficienza.
Oggi è però essenzialmente sul piano burocratico che il concetto di "Stato snello" compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato-Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.
La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo che la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel "terzo settore", che può costituire la grande "infrastruttura sociale" nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni.
Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue: questo pensavano infatti De Gasperi, Adenauer, Schumann, Monnet, Spaak e gli altri fondatori.
Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo. Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce. È presente in me la suggestione indimenticabile dei "Dialoghi dei Mediterraneo" nella Firenze, "nuova Gerusalemme", del Sindaco Santo, che chiamava il nostro mare Lago di Tiberiade.
Questo approccio globale e solidaristico va perseguito e testimoniato, infine, per la ricerca della pace e dell’unità di tutto il pianeta. Messaggio che da Isaia fino alla Pacem in Terris e alla Caritas in Veritate, il Popolo di Dio vive come il traguardo finale della settimana storica dell’uomo che segue la settimana biblica della Creazione.

VI – PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE.
Le considerazioni svolte sollecitano la politica i partiti ad una tensione morale e culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa.
Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di "non essere costretti a farsi corrompere", come si disse allora. L’intenzione era buona ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo.
Non è forse saggio tornare al puro e semplice sistema di "nessun finanziamento"; lo dico chiaramente "non vogliamo i soldi dello Stato". Noi preferiamo un sistema che, escludendo qualsiasi esborso di denaro pubblico, assicuri una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce. A tal riguardo mi sembra del tutto condivisibile la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal professor Pellegrino Capaldo.
A fronte dei molti profeti che frettolosamente diagnosticano la fine del partito politico, a me sembra che esso rimanga lo strumento meno imperfetto, lì’unico ancora in grado di consentire l’esercizio della moderna democrazia rappresentativa.
Non va confuso il partito ideologico che guidava le masse della società industriale, con le nuove forme partito capaci di interpretare e dare rappresentanza alla società post-moderna nel mondo delle tecnologie informatiche fattosi uno.
Nessuno di noi pensa di rifare quella Democrazia Cristiana, quelle sezioni, quei comitati, quelle commissioni, quella pletora organizzativa.
La prima delle nostre scommesse è costruire un partito nuovo adeguato alla società del ventunesimo secolo.
Mi sembra che la evoluzione da mettere in campo abbia, tra le altre, le seguenti caratteristiche:

.

- a. Un forte snellimento statutario, che infonda trasparenza ed efficacia all’esperienza associativa democratica dei soci, accorciando vertiginosamente la distanza tradizionale fra vertice e base.
- b. Una quota maggiore di "democrazia diretta", nel senso di un incremento di peso decisionale degli iscritti, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie telematiche nel determinare la scelta dei singoli dirigenti del partito a tutti i livelli.
- c. Una mediazione ricca fra il valore fondante della sovranità associativa e la necessità di un coinvolgimento più pregnante dei mondi esterni che si riconoscono nella visione e negli ideali democratico-cristiani. Più peso agli iscritti e più peso ai simpatizzanti, insomma.
d. Una grande rigorosità nell’applicazione della certezza giuridica interna, con una magistratura di garanzia a sua volta semplificata e velocizzata.
- e. Un’attività di formazione permanente per tutti i livelli del partito: siamo anzi, su questo tema, a buon punto nella formulazione preparatoria di ipotesi che tengono conto delle esperienze migliori maturate in questi venti anni nel mondo della formazione politica e sociale.
- f. Infine, una diffusione capillare, sul territorio, di una rete di Circoli Culturali di Iniziativa Politica: non come luoghi di tessere da contare, ma come luoghi di aperta elaborazione, di formazione, di competenze e proposte e impegno sui problemi del territorio.
- g. Riteniamo utile affiancare al partito una fondazione col compito di approfondita e elaborata ricerca sui temi programmatici e sulle strategie della missione del partito

CONCLUSIONI
Cari amici, questo è, oggi, il mio contributo che, attraverso il dibattito di questi due giorni e dei giorni che seguiranno, è aperto ad ogni positiva integrazione, correzione, arricchimento.
Noi siamo qui con il proposito di realizzare insieme il passaggio da una storia antica ricca di successi ma anche dolorosamente responsabile di errori, verso un futuro che deve essere altrettanto ricco di successi e meno esposto agli errori. Mi permetto di aggiungere che rappresento una generazione il cui compito precipuo è, oggi, quello di fornire buon esempio e buoni consigli, trasmettere esperienza sana e forte, per far avanzare sul proscenio delle responsabilità sociali, compresa la guida del partito, le generazioni nuove.
Non è questione di anagrafe: vecchi e giovani hanno dato in tempi e modi diversi esempi eroici ed esempi deleteri. E’ invece questione di anima e di effettiva pratica della democrazia interna. E’ questa che provvede all’immancabile ricambio fisiologico della classe dirigente. Una sola condizione occorre, che non sempre abbiamo onorato in passato: una democrazia interna che vorrei definire, fanciullescamente, semplice e rocciosa per la sua credibilità. Insieme all’impegno quotidiano della nostra formazione permanente.
Nessuno deve mai violare la santità delle urne nelle quali i nostri iscritti sono chiamati a scegliere in coscienza le persone cui affidare la guida del cammino. Con semplicità e sapienza. Non abbiamo bisogno di altro. Forse, in questo momento, il Paese non ha bisogno di altro."

.

EDIZIONE PRECEDENTE

.logo-corte-costituzionale.jpg (84561 byte)

Sentenza della Corte, Progetto Renzi-Berlusconi, Documento "alt" di 26 Costituzionalisti

repubblica_logo.jpg (131229 byte)

LA TESI DEI GIURISTI: "Riformulato il Porcellum, con pochi correttivi".

Nino LUCIANI:

1) La vera novità, rispetto al "Porcellum" è il premio di maggioranza su base nazionale anche al Senato, e questo eviterà diverse maggioranze tra le due camere. Circa il progetto di Renzi-Berlusconi, clicca legge elettorale
2) Rimane irrisolto il problema del frazionamento delle coalizioni, in più gruppi, dopo le elezioni, ossia il fenomeno dei "cambiacasacca" con caduta della maggioranza. Circa un rimedio, ripeschiamo il grande costituzionalista e membro dell'Assemblea costituente  COSTANTINO MORTATI
3) Pesa l'ipoteca della incostituzionalità, e Napolitano non potrà non rilevarla, data la sentenza fresca fresca della Corte Costituzionale sul vecchio Porcellum.
  
1.- Premessa. Personalmente ho sempre pensato che occorra una riforma costituzionale, che sottragga ai partiti il controllo del governo (partiti ladri, anche legalmente: vedi legge che aggirò il referendum costituzionale sul finanziamento pubblici dei partiti), e dunque permetta l'elezione del Presidente del Consiglio (per 5 anni) direttamente dai cittadini.
  Ed ho anche sempre pensato che, in assenza di una riforma costituzionale, l'unica via praticabile è una forzatura della interpretazione della attuale Costituzione (che è proporzionalista e sottopone il governo alla fiducia delle camere): ossia un nuovo porcellum, corretto.
   2.- I miglioramenti del "nuovo"porcellum. Il primo, più importante, è che il premio di maggioranza sarà su base nazionale anche al senato (oltre che alla camera), per cui è molto improbabile una diversa "maggioranza" tra le due camere.
   Il secondo miglioramento è la possibilità del ballottaggio tra i primi due partiti o le prime due coalizioni, se nessuna raggiunge il 35% dei voti totali delle elezioni.
  3.- Difetto rimasto: la possibilità dei cambiacasacca nel dopo elezioni. Qualora i due poli non siano partiti, ma coalizioni, non si può escludere il ripetersi di quanto ripetutamente avvenuto in passato, vale dire che la coalizione di maggioranza si frazioni in più gruppi, e in questo modo l'ostracismo ai piccoli partiti (disposto dalla nuova legge) non sarebbe estirpato.
   Sono convinto che questo fenomeno si potrebbe presentare anche se il premio andasse al partito maggiore, perchè Forza Italia non è un partito ideologico (ma un partito di affari) e il PD è una convivenza dell'anima liberale del PCI e dell'anima di sinistra della veccha DC. (Queste cose non
accadevano nella prima repubblica, quando c'erano due grandi partiti con un alto senso dello Stato, la DC e il PCI, a parte deviazioni gravi degli ultimi tempi, a causa del compromesso storico, anzichè della alternanza, tra loro, al governo).

4.- Quale rimedio al fenomeno dei cambiacasacca. Il rimedio al fenomeno comincia dalla valorizzazione dei piccoli partiti, non dal loro ostracismo. Questo li spinge a fare coalizioni forzate innaturali, ma che poi (nel dopo elezioni) si sciolgono. Il secondo rimedio consiste nel modificare la normativa costituzionale e questo ripropone la ineludibilità di riforme costituzionali e la insufficienza di riforme meramente elettorali. Vediamo meglio cominciando da questa, e riprendendo infine come aggregare i piccoli partiti.
  a) l'art. 67 della Costituzione dice che "ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". Dunque, la prima falla è nella Costituzione, per cui si ripropone il problema di modificare Costituzione, se si vuole evitare la polverizzazione della rappresentanza politica.
   L'art. 64 apre, però, alla possibilità di correttivi attribuendo alle camere il "potere regolamentare" per l'organizzazione interna. Ad es., in Senato il regolamento dispone che per la formazione di un gruppo occorrono almeno 10 membri. Alla Camera il minimo è 20.
   E' pacifico che l'autonomia organizzativa interna sia essenziale alla sovranità del parlamento, ma è anche evidente che la proliferazione dei gruppi potrebbe minare il corretto funzionamento del parlamento, e dunque ciò non attiene  ad un problema organizzativo, in senso stretto, perchè ha rilevanti effetti esterni.  

E'  possibile intervenire sulla formazione dei gruppi, senza minare l'autonomia organizzativa interna ?  La risposta non si trova facilmente nei testi di diritto costituzionale. La si trova, però, nelle lezioni del grande costituzionalista (e padre costituente) Costantino Mortati, di cui sono stato studente molti anni fa a Roma, e di cui riporto il paragrafo qui sotto.
In sintesi, per intervenire sul regolamento (circa la proliferazione dei gruppi), deve farlo la Costituzione direttamente o affidando alla legge il potere di regolazione, però nel rispetto nel diritto di auto-organizzazione interna, in senso stretto.
   5.- Le conseguenze benefiche per il problema della frammentazione. In premessa, evidenzio che la limitazione alla formazione del numero dei gruppi parlamentari è un modo alternativo per evitare la frammentazione dei partiti mediante sbarramenti alla entrata.

   Vediamo come. Ipotizziamo (come caso estremo) che la norma costituzionale disponga che in parlamento sono ammessi solo due gruppi, uno di maggioranza e uno di minoranza.
   Ipotizziamo anche (coma caso estremo) che la rappresentanza dei partiti sia ammesso con riparto proporzionale puro (senza alcun sbarramento).
   Come mettere d'accoro le conseguenze delle due ipotesi ? La soluzione sta nel disporre:
   -  che i due partiti maggiori costituiscano due rispettivi gruppi;
   -  che tutti gli altri siano tenuti ad afferire ad uno dei due, secondo la preferenza.
   In questo modo tutti sono vincolati a contribuire alla coesione, ma con forzature ragionevoli, meno pesanti della esclusione in partenza, propria degli sbarramenti all'entrata. Nino Luciani


TRE DOCUMENTI A CONFRONTO

CORTE COSTITUZIONALE: SENTENZA

N. 1 - ANNO 2014 nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, 59 e 83, comma 1, n. 5 e comma 2 del d.P.R. 30 marzo 1957, n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati), nel testo risultante dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica); degli artt. 14, comma 1, e 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica), nel testo risultante dalla legge n. 270 del 2005, promosso dalla Corte di cassazione nel giudizio civile vertente tra Aldo Bozzi ed altri e la Presidenza del Consiglio dei ministri ed altro con ordinanza del 17 maggio 2013 iscritta al n. 144 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell'anno 2013. 3.1.- La questione sollevata (dalla Corte di Cassazione) è fondata. Questa Corte ha da tempo ricordato che l'Assemblea Costituente, "pur manifestando, con l'approvazione di un ordine del giorno, il favore per il sistema proporzionale nell'elezione dei membri della Camera dei deputati, non intese irrigidire questa materia sul piano normativo, costituzionalizzando una scelta proporzionalistica o disponendo formalmente in ordine ai sistemi elettorali, la configurazione dei quali resta affidata alla legge ordinaria" (sentenza n. 429 del 1995). Pertanto, la "determinazione delle formule e dei sistemi elettorali costituisce un ambito nel quale si esprime con un massimo di evidenza la politicità della scelta legislativa" (sentenza n. 242 del 2014; ordinanza n. 260 del 2002; sentenza n. 107 del 1996). Il principio costituzionale di eguaglianza del voto - ha inoltre rilevato questa Corte - esige che l'esercizio dell'elettorato attivo avvenga in condizione di parità, in quanto "ciascun voto contribuisce potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi" (sentenza n. 43 del 1961), ma "non si estende […] al risultato concreto della manifestazione di volontà dell'elettore […] che dipende […] esclusivamente dal sistema che il legislatore ordinario, non avendo la Costituzione disposto al riguardo, ha adottato per le elezioni politiche e amministrative, in relazione alle mutevoli esigenze che si ricollegano alle consultazioni popolari" (sentenza n. 43 del 1961). Non c'è, in altri termini, un modello di sistema elettorale imposto dalla Carta costituzionale, in quanto quest'ultima lascia alla discrezionalità del legislatore la scelta del sistema che ritenga più idoneo ed efficace in considerazione del contesto storico. Il sistema elettorale, tuttavia, pur costituendo espressione dell'ampia discrezionalità legislativa, non è esente da controllo, essendo sempre censurabile in sede di giudizio di costituzionalità quando risulti manifestamente irragionevole (sentenze n. 242 del 2014 e n. 107 del 1996; ordinanza n. 260 del 2002). Nella specie, proprio con riguardo alle norme della legge elettorale della Camera qui in esame, relative all'attribuzione del premio di maggioranza in difetto del presupposto di una soglia minima di voti o di seggi, questa Corte, pur negando la possibilità di sindacare in sede di giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo profili di illegittimità costituzionale, in particolare attinenti alla ragionevolezza delle predette norme, ha già segnalato l'esigenza che il Parlamento consideri con attenzione alcuni profili di un simile meccanismo. Alcuni aspetti problematici sono stati ravvisati nella circostanza che il meccanismo premiale è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa, in quanto consente ad una lista che abbia ottenuto un numero di voti anche relativamente esiguo di acquisire la maggioranza assoluta dei seggi. In tal modo si può verificare in concreto una distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi che, pur essendo presente in qualsiasi sistema elettorale, nella specie assume una misura tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto (sentenze n. 15 e n. 16 del 2008). Successivamente, questa Corte, stante l'inerzia del legislatore, ha rinnovato l'invito al Parlamento a considerare con attenzione i punti problematici della disciplina, così come risultante dalle modifiche introdotte con la legge n. 270 del 2005, ed ha nuovamente sottolineato i profili di irrazionalità segnalati nelle precedenti occasioni sopra ricordate, insiti nell'"attribuzione dei premi di maggioranza senza la previsione di alcuna soglia minima di voti e/o di seggi" (sentenza n. 13 del 2014); profili ritenuti, tuttavia, insindacabili in una sede diversa dal giudizio di legittimità costituzionale. Gli stessi rilievi, nella perdurante inerzia del legislatore ordinario, non possono che essere ribaditi e, conseguentemente, devono ritenersi fondate le censure concernenti l'art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957. Tali disposizioni, infatti, non superano lo scrutinio di proporzionalità e di ragionevolezza, al quale soggiacciono anche le norme inerenti ai sistemi elettorali. In ambiti connotati da un'ampia discrezionalità legislativa, quale quello in esame, siffatto scrutinio impone a questa Corte di verificare che il bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti non sia stato realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio o la compressione di uno di essi in misura eccessiva e pertanto incompatibile con il dettato costituzionale. Tale giudizio deve svolgersi "attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti" (sentenza n. 1130 del 1988). Il test di proporzionalità utilizzato da questa Corte come da molte delle giurisdizioni costituzionali europee, spesso insieme con quello di ragionevolezza, ed essenziale strumento della Corte di giustizia dell'Unione europea per il controllo giurisdizionale di legittimità degli atti dell'Unione e degli Stati membri, richiede di valutare se la norma oggetto di scrutinio, con la misura e le modalità di applicazione stabilite, sia necessaria e idonea al conseguimento di obiettivi legittimamente perseguiti, in quanto, tra più misure appropriate, prescriva quella meno restrittiva dei diritti a confronto e stabilisca oneri non sproporzionati rispetto al perseguimento di detti obiettivi. Nella specie, le suddette condizioni non sono soddisfatte. Le disposizioni censurate sono dirette ad agevolare la formazione di una adeguata maggioranza parlamentare, allo scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale, ciò che costituisce senz'altro un obiettivo costituzionalmente legittimo.

IL DOCUMENTO DEI 26 GIURISTI*

G.Azzariti, M.Barberis, M.Bovero, E.Bettinelli, F.Bilancia, L.Carlassare, P.Caretti, G.Cocco, C.De Fiores, M.Dogliani, G.Ferrara, L.Ferrajoli, A.Musumeci, A.Pace, S.Rodotà, L.Ventura, M.Villone, E.Vitale, P.Adami, A.Falcone, G.Incorvati, R.La Valle, R.La Macchia, D.Gallo, F.Marcelli, V.Pazè, P.Solimeno.
(Fonte: IL MANIFESTO, 25 gen. 2014-01-27)

Nota. Per capire il Documento è forse utile leggere, prima, il progetto di legge.
Clicca su:

   La proposta di riforma elettorale depositata alla Camera a seguito dell'accordo tra il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi consiste sostanzialmente, con pochi correttivi, in una riformulazione della vecchia legge elettorale - il cosiddetto "Porcellum" - e presenta perciò vizi analoghi a quelli che di questa hanno motivato la dichiarazione di incostituzionalità ad opera della recente sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014.
  Questi vizi, afferma la sentenza, erano essenzialmente due.
  Il primo consisteva nella lesione dell'uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione, dall'enorme premio di maggioranza - il 55% per cento dei seggi della Camera - assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa.
   La proposta di riforma introduce una soglia minima, ma stabilendola nella misura del 35% dei votanti e attribuendo alla lista che la raggiunge il premio del 53% dei seggi rende insopportabilmente vistosa la lesione dell'uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori determinando, secondo le parole della Corte, "un'alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l'intera architettura dell'ordinamento costituzionale vigente" e compromettendo la "funzione rappresentativa dell'Assemblea". Senza contare che, in presenza di tre schieramenti politici ciascuno dei quali può raggiungere la soglia del 35%, le elezioni si trasformerebbero in una roulette.

Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto "sostanzialmente indiretto" e privava i cittadini del diritto di "incidere sull'elezione dei propri rappresentanti".
  Questo medesimo vizio è presente anche nell'attuale proposta di riforma, nella quale parimenti sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. La designazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei partiti. Viene così ripristinato lo scandalo del "Parlamento di nominati"; e poiché le nomine, ove non avvengano attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge, saranno decise dai vertici dei partiti, le elezioni rischieranno di trasformarsi in una competizione tra capi e infine nell'investitura popolare del capo vincente.

   C'è poi un altro fattore che aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l'uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, ben più di quanto non faccia la stessa legge appena dichiarata incostituzionale.    La proposta di riforma prevede un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento: mentre la vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l'accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e almeno il 4% a quelle non coalizzate, l'attuale proposta richiede il 5% alle liste coalizzate, l'8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni. Tutto questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi.

   Insomma questa proposta di riforma consiste in una riedizione del porcellum, che da essa è sotto taluni aspetti - la fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte - migliorato, ma sotto altri - le soglie di sbarramento, enormemente più alte - peggiorato. L'abilità del segretario del Partito democratico è consistita, in breve, nell'essere riuscito a far accettare alla destra più o meno la vecchia legge elettorale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichiarata incostituzionale.

   Di fronte all'incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti esprimono il loro sconcerto e la loro protesta

   Contro la pretesa che l'accordo da cui è nata la proposta non sia emendabile in Parlamento, ricordano il divieto del mandato imperativo stabilito dall'art.67 della Costituzione e la responsabilità politica che, su una questione decisiva per il futuro della nostra democrazia, ciascun parlamentare si assumerà con il voto. E segnalano la concreta possibilità - nella speranza che una simile prospettiva possa ricondurre alla ragione le maggiori forze politiche - che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica onde sollecitare, in base all'art.74 Cost., una nuova deliberazione, con un messaggio motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico.

Primi firmatari: Gaetano Azzariti, Mauro Barberis, Michelangelo Bovero, Ernesto Bettinelli, Francesco Bilancia, Lorenza Carlassare, Paolo Caretti, Giovanni Cocco, Claudio De Fiores, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luigi Ferrajoli, Angela Musumeci, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Luigi Ventura, Massimo Villone, Ermanno Vitale, Pietro Adami, Anna Falcone, Giovanni Incorvati, Raniero La Valle, Roberto La Macchia, Domenico Gallo, Fabio Marcelli, Valentina Pazè, Paolo Solimeno

Prof. Costantino Mortati, Corso di lezioni di diritto costituzionale italiano e comparato, A.A. 1957-58, Università di Roma “La Sapienza”, ed. Ricerche, Roma. (Le lezioni sulla riserva di legge sono state svolte dal prof. Sergio Fois, (pp. 233-237).

  La riserva dei regolamenti delle Camere del Parlamento,
   La nuova costituzione, all'art. 64, ha disposto che "ciascuna camera adotta il proprio regolamento, a maggioranza assoluta dei propri componenti”
Si chiede se da tali disposizioni si possa trarre argomento per l'esistenza di una "riserva" a favore del Parlamento, nel senso di escludere l'intervento della legge nella materia in essa rientrante.
A meglio intendere i termini del problema gioverà accennare al modo come storicamente si è affermata l'autonomia delle Camere.
L'esame comparativo dell'evoluzione subita dallo istituto in discorso mostra le diversità di manifestazioni secondo il grado dell'efficienza politica raggiunta dalle assemblee parlamentari. Così, mentre nelle monarchie germaniche si affermò la tendenza alla regolamentazione dell' attività interna delle Camere con legge, o addirittura con regolamento regio, viceversa in Inghilterra ed in Francia si verificò una netta affermazione di autonomia, pur con diversità di manifestazioni e di vicende.
Per quanto riguarda l'Inghilterra deve essere ricordato che il Parlamento era all'origine organo con competenza multipla, poichè, oltre a votare le leggi di imposta, aveva non solo funzioni amministrative di indole consultiva, ma anche giurisdizionali, in quanto formava la Suprema Corte di giustizia. Ed appunto nella qualità di organo giudiziario la Camera dei Lords rivendicò il privilegio della “lex et consuetudo Parlamenti”.
Tale privilegio importava anzitutto il potere di determinare in modo insindacabile la portata e l'ampiezza del modo d'esercizio delle proprie attribuzioni., ed inoltre quello di ottenere obbedienza dalle autorità amministrative con sanzione di punizione a carico dei disobbedienti per il reato di "contempt of Court".
Si giunse anche ad affermare l’efficacia dei regolamenti parlamentari pur se contra legem, desumendola dal carattere di giudicato che si attribuisce alle deliberazioni che li sancivano.
Le norme regolamentari, fondate in un primo tempo sulla consuetudine, vennero poi consacrate (all'epoca delle lotte del sec. XVII, ed allo scopo di rafforzarne la funzione che erano andate assumendo di arma contro il sovrano), in parte, nei Rolls of Parliament, distinguendosi negli "standing orders" (destinati a rimaner fermi fino ad esplicita abrogazione) e nei "sessional orders" con efficacia limitata alla sessione in corso.
In Francia, mancando una tradizione parlamentare, il potere di auto-organizzazione venne rivendicata dagli "Stati generali" sulla base della titolarità del potere costituente, di cui essi si proclamavano investiti. Così il Mirabeau assimilava il regolamento al "patto sociale", emergente all'origine dall'unanime consenso, e modificabile poi a maggioranza.
Da tale concezione si faceva altresì derivare il principio del carattere di organo nuovo assunto da ogni nuova assemblea, non vincolata perciò al regolamento emanato dalla Camera disciolta.
Con la Restaurazione si rivendicò alla legge il potere di regolare le attività delle Camere interferenti con quelle di altri organi, e con la legge 13-8-1814 si conservò tale differenziazione delle attività stesse, distaccandole da quel le fatte rientrare negli interna corpis, in senso stretto.
Il principio dell'autonomia delle camere si afferma in seguito in tutti i paesi, sembrando strumento necessario per l'esercizio della funzione di controllo sul governo affidato alle medesime.
Nella successiva evoluzione subita dal regime parlamentare, in senso "maggioritario" e con l'introduzione di elementi di accentuata eterogeneità  nella composizione delle assemblee, vengono ad affermarsi nuove esigenze che giustificano l'autonomia e che si esprimono, da una parte, nella tutela delle minoranze (o inversamente in quella della maggioranza contro 1'ostruzionismo" delle minoranze); e dall'altra nel bisogno di consentire 1"assolvimento dei maggiori compiti assunti dalla legge statale, meglio disciplinando (anche attraverso il sacrificio dell'autonomia dei singoli membri del parlamento, ormai legati alla disciplina dei gruppi parlamentari costituiti sulla base dei partiti) il lavoro affidato alle Camere.

5 Visto così lo svolgimento storico e la funzione attuale dei regolamenti parlamentari, occorre ora rendersi conto della loro posizione nell'ordine delle fonti.
E’ osservare come la Costituzione mentre, per una parte detta direttamente alcune norme relative all’attività delle Camere, (art. 62, 63, 64, 82), per un'altra parte affida alla legge la disciplina di rapporti attinenti ai membri del Parlamento (art. 69), ed infine rinvia al regolamento di disporre sul modo di esercizio delle altre funzioni.
Da quanto si è detto prima, si possono trarre argomenti sufficienti per ritenere che l'art. 64 sia solo "dichiarativo" di un potere appartenente in proprio, ed originariamente, alle Camere, perchè inerente alla loro posizione di organi sovrani, forniti di prerogative per la tutela degli speciali interessi che ad esse fanno capo e che importano una cornpetenza di autorganizzazione. diretta a sottrarre i propri membri a influenze estranee, ed a disporre dei mezzi personali e materiali necessari all'assolvimento dei propri compiti.
Risulta altresì confermato (sulla base delle premesse poste) il carattere £riservato" di tale competenza; sottratta ad ogni intervento del legislatore.
Si vedrà poi (sia pure fugacemente) se si possa ritenere sussistente anche la sottrazione, ad ogni sindacato, delle norme regolamentari.
Per quanto riguarda la riserva è da osservare come essa si desuma in modo decisivo dall’aggravamento di procedura per la formazione dei regolamenti dell’art- 64 e che rende insostituibile ad esse la fonte della legge ordinaria. Infatti, essendo quest'ultima validamente deliberata con il voto della metà più'' uno dei presenti, la disciplina, con essa dettata, degli interna corporis non offrirebbe la garanzia che il voto favorevole della metà più uno dei componenti offre; e pertanto verrebbe a contraddire all'esigenza, voluta tutelare, della costituzione.
Se problema vi è, esso si riferisce ai limiti entro cui deve ritenersi contenuta la materia propria degli interna corporis riservata al Parlamento.

Continua: CORTE COSTITUZIONALE

Questo obiettivo è perseguito mediante un meccanismo premiale destinato ad essere attivato ogniqualvolta la votazione con il sistema proporzionale non abbia assicurato ad alcuna lista o coalizione di liste un numero di voti tale da tradursi in una maggioranza anche superiore a quella assoluta di seggi (340 su 630). Se dunque si verifica tale eventualità, il meccanismo premiale garantisce l'attribuzione di seggi aggiuntivi (fino alla soglia dei 340 seggi) a quella lista o coalizione di liste che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre, e ciò pure nel caso che il numero di voti sia in assoluto molto esiguo, in difetto della previsione di una soglia minima di voti e/o di seggi. Le disposizioni censurate non si limitano, tuttavia, ad introdurre un correttivo (ulteriore rispetto a quello già costituito dalla previsione di soglie di sbarramento all'accesso, di cui al n. 3 ed al n. 6 del medesimo comma 1 del citato art. 83, qui non censurati) al sistema di trasformazione dei voti in seggi "in ragione proporzionale", stabilito dall'art. 1, comma 2, del medesimo d.P.R. n. 361 del 1957, in vista del legittimo obiettivo di favorire la formazione di stabili maggioranze parlamentari e quindi di stabili governi, ma rovesciano la ratio della formula elettorale prescelta dallo stesso legislatore del 2005, che è quella di assicurare la rappresentatività dell'assemblea parlamentare. In tal modo, dette norme producono una eccessiva divaricazione tra la composizione dell'organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l'art. 1, secondo comma, Cost. In altri termini, le disposizioni in esame non impongono il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista (o coalizione di liste) di maggioranza relativa dei voti; e ad essa assegnano automaticamente un numero anche molto elevato di seggi, tale da trasformare, in ipotesi, una formazione che ha conseguito una percentuale pur molto ridotta di suffragi in quella che raggiunge la maggioranza assoluta dei componenti dell'assemblea. Risulta, pertanto, palese che in tal modo esse consentono una illimitata compressione della rappresentatività dell'assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della "rappresentanza politica nazionale" (art. 67 Cost.), si fondano sull'espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di "una caratterizzazione tipica ed infungibile" (sentenza n. 106 del 2002), fra le quali vi sono, accanto a quelle di indirizzo e controllo del governo, anche le delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art. 138 Cost.): ciò che peraltro distingue il Parlamento da altre assemblee rappresentative di enti territoriali. Il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza prefigurato dalle norme censurate, inserite nel sistema proporzionale introdotto con la legge n. 270 del 2005, in quanto combinato con l'assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all'assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un'alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.). Esso, infatti, pur non vincolando il legislatore ordinario alla scelta di un determinato sistema, esige comunque che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961) ed assume sfumature diverse in funzione del sistema elettorale prescelto. In ordinamenti costituzionali omogenei a quello italiano, nei quali pure è contemplato detto principio e non è costituzionalizzata la formula elettorale, il giudice costituzionale ha espressamente riconosciuto, da tempo, che, qualora il legislatore adotti il sistema proporzionale, anche solo in modo parziale, esso genera nell'elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del "peso" del voto "in uscita", ai fini dell'attribuzione dei seggi, che non sia necessaria ad evitare un pregiudizio per la funzionalità dell'organo parlamentare (BVerfGE,

CONTINUA: MORTATI

Come si e' visto, in Francia, ebbe ad affermarsi il principio dell'intervento della legge per quanto riguarda i rapporti fra i poteri delle Camere e quelli degli altri organi.
Non sembra che tale principio sia utilizzabile, ove si volesse dare al medesimo un significato estensivo e quindi farlo valere per escludere l’autonomia parlamentare tutte le volte che 1'attività di ogni camera si ricolleghi con il funzionamento di .altri organi.
Ciò sembra da escludere non solo nel caso di poteri di un ramo del Parlamento interferenti con quelli dell'altro ramo (come nell'ipotesi del procedimento di formazione delle leggi di revisione costituzionale) in cui occorre lasciare alla libera iniziativa dei due la scelta dei modi necessari ad armonizzare fra loro le procedure, ma altresì quando tali interferenze si abbiano nei confronti di organi diversi o anche di soggetti singoli.
Così non sembra che competesse alla legge (come invece è stato fatto con l'art. 3 della legge 11.3.1953 n. 87) dettare le modalità per l'elezione ad opera del Parlamento in seduta comune di 5 membri della Corte Costituzionale. Ogni limite, in questa sfera, dovrebbe venire disposto con legge costituzionale.
L'autonomia regolamentare delle Camere e'da ritenere fondata in ogni sua espressione sullo stesso titolo, e cioè sulla sua posizione di organo supremo, sicchè 'non sembra da seguire l'opinione del Martines (La natura giuridica dei regolamenti parlamentari, p. 70), che distinguendo le norme dei regolamenti parlamentari in tre gruppi: 
a) esecutive della costituzione; 
b) espressione del potere di supremazia speciale che si fa valere nei confronti dei propri mèmbri o degli estranei che vengono a contatto con le Camere;
c) di organizzazione degli uffici interni,
ritiene di dovere attribuire a ciascuno dei gruppi un proprio fondamento.
Naturalmente i regolamenti di cui si parla sono da ritenere assoggettati ai principi generali dell’ordinamento.
Non potrebbe però prendersi alla lettera l'affermazione formulata di recente dal Bon (Sui regolamenti parlamentari, p. 118), secondo cui essi incontrano il limite materiale costituito da tutte le materie che l’ordinamento assoggetta alla riserva di legge. Infatti vi è tutta una serie di attribuzioni delle Camere che incidono su situazioni giuridiche soggettive e dovrebbero in via generale, essere regolate dalla legge e tuttavia ricadono nell'ambito della sua normazione (così le procedure per la messa in stato d'accusa dei ministri o del Capo dello Stato, l'esame delle petizioni, l'accertamento dei titoli di ammissione alle cariche parlamentari, l'assunzione dei funzionari, il loro trattamento giuridico ecc.).
36. Le osservazioni fatte per ultimo conducono a far rientrare le norme, di cui si parla, nell'’ordinamento generale dello Stato, e quindi ad escludere che si possano considerare  quali "norme interne" (a parte la questione se in via ge-nerale siano ammissibili norme di ordinamenti pubblicistici da considerare interne).
L'ammissione che si è fatto del carattere di fonti di diritto oggettivo da attribuire ai regolamenti de quibus è del tutto indipendente da quello della loro sindacabilità da parte del giudice.
La possibilità di tale sindacato è vivamente discussa, ed anzi l'opinione dominante è nel senso di escluderla, anche se non vi sia concordanza fra coloro che partecipano ad essa in ordine alla ragione idonea a giustificare l'esclusione.
Non è qui opportuno (perché non conciliabile con l'economia del presente corso) fermarsi ad analizzare il punto. Se ne è tatto cenno solo per l'occasione che esso offre di riaffermare la possibilità di quella dissociazione fra forza di legge e valore di legge, di cui si è parlato, e che è stata contestata dal Sandulli. Una volta ammessa la insindacabilità, da parte del giudice, degli atti delle Camere (esecutivi dei rispettivi regolamenti, anche se vertenti su rapporti con terzi e che riescano lesivi di situazioni di vantaggio di costoro), si dovrebbe concludere per la sussistenza di atti aventi efficacia di legge, senza tuttavia il valore proprio della legge.

CONTINUA CORTE COSTITUZIONALE

sentenza 3/11 del 25 luglio 2014; ma v. già la sentenza n. 197 del 22 maggio 1979 e la sentenza n. 1 del 5 aprile 1952). Le norme censurate, pur perseguendo un obiettivo di rilievo costituzionale, qual è quello della stabilità del governo del Paese e dell'efficienza dei processi decisionali nell'ambito parlamentare, dettano una disciplina che non rispetta il vincolo del minor sacrificio possibile degli altri interessi e valori costituzionalmente protetti, ponendosi in contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost. In definitiva, detta disciplina non è proporzionata rispetto all'obiettivo perseguito, posto che determina una compressione della funzione rappresentativa dell'assemblea, nonché dell'eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un'alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l'intera architettura dell'ordinamento costituzionale vigente. Deve, quindi, essere dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957. 4.- Le medesime argomentazioni vanno svolte anche in relazione alle censure sollevate, in relazione agli stessi parametri costituzionali, nei confronti dell'art. 17, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 533 del 1993, che disciplina il premio di maggioranza per le elezioni del Senato della Repubblica, prevedendo che l'Ufficio elettorale regionale, qualora la coalizione di liste o la singola lista, che abbiano ottenuto il maggior numero di voti validi espressi nell'àmbito della circoscrizione, non abbiano conseguito almeno il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione, assegni alle medesime un numero di seggi ulteriore necessario per raggiungere il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione. Anche queste norme, nell'attribuire in siffatto modo il premio della maggioranza assoluta, in ambito regionale, alla lista (o coalizione di liste) che abbia ottenuto semplicemente un numero maggiore di voti rispetto alle altre liste, in difetto del raggiungimento di una soglia minima, contengono una disciplina manifestamente irragionevole, che comprime la rappresentatività dell'assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, in misura sproporzionata rispetto all'obiettivo perseguito (garantire la stabilità di governo e l'efficienza decisionale del sistema), incidendo anche sull'eguaglianza del voto, in violazione degli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost. Nella specie, il test di proporzionalità evidenzia, oltre al difetto di proporzionalità in senso stretto della disciplina censurata, anche l'inidoneità della stessa al raggiungimento dell'obiettivo perseguito, in modo più netto rispetto alla disciplina prevista per l'elezione della Camera dei deputati. Essa, infatti, stabilendo che l'attribuzione del premio di maggioranza è su scala regionale, produce l'effetto che la maggioranza in seno all'assemblea del Senato sia il risultato casuale di una somma di premi regionali, che può finire per rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizioni di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti nei due rami del Parlamento, pur in presenza di una distribuzione del voto nell'insieme sostanzialmente omogenea. Ciò rischia di compromettere sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione repubblicana, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere (art. 94, primo comma, Cost.), sia l'esercizio della funzione legislativa, che l'art. 70 Cost. attribuisce collettivamente alla Camera ed al Senato. In definitiva, rischia di vanificare il risultato che si intende conseguire con un'adeguata stabilità della maggioranza parlamentare e del governo. E benché tali profili costituiscano, in larga misura, l'oggetto di scelte politiche riservate al legislatore ordinario, questa Corte ha tuttavia il dovere di verificare se la disciplina legislativa violi manifestamente, come nella specie, i principi di proporzionalità e ragionevolezza e, pertanto, sia lesiva degli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 Cost. Deve, pertanto, dichiararsi l'illegittimità costituzionale dell'art. 17, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 533 del 1993. 5.- Occorre, infine, esaminare le censure relative all'art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957 e, in via consequenziale, all'art. 59, comma 1, del medesimo d.P.R., nonché all'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui, rispettivamente, prevedono: l'art. 4, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957, che "Ogni elettore dispone di un voto per la scelta della lista ai fini dell'attribuzione dei seggi in ragione proporzionale, da esprimere su un'unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista"; l'art. 59 del medesimo d.P.R. n. 361, che "Una scheda valida per la scelta della lista rappresenta un voto di lista"; nonché l'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, che "Il voto si esprime tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta". Secondo il rimettente, tali disposizioni, non consentendo all'elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui è rimessa la designazione e la collocazione in lista di tutti i candidati, renderebbero il voto sostanzialmente "indiretto", posto che i partiti non possono sostituirsi al corpo elettorale e che l'art. 67 Cost. presuppone l'esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori. Ciò violerebbe gli artt. 56, primo comma, e 58, primo comma, Cost., l'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 3 del protocollo 1 della CEDU, che riconosce al popolo il diritto alla "scelta del corpo legislativo", e l'art. 49 Cost. Inoltre, sottraendo all'elettore la facoltà di scegliere l'eletto, farebbero sì che il voto non sia né libero, né personale, in violazione dell'art. 48, secondo comma, Cost. 5.1.- La questione è fondata nei termini di seguito precisati. Le norme censurate, concernenti le modalità di espressione del voto per l'elezione dei componenti, rispettivamente, della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, si inseriscono in un contesto normativo in base al quale tale voto avviene per liste concorrenti di candidati (art. 1, comma 1, del d.P.R. n. 361 del 1957; art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 533 del 1993), presentati "secondo un determinato ordine", in numero "non inferiore a un terzo e non superiore ai seggi assegnati alla circoscrizione" (art. 18-bis, comma 3, del d.P.R. n. 361 del 1957 ed art. 8, comma 4, del d.lgs. n. 533 del 1993). Le circoscrizioni elettorali, la cui disciplina non è investita dalle censure qui esaminate, corrispondono sempre, per il Senato, ai territori delle Regioni (art. 2 del d.lgs. n. 533 del 1993); per la Camera dei deputati (Allegato A alla legge n. 270 del 2005), le circoscrizioni corrispondono ai territori regionali, con l'eccezione delle Regioni di maggiori dimensioni, nelle quali sono presenti due circoscrizioni (Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia) o tre (Lombardia). La ripartizione dei seggi tra le liste concorrenti è, inoltre, effettuata in ragione proporzionale, con l'eventuale attribuzione del premio di maggioranza (art. 1, comma 2, del d.P.R. n. 361 del 1957), che è definito, per il Senato, "di coalizione regionale" (art. 1, comma 2, d.lgs. n. 533 del 1993); e sono proclamati "eletti, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati compresi nella lista medesima, secondo l'ordine di presentazione" nella lista (art. 84, comma 1, del d.P.R. n. 361 del 1957 ed art. 17, comma 7, del d.lgs. n. 533 del 1993). In questo quadro, le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall'elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, è un voto per la scelta della lista, escludono ogni facoltà dell'elettore di incidere sull'elezione dei propri rappresentanti, la quale dipende, oltre che, ovviamente, dal numero dei seggi ottenuti dalla lista di appartenenza, dall'ordine di presentazione dei candidati nella stessa, ordine di presentazione che è sostanzialmente deciso dai partiti. La scelta dell'elettore, in altri termini, si traduce in un voto di preferenza esclusivamente per la lista, che - in quanto presentata in circoscrizioni elettorali molto ampie, come si è rilevato - contiene un numero assai elevato di candidati, che può corrispondere all'intero numero dei seggi assegnati alla circoscrizione, e li rende, di conseguenza, difficilmente conoscibili dall'elettore stesso. Una simile disciplina priva l'elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti. A tal proposito, questa Corte ha chiarito che "le funzioni attribuite ai partiti politici dalla legge ordinaria al fine di eleggere le assemblee - quali la "presentazione di alternative elettorali" e la "selezione dei candidati alle cariche elettive pubbliche" - non consentono di desumere l'esistenza di attribuzioni costituzionali, ma costituiscono il modo in cui il legislatore ordinario ha ritenuto di raccordare il diritto, costituzionalmente riconosciuto ai cittadini, di associarsi in una pluralità di partiti con la rappresentanza politica, necessaria per concorrere nell'ambito del procedimento elettorale, e trovano solo un fondamento nello stesso art. 49 Cost." (ordinanza n. 79 del 2006). Simili funzioni devono, quindi, essere preordinate ad agevolare la partecipazione alla vita politica dei cittadini ed alla realizzazione di linee programmatiche che le formazioni politiche sottopongono al corpo elettorale, al fine di consentire una scelta più chiara e consapevole anche in riferimento ai candidati. Sulla base di analoghi argomenti, questa Corte si è già espressa, sia pure con riferimento al sistema elettorale vigente nel 1975 per i Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti, contraddistinto anche esso dalla ripartizione dei seggi in ragione proporzionale fra liste concorrenti di candidati. In quella occasione, la Corte ha affermato che la circostanza che il legislatore abbia lasciato ai partiti il compito di indicare l'ordine di presentazione delle candidature non lede in alcun modo la libertà di voto del cittadino: a condizione che quest'ultimo sia "pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza" (sentenza n. 203 del 1975). Nella specie, tale libertà risulta compromessa, posto che il cittadino è chiamato a determinare l'elezione di tutti i deputati e di tutti senatori, votando un elenco spesso assai lungo (nelle circoscrizioni più popolose) di candidati, che difficilmente conosce. Questi, invero, sono individuati sulla base di scelte operate dai partiti, che si riflettono nell'ordine di presentazione, sì che anche l'aspettativa relativa all'elezione in riferimento allo stesso ordine di lista può essere delusa, tenuto conto della possibilità di candidature multiple e della facoltà dell'eletto di optare per altre circoscrizioni sulla base delle indicazioni del partito. In definitiva, è la circostanza che alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini, che ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione. Simili condizioni di voto, che impongono al cittadino, scegliendo una lista, di scegliere in blocco anche tutti i numerosi candidati in essa elencati, che non ha avuto modo di conoscere e valutare e che sono automaticamente destinati, in ragione della posizione in lista, a diventare deputati o senatori, rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l'effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l'effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali). Le condizioni stabilite dalle norme censurate sono, viceversa, tali da alterare per l'intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell'elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all'art. 48 Cost. (sentenza n. 16 del 1978). Deve, pertanto, essere dichiarata l'illegittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, e 59 del d.P.R. n. 361 del 1957, nonché dell'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza per i candidati, al fine di determinarne l'elezione. Resta, pertanto, assorbita la questione proposta in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., in relazione all'art. 3 del protocollo 1 della CEDU. Peraltro, nessun rilievo assume la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 13 marzo 2014 (caso Saccomanno e altri contro Italia), resa a seguito di un ricorso proposto da alcuni cittadini italiani che deducevano la pretesa violazione di quel parametro precisamente dalle norme elettorali qui in esame, sentenza che ha dichiarato tutti i motivi di ricorso manifestamente infondati, sul presupposto dell'"ampio margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati in materia" (paragrafo 64). Spetta, in definitiva, a questa Corte di verificare la compatibilità delle norme in questione con la Costituzione. 6.- La normativa che resta in vigore per effetto della dichiarata illegittimità costituzionale delle disposizioni oggetto delle questioni sollevate dalla Corte di cassazione è "complessivamente idonea a garantire il rinnovo, in ogni momento, dell'organo costituzionale elettivo", così come richiesto dalla costante giurisprudenza di questa Corte (da ultimo, sentenza n. 13 del 2014). Le leggi elettorali sono, infatti, "costituzionalmente necessarie", in quanto "indispensabili per assicurare il funzionamento e la continuità degli organi costituzionali" (sentenza n. 13 del 2014; analogamente, sentenze n. 15 e n. 16 del 2008, n. 13 del 1999, n. 26 del 1997, n. 5 del 1995, n. 32 del 1993, n. 47 del 1991, n. 29 del 1987), dovendosi inoltre scongiurare l'eventualità di "paralizzare il potere di scioglimento del Presidente della Repubblica previsto dall'art. 88 Cost." (sentenza n. 13 del 2014). In particolare, la normativa che rimane in vigore stabilisce un meccanismo di trasformazione dei voti in seggi che consente l'attribuzione di tutti i seggi, in relazione a circoscrizioni elettorali che rimangono immutate, sia per la Camera che per il Senato. Ciò che resta, invero, è precisamente il meccanismo in ragione proporzionale delineato dall'art. 1 del d.P.R. n. 361 del 1957 e dall'art. 1 del d.lgs. n. 533 del 1993, depurato dell'attribuzione del premio di maggioranza; e le norme censurate riguardanti l'espressione del voto risultano integrate in modo da consentire un voto di preferenza. Non rientra tra i compiti di questa Corte valutare l'opportunità e/o l'efficacia di tale meccanismo, spettando ad essa solo di verificare la conformità alla Costituzione delle specifiche norme censurate e la possibilità immediata di procedere ad elezioni con la restante normativa, condizione, quest'ultima, connessa alla natura della legge elettorale di "legge costituzionalmente necessaria" (sentenza n. 32 del 1993). D'altra parte, la rimettente Corte di cassazione aveva significativamente puntualizzato che "la proposta questione di legittimità costituzionale non mira a far caducare l'intera legge n. 270/2005 né a sostituirla con un'altra eterogenea impingendo nella discrezionalità del legislatore, ma a ripristinare nella legge elettorale contenuti costituzionalmente obbligati (concernenti la disciplina del premio di maggioranza e delle preferenze), senza compromettere la permanente idoneità del sistema elettorale a garantire il rinnovo degli organi costituzionali", fatta salva "l'eventualità che si renda necessaria un'opera di mera cosmesi normativa e di ripulitura del testo per la presenza di frammenti normativi residui, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione". La presente decisione non può andare al di là di quanto ipotizzato e richiesto dal giudice rimettente. Per quanto riguarda la possibilità per l'elettore di esprimere un voto di preferenza, eventuali apparenti inconvenienti, che comunque "non incidono sull'operatività del sistema elettorale, né paralizzano la funzionalità dell'organo" (sentenza n. 32 del 1993), possono essere risolti mediante l'impiego degli ordinari criteri d'interpretazione, alla luce di una rilettura delle norme già vigenti coerente con la pronuncia di questa Corte: come, ad esempio, con riferimento alle previsioni, di cui agli artt. 84, comma 1, del d.P.R. n. 361 del 1957, e 17, comma 7, del d.lgs. n. 533 del 1993, che, nella parte in cui stabiliscono che sono proclamati eletti, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati compresi nella lista medesima "secondo l'ordine di presentazione", non appaiono incompatibili con l'introduzione del voto di preferenza, dovendosi ritenere l'ordine di lista operante solo in assenza di espressione della preferenza; o, ancora, con riguardo alle modalità di redazione delle schede elettorali di cui all'art. 31 del d.P.R. n. 361 del 1957 ed all'art. 11, comma 3, del d.lgs n. 533 del 1993, che, nello stabilire che nella scheda devono essere riprodotti i contrassegni di tutte le liste regolarmente presentate nella circoscrizione, secondo il fac-simile di cui agli allegati, non escludono che quegli schemi siano integrati da uno spazio per l'espressione della preferenza; o, quanto alla possibilità di intendere l'espressione della preferenza come preferenza unica, in linea con quanto risultante dal referendum del 1991, ammesso con sentenza n. 47 del 1991, in relazione alle formule elettorali proporzionali. Simili eventuali inconvenienti potranno, d'altro canto, essere rimossi anche mediante interventi normativi secondari, meramente tecnici ed applicativi della presente pronuncia e delle soluzioni interpretative sopra indicate. Resta fermo ovviamente, che lo stesso legislatore ordinario, ove lo ritenga, "potrà correggere, modificare o integrare la disciplina residua" (sentenza n. 32 del 1993). 7.- È evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte qua la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere. Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell'art. 136 Cost. e dell'art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio "che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. "retroattività" di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida" (sentenza n. 139 del 1984). Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali. Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un'astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio - è appena il caso di ribadirlo - che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti "finchè non siano riunite le nuove Camere" (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, "anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni" per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.).

per questi motivi LA CORTE COSTITUZIONALE 1) dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 83, comma 1, n. 5, e comma 2, del d.P.R. 30 marzo 1957 n. 361 (Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati); 2) dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 17, commi 2 e 4, del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (Testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione del Senato della Repubblica); 3) dichiara l'illegittimità costituzionale degli artt. 4, comma 2, e 59 del d.P.R. n. 361 del 1957, nonché dell'art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 533 del 1993, nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza per i candidati. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 dicembre 2013. F.to: Gaetano SILVESTRI, Presidente Giuseppe TESAURO, Redattore Gabriella MELATTI, Cancelliere Depositata in Cancelleria il 13 gennaio 2014. Il Direttore della Cancelleria F.to: Gabriella MELATTI

.* Per l'originale, clicca su: http://ilmanifesto.it/appello-dei-giuristi-non-ripristinate-il-porcellum-italicum/

 

repubblica_logo.jpg (131229 byte)

Corte  Costituzionale trasforma il "Porcellum" in legge proporzionalista

IL TESTO INTEGRALE
DEL COMUNICATO STAMPA
(clicca su: Corte)

 

LUCIANI: la proporzionalità della rappresentanza è un valore, e lo è il bipolarismo, e c'è un modo di incanalare l'una nell'altro, senza sbarramenti in entrata. Poi... il bipolarismo è sterile se non accompagnato da una Costituzione che obblighi a governi di legislatura, con premier eletto dal popolo, o dal parlamento, per 5 anni.   Matteo Renzi, attenzione: "Acqua e chiacchiere non fan frittelle".

 

.
Traditori del Re o Servi di Dio ?

 

quagliariello-ter.jpg (3299 byte)
G. Quagliariello

alfano angelino.jpg (2794 byte)
Angelino Alfano

lupi maurizio.jpg (3663 byte)
Maurizio Lupi

 

    Nota. Mi valgo del riferimento alla nota vicenda di Tommaso Becket ( anche perchè ripresa da Jean Anouilh nella nota opera "Becket e il suo Re", da taluno rivisitata come "Becket o l'onore di Dio") , perchè vi trovo analogie (sia pur più terra a terra, e meno romanzate) con la vicenda di eroi del nostro tempo, e che non vanno lasciati soli, perchè mossi dall'interesse nazionale: tale la salvaguardia delle riforme costituzionali del Governo Letta, vero essendo che l'Italia è quasi in ginocchio (lo sono molte famiglie, in difficoltà del giorno per giorno), per mancanza di un governo forte, pari delle difficoltà.
   Becket fu fatto Arcivescovo di Canterbury perchè era amico del Re Enrico II, affinchè facesse (anche da vescovo di Dio) la volontà del Re.
  Ma a tutto c'è un limite, anche per il Re. E,  ad un determinato momento, la coscienza di Becket si risvegliò: "Come vescovo sono divenuto servo di Dio; non posso più essere ancora servo del Re ". Tommaso vescovo e servo di Dio finirà ucciso dal Re.
   Qui, per i "nostri tre" (e per altri, con loro)  la causa di Dio è di avere opposto il proprio corpo al Re d'Italia, per salvare il programma delle riforme costituzionali del Governo Letta, a costo di mettere a rischio sicuro la propria carriera politica.
   Qui c'è che l'Italia è da molto tempo una barca alla deriva, perchè (pur avendo fors'anche dei timonieri), è una barca senza timone: si tratta del fatto che la Costituzione vigente ammette solo governi soggetti alla fiducia della Camere. E  poichè, da 30 anni, le Camere sono occupate da partiti che sono bande senza il senso dello Stato, i governi sono soggetti a cadere in ogni momento, senza potere mai risolvere i problemi di fondo. Si pensi al Governo Letta, che potrebbe essere un buon governo, se non fosse che è già stato sottoposto a 5 voti di fiducia, e il giorno 11 dicembre ci sarà la sesta fiducia, in soli 7 mesi di governo.
   Non entro nelle questioni giudiziarie dello SFASCISTA di turno (nome Berlusconi, se ci fosse il dubbio), ma proprio lui a gennaio 2013, ospite della TV la7, vinse (10 a 0), il match con Santoro, per avere spiegato chiaramente, e con verità, agli Italiani che nessuno, con questa Costituzione, può governare l'Italia difficile di oggi, perchè il Premier conta pochissimo, essendo ricattato ogni giorno, in parlamento, da numerosi piccoli gruppi (quelli che sopra ho chiamati è partiti "bande"), che gli chiedono ogni genere di richieste, pena la sfiducia.

.

.

  Il testo pubblicato dalla Corte

I motivi di incostituzionalità della Legge elettorale n. 270/2005

   "La Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono:
-  l'assegnazione di un premio di maggioranza - sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica
-  alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.
   La Corte ha altresì dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono:
- la presentazione di liste elettorali "bloccate", nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza.
  Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici.
  Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali."

.

.

SEGUITO DELLA NOTA DI NINO LUCIANI

1) Per governi di legislatura, con premier eletto dal popolo o dal parlamento;
2) Per un parlmento eletto proporziolmente, ma incanalato alla bipolarità ;
3) in subordine, per l'estensione al parlamento, della legge dei sindaci.

1.- Potrà tornare la DC ? Una legge proporzionalista privilegia di solito il centro moderato che, nella esperienza DC, aveva modo di mediare a destra e sinistra, ritardando l'evoluzione naturale del sistema politico verso l'alternanza tra due grandi partiti (allora DC e PCI), come avviene nelle grandi democrazie Ma adesso è venuto il momento di mandare insieme la proporzionalità con il bipolarismo e modificare la Costituzione per "obbligare" a Governi di legislatira. Ma andiamo per gradi.
   Sia anche chiaro che il sistema maggioritario non crea necessariamente il bipolarismo in parlamento
   E non si dimentichi che il bipolarismo puramente elettorale ha creato, negli scorsi anni, maggioranze obbligate "innaturali", create dalle leggi (compreso il mattarellum), che sono andate in frantumi, prima o poi, durante la legislatura.
   Ed è anche un fatto che la DC nel 1988, verso la fine della presenza in parlamento (avvenuto, poi, nel 1992), fece un seminario a Villa Miani, rimasto famoso (partecipanti Mino Martinazzoli, Leopoldo Elia, Giuseppe de Rita, Ciriaco de Mita, e altri), in cui si invocava un Governo di legislatura, la fine del bicameralismo perfetto, ...) , anche perchè l'opinione pubblica aveva cominciato a lamentarsi di governi che cadevano ogni 6 mesi.
  In conclusione il problema preoccupante non è mai stato, per la DC, la legge elettorale, ma il fatto che i governi vivessero sulla fiducia delle Camere, revocabile in ogni momento.
   Le cose funzionarono bene fino a quando non entrarono in crisi i due grandi partiti partiti storici (la DC e il PCI) che tradizionalmente avevano un alto senso dello Stato. Poi, in seguito al disfacimento della DC e del PCI, l'uso del meccanismo della sfiducia è divenuto un abuso ricorrente.
   Questa stessa evidenza l'abbiamo constatata perfino nei Governi Berlusconi, che (a inizio legislatura) pur avevano maggioranze di oltre 100 voti. Dopo la caduta della DC e del PCI, in parlamento sono subentrati dei partiti che sono delle vere a proprie bande organizzate,  per derubare lo Stato e i cittadini.
   Con i Goverrni Berlusconi, abbiamo anche capito definitivamente che non basta il bipolarismo. Occorre anche che chi governa abbia durata certa e ne risponda al popolo, e sia sostituibile alla scadenza, dopo un tempo adeguato per organizzarsi e fare, se vuole davvero.
  Questo implica che cambiare la sola legge elettorale non garantisce circa la responsabilizzazione del governo, verso il popolo.
  Ma voglio anche chiarire che il bipolarsimo, se origina il bipartitsmo, è il più vicino alla democrazia diretta. Il motivo è che di solito, se sono solo due i contendenti, la distanza di voti totali tra i due è piccola, per cui nelle successive elezioni uno spostamento di pochi elettori dall'un campo all'altro, può rovesciare la maggioranza. Questo vuol dire che in questo sistema anche un "pinco pallino" è tenuto in grande considerazione. E lo vediamo negli Stati Uniti, dove gli umili, i diseredati toccano quasi con mano la Casa Bianca.

2. La retta via per il Governo. La retta via è affrontare in primo luogo il problema della governabilità con governi di legislatura, come avviene nella grande democrazia americana e non solo colà. Le modalità possono essere:
  a) Elezione diretta del Premier, da parte del popolo ( sfiduciabile dal parlamento solo per determinati casi gravi, es. attentato alla Costituzione, ...);
  b) oppure elezione del Premier per 5 anni, da parte del parlamento (e sfiduciabile solo per determinati casi gravi, es. attentato alla Costituzione, ...). Inoltre il premier (non il presidente della Repubblica) nomina e revoca i ministri.
   Attenzione: la fiducia va attribuita al Premier, non al Governo, in quanto il Premier deve poter nominare e revocare i ministri, all'occorrenza.

3. La retta via per il Parlamento. La legge proporzionalista è la retta via perchè da rappresentanza al popolo in base alle varie idee e composizioni etniche.
   In passato, questa modalità privilegiava i partiti al centro, diciamo l'elettorato moderato, e questa è insufficiente a fare bene.
  Tuttavia va tenuto conto della possibilità di frammentazione, e di maggioranze ricorrenti instabili, incompatibili con governi di legislatura.
  E' noto che, una volta esclusi premi di maggioranza (tra l'altro, non visti di buon occhio dalla Corte Costituzionale), in teoria i rimedi sono:

  -  mettere degli sbarramenti in entrata (2%, 4%, 10% ?);
  - oppure elevare il numero minimo per ammettere la formazione dei Gruppi parlamentari: es., attualmente, alla Camera il minimo per fare un gruppo è 20 membri; al Senato, questo minimo è 20 membri).
  Personalmente sono un proporzionalista puro, e vorrei invece alzare significativamente il numero minimo per costituire un gruppo parlamentare (es.: un gruppo non possa avere meno del 40% dei membri della camera di appartenenza), in modo da ammettere due soli gruppi: uno di centro-destra e uno di centro-sinistra.
  Voglio chiarire che poco importa che ci siano accordi elettorali per fare grandi coalizioni, se il dopo dopo le elezioni le coalizioni si possono rompere e dare luogo a numerosi gruppi. Per questo preferirei lasciare libertà di candidatura in ingresso, e invece obbligare (nel dopo) gli eletti a mettersi assieme per trovare accordi per le scelte legislative.

4.- Il compromesso.
  In alternativa, ci sarebbe una soluzione che mette d'accordo capra e cavoli (vale dire il punto 2 e il punto 3): essa la legge comunale, da applicare al parlamento, come propone il Sindaco di Firenze,   vale dire:
-  elezione diretta del premier (che preannunci, possibilmente, la squadra) in due turni, e collegamento delle liste al candidato premier;
-  le liste collegate al candidato prendono il 60% dei seggi in entrambe le camere, il resto dei seggi va ripartito proporzionalmente tra le liste di  minoranza.
  Va, tuttavia, osservato che, in un buon sistema, non basta che la maggioranza sia forte. Dev'essere abbastanza forte anche la minoranza sia forte. Ma in questo sistema l'opposizione è frazionata tra tanti piccoli partiti. Un rimedio potrebbe essere di obbligarli a costitituire un solo gruppo, che decide a maggioranza, al proprio interno.

.

CORTE DEI CONTI,  DI NUOVO  PER   LE  RIFORME. QUELLE  DELLA  SIGNORA  MERKEL ?

.
repubblica_logo.jpg (131229 byte)



La Corte torna alla Camera per Rapporto
sul Coordinamento della finanza pubblica

e, con l'occasione,  per fare proposte
sul modo di superare la crisi economica

LUCIANI, Per la priorità alla crescita del PIL, nei 
prossimi tavoli "Europei", con chiarezze, quali :

1.- MONTI  ha motivo di restare, solo se è per sbloccare
     la spesa pubblica, perchè i sacrifici imposti vadano a
     frutto.  Meglio se con il consenso della U.E.  ;

2.- La spending revew ha un senso, se in una
     prospettiva di lungo periodo (non per subito) ;
3.- Urgono sgravi fiscali per i profitti reinvestiti (Laffer docet)

Presidente L. Giampaolino, Presentazione del Rapporto 2014. (Stralcio).  Roma 5 giugno 2014.
Per il testo integrale del rapporto, clicca su: http://www.corteconti.it/

:::::
1.-   "L’obiettivo di completare il percorso di adeguamento al benchmark europeo è essenziale per aprire prospettive di crescita, ma non appare né facile né semplice, tanto per le dimensioni dello sforzo da richiedere alla finanza pubblica, quanto per i limitati spazi di copertura disponibili.
   Sostanzialmente esauriti i margini finora offerti dalle entrate volontarie, a cominciare da quelle per giochi, e dall’efficientamento dell’attività di riscossione, si rafforzano, pertanto, le ragioni per puntare sulla soluzione dell’ampliamento della base imponibile, assegnando alla lotta all’evasione ed all’elusione ed al ridimensionamento dell’erosione il compito di assicurare margini consistenti per un riequilibrio del sistema di prelievo al fine di poter almeno in parte conciliare rigore, equità e crescita.
    Resta naturalmente fermo che l’opzione di fondo da perseguire non può non essere quella di una consistente riduzione della spesa corrente – sia primaria che per interessi sul debito.
   Riduzione della spesa primaria da ottenersi attraverso la reingegnerizzazione dei processi amministrativi, il ridisegno organizzativo delle amministrazioni pubbliche e la ridelimitazione dei confini del pubblico, ma anche innovando nelle modalità di erogazione dei servizi amministrativi, prevedendone - quando economicamente giustificata e tecnicamente fattibile - una gestione autonoma ed autofinanziata.
  Va in questa direzione la decisa accelerazione del Governo (decreto-legge n. 52 del 2014) verso il rafforzamento dei meccanismi di razionalizzazione e controllo quantitativo e qualitativo della spesa pubblica (spending review).
   Il programma di revisione integrale della spesa pubblica, specie di quella corrente primaria rappresenta un’iniziativa particolarmente apprezzata, rappresentando un criterio di fondo della programmazione della spesa e dell’organizzazione dell’amministrazione idoneo a segnare un passaggio innovativo rispetto alla tecnica dei cd. tagli lineari.
   Va, infine, ripreso con maggiore continuità e convinzione il processo volto a realizzare un abbattimento significativo del debito, attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio mobiliare ed immobiliare in mano pubblica.
   Nelle recenti occasioni di confronto con il Parlamento, la Corte ha più volte sottolineato l’urgenza di soluzioni operative su un fronte, come quello delle dismissioni, finora carente nell’identificare dimensioni, condizioni e responsabilità realizzative.

  2.-  Passando al merito delle valutazioni svolte nel Rapporto vorrei evidenziare che gli andamenti del 2011, come già quelli del 2010, sono rivelatori del grado di disciplina della politica di bilancio italiana.
    Orbene, in virtù di riduzioni di spesa superiori alle attese, l’indebitamento è sceso lo scorso anno al 3,9 per cento del Pil, rispettando pienamente gli obiettivi fissati a inizio d’anno. Al contempo, i risultati del 2011 riflettono la difficoltà in cui incorre la gestione della finanza pubblica in un contesto di sostanziale assenza di crescita.
   Anche lo scorso anno, infatti, il gettito fiscale è rimasto al di sotto delle previsioni, penalizzato dalla mancata ripresa dell’economia. Un fenomeno non occasionale, ma destinato a protrarsi per alcuni anni, dal momento che il vuoto di prodotto apertosi dopo la crisi finanziaria è lungi dall’essere recuperato.
   Sono dunque esplose lo scorso anno le contraddizioni che accompagnano l’attuazione della politica di bilancio. Da una parte, l’efficacia delle misure di contenimento delle spese, che nei fatti si rivelano più stringenti di quanto sembri essere percepito dall’opinione pubblica nazionale e, soprattutto, internazionale; dall’altra, una dinamica di crescita asfittica, che rende difficile conseguire risultati migliori di quelli effettivamente realizzati.
   La percezione di una notevole e quasi inattesa efficacia dei provvedimenti di contenimento della spesa è confermata, in primo luogo, dall’esame dei risultati conseguiti nel controllo della dinamica delle spese delle amministrazioni centrali e, in particolare, dello Stato.
   Con riguardo al comparto statale, vi è da osservare che, nel 2011, si sono cumulati gli effetti dei robusti “tagli” delle spese dei ministeri, disposti, già nel 2008, con il ricordato DL n. 112 e di quelli integrativi derivanti dai DD.LL n. 78 del 2010 e n. 98 del 2011.
   Al netto degli interessi e dei trasferimenti alle amministrazioni locali, le spese dello Stato risultano diminuite, nel biennio 2010-2011, di circa il 6 per cento. Uno sforzo di contenimento di grande rilievo, anche se del tutto sbilanciato nella composizione: ad una riduzione di meno del 3 per cento delle spese primarie correnti fa, infatti, riscontro la caduta delle spese in conto capitale del 26 per cento.
   Nel solo 2011, la spesa primaria segna anche una diminuzione superiore di quasi 4 miliardi al livello previsto in sede di DEF nell’aprile 2010.
Nel quadro della generale compressione delle spese in conto capitale, risalta il taglio applicato ai contributi alle imprese che, sempre nel biennio, ha nettamente superato il 50 per cento.
   L’ultimo biennio segna una netta inversione di tendenza rispetto all’intero arco degli anni 2000, durante il quale la spesa primaria dello Stato era aumentata ad un tasso medio annuale di circa il 6 per cento.
Limitando l’attenzione ai consumi pubblici, gli ultimi anni – e non solo il 2011 – offrono l’evidenza di un vero e proprio cambio di rotta nelle dinamiche tanto delle spese di personale quanto degli acquisti di beni e servizi (i c.d. consumi intermedi) dello Stato.
    I redditi da lavoro dipendente segnano, nel 2011, una riduzione che risulta superiore alle attese e che fa seguito ad un rallentamento in atto già da anni, se si considera come, rispetto alle previsioni avanzate all’inizio della legislatura, le retribuzioni delle amministrazioni pubbliche si collochino ben 13 miliardi più in basso. Un risultato che evidenzia l’efficacia delle numerose misure di controllo della dinamica retributiva e di razionalizzazione e riorganizzazione degli organici (soprattutto nel comparto scolastico) adottate con il DL n. 112/08 e con il DL n. 78/10.
   La stretta impressa agli acquisti di beni e servizi dei ministeri si è tradotta, poi, nel triennio 2009-2011, in una riduzione complessiva degli impegni di bilancio dello Stato di oltre l’8 per cento. Una riduzione che è stata conseguita nonostante che, negli ultimi quattro anni, siano state regolate posizioni debitorie pregresse emerse presso le amministrazioni statali - e relative alla categoria dei consumi intermedi - per un ammontare di oltre 3,5 miliardi.
    Note senza dubbio positive si traggono anche dalla valutazione della disciplina di bilancio applicata al livello delle Amministrazioni locali, attraverso un progressivo affinamento degli strumenti di coordinamento.

   3.- Nel consuntivo del 2011, il contributo degli Enti territoriali all’obiettivo generale di indebitamento è stato, anche se di poco, migliore delle attese: il disavanzo si è arrestato allo 0,3 per cento del Pil. Per il secondo anno consecutivo si sono ridotte le uscite complessive. Un andamento dovuto ancora alla caduta della spesa in conto capitale, ma anche ad una spesa corrente che, per la prima volta dalla metà degli anni novanta, presenta un risultato in flessione dell’1,2 per cento. Un dato di rilievo se si considera che tra il 2005 e il 2010 si era registrato un aumento medio del 3,3 per cento, ben al di sopra del tasso di crescita medio del prodotto. Ma anche un risultato forzato dal progressivo inaridimento delle risorse disponibili per gli enti locali.
   Nel 2011 si è confermata, dunque, l’efficacia delle misure di consolidamento fiscale assunte, per le Amministrazioni locali, a partire dal DL 112/2008, almeno dal punto di vista degli obiettivi quantitativi. Le correzioni al quadro tendenziale di inizio legislatura, disposte dai provvedimenti che si sono succeduti nel triennio, era previsto producessero una riduzione della spesa del settore di circa 18 miliardi, accompagnata da minori trasferimenti per poco meno di 9 miliardi. A consuntivo la spesa complessiva è stata di 22 miliardi inferiore al dato tendenziale.
   Nonostante la crisi, le misure di consolidamento fiscale hanno quindi consentito di mantenere il contributo degli enti territoriali al disavanzo complessivo delle amministrazioni pubbliche sui livelli previsti a inizio legislatura. Non senza pagare, tuttavia, un prezzo in termini di una dequalificazione della spesa e di un, seppur moderato, aumento della pressione fiscale locale.
    Va aggiunto che se le regioni si sono mantenute nei limiti previsti dal Patto di stabilità interno per il 2011, il quadro finanziario si presenta più articolato per quanto riguarda i Comuni, che nel complesso non sono riusciti a conseguire l’obiettivo cumulato, con gli Enti inadempienti aumentati al 4,6 per cento, dal 2,2 per cento del 2010.
   Al di là dei risultati quantitativi ottenuti, gli strumenti di coordinamento applicati alle amministrazioni locali vanno considerati per alcuni fondamentali “aspetti evolutivi”, che ne stanno migliorando la “qualità”.
L’introduzione di meccanismi di compensazione regionale, oltre ad aver reso più sostenibili gli obiettivi dei singoli enti, ha avuto un effetto positivo sul livello dei pagamenti in conto capitale.
Pur nella generale flessione degli investimenti pubblici, proprio gli enti che hanno ottenuto spazi aggiuntivi di saldo dal Patto regionale, espongono standard di pagamenti di spesa in conto capitale più elevati e riescono a contenere la caduta rispetto ai livelli 2010 (-3,8 per cento) in maniera più significativa dei restanti enti (-9,2 per cento).
  
  4.- Piuttosto incerte, tuttavia, rimangono le prospettive di sviluppo se non saranno adeguatamente affrontate alcune problematiche. Innanzitutto il potenziamento dei meccanismi decentrati di controllo e di sanzione/penalizzazione, per evitare che il mancato conseguimento dell’obiettivo da parte di alcuni enti possa compromettere l’equilibrio dell’intero sistema regionale; in secondo luogo, il coordinamento con il meccanismo del Patto nazionale orizzontale, onde evitare un depotenziamento del già fragile mercato dei “diritti all’indebitamento”; infine, ma non di minore importanza, l’affinamento di un sistema di garanzie tra livelli di governo, affinché tale strumento possa effettivamente costituire l’asse portante per consentire, anche in futuro, il finanziamento degli investimenti in disavanzo compatibilmente con il vincolo costituzionale dell’obiettivo generale di pareggio.
   Anche la gestione della spesa sanitaria ha presentato, nel 2011, risultati migliori delle attese. A consuntivo le uscite complessive (112 miliardi) sono state inferiori di oltre 2,9 miliardi al dato previsto e riconfermato, da ultimo, lo scorso dicembre, nel quadro di preconsuntivo contenuto nella Relazione al Parlamento.
   Per la prima volta, la spesa sanitaria ha ridotto, seppur lievemente, la sua incidenza in termini di Pil, scendendo dal 7,3 per cento del 2010 al 7,1. Si sono ridotte di un ulteriore 28 per cento le perdite prodotte dal sistema (e che devono essere in ogni caso coperte dalle amministrazioni regionali). Un risultato frutto, soprattutto, della riduzione dei costi registrata in alcune regioni in piano di rientro. Nonostante i progressi evidenti nei risultati economici, tuttavia, il settore sanitario continua a presentare fenomeni di inappropriatezza organizzativa e gestionale che ne fanno il ricorrente oggetto di programmi di taglio della spesa."

NINO LUCIANI, Urge sbloccare la spesa pubblica, se i sacrifici fiscali devono servire a qualcosa. Sarebbero cosa buona anche sgravi fiscali ai profitti e svalutare l'Euro, ancora un pò.
POI ... BASTA BESTEMMIE CONTRO L'EURO. CON I VARI TRATTATI EUROPEI, CI PRESERVA DA NUOVE GUERRE IN EUROPA.

1.- La situazione, sei mesi fa. Quando Monti prese in mano la staffetta, da Berlusconi, la situazione finanziaria ed economica era grosso modo la seguente:
a) bilancio statale in disavanzo, da finanziare con ulteriore aumento del debito pubblico, e ciò incrementava l'aspettativa di insolvenza dello Stato.
  Questa aspettativa non era causata, in modo diretto, da una anomalia grave della situazione finanziaria statale (per l'ammortamento dell'attuale debito, basta una rata annuale, venntennale, pari al 10% del PIL, al tasso di interesse del 5%), ma da quella che sarebbe potuta diventare, se lo Stato avesse dovuto soccorrere le banche, per "salvare" il risparmio delle famiglie, di seguito a casi di flop delle banche. Infatti, le banche erano in grave stato di sofferenza, per avere ecceduto (nel passato decennio) nell'impiegare a rischio i depositi della clientela.;
b) C'era dell'altro. Pur dopo gli interventi della BCE, le banche non potevano, tout court, girare danaro (di genesi BCE) alle imprese, sia perchè esse dovevano ricapitalizzare se stesse, sia perchè era tutt'altro che attesa la ripresa delle vendite del settore produttivo (così da giustificarne il finanziamento, con un rischio bancario ragionevole). Motivo: non c'era ancora domanda "effettiva" sufficiente, vale dire sorretta da "potere di acquisto"

2.- Cosa è stato fatto.  Dobbiamo prendere atti che, allo stato attuale, non si può stare tranquilli, pur tenuto conto della liquidità messa a loro disposizione dalla BCE,. Vi nuoce la interdipendenza tra le grandi banche dell'intero sistema Euro (e dei loro rapporti con tutti gli Stati, dell'Euro).
   Storicamente la via maestra, per affrontare il grande debito pubblico, sarebbe stata la svalutazione monetaria. Ma si poteva puntare a un misto che e':
a)  la "parziale" svalutazione monetaria;
b) l'aumento delle entrate fiscali ;
c) la diminuzione della spesa pubblica ;
d) la vendita del patrimonio "non strategico" dello Stato.
e) In affiancamento, la possibilità dell'assistenza dell'Unione Europea sia sotto forma di "seconda firma" di propri Fondi, nella collocazione del debito pubblico (soprattutto per rifinanziare il debito in scadenza) sia sotto forma di ombrello della BCE, nel mercato secondario, per le obbligazioni statali.
f) abolire l'Euro e tornare alla Lira ?
  Di queste possibilità, il Governo Monti ha fruito delle soluzioni sub a), sub b), sub e) e qualcosa di quella sub c), e messo in Costituzione l'obbligo del pareggio del bilancio. Nell''insieme, tutto è risultato poco, soprattutto per carenze della BCE nel punto determinante, che è l'avere potere di deterrenza nei confronti dei mercati, in casi estremi, con interventi di ultima istanza a favore degli Stati.
  Per questo, l'idea di abolire l'euro ha raccolto qualche sostenitore, e di tornare la vecchia Banca dItalia, usa a fare da ombrello al Tesoro. Vediamo meglio.

3.- Svalutazione dell'euro ? Se consuderiamo il cambio euro/dollaro ed euro/yen oggi, rispetto a se mesi fa, troviamo:
a) a marzo 2014 il dollaro USA era 1,33 rispetto all'euro. Oggi il cambio è 1,25 (svalutazione 6%. Nello stesso periodo lo yen giapponese è passato da 1,10 a 1,00 (svalutazione 9%). Non è poco. Questo comporta un corrispondente minor valore del debito pubblico italiano, detenuto da residenti esteri (essi posseggono la metà del debito pubblico italiano), e aver aiutato le esportazioni verso le aree non-Euro.

  Sarebbe consigliabile una ulteriore svalutazione: fino al 20%, purchè con l'impegno di risarcire (quanto prima possibile) il reddito fisso.
  b) il debito greco è rimasto una mina vagante su di noi. Sarebbe saggio se la Germania lo caricasse su di sè (a intenditor poche parole), visto che la Grecia non è in conidizioni di pagare, e che la cifra è modesta.

4.- Sull'alternativa: "aumento entrate fiscali, minori spese pubbliche".
   Monti
ha preferito aumentare le entrate ficali. Era meglio diminuire le spese ?
   Nelle grandi difficoltà, lo Stato deve offrire i muscoli, esercitando il potere sovrano "fiscale" (la grande differenza, rispetto ai poteri del Mercato).
  Tuttavia, dal punto di vista strutturale avrebbe un senso ridurre le aliquote fiscali (quelle sui profitti) per aumentare il gettito fiscale, se avessimo in U.E. dei governanti meno "ragionieri" e più "economisti.
   Ce lo dice la curva di Laffer. Essa si fonda sulla legge economica (di Maffeo Pantaleoni) secondo cui, ipotizzando che si parta da un tempo "zero" (in cui c'è solo il mercato e non c'è lo Stato), ad un tempo n, (in cui c'è sia lo Stato sia il mercato), è verosimile che la spesa pubblica abbia una utilità marginale positiva e via via decrescente, via via che aumenta l saturazione crescente dei bisogni pubblici. Nello stesso tempo è verosimile che le imposte (che finanziano quella spesa pubblica) arrechino ai cittadini una penosità via crescente, al margine.

  L'incontro tra le due rispettive curve (decrescente e crescente) determina una soluzione ottimale. Fino a quel punto il PIL cresce, oltre quel punto, il PIL cala.

laffer.jpg (12262 byte)

  La curva di Laffer riassume il tutto. La pressione fiscale è una percentuale del PIL. Aumentando questa percentuale, il gettito arriva ad un massimo (Max), in corrispondenza a PIL crescente. Il gettito comincia, invece, a calare quando cala il PIL, pur se cresce l'aliquota. Nel grafico, una aliquota del 45% rende meno che il 30%. La situazione dell'Italia è, grosso modo, nel punto A, ossia a destra del gettito, corrispondenre al PIL massimo. Pertanto il calo della pression fiscale farebbe aumentare il gettito fiscale.
   Purtroppo, negli scorsi anni (da Padoa-Schioppa a Tremonti a Grilli) abbiamo avuto dei ministri "ragionieri", che non vedevano gli aspetti economici.

  Sempre dal punto di vista strutturale, non ho dubbi che vada tagliata fortemente la spesa pubblica (portarla dall'attuale 55% del del PIL al 45% del PIL). Questa è una evidenza saltata ai nostri occhi al momento (1991) della caduta del sistema comunista sovietico. In quegli anni l''Italia aveva gli stessi problemi economici dell'URSS, in proporzione al proprio grado di statizzazione (60%). Oggi siamo al 55%. Resta da fare molta strada.
   Ma va messo in conto che la Germania OVEST ha impiegato 20 anni per adeguare la Germania EST all'economia di mercato. Sbaglia la Signora MERKEL a pensare a repentine privatizzazioni, pur se bisognar cominciare, sia pure con gradualità. Ma si è visto che neppure la vendita del patrimonio immobiliare si può improvvisare (la Corte dei Conti ci ha ammonito in questi giorni) che le accelerazioni ci fanno "svendere", vale dire incassare pochi spiccioli.
   Diffido anche dalla "spending revew", se non è impostata sul medio-lungo periodo.
 

3. Invece, dal punto di vista congiunturale, serve  assolutamente la spesa pubblica (purchè non "in deficit). Se non ci sbrighiamo, rischiamo di smantellare il sistema produttivo pre-esistente la crisi, che non più aspettare una domanda che non arriva.
   Presso i classici prevaleva l'idea che "l'offerta crea la domanda". Di regola è così. Ma, poi, Keynes precisò che la domanda ha, in qualche modo, una sua autonomia (gli alti redditieri spendono meno del reddito, ed al crescere del reddito, spendono meno, in proporzione), e dunque non sempre la domanda è   "effettiva", vale dire "accompagnata da potere d'acquisto".
   Di più, nei periodi di pessimismo economico, le famiglie tendono a tesaurizzare, e le imprese a non investire, per cui l'unico modo di creare "domanda effettiva" è sbloccare la spesa pubblica.
   Sì, sbloccare. Einaudi ci aveva insegnato che l'imposta non è grandine che distrugge i raccolti, se al prelievo segue prontamente la spesa. Invece vediamo la spesa "tanto, quanto".
   E' noto che la spesa pubblica è lenta a causa del processo burocratico, ma il troppo stroppia (quei fornitori dello Stato, non pagati ...; quegli imprenditori suicidati, ...). La Corte dei Conti vada a vedere cosa succede al Tesoro, visto che questo ha la maggior responsabilità di spesa.
   Oggi c'è la aggravante che alcuni blocchi della spesa ci sono per decisioni europee (patto di stabilità). E' grave che Monti non abbia ancora buttato all'aria il tavolo.
  
  4.- Un ombrello anti-spread ? Per sua natura un prezzo pubblico va difeso con i poteri dello Stato: quelli di poter comunque coprire i costi in caso di disavanzo. Nel caso degli interessi per l'emissione di debito pubblico dovrebbe valere lo stesso principio. E se un singolo Stato vi è impotente, dovrebbe subentrare l'UE. Peccato che l'UE non conosca queste elementari regole della scienza delle finanze.
   Invece, in UE sembra voler prevalere l'idea (per creare "domanda effettiva") di mettere a disposizione (delle imprese) fondi europei per investimento privati.
   Per me questa idea è sbagliata, perchè al momento le imprese non investono, per pessimismo sul futuro. I Fondi europei per gli investimenti vadano agli Stati, in questa fase, purchè per pronta spesa.

5.- Abolire l'Euro e tornare alla Lira ? Ognun vede che, in una comunità di Stati diversi e con differente stuttura Stato-Mercato, e senza regole di Goverance pre-pattuite, gli Stati più "deboli" sono destinati a subire le decisioni di quelli più forti.
   Per l'Italia, il caso più eclatante è stato il cambio Lira/Euro, al momento dell'abbandono della lira. Infatti, solo pochi mesi dall'adozione dell'Euro, la Banca d'Italia dichiarava che il commercio estero dell'Italia aveva perduto competitività dell'8% e più tardi, del 40%.
   Non solo questo. I prezzi interni al consumo raddoppiarono. Era dunque palese che il cambio lira/euro era stato "imposto" dagli Stati più forti (il Premier era Prodi, e il Governatore di Bankitalia era Fazio). Ma al momento dell'entrata in vigore (2002) il Premier era Berlusconi. Il settore del reddito variabile fece affari d'oro (vale dire Berlusconi) ed il reddito fisso fu messo sul lastrico.
   Ci conviene tormare alla lira ? Quelle parole roboanti, di "qualcuno", secondo cui ll'Euro" è una specie di camicia di forza, che protegge la debole Italia dai venti del mondo globale, non mi hai scaldato più di un dente.
   Ritengo, però, anch'io che l'Euro deve restare, ma per motivi politici. Non dobbiamo mai dimenticare quante guerre abbiamo avuto, in Europa, per la regolazione dei differenti interessi, e che da quando abbiamo trovato forme di convivenza economica (CECA, CEE, ...., UE) non abbiamo avuto più guerre.
   Per questo, direi che è una bestemmia imprecare contro l'Euro.
   E' meglio continuare a scornarci, intorno a un tavolo, che tornare a guerre, ma anche farlo in modo adeguato, a cominciare da momenti di raccordo tra i Paesi deboli. Penso che la Federazione sarebbe il modo appropriato, centralizzando il minimo indispensabile. NINO LUCIANI

debito pubblico 1861-1960.JPG (146540 byte)

debito pubblico 1961-2011.JPG (109340 byte)

 


italia.jpeg.jpg (58365 byte)

Verso una nuova riforma fiscale ?  ATTESO  IL  DDL  DEL  GOVERNO  " MONTI "

Frattanto, sottoponiamo, non in contrapposizione,  ma come utile
riflessione preparatoria, una sintesi  della  riforma Cosciani del 1970.

E proponiamo anche  un  uso "deflazionistico" della riduzione dell'IVA,
per compensare il perduto potere sul cambio, a pro esportazioni

                         E lo Stato, se vuol tassare autorevolmente, impari ad essere serio per primo.  Ad es., tenga conto che :
.
- a) l'IVA è sui costi, nei casi (tanti) in cui, di fatto, non è trasferibile sul consumatore;
- b) il valore patrimoniale è sopravvalutato se è calcolato moltiplicando la rendita per 100 (peggio per 160), perchè ciò equivale a

   capitalizzare al tasso dell'1% (o meno), mentre il tasso effettivo è nell'intorno del 5% (per cui, il moltiplicatore realistico è 20);
- c) che il costo amministrativo del prelievo potrebbe superare il gettito (questo accade tassando imponibili bassi);
- d) va contro la crescita, se non spende tempestivamente il gettito fiscale (es.: se paga i fornitori con ritardi irragionevoli )

UNA  RIFORMA  FISCALE   EQUA,  E  PER  LA  CRESCITA   DELL'ECONOMIA ?

  Nota. Non desti meraviglia riandare ad una riforma di 42 anni fa. Il motivo è che fu la prima (e unica) riforma fiscale organica dell'Italia democratica, post-fascista, e che fu l'espressione della tradizione della scienza delle finanze italiana. Si tratta, dunque, di un viatico fondamentale per una nuova riforma.
  Non solo per questo motivo: i vari inserimenti successivi, a pezzettini (ICIAP, INVIM, IRAP, ..., poi ripensati), erano motivati dal fatto che (all'ultimo) la legge di riforma aveva eliminato la finanza locale (in attesa di rimetterla entro 4 anni...). Il motivo è che anche allora non c'era pace circa l'assetto federale dello Stato, e l'ordinamento regionale era ancora  in viaggio. Del resto, anche il recente  "federalismo fiscale" tale non è, perchè fatto con imposte locali meramente aggiuntive, non con un diverso riparto delle imposte tra Stato ed enti locali (a favore di questi ultimi), dentro un prefissato sistema fiscale nazionale unitario  (come richiedeva la riforma Cosciani).
   Ci sono, poi, fatti nuovi sopravvenuti (la perdita del potere monetario dello Stato; una evasione fiscale abnorne per eccesso di pressione fiscale; eccesso di ritardo dello Stato nel pagare i fornitori. Di questi mi occupo nella nota qui sotto.
   La tassazione ha, a sua volta, una autorevolezza se lo Stato è serio nel modo di attuarla. Rinvio ai punti a), b), c), d) più sopra. In particolare, il fatto che lo Stato spenda tempestivamente quanto autorizzato dalla legge di bilancio (il 50% del PIL, è tantissimo) è lo strumento più importante per la crescita. Monti lo sa ?

Ripartendo dalla riforma "C. Cosciani"
(
"Ministero del Bilancio, Progetto di programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-69,
cap. XXIII - Finanza Pubblica, p. 163 e ss.)

LA RIFORMA DEL SISTEMA TRIBUTARIO

" 20. - II nuovo sistema tributario, più aderente agli schemi vigenti negli altri Paesi della Comunità Economica Europea, dovrà rispondere a requisiti ben determinati.
  
a) In primo luogo, il sistema dovrà essere manovrabile, in modo da poter essere adattato, quando occorra, alle fondamentali esigenze e finalità di politica economica. Il sistema tributario deve, perciò, tendere ad una articolazione basata su pochi tributi di carattere fondamentale e su tassi relativamente moderati ma da applicarsi su una massa imponibile la più ampia possibile.
   A tal fine si rende necessaria: l'eliminazione di tutti quei tributi che creano distorsioni nell'impiego economico delle risorse e determinano inutili aggravi dei costi; la loro sostituzione con tributi efficienti non soltanto dal punto di vista fiscale, ma anche da quello della politica economica; la revisione e la razionalizzazione delle esenzioni.
 
b) In secondo luogo, il sistema tributario deve risultare chiaro, in modo che il contribuente possa rendersi facilmente conto dell'onere che gli viene addossato. Il contribuente ha diritto di esigere che le imposte siano trasparenti e che non si creino processi di illusione finanziaria, lasciando bassi i tassi di imposta formali e tuttavia aggravandoli - spesso in misura sensibile - con una serie di addizionali. A tal fine è necessario il conglobamento, in linea di massima, di tutte le imposte, sovrimposte e addizionali, a qualsiasi titolo prelevate e senza riguardo all'ente cui sono dovute, in un'unica imposta. Ciò significa l'abolizione di tutti i prelievi tributar! non statali e il conglobamento dei vari tassi in un'unica aliquota del tributo erariale.
 
c) In terzo luogo, il sistema tributario deve assicurare una progressività perequata e logica.

d) In quarto luogo, la struttura della finanza degli enti territoriali minori deve essere coordinata con quella della finanza statale, per evitare conflitti nelle politiche finanziarie ed economiche perseguite. (Nel rapporto del 1965, viene rimarcato il dualismo tra "più livelli di enti tassatori" e la "unica tasca" del contribuente, e pertanto la concorrenzialità degli enti nel pescare dalla "unica tasca" va subordinata al rispetto di un tetto alla pressione fiscale globale - N.d.R.).

21. - La vasta riforma del nostro sistema tributario richiede un adeguato scaglionamento nel tempo ed una attuazione per tappe successive debitamente coordinate tra loro, sia per consentire all'Amministrazione di adeguare un poco alla volta la propria attrezzatura ai nuovi compiti, sia per facilitare ai contribuenti la comprensione e la accettazione delle modificazioni introdotte, sia, infine, per agevolarne l'inserimento nell'equilibrio di mercato. Per quanto riguarda il prossimo quinquennio possono essere previsti per l'azione pubblica i seguenti obiettivi concernenti la riorganizzazione degli uffici, le imposte dirette, le imposte indirette, la finanza locale, l'allargamento della base imponibile.

a) riorganizzazione degli uffici (parte omessa)

b) Imposte dirette. Nel quinquennio 1965-69 potranno essere adottati, in conformità allo schema di riforma dianzi delineato, i seguenti provvedimenti:
  a) incorporazione nell'imposta personale sul reddito complessivo, con opportuni adattamenti, dell'imposta di famiglia, delle attuali cedolari (terreni, fabbricati, redditi agrari e ricchezza mobile) e di tutte le imposte addizionali comunque denominate e da qualsiasi ente percepite;
  b) istituzione di un'imposta reale, a tasso proporzionale ed uniforme, onde conservare l'attuale discriminazione tra i redditi di capitale e quelli di lavoro, da attribuire agli Enti locali, con tassi variabili entro limiti ristretti, e il cui accertamento verrebbe conservato allo Stato;
   c) assorbimento di tutti i tributi gravanti sulle società di capitali e sulle altre persone giuridiche in una unica imposta sulle società;
  d) revisione dell'imposta sulle successioni e sulle donazioni. Tali provvedimenti potranno essere emanati entro il 1966 ed entrare in vigore dal 1967.

c) Imposte indirette. II progetto di direttiva della Comunità Economica Europea prevede l'armonizzazione delle imposte sulla cifra di affari sulla base del valore aggiunto, da effettuarsi in due tappe: emanazione delle relative leggi nazionali entro il 31 dicembre 1967 ed entrata in vigore dal 1° gennaio 1970. Si tratta di un impegno al quale il nostro Paese non può sottrarsi. Sono d'altra parte evidenti le difficoltà di soddisfare tale impegno nei termini fissati, e le cautele che devono essere assicurate perché l'introduzione delle riforme non turbi l'andamento del gettito e la struttura dei prezzi. Inoltre, il successo della riforma è legato alla riduzione delle attuali aliquote delle imposte dirette, la cui elevatezza costituisce uno stimolo all'evasione. L'introduzione di un'imposta sul valore aggiunto implica un perfezionato accertamento contabile dei redditi delle imprese, che non può essere assicurato con gli attuali mezzi a disposizione del Ministero delle Finanze. Queste considerazioni hanno consigliato il Governo italiano a chiedere talune modifiche al progetto di direttiva della CEE, come la facoltà di istituire l'imposta monofase* sulla fase precedente il commercio al dettaglio, nonché la proroga di due anni dei termini previsti. Il Ministero delle Finanze, tuttavia, farà ogni sforzo per avviare la riforma alla fine del prossimo quinquennio. Contemporaneamente all'imposta sul valore aggiunto sarà istituita, come suo necessario complemento, l'imposta monofase da applicare prima del passaggio del prodotto al dettaglio, restando l'ultima fase riservata all'imposta locale sui consumi.
   Questa imposta monofase, a tassi discriminati, prima del passaggio al dettaglio, avrà anche la funzione di contenere l'aliquota dell'imposta sul valore aggiunto in modo da ridurre gli stimoli alla evasione. L'assorbimento, previsto dallo schema di riforma, di altri tributi indiretti nell'imposta sul valore aggiunto formerà oggetto di successivi provvedimenti.
   Si potrà, tuttavia, procedere nel quinquennio ad una semplificazione dell'imposta di registro ed alla formazione di testi unici delle norme relative ad altre imposte di cui non sia prevista la radicale trasformazione.

d) Finanza locale. Per la finanza locale i provvedimenti da adottare sono di due ordini. I provvedimenti di riforma del sistema statale di imposizione diretta, che saranno adottati nel quinquennio, comporteranno la sostituzione dell'imposta di famiglia, delle imposte cedolari sui redditi e delle connesse sovrimposte ed addizionali con un'unica imposta uniforme sui redditi patrimoniali. Nello stesso tempo si provvederà alla revisione dell'imposta sulle aree fabbricabili alla luce dell'esperienza dei primi anni di applicazione. Sempre nel quinquennio dovrà essere riveduto, correlativamente alle modifiche introdotte, il sistema delle partecipazioni degli Enti locali alle entrate statali e dei contributi. Quanto alle imposte comunali di consumo, una riforma organica e completa non potrà essere attuata che ad avvenuta trasformazione dell'imposta generale sull'entrata.

e) Allargamento della base imponibile. La riforma da attuare, imperniata sulla semplificazione dei tributi e sulla riduzione delle aliquote globali, rende ancora più urgente l'allargamento della base imponibile attraverso l'esatto accertamento della materia tassabile ed il reperimento di quella che oggi sfugge, legalmente o illegalmente, all'imposizione.
   I provvedimenti saranno contemporaneamente rivolti alla riduzione delle esenzioni, alla prevenzione e repressione delle evasioni ed al perfezionamento della definizione legislativa di reddito imponibile e del suo accertamento, onde evitare rendite, salti e sperequazioni:
   a) la maggior parte delle esenzioni vigenti, rimaste prive di giustificazione, creano vuoti fiscali di rilievo, sono fonte di controversie e finiscono con l'essere un ostacolo ad una efficace politica degli incentivi fiscali. Il disegno di legge-delega, già presentato al Parlamento, dovrà essere opportunamente modificato ed approvato entro il 1966;
    b) il problema delle evasioni sarà, in parte, risolto attraverso la maggiore efficienza dell'amministrazione; saranno tuttavia indispensabili nuove disposizioni intese, da un lato, a perfezionare gli obblighi contabili dei contribuenti in genere e delle imprese, distinguendo le grandi dalle piccole e, dall'altro, al rafforzamento dei controlli e delle sanzioni. Queste norme potranno essere emanate parallelamente a quelle di riforma delle imposte dirette;
    c) l'accertamento della materia imponibile incontra notoriamente gravi difficoltà in conseguenza delle numerose controversie sulla nozione di reddito imponibile. È pertanto necessario, nel campo dei redditi mobiliari, rivedere anche il trattamento dei redditi saltuari in sede di imposta progressiva e la tassabilità di alcune plusvalenze.

   Nel campo, invece, dei redditi immobiliari si tratterà di ammodernare ed aggiornare il sistema catastale sia per i terreni sia per i fabbricati.
L'attuazione di detti provvedimenti richiede la preliminare meccanizzazione degli atti del catasto, a mezzo della quale si conseguirà anche la possibilità di fornire, 
per ciascun nominativo intestato, gli elementi da inserire nell'anagrafe tributaria ai fini dell'applicazione dell'imposta unica progressiva sul reddito. Le norme intese ad introdurre le descritte riforme potranno essere elaborate con una certa rapidità ed entrare in vigore entro il 1966. La loro attuazione pratica richiederà un periodo di anni abbastanza ampio, ma si potrà studiare la possibilità di un'applicazione graduale man mano che saranno state realizzate le premesse di ordine amministrativo."

Nino Luciani. Anche un "uso monetario" delle imposte per affrontare problemi nuovi (difficoltà del commercio estero ...)

1.- Quale impostazione per una riforma fiscale, equa socialmente e propizia alla crescita ? Tra le possibili impostazioni, applico la seguente:
- a parità di gettito tra le forme di imposta, applicare quella che ostacola meno lo sviluppo del PIL e dell'occupazione.
   Rispetto ad essa, ritengo che una base tuttora valida sia il rapporto della Commissione per la riforma tributaria del 1962, presieduta da C. Cosciani
   La sua attualità sta nel fatto che fu una "riforma organica" e che fu la prima riforma, in democrazia, in Italia, dopo quella fascista del 1923, e modificazioni.
   Per una ricognizione dei suoi aspetti innovativi, rinvio alla sintesi (qui a fianco) della riforma Cosciani, divenuta legge negli anni '70.

2. Problemi nuovi. Qui di seguito mi soffermo, invece, su alcuni problemi nuovi e  precisamente:  
- sulla perdita del potere monetario, da parte dello Stato, a cui si ricorreva di solito per sanare i disavanzi del commercio con l'estero. E' possibile usare la fiscalità per compiti "monetari" ?;
- sulla evasione fiscale abnorme, ma ben poco per “colpa” del contribuente.

a) Perdita del potere monetario. Dall’arrivo dell’euro, il commercio estero italiano è in tilt, per perdita di competitività internazionale.
  La questione qui esaminata è, pertanto, la seguente: “è possibile l'uso "monetario" di strumenti fiscali, per sostenere il commercio estero ?”
   Un tempo le difficoltà del commercio estero si affrontavano svalutando la lira (l'ultima è del 1992), e tutto si sbloccava. Adesso non è più così.
   Con l'arrivo dell'Euro, è scoppiata l'inflazione, e i prezzi interni (in €) sono risultati in forte aumento, rispetto ai prezzi in altre valute. Precisamente i prezzi, in dollari, delle esportazioni sono aumentati del 78%, e i prezzi in dollari delle importazioni sono aumentati del 96%.
   Vediamo qualche dato sui cambi (si  veggano i due grafici, più sotto).
   L'Euro è stato molto rivalutato rispetto allo Yen Giapponese e al Dollaro USA fino al 2009. Dopo il 2009 la situazione si è invertita verso lo Yen e, invece, rimasta ancora la tensione verso il Dollaro, ma meno. In questo periodo, le esportazioni e le importazioni sono rimaste, grosso modo, costanti in termini reali, e comunque importanti in termini di PIL: esportazioni, pari al 25,9% del PIL); importazioni pari al 27,% del PIL, così da mantenere il loro peso strategico, come  principale volano della economia italiana, notoriamente povera di materie prime.
    Concludiamo per la necessità di un intervento "monetario" della riforma fiscale pro-commercio estero.
   Risulta dalle statistiche che, pur in queste condizioni, i saldi sono stati quasi nulli, grazie a competitività recuperata con ristrutturazioni.
    Per il futuro prossimo, lo sblocco naturale può venire solo dalla soppressione del divario tra prezzi interni e prezzi esterni. Se non interverrà una svalutazione dell'Euro verso il Dollaro nell'ordine del 30%, il solo rimedio possibile va cercato in area fiscale, ferme le regole della concorrenza.
   Quali strumenti fiscali con effetti "monetari" ? R.A Mundell, economista premio - Nobel aveva fatto uno studio (nel 1967), in cui aveva "dimostrato la convenienza ad uno impiego specializzato delle leve monetarie e fiscali (dedicare all'equilibrio dei conti con l'estero, la leva monetaria, ed alla stabilità dei prezzi interni la leva fiscale). Io, poi, (Rivista Bancaria, 1974) avevo fatto uno studio in cui avevo dimostrato che la leva fiscale aveva anche effetti sui conti con l'estero.
  Abbassare l'IVA ? Tradizionalmente le imposte indirette sono ritenute scaricarsi sui prezzi (non le dirette, pur se è tesi semplificata). Dunque, se la riforma fiscale sostituisse parte dell'IRPEF con aumento dell'IVA, il commercio estero ne avrebbe ulteriore difficoltà.
    Veramente, il discorso è un pò più complicato, in quanto nel commercio vige il principio della tassazione del Paese di destinazione (trascuriamo la normativa in elaborazione all'interno dell'UE, e che prevede aliquote tra il 15% e 25%).   Pertanto l'IVA sull'export è restituita e quella all'import è caricata.
   Tuttavia, l'import - export non è un circuito a parte, e pertanto gli effetti interni (es. aumento del costo del lavoro, che non può non essere adeguato al nuovo costo della vita; parte delle importazioni maggiorate di IVA è destinato a usi interni, ...) avrebbero importanti effetti monetari sulle imprese esportatrici.
   (Ma c'è anche chi pensa a tutt'altro: aiutare l'export abbassando il costo del lavoro, con il taglio dei contributi sociali sul lavoro, e compensando il taglio con aumento dell'IVA,  M. Bordignon, Il Sole 24 ORE, 12.3.2014 ). Non concordo, perchè i "contributi sociali" a carico del datore di lavoro sono imposte speciali sui costi; e anche l'IVA è un'imposta sui costi di produzione, per la parte non trasferita, e quindi non cambia nulla, pro-quota.
   Concluderei per proporre il contrario: sostituire l'IVA con imposte sul reddito e sui patrimoni. Queste hanno anche il vantaggio di essere direzionabili in modo più equo.

3.- Evasione fiscale abnorme. L'abnormità della attuale evasione fiscale ha il suo primo fondamento  nello eccesso di pressione fiscale (45% del PIL).
   In termini complessivi, si direbbe che il fisco funzioni già troppo. In termini interpersonali, dal punto di vista dell'equità le imposte indirette sarebbero consigliabili perchè gli evasori fiscali (quelli che non pagano le imposte dirette, a parte che c'è anche evasione sull'IVA) pagherebbero. Siamo nella stessa situazione dell'Ancien Régime quando le imposte più eque erano quelle indirette, dato che clero e nobiltà non pagavano imposte dirette.
   Tuttavia questa tesi vive su una presunzione: che le imposte indirette siano totalmente trasferibili (come vorrebbe la legge).
   Ma questo non è, salvo per i beni a domanda rigida. Per questo, l'aspetto più negativo di queste imposte è che, in parte, colpiscono una capacità contributiva solo presunta, che in realtà non c'è, e restano largamente sui costi, nelle fasi di caduta della domanda "effettiva".
   A questo punto, se c’è chi si oppone a pagare l’IVA perché non ha capacità contributiva, è “costituzionalmente” nel giusto. Non dimentichiamo i suicidi di imprenditori, i tanti fallimenti di imprese nel 2011, le grandi difficolta' di credito in questa fase, che provano non esservi capacita' contributiva da tassare.   

   Più in generale, in un sistema fiscale "civile" la capacità contributiva di base dovrebbe essere cercata nei redditi. Considerata, tuttavia, la difficoltà di quantificare i redditi d'impresa (e dunque anche la relativa facilità di occultarli) si potrebbe tassarli indirettamente: vale dire sotto forma di tassazione del patrimonio produttivo di reddito ( immobiliare e mobiliare, escluse le obbligazioni), in quanto facili da rintracciare.
  Teoricamente, tassare il reddito o il capitale è solo un percorso alternativo, perchè il capitale è pari al valore attuale del reddito: dunque capitale e reddito sono due facce della stessa medaglia.
 
  Il Governo ammette l'eccesso di pressione, e ci illude con un trucco mediatico, sbandierato da anni: "pagare tutto, per pagare meno". Nel 1993 la pressione fiscale era al 39% e anche allora si sbandierava quella illusione, e adesso è al 45%.
   Ma tant'è che, in risposta ai reclami del pubblico, questo Governo aveva introdotto un "fondo salvatasse" (per abbassare le aliquote, via via al recupero dell'evasione) per poi toglierlo e poi, reintrodurlo, e di nuovo toglierlo, anche per obiettive difficoltà di separare il recupero dell’evasione dal maggiore gettito.
   A mio avviso, la denominazione (anche se imperfetta) di fondo salva tasse, va formalizzata in una legge, affinchè il concetto non cada nel dimenticatoio.
   Direi, tuttavia, che, per la sua credibilità, quel fondo andrebbe collegato ad obiettivi strutturali di rango costituzionale ( pareggio del bilancio, già approvato in Costituzione, e ammortamento del debito pubblico per un rapporto debito/PIL del 60%, da realizzare, come da Trattati Europei).

   Ho da ridire anche sulla rivalutazione delle rendite catastali. Le rendite catastali (terreni e fabbricati) sono ritenute (giustamente) sottostimate. Ma, poi, il valore dei fabbricati è calcolato moltiplicando le rendite con il coefficiente 100.
  Il capitale è pari alla rendita moltiplicata per l'inverso del tasso di interesse. Se questo è 1%, il suo inverso è 100. Un tasso di interesse dell'1% (per la capitalizzazione della rendita), è manifestamente irreale (quello reale è nell'intorno del 5%). Dunque, ben venga la rivalutazione delle rendite, ma anche la rettifica del moltiplicatore. Al tasso del 5% il moltiplicatore è 20.
    Andiamo avanti: per le prossime dichiarazioni dei redditi, il fisco farà una rivalutazione del capitale, del 5%, rispetto allo scorso (pur se l'aumento non c'è stato), e applicherà un moltiplicatore di 160 (equivalente ad un tasso di interesse dello 0,625%). Dunque, ancora si correggerà una scorrettezza con  una aggravante della scorrettezza.

 4.- Concluderei che la via per abbattere la grande evasione è che lo Stato sia serio di suo, e sia abbattutta la pressione fiscale (ridurla al 40% sul PIL), ma che passa per l'abbattimento della spesa pubblica (max 45% del PIL).
    Questo non è possibile con scorciatoie. Servono anni e anni. Era la missione storica di Berlusconi (clicca su: Forum di S. Vincent, 1995) ma non l'ha fatto.             NINO LUCIANI

____________________________________________________
  P.S. La Commissione per la riforma era stata istituita nel 1962. Il Prof. Cesare Cosciani (Vice-Presidente)  ne pubblicò i lavori nel 1965 (Milano, F. Giuffrè, 1965). Il documento riassuntivo fu recepito dal Governo Italiano nel "Progetto di programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-69, (Ministero del Bilancio,  Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1965) e diverrà legge (non tutto) nel 1970.  Il testo, riportato qui sotto, è preso dal cap. XXIII (Finanza Pubblica).
     Membri della Commissione per lo studio della riforma tributaria, nominata con D. M. del Ministro Trabucchi, che la Presiedeva,  8 agosto 1962:
   Prof. Cesare Cosciani, Vice Presidente
   Prof. Enrico Allorio
   Prof. Antonio BerliriDott. Benedetto Bernardinetti
   Prof. Sergio Casaltoli
   Dott. Carmelo Di Stefano
   Prof. Francesco Forte
   Dott. Angelo Gallizia
   Dott. Antonio Gianquinto
   Dott. GIuseppe Potenza
   Dott. Aristide Salvatori
   Prof. Aldo Scotto
   Prof. Gaetano Stammati
   Prof. Sergio Steve
   Prof. Bruno Visentini
   Dott. Lello Zappalà

* Questa imposta non fu mai introdotta formalmente, per presunta incompatibilità con le regole comunitarie. Nei fatti essa vivrà sotto forma di IRAP.
   Non si confondano le parole della legge (che la chiamò "imposta diretta"), con i fatti. Già la scienza delle finanze italiana la classicò come seconda IVA e correttamente (qui l'esenzione dei beni strumentali vive sotto forma di detrazione dello ammortamento, dal valore aggiunto). Ricordo poi che la somma dei valori aggiunti "parziali" (al netto dell'ammortamento) è uguale al valore finale dei beni: dunque l'IRAP è un'imposta sui consumi finali.

GRAFICI
euro-dollaro.jpg (23877 byte)

euro-yen.jpg (31987 byte)

 

EDIZIONI PRECEDENTI


Dopo la bocciatura del Referendum elettorale
da parte della Corte Costituzionale

italia.jpeg.jpg (58365 byte)

Auspicabile un dibattito sul metodo e sui criteri per la riforma
della Governance, che dovrà riguardare Governo e Parlamento

LA RIFORMA ELETTORALE, SU QUALI BASI  ?

1) L'iniziativa dovrebbe venire dalle due maggiori forze politiche nazionali (PDL-PD), senza escludere l'apporto di una "forza terza" (il Governo Monti ? );
2) Nella riforma, va garantito per legge un orizzonte temporale medio-lungo per la Governance;

3) Il Premier potrebbe essere eletto dalle camere per 5 anni;
4) Il Parlamento di un Paese, dai mille campanili (come l'Italia) non può non avere una rappresentanza proporzionale, purchè unitaria sul piano nazionale e dunque con premio di maggioranza al partito di maggioranza relativa;

5) Va messo in Costituzione che i Gruppi parlamentari non possono avere un numero di membri minore del 30% dei membri della camera di appartenenza.

  
 1.-  Il bipolarismo, punto da cui ripartire per la riforma.
Cinicamente parlando, la storia mostra che la legge elettorale è un "prodotto" della parte politica più forte in parlamento, al di là dell'interesse generale. In teoria la parte politica più forte è il partito che ha vinto le ultime elezioni politiche e che si gioca tutto per salvaguardare la sua supremazia.
    In Italia, questa posizione "forte" del partito che ha vinto le elezioni, parrebbe confermata su determinati fatti (come la votazione parlamentare del 13 gennaio u.s. , a proposito del deputato Cosentino), ma non su altri in cui il governo Berlusconi è risultato eccessivamente inadeguato, e sicuramente se Berlusconi volesse andare ad elezioni anticipate, cosa che non è voluta da una parte rilevante dei deputati e senatori del PDL.

     Per questi motivi (vale dire, per il fatto che la "maggioranza di Berlusconi si è rifatta viva) assume rilevanza ripartire dalle dichiarazioni di Berlusconi, alla Camera il 14 dicembre 2010, in occasione del dibattito sulla mozione di fiducia.
   Egli, grosso modo, ha dichiarato: "Sono disponibile a discutere di tutto, fuorchè del sistema bipolare".

    E' noto, d'altra parte, che questa sua idea non è condivisa da altri importanti partiti in parlamento, che non vogliono il premio di maggioranza e vogliono il voto di preferenza.
   Ma è anche un fatto che l'idea bipolarista è un punto fermo, largamente maggioritario nel Paese, che non vuole più tornare ai Governi di 6 mesi, un anno ... degli ultimi tempi della DC - Democrazia Cristiana.

    Ed è altro fatto che, in Italia, il bipolarismo non è risuscito a darci "governi di legislatura", perchè poco dopo le elezioni, il Gruppo parlamentare di maggioranza ha cominciato a frazionarsi. Oggi alla Camera ci sono 8 gruppi parlamentari, di cui il Gruppo misto ha 8 sottogruppi.
    Su questa base, si concluderebbe che la legge bipolarista debba essere accompagnata da una norma di salvaguardia: ad es., non essere ammissibili in parlamento, dei Gruppi parlamentari con un numero minore del 30% dei membri della camera di appartenenza.

2.- Necessità di garantire per legge un orizzonte medio-lungo per la governabilità. Ma tant'è che, se le soluzioni elettorali migliori non albergano nel cuore degli uomini, nessuna mai (anche la più perfetta, tecnicamente) sarà applicata fedelmente.
    Nel cuore degli uomini c'è, in primo luogo, che l'interesse generale non possa vivere se ad esso non è agganciato l'interesse personale dei politici.
    Questa visione è oggi un "teorema" della scuola scientifica di public choice, "dimostrato", ormai anni fa, da J. Buchanan, premio Nobel, sostenuta in Italia da D. da Empoli (e anche da me), pur se non aliena dal suscitare scandalo, ad es. presso i Cattolici, secondo i quali lo scopo primario ed unico della politica è servire il bene comune. Se mi è consentito, rinvio ad una recensione, del 1993, di Sergio Quinzio ad un mio libro, sul settimanale SETTE del Corriere della Sera.
     Se posso insistere, la conferma di questo "teorema"  è sotto gli occhi di tutti,  in questi mesi, dacchè il il Governo MONTI è stato voluto da "tutti" per fare cose, che i grandi partiti non si sono sentiti di fare, perchè (facendolo) avrebbero certamente perduto le prossime elezioni.
     Il Presidente MONTI, a sua volta, ha ben rimarcato che questo criterio di comportamento dei politici costituisce il vero costo della politica (più che le retribuzioni, da loro carpite): precisamente il fatto che essi hanno un "orizzonte temporale" breve, per cui tutti i grandi problemi strutturali sono, di norma, continuamente rinviati. Perfino il Card. Bagnasco ha dichiarato, qualche mese fa, che in Italia, pur dichiarando tutti, da anni, di essere d'accordo su determinate riforme, si è sempre al punto di partenza.
    Per questo la riforma dovrà garantire per legge un orizzonte temporale medio-lungo per la Governance dello Stato, già all'inizio della legislatura.
    La Governance dello Stato è, forse, il maggiore dei problemi strutturali dell'Italia ma, di esso, quello della legge elettorale è solo una parte: vale dire un piede che resta zoppo, se non è associato ad altri piedi, riassumibili nel concetto di Governance costituzionale.
    La conclusione di questo secondo paragrafo è che per fare una legge ordinaria elettorale che funzioni serve, prima, una legge costituzionale per una nuova Governance dello Stato, e per questo serve una maggioranza qualificata.
    La ulteriore conclusione è che serve il dialogo diretto tra le due maggiori forze politiche nazionali (PDL-PD), a cui non dovrà mancare il contributo delle altre forze.

3. Quale Governance in Costituzione ? Per quanto riguarda il Governo  (per la cui riforma serve, prima, una legge costituzionale) mi verrebbe istintivo (guardando agli USA, alla Francia ...) che ci debba essere l'elezione diretta popolare del Premier.
   Personalmente ho fatto molte cose in questo senso (giungendo a fare un Comitato nazionale per le legge elettorale - si clicchi su http://www.impegnopoliticocattolici.bo.it/ ), ma devo dire che ho trovato uno zoccolo duro contrario, soprattutto tra gli anziani, ancora memori dell'esperienza fascista. C'è anche che  il temperamento latino porta i politici (appena acquistano potere) a collocarsi dall'altra parte della barricata, tra gli dei. Lo vedi, tra l'altro, dal repentino cambiamento di atteggiamento, per cui, appena "uno" diventa "qualcuno", si mette in bocca il sigaro toscano, in TV, e si gonfia il petto.
   Al tempo stesso è sotto gli occhi di tutti che, pur senza elezione diretta, noi in Italia abbiamo avuto dei grandi Presidenti della Repubblica (eletti dalle camere, come è noto), e dunque una buona soluzione potrebbe essere che il Premier sia eletto dalle camere per  un tempo prefissato (5 anni ?), rieleggile una seconda volta. E comunque, dovrebbe rimanere la figura del Presidente della Repubblica, con funzioni di controllo e garanzia costituzionale, come attualmente.
   Un'altra buona soluzione potrebbe essere quella di fare elezioni primarie nelle Regioni, ed ammettere a candidati Premier, con elezione diretta popolare, i candidati che hanno avuto più voti "primari" in almeno 3 Regioni.
    Per il Parlamento, in un Paese dai mille campanili, preferirei il riparto proporzionale senza sbarramento, ma col premio di maggioranza al partito di "maggioranza relativa"  (più che alla coalizione), caso mai col limite che la maggioranza relativa debba essere di almeno un terzo dei voti validi espressi. Vale dire dobbiamo spingere verso l'unità nazionale, ma senza sopprimere la nostra anima "locale".
   Metterei, inoltre, in Costituzione (non nel Regolamento delle camere), che non vanno ammessi Gruppi parlamentari con un numero di membri, inferiore ad un terzo dei membri della camera di appartenenza, e inoltre che il parlamentare che passa da un gruppo di maggioranza ad uno di minoranza, o viceversa, cessa dalla posizione di parlamentare.
    Riformulerei l'art. 67 dell'attuale costituzione nel senso che "ogni  membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mancato" , ma all'interno del Gruppo di appartenenza (aggiunta mia, quest'ultima). Vale dire uno è libero di dire e votare come vuole dentro il gruppo, ma fuori dal gruppo deve fare quello che la maggioranza ha deciso.
    Il voto di preferenza mi sembrerebbe una necessità, ma non perchè il popolo spiccio sappia scegliere candidati che non conosce, ma perchè possano farlo almeno le lobby, le associazioni ... , perchè le sole in condizioni di conoscere i candidati. Però, non più di una preferenza, se non si vuole che i parlamentari siano scelti da poche lobby, attraverso l'orientamento matematico delle preferenze, magari catturate a pagamento.
    Inoltre la possibilità di dare la preferenza serve a sottrarre il parlamentare dalla dipendenza stringente dal capo partito, e quindi a dargli qualche grado di libertà.  NL

  .

INVENZIONI DEL "GENIO  DEGLI   ITALICI"

Elenco incompleto, ricostruito in modo libero, di elementi presi dal libro di: Rino Camilleri,
Doveroso elogio degli Italiani, Ed. BUR, 2001) e qui riorganizzato in  ordine alfabetico

- Acido salicilico, inventato d al Raffaele Piria, e che con aggiunta di acido acetico (nel 1897, da parte di Felix Hoffman) diverrà l'aspirina, nel XIX secolo;

- Acqua di colonia, inventata da Giovanni Maria Farina nel XVIII secolo;

- Aereo a reazione inventato da Giovanni Caproni e Secondo Campini nel XX secolo;

- Albero a camme, compare in Toscana nel X secolo;

- Albero di bompresso (che permette di navigare col vento di fianco) , inventata dai Romani nel I secolo d.C..;

- Aliscafo inventato da Enrico Forlanini nel XX secolo ;

- Ammoniaca (prima, solo gassosa) e'  liquefatta da Liberato Giovanni Baccelli, nel XIX secolo;

- Anatomia patologica, fondata da Giovanni Battista Morgagni (1761);

- Anello di fidanzamento con diamante, compare a Venezia nel XV secolo;

- Anticiclone delle Azzorre, scoperto da Luigi De Marchi, nel XIX secolo;

- Armi da fuoco portatili compaiono in Italia nel XIII secolo;

- Assicurazioni sulla vita, inventate da Lorenzo Tonti nel XVII secolo ;

- Asteroide, Cerere, il primo è scoperto da Giuseppe Piazzi, nel XIX secolo.;

- Autostrada del mondo, la prima nel mondo è la Milano-Laghi nel XX secolo;

- Bagni termali nel II secolo a.C., a Roma;

- Balestra, inventata dai Romani nel I secolo d.C.;

- Banca moderna, la prima nasce a Genova nel XV secolo;

- Barile, inventato dai Romani nel I secolo d.C.;

- Barometro inventato da Evangelista Torricelli nel XVII secolo;

- Bicicletta, ideata da Leonardo da Vinci nel XV secolo;

- Bilancia idrostatica, ottenuta da Archimede, in base al principio di Archimede, nel III secolo a.C.;

- Bodoni, caratteri tipografici, ideati da Giambattista Bodoni nel XVIII secolo ;

- Bombarda compare in Italia nel XIII secolo;

- Caffettiera moka express, inventata da Alfonso Dialetti) nel XX secolo;

- Calcestruzzo, entra in uso a Napoli, fatto con pietra vulcanica (pozzolana, da Pozzuoli), calce e acqua, nel II secolo a.C.;

- Calcio fiorentino, primo gioco di palla a squadre nasce a Firenze nel XIII secolo ;

- Calendario ""giuliano", introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.";

- Calendario "gregoriano" (ancora valido) nel 1582 dal papa Gregorio XIII.";

- Calzini (udones) compaiono a Roma nel IV secolo a. C. ;

- Campo magnetico rotante, inventato da Galileo Ferraris, nel XIX secolo;

- Canale di Suez, progettato da Luigi Negrelli, nel XIX secolo ;

- Cannocchiale astronomico, inventato da Galileo Galilei nel XVII secolo;

- Carrello cinematografico inventato da Giovanni Pastrone nel XX secolo;

- Carrucola, inventata nel IV secolo a.C. da Archila di Tarante;

- Carta stagnola, compare in Italia nel XV secolo;

- Cellule cancerogene, individuate da Renato Dulbecco (Nobel per la medicina) nel XX secolo ;

- Champagne, inventato dal benedettino Francesco Scacchi (1335), tre secoli prima di Perignon;

- Compasso, inventata dai Romani nel I secolo d.C.;

- Concerto musicale , creato dal bolognese Adriano Banchieri nel XVI secolo;

- Corsivo, inventato da Aldo Manuzio nel XV secolo;

- Crema emolliente inventata da Galeno nel II secolo d.C.;

- Cruciverba inventato da Giuseppe Airoldi nel XIX secolo ;

- Cupola (la prima è quella del Pantheon), inventata dai Romani nel I secolo d.C. ;

- Declinazione magnetica, intuita da Cristoforo Colombo nel XV secolo;

- Dentiera inventata nel VIII secolo a.C dagli etruschi (che trapiantano anche denti d'oro, d'avorio e d'osso).;

- Dizionario alfabetico, il primo è compilato dal bergamasco Ambrogio Calepino nel XVI secolo. ;

- Docente universitaria donna, Laura Bassi, la prima nella storia ;

- Elettroshock, inventato da Ugo Cerletti nel XX secolo. ;

- Elicottero moderno inventato da Corradino d'Ascanio nel XX secolo.;

- Enciclopedia delle scienze, la prima ("Naturalis Historia") è di Plinio il Vecchio nel 77 d.C.;

- Energia elettrica per via geotermica, ottenuta da Piero Ginori Conti nel XX secolo (1904);

- Fattore di crescita neurale, scoperto da Rita Levi Montalcini (Nobel per la medicina) nel XX secolo;

- Fecondazione artificiale, ideata da Lazzaro Spallanzani, nel XIX secolo. ;

- Ferro da stiro, inventata dai Romani nel I secolo d.C.;

- Fisarmonica, inventata da Paolo Soprani, nel XIX secolo.;

- Forchetta, compare in Toscana nell'XI secolo;

- Fotografia della corona solare, la prima - 1842 - è fatta di Maiocchi, nel XIX secolo;

- Funicolare, la prima a Napoli, nel XIX secolo ;

- Futurismo inventato da Filippo Tommaso Marinetti nel XX secolo.;

- Gelato, inventato dal toscano Bernardo Buontalenti nel XIV secolo;

- Generatore di corrente (dinamo), inventato da Antonio Pacinotti , nel XIX secolo;

- Gioco del lotto, il primo, nasce a Genova nel XVI secolo;

- Lampadina di Edison, migliorata da Arturo Malignani (portandone la durata da 100 ore a 800 ore, e da luce rossastra a luce bianca e intensa), nel XIX secolo;

- Legge di Avogadro (volumi uguali di gas, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole), scoperta da Amedeo Avogadro, nel XIX secolo. ;

- Libri tascabili, inventati da Aldo Manuzio nel XV secolo ;

- Macchia rossa di Giove, scoperta da Giandomenico Cassini nel XVII secolo ;

- Macchina da scrivere, inventata da Giuseppe Ravizza, nel XIX secolo.;

- Macchina seminatrice, inventata dal bolognese Taddeo Cavallini nel XVI secolo;

- Malattie infettive, individuate, per primo, da Gerolamo Fracastoro nel XVI secolo;

- Mappa di Marte, la prima è disegnata da Francesco Fontana nel XVII secolo;

- Martello pneumatico, inventato da Ernesto Curri nel XX secolo;

- Melodramma, ideato da Jacopo Peri XVI secolo;

- Metodo scientifico moderno: i suoi caratteri sono dettati per primo da G. Galilei nel XVII secolo;

- Microchip, inventato da Federico Faggin ) nel XX secolo;

- Moderna elica navale, ideata da Giuseppe Ludovico Ressel, triestino, nel XIX secolo;

- Moto alternato in rotatorio e altro: la macchina per la trasformazione dell'uno nell'altra è inventata da Leonardo da Vinci nel XV secolo;

- Motore a scoppio, creato da Felice Matteucci ed Eugenio Barsanti nel XIX secolo;

- Motore a stella per aerei inventato da Alessando Anziani nel XX secolo.;

- Motore elettrico, ideato da Galileo Ferraris nel XIX secolo (1883);

- Musica "Jazz" , inventata dall'italo-americano Nick La Rocca (1917, primo disco) ) nel XX secolo;

- Neuroni, scoperti da Camillo Golgi (premio Nobel per la medicina) , nel XIX secolo ;

- Nitroglicerina (su cui lavor•, poi, Alfredo Nobel per ottenere la dinamite - 1867), inventata da Ascanio Sobrero nel XIX secolo;

- Notazione musicale è ideata da . Guido d'Arezzo nell'XI secolo;

- Novella, genere letterario creato da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo;

- Nutella, inventata da Michele Ferrero) nel XX secolo;

- Ocarina, costruita da Giovanni Donati, nel XIX secolo.;

- Occhiali compaiono a Pisa nel XIII secolo ;

- Orologio meccanico, detto ""svegliatore monastico"" perchè in uso nei monasteri, compare nell'XI secolo";

- Orologio pubblico: i primi comparvero su campanili, in Italia, nell'anno 1000;

- Oscillazioni isocrone del pendolo: le relative leggi sono intuite da Galileo Galilei nel XVII secolo;

- Pantaloni, i primi sono fatti a Venezia nel XVI secolo nel XVI secolo;

- Pantelegrafo (antenato del fax) creato da Giovanni Caselli nel XIX secolo.;

- Particelle Zeta, individuate da Carlo Rubbia (Nobel per la fsica) nel XX secolo.;

- Partita doppia della contabilità è creata da Luca Pacioli nel XV secolo;

- Periodo di rotazione di Venere, scoperto da Giovanni Schiaparelli, nel XIX secolo;

- Pianoforte, costruito da Bartolomeo Cristofari nel XVIII secolo;

- Pila elettrica, inventata da Alessandro Volta, nel XIX secolo;

- "Pinocchio", il libro più tradotto dopo la Bibbia, scritto da Carlo Lorenzini (""Collodi""), nel XIX secolo;

- Pistola a tamburo (nel 1833, due anni prima di Colt), inventata da Francesco Antonio Broccu, nel XIX secolo.;

- Pizza, compare a Napoli nel X secolo ;

- Pneumotorace artificiale per la cura della tubercolosi, inventato da Carlo Forlanini, nel XIX secolo.;

- Polipropilene (cioè, la plastica) inventato da Giulio Natta nel XX secolo.;

- Polo nord, sorvolato la prima volta Da Umberto Nobile, con un dirigibile, nel XX secolo;

- Portolano, il primo compare a Pisa nel XIII secolo;

- Preservativo moderno, ideato da Gabriele Falloppio nel XVI secolo;

- Prospettiva, le sue regole sono elaborate e codificate, rispettivamente, da Filippo Brunelleschi e da Leon Battista Alberti nel XIV secolo;

- Protuberanze solari scoperte da Angelo Secchi , nel XIX secolo;

- Quotidiano, introdotto nel I secolo a. C. da Giulio Cesare con gli Acta Diurna che informano delle decisioni del Senato;

- Radio, inventata da Guglielmo Marconi nel XX secolo;

- Radiogoniometro (determina la provenienza dei campi magnetici e il trasmettitore che li emette), inventato da Alessandro Artom nel XX secolo;

- Raggi cosmici , scoperti da Bruno Rossi nel XX secolo.;

- Reazione nucleare a catena, provocata da Enrico Fermi nel XX secolo;

- Riscaldamento centralizzato, inventata dai Romani nel I secolo d.C.;

- Rubinetto creato dai romani nel I secolo a.C.;

- Ruota da bicicletta lenticolare, inventata da Antonio Dal Monte ) nel XX secolo;

- Salsa piccante compare a Roma nel III secolo a.C.;

- Satelliti di Giove, scoperti da Galileo Galilei nel XVII secolo;

- Sciopero (il primo della storia - 1378 - a Firenze, da parte dei "ciompi" fiorentini, lavoratori della lana; il secondo a Londra - 1396 - da parte dei marinai veneziani)";

- Scooter inventato da Corradino d'Ascanio nel XX secolo;

- Sfigmomanometro, inventato da Scipione Riva Rocci, nel XIX secolo. ;

- Siluro, inventato da Giovanni Battista Luppis, nel XIX secolo.;

- Sismografo, inventato da Luigi Palmieri , nel XIX secolo;

- Sonetto è inventato dal siciliano Jacopo da Lentini nel XIII secolo;

- Spaccio pubblico di acquavite, il primo compare a Modena nel XV secolo;

- Stenografia inventata nel 63 a.C. Marco Tullio Tirono.;

- Suole per scarpe in gomma, create da Vitale Bramani nel XX secolo. ;

- Telefono, inventato da Antonio Meucci, nel XIX secolo;

- Telescrivente inventata da Luigi Cerebotani nel XX secolo.;

- Teorema di Pitagora, inventato da Pitagora, nel VI secolo a.C , a Crotone.;

- Termocoppia (che misura piccole differenze di temperatura) ideata da Leopoldo Nobili, nel XIX secolo.;

- Termodinamica, le relative leggi sono scoperte da Galileo Galilei nel XVII secolo;

- Termometro inventato da Santorio Santorio nel XVII secolo;

- Torta nuziale (che viene buttata addosso alla sposa) introdotta da Romani nel I secolo a.C..;

- Trapianto di pelle, il primo è eseguito da Gaspare Tagliacozzo nel XVI secolo;

- Trasporto pubblico a trazione elettrica, il primo a Firenze, nel XIX secolo (1890);

- Trattato di architettura, il primo è di Vitruvio nel I secolo d.C. ;

- Università, la prima nasce a Bologna nel XI secolo (988 ?);

- Vaccino contro la pertosse (tramite ingegneria genetica), scoperto da Rino Rappuoli) nel XX secolo;

- Vento solare, scoperto da Bruno Rossi nel XX secolo.;

- Violino, costruito da Gasparo Bardotti nel XVI secolo;

- Vite, inventata nel IV secolo a.C. da Archila di Tarante. ;

- Vite senza fine, ottenuta da Archimede, nel III secolo a.C.;

-Volta a crociera, compare a Roma nel II secolo d.C.