UE - Unione Europea federale: progetto di riforma politico-economico-finanziaria per grandi linee
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PROF. NINO LUCIANI * - Direttore responsabile

* Ordinario di Scienza delle Finanze, Università
Breve curriculum vitae

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Nino Luciani

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Comité de Patronage: F. Bonsignori, A.De Pa, Elena Ferracini, Dario Fertilio, Enrico Lorenzini, Nino Luciani, Bruno Lunelli, Marco Merafina, Franco Sandrolini

PAESI VISITATORI nel 2015, n. 55 : Algeria - Angola - Argentina - Australia - Belarus - Benin - Brazil - Canada - Chile - China - Colombia - Costa Rica - Ecuador Egypt - France - Georgia - Germany - Guatemala - Hungary - Iceland - Iran - Israel - Italy - Japan - Kazakstan - Korea, Republic of Libyan Arab - Mexico - Morocco - New Zealand - Nicaragua - Nigeria - Pakistan - Panama - Peru - Poland - Romania - Russian Federation - Saudi Arabia - Senegal - South Africa - Spain - Switzerland - Tanzania - Thailand - Tunisia - Turkey - Ukraine - United Arab Emirates - United Kingdom - United States - Uruguay - Venezuela - Vietnam - Zambia

EDIZIONE DI SETTEMBRE 2018

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Progetto
di nuova UE

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La curva di Pareto della distribuzione
dei redditi

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Sulla data di origine della Unibo

Per notizie omnia universitarie
si consiglia:

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Luciani, La possibile BASE POLITICA
ED ECONOMICA per una
NUOVA UNIONE EUROPEA.
Cosa disse MACRON alla SORBONA

(università di Parigi)

Dalla distribuzione
dei redditi risulta che il grosso della materia imponibile è compresa tra 20.000 e 70.000 €

Il prof. Emerito latinista Gualtiero Calboli scopre una data certa, circa le origine della università di Bologna.
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Lettera ASDU al Rettore, su altro.

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Tribunale di Perugia, Sent. n.109/11, in data 27/1/2011, riammette il prof. Nino Luciani nel Cipur, Clicca su Tribunale di Perugia - curia romana - Congresso DC, grexit, inflazione

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DALLA CAMERA DEI DEPUTATI E DAL SENATO

Nominata
COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLE BANCHE

con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria.
Dovrà concludere i lavori entro la fine della legislatura

LUCIANI: MA IL NODO STA NELLA LEGGE BANCARIA...

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  In questo servizio, sul presupposto che la "vigilanza" sia il cuore del problema, sono ripresi alcuni documenti:
a) Una intervista del Governatore della B.d'Italia agli "indignados", in una conferenza del 2014, attualissima, che abbiamo ripescata;
b) Le considerazioni del Governatore sulla vigilanza bancaria, il 31 maggio alla Assemblea dei soci della Banca d'Italia;
c) Le idee della UE in materia di vigilanza bancaria e di struttura economica bancaria;
b) Un commento di N. Luciani.

L'INDIRIZZO DELLE DUE CAMERE per la COMMISSIONE BICAMERALE

 " La Commissione (art. 3), dovrà verificare:
  a) gli effetti sul sistema bancario italiano della crisi finanziaria globale e le conseguenze dell'aggravamento del debito sovrano;
  b) la gestione degli Istituti bancari che sono rimasti coinvolti in situazioni di crisi o di dissesto e sono stati o sono destinatari, anche in forma indiretta, di risorse pubbliche o sono stati posti in risoluzione.
  In particolare, per tali Istituti la Commissione deve verificare:
1. le modalità di raccolta della provvista e gli strumenti utilizzati;
2. i criteri di remunerazione dei manager e la realizzazione di operazioni con parti correlate suscettibili di conflitto di interesse;
3. la correttezza del collocamento presso il pubblico - con riferimento ai piccoli risparmiatori e investitori non istituzionali - dei prodotti finanziari, soprattutto quelli ad alto rischio, e con particolare riferimento alle obbligazioni bancarie;
4. le forme di erogazione del credito a prenditori di particolare rilievo e la diffusione di pratiche scorrette di
abbinamento tra erogazione del credito e vendita di azioni o altri strumenti finanziari della banca;
5. la struttura dei costi, la ristrutturazione del modello gestionale e la politica di aggregazione e fusione;
6. l'osservanza degli obblighi di diligenza, trasparenza e correttezza nell'allocazione di prodotti finanziari, nonché degli obblighi di corretta informazione agli investitori;
   c) l'efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario e sui mercati finanziari poste in essere dagli organi preposti, in relazione alla tutela del risparmio, alla modalità di applicazione delle regole e degli strumenti di controllo vigenti, con particolare riguardo alle modalità di applicazione e all'idoneità degli interventi, dei poteri sanzionatori e degli strumenti di controllo disposti, nonché all'adeguatezza delle modalità di presidio dai rischi e di salvaguardia della trasparenza dei mercati;
  d) l'adeguatezza della disciplina legislativa e regolamentare, nazionale ed europea sul sistema bancario e finanziario, nonché sul sistema di vigilanza, anche ai fini della prevenzione e gestione delle crisi bancarie".

INTERVISTA
al Governatore VISCO
1 FEB. 2014

INTERVISTA "IMMAGINARIA" DEGLI INDIGNADOS, surrogatI dall' "Istituto Einaudi di Economia e Finanza", http://www.eief.it)

 L'intervistatore è l'EIEF- Einaudi Institute for Economics and Finance, che immagina di fargli domande per conto degli INDIGNADOS.
  Il testo è in una nostra libera traduzione dall'inglese in italiano.

Istituto Einaudi: Come economisti, vediamo la finanza come il modo per fornire risorse a coloro che oggi hanno buone idee (ma non la ricchezza o il reddito), consentendo loro di trasformare queste idee in reale ricchezza aggiuntiva, che può premiare sia loro, sia quelli che originariamente hanno fornito le risorse.
   Come è stato possibile che, invece, la finanza sia stata vista da tanti giovani solo come un tradimento, un meccanismo misterioso e ingiusto che genera oppressiva "ricchezza di carta" per una piccola minoranza e la miseria reale per tutti gli altri?
  Che cosa ha fatto la finanza per meritarsi questa cattiva reputazione? Le autorità monetarie (Regolatori, d'ora in poi) condividono una parte di responsabilità?
  Ed è possibile fare meglio, in favore di un ruolo positivo della finanza?

Governatore:
Condivido largamente la vostra idea di finanza come un meccanismo per la produzione di beni.
   Ci sono molti vincoli di liquidità che ostacolano il funzionamento dell'economia e la valorizzazione di buone idee, e la finanza può rimuovere tali vincoli.
  In teoria, almeno. Invece, in pratica, le cose confondono il senso degli eventi, per un eventuale "taglio" al momento giusto.
   Ci sono anche dei cicli nel modo di percepire e valutare la finanza. Prima degli anni 70 il dibattito intellettuale usava dare per scontata l'idea che un Regolatore fosse necessario, che il mercato lasciato a se stesso può generare risultati inefficienti.
   Poi venne la grande inflazione degli anni '70, combinata con alta disoccupazione. Lo Stato, i Regolatori che non avevano impedito questi sviluppi, sono stati messi sotto accusa … e il terreno era pronto per un ideologia alternativa: una spinta per diminuire lo spazio dello Stato.    Per sostenere questo orientamento, a parte i fallimenti della "economia regolamentata", ci fu un cambiamento di potere, in ambito politico ed economico. La fine della guerra fredda, una maggiore apertura delle economie al commercio, il trasferimento delle innovazioni tecnologiche, molte delle quali generate nel settore militare, ad usi civili.
   La rivoluzione nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione ha radicalmente trasformato il modo in cui le informazioni possono essere generate, raccolte, trasferite. E questo a sua volta ha permesso una innovazione in ebollizione nel settore finanziario, l'innovazione finanziaria.
    L'idea, in linea di principio corretta e feconda, era che una proliferazione di nuovi strumenti finanziari, consentendo agli operatori di assicurarsi contro le molte facce del rischio, era un modo per "completare i mercati", …. permettendo il trasferimento efficiente delle risorse attraverso il tempo, lo spazio e gli Stati del mondo.
   Ma tutto questo era basato sulla ipotesi che il mondo sia stazionario, che il futuro sia più o meno come nel passato, e che possiamo estrapolare dei campioni relativamente piccoli, che vi sia un unico "processo che genera i dati", che possiamo eventualmente identificare e conoscere.
   Se invece il mondo è "non stazionario", si finisce per fare stime errate delle probabilità. E, sulla base di queste stime errate, le decisioni di investire in vari strumenti finanziari può portare a grandi errori. Per un determinato numero di anni le grandi banche d'investimento sono state in grado di sostenere "rendimenti" molto più alti di quelli che erano giustificato dall'aumento reale della ricchezza economica. Questo, finchè ad un certo punto è arrivato il giorno della resa dei conti, e c'è stata una brutta caduta.
   In certo modo, l'innovazione basata sull'ipotesi di stazionarietà, sparge i semi della non-stazionarietà, che finirà per svuotare tale ipotesi.

Istituto Einaudi
: Allora, pensa che ci fosse una qualche forma di arroganza, di eccessiva fiducia in se stessi, sulla base di un errata percezione dei rischi?

Governatore: Sì. Fondamentalmente, la "non stazionarietà" degli sviluppi economici non è stata ben calcolata. Ma altrettanto la complessità è stata strumentalizzata in modo un pò perverso, per ottenere dai Regolatori una sorta di benigna tolleranza. I grandi attori del settore finanziario hanno sostenuto con successo (in accordo con i Regolatori) che l'innovazione finanziaria era talmente complessa e opaca per i Regolatori, che essi finivano per girarci intorno …

Istituto Einaudi
:: Cosa pensa sul perché questo è accaduto? I Regolatori non avevano i giusti incentivi per l'acquisizione delle informazioni necessarie?

Governatore:
Ci sono probabilmente due ragioni. Da un lato, i grandi operatori finanziari erano, e sono, "globali".
   Essi operano nel mercato mondiale, ed i Regolatori nazionali erano troppo piccoli e avevano poteri troppo limitati per essere in grado di affrontarli.
   La necessità di coordinare le azioni delle autorità di regolazione ha agito nel senso di preservare la sfera d'influenza di ciascun regolatore, come un drenaggio sulla capacità di innalzare la sfida posta da una finanza diventata globale.
  D'altro canto, sono avvenuti sicuramente dei fenomeni di cattura dei Regolatori. Forti poteri politici ed economicI agivano e, in alcuni casi, hanno prevalso.

Istituto Einaudi
: Quali sono i Regolatori capaci di evitare che lo stesso errore accada di nuovo?

Governatore:
Parecchie cose sono già state decise (anche se non ancora tutte implementate in pieno). La più parte dei paesi ha rivisto i propri sistemi di regolazione e supervisione per ridurre i rischi per la stabilità, per aumentare la cooperazione tra autorità e ad ampliare la portata delle norme.
   Con il nuovo quadro normativo (cosiddetta Basilea 3), la capacità del capitale delle banche, di assorbire le perdite potenziali, sarà decisamente migliorata in modo definitivo: solo il capitale in senso stretto (common equity) sarà considerato "capitale" (azioni ordinarie, riserve, nuovi utili ? N.d.T.).
   E si stanno introducendo requisiti formali di liquidità per gli investimenti bancari.
   Sono stati introdotti principi per fare la compensazione nella finanza, più rispondente alle prospettive di lungo termine delle imprese.
   La trasparenza delle negoziazioni su "derivati" sta per essere aumentata spostando la maggior parte delle operazioni su scambi centralizzati.
   Molti degli incentivi perversi, che hanno incoraggiato le assunzioni di eccessivi rischi di cartolarizzazione, sono stati eliminati.
   Però, la riforma non è stato ancora completata. Diversi altri aspetti sono stati attivamente discussi, per esempio:
- il ruolo delle agenzie di rating;
- gli standard di contabilità;
- le regole prudenziali;
- anche la distinzione tra le banche, in modo da diminuire la loro complessità.
  Per evitare di affrontare brutte alternative, poste dall'esistenza di istituzioni "troppo grandi per fallire", si tratta:
- di impedire a loro di diventare troppo grandi;
- e di costruire regole che permettono schemi di regolazione ordinata, in caso di guasti.
   Sarebbe sciocco fingere che i guasti possono essere evitati, ma dobbiamo essere preparati per il loro occorrenza.
   Non tutti sono d'accordo sulle varie proposte, ci sono buoni argomenti su entrambi i lati del dibattito… .
  E, come accennato all'inizio, sono pienamente convinto che molti più sforzi dovrebbero essere rivolti a spiegare meglio ai giovani, sia quello che è successo e quali sono gli aspetti positivi del settore finanziario, sia quelle da cui possono trarre i maggiori benefici.
   A proposito di queste cose, un problema è che non è semplice identificare i colpevoli di ciò che è andato storto.
  Alcuni vedono un ruolo maggiore svolto dai cosiddetti squilibri globali, vale a dire quelli derivanti dall'emergere di aree con eccedenze strutturali e di altre aree deficitarie nel mondo, con alcuni paesi che consumavano costantemente più di quanto producevano e con gli altri che facendo il contrario.
  Altri incolpano la cosiddetta discrezionalità regolamentare, consistente nella tendenza di attori finanziari a muoversi in cerca delle economie in cui la regolazione è più favorevole.
  È anche importante essere chiari sui vantaggi e gli svantaggi  delle alternative (trade-offs). Le decisioni che  limitano il potere delle grandi istituzioni finanziarie potrebbero diminuire l'efficienza del sistema, ma potrebbero produrre un sistema più robusto e resistente, come uno che si realizza in modo soddisfacente, anche se le ipotesi, dalle quali si traeva il disegno del quadro normativo, stavano per tradursi in un errore grossolano.

Istituto Einaudi
: Tra le iniziative volte a limitare il potere di queste istituzioni, c'è l'idea di introdurre una imposta sulle transazioni finanziarie. Qual è la sua opinione al riguardo?

Governatore:
Quando ero capo economista presso l'OCSE, abbiamo pubblicato nel giugno 2002 un capitolo speciale sulle prospettive dell'OCSE circa la volatilità del mercato dei cambi e sulle imposte sulle transazioni di capitali.
   Quello che abbiamo scritto allora rappresenta, ancora oggi, più o meno quello che ne penso. Sono preoccupato circa la sua pratica attuazione.
   Penso che, se l'obiettivo è di tassare i profitti finanziari, ci sono dei modi migliori di farlo, e se l'obiettivo è di ridurre la dimensione e la quantità delle transazioni finanziarie, potrebbe finire (posto che si abbia successo) con l'ottenere poco gettito fiscale.

Istituto Einaudi
: Ma perché dovremmo voler ridurre le dimensioni e l'importo delle transazioni finanziarie ? Pensa che ci sia una discrepanza tra la quantità di attività finanziaria e la quantità di attività reale?

Governatore:
  Il mercato dei "derivati" è buono o cattivo ? Questo è quello che, in pratica, mi state chiedendo, in quanto una grande parte dell'esplosione del valore delle operazioni finanziarie è imputabile al mercato dei derivati.
   In linea di principio, un contratto su "derivati" è un meccanismo di assicurazione. Come tale, è un utile aggiunta alla serie di mercati disponibili, è un chiaro esempio di un trend verso il completamento dei mercati, che ho menzionato prima.
  Ma è necessario conoscerne le probabilità ! E se il mondo è "non-stazionario", questo è un problema.

Istituto Einaudi
: Non solo, ma proprio perché i derivati sono a offerta netta zero, perché dovremmo preoccuparci?
Se si fanno degli errori nella valutazione delle probabilità e qualcuno potrebbe avere ciò che gli altri hanno perso, non potremmo lasciarli al loro gioco?

Governatore:
Vedete, questo è in qualche misura lo stesso argomento usato dalla grande finanza per giustificare l'auto-regolazione. Siamo adulti, siamo in grado di prenderci cura di noi stessi. Questo andrebbe bene, salvo se poi non debbano seguire dei fallimenti e dei salvataggi. Ci sono importanti esternalità, di cui mercati non regolamentati non tengono conto." .................

Fonte: B.d'I., Relazione annuale, 31.V.2017

Governatore VISCO, Considerazioni finali sulla
Azione di Vigilanza Bancaria.

Negli anni della crisi l'azione di vigilanza sulle banche si è articolata su più fronti. Il controllo sulla liquidità si è intensificato ed è stato condotto su base infragiornaliera nelle fasi di maggiore tensione. L'ammontare delle attività utilizzabili a garanzia nelle operazioni di finanziamento presso l'Eurosistema o sul mercato è notevolmente cresciuto.

Una serie di ispezioni mirate avviate nella seconda metà del 2012 ha determinato aumenti importanti delle rettifiche a fronte dei prestiti deteriorati. Tra il 2009 e il 2014 i tassi di copertura sono saliti di 5 punti percentuali per le banche maggiori, di quasi 11 punti per le altre; oggi essi sono superiori alla media europea.

Abbiamo sollecitato - imposto, quando necessario - il raggiungimento di più elevati livelli patrimoniali da parte degli intermediari. L'azione è proseguita con l'avvio dell'Unione bancaria, anche in fasi di tensione dei mercati creditizi e dei capitali. Dall'inizio della crisi alla fine del 2016 il rapporto tra il patrimonio di migliore qualità e l'attivo ponderato per i rischi è cresciuto di 4 punti percentuali per le banche maggiori, al 10,4 per cento in media; di 5 punti per le altre, al 15,5 per cento.

In un paese in cui i finanziamenti alle imprese provengono per quattro quinti dalle banche, la caduta dell'attività produttiva si è inevitabilmente ripercossa, come ho osservato, sugli intermediari. La redditività delle banche e la capacità di generare capitale sono peggiorate, risentendo sia del calo dei ricavi sia delle maggiori perdite su crediti; nel triennio 2013-15 queste ultime hanno mediamente assorbito il 90 per cento del risultato di gestione.

I benefici della ripresa stanno ora lentamente emergendo nei bilanci degli intermediari. I risultati negativi registrati lo scorso anno riflettono in parte il basso livello dei tassi di interesse e gli oneri straordinari sostenuti per incentivare l'uscita anticipata di parte del personale; vi hanno contribuito le forti svalutazioni sui prestiti contabilizzate negli ultimi mesi del 2016. Nel primo trimestre di quest'anno il risultato di gestione dei maggiori gruppi si è mantenuto sostanzialmente stabile, mentre le rettifiche su crediti si sono ridotte di circa un quinto. I prestiti al settore privato non finanziario hanno continuato a crescere, a tassi intorno all'1 per cento annuo. Il buon esito del cospicuo aumento di capitale realizzato sul mercato da parte del gruppo UniCredit è un segnale di fiducia importante.

La crisi ha colpito soprattutto quelle banche che, anche a causa di carenze negli assetti di governo societario e di comportamenti imprudenti - a volte illeciti - nell'erogazione del credito, la avevano affrontata già deboli. È il caso delle quattro banche poste in risoluzione alla fine del 2015 e dei gruppi per i quali sono attualmente in corso interventi di rafforzamento patrimoniale.

A fronte di gravi mancanze abbiamo irrogato sanzioni nella misura massima prevista dall'ordinamento. Nei casi di mala gestio le ipotesi di reato sono state segnalate all'autorità giudiziaria con tempestività, avviando la collaborazione con la magistratura già nel corso degli accertamenti ispettivi.

Le importanti riforme varate negli ultimi anni mirano a superare le debolezze delle banche che la crisi ha reso più evidenti. Dalla fine del 2015 si sono trasformate in società per azioni otto delle dieci maggiori banche popolari, la cui operatività si estende ben oltre l'ambito solidaristico e locale. La riforma migliora gli incentivi a vagliare l'operato degli amministratori, la trasparenza nella gestione aziendale, la capacità di ricorso al mercato dei capitali; amplia la partecipazione dei soci in assemblea, riducendo il rischio di concentrazioni di potere in capo a gruppi organizzati minoritari. La fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano ha dato vita all'inizio di quest'anno al terzo gruppo bancario italiano. Le banche di credito cooperativo, con la riforma in corso di attuazione, potranno ricorrere al mercato e rafforzare il sostegno alle economie locali con maggiore efficienza e sicurezza, conservando lo spirito mutualistico che le contraddistingue.

La nostra attività di controllo si è svolta in una fase concitata di mutamento della normativa internazionale ed europea. Soprattutto, la definizione di un nuovo sistema di gestione delle crisi bancarie e, prima ancora, l'interpretazione restrittiva della disciplina degli aiuti di Stato hanno segnato, come ho più volte osservato, una brusca cesura. In una congiuntura sfavorevole sono stati sottovalutati i rischi della transizione. Nell'applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria. Nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo, gli interventi delle autorità devono essere volti a preservare il valore dell'attività bancaria, a vantaggio dei risparmiatori e delle imprese affidate. Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito.

L'efficace gestione di una crisi richiede tempi assai rapidi e certi, una stretta cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti, una chiara definizione delle responsabilità e delle priorità. Sono queste le modalità che in passato hanno consentito in Italia di superare fasi di tensione, anche gravi, senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso. Oggi, nel nuovo assetto europeo gli interventi in caso di crisi sono affidati a una molteplicità di autorità e istituzioni - nazionali e sovranazionali - tra loro indipendenti, con processi decisionali poco compatibili con la rapidità degli interventi. Manca una efficace azione di coordinamento.

In un contesto di mercato in cui il trasferimento delle attività bancarie è assai difficile, gli interventi preventivi dei fondi di tutela dei depositanti sono stati equiparati dalle autorità europee competenti ad aiuti di Stato, sebbene il loro finanziamento sia interamente di natura privata e il loro utilizzo mosso da scelte imprenditoriali e non da interventi delle autorità. L'impiego di fondi pubblici, pur se conveniente sul piano economico e finanziario, è ora assoggettato a limiti stringenti anche dopo il coinvolgimento di azionisti e detentori di passività subordinate.

Nelle scorse settimane, a seguito di un processo laborioso e complesso, si è chiusa la procedura di cessione di tre delle quattro banche poste in risoluzione; per la quarta il processo è in via di conclusione. Prosegue il confronto tra le autorità italiane ed europee per la ricapitalizzazione pubblica precauzionale - uno strumento previsto dalla direttiva sul risanamento e la risoluzione delle crisi bancarie - della Banca Monte dei Paschi di Siena, della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Sono in fase avanzata, con l'intervento finanziario e operativo del Fondo volontario costituito da gran parte degli intermediari italiani, le trattative per l'acquisto di tre piccole banche da parte di un grande gruppo francese.

L'azione di controllo sulle banche che vigiliamo direttamente è continua; fa perno su una intensa attività ispettiva in loco, oltre che su analisi a distanza. Negli anni scorsi essa ha consentito di risolvere problemi di governo societario, organizzativi, di gestione dei rischi. Nel 2016 abbiamo condotto 95 ispezioni su banche soggette alla nostra vigilanza diretta, in linea con la media degli anni precedenti; nella maggioranza dei casi le verifiche hanno riguardato l'intero spettro di attività degli intermediari. Le ispezioni sul rischio di credito, incentrate sulla classificazione dei prestiti e sull'adeguatezza delle rettifiche di valore apportate dalle banche, sono approfondite; si basano sul vaglio delle singole relazioni creditizie e coprono quote ampie del portafoglio.

Per le 101 banche diverse da quelle di credito cooperativo su cui vigiliamo direttamente, nello scorso anno il processo di revisione prudenziale si è concluso con valutazioni positive nel 60 per cento dei casi; gli intermediari che hanno ricevuto valutazioni di attenzione, il 35 per cento, sono sottoposti a controlli e interventi più intensi e stringenti. Le restanti situazioni, valutate come critiche, fanno riferimento a banche di dimensione contenuta per le quali sono in corso o in via di attuazione riorganizzazioni aziendali e interventi di ricapitalizzazione, anche per far fronte a eventuali carenze di capitale emerse nelle valutazioni degli effetti del verificarsi di condizioni sfavorevoli.

Nel settore del credito cooperativo nel triennio 2014-16 sono stati condotti accertamenti ispettivi sui due terzi dei circa 330 intermediari della categoria, su 60 nell'anno passato. Le situazioni critiche emerse a seguito del processo di revisione prudenziale riguardano anche in questo caso un numero limitato di intermediari; per questi sono in corso o in via di completamento interventi volti alla soluzione delle difficoltà, nella prospettiva del loro inserimento nei gruppi che verranno costituiti in seguito alla riforma. Per i due gruppi maggiori avvieremo nel 2018 insieme con la BCE un esercizio di valutazione approfondita analogo a quello effettuato nel 2014 per le banche soggette alla vigilanza comune europea.

Presso banche italiane classificate come significative nel 2016 sono stati svolti, per conto del Meccanismo di vigilanza unico, 34 accertamenti ispettivi, per la maggior parte condotti da nostri ispettori, nei casi più importanti con la partecipazione di personale delle autorità di altri paesi membri. Altri 11 accertamenti sono stati da noi effettuati con riferimento ai profili di trasparenza e antiriciclaggio di queste banche. Ispettori della Banca d'Italia hanno altresì partecipato a verifiche su grandi intermediari esteri.

Sulla base dei poteri e delle responsabilità che la legge attribuisce al nostro Istituto nel comparto dei prodotti bancari, nel 2016 abbiamo richiamato 90 intermediari al puntuale rispetto delle norme sulla trasparenza e sulla correttezza delle relazioni con la clientela. È stata imposta l'adozione di opportune misure correttive; sono stati avviati quando necessario procedimenti sanzionatori. A seguito dei controlli, le banche hanno restituito alla clientela circa 35 milioni di euro impropriamente addebitati. È in rapida crescita l'attività dell'Arbitro Bancario Finanziario che nel solo 2016 ha ricevuto 22.000 ricorsi. Le decisioni assunte nell'anno sono state circa 14.000, per tre quarti favorevoli ai ricorrenti. Sebbene non vincolanti, i provvedimenti sono stati rispettati nella quasi totalità dei casi; hanno assicurato la restituzione ai clienti di ulteriori 13 milioni. Complementare alle attività di controllo è l'impegno nel campo dell'educazione finanziaria; partecipiamo attivamente alla strategia nazionale in fase di avvio.

Il processo di revisione della normativa antiriciclaggio italiana, volto a dare attuazione alla quarta direttiva europea in materia, si è appena concluso. Nel nuovo quadro sono confermati il ruolo e gli assetti delle autorità di vigilanza e dell'Unità di informazione finanziaria; la collocazione dell'Unità presso la Banca d'Italia garantisce indipendenza ed efficacia alla sua azione di prevenzione. Il nostro ordinamento ha ben funzionato nei quasi dieci anni di vigenza. Lo dimostrano i rilievi formulati in occasione delle ispezioni presso gli intermediari, in calo quanto a numero e gravità, la crescente collaborazione offerta dagli operatori attraverso la segnalazione di attività sospette, i contributi importanti forniti dall'Unità alle indagini delle autorità investigative e giudiziarie. A fronte dell'intensificarsi della minaccia terroristica sono state messe a punto modalità di accertamento e di cooperazione, anche su scala internazionale, per intercettarne e contrastarne il finanziamento.

Le banche italiane sono oggi chiamate al cambiamento per riportare la redditività su livelli adeguati. È con questo spirito che vanno affrontate le sfide poste dallo sviluppo tecnologico e dall'evoluzione nella struttura dei mercati. Gli intermediari devono proseguire con assiduità nella razionalizzazione della rete degli sportelli, nella revisione, anche profonda, delle strutture di governance, nella riduzione dei costi del lavoro, a tutti i livelli. Il diffondersi di canali di finanziamento dell'economia alternativi al credito bancario, basati sull'accesso diretto delle imprese agli investitori e al mercato, può consentire alle stesse banche una diversificazione delle fonti di ricavo. Un contributo rilevante potrà venire dall'offerta di servizi di finanza aziendale e di gestione del risparmio. Pur consentendo ridotti presidi patrimoniali, essi richiedono di prestare particolare attenzione alla qualità e alla correttezza dei rapporti con la clientela.

L'espansione di forme di intermediazione che fanno leva sulla tecnologia accresce la concorrenza, consente anch'essa di ampliare i servizi offerti. Il processo di digitalizzazione comporta, però, rischi operativi e rende le infrastrutture utilizzate vulnerabili ad attacchi esterni. La fiducia della clientela dipende in modo cruciale dalla trasparenza delle informazioni, dalla correttezza dei comportamenti, dalla qualità della sicurezza informatica. Il nucleo per le emergenze informatiche, costituito in collaborazione con l'Associazione bancaria italiana e al quale partecipano banche e altri operatori del settore finanziario italiano, agisce con efficacia. A livello internazionale il coordinamento è indispensabile; nell'ambito del G7 è stato avviato un percorso di cooperazione, con l'obiettivo di sviluppare linee di azione comuni per rafforzare la protezione dei soggetti finanziari, privati e pubblici.

COMMISSIONE EUROPEA Bruxelles, 12.9.2012
(Stralcio. Per il testo completo,
clicca su: UE - VIGILANZA

Per un meccanismo di vigilanza unico

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3. COMPLETARE L’UNIONE BANCARIA. Come indicato dalla Commissione, prima del Consiglio europeo del giugno 2012 e come affermato dai presidenti del Consiglio europeo, della Commissione, dell’Eurogruppo e della Banca centrale europea nella loro relazione del 26 giugno 201212, il completamento dell’Unione bancaria imporrà un ulteriore lavoro per la creazione di un meccanismo di vigilanza unico, un sistema comune di garanzia dei depositi e un quadro integrato di gestione delle crisi. L’istituzione di un meccanismo di vigilanza unico rappresenta un primo passo, fondamentale e significativo.

3.1. Un meccanismo di vigilanza unico. Il meccanismo di vigilanza unico che la Commissione propone oggi si basa sul trasferimento a livello europeo di specifici compiti fondamentali di vigilanza delle banche aventi sede negli Stati membri della zona euro. Pur conservando la responsabilità ultima, la BCE assolverà i suoi compiti nel quadro del meccanismo di vigilanza unico composto dalla BCE e dalle autorità nazionali di vigilanza. Tale struttura consentirà una vigilanza forte e uniforme in tutta la zona euro, utilizzando al meglio le specifiche conoscenze delle realtà locali delle autorità di vigilanza nazionali. Ciò assicurerà una vigilanza basata su una profonda conoscenza delle condizioni nazionali e locali che possono avere un’incidenza sulla stabilità finanziaria. La Commissione propone anche un meccanismo che consentirà agli Stati membri che, pur non avendo adottato l’euro intendono partecipare al meccanismo di vigilanza unico, di cooperare strettamente con la BCE.

Nell’ambito del meccanismo di vigilanza unico, alla BCE saranno attribuite competenze di vigilanza su tutte le banche nell’Unione bancaria, alle quali applicherà il corpus unico di norme applicabile a tutto il mercato unico. Recenti esperienze hanno dimostrato che anche le difficoltà di banche relativamente piccole possono avere un significativo impatto negativo sulla stabilità finanziaria degli Stati membri. Pertanto, sin dal primo giorno la BCE sarà autorizzata a esercitare, su propria decisione, la vigilanza su tutte le banche della zona euro, in particolare le banche che ricevono assistenza finanziaria pubblica. Per tutte le altre banche, l’introduzione graduale della vigilanza della BCE avverrà automaticamente: il 1° luglio 2013 per le principali banche di importanza sistemica a livello europeo e il 1° gennaio 2014 per tutte le altre banche. Pertanto, entro il 1° gennaio 2014 tutte le banche della zona euro saranno soggette a vigilanza europea.

Alla BCE saranno attribuiti specifici compiti fondamentali di vigilanza indispensabili per individuare i rischi che minacciano la solidità delle banche. Le sarà attribuito il potere di imporre alle banche l’obbligo di adottare le necessarie misure correttive. La BCE sarà, tra l’altro, l’autorità competente ad autorizzare gli enti creditizi, a valutare le partecipazioni qualificate, ad accertare il soddisfacimento dei requisiti patrimoniali minimi, ad accertare l’adeguatezza del capitale interno rispetto al profilo di rischio dell’ente creditizio (cosiddette misure del secondo pilastro), a esercitare la vigilanza su base consolidata e a svolgere compiti di vigilanza sui conglomerati finanziari. La BCE assicurerà anche il rispetto delle disposizioni in materia di leva finanziaria e di liquidità, applicherà riserve di capitale e attuerà, coordinandosi con le autorità di risoluzione delle crisi bancarie, misure di intervento precoce quando una banca viola, o è in procinto di violare, i requisiti patrimoniali fissati dalla normativa.

Alla BCE verranno attribuiti tutti i poteri di indagine e di vigilanza necessari per svolgere i suoi compiti. È prevista la partecipazione attiva delle autorità di vigilanza nazionali nel quadro del meccanismo di vigilanza unico per assicurare una preparazione e un’attuazione efficienti e spedite delle decisioni di vigilanza e per garantire il coordinamento e il flusso di informazioni necessari sulle questioni di portata sia locale che europea, al fine di assicurare la stabilità finanziaria in tutta l’Unione e nei suoi Stati membri.

Tutti i compiti non esplicitamente attribuiti alla BCE resteranno di competenza delle autorità nazionali di vigilanza. Ad esempio, le autorità di vigilanza nazionali manterranno le competenze in materia di tutela dei consumatori e di lotta contro il riciclaggio dei capitali nonché di vigilanza degli enti creditizi dei paesi terzi che aprono succursali o prestano servizi a livello transfrontaliero nello Stato membro.

La BCE deve poter svolgere le sue nuove funzioni di vigilanza in piena indipendenza pur restando pienamente responsabile delle sue azioni. La proposta della Commissione prevede forti garanzie di responsabilità, in particolare nei confronti del Parlamento europeo e del Consiglio, per assicurare la legittimità democratica. Inoltre, la proposta stabilisce una serie di principi organizzativi per garantire una chiara separazione tra politica monetaria e vigilanza. Questa separazione consentirà di attenuare potenziali conflitti tra diversi obiettivi politici, permettendo allo stesso tempo di beneficiare pienamente di sinergie. Tutte le attività preparatorie e di esecuzione delle politiche saranno pertanto effettuate da organismi e divisioni amministrative diversi dalle funzioni di politica monetaria attraverso un consiglio di vigilanza istituito in seno alla BCE appositamente a questo scopo.

Infine, le modifiche proposte del regolamento istitutivo dell’ABE garantiranno che l’ABE possa continuare a svolgere la sua missione in maniera efficace nei confronti di tutti gli Stati membri. In particolare, l’ABE eserciterà i suoi poteri e svolgerà i suoi compiti anche nei confronti della BCE. Le modalità di voto in seno all’ABE saranno adattate per assicurare che le strutture decisionali dell’Autorità restino equilibrate ed efficienti e riflettano le posizioni delle autorità competenti degli Stati membri partecipanti al meccanismo di vigilanza unico e delle autorità competenti degli Stati membri che non vi partecipano, in modo da preservare appieno l’integrità del mercato unico. Le modifiche delle modalità di voto interessano le materie sulle quali l’ABE adotta decisioni vincolanti sull’applicazione del corpus unico di norme in caso di violazione del diritto dell’Unione e di risoluzione delle controversie. Per altre materie le salvaguardie procedurali esistenti sono considerate sufficienti ad assicurare strutture decisionali equilibrate ed efficaci. Ad esempio, i progetti di norme tecniche sono presentati alla Commissione per l’adozione, e la Commissione può decidere di approvarli o di modificarli, in particolare quando non sono conformi ai principi fondamentali del mercato interno per i servizi finanziari. Infine, nel regolamento recante modifica del regolamento (UE) n. 1093/2010 è stata inserita una specifica clausola di riesame che consentirà di tener conto in particolare degli sviluppi negli Stati membri la cui moneta è l’euro o negli Stati membri le cui autorità competenti hanno instaurato una cooperazione stretta e di verificare se, alla luce degli sviluppi, siano necessari aggiustamenti delle disposizioni per assicurare che le decisioni dell’ABE siano adottate nell’interesse della preservazione e del rafforzamento del mercato interno dei servizi finanziari.

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Nino LUCIANI, Sotto la punta dell'iceberg

1.- Premessa..
  a) Le considerazioni del governatore Visco, sulla vigilanza, attengono alla attività degli ispettori della B.d'I. nei confronti dei vai istituti bancari circa la correttezza nei confronti dei risparmiatori e dei creditori.     Su questa vigilanza, pur da conoscere, non è il caso di "scaldarsi" perchè, essendo un compito della B.d'I, qui Visco è "Cicero pro domo sua" e già sappiamo, dai fatti, che non è stata una vigilanza efficace (pur se i crediti deteriorati sono derivati - forse più di tutto - dalla crisi economica generale).
  b) Invece l'intervista "immaginaria", riportata qui a fianco, è molto interessante, perchè egli è costretto ad alzare lo sguardo, sotto il tiro impietoso dell'intervistatore.
Qui, tra le varie cose, è rilevante che egli giudichi che le falle della vigilanza, in Italia e nel mondo, sono state soprattutto il frutto di uno scompattamento tra i poteri delle banche centrali (ristretti al territorio nazionale) e i poteri degli istituti privati creditizi (liberi di operare a dimensione mondiale).
  La sanatoria di questo dualismo non viene proposta da Visco tra le "considerazioni" del 31 maggio (ovviamente...), ma dalla UE. Precisamente, nel testo riportato qui a fianco la Commissione Europea vuole abolire i poteri di vigilanza delle banche centrali locali (dunque, anche della Banca d'Italia) e sostituirli con un potere unico, centralizzato nella BCE.
  In questo modo la vigilanza cessa di essere l'unico grande compito della B.d'I. dopo la istituzione dell'€, a parte la fabbricazione degli € da immettere in Italia e le funzioni di cassiere del bilancio dello Stato. Pertanto si concluderebbe opportuno e necessario abolire il costo di quel pachiderma (B.d'I.) e metterlo alle dipendenze del TESORO (opportunamente ridimensionata).
2. Fattori di tipo normativo bancario, determinanti per la vigilanza. I fattori di tipo normativo (a cui Visco accenna in altre sedi) e che sono determinanti l'efficacia della vigilanza, sono:
- il criterio di attività delle banche, circa il deposito e il giro;
- l'orizzonte temporale del credito (a breve o a medio-lungo credito);
- le garanzie patrimoniali delle banche, circa i depositi.

a) Sul criterio di attività delle banche, circa il deposito e il giro. La legge bancaria del 1993 (Decreto Leg.vo 385/1993) stabilisce che "l'attività bancaria" ha "carattere di impresa" ed "è riservata alle banche" (art.10).
Commento. In seguito a questa norma, per definizione, le possibilità della Vigilanza sono state azzerate, salvo per l'etica di una qualunque impresa.
  Invece, nella legge bancaria del 1936, art. 1 (sopravissuta fino al 1993)
, "la raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico"...

b) Circa l'orizzonte temporale del credito, è noto che la legge del 1993 ci ha regalato la "banca universale", ossia eliminato la distinzione tra credito a breve o a medio-lungo termine.
Cadendo questa distinzione, la Vigilanza si è trovato con ulteriori meno criteri precisi di valutazione.
  Dentro questo aspetto, merita ricordare il credito per operazioni e economche e finanziarie allo scoperto. Nel caso del mercato di borsa, si tratta di vendita di azioni, non possedute, ma da consegnare ad una determinata scadenza).
  Non le proibirei, ma pretenderei che l'eventuale capital gain sia tassato almeno al 50%, senza lasciare alle banche la piena discrezionalità del tasso di interesse sul credito.

c) Circa le garanzie patrimoniali da applicare, la nuova normativa europea declassa i coefficienti di riserva obbligatoria (oggi solo 1%) e privilegia il criterio della cosiddetta patrimonializzazione (Basilea 3, verso Basilea 4).
  Ahimè, su questo Visco tace ...
  Con lo strumenro della riserva obbligatoria (a suo tempo 17%, e finanche 25%, in precedenza), una banca immobilizza dei depositi, ma non genericamente, bensì in rapporto ai depositi che sono un fatto fisico incontestabile).
  Invece, con lo strumento della patrimonializzazione, in cui l'immobilizzo è rapportato agli impieghi, subentra una valutazione soggettiva, circa la previsione della entità di "patrimonio di vigilanza", ossia effettivamente liquidabile.
  Questa soggettività nel calcolare il patrimonio da accantonare (a parte quello liquido) non è nulla come certezza in termini di liquidabilità, per cui non ha molto senso obbligare le banche ad immobilizzi al vento.
  Per questo, sarebbe molto più saggio usare il criterio della riserva obbligatoria, cara ad Einaudi (Governatore della Banca d'Italia, a suo tempo).

Conclusione. Una efficace vigilanza dipende pochissimo dalla bravura e serietà personale degli ISPETTORI, se disgiunta dalla saggezza delle regole bancarie.
La legge del 1936 era certamente più saggia di quella del 1993 e anche di quella europea attuale (Basilea 3).
  Chi fosse interessato a ripercorrere la legge bancaria del 1936, clicchi su: Legge 1936, che ho recuperato dalla G.U. di allora, essendo divenuta introvabile per intero.

Nino Luciani, Professore Ordinario di scienza delle finanze

       

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Giulio Andreotti

AVE GIULIO

ROMANZO BREVE DI ALBERTO ALESSI

Queste mie brevi riflessioni sono dedicate a mio padre,
a Giulio Andreotti e a tutti democristiani liberi e onesti

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Alberto Alessi

PRESENTAZIONE

  L'autore ha intitolato " Ave Giulio", un romanzo breve dedicato a Giulio Andreotti, còlto alla maniera di Dante Alighieri, mentre (al termine della sua vita terrena) cerca una collocazione nell'aldilà, dove è subito classificato un caso difficile dai guardiani delle porte di inferno, purgatorio, paradiso.  E' una avventura del "democristianissimo Presidentissimo" durante il suo viaggio ultraterreno, non nel rapporto con i potenti della terra, ma con gli Inferi e il Paradiso.
  L'Autore racconta come Andreottì utilizzi tutta la sua intelligenza, le sue risorse ed esperienze non solo per salvare la propria anima, ma per avere dal padre Eterno un importantissimo incarico: insomma anche nell'aldilà egli non può vivere senza il potere che "logora chi non ce l'ha".
  II lettore potrà sorridere, anche se il romanzo contiene pagine di una velata malinconia, ancorché divertente. Nel percorso di Andreotti, l'autore sembra anche far rivivere la storia della DC, congelata viva dagli stessi democristiani e perciò condannati a sostare nel Purgatorio non si capisce se, forse, per sempre.
  Dove maggiormente Andreotti sembra utilizzare la sua mirabile astuzia è nell'incontro con Belzebù all'Inferno, dove egli non appare un soprawissuto. Non è un mimo, non è "nessuno", è un vero leader. Più che un personaggio appare un uomo dotato di una eccellente improntitudine che mette in imbarazzo lo stesso Satanasso.
  In Paradiso, poi, il suo sforzo massimo è quello di focalizzare l'attenzione del Padre Eterno, più che sull'amore o il perdono, sulla ragione. Egli, infatti, cercherà di meravigliare la Santissima Trinità, osando e mettendo in discussione pagine assai delicate dei Vangeli e assumendo, però, sempre che il proprio decoro, la propria dignità, ma soprattutto le proprie idee non devono essere mai svendute: nel senso che il potere si può svendere per le proprie idee, ma le proprie idee, per il potere, mai.
  Vi sono spunti in questo romanzo breve che potrebbero anche aprire un serrato dibattito, nell'ambito religioso e nell'ambito politico, perché Andreotti nel suo "genere" è unico.
  Nell'ultima parte del romanzo la difesa appassionata dell'avvocato Giuseppe Alessi, riconosciuto anche ivi principe del foro, potrà fare scoprire come l'arringa del difensore abbracci tutti i lati più nascosti e profondi, sia psicologici, sia sociali, sia religiosi del suo difeso.

A. Alessi, AVE GIULIO

La prova migliore dell'ordine
è la memoria

Capitolo I°

LA PARTENZA DI ANDREOTTI,
QUELLA SENZA RITORNO

Primo passaggio:
ALL’ INFERNO con Belzebù

  E così anche per Giulio Andreotti, l'osservante cattolico democristianissimo, doveva sopraggiungere la data di partenza, quella senza ritorno.

  Era uscito dalla ribalta, ma non per sempre e la sua memoria non disseccherà. Lo stesso ben sapeva che ogni giorno che si vive è un giorno in meno e non un giorno in più.

  Spesso in vita aveva esaminato le sue mani rivolte in su, come se dovesse recitare il Padre Nostro, dove ogni essere umano ha stampigliate due M : " memento mori, ricordati che devi morire". Vivi in santità ed onestà ogni tuo momento, perché la tua candela può spegnersi ad ogni fulminea folata di vento, in ogni istante e senza preavviso.

E così il Nostro iniziò il nuovo cammino con la solita sua impassibile espressione con dipinto un enigmatico sorriso sul volto.   Ma il primo incontro, post mortem, fu poco rassicurante, poiché il "Presidentissimo" si ritrovò faccia a faccia con l'infernale e sgradevole Belzebù, di desolante bruttura e con la coda biforcuta affetto da un odore acidulo di zolfo e tanto e tale era il calore che lo circondava che, il più volte premier italiano, si tolse la giacca e guardò il suo interlocutore a testa alta e con atteggiamento al contempo forte ed umile, indulgente e decoroso, insomma adatto alla durissima ma forse non inaspettata circostanza.

  Era conscio che se fosse uscito vinto, dopo possibili e serie contestazioni, lo sarebbe stato per sempre e che lì avrebbe piantato il suo destino a tempo indeterminato.

  Ora bisogna sapere che il Divo Giulio nel suo percorso terreno, preferì sempre situazioni a tempo determinato, in modo di poterle ricostruire, plasmare e appianare con lucida pazienza ed illimitata esperienza, nei modi e tempi a lui favorevoli, e del caso e se le convenienze lo esigevano con le aspettative altrui.

  Non per nulla il romanissimo Giulio aveva adottato Roma, positiva e faccendiera, cupa e superba, come diletta sua patria e lì aveva fissato la sua dimora.

  Larga parte dei romani e non solo romani lo stimò, sì da non essere secondo a nessuno. Egli fu sempre conscio che essi avrebbero onorato la sua memoria. Amò Roma non iure soli, ma iure cordis: non per un comando della terra natia, ma per una scelta del suo spirito.

   Fu un attento assemblatore della sua opulenza e della sua miseria. E la comunità romana fu così essenzialmente e talmente sua, che divenne come l'incarnazione di un patronato di assistenza per lo scioglimento di ogni garbuglio e il disbrigo, anche, di ogni assillante problema cittadino ed individuale. I suoi beneficiari furono una turba.

   Non si comprende e non è dato di conoscere perché l'estensore del broccardo : " il potere logora chi non ce l'ha", fosse finito laggiù, nel torrido inferno, forse a proposito di questa sua impudente battuta che nascondeva una concezione divinamente diavolesca della gestione del potere. Insomma uno dei tanti misteri che circondò nella vita temporale il Giulio nazionale, tifosissimo della squadra di calcio della Roma.

   Il rivoltante Tentatore rimase di stucco. Non si aspettava un ospite tanto sicuro di sé, sereno. Cercava di comprendere se bleffasse perché terrorizzato da un mortale timore o se fosse un predatore.

  Ma il forestiero, inaspettato e non gradito, non mosse un solo nervo né del suo viso, né del suo corpo, ma domandò a mezza voce mellifluamente, timido e dimesso: "scusi tanto, ma ho una curiosità; quaggiù sono in vacanza permanente molti comunisti?".

  Il Maligno di rimando, sdegnosamente beffardo, iracondo, livido e propenso ad infierire: "tanti, quanti papi, cardinali parroci e devoti bugiardi: intende!?.
  E poi lei sa bene che i cattolici vengono qui all'inferno e i protestanti vanno in Paradiso".

  "Lucifero sarà sicuramente di estrema sinistra", barbugliò dentro di sé l'anfitrione Giulio e soggiunse rispettosamente: " si intendo….., poverini.

  Non si potrebbe presentare, chessò, un disegno di legge, un decretino, una proposta intelligente e clemente per toglierli dall'assillante prospettiva di un non ritorno così ostile e orribile. In fondo, in fondo si è trattato di innocui peccatucci fatti per ignoranza e ingenuità, ehm, ehm …" .   " A tutti si deve una compassionevole opportunità" ; dichiarava tutto ciò traboccante di pietà, ma con la furberia di un serpente.
  Tale proposta la fece con tono così cardinalizio, e così suadente e toccante, che il sommo gestore dell'Inferno, sobbalzò dal suo ballatoio puzzolente di lava incandescente e silenziosamente tra sè e sé e con atteggiamento di grande disprezzo: " questo qui mi vuole fregare e quasi quasi mi fa più paura di quanta io ne abbia mai avuto di me stesso".

  Satana cambiò, allora, tattica e cercò di utilizzare tono, voce ed atteggiamento uguali a quelli del suo considerato temibile interlocutore. Rivolse il testone cornuto verso il lato sinistro, si incurvò, lo squadrò di sbieco e chiese in modo melato: " mi scusi, anima bella, ma lei perché è qui?". 

  "Se non lo sa lei che è il padrone, mi perdoni tanto, perché dovrei saperlo io che vengo da così lontano, dalla caput mundi?.

   Il viaggio mi creda è stato assai pesante e complicato". L'anima bella rispose chinando la propria testa verso il lato destro e guardando l'assorto dirimpettaio di sottecchi, si piegò, ma in modo tale da squadrare dall'alto il Generalissimo di tutti i diavoli. 

  Il Re delle tenebre, combattuto e perplesso, con orrido sgomento si convinse che poteva essere maturato il momento di essere scalzato dal comando di quel regno maledetto da un sagace e spigoloso tessitore.

  Tenendo particolarmente al suo scranno conquistato con cotanto e notissimo peccato, l'odioso tradimento e la ribellione verso il suo Signore, prese una decisione che considerò salvifica e così mormorò: "ascolti brav'uomo, questo ambiente così spaventoso non è adatto a lei. Capisce, troppo caldo afoso.

   Poca e onesta compagnia e nessuna decente prospettiva. In questo luogo horribilis il suo mal di testa, del quale ha sofferto tantissimo, si aggraverà. Ecco guardi in alto, si diriga lì, vi sono luoghi più salubri, meno angusti e soffocanti, meno squallore, meno cattivi odori per la sua salute e il benessere della sua animacc…".

   Si fermò, perché temette di offenderlo. Anche l'incollerito Satanasso soffriva ancora di qualche sensibilità, assunta in un periodo in cui fu angelo.

  Ma il brav'uomo fece finta di non ascoltare la ultima espressione, ringraziò e si incamminò lentamente verso la nuova metà convinto , però, che il despota di tutti i diavoli non avesse tutti i torti.

Dopo pochi passi sorprendentemente tornò indietro. Quando l'indicibilmente ripugnante Lucifero, che già aveva posto la propria attenzione al governo dei tantissimi orrendi compiti del suo regno, lo vide, ne fu preoccupatissimo e si allarmò: " santi di tutti i maligni che vorrà ora costui?". "Chiedo venia ancora gran visir delle tenebre", domandò l'illustre viandante con atteggiamento pietista e guardingo, e con spirito pronto ed occhi furtivi: " potrei osare chiederle una cortesia?.

  Ecco in cambio del suo benevolo suggerimento e rinnovandole la mia gratitudine, vorrei offrirle una ghiotta opportunità. Corre voce che nella mia amata nazione, impazzerebbe un comico assai dotato che appartiene alla razza dei comici genovesi. Mezzo ruffiano e mezzo commediante, a volte brutale e a volte tracotante, forse è pericoloso, sicuramente è divertente.

  Lo stesso possiederebbe la parola in misura straordinaria: un dono prezioso che utilizzerebbe furbescamente. E quando comizia, confermano, con modi violenti lacera i cuori, scuote l'apatia, avvolge, soffoca al contempo con i suoi mille tentacoli.

  Sembrerebbe un clown fratesco che con una profluvie di barzellette incanta il popolo. Si porrebbe l'obiettivo di risvegliare l'attenzione del pubblico attraverso dosi massicce di umorismo, a volte violentemente macabro, altre esilarante. I suoi spettacoli sarebbero granguignoleschi.

  Spesso anche quando smascella, più che ridere ulula, nitrisce, ehm, ehm… Lo denigrano come l'incarnazione della riduzione al minimo della intelligenza.

   Asseriscono, i suoi presunti delatori, che le sue proposte, spesso sciocche, nella sua bocca, grazie alla sua mimica, alle sue contorsioni, alla sua maniera di strizzare gli occhi, diventerebbero quasi verità: insomma insieme un inesauribile improvvisatore ed uno scaltro volgarizzatore di problemi.

  Assicurano che si sia messo in testa, di diventare un riferimento politico e sono tormentati perché pare temono possa riuscirvi.

   Si interrogano se sarà un politico apprezzato o un buffone dimenticato. In tanti lo apprezzano, altrettanti lo detestano, e questi ultimi auspicano che la Signoria Vostra lo convochi per qualche gaudiosa vacanza, insomma per riprendere fiato, per una battuta d'arresto giovevole.

   Allungato in queste rocce infuocate, esposto al sole cocente di questa contrada gioconda ehm, ehm, ehm, tale svago gioverebbe considerevolmente alla sua salute. Beh!. Lo meriterebbe dopo tanta ingrata fatica.

   Gli italiani?: siamo un popolo di eroi, di santi poeti e navigatori; costui che s'impiccia?

   "Guardi indagherò. Sa spesso tra la calunnia e la verità corrono pochi millimetri.

  Poi non sarebbe né il primo, né l'ultimo rappresentante, così equipaggiato, del popolo sovrano.

  E' anche vero che in tempi di diluvio tutti i furbastri nuotano.

  Forse è fuori luogo laggiù, mentre qui, tanto più in giù, si troverebbe a suo agio. Bene arrivederci, anzi addio ed ora vada, vada che il tempo è prezioso per lei. E' atteso con trepidazione da molti suoi ammiratori e beneficiati" .

   Il tenebroso Belzebù si nascose in un manto strepitosamente rosso e scomparve. Il nostro viaggiatore si avviò. Il percorso non fu breve.

  Alla fine giunse in un luogo umbratile, desolato, dove incontrò passanti assai malinconici e silenziosi. Si sprigionava dalle loro bocche un brontolio soffocato traboccante di accenti angosciosi, di lamenti e sospiri.  In una scritta luminosa vi era incisa la parola: "Purgatorio".

Capitolo II°

SECONDO PASSAGGIO:
IN PURGATORIO

Che sarà mai questa grigia dimora con questo clima impalpabile e con questa foschia così leggera e madreperlacea?" Il Presidente di lungo corso, nella sua esistenza terrena, aveva tenuto in mente due parole: " Inferno e Paradiso, o di qua o di là", ma con qualche variante a volte interessata.

  Era notorio che la mediazione era virtù degli uomini assennati, utilizzabile, però, nella vita del mondo. Nell'aldilà i margini della questione erano strettissimi e separati da confini chiari ed invalicabili: i cattivi da una parte, i buoni dall'altra parte.

  I primi nel più profondo e tetro buio, gli altri nella luce più nitida.

  La zona bigia, per il cattolicissimo Giulio, non apparteneva alle anime dei trapassati, ma dei vivi, perché era vero che cercare per essi significava avere uno scopo, ma era anche vero che poteva non essere obbligatorio raggiungerlo e con interrogativo di sempre: " cur, unde, quo, qua?": donde, dove, per dove, perché? .

   Tale quesito il Senatore non se lo pose mai, perché aveva sempre reputato che l'uomo non è fatto per la sconfitta: un uomo può essere distrutto, ma non vinto.

  Si aprì un muro cenerognolo, sconfinato e apparve un Angelo imponente, vigoroso, allegro, di bello aspetto e dall'aria rispettabile e con nelle mani una spada fiammeggiante con una lama azzurrastra che roteava:
  - "Chi è là?, c'accade?, c'accade?".
  -  " Sono Giulio Andreotti, romano di Roma, un povero pellegrino vissuto fra miseri viandanti", cercò così pigolando di intenerire lo straordinario interlocutore.
  .- "Ah, il conosciutissimo degasperiano doc, sempre al governo del proprio paese: instancabile, inamovibile, ineguagliabile, inossidabile", replicò ironicamente con voce stentorea il Custode.
-  "Per carità, per carità piccole vicende a volte sì significative. Minimi riconoscimenti, assai graditi, è vero ehm, ehm, ma visti da quassù tutto muta. Vi è una essenziale differenza, come tra le stelle e le stalle" .

   Il Giulio internazionale inclinò il capo, sbirciando, però, con gli occhi a fessura e aguzzò l'udito utilizzando le sue ragguardevole orecchie in attesa di una affabile interlocuzione.
  - "Senta mio caro amico, le comunicherò un dato negativo ed uno positivo".

   Il guardiano angelico usò un accento confidenziale, con modi affabili e premurosi.  - " Il Purgatorio è traboccante di democratici cristiani: intere ultime generazioni in esilio. Abili nel loro operato, ma guai ai padroni di certezze che spesso fanno rima con nefandezze.
  

   Alcuni di loro furono di stupenda insignificanza, carichi di una invalidità spirituale che procurò loro di non forgiarsi una personalità. Insomma smidollati privi di orgoglio e dignità.
  Tra di loro ci furono tantissimi transfughi e forse molti sacrificati.
  Quasi sempre amici dei morti e nemici dei vivi.

   Eppoi il peccato più esecrabile, il più ignominioso: l'abbandono della Democrazia Cristiana, "il partito del popolo".

  Molti operarono presi dal panico, altri per gretto tornaconto, altri ancora per pura pusillanimità e i più perché non hanno servito la DC, ma se ne servirono per la loro dozzinale carriera terrena.

  La verità dura è che le loro voci furono ridotte al silenzio. Essi, però, non sanno che quando le idee sono buone nulla si perde e nulla s' insterilisce.

  Oggi ve ne sono addirittura alcuni di seconda generazione che la dichiarano morta, ma ne utilizzano mercantilmente il simbolo: scudocrociato con la scritta Libertas.

   Dobbiamo fare posto nel Purgatorio, quando Dio vorrà, per questi infedeli cristianazzi dell'era moderna, poichè hanno la responsabilità morale e politica di averla congelata viva.

   Anche per questi ultimi, tribune, gradinate e curve, sono tutte prenotate.

  Per lei non c'è spazio neanche all'impiedi. Vuole un consiglio da un onesto suggeritore?

   Punti subito più in alto e vivrà sereno in superlativa salute".

  Così, il più rappresentativo dei democristiani liberi e forti, obbedì, non negando la propria fiducia ai consigli dell'Angelo guardia portone. Proseguì lentamente nella direzione indicatagli.

(CONTINUA)

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L'anima, per andare in cielo, deve lasciare il corpo
( ovvero Il seme, per nascere, deve prima morire; e
la crisalide, per volare, deve prima lasciare il bozzolo )

Alberto ALESSI, FIDES EX AUDITU
( La fede proviene dall’ascolto)

 Saggio di Alberto Alessi

La morte cosa è? : " l’assenza" della vita, oppure "l’essenza" della vita?

"L’assenza" potrebbe significare " l’assenza" dalla vita, cioè si perderebbe ogni identità vitale nel nulla e per sempre.

La esperienza umana di ogni essere è dunque circoscritta, come gli animali, alla sua vita sulla terra?

Genio e mediocrità, onestà e disonestà, generosità ed egoismo, nobiltà e misera, perdono e vendetta, bene e male, morirebbero contemporaneamente con la morte del corpo?

Dunque nessun giudizio futuro, ma solamente quello emanato, tramandato dalla cronaca o dalla storia degli esseri umani nei secoli?

" La essenza" della vita potrebbe invece significare che con la morte l’essere umano acquista la totalità della propria testimonianza terrena in una nuova dimensione spirituale-spaziale?

Ma chi e come dovrebbe essere il Giudice Supremo che giudica il giusto o il malvagio post mortem?

Dal libro del Deuteronomio si legge: " Mosè parlò al popolo dicendo: " Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un Dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio in Egitto sotto i tuoi occhi?

Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore e Dio lassù nei cieli, e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro.

Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti da per sempre".

"Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore e Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla Terra non ve n’è altro".

Si parla "dei cieli" e non di un solo cielo, e della terra come unico pianeta vivibile e Mosè, credibile testimone della storia e guida di un popolo in cerca del proprio destino, agisce nel nome del Signore Dio lassù, "perché in terra non ve n’è altro".

Per il credente ogni giorno che si vive è un giorno in meno sulla vita terrena, ma un giorno in più perché si avvicina la meta della vita nuova ed eterna.

Per il non credente ogni giorno che si vive è un giorno in più nella vita terrena, ma un giorno in meno perché si avvicina la meta della morte tout court.

Il credente, creda per fede o per amore, per interesse o per paura, ha un punto in più del non credente, perché può contare su due possibilità: l’una terrena, l’altra celeste, sempre che si sia meritato il cielo.

Il non credente gioca tutta la sua esistenza sulla terra con tutto il bagaglio di bene o di male che ognuno è riuscito a trascinare: la sua storia è personale e limitata dal tempo e nel tempo, cioè "il finito": lì inizia, lì finisce per sempre.

Per il credente la sua storia personale umana non è limitata nel tempo e dal tempo, perché il finale è l’infinito: lì finisce, ma dopo ricomincia per sempre.

La temporalità è un elemento essenziale per la scelta dell’uomo perché deve valutare un tempo circoscritto contro la promessa di un tempo che non ha fine e limiti.

In una logica semplice e coerente agli esseri viventi converrebbe in ogni caso credere in Dio o in un Dio clemente perché oltre che speranza, Esso è Amore allo stato puro e l’Amore umano potrebbe essere una emanazione dell’Amore Divino, seppur condizionato dalla debolezza della carne.

La forza del credente è il suo dubbio e la sua speranza e la sua fede.

La debolezza del non credente è la sua certezza terrena che, però, è fallibile.

Il credente ascolta il suo Dio: "fides ex auditu"; la fede proviene dall’ascolto, sono le riflessioni di San Paolo e ascoltare vuol dire anche obbedire alle leggi divine confortati dalla fede.

Il non credente ascolta e si adegua a coloro che emanano le leggi terrene e a queste dovrebbe allinearsi e se si comporta bene avrà un ritorno positivo per la sua buona condotta.

Ora non è detto che nelle leggi che regolano la vita delle Nazioni, non vi sia insito l’elemento morale.

Ma il credente obbedendo oltre che alle leggi del proprio Stato a quella della propria religione, ha, anche in questo caso, una chance in più: il premio eterno, e non è cosa di poco conto.

Insomma o è pazzo chi crede o è pazzo chi non crede (Maritain); tertium non datur.

La fede è un dono certamente, ma bisogna saperla conquistare e conservare, perché non sempre è sostenuta dalla ragione e non sempre è vittoriosa sulle tentazioni.

Coloro invece che non hanno fede, quasi sempre si sentono sostenuti dalla razionalità.

Ma non sempre essere sostenuti dalla ragione significa essere nel vero.

La mente umana può anche essere sublime.

I progressi scientifici servono allo sviluppo economico, sociale e culturale delle Nazioni e del genere umano, ma se manca l’elemento spirituale che coniuga terra e cielo, tutto alla fine può essere miserevolmente fallimentare.

Per esempio, non sempre lo sviluppo economico di un paese è stato fonte di felicità, pace e progresso sociale.

Le guerre mondiali e non solamente, sono state e sono frutto della follia, dell’odio e del tormento degli uomini e spesso sono frutto dell’idea che più potere è sinonimo di più ricchezza: ma per pochi, perché con la loro brutale intelligenza e furbizia hanno soggiogato i cuori e le menti dei più, vittime della loro ingenuità e spesso dei loro egoismi: le guerre hanno prodotto terrore, violenza, distruzione e miseria.

La pace nel mondo non è un dato esclusivamente sociale, ma una legge suprema dello Spirito ed è un’esigenza essenziale per la sopravvivenza del genere umano.

Senza pace nel mondo non vi è giustizia e senza giustizia non vi è progresso.

Giustizia nel senso più largo della parola: quella economica, quella sociale, quella culturale, quella politica, quella morale, quella amministrativa.

Cristo era anche un uomo giusto e la Sua parola spaccò in due la civiltà greca, quella romana e quella spartana, perché consacrò il dettame che nessuna delle tre civiltà aveva pensato e sancito e cioè che anche se l’uomo era schiavo, il suo spirito era libero e legato alle leggi del Signore: era ed è e sarà una sfida al mondo perché la libertà è l’emancipazione dell’uomo in quanto uomo.

Una coscienza cristiana è una coscienza che va attuandosi in "partita doppia": dimensione storica e dimensione metastorica.

Le due dimensioni, lungi dall’escludersi, si unificano nel presente che diviene così, "il punto di consistenza della storia, la durata effettiva nella quale la storia si determina e nello stesso tempo si proietta nel futuro, l’atto nel quale si compie il destino dell’uomo: destino come possibilità e non come fato, mediante il quale l’uomo può liberarsi dalla sua naturalità, dalla sua attualità, dal suo essere "cosa-nel-mondo" e farsi libero".

In tal modo il cristiano, pur distinguendosi nel mondo, vive nel mondo, vincolato al suo duplice destino, "cui corrisponde un duplice controllo della sua vita, segnando così la novità, essenziale e rivoluzionaria sul piano politico del messaggio cristiano".

"La rottura prodotta nella concezione politica antica dal "restituire a Cesare quel che è di cesare e a Dio quel che è di Dio" segna due ordini di valori superanti tutte le vecchie distinzioni: su di una classe di doveri più propriamente politici viene a configurarsi tutt’una classe di doveri che trascendono la politica, ma il quanto la trascendono, non la ignorano, bensì le imprimono trasformazioni radicali".

Stefan Zweig, grande scrittore viennese (1881-1942) era convinto che la costruzione della Unione Europea nel secondo dopoguerra dovesse iniziare dalla unificazione culturale e non burocratica né economica.

Così collegandosi a Goethe che scriveva: "il mercato libero dei concetti e dei sentimenti al pari del traffico di prodotti, crea un aumento generale di ricchezza e benessere generale per l’umanità" ma la cultura è una costola dello spirito, non certo frutto di un meccanismo tecnico e sofisticato del cervello umano.

La cultura umana è una categoria dello spirito.

In tutte le creazioni umane, soprattutto quelle artistiche di alto livello, si evince inconfondibilmente la presenza divina, cioè il soffio di "Colui che E’, "Forma delle Forme", "Pensiero del Pensiero", "Idea delle Idee", "Unità del Sapere".

E’ impossibile credere, per esempio, credere che la "Passione secondo San Matteo" di Bach sia frutto solamente di una ispirazione umana e così di seguito per gli altri capolavori non solo musicali.

Tutti i geni, anche se condizionati dalla loro natura umana nelle loro opere possono configurarsi come messaggeri di Dio.

Ma per ritornare al tema della morte, sono pochi gli uomini e le donne che non hanno paura della morte, per esempio gli eroi, i bambini in tenera età, i santi, i guerrieri sia uomini che donne.

Ma per tutte le altre categorie umane, la morte è un nemico invincibile e che fa tremare.

Ma gli esseri umani della morte hanno una visione intellettuale e non fisica, infatti vedendo morire il proprio padre o la propria madre, un fratello, una sorella, o un loro simile dovrebbero morire per la paura ed invece è tale l’attaccamento alla vita che su ogni evento o sentire, prevale la forza di vivere.

Ecco l’uomo in genere pensa: "un giorno il più lontano possibile morirò" e non "posso morire in ogni istante" e devo, perciò, essere pronto e preparato.

L’uomo considera la morte un evento futuribile e forse un giorno modificabile.

Dovrebbero essere istituite le Università sulla "Buona Morte", dove docenti specializzati insegnino come affrontare la morte sorridendo e con fiducia e dove si tengano corsi per migliorare la salute dell’anima.

Troppo tempo uomini e donne dedicano alla salute del proprio corpo, pochissimo a quella della propria anima.

Rita Levi Montalcini scriveva: "meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita".

Santa Teresa D’Avila nelle sue poesie recita: "Vivo ma non vivo in me e attendo una tal alta vita che muoio perché non muoio".

Sono due modi di "vivere la vita", ma in una stessa visione prospettica della stessa.

Molti in passato sono stati gli aspetti antropologici e culturali sulla morte che hanno interessato la popolazione sulla terra.

In particolare, per alcuni popoli era il rango del defunto che influenzava ogni decisione, in altre circostanze era la cultura o le consuetudini o varie motivazioni particolari che dettavano le scelte sulla sepoltura.

Per esempio, per i Persiani devoti alla terra e al fuoco, i corpi dei defunti non erano bruciati o seppelliti perché due elementi, terra e fuoco, non dovevano contaminarsi, ma venivano lasciati a decomporsi su piattaforme sopraelevate, vulnerabili alle intemperie.

Presso le tribù Yanoami, nella terra amazzonica, il corpo del defunto viene prima cremato e poi le ceneri sono impastate con una pappa a base di banana e mangiate da tutta la tribù in modo che l’anima del morto rimanga viva tra i suoi cari.

Ancora in voga oggi sono l’inumazione (bara di legno sepolta sotto terra), la tumulazione ( bara di zinco murata in loculo o tomba privata), la cremazione (il corpo incenerito dentro la bara in forni speciali).

Ma presso quasi tutti i popoli del mondo e in quasi tutte le religioni e usanze, non manca la cerimonia commemorativa, sia religiosa che civile e i cimiteri sono luoghi sacri e di grande rispetto.

Giacomo Leopardi così interpretava la vita: "Due cose belle ha il mondo :amore e morte". Due facce della stessa medaglia.

Amore, vita e morte sono tre linee parallele, le più importanti, nelle quali si svolge l’esistenza dell’homo sapiens.

La Bibbia non è un libro scientifico, né vuole inficiare la scienza: è metaforico e allegorico.

Il racconto biblico è il " primo libro a fumetti" che può essere letto ai bambini.

Ma la Bibbia è stata ispirata da Dio e perciò dovrebbe essere letta da tutti gli uomini.

Pio XII (1939-58) ha ammesso la Poligenesi, dunque nulla consta pensare che l’uomo si sia evoluto poligenesicamente .

L’uomo è persona umana per intervento diretto di Dio poiché è composto da carne e spirito.

Dunque lo spirito venne trasfuso nella carne umana nel momento nel quale Dio decise.

Per la Chiesa non interessa tanto da dove proviene l’uomo, che venga dall’evoluzione darwiniana o dal fango impastato di memoria biblica, quello che interessa che l’uomo diventa persona umana per diretto intervento di Dio.

Finito il ciclo evoluzionistico, Dio alitò nell’uomo lo Spirito della vita

( Libro della Genesi cap. 2° versetto 7°) : "soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente".

Da quell’istante inizia l’avventura umana, la sua storia impregnata dalla libertà, che tanto è servita all’uomo per la sua evoluzione, ma che tanti danni ha prodotto, produce e produrrà utilizzata male e al servizio del potere per conquistare il consenso dei popoli per poi successivamente dominarli e sfruttarli.

Quella libertà che sì ha reso l’uomo libero e responsabile delle proprie azioni, ma che ha costretto Dio a farsi"Uomo", perché vi era bisogno che il genere umano potesse salvarsi perché si era perduto nelle proprie miserie umane: è vero, tutto ciò rimane un mistero ma ha una propria ferra logica.

Gesù è stato il più grande rivoluzionario di tutti i tempi perché ha sancito e consacrato principi cementati dall’Amore , dal Perdono e dalla Giustizia giusta che hanno sconvolto e riscritto le regole di ogni tempo .

Perché Gesù ha sconfitto la morte?; perché ha sconfitto il peccato, cioè il "Male".

Ma torniamo al tema della morte.

E’ la rilettura di un passo isaiano opera di un profeta anonimo posteriore di un paio di secoli all’Isaia classico ( VIII secolo prima dell’era cristiana) nella quale si parla della resurrezione.

" Egli fu testimone del ritorno di Israele al focolare dopo l’esilio babilonese (VI secolo), ed è stato convenzionalmente denominato dagli studiosi come il Secondo o Deutero Isaia.

Non è l’unico passo in cui sembra brillare l’alba della risurrezione oltre la fine dell’esistenza terrena.

Poche righe prima, infatti, lo stesso autore proclamava: "Il Signore Dio eliminerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto" (25,8) . Ora, si sa che nell’antico Israele l’idea dominante dell’oltrevita era stata a lungo quella di una sopravvivenza larvale, nello Sheol, una regione sotterranea tenebrosa, polverosa e muta: " Gli inferi non ti lodano, o Signore, né la morte ti canta inni, quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà" esclamava il re Ezechia appena guarito da una grave malattia ( Isaia, 38,18).

Il testo "pasquale" deuteroisaiano che ora proponiamo è collocato all’interno della cosiddetta Apocalissi di Isaia (24-27) e si compone di due soli versetti antitetici : " I morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno: sì tu li hai puniti e distrutti e fatto svanire ogni loro ricordo….

Di nuovo vivranno i tuoi morti. I cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è luminosa, la terra darà alla luce le ombre".

Che significa, perciò, questa sequenza di morte, di vita illusoria o di resurrezione?

Il testo di per sè potrebbe essere solamente un carme simbolico per celebrare un’epopea di rinascita nazionale in cui fa capolino anche il peccato d’Israele che s’illude di poter partorire da solo la salvezza, attirandosi così la punizione divina, ma lasciando anche spazio all’opera di Dio che fa risorgere dal tronco morto della nazione un "resto" giusto di fedeli che attestano e incarnano la "risurrezione" di Israele.

Tuttavia, questa eventuale lettura della storia nazionale, nella connotazione dei versi del profeta e nella rilettura successiva alla luce della fede biblica nell’immortalità beata e nella risurrezione, è divenuta una parabola di speranza trascendente.

Ed è in questa prospettiva che noi ora la leggiamo, tenendo sullo sfondo altre pagine della Bibbia aperte a un "oltre" la morte, come il possente e grandioso scenario delle ossa aride che risorgono, dipinto da Ezechiele (37).

La prima parola del canto è metîm, "morti", e la prima fase è negativa: " i morti non vivranno più" (v. 14). L’ultima parola sarà invece tappîl, "dare alla luce, generare alla vita" e l’ultima frase sarà positiva:

    " la terra darà alla luce le ombre" ( v. 19).

Siamo, dunque, sospesi tra due poli antitetici: Dio è il Signore della morte e della vita, è Lui che annienta e che fa rinascere, a lui è sottomessa anche la sterilità che è come un parto di vento, ma Egli è soprattutto il principio della fecondità e della vita.

Come cantava Anna, la madre di Samuele, "il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire" ( 1 Samuele, 2,6).

Certo, in filigrana a questa oscillazione tra i due poli della risurrezione e della risurrezione no, che fungono da estremi, c’è la storia di Israele che ha di fronte a sé sia il dono della terra, della libertà, della fede e della vita sia l’esperienza dell’esilio, della schiavitù, del peccato e della morte.

Ma le figure usate diventano segno di una vicenda più radicale e generale in cui siamo tutti coinvolti. Da un lato, c’è la morte, coi defunti nelle loro tombe ridotti a spettri, immersi nella polvere dell’oblio. Dall’altro lato, si ha l’irruzione del Dio della vita.

E’ lui che fa crescere i popoli col dono della fecondità, ma è ancora lui che fa balenare un’ulteriore possibilità, quella di far fiorire la vita dalla stessa morte.

E’ il tema del citato versetto 19 che è stato definito come " un apice poetico e teologico dell’antico testamento" (Luis Alonso Schokel) proprio per la sorpresa che introduce.

I metîm, i " morti " dell’apertura del canto, i refa’îm, le "ombre", che si presentavano nel loro truce e cupo aspetto di defunti per sempre, di nuovo ritornano alla vita.

La terra che prima era un sepolcro che inghiottiva e polverizzava il vivente, ora si trasforma nella madre terra. Al grembo-tomba della scena precedente si sostituisce un grembo vitale e fecondo.

Sulle ossa degli scheletri e sulla polvere della carne dissolta scende una tal’orot, letteralmente una "rugiada di luci": essa rivitalizza quella terra che era stata divoratrice delle creature viventi perché è talleka, è "la tua rugiada" cioè il principio di vita è fuso dal Creatore.

Acqua "rugiada" e luce sono simboli divini che vengono effusi sulla nostra mortalità per aprirla alla vita. Nella scena, già evocata, del libro del profeta Ezechiele era lo spirito di Dio che passava attraverso gli scheletri calcificati per farli rivivere: " guardai ed ecco sopra di essi tendersi inermi, la carne cresceva e la pelle li ricopriva; lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi" (37, 8.10). Ma allarghiamo ora lo sguardo della nostra riflessione lungo l’intero arco delle Scritture Sacre.

Môt tamût, "certamente morrai !": questa gelida parola di Dio risuona fin dalle prime righe della Bibbia ( Genesi, 2, 16). La morte fisica è il segno del limite della creatura, anzi, è anche un grande simbolo che unisce in sé tante altre morti dell’uomo, quelle del peccato, della solitudine, della miseria, della violenza. Della morte sono striate quasi tutte le pagine della Bibbia proprio perché essa presenta una Rivelazione legata alla storia dell’umanità : l’intera Scrittura sembra convergere verso una morte suprema, quella di Cristo sul colle gerosolimitano detto " Cranio" , in aramaico Golgota . E’ proprio lassù lo spartiacque tra una morte che è solo fine e tragedia e una morte che è transito, soglia verso una nuova vita.

Come si è detto, per molti uomini e donne del Primo Testamento la morte aveva come foce ultima il silenzio della Sheol, gli inferi: " In pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia durata davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come un’ombra è l’uomo che passa Tu, Signore, fai ritornare l’uomo in polvere.

Lo annienti, lo sommergi nel sonno, è come l’erba che germoglia al mattino: all’alba fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e secca" (Salmi 39, 6-7; 90, 3, 5-6) .

E’ questa l’aspra convinzione anche di molti uomini e donne del nostro tempo che ripetono ironicamente col poeta Giorgio Caproni: "Se ne dicono tante. Si dice, anche, che la morte è un trapasso. (certo: dal sangue al sasso) " ( "Cianfrogna" in Il franco cacciatore). Anche Jago nell’Otello di Verdi ( sul libretto di Arrigo Boito) gridava: "La morte è il nulla e vecchia fola il Ciel!".

Ora, Isaia col suo sguardo profetico vuole perforare quel manto funebre che ricopre la morte e lo fa nei due versetti, sia pur ancora esitanti, appena letti.

Con lui altre figure, come alcuni oranti del Salterio ( Salmi, 16; 49; 73), fissano lo sguardo verso quella meta, consapevoli come scriveva in una lettera il poeta austriaco Rainer Maria Rilke che "la morte è il lato della vita rivolto altrove da noi, non illuminato da noi".

Ecco la voce di quei salmisti: "Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita (…….) Certo Dio riscatterà la mia vita, mi strapperà dalla mano degli inferi (….) Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria" ( Salmi, 16, 10-11; 49, 16; 73, 24 ) . E’ là che si deposita quella "rugiada di luci", capace di ridonare vita alla nostra cenere mortale.

Questo aprirsi della soglia della morte su un nuovo orizzonte oltremondano luminoso, era già balenato con la figura di Enok che, durante la sua vita, "camminò con Dio e poi scomparve perché Dio l’aveva preso" ( Genesi, 5, 24). Il verbo ebraico Iqh, che è reso di solito con "essere preso", significa appunto l’assunzione del giusto in Dio dopo la sua morte. Colui che è in comunione col Signore nella giustizia già durante l’esistenza terrena, nell’istante della morte, viene "attratto" nell’eternità divina.

E’ ciò che accade anche al profeta Elia che viene "preso" (Iqh) mentre sta camminando col suo discepolo Eliseo: " Ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco che s’interposero tra loro due, ed Elia salì nel turbine verso il cielo" ( II Re, 2, 10-11).

Il segno dell’ascensione, come avverrà per Cristo è il modo per esprimere l’ingresso nell’eternità e nell’infinito di Dio. Come scrive Benedetto XVI a proposito di Gesù dell’ascensione, "Egli ora è "innalzato" e questo implica un nuovo modo della sua presenza, che non si può più perdere (…..). l’ascensione non è un andarsene in una zona lontana del cosmo, ma è la vicinanza permanente", fondata appunto sull’infinito e sull’eterno che trascendono e inglobano lo spazio e il tempo.

Tutto l’annuncio cristiano converge verso quell’irruzione di luce e di vita, portata a noi da Colui che ha conosciuto nella sua carne il morire ma che in sé ha lo spirito divino, essendo il Verbo nel quale "è la vita e la vita è la luce degli uomini" (Giovanni 1, 4).

Per questo, Cristo è " il primogenito di coloro che risuscitano dai morti" ( Colossesi , 1, 18; cfr. Apocalisse, 1, 5).

Egli, infatti, risuscitato dai morti, è " primizia di coloro che sono morti" (1 Corinzi, 15, 20) per condurli alla vita. E’ lui che attua in modo efficace quell’annuncio isaiano risuonato sul colle di Sion: " eliminerà la morte per sempre" (Isaia, 25, 8). E’ lui che spande quella "rugiada di luci" che ha in sé la potenza di far rivivere i cadaveri nella gloria finale quando "Dio sarà tutto in tutti" (1 Corinzi, 15,28), in un unico abbraccio di eternità. La morte non perde tutto il suo volto tenebroso, sperimentato dallo stesso Cristo, quel volto che essa rivela al primo impatto è che nell’agonia ci rende simili alla partoriente che si contorce non per donare un’altra vita, ma per esalare la propria vita. Tuttavia dobbiamo avviarci verso quella meta, che ha per ciascuno una data idealmente già incisa sulla fronte stringendo in mano la promessa divina presente nelle pagine di Isaia e lasciando spazio al calore della pace pasquale" (Cardinale Ravasi).

La terra è dunque generatrice di morte, ma anche di vita, perciò è "Madre Terra", perché nel suo grembo si nasce e anche si muore mentre in Cielo si rinasce in eterno.

L’uomo è l’unico essere vivente che sa che deve morire, eppure esso con la morte gioca a nascondino.

Pascal scriveva: " Gli uomini non avendo saputo guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto bene di non pensarvi affatto per rendersi felici".

Per l’uomo moderno la morte è un tabù e davanti a questa la maggioranza degli esseri umani diventa vile.

Ma l’uomo esiste perché deve morire e non è solamente una legge fisica.

Ma quando la morte diventa insignificante?: quando questa viene interpretata "come la fine di tutto o come la fine di nulla".

La tesi " della fine di tutto" ebbe nell’antichità due sponsor autorevoli: Epicuro da qui la filosofia epicurea e Lucrezio, da qui la filosofia storica.

" Ero nulla prima di nascere, sarò nulla dopo la morte".

E il materialismo, il panteismo, l’epicureismo e stoicismo nella loro diversità culturale e filosofica, sono sodali nella tesi sulla morte: con la morte tutto cessa e perciò, per esempio: "goditi la vita" ( carpe diem) giorno dopo giorno.

La tesi " della fine del nulla" fu sostenuta da Platone, ma in seguito tra i suoi seguaci si sostenne la tesi che dopo l’esistenza di un individuo ci sarebbe un’altra vita ( metempsicosi o trasmigrazione delle anime) sotto altre forme, quali? : è poco chiaro! .

Ancora oggi ci sono nel mondo forme di religiosità e loro adepti che credono nella incarnazione dell’uomo dopo la morte in altri esseri umani o animali .

Nella filosofia Illuministica e nella posizione scientifica del Positivismo viene sancito il principio che con la morte muore l’uomo, come muore una pianta o un animale, o come nella fine di qualsiasi evento naturale.

L’individuo viene assorbito e annullato nel tutto materia.

Sono queste più recentemente le tesi di G. Espinoza e di Hegel e Schopenhauer, mentre Heidegger e Sartre affermano che la vita serve la morte e questa è l’autenticazione della vita stessa.

Ma torniamo indietro nei secoli.

Nelle pagine precedenti abbiamo significato come nell’Antico Testamento venivano chiamati i morti: " Metîm" e la morte :"Mût".

La cosa interessante è che la parola Mût viene utilizzata migliaia di volte sia come nome, sia come verbo.

E ancora nell’Antico Testamento la morte spesso si accompagna al commiato dalla terra.

Ora questo commiato può essere consapevole e dolce o inconsapevole e amaro.

Per esempio: Ezechia piange dolorosamente sulla sua morte vicina, mentre Giobbe la invoca solennemente.

Ma in genere la Bibbia quando parla della morte dei Saggi o Patriarchi, ne parla in modo semplice e positivo; insomma un trasloco senza traumi, anche perché con l’arrivo della morte viene suggellato il dialogo e l’alleanza dei viventi con Dio: la nota alleanza di Abramo e i suoi discendenti che ha come collante la fedeltà di Dio verso il suo popolo e la fedeltà del popolo d’Israele verso l’alleanza con Dio che è il Sommo Bene. Tale alleanza viene confermata nella "lettura profetica di Ezechiele e ci offre un anticipo di questo stile di Dio che sa trarre un ramoscello dal grande cedro per trasformarlo in una talea meravigliosa: il profeta vuole così annunciare la restaurazione del Regno dopo la rottura dell’alleanza con Dio. Egli pur castigando il peccato non rinuncia mai alla sua misericordia: ecco perché possiamo essere sempre pieni di fiducia pur dovendo comparire davanti al tribunale di Dio. Noi siamo come gli uccellini che si rifugiano tra le fronde del grande albero che è Gesù Cristo: apparso piccolo come un seme, ma poi vincitore della morte" (Elide Siviero) .

A conferma della potenza del regno di Dio, Gesù così diceva alla folla (dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)) : "così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.

Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura".

Diceva: " a che cosa possiamo paragonare il regno di Dio e con quale parabola possiamo descriverlo?. E’ come un granello si senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno, ma quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi sotto alla sua ombra".

Ma in un secondo tempo della storia del popolo ebraico la perdita di vitalità nel soggetto fa interpretare la morte come opposizione alla vita e dunque la persona morta non può essere più pura, ma impura.

La persona perde lo spirito nel momento della morte; lo Spirito ritorna al Suo Creatore poiché è un dono elargito dallo stesso.

E’ interessante notare come per il Popolo d’Israele, la morte non creata da Dio, diventa punizione per gli empi, per i disobbedienti alle leggi divine ed in questi casi sono colpevoli e la morte giunge come una punizione.

E’ stata proprio la disobbedienza verso Dio a rendere mortale l’uomo; senza di questa l’uomo poteva essere immortale .

La questione particolare da sottolineare è che nel racconto biblico, l’uomo disobbedisce, ma è la donna che lo spinge ad agire in tal modo.

Insomma l’uomo più che un artefice consapevole, appare una vittima inconsapevole schiavo della propria debolezza e vanità, mentre la donna sa quel che vuole e agisce di conseguenza.

Non sarebbe più corretto che i giusti avessero il dono della vita eterna in terra e gli ingiusti la morte?.

Mentre la morte non guarda in faccia nessuno: al giusto ed all’empio, al puro e all’impuro, al buono e al malvagio, colui che dice sempre la verità e allo spergiuro.

Il mistero rimane racchiuso nella conversione: " convertitevi e vivrete" (Ez. 18, 31-32), perché Dio non abbandona coloro che ama".

Il Salmo 16 recita……"mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra" (Sal. 16, 9-11).

L’Ecclesiaste affrontando il problema della morte alla radice, cerca di dare alcune soluzioni, che permangono, però, oscure: "…..vi è una sorte unica per tutti……., una medesima sorte tocca a tutti".

Ma in altri testi la speranza della resurrezione di coloro che vivono la parola di Dio nelle loro azioni e opere, diventa concreta.

Il giusto per antonomasia è la figura del "Servo di Jahvè" del profeta Isaia.

Il Servo muore e la sua morte è un sacrificio volontariamente offerto come espiazione per i peccati degli uomini.

Sorprendentemente appare una anticipazione della morte di Gesù.

Abbiamo parlato del "Vecchio Testamento", ora ci concentriamo sul "Nuovo Testamento".

Il passaggio è fondamentale perché qui morte e resurrezione sono i capisaldi della vita di Gesù; morte e resurrezione che investono tutto il genere umano.

La morte di Gesù rimane universalmente la più drammatica e probabilmente la più conosciuta anche per la sua Resurrezione.

Gesù stesso afferma: " bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei profeti, nei Salmi…..Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dei morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione".

Ma il profeta Isaia nel suo canto del Servo di Jahvè aveva preannunziato la morte e resurrezione di Gesù.

Ma Gesù ebbe paura della morte?.

Sicuramente si, perché morì disperato e si sentì abbandonato da suo Padre e lo stesso Gesù lo grida: " Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?".

La grandezza della morte di Gesù, risiede nella Sua umanità totalizzante.

Ma potrebbe anche essere che Gesù in quei momenti si rese conto che tutta la Sua opera e predicazione erano fallite: la sua resurrezione lo è anche nei confronti dello smarrimento momentaneo.

Ma come si comportò Gesù nei confronti della morte altrui?.

Generalmente il Cristo si dimostra consapevole che la morte è un evento naturale, ma lo stesso Cristo è profondamente turbato di fronte la morte di Lazzaro e scoppiò in lacrime, anche se sono lacrime di Dio.

Ma ritornando alla morte di Gesù, non può sottolinearsi come nei momenti della sua passione, la Madre di Gesù, Maria, diventi la Madre di tutti gli uomini e donne ed anche la Madre della Chiesa, assumendo un ruolo di primaria e fondamentale importanza nella Storia dell’Umanità.

Senza la Madonna la Chiesa apparirebbe amputata e senza speranza di vittoria sul Male.

Dunque Maria non è solamente la Madre di Gesù, ma è l’intermediaria più autorevole per la salvezza degli uomini presso Dio che la ama in modo del tutto unico ed ascolta le Sue istanze attentamente, perché la stessa spesso intercede per le sue creature sapendole peccatrici e bisognose.

E’ proprio il peccato che secondo la predicazione di San Paolo fonte della morte degli uomini, cioè vi è un legame indissolubile tra morte e peccato, ed è proprio per mezzo di Cristo che siamo stati

liberati dalla carne e dalla legge e "perciò la vita e non la morte è il segno sotto cui si svolge l’esistenza dei credenti".

Si può affermare che San Paolo davanti alla morte è più pessimista di Gesù che certifica che bisogna temere più coloro che uccidono il corpo perché l’anima si salverà se è rimasta fedele a Dio.

Anche San Paolo vede la morte come un evento illuminato dalla risurrezione di Cristo.

Nella lettera ai Filippesi ( 1, 23) lo stesso esprime il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo.

Ma gli stessi primi credenti, cioè i primi cristiani, poiché il cristianesimo era una religione messa al bando prima dell’Editto di Milano (313 d.C.), venivano preparati al martirio, autentica testimonianza di Fede e dunque non si doveva avere paura della morte, ma affrontarla con coraggio e serenamente e con tutta la forza possibile.

Ora se la Morte e Resurrezione di Gesù storicamente e con l’imprimatur dei Vangeli secondo Marco, Giovanni, Luca, Matteo (anche se non tutti quattro i Vangeli sono stati scritti da apostoli, poiché i Vangeli di Giovanni e Matteo sono frutto delle loro mani e memorie vissute personalmente, ma quelli di Luca e Marco no), è verificabile e verificata, scientificamente certamente non è stata verificata né è verificabile, ma è anche vero che non ci sono in tal senso prove contrarie.

Il problema è che o si crede ai testi dei Vangeli integralmente o non è possibile credere solo alle parti che convengono al lettore e a proprio uso e consumo.

Vi è una curiosità e cioè che spesso gli Evangelisti sono rappresentati con il simbolo del "tetramorfo" che compaiono nelle profezie di Ezechiele: " Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila" ( Ezechiele 1,10) riprese poi nelle visioni dell’Apocalisse giovannea:

" Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile ad un’aquila mentre vola; i quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi" (Apocalisse 4,7).

Da notare che in Ezechiele ogni vivente ha quattro facce, ovvero tutte e quattro le fattezze, a differenza di quanto è riportato nell’Apocalisse.

Sulla base di queste descrizioni e sulla base del modo in cui i rispettivi vangeli iniziano il proprio racconto, essi vengono associati a questi simbolo: Matteo è raffigurato come un uomo alato (assimilato ad un angelo: tutte le figure sono infatti alate). Il Vangelo di Matteo è quello che mette più in risalto l’umanità del Cristo (il Figlio dell’Uomo come viene spesso indicato). Il testo esordisce con la discendenza di Gesù e, in seguito, narra la sua infanzia, sottolineandone quindi il suo lato umano.

Marco è raffigurato come leone alato. Nel Vangelo di Marco viene maggiormente indicata la regalità, la forza, la maestà del Cristo: in particolare i numerosi miracoli accentuano l’aspetto secondo cui Cristo vince il male. Inoltre è proprio questo Vangelo che narra della voce di San Giovanni Battista che, nel deserto, si eleva simile a un ruggito (di un leone, appunto), preannunciando agli uomini la venuta del Cristo. Si veda anche "Vox clamantis in deserto".

Luca è raffigurato come un bue alato, ovvero come un vitello, simbolo di tenerezza, dolcezza e mansuetudine, caratteri distintivi di questo Vangelo per descrizione e teologia.

Giovanni è raffigurato come un’aquila. Il suo Vangelo infatti ha una visione maggiormente teologica, e quindi è quello che ha la vista più acuta. L’aquila è quello che vola più in alto di tutti gli esseri e che, unico fra tutti, può vedere il sole con gli occhi senza accecarsi, ossia vedere verso i cieli e verso l’assoluto, verso Dio. Il Vangelo di Giovanni si apre con parole di forte carica trascendente: " in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" ( Giovanni 1,1).

Sembrerà strano ma bisogna risalire a Platone per comprendere la distinzione tra anima e corpo e per comprendere la morte come liberazione del corpo: "il problema vero per l’uomo non è la morte come stato ma come atto" ( R. Bultmann ).

L’estinzione dell’esistenza terrena, libera lo Spirito e inizia la vera vita, la salvezza eterna.

Così la pensavano generalmente i primi cristiani, altrimenti non avrebbero potuto affrontare il martirio e la morte senza paura.

La differenza tra la concezione della morte tra i greci ed i Romani e quella cristiana è la seguente: i primi la consideravano un evento naturale, i secondi come conseguenza del peccato.

Probabilmente Dio non voleva la morte del corpo degli uomini, ma essi peccarono ed allora Dio misericordioso ha dato la possibilità al corpo di morire a posto dell’anima che è imperitura. (Rupertus: "de meditazione mortis").

Il famoso "memento mori" che gli uomini e le donne hanno inciso nel palmo delle loro mani con due "M" greche, è un continuo avviso agli stessi di vivere con la grazia di Dio in ogni momento della loro esistenza, perché la morte non guarda in faccia nessuno ed è implacabile e imprevedibile, ma va sottolineata la circostanza di grande rilievo anche psicologico, che proprio la speranza accompagnata dalla certezza dell’altra vita, rende la morte meno paurosa.

E questo aspetto oltre che religioso, culturale lo si trova in Lutero per il quale con la morte si ritorna a casa dall’esilio.

Il teologo-filosofo protestante Sören Kierkegaard sostiene che "la morte è la situazione decisiva non solo perché è l’inizio per tutti dell’eternità, ma perché come tutti di fronte all’eguaglianza".

La originalità del pensiero Kierkegaadiano risiede nel concetto della uguaglianza che fa paura perché toglie quella differenza di valori, di ceto, di razza esistente nel genere umano.

Ma come si contrappongono le tesi di Kierkegaard a quelle dal punto di vista cristiano?

Secondo il filosofo protestante la morte nel cristianesimo assume una duplice funzione: "Da una parte essa dà il vero timore di Dio e la serietà essenziale, dall’altra il cristianesimo accentuando il timore del giudizio di Dio, ha tolto il timore della morte".

Secondo lo stesso: "L’estrema serietà della morte sta nel fatto che chi deve morire sono io stesso.

E la cosa più seria è che, alla morte seguirà il giudizio: Errore, perché l’unica cosa seria è che sono io che devo morire e poi…..il Giudizio".

L’unica vera malattia mortale per il cristiano è quella dello Spirito. La Provvidenza e la Redenzione, cioè la rinascita, sono muri alzati contro la disperazione e solamente chi è disperato sente il bisogno della Redenzione e attraverso, appunto, la Fede si vince la disperazione.

La Fede può essere assurda o paradossale e induce ad una scelta drastica o si è con Dio o contro Dio, oppure lo si disconosce.

Ma come si comportano gli atei davanti alla morte? Filosoficamente sono carenti e non hanno, infatti, creato tesi convincenti.

Neanche il marxismo che, negando l’importanza della morte, tenta di costruire una prospettiva sulla costruzione di una speranza, ma esclusivamente su base storica: cioè un modesto supplemento della tradizione materialista e naturalista.

E’ interessante come M. Herdegger, filosofo, sviluppa tale filone di pensiero.

Per lo stesso l’esistenza dell’uomo è senza speranza e la sua vita è de valorizzata.

Davanti alla morte ogni cosa appare senza alcuna importanza, tutto è vano e nullo compreso l’uomo e la sua stessa angoscia per la morte: morte ed esistenza dell’uomo appartengono alla costruzione della vita di ogni essere umano, perché esistere è un movimento verso la morte, e cioè non è una possibilità dell’esistenza umana, ma la sua distruzione: dunque non rimane che attenderla.

Sartre, altro noto filosofo, contestava tale tesi rimarcando che si può attendere una determinata forma della morte, ma non la morte come evento distruttivo e dunque questa non può interferire nell’esistenza umana perché è un fatto contingente ed esterno ad essa; cioè la morte non fa parte del progetto umano, né è totalizzante e fattuale, è casuale, è assurda, perché l’uomo è un essere libero e la stessa morte è sottomessa alla sua libertà, anche se non esiste possibilità alcuna di superarla.

Ciò che l’uomo ha fatto durante la propria esistenza rimane oggetto nelle mani di altri, cioè preda degli altri, che decideranno se darle significato oppure no.

Egli contesta i positivisti e i marxisti che affermavano: è inutile cercare la trascendenza nell’avvenire dell’umanità, poiché l’uomo non deve attendersi nulla dello e dallo avvenire.

Il pensatore Camus scriveva: " L’uomo assurdo si afferma nella rivolta. Guarda la morte con un’attenzione appassionata e questo fascino lo rende libero: conosce la "divina irresponsabilità" del condannato a morte.

Tutto è permesso, poiché Dio non esiste e poiché si muore….." .

Dunque la morte è una struttura importante ed interiore della vita e ne sigilla contemporaneamente la radicale caducità dell’uomo e tutte le illusioni vengono fatte fuori dalla morte.

Ma gli uomini tutti insieme dovrebbero essere solidali per fronteggiare la morte e per Camus la fede nell’aldilà è tradimento del presente.

La ribellione contro la morte e contro l’assurdità è doverosa.

Marx come Camus ha amato appassionatamente la vita e perciò nei suoi scritti ha volutamente ignorato la morte perché ha sempre sostenuto l’ottimismo del progresso, legato alla vita della umanità e perciò la morte è quasi un’avversaria dell’aspetto sociale dell’uomo e va confinata nelle zone infraumane.

Per lo stesso la fede è una alienazione dell’uomo poiché lo distrae dai suoi doveri e valori terreni ed è ostacolo al miglioramento della condizione umana, distogliendo così l’uomo da suoi impegni terrestri, e dalla solidarietà necessaria a tenere gli uomini uniti e può essere elemento di archiviazione del sacrificio dell’uomo a servizio del mondo.

Hengels, invece sostiene che gli uomini muoiono perché così si rinnovano e prolungano la specie umana e quindi è un servizio alla vita, un omaggio alla stessa.

Oggi molti pensatori russi con inquietudine si interrogano più profondamente su uno dei più grandi interrogativi e misteri dell’uomo: la morte.

Religione e morte avrebbero dovuto scomparire con l’avvento del comunismo, ma così non è stato e non sarà.

Abbiamo accennato all’evento morte nel libro del Deuteronomio, negli usi di antichi e odierni popoli, nella Bibbia, nella vicenda straordinaria umana ed unica di Gesù, nella rilettura di un passo isaiano opera di un Profeta anonimo (VIII a.C.) e poi ancora con riferimento a Pascal, a Maritain, all’epicureismo e stoicismo, all’Ecclesiaste, al cristianesimo, a Kierkegaard, a Herdegger, a Engel, a Sartre, a Camus, ora cerchiamo di comprendere come viene considerata la morte dai teologi contemporanei.

Il riferimento alla "Sacra Scrittura" nella teologia contemporanea è costante, cioè i testi sacri sono i fari che guidano le navi in porti sicuri e la Sacra Scrittura è una base solida su cui costruire i ragionamenti e le tesi.

La morte può essere concepita come netta separazione dell’anima dal corpo (pensiero della filosofia greca), cioè una sua liberazione, oppure la morte oltre ad essere la fine della vita la rende definitiva, però finisce la peregrinazione dopo un passaggio, ma c’è anche il problema della morte come conseguenza del peccato proponendo l’assioma che

"la morte non è forse necessariamente parte dell’uomo, indipendentemente dal peccato". (Nocke J.F.) .

Si pone, poi, il problema di portata enorme e angosciante di come dovrebbero o potrebbero comportarsi i credenti per morire cristianamente, perché in ogni caso permane sempre la paura del dolore e della malattia e di come affrontarli.

L’esempio rimane Gesù morto e risorto. Egli affrontò la morte preparandosi al tragico evento e preparando i discepoli e informandoli che anch’essi avrebbero sofferto persecuzioni e martirio e spingendoli ad imitarlo anche davanti al mistero della Sua morte, e cioè provando anche paura, angoscia, abbandono, ma essendo coscienti che la fede vincerà tutto ciò compresa la stessa morte.

Perciò avere fede significa avere la salvezza eterna e la morte non è un destino irreversibile, ma da accogliere come "sorella morte", perché dà una vita nuova e generatrice di un avvenire migliore e senza pene: si rinasce sotto lo sguardo paterno di Dio.

"Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali, beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male" (San Francesco).

Certamente come si è accennato all’inizio di questo breve saggio, il credente deve crescere nel dubbio, negli interrogativi, a volte forse nella ribellione davanti ad alcune morti e sofferenze che non si comprendono, ma proprio tali debolezze e tragedie sono il fermento della fede.

La stessa unzione degli infermi, lo stesso viatico, accompagnati quando è possibile dalla penitenza, sono sacramenti necessari per una buona morte e per rinnovare sul moribondo l’effusione delle Spirito Santo, perché Esso da coraggio, fiducia e consolazione perché l’incontro con Gesù Cristo è sempre più vicino ed ogni persona onesta e buona è nelle mani di Dio.

Ma purtroppo l’uomo di oggi vuole sfuggire alla morte e la considera un evento futuribile, quasi che non appartenga alla vita della vita di ciascuno, con un pericolo, che questa fuga da questo evento inevitabile allontani l’uomo dalla fede cristiana, laicizzando la morte e tenendola, però, lontana e forzatamente dimenticata o da dimenticare, archiviando così la Resurrezione.

Attenzione: Gesù ha paragonato la Risurrezione al roveto ardente e poi spiega: "Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per Lui".

Dunque Dio crea la vita sia quella terrena, sia quella celeste e si serve degli uomini perché Dio li ama e vuole che il suo Regno sia il più possibile abitato e affollato dalle sue creature.

La morte di Gesù ha un valore di redenzione universale perché è l’espressione più grande dell’amore e della obbedienza del Figlio al proprio Padre e perciò Gesù è morto per tutta la umanità senza distinzione di razza, classe, ed età.

La morte di ogni essere umano che viene condivisa con Cristo si trasforma in un esodo, un passaggio, una nuova via da percorrere insieme a Lui.

"La Chiesa – afferma il Concilio Vaticano II – prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio (S.Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga ( c fr. 1 Cor 11,26 ).

Dalla virtù del Signore resuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà….(44)".

Il cristiano in quanto membro attivo della Chiesa non può che essere portatore di annunzi di speranza, superando, così, il mistero della morte che deve essere interpretata come segno di partenza e non di arrivo, nella infinita misericordia di Dio.

Dice Gesù: " Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà" .

E’ una affermazione fortissima e perentoria che sfida la fede e a volte la ragione del credente, ma è anche la sua salvezza.

Non ci sono scorciatoie possibili, né interpretazioni più o meno attendibili: "Io sono la risurrezione e la vita!" : quale vita se non quella dopo la morte!.

Gesù è molto chiaro e in questa Sua affermazione è anche duro e intransigente perché la posta in gioco è altissima, perché la scelta è definitiva: tra l’Infinito e il Finito, il tutto condito dall’amore e dal perdono.

La vita di ogni uomo è una prova difficile piena di cadute, ma per fortuna esiste l’appello durante l’esistenza, perché dopo non c’è riparazione o ripetizione.

Di fronte alla morte il cristiano non può, né deve assumere un atteggiamento passivo, non deve subire, ma agire, comprendendo che se dopo la morte dovesse esserci il nulla, tutto ciò sarebbe terribile, vano e vanificato: sarebbe la fine di tutto.

Ma non è così e non può essere tutto così miserevole e senza un collegamento con l’Amore infinito di Dio e questo, infatti, che ci rende immortali e liberi dalla morte e della sua visione che deve essere sempre beatifica, perché ci ricongiunge con Colui che ci ha creati e perciò non può che desiderarci.

Il romanziere Michel Faber osserva: " Vuoi chiedermi se sono credente? Mi piacerebbe di avere fede però non riesco. L’ateismo è faticoso e non ci aiuta quando se ne vanno le persone che amiamo.

Comunque, se è vero che la religione ha causato tante sofferenze, non si può dimenticare il patrimonio di saggezza che ha dato all’umanità".

La morte deve essere un inno alla vita, e la vita deve essere un inno alla morte: senza di queste non ci sarebbe l’umanità e senza di questa non ci sarebbe il Cielo.

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Testimonianza dalla GRECIA

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IOANNIS VOGIATZIS *, La politica fiscale ed economica della Troika, in Grecia,
alla prova dei fatti, come percepiti dalla gente, in privato e in piazza

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LUCIANI: "Dai fatti raccontati, si trarrebbe l'immagine di un popolo schiavizzato
per motivo del debito, e senza una speranza vicina" - Clicca su GR-EXIT e GRECIA

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Imprenditore in Grecia, Studente di Ingegneria Elettrica in Italia, Università di Bologna

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Ioannis Vogiatzis

Cominciando dall' inizio della crisi (2009)

1.- Inizio della crisi. Nel 2009 ci furono le elezioni politiche. Capo del PASOK (partito socialista era Giorgos Papandreu). Il capo della destra era Karamanlis.
   Karamanlis e Papandreu iniziarono a litigare per il debito pubblico della Grecia, e non si trovavano mai d accordo.
 
   Le elezioni furono vinte dal Pasok e Giorgos Papandreu, e poi dall' isola del Kasteloriso dichiarò al popolo greco che il debito era enorme e che lo Stato sarebbe entrato nel programma del Sistema Monetario Internazionale.
    Quindi la troika (Sistema Monetario Internazionale, Unione Europa , Banca Centrale Europea) avrebbe prestato alla Grecia dei miliardi e il programma della troika doveva guidare il paese.
  Una squadra di persone che quindi avrebbe dato degli ordini alla Grecia su cosa cambiare sia dentro il settore pubblico sia dentro il settore privato.

2.- Il debito interno nel 2009. Si dichiarò allora che il debito interno sia di circa 26 miliardi. Quindi lo stato automaticamente non era in condizioni di pagare gli stipendi ai dipendenti dello stato, e neppure le pensioni.
   La troika doveva prestare alla Grecia anche dei miliardi di Euro per debiti verso l'estero.
   La troika, nel dare ordini, iniziava dopo discussioni con il governo greco, che però (all'inizio) licenziava a poco a poco i dipendenti dello Stato.
   Il numero dei dipendenti dello Stato era grandissimo (nessuno conosceva il numero esatto) e il governo cominciò anche a tagliare gli stipendi di tutti, e anche le pensioni di tutti (furono tagliate 11 volte, durante la crisi).
   C'erano anche aziende pubbliche statali (ad es.:le ferrovie) che avevano dipendenti con elevatissimi stipendi, e  tante spese.
   La troika diede l'ordine di abbassare gli stipendi delle persone che lavoravano in quelle aziende, dati i loro legami con il bilancio dello Stato.
  Intanto tutto il popolo greco capiva, ormai, tutto quello che succedeva, e che tutti i governi precedenti avevano sbagliato le proprie scelte, e ha cominciato a cercare il vero motivo di questo disastro.
   Le cose si scoprivano piano piano e tutti imparavano cose strane, come bonus assurdi per certi dipendenti e anche scandali vari.

3.- Distruzione del settore privato, con nuove imposte. Fors' anche il sistema aveva fatto alcune cose buone allora (come taglio stipendi altissimi), ma allo stesso tempo cominciò a fare un errore enorme: ad es. certi cambiamenti dal lato fiscale iniziarono a distruggere il settore privato.
  Presso il pubblico non giravano più tanti soldi e le banche si fermarono nel prestare dei soldi alla gente. Tanti dipendenti del settore privato iniziarono a perdere il lavoro, perchè

le imprese non avevano ricavi dalle vendite e non potevano neppure pagare le loro spese.
   La troika imponeva anche nuove imposte, che la gente faticava a pagare.
  Per esempio fu messa una imposta sulla casa di abitazione, applicata alla bolletta della luce. Quindi la tassa era tanto piu grande quanto la casa era grande.
   Se quella casa si trovava in un posto urbanisticamente più alto, es. al centro della città, la tassa era relativamente più grande.
  Una mia opinione è che la troika doveva procedere più lentamente, per gradi.
  Si dovevano tagliare stipendi ingiustificati, elevati; si dovevano tagliare poco le pensioni, e sostenere il settore privato in qualche modo.
   Siccome la Grecia è un Paese piccolo e con una dirigenza bella, se si fosse iniziato il taglio delle spese, fin dalla legislatura precedente (2004), si sarebbe potuto  anche coprire almeno un eventuale vuoto di liquidità delle banche (un vuoto così grande non c'era mai stato  negli ultimi anni) . Non ho mai sentito, negli ultimi anni, che il vuoto medesimo superato 8 miliardi al mese, quindi 24 miliardi ogni 3 mesi.
   E' anche una opinione generale è che se si realizza una crescita produttiva grande, puoi tollerare una dirigenza del governo un pò sbagliata.
  A riguardo debiti bancari, assunti dal popolo prima del 2009, non c'era più la possibilità di rimborsarli, e le banche entravano in sofferenza.
  Una mia opinione è che si doveva mettere un limite ai prestiti bancari, sia pure in modo eccezionale
4.- Le nuove vicende, a seguito del governi Samaras. Con le nuove elezioni politiche, arrivò la destra di Samaras, che insieme col nuovo capo del Pasok Venizelos e Kouvelis (di sinistra) fece il nuovo governo.
   Capo del governo divenne Samaras.
   Nel frattempo, dopo questi anni di sofferenza, il debito interno era stato coperto tutto.
  Samaras intanto cercava di convincere la gente che entro pochi mesi sarebbe iniziata la crescita, ma una crescita che non si vedeva da nessuna parte.
   Sono della opinione che chi crede nella crescita del +2%, sbaglia e si sbaglia anche, ora, a dirlo.
   Il fatto che il settore privato arrivi a 0%, significa che il +2 sia probabilmente -5%.
  Nel frattempo la gente non ce la faceva a pagare le imposte, e il numero totale del debito della gente verso lo Stato arriva a essere di 86 miliardi di euro: una cosa mai vista prima, e la Grecia è l'unico Stato, dove questo succede.
  Siccome lo Stato non raccoglieva soldi, fu creato un sistema di rateizzazione in 100 rate mensili per il pagamento delle imposte, grosso modo in 8 anni.
  Con queste 100 rate per ogni persona quello che deve dare al mese è poco. Quindi ce la fa a darlo.
  Analogamente è per i debiti che ognuno di noi ha verso le 100 rate. Da quello che mi ricordo la troika spingeva a diminuire le rate.
Diminuire il numero delle rate significava semplicemente che lo Stato raccoglierebbe piu soldi.
  La troika spingeva per diminuire le rate, ignorando comunque tutta la gente greca che non aveva i soldi per pagare.

5. L'arrivo di Tsipras. Nel 2015 Tsipras vince le elezioni.
  Subito il ministro Varoufakis fa le 100 rate anche per i versamenti alla previdenza sociale.
   Ma tutti sanno che i ricchissimi in Grecia non pagano.
   Dopo un lungo periodo di mesi di trattative di Tsipras e Varoufakis con gli europei, visto che né loro né gli Europei facevano un passo indietro, alla fine accettava un nuovo programma per un prestito di 80 miliardi, di cui pochi di questi sarebbero stato spesi per la crescita.
   Ma prima di fare il passo indietro, Tsipras dichiarò il referendum.
   Mario Draghi subito dopo fece il "capital control" e chiuse il rubinetto della liquidità.
  La gente si ritrovò in una grossa difficoltà e alla fine il no al referendum arrivò al 63% .
   Ritengo che Tsipras avrebbe dovuto prevedere e organizzarsi meglio, e trovare degli alleati.
  Senza alleati da solo non poteva cambiare delle cose in Europa, ad es. l'Italia, cosa che non avvenne.
   Quindi Tsipras perse tutto, e accettò 80 miliardi di prestiti e iniziò il nuovo programma.

6.-  Ultimamente, per quanto riguarda il pagamento delle 100 rate di tasse, è stato aumentato il tasso di interesse.
   Negli ultimi mesi, la troika ha elevato la tassazione dal 3% al 5,05% sulle 100 rate, quindi ha elevato il debito intero di ogni persona e quindi è aumentata anche la rata mensile.
  Devo precisare una cosa importante. Per mantenere le 100 rate devi pagare ogni mese la tassa corrente con il modulo che ti arriva.
  Le 100 rate riguardano solo debiti vecchi. Se non paghi la nuova tassa che ti verrà entro un mese, perdi le rate pagate. Infatti, ultimamente, la gente che non ha da pagare è tanta, e dunque sono in tanti che hanno perso parte delle 100 rate.
   Quelli che hanno perso le rate versate, sono destinati a vedere il loro debito aumentare ogni mese, visto che viene tassato.
  Rimane la tassa sulle case, e quella la devi pagare in 3 rate.
  Se un pensionato ha 1200 euro al mese e ha delle case, da qualche parte, es., deve pagare per esempio 10.000 euro in 3 mesi. Cose assurde insomma.

  Conclusioni. Ritengo che la troika abbia creato un programma facendo elevare il debito in alto, forse per poi farlo scendere in basso dopo anni, visto la impossibilità che esso sia pagato.
  Ma, nel frattempo, ha fatto distruggere uno Stato intero e ha, secondo me, distrutto a parte della economia e anche la politica greca.

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FALLIMENTI BANCHE

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Ignazio Visco
Governatore B.d'I.

DECRETO LEGGE n. 2015/183
che ha liquidato quattro banche locali...
con rovina dei risparmiatori
fallite nonostante la vigilanza di Bankitalia e CONSOB

COMMENTO: la legislazione europea è meno buona
di quella italiana degli anni '30. Serve più carattere da B.d'I.

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Giuseppe Vegas
Presidente CONSOB

DECRETO-LEGGE 22 novembre 2015, n. 183 Disposizioni urgenti per il settore creditizio. (15G00200) (GU Serie Generale n.273 del 23-11-2015)

Entrato in vigore del provvedimento: 23/11/2015 decreto-legge e da essere convertito in legge entro 60 giorni:  

Art. 1  - Costituzione di enti-ponte ai sensi dell'articolo 42 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180  

1. Sono costituite, con effetto dalle ore 00,00 del giorno della pubblicazione del presente decreto-legge, quattro societa' per azioni, denominate Nuova Cassa di risparmio di Ferrara S.p.A., Nuova Banca delle Marche S.p.A., Nuova Banca dell'Etruria e del Lazio S.p.A, Nuova Cassa di risparmio di Chieti S.p.A, (di seguito "le societa'") tutte con sede in Roma, via Nazionale, 91, aventi per oggetto lo svolgimento dell'attivita' di ente-ponte ai sensi dell'articolo 42 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, con riguardo rispettivamente alla Cassa di risparmio di Ferrara S.p.A., alla Banca delle Marche S.p.A., alla Banca popolare dell'Etruria e del Lazio - Societa' cooperativa e alla Cassa di risparmio di Chieti S.p.A, in risoluzione, con l'obiettivo di mantenere la continuita' delle funzioni essenziali precedentemente svolte dalle medesime banche e, quando le condizioni di mercato sono adeguate, cedere a terzi le partecipazioni al capitale o i diritti, le attivita' o le passivita' acquistate, in conformita' con le disposizioni del medesimo decreto legislativo.

2. Alle societa' di cui al comma 1 possono essere trasferiti azioni, partecipazioni, diritti, nonche' attivita' e passivita' delle banche in risoluzione di cui al comma 1, ai sensi dell'articolo 43 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180.

3.   Il capitale sociale della Nuova Cassa di risparmio di Ferrara S.p.A. e' stabilito in  euro 191.000.000 ed e' ripartito in n. 10.000.000 (dieci milioni) di azioni; il capitale sociale della Nuova Banca delle Marche S.p.A. e' stabilito in euro 1.041.000.000 ed e' ripartito in n. 10.000.000 (dieci milioni) di azioni; il capitale sociale della Nuova Banca dell'Etruria e del Lazio S.p.A, e' stabilito in euro 442.000.000 ed e' ripartito in n. 10.000.000 (dieci milioni) di azioni; il capitale sociale della Nuova Cassa di risparmio della provincia di Chieti S.p.A. e' stabilito in euro 141.000.000 ed e' ripartito in n. 10.000.000 (dieci milioni) di azioni.
  Le azioni sono interamente sottoscritte dal Fondo nazionale di risoluzione; nel rispetto dell'articolo 42, comma 2, del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, il capitale di nuova emissione della societa' potra' essere sottoscritto anche da soggetti diversi dal Fondo nazionale di risoluzione.

4. La Banca d'Italia con proprio provvedimento adotta lo statuto, nomina i primi componenti degli organi di amministrazione e controllo e ne determina i compensi. Resta fermo, per la fase successiva alla costituzione, quanto stabilito dall'articolo 42, comma 3, del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180.
  Se gia' adottati al momento di entrata in vigore del presente decreto, tali atti s'intendono convalidati.
  5.   La pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del presente decreto tiene luogo di tutti gli adempimenti di legge richiesti per la costituzione delle societa'.
   Dalla medesima data per le obbligazioni sociali rispondono soltanto le societa' con il proprio patrimonio.
6. Fermo restando quanto disposto al comma 5, gli adempimenti societari saranno perfezionati dagli amministratori delle societa' nel piu' breve tempo possibile dall'atto del loro insediamento.  

Art. 2 - Risorse da versare al Fondo nazionale di risoluzione dopo l'entrata in funzione del Meccanismo di risoluzione unico  

1. Dopo l'avvio del Meccanismo di risoluzione unico ai sensi dell'articolo 99 del regolamento (UE) n. 806/2014, fermi restando gli obblighi di contribuzione al Fondo di risoluzione unico previsti dagli articoli 70 e 71 del regolamento (UE) n. 806/2014, le banche aventi sede legale in Italia e le succursali italiane di banche extracomunitarie, qualora i contributi ordinari e straordinari gia' versati al Fondo di risoluzione nazionale, al netto dei recuperi derivanti da operazioni di dismissione poste in essere dal Fondo, non siano sufficienti alla copertura delle obbligazioni, perdite, costi e altre spese a carico del Fondo di risoluzione nazionale in relazione alle misure previste dai Provvedimenti di avvio della risoluzione, versano contribuzioni addizionali al Fondo di risoluzione nazionale nella misura determinata dalla Banca d'Italia, comunque entro il limite complessivo, inclusivo delle contribuzioni versate al Fondo di risoluzione unico, previsto dagli articoli 70 e 71 del regolamento(UE) n. 806/2014.
  Solo per l'anno 2016, tale limite complessivo e' incrementato di due volte l'importo annuale dei contributi determinati in conformita' all'articolo 70 del regolamento (UE) n. 806/2014 e del regolamento di esecuzione (UE) n. 2015/81. 2. In caso di inadempimento dell'obbligo di versare al Fondo di risoluzione nazionale le risorse ai sensi del presente articolo, si applicano le sanzioni previste dall'articolo 96 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, per la violazione degli articoli 82 e 83 del medesimo decreto legislativo.  

Art. 3  - Disposizioni fiscali  

1. Nel caso in cui sono adottate azioni di risoluzione, come definite all'articolo 1, lettera f), del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, la trasformazione in credito d'imposta delle attivita' per imposte anticipate relative ai componenti negativi di cui al comma 55 dell'articolo 2 del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, iscritte nella situazione contabile di riferimento dell'ente sottoposto a risoluzione decorre dalla data di avvio della risoluzione ed opera sulla base dei dati della medesima situazione contabile. Con decorrenza dal periodo d'imposta in corso alla data di avvio della risoluzione non sono deducibili i componenti negativi corrispondenti alle attivita' per imposte anticipate trasformate in credito d'imposta ai sensi del presente comma. 2. Il comma 1 si applica a decorrere dall'entrata in vigore del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180. 3. Al comma 2 dell'articolo 16 del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83, convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1 della legge 6 agosto 2015, n. 132, le parole "in corso al 31 dicembre 2015" sono sostituite dalle seguenti: "successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014". 4. Ai fini delle imposte sui redditi, i versamenti effettuati dal Fondo di risoluzione all'ente-ponte non si considerano sopravvenienze attive.  

Art. 4  - Entrata in vigore  

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara' presentato alle Camere per la conversione in legge. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Roma, addi' 22 novembre 2015  

MATTARELLA,
Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri
Padoan, Ministro dell'economia e delle finanze  
Visto, il Guardasigilli: Orlando  

NINO LUCIANI, Fallimento banche oggi: Così non fece la legge bancaria monarchica del 1936 e dintorni

1.- Premessa. La divulgazione, in queste settimane,  di pericoli fallimenti bancari è pericolosa quanto il fallimento vero e propro, sia per il sistema bancario sia per  l'ordine pubblico. Ma il fatto del modo del far fronte al fallimento è responsabilità della UE, e anche dell'Italia (non di Renzi).
Cominciamo dall'ordine pubblico. E' ancora viva nella nostra memoria la rivolta popolare in Albania (1997), di fronte alll perdita dei propri soldi (causa insolvenze bancarie), da parte dei risparmiatori.
   Nel caso dell'Italia, il problema vivente non è se ci sia o non ci sia crisi diffusa di banche, ma se si crede che ci sia, e le molte loro sofferenze (che ci sono davvero) potrebbero innescare un fuggi fuggi dalle piccole banche. Questo sarebbe già un fatto insopportabile, abbinato ad altro fatto, vale dire il sistema bancario nel complesso non ha contante pari alla domanda potenziale di banconote.
 
2. La impostazione errata della UE. La responsabilià sarebbe, però, della UE, per come ha impostato il problema della insolvenza delle banche.
  Vediamo perchè. Essa è di assumere la banca come quella di una qualsiasi impresa, per cui in caso di fallimento, il problema è del fallito e di tutti coloro che hanno avuto legami con l'impresa. Dunque il problema sarà risolto secondo le regole del fallimento.
  E' anche vero che poi, a questa base la UE innesca delle integrazioni, ma se le può tenere, perchè solo dannose:
  a) il Fondo di solidarietà viene caricato sul sistema bancario, vale dire su altre banche, che non c'entrano niente;
  b) l'assicurazionde dei depositanti fino € 100.000 è solo un tranquillante, fondato su rischi con probabilità bassa, per cui è assolutamente assolutamente insufficiente in caso da crisi da panico.
  E che dire del Governo Renzi ? Non voglio dire nulla perchè, anche se dice parole, è come se non dica nulla, perchè il suo supporter tecnico (B.d'I.) è nel pallone da anni.
In teoria, basterebbe ispirarsi alla legge bancaria del 1936, solo che adesso il bilancio statale è talmente impegnato su "altro", che non ha mezzi per nazionalizzare le banche in fallimento.

3. Cosa si fece nell'Italia del 1929-36 . Allora non si fece così. Le banche in stato di fallimento furono nazionalizzate (questo non era aiuto di Stato) e lo Stato subentrò ad esse nei confronti dei risparmiatori.
  Si fece, poi, anche  una legge bancaria che:
  -  all'art. 1 dichiarava: " La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme del presente decreto";
  - un altro articolo sopprimeva "la banca universale" e portava una ferma distinziione tra istituto di credito mobiliare (per il mercato a breve) ed istitutii finanziari (per il mercato a medio-lungo termine.
- un altro articolo dava un peso importante alla riserva obbligatoria in banconote (a fronte dei depositi) e che poi Einaudi (governatore di B.d'I) rinforzerà alla fine degli anni 1940, a parte l'obbligo di un consistente patrimonio bancario (comunque sempre insufficiente in tempi di grandi crisi economiche, su cui tormo più sotto)
  Le banche nazionalizzate restarono pubbliche (sia pur anche nella tipologia della SpA, ma con la partepazione maggioritaria dello Stato) fino al 1993 e dintorni, quando una famigerata nuova legge bancaria autorizzò la rapina del patrimonio degli italiani, come regola.

4.- La leggerezza della legge bancaria del 1993. La legge del 1936 è stata sostituita dal Decreto Leg.vo 385/1993, su pressione della banca d'Italia. La sua caratteristica è di averci dato la "banca universale" (non solo in Italia).
  La riforma stabilì  che "l'attività bancaria" ha "carattere di impresa" ed "è riservata alle banche" (art.10), e inoltre ri-creò la banca universale, per:
a) fare operazioni sulla moneta, senza alcuna distinzione tra mercato a breve termine e mercato a medio-lungo termine;
 b) emettere obbligazioni; e  partecipare al capitale delle imprese, e viceversa, sia pur entro determinati limiti (fino al 5% OK di norma, fino al 15% o più servono speciali autorizzazioni della banca centrale) .
  c) avere un "capitale versato" (art. 14, lett. b) "non inferiore a quello determinato dalla Banca d'Italia" (?).
   Questo dispositivo è ripreso dall'art. 53, che chiede alla B.d'I. disposizioni concernenti "l'adeguatezza patrimoniale" e il "contenimento del rischio", sia pur differenziatamente da caso a caso;
  d) aderire ad un sistema di garanzia di diritto privato nei confronti dei depositanti, con risorse da essa fornite (art. 96) e (nei casi di liquidazione di banche) con garanzia accessoria dello Stato estere se la banca in liquidazione è una succursale di banca estera.

5.- Anche insufficienza grave della vigilanza della Banca d'Italia. Ho sempre pensato che, di seguito alla cessazione del potere di fabbricare moneta, la Banca d'Italia vada abolita come istituzione, e trasformato in una mera dipendenza decentrata della BCE.,
  Sulla questione della Vigilanza sulle banche, vorrei riproporre una relazione di Ignazio Visco (Governatore), in cui egli ammette candidamente (era alle prime armi) che (relativamente alla grande crisi, dal 2007) che la banca d'Italia è stata impotente, perchè il bacino bancario era internazionale, troppo più grande di quello dell'Italia (di competenza).
  Ma, dopo i fatti di queste settimane, la insufficienza è stata anzi motivata da una "faccia tosta" della B.d'I., che ha dichiarato che la B.d'I non può inibire il collocamento di "obbligazioni subordinate"  senza una nuova legge.   Evidentemente, le banche possono continuare a rapinare. Ma su questo dirò nel prossimo paragrafo.

3.- I buchi neri. Con  legge del 1993, la riserva obbligatoria (che allora viaggiava intorno al 25% dei depositi) diverrà via via più bassa, e dopo l'ingresso nell'area Euro, diverrà ulteriormente più bassa (la UE vorrà un minimo dell'1%, che le banche dovranno aumentare, a seconda del cliente depositante, e che oggi viaggia nell'intorno del 7-10% (secondo miei calcoli, e mi piacerebbe essere smentito).
   Questo elemento permette di spiegare le rapine, sopra accennate, e che non sono solo quelle spudorate relative alla collocazione di "derivati e vari titoli marci", di cui si dice in questi giorni.
   In premessa, si deve chiarire che le banche emettono "moneta bancaria" (vale dire, assegni bancari o assimilati) in aggiunta alla moneta legale (banconote della BCE e moneta metallica di Stato).  Infatti, dati i depositi in moneta legale, essi depositi (in seguito alle varie operazioni nel tempo) divengono globalmente pari alla moneta legale (depositata)  moltiplicata per l'inverso della percentuale della riserva obbligatoria. Es. se la riserva è il 10% dei depositi in moneta legale (M), il monte depositi tende ad essere: M/(10/100)=m*10, vale dire 10 volte il deposito iniziale in moneta legale (grosso modo pari al totale delle banconote in circolazione)
  Questo fatto conferisce alle banche di determinare un potere di acquisto immenso del patrimonio di beni e servizi, e di lucrare una provvigione per ogni operazione .
  Ai tempi dei Principi e Re il potere da battere moneta legale dava a loro un potere immenso di appropiarsi direttamente dei beni e servizi della società civile, che andava ad aggiungersi al loro potere politico assoluto.
  Di fronte agli abusi, la socieà civile riuscì ad imporre la cessazione del potere di battere moneta, che fu trasferito alla cosiddetta "banca centrale", organo tecnico, indipendente dalla politica.
  Di fronte a questa conquista di civiltà, non si comprende come mai la BCE abbia svilito il ruolo della riserva obbligatoria, come mezzo efficace per limitare la fabbricazione di moneta bancaria, e abbia coperto il buco giuridico-tecnico incrementando l'importanza del patrimonio bancario.
  Forse non si è capito che questo patrimonio serve davvero solo se è in moneta liquida, ma così non è. Anzi, esso è prevalentemente in capitale, che è presunto liquidabile.
  Forse non si considera che i grandi maestri (I. Fisher) hanno chiarito che il capitale è il valore attuale del reddito; e che, in tempi crisi del sistema economico, viene meno il reddito, per cui il capitale va in fumo, e quindi addio liquidabilità.

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EDIZIONI PRECEDENTI

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Dalla AIGE - Associazione Italiana Gestione dell’Energia*
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IX  CONGRESSO  NAZIONALE SULL'ENERGIA
Catania 17-18 settebre 2015

Argomento: "ENERGETICA E GESTIONE DELL'ENERGIA"

 

   * Prof. Enrico Lorenzini, Presidente Nazionale,  Università di Bologna

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IX CONGRESSO NAZIONALE AIGE SULL' ENERGIA

    1.- Nei giorni 17 e 18 Settembre si è tenuto a Catania, con ampio risalto sulla stampa locale (LA SICILIA), presso i locali della Cittadella Universitaria, la nona edizione del Congresso AIGE. Essa raccoglie competenze di alto profilo tecnico, scientifico, giuridico, industriale e manageriale, con la missione di promuovere le conoscenze nel campo energetico -gestionale e di divulgarle anche attraverso l'organizzazione di Congressi e seminari di settore e produzione di documenti e studi di politica energetica.
    Il congresso di quest'anno, oltre ai consueti temi di più spiccata valenza scientifica (termofluidodinamica, cogenerazione, energetica degli edifici, risorse rinnovabili, impatto ambientale dei sistemi energetici, etc.) ha incluso anche sessioni dove sono state trattate problematiche più propriamente politico-gestionali come il mercato dell'energia e la politica energetica nazionale (da anni la grande assente negli indirizzi di governo).
   E' stata una occasione per fare il punto sia sullo stato della ricerca scientifica di settore, sia sui tanti nodi ancora irrisolti della politica energetica nazionale.
   L' apertura del Congresso è avvenuta con il Saluto del Rettore Prof. Giacomo Pignataro e a seguire con il Saluto della Dott.ssa Lo Bello - Vice Presidente Vicario Della Regione Siciliana, quindi Saluto dell' assessore Bosco di Catania , Saluto dell'Ing. Colombrita Presidente ANCE Catania, seguito dal Saluto del Presidente di AIGE Prof. Enrico Lorenzini ; quindi la Lectio Magistralis del Prof. Oronzio Manca -vice- presidente nazionale AIGE , sul tema: Computational Heat Transfer in Solar Energy Systems and Thermal Energy Storage.

   2.- Nella prolusione il presidente nazionale prof Enrico Lorenzini ha ricordato dallo Statuto AIGE, L' ART.1 : '' A.I.G.E. è una Associazione costituita da persone o Enti che si interessano di ricerche in ambito scientifico, tecnologico, giuridico, economico, nel settore dell' energia, nella visione della politica energetica da perseguire. Essa si pone l' obiettivo principale di promuovere il processo di conoscenza e sviluppo della ricerca scientifica, tecnologica, economica e giuridica in tale settore e di elaborare e fornire documenti e studi di politica energetica?..''.
    In sintesi , AIGE fa politica e lo vuole fare molto di piu', perché viene riconosciuta la necessità che professori-tecnici diano il loro contributo alla classe politica nazionale.
   Obiettivo e' quello di fornire alla classe politica dirigente elementi utili per anticipare gli scenari del futuro attraverso visioni strategiche, politiche e tecnologiche, per affrontare la realta' , proprio perche' la tecnica e la scienza fanno passi da gigante a volte anche improvvisi. Del resto va tenuto conto del dramma del nostro Paese che ha un tasso di disoccupazione che dal 2009 ad oggi e' cresciuto dal 6,9% ad oltre il 12% , con punte di oltre il 42% tra i giovani dai 18 ai 24 anni ? .........
    Secondo Plutarco: '' i giovani non sono vasi da riempire ,ma fuochi da accendere '' . Siamo di fronte ad una nuova realtà, che deriva dalla necessità di rispondere a questi drammi stigmatizzati dai numeri.
   Pertanto AIGE deve comprendere e spiegare questa nuova realta',da cui discende che piu ' che cercare un lavoro, i giovani che escono dal nostro insegnamento dovranno essere in grado di crearsi un lavoro , facendo scattare nel loro cervello la scintilla dell' ingegno, dell' osservazione, dell' invenzione , della fantasia ! Quindi AIGE dovra ' auspicare , propagandare una vera revisione e un aggiornamento dei percorsi scolastici e universitari , attraverso documenti, conferenze, dibattiti.
   Cio ' non nega l' attivita ' di ricerca , ma la amplia con originalita ' . Ricordiamoci che molte università ' si muovono realizzando e promuovendo nuove attivita ' imprenditoriali, come spin-off, start-up .
   Altro compito di AIGE rimane la redazione di documenti programmatici--politici da presentare nelle sale della politica. Sempre piu' infine i nostri Congressi dovranno dare luogo a discussioni approfondite su temi specifici, di carattere generale, di fatto aggiornamenti completi su tematiche di interesse politico nazionale.

    3.- Tradizionalmente AIGE sviluppa ricerche su tematiche prettamente tecniche, presentate al Congresso, riconosciute di altissimo livello. Che vi sia bisogno di un 'pungolo' per la politica energetica italiana , lo testimonia un fatto grave avvenuto ben poco tempo fa.
     Nel 1999 da un ministro di fatto mal guidato in politica energetica, fu fatta approvare una legge, secondo cui dopo alcuni anni sarebbe stato "obbligatorio" mettere pannelli fotovoltaici in tutte le nuove abitazioni e addirittura anche in quelle che avessero dovuto subire una totale ristrutturazione. Giustissimo cio',  purchè ' fosse stato sviluppata, finanziata salvaguardata una nostra industria nazionale nel settore. In sintesi nessun contributo ecc. nessun progetto per sviluppare e rendere indipendente la nostra industria del fotovoltaico. Risultato : in questo modo l'ITALIA divenne sempre maggiormente succube di GERMANIA, USA , incentivando il loro mercato a proprie spese.
    L'energia è un asse portante della società industrializzata, correlata con la qualità della vita e i suoi consumi crescono con il livello di benessere delle popolazioni . Agli usi energetici sono però collegati oneri finanziari enormi, il che impone selezione di tecnologie efficienti, oculata e 'onesta' gestione, incentivazione del risparmio energetico a tutti i livelli e mirati indirizzi di politica energetica.
   Stiamo invece assistendo a una politica nazionale almeno ondivaga, se non contraddittoria. Si ripete l' esempio all'incentivazione delle rinnovabili elettriche avvenuta senza il necessario adeguamento delle reti, e soprattutto in assenza di incentivi a filiere di produzione nazionale di celle fotovoltaiche o pale eoliche, il che ha significato dare il clamoroso, ricordato, incentivo alle importazioni dall'estero (in particolare Germania, USA), senza dire della richiesta di innovazione tecnologica predicata alle nostre industrie di settore, ma senza il necessario sostegno alla formazione e alla ricerca scientifica.
   La stessa certificazione energetica degli edifici, sulla quale il Legislatore si è espresso a più riprese, fino ai tre recentissimi decreti del giugno 2015, risulta come un ulteriore fardello burocratico piuttosto che come opportunità di valorizzare l'immobile attraverso la sua qualità energetica.

   4.- Il Congresso ha toccato altri temi, per portare il contributo dei maggiori esperti italiani al dibattito nazionale. Una apposita Commissione ha selezionato 12 ricerche di alto livello scientifico, che saranno pubblicate sulla rivista "INTERNATIONAL JOURNAL OF HEAT AND TECHNOLOGY", edita e gestita dall' Associazione IIETA* .
_________________________
* "At present, the publisher of International Journal of Heat and Technology is International Information and Engineering Technology Association (IIETA).
    IIETA is a non-profit scholarly society based at Edmonton, Alberta, Canada. It is a self-funded organization dedicated to research, education, advocacy, and action in the public interest. It exists to provide students and scholars a platform to promote academic research in respective fields.
    It publishes journals in the areas of engineering, information technology and management, organizes international conferences, symposia and workshops dedicated to facilitate the exchange of highly peer-reviewed scientific knowledge for our members and external profession. IIETA provides the very best service in the proofreading, copy-editing and English language industry to our members.''.
   Website address: http://www.iieta.org/Journals/H%26TECH/PUBLISHER .

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UNIVERSITA'

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                    La CRUI rileva un taglio di 87 milioni nel 2015, rispetto al 2014,
             "e chiede al Governo un’immediata e decisa inversione di rotta
                       a partire dal varo di un piano di incremento progressivo del FFO".

LUCIANI: Direi, però, che la CRUI non fa nulla da anni per non trovarsi "sola e picchiata" nel rapporto con il Governo, e nemmeno cerca aiuto nei luoghi a lei naturali, che sono i sindacati unversitari, a parte che questi sono polverizzati. E qui ha ben ragione Renzi, quando "sogna" un sindacato unico, ossia una "voce unica" (la Camusso non ha capito nulla...). Ricordo che  il DPR 282/1980 nacque grazie ad uno stretto colloquio tra governo e sindacati, riuniti nel CNU-Comitato Nazionale Universitario. E di questo l'ex-Ministro DC, Giancarlo Tesini, ha reso testimonianza in un recente convegno a Bologna (21.5.2015)

Parere CRUI sullo schema del decreto di riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario per l'anno 2015
(Omessi qui i  paragrafi irrilevanti. Per una visione del testo completo,
clicca su:https://www.crui.it/HomePage.aspx?ref=2252#)

L’Assemblea della CRUI, riunitasi il giorno 7.5.2015, preso atto della nota MIUR del 6.5.2015, esprime, con voto unanime, il seguente parere avente per oggetto lo schema di decreto di riparto del FFO 2015.
....
La CRUI sottolinea che, dopo la parentesi dello scorso anno, il FFO complessivo torna di nuovo a diminuire, assestandosi per il 2015 a 6.923.188.595 euro contro i 7.010.580.532 euro del 2014, con una riduzione di 87,4 milioni di euro (a parte la concessione pietosa, a difesa del Sud, secondo cui nessun ateneo dovrà perdere più del 2%, rispetto all'anno prima. NdR).
.......
In termini di finanziamento, il nostro sistema non regge al confronto internazionale. Nel 2009 il FFO rappresentava lo 0,49% del PIL; oggi siamo scesi allo 0,42% contro lo 0,99% della Francia e lo 0,93% della Germania.

I tagli progressivi, unitamente al blocco del turnover (anche quest'anno pari al 50%), hanno determinato la perdita di oltre 10.000 docenti e ricercatori e la chiusura ai giovani e meritevoli ricercatori. Si rammenta che per il settore universitario le dinamiche salariali sono ferme da 5 anni. Tale grave disagio può essere compreso e accettato solo se le risorse risparmiate sono messe a disposizione delle giovani generazioni attraverso un programma nazionale di borse di studio per studenti in condizioni di disagio economico e di reclutamento di giovani ricercatori.
......
Relativamente allo schema di decreto in parola, in una valutazione complessiva la CRUI prende atto con favore:

• della gradualità di applicazione dei “costi standard per studente” (passaggio dal 20% della quota base del 2014 al 25% del 2015, pari a 1,2 miliardi di euro);

• dell’incremento del 2% della quota competitiva (170 milioni di euro compensati dalla riduzione della quota base per 175 milioni di euro); con riferimento a tale quota, anche alla luce della consistenza ormai raggiunta (1,385 miliardi di euro, il 20% del FFO totale), la CRUI ribadisce l’assoluta necessità che la quota competitiva sia di natura aggiuntiva rispetto alla quota base, come è avvenuto in Francia e Germania, e non viceversa sostitutiva.

La CRUI, inoltre, sottolinea che i risultati della VQR, utilizzati per ripartire l’85% della quota competitiva, si riferiscono a un periodo (2004-2010) ormai assai remoto anche rispetto ai cambiamenti intervenuti nel sistema e chiede che si proceda velocemente all'attuazione della nuova VQR. La CRUI prende atto con favore dell’incremento del peso assegnato alla didattica, di cui sottolinea la necessità di valutarne anche la qualità e l'efficacia. Rileva, tuttavia, come, la riduzione rispetto allo scorso anno del parametro di internazionalizzazione vada contro le linee strategiche ribadite a più riprese dal MIUR, le strategie e gli investimenti adottati dagli Atenei nel corso dell’ultimo anno e la coerenza che richiede la stabilità dei parametri. Il parere della CRUI su questo punto è negativo. Si chiede per l'internazionalizzazione il ripristino della quota dello scorso anno o, almeno, il ripristino dell’investimento in termini assoluti.

La CRUI, in aggiunta a quanto sopra, ribadisce anche l'assoluta necessità di un’applicazione graduale del modello dei “costi standard per studente”,
una metodologia molto innovativa, che dipende da numerosi fattori e che impatta così significativamente sulla composizione del FFO. Per il futuro, unitamente a una riflessione generale sull’algoritmo sottostante, la CRUI chiede grande attenzione agli effetti rispetto alla situazione di partenza dei singoli Atenei.

La CRUI ritiene altresì che la messa a regime del modello non è in alcun modo sostenibile dal sistema universitario senza un incremento del FFO commisurato ai costi definiti dal modello stesso. Senza un recupero dei tagli le dinamiche dei costi standard e della quota competitiva non potranno essere ulteriormente adeguate e giungere a regime. Una sostenibilità che è resa ancor più difficile dalla intrinseca maggiore variabilità del nuovo modello di ripartizione e che richiede necessariamente una conoscenza a priori dell'intervallo di variazione del FFO per una programmazione triennale. Solo così è, infatti, possibile evitare squilibri di difficile gestione da un anno all’altro e permettere agli Atenei un’efficiente programmazione di medio termine delle risorse.
......
  In sintesi, è assolutamente indispensabile un incremento del finanziamento complessivo che porti il FFO a coprire interamente i costi standard per studente e a rendere di natura aggiuntiva la quota competitiva.
....
Tutto ciò premesso, nell’esprimere complessivamente parere favorevole allo schema di decreto per le parti di competenza, la CRUI ribadisce fortemente come ulteriori evoluzioni del nuovo modello di finanziamento siano possibili solo con un FFO che torni a crescere a partire dal 2016.

A tal fine serve il recupero dal prossimo anno di almeno 100 milioni di euro per un Piano Giovani Ricercatori e di quanto necessario per il ripristino delle dinamiche salariali, in particolare per chi è all'inizio della carriera. È paradossale che il sistema universitario, statale e non statale, che ha visto negli anni affermarsi il merito, la valutazione e i costi standard, sia quello a cui il Governo continua a sottrarre risorse."

NINO LUCIANI, Ma questa CRUI contraddittoria, cosa va cercando ?

1.- CRUI contraddittoria. Il documento della CRUI, di cui è riportato uno stralcio qui a fianco (e di cui si può avere l'intero cliccando sul link) si caratterizza per una contraddizione gravissima:
a) da un lato il lamento per i tagli del governo;
b) da altro lato il pieno favore al nuovo metodo di calcolo del fabbisogno applicato dal MIUR, che da come risultato i tagli stessi. 2+2 fa quattro, non fa 5.
  Il metodo, ultimo nato, è il costo standard per studente e come Professore Ordinario di Analisi dei Sistemi Finanziari, Paleari dovrebbe sapere che non esiste un   costo standard per studente, ma il costo standard di una siringa, di un singolo bene.
Invece il costo per studente è un valore medio di un bene complesso, quale e' una università, e poi ogni università è ben diversa da altra università. Ad es., i   costi di Palermo o di Messina sono cosa molto diversa da quelli di Milano o Venezia.
  Ben peggiore, poi, è il caso della parte di finanziamento in base al cosidetto merito. I dati statistici (quelli che ho controllato io qualche anno fa) erano relativi ad anni precedenti, anche vecchi di 5 anni, e non avevano alcun signicato per l'anno in corso. Ci sono, poi, indiatori di merito senza alcun significato di efficienza (il numero degli studenti stranieri)....

2.- Una proposta politica è tale se supportata da una forza politica. Spiace molto il tono riverente del parere, verso il Miur. Non c'è neppure la salvaguardia della dignità.
   Soprattutto spiace che neppure lontanamente si sia consapevoli che una proposta politica è tale se supportata dalla propria forza politica.
  Cosa fa questa CRUI per movimentare le università italiane, vale dire i professori, i ricercatori, gli studenti, che proclama di voler difendere ?
   Poi, non basta chiedere al Governo. Occorrerebbe andare indicare al Governo in qual capitolo del bilancio prendere i soldi, in modo che emergano le responsabilità del Governo.
   Ad es., la spesa pubblica è il 55% del PIL e, si aggiunge la spesa delle imprese pubbliche (classificate dall'ISTAT nel settore privato) si arriva al 65% del PIL. Dunque, non si direbbe che lo Stato non disponga di soldi. Evidenntemente le priorità sono altre.
Ad es. la spesa pubblica è cresciuta di botto, del 15% del PIL, dal 1977, quando entrarono in vigore le Regioni. Ma il criterio era che all'aumento della spesa per le Regioni, doveva corrispondere un taglio corrispondente della spesa dello Stato in senso stretto.

E' evidente che le Regioni sono un  doppione dello Stato, sotto molti punti vista. Dunque ...

3.- Per una CRUI che colloquia con i sindacati plurali, ma  con una voce unica. Questa CRUI non ha alcun dialogo, neppure con le rappresentanze sindacali universitarie. O forse ha ragione RENZI, quando "sogna un sindacato unico, senza più sigle e sigle" (dichiarazioni a La7, 23.5.2015).
   In effetti, il problema è ben altro che una questione da regime autoritario che, secondo la Camusso piacerebbe a Renzi). Trattasi del fatto che il pluralismo sindacale (le sigle universitarie sono una trentina) è importante e necessario nella misura in cui, poi, riesce ad esprimersi con una voce unica davanti alle autorità.
  Invece, non è così. Per anni ho visto molte, a turno, confrontarsi intorno allo stesso tavolo (c'ero anchio) e perfino ad arrivare documenti unitari, ma poi davanti al ministro le sigle diventano il doppio, e ognuna diceva la propria opinione, che accentuava cosa diversa, rispetto quella dell'altra sigla.
Bisognerebbe capire che un ministro non ha un compito facile se deve anche prendersi il carico di mediare tra i sindacati.
  Voglio ricordare il DPR 282/1980 nacque grazie ad uno stretto colloquio tra governo e sindacati, riuniti nel CNU-Comitato Nazionale Universitario. Mi fermo qui.

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SITUAZIONE NELL'UNIVERSITA'

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Stefano Paleari, Presidente

Stefano Paleari, Presidente della CRUI  fa:
LECTIO MAGISTRALIS all'Università di Lecce:
"Il finanziamento pubblico non è più in grado di supportare la
ricerca e, in taluni casi, nemmeno l'intero sistema universitario."

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FRATTANTO SI DICE IN GIRO: A) CHE IL GOVERNO PENSA DI METTERE L'UNIVERSITÀ,
FUORI DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE; B) E CHE LA CRUI E CONFINDUSTRIA
ABBIANO FATTO UNA "COMMISSIONE PARITETICA" PER INDICARE COME FARLO...

LUCIANI, PER UNA PIENA AUTONOMIA DELL'UNIVERSITA', SEMPRE PUBBLICA,
MA IN REGIME DI "SEPARAZIONE TRA PROPRIETA' E GESTIONE"

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  Nota. La Lectio, pronunciata nel profondo sud (Università di Lecce) abbraccia l'intera storia, relativamente recente (1936-2015), dell'università italiana ed è un formidabile strumento di riflessione. Tuttavia, essa contiene una tesi (a pag. 20) che smonta il castello, e che suona così:
"Il finanziamento pubblico non è più in grado di supportare la ricerca e, in taluni casi, nemmeno l'intero sistema universitario."
Se le cose stanno così, di cosa si sta parlando? E cosa vuol dire, invece, che l'Università è strategica per qualunque Paese al mondo, se poi gli Stati non la finanziano ?
   Mancano davvero i soldi, nello Stato italiano, pur vero che esso fa soffrire da anni il finanziamento dell'università.
   Ciò viene smentito dal fatto che lo Stato annega di soldi, ma che destina altrove.
Infatti lo Stato,  dispone di un budget pari al 55% del PIL (e che arriva al 65% se si mettono dentro le imprese pubbliche), di cui (al netto della sanità, 7%) l'8% destina per tenere in piedi 20 le Regioni, che sono un duplicato dello Stato.). Vedi 20 parlamenti regionali che fanno 20 volte le stesse cose (es. 20 leggi per regolamentare le caldaie, ...), mentre il parlamento nazionale potrebbe  fare una sola legge, e non solo per le caldaie... .

CONCLUSIONE: il trovare di mezzi finanziari aggiuntivi per l'università è un problema di priorità tra università e altro (partiti, in primis).

Stefano Paleari, Presidente della CRUI - Conferenza dei Rettori delle Università Italiana.- LECTIO MAGISTRALIS all'Università di Lecce, 20.03.2015. Per il testo completo, clicca: CRUI

Il futuro dell'Università:
fra competizione e welfare

SOMMARIO DELLA LECTIO

1.- L'UNIVERSITÀ ITALIANA TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO

2.- L'UNIVERSITÀ ITALIANA DEI NOSTRI NONNI

3.- L'UNIVERSITÀ ITALIANA REPUBBLICANA.
    a) La prima fase;
    b) La seconda fase (legge 240/2010);

4.- I CAMBIAMENTI NELL'UNIVERSITÀ ITALIANA NEGLI ULTIMI ANNI.

5.- LE SCELTE POLITICHE DEGLI ULTIMI ANNI SULL'UNIVERSITÀ.

6-  E OGGI, DOVE STIAMO ANDANDO E DOVE VOGLIAMO ANDARE.
      -  Premessa: relazione tra università e società
      -  Le domande di fondo prima di iniziare
      - A proposito di modelli altrui: cartolina da berkeley

7.- I PRIMI OBIETTIVI POLITICI

8.- ALCUNE CONSAPEVOLEZZE E CONSEGUENZE INATTESE

9.- LA DIFFERENZIAZIONE: UNIVERSITÀ E RANKING.

10.- CHE COSA STA SUCCEDENDO?
     -trend del sistema universitario a livello globale

11.- LA SOSTENIBILITÀ DEI SISTEMI EUROPEI DI HIGHER EDUCATION
     - Trend europei: demografico.
     - Trend europei: economico
     - Trend europei: mobilità internazionale

12.- LA MINACCIA CHE INCOMBE: LA SOCIETÀ "DUALE"?

13.-  UN DIBATTITO SUI DUE LATI DELLA STESSA MONETA

14.- CONSEGUENZE INATTESE?

15.- QUALI PROPOSTE?
     a. Tra diritto allo studio e università, dal 2009 sono stati tagliati oltre 1.000 milioni di euro. vanno recuperati con precise priorità
     b. Investire sui giovani ricercatori: 100 mln di euro il primo anno e 300 a regime per reclutare il 20% dei migliori dottori di ricerca (2.000 giovani all’anno).
     c. Investire sul diritto allo studio: 100 mln di euro il primo anno fino alla copertura del 100% degli aventi diritto.
     d. Semplificare l’amministrazione dell’università soffocata dalla burocrazia raccogliendo in un testo unico tutto ciò che regola le attività.
    e. Valorizzare la qualità media insieme alle eccellenze: costi standard e premialitàa regime con risorse aggiuntive;
    f. Costruire uno stato giuridico nuovo che premi i migliori e riduca il precariato dei giovani oggi su livelli patologici

16.-  L’UNIVERSITÀ E L’ITALIA DI DOMANI
      - Se l’italia vuole ritornare a crescere e se vuole essere un paese migliore ha bisogno di più università: non come numero ma come qualità di ognuna nella didattica e nella ricerca;
     - Anche le università devono fare la loro parte promuovendo il merito e il buon uso delle risorse, da nord a sud senza eccezioni;
    - Non può definirsi né ricco né evoluto un paese che educa e cura discriminando i suoi cittadini.

NINO LUCIANI. Un possibile schema per salvare la autonomia piena e il finanziamento pubblico della Università: la separazione tra proprietà e gestione.

   In queste settimane, dentro i sindacati universitari, si parla del Governo, come intenzionato a mettere l'Università fuori dalla Pubblica Amministrazione e di una presunta Commissione paritetica CRUI-Confindustria per fare proposte sul modo di farlo.
  Nella Lectio riportata, la CRUI appare in qualche modo rassegnata ad un sostegno finanziario definitivamente sotto tono, dello Stato all'università, quasi una coerenza con quanto sopra.
  Questo mi pare brutto, soprattutto da parte della CRUI.
  A mio avviso, un modo appropriato di affrontare quel pericolo è di interpretare l'idea della uscita dalla PA, come soluzione approprita dell'annosa autonomia finanziaria (entrata e spesa) della Università. Quindi l'uscita ci potrebbe essere, ma solo per migliorarne l'efficienza gestionale e finanziaria della università, ma mai e poi mai l'università a carico prevalente degli studenti !
  Vediamo una sintesi di un possibile progetto, coerente con la natura pubblica della università .

  SEPARAZIONE TRA PROPRIETA' E GESTIONE
  1.- La proprietà rimane allo Stato. La produzione e gestione sono un compito dell Università.
 

   2.-  Lo Stato-proprietario controlla i risultati finanziari e teoricamente percepisce un utile (ZERO, se il bilancio deve essere in pareggio).
  
Il controllo della Corte dei Conti dovrebbe divenire preventivo e successivo (oggi è solo successivo).
 
   3.- L'Università, in quanto gestore - produttore

    a) produce la didattica e fa la ricerca;
    b) fissa la retta scolastica, pari al costo standard (sia pur differenziatamente per tipologia di prestazioni didattiche);

   4)
Lo Stato quale utente
(in rappresentanza delle famiglie, che pagano le imposte) paga la retta scolastica;
  - e le famiglie pagano i contributi studenteschi (quota di retta scolastica, eventualmente non coperta dallo Stato).

Nota. Gli
studenti bisognosi e meritevoli (art. 34 Costituzione) sono a carico totale di apposito fondo del bilancio dello Stato, eventualmente erogato   tramite le Regioni, in modo uniforme sul piano nazionale.

 5.- Sistema finanziario. Le fonti di finanziamento dell'ateneo sono:
- entrate proprie (retta scolastica, contributi studenteschi, contributi di altri utenti didattici, prezzi privati e prezzi pubblici a fronte del costo di prestazioni di beni e servizi di strutture produttive dell'Ateneo, affitti di locali di proprietà dell'Ateneo, dividendi di enti al cui capitale l'Ateneo ha partecipazioni);
   - liberalità di terzi privati, con totale esenzione fiscale;
   - trasferimenti dello Stato e di enti locali.
  
5.1.-  Nel caso di medicina (art. 32 della Costituzione), tenuto conto delle deroghe di legge, il prezzo delle visite mediche e degli esami diagnostici dovrebbe essere coerente con la natura pubblica dell'università e, in ogni caso, (secondo la tradizione della scienza delle finanze) non superiore al 30% del costo.
  In particolare, tenuto conto che l'imposta personale sul reddito è improntata a criteri di progressività, non vanno ammessi ticket progressivi per fasce di reddito.
  Nel caso delle visite in libera professione, il prezzo non dovrebbe superare di una determinata percentuale (10% ?) quello delle prestazioni in regime pubblico.
   Identico criterio deve valere per gli esami diagnostici in libera prestazione.

 

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LA CRISI ITALIANA  E' MORALE, PRIMA  CHE  ECONOMICA ?

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Luciano MOTZ*, LA POLITICA ITALIANA NON MANIFESTA ALCUNCHE'
DI CRISTIANO. AL TEMPO STESSO  I CATTOLICI NON HANNO VOCE POLITICA.

 

* Dirigente di azienda, Trieste

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Luciano Motz

 

   È singolare che, avendo il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio dei Ministri cattolici, la politica italiana non manifesti alcunché di cristiano.
  D'accordo, il Presidente della Repubblica non ha un ruolo esecutivo ed è in carica solo da una manciata di giorni, ma il Presidente del Consiglio lo è già da qualche tempo. Ma come si può chiedere qualcosa di cristiano a chi ha scientemente associato il proprio partito al gruppo socialista europeo, cosa che neppure il comunista Bersani ha osato?
   Semmai, desta meraviglia che nessuno del pur nutrito gruppo dirigente cattolico del PD abbia protestato.
  Ecco, il dato drammatico è che in Italia, oggi, i cattolici non hanno voce politica.
    Nessuno più si dichiara cristiano e, quando vuole riferirsi alla matrice culturale cristiana del popolo, sussurra pudicamente e quasi con vergogna il termine "popolare", associandolo però immediatamente al termine "liberale". Perciò le cose vanno male, perché satana, il signore di questo mondo, è un lupo che si cela sotto il vello mansueto dell'agnello.
   Così la delinquenza, organizzata o no, è in crescita, la corruzione è onnipresente, l'immoralità è l'intrattenimento quotidiano anche alla televisione pubblica, l'economia regredisce, la disoccupazione, specie giovanile, aumenta e l'Italia sta scivolando verso un declino che può essere irreversibile.
    L'uomo da solo, con tutto il suo orgoglio e la sua presunzione, non può fare nulla di buono.
   Mai l'uomo da solo riuscirà a trascinare l'Italia fuori da questa crisi che prima di essere economica è morale, senza l'aiuto di Dio. Occorre, quindi, costruire quello che oggi non c'è: un partito autenticamente cattolico, meglio, cristiano. Non perché i cristiani siano migliori o più capaci di quelli che non lo sono, ma perché solo essi possono, in tutta umiltà, abbinare all'azione politica la preghiera. Ma c'è anche un altro motivo che preme per costituire il partito cristiano: quel 50% e più di elettori che costantemente disertano le urne. Se volgiamo l'attenzione a loro, possiamo capire, anche se non esistono dati statistici, che essi sono, per una parte, giovani senza speranza, che non hanno mai votato in vita loro, e, per un'altra buona parte, cattolici disgustati degli attuali partiti politici. Gli estremisti, invece, votano comunque, e gli ultrasinistri hanno trovato in Grillo il loro vate (forse sarebbe più consono dire water, visto il numero di deretani che sono sempre sulla sua bocca). Questi astenuti difficilmente torneranno a votare, perché ormai sono avvezzi all'astensione e, anzi, ne fanno vanto. Per smuoverli occorre una forte scossa, qualcosa di nuovo, di originale. E la scossa necessaria è un partito totalmente nuovo, cristiano, senza paragoni con quelli precedenti o esistenti, che nasce spontaneamente dal popolo cristiano, non per accordi di vertice tra potentati e professionisti della politica.
    Un partito dove i giovani possono esprimere il loro impegno ai massimi livelli e gli anziani valorizzare la loro esperienza.
    Un partito che opera veramente per il bene comune e che non teme di affermare i sacrosanti principi di tutela della creatura dal concepimento alla morte, della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, del diritto dei genitori a educare come vogliono i propri figli.
   Renzi dice, sapendo di mentire, che, alle elezioni europee, il 40% degli italiani lo hanno votato, ma in realtà solo il 22% del corpo elettorale ha votato per il PD e tale percentuale, alle regionali, è scesa al 17% in Emilia-Romagna e al 13% in Calabria.
    Il nuovo partito cristiano, forte e autorevole, di massa, come si diceva un tempo, facendo presa anche solo sul 50% degli astenuti può superare largamente il PD e diventare il partito di maggioranza relativa. È un sogno? Può essere, ma il sogno di uno solo resta un sogno, però quando viene condiviso da molti diventa realtà.
   E, allora, vale veramente la pena di darsi da fare per creare questo partito, perché l'impegno dei cattolici non può limitarsi a fare volontariato nelle missioni di qualche ONG o ad assistere gli immigrati in qualche ONLUS, ma deve cancellare l'attuale miseranda politica, inquinata dal relativismo e affascinata dall'invenzione diabolica dei "diritti civili", e tornare ad alimentare, invece, quella politica che, come diceva il beato Paolo VI, è la più alta forma di carità.

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EDIZIONI  PRECEDENTI

LOTTA alla EVASIONE FISCALE: tra il GATTO e la VOLPE

Nel corso della inaugurazione anno accademico della GUARDIA DI FINANZA

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Premier Matteo Renzi

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RENZI: "E' finito il tempo dei furbi. Contro l'evasione, onore-disciplina"
PADOAN: "Lotta all'evasione per ridurre la pressione fiscale"

LUCIANI:   LA GIUSTIFICAZIONE DELLE DIFFERENZE FISCALI DEI VARI PAESI NEL MONDO sono:
Alta fiscalità in rapporto ad alto intervento dello Stato nella economia e nel sociale.
Bassa fiscalità in rapporto a basso intervento dello Stato nella economia e nel sociale

.IL FONDAMENTO ECONOMICO ED ETICO DELLA EVASIONE FISCALE:
Alta fiscalità in rapporto a basse prestazioni dello Stato nell'economia e nel sociale

PARLIAMO DELLA  EVASIONE FISCALE, CON SINCERITA' e VERITA'

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Ministro Carlo Padoan

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ALCUNE STATISTICHE, DALL'ALTRA PARTE

(Valori in milioni di euro, a prezzi correnti)

2009

2013

2014

ENTRATE FISCALI (imposte dirette e indirette, contributi sociali)

653.699

43,2% PIL

687.377

44,1% PIL

707.760

45,3% PIL

SPESE CORRENTI

731.502

48,2% PIL

755.935

48,4% PIL

766.663

49,1% PIL

   Fonti: Relazione Gen. B.d'I. 2014, p. 102, per il 2009; MEF, Nota tecnico-illustrativa alla legge di stabilita', 2014, tab. 3.2-1

Fonte: http://www.mef.gov.it/ministero/ministro.html

Nel corso dell'Anno Accademico della Guardia di Finanza
- 28 novembre 2014 -

MINISTRO DELL'ECONOMIA Carlo PADOAN
(Stralcio del primo capoverso)

1.- In Italia l'evasione fiscale sottrae all'erario risorse ingenti. Queste risorse potrebbero essere utilizzare dallo Stato per migliorare il bilancio pubblico, ridurre la pressione fiscale e perseguire obiettivi di equità sociale. L'evasione distorce il funzionamento del mercato, pone i contribuenti onesti in una condizione sfavorevole rispetto agli evasori, impedisce l'allocazione ottimale delle risorse. L'evasione, infine, è collegata alla corruzione e alle attività economiche svolte dalla criminalità organizzata.

[ In questa stessa circostanza, il Premier RENZI, parlando a braccio, a proposito della evasione, avrebbe detto: "E' finito il tempo dei furbi. Contro l'evasione, onore-disciplina".) (Nella stessa circostanza, il Premier RENZI, parlando a braccio, a proposito della evasione, avrebbe detto: "E' finito il tempo dei furbi. Contro l'evasione, onore-disciplina" ].

  Nel disegno di legge di Stabilità 2015, attualmente in discussione in Parlamento, sono contemplati interventi di contrasto all'evasione che consentiranno di recuperare risorse per circa 3,5 miliardi aggiuntivi rispetto al 2014. Ma accanto alla repressione dell'evasione e dei comportamenti elusivi è importante migliorare la cooperazione tra contribuenti e amministrazione fiscale per incentivare l'adempimento spontaneo agli obblighi tributari [la cosiddetta Tax Compliance].
     E' un risultato al quale si può giungere attraverso incentivi che facciano emergere reddito imponibile, e prassi innovative dell'Amministrazione finanziaria: la quale incrocerà nuove informazioni disponibili nelle banche dati dell'Anagrafe tributaria e, a partire dai primi mesi del 2015, segnalerà ai contribuenti eventuali incongruenze. In questo modo i contribuenti potranno fare le proprie verifiche ancora prima di presentare la dichiarazione dei redditi.
   Anche così intendiamo incentivare il ravvedimento operoso, di cui prevediamo anche di ampliare i termini, e ridurre le procedure di accertamento.
   Ancora nella legge di stabilità, abbiamo esteso ad altri settori il meccanismo dell'inversione contabile (cosiddetto reverse charge) per ridurre le frodi IVA.
  

   Per contrastare il fenomeno dell'evasione cosiddetta "da versamento" abbiamo inoltre previsto che all'atto dei pagamenti dalle pubbliche amministrazioni per le forniture di beni e servizi effettuati, l'IVA venga versata direttamente al bilancio dello Stato. Una innovazione, infine, che contribuirà a semplificare il sistema tributario e degli adempimenti richiesti ai contribuenti è costituito della fatturazione elettronica.
    Già operativa nei confronti delle pubbliche amministrazioni dallo scorso giugno, sarà estesa alla totalità delle pubbliche amministrazioni a decorrere da marzo 2015.
   Con la riforma fiscale  interverremo per rivedere le misure di contrasto all'elusione e all'abuso del diritto, commisurare meglio le sanzioni, penali e amministrative, alla gravità dei comportamenti, instaurare coi grandi contribuenti forme di adempimento cooperativo raccomandate dall'OCSE.

2.- Ma conosciamo bene la rilevanza assunta dall'evasione fiscale nella dimensione internazionale.
   Per contrastare efficacemente l'evasione fiscale su scala internazionale le misure unilaterali non sono sufficienti: dobbiamo mettere in campo risposte coordinate a livello globale. L'Italia ha svolto un ruolo di primo piano per promuovere nella comunità internazionale prassi e norme efficaci in questo senso. Al consiglio ECOFIN dello scorso 14 ottobre la Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione Europea ha conseguito l'accordo politico per la revisione della Direttiva sulla cooperazione amministrativa che incorpora nella legislazione europea uno standard per lo scambio automatico di informazioni, con effetti dal primo gennaio 2016 e scambi operativi nel 2017 per tutti gli Stati Membri.      La nuova Direttiva verrà adottata dal Consiglio ECOFIN il prossimo 9 dicembre. Lo standard adottato nell'Unione europea per lo scambio automatico di informazioni è stato sviluppato dall'OCSE in collaborazione con un Gruppo di 5 paesi di cui l'Italia è stata protagonista. Grazie all'iniziativa dell'OCSE e del Gruppo dei 5, a partire dal 2017 questo standard verrà adottato da più di 90 paesi nel mondo.

3. -  Inoltre si è resa sempre più evidente la necessità di un'azione congiunta per la modifica dei criteri tradizionali su cui si basa la fiscalità internazionale. Nel luglio 2013, su impulso del G20, l'OCSE ha pubblicato un Piano d'azione sull'erosione della base imponibile e lo spostamento dei profitti (cosiddetto BEPS) che individuava 15 azioni prioritarie in diversi campi d'intervento da attuare entro la fine del 2015.
   Il 16 settembre di quest'anno sono stati presentati i primi risultati parziali di questo progetto, che già prevedono raccomandazioni concrete. L'Italia ha giocato un ruolo chiave sui tavoli tecnici dove tali raccomandazioni sono state adottate e sta promuovendo il completamento delle restanti azioni del progetto entro il 2015. La riunione dei Capi di Stato e di Governo del G20 a Brisbane di metà novembre ha ribadito l'impegno a finalizzare le raccomandazioni entro questo termine.
  Luigi Einaudi affermava, con riferimento alla lotta all'evasione fiscale, che "qualunque legge, anche ottima, a nulla gioverà se ad applicarla non sia chiamato un corpo di funzionari colto [...]".
   "Professionalità" e "cultura" rimangono preziosi strumenti, tra loro complementari, cui la Scuola di Polizia tributaria deve fare ampio ricorso per formare ufficiali e "finanzieri" reattivi ai cambiamenti, sempre più aperti al dialogo e al confronto con la società civile, nella consapevolezza che il rigore morale, la preparazione e il senso dello Stato siano presupposti ineludibili per il corretto esercizio delle proprie funzioni.
   In conclusione voglio esprimere un sentimento di profonda gratitudine per la silenziosa abnegazione, la professionalità e l'elevatissima qualificazione con cui, ogni giorno, le donne e gli uomini della Guardia di finanza riempiono di contenuti e di valori la propria missione.

Nino Luciani, Sulla evasione fiscale. Definizione, limiti e buon senso dello Stato, che voglia contenere il fenomeno.

1.- Premessa. Ripartiamo dalle memorabili  "Considerazioni finali" di Draghi (2010) sulla situazione dell'Italia nel 2009 alla Assemblea Ordinaria dei Partecipanti della Banca d'Italia, mentre Berlusconi era al governo.
 
Draghi giustificò, a modo suo, la "macelleria sociale" del governo BERLUSCONI- TREMONTI (vale dire il taglio della spesa statale per i servizi pubblici) in quanto necessario per salvare la credibilità dell'Italia sui mercati, ma dandone le responsabilità agli evasori fiscali. Draghi denunciò una mancata IVA per 30 miliardi all'anno e una mancata ICI, a causa di un numero imprecisato di case non iscritte in catasto.
   Draghi disse che: "L’evasione fiscale è un freno alla crescita perché richiede tasse più elevate per chi le paga". Dunque Draghi rilanciò una vecchia tesi dei sindacati (dato che il lavoro fisso non evade):"Pagare tutti per pagare meno".
 
2.- Presupposto per la Tax compliance. Prima di brevi considerazioni su queste "s-considerazioni" (perchè fondate su uno slogan), osservo che il conto tornerebbe se lo Stato iscrivesse le entrate recuperate dall'evasione, in un apposito capitolo di bilancio, in modo da provvedere alla simultanea riduzione delle aliquote fiscali, via via che il recupero ha luogo.
   Ma questo non è avvenuto mai, e lo diviene oggi necessario due volte se Padoan e Renzi vogliono fondare il recupero della evasione sulla Tax Compliance, vale dire sul buon sangue tra Stato e contribuente (si vegga a fianco).
  Invece, guardando la tabella sopra, vediamo che da quel 2009 al 2013, le imposte sono aumentate di 54 miliardi di euro ( in gran parte per recupero di evasione). Ma anzichè fare restituzione fiscale, si è stata aumentata la spesa corrente (e anche il debito pubblico).
  (Nota. Osservo, per inciso, a quanti vogliono aumentare ancor più la spesa per affrontare la crisi economica, che la spesa pubblica ivi riportata è già al 49,1% del PIL, e che anzi quella "totale" è al 55% del PIL, e si arriva al 65% se si includono le spese delle imprese pubbliche, inserite nel settore privato, dalla contabilità nazionale ISTAT. Ma, poi, lo Stato non riesce a spendere in tempo reale, per cui prevale l'effetto restrittivo sul cittadino.  Direi che, dopo aver visto ...,  la strada sia, invece, la riduzione delle imposte, puntando sugli investimenti privati.
  3. La "retta via" per abolire l'evasione fiscale. L'evasione non ha motivo di essere se lo Stato chiede l'imposta motivando con le proprie prestazioni di servizi ai cittadini. Essa, invece, ha motivo di essere se manca una giusta motivazione. Questa impostazione discende dalla scienza delle finanze: "le imposte sono pagamenti obbligatori, in base a capacità contributiva, per fronteggiare il costo delle prestazioni fondamentali dello Stato (difesa, ordine pubblico, giustizia, ...), dei servizi pubblici (scuola, sanità, pensione sociale, ...), delle infrastrutture, e per una parziale redistribuzione del reddito a favore delle grandi povertà, delle disabilità umane,... (che sono senza colpa).
  Ma, poi, constatiamo una spesa alta e ingiustificata dello Stato per motivi ben diversi da quella per i servizi pubblici, di cui dice Draghi, come:
  - per eccesso di finanziamento dei partiti e di retribuzioni dell'alta burocrazia, sia pure in modo legale (non sempre);
- per mala amministrazione: ci sono molti uffici doppioni dello Stato (vedi 20 Regioni, con 20 parlamenti, mentre quello nazionale basta e avanza) ;
  - per costo eccessivo dei grandi lavori pubblici (causa tangenti sugli appalti,ai partiti,  ecc. ..)...
  Domando a un prete (il Cardinale Bagnasco, che grida contro l'immoralità della evasione) se, in base alla legge naturale o al vangelo ("date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare") sono morali i furti dello Stato (si vegga sopra), anche se fondati su leggi. Vediamo meglio:
   a) Il "ladrismo" (evasione fiscale, inclusa) ha da sempre accompagnato l'uomo (a volte, per il piacere della perversione, a volte per fame e per sopravvivere, a volte per rivendicare una qualche ragione "santissima").
  Pertanto, per  conservare il fenomeno in limiti fisiologici, lo Stato dovrebbe fare la lotta anti-evasione come fatto di routine, senza inutili schiamazzi, ma anche evitando abusi fiscali, posizionando la pressione su parametri di saggio compromesso tra le parti sociali (rinvio a più sotto).
   Ci sono i casi evidenti in cui l'imposta non è dovuta. Per Costituzione (art. 53) l'imposta va pagata in base a capacità contributiva, ma in questi anni la legge ordinaria ha fatto pagare le imposte sui ruderi e case sfitte causa la crisi. Anche per la IVA ci sono i casi di imposta dovuta legalmente, pur se l'imprenditore finale non ha incassato nulla.
  b) Gli evasori clamorosi vanno picchiati senza misericordia ? Si direbbe di sì, ... eppure uno Stato meritevole di rispetto dovrebbe fare delle distinzioni tra casi di fallimento e casi di non fallimento
  I suicidi di imprenditori non dovrebbero dire qualcosa ?
  Ai tempi di Roma, il debitore veniva portato davanti al giudice e, se riconosciuto "colpevole", gli venivano dati 30 giorni per pagare. Se, poi, passavano invano i 30 giorni, il giudice lo dichiarava alla mercè del creditore, che poteva farlo schiavo o ucciderlo.
  Domando: in questo periodo di grave crisi, lo Stato dovrebbe chiedere il "suo" a costo di distruggere economicamente il debitore, o dovrebbe valutare se dargli una proroga, il tempo per riprendersi e tornare a fare impresa produttiva ?
   c) Conclusione. In Italia la pressione fiscale effettiva (ossia, in termini di rapporto tra spesa pubblica e PIL) è nell'ordine 55%. Questo dimostra, già di suo, che nel complesso non c'è una apprezzabile evasione in Italia. Il 55% è, poi, un valore medio di punte che spaziano dal 20% all'80%
  - A mio modo di vedere, una pressione fiscale ragionevole dovrebbe stare nei limiti del 35-40% del PIL. Superare questa cifra, e al tempo stesso dare prove inconfutabili di sprechi gravi del danaro pubblico, suscita opposizioni crescenti.
   L'idea di pagare tutti per pagare meno andrebbe applicata davvero, ma la cosa comincia dal tagliare la pressione fiscale (in termini di rapporto tra spesa pubblica/PIL, negli USA essa è il 38%, nonostante le ingenti spese militari).
   d) Altro. Voglio, poi, ricordare che (anche per suggerimento della scienza delle finanze) nella tradizione (pessima) del Ministero delle Finanze, le aliquote nascono alte, dando per scontato che ci sarà sempre una determinata evasione. Lo vediamo nel fatto che, se le imposte fossero pagate al 100%, tutte le piccole imprese dovrebbero scomparire. In questo senso, essa va in qualche modo tollerata, al di là dello stretto legalismo, se si è scelto deliberatamente di farle alte.
  - Sempre per suggerimento della scienza delle finanze, per limitare le reazioni del contribuente alla fiscalità, si applicano più le imposte indirette che quelle dirette (perchè queste sono più in evidenza contabile); e si ripartisce il prelievo tra molte imposte, in modo che se uno evade l'una imposta, ci sia recupero di gettito sull'altra .
   In questo senso, non esiste un "evasore totale". Se riesco a salvarmi dall'IVA del dentista perchè mi fa uno sconto senza fattura, non mi salvo dall'IRPEF, dal bollo dell'automobile, dall'IVA sulla frutta del supermercato ...   In altri termini, tra quanto detto da Draghi e i fatti, ci passa un oceano. Il Punto vero è decidere un livello di intervento dello Stato nell'economia, compatibile con le possibilità di sopportarlo..
   d) Altro ancora. I grandi imprenditori di Confindustria gridano contro l'evasione fiscale per schiacciare le piccole imprese. Sono cose "notorie".
  I piccoli imponibili andrebbero esentati, perchè il costo amministrativo dell'imposta supera il gettito.

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EDIZIONI PRECEDENTI

Dalla BCE ancora sostegni all'economia, ma che non bastano

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Mario Draghi

1) Taglio del tasso d'interesse dallo 0,5% allo 0,25%, il 7 nov, confermato il 5 dic.

"Un diktat della nuova Banca d'Italia con sede a Francoforte",
secondo il Wirtschafts. Si vegga il Sole-24 ORE,  23 novembre .
2) E nuove procedure  per  l'erogazione  di liquidita' di emergenza"
per le istituzioni finanziarie", già decise dalla BCE, il 17 ottobre.

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LUCIANI: Sulla possibilità di fare convergere (o differenziare) l'uso della leva fiscale
per gli stessi obettivi della leva moneraria. Un tema posto a suo tempo da R. Mundell


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    NOTA. La decisione della BCE, del 17 ottobre (si vegga il testo integrale, sotto) è abbastanza eccezionale,   perchè consente alle Banche Centrali Nazionali di erogare liquidità di emergenza a istituzioni finanziarie in crisi temporanea di liquidità.. Poi, forse nel dubbio della sua sufficienza, è intervenuto  il 7 nov. 2013 l'abbassamento del tasso di interesse di riferimento allo 0,25% (dallo 0,5% deciso il 2 maggio 2013).    E' evidente, al tempo stesso, che quelle misure vanno bene per l'Italia, ma non per la Germania, come pure è evidente la solitudine di Draghi, forse più sorretto dalla sua personale riflessione, che dal consenso collegiale, dentro la BCE.     Parrebbe anche evidenre che,  senza l'apporto differenziato della UE nei vari Stati, gli interventi generalizzati della BCE servono solo ad impedire il peggio, ma non a uscire dalla crisi economica.    Discutiamo la possibilità di un raccordo tra leva monetaria generalizzata e leva fiscale specifica di singoli Stati, fermi i saldi di bilancio degli Stati: nel senso che solo un contatto tra le due potrebbe dare la scintilla che ri-genera la vita dell'economia.
TESTO  DIFFUSO DALLA  BCE il 17 ottobre 2013.
Clicca su: http://www.ecb.europa.eu/mopo/html/index.en.htm

PROCEDURE PER L’EROGAZIONE DI LIQUIDITÀ DI EMERGENZA

  Gli enti creditizi dell’area dell’euro possono ricevere finanziamento dalla banca centrale non soltanto nel quadro delle operazioni di politica monetaria, ma in via eccezionale anche a titolo di liquidità di emergenza (cosiddetta ELA- Emergency Liquidity Assistance).
  L’ELA consiste nell’erogazione da parte delle banche centrali nazionali (BCN) dell’Eurosistema di:
  a) moneta di banca centrale;
  b) qualsiasi altra tipologia di assistenza che possa comportare un incremento della moneta di banca centrale a favore di un’istituzione finanziaria solvibile o di un gruppo di istituzioni finanziarie solvibili che si trovino ad affrontare temporanei problemi di liquidità, senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unica
  La responsabilità dell’erogazione di ELA compete alle rispettive BCN. Ciò significa che qualsiasi costo e rischio derivante dalla concessione di ELA è sopportato dalle rispettive BCN.
   Tuttavia, l’articolo 14.4 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea (di seguito “Statuto del SEBC”) attribuisce al Consiglio direttivo della BCE la competenza di limitare le operazioni di ELA qualora valuti che interferiscono con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema. Le decisioni al riguardo sono adottate dal Consiglio direttivo a maggioranza dei due terzi dei votanti.
   Per essere in grado di effettuare una valutazione adeguata circa il sussistere di una simile interferenza, il Consiglio direttivo deve essere informato tempestivamente in merito a tali operazioni.
  Una procedura intesa a questo fine esiste sin dal 1999 e nel tempo è stata sottoposta a regolare riesame.
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.............
( Per i particolari si rinvia al testo integrale: vedi sopra. NdR).


  Sono di seguito enunciati gli aspetti fondamentali della procedura corrente. Di regola le BCN comunicano alla BCE i dettagli di qualsiasi operazione di ELA al più tardi entro due giornate lavorative dopo lo svolgimento dell’operazione.
  Le informazioni trasmesse devono includere quanto meno i seguenti elementi:
  1. la controparte che ha beneficiato/beneficerà dell’ELA
  2. la data di valuta e la data di scadenza dell’ELA che è stata/sarà erogata.
  4. la valuta nella quale l’ELA è stata/sarà denominata
  5. le garanzie reali/personali a fronte delle quali l’ELA è stata/sarà conferita, inclusa la valutazione delle attività stanziate in garanzia e l’applicazione di eventuali scarti e, se del caso, informazioni dettagliate sulle garanzie personali
  6. il tasso di interesse che la controparte è tenuta a corrispondere sull’ELA che è stata/sarà erogata
  7. la motivazione/le motivazioni alla base della concessione dell’ELA (ossia richieste di margini, deflussi di depositi ecc.).
  8. la valutazione dell’autorità di vigilanza prudenziale, nel breve e medio termine, circa la posizione di liquidità e la solvibilità dell’istituzione destinataria dell’ELA, inclusi i criteri in base ai quali si è pervenuti a una conclusione positiva in merito alla solvibilità
  9. ove pertinente, una valutazione circa la dimensione transfrontaliera e/o le potenziali implicazioni sistemiche della situazione che ha reso/rende necessaria l’erogazione dell’ELA.
    Il Consiglio direttivo può inoltre decidere di richiedere informazioni aggiuntive alla BCN competente, oppure di ampliare i requisiti di informazione/segnalazione e/o di renderli più stringenti, in casi specifici, qualora lo si ritenga necessario.
   Nel caso in cui il volume complessivo delle operazioni di ELA previste per una data istituzione finanziaria o un determinato gruppo di istituzioni finanziarie (su base consolidata e incluse le succursali estere) superi un livello di 500 milioni di euro, le rispettive BCN devono informare la BCE il più presto possibile, anteriormente all’erogazione dell’assistenza che si intende concedere.
   Se invece ci si attende che il volume complessivo delle operazioni di ELA superi un livello di 2 miliardi di euro, il Consiglio direttivo valuta la possibilità di un rischio di interferenza con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema.
  Su richiesta delle rispettive BCN, il Consiglio direttivo può quindi decidere di fissare un importo e non sollevare obiezioni riguardo alle operazioni di ELA che esse intendono effettuare al di sotto di questo in un arco di tempo prestabilito di breve durata.
   Le BCN possono altresì richiedere al Consiglio direttivo di non sollevare obiezioni fino a un determinato importo per operazioni di ELA che intendono effettuare simultaneamente a favore di diverse banche. In tal caso le BCN forniranno le seguenti informazioni con almeno due giornate lavorative di anticipo rispetto alla riunione del Consiglio direttivo nel corso della quale la richiesta sarà considerata:
  - tutte le informazioni previamente disponibili sulle singole banche e sugli elementi di cui ai precedenti punti da 1 a 9;
  - una previsione, che copra in linea di principio il periodo fino alla successiva riunione ordinaria del Consiglio direttivo, riguardo al fabbisogno di finanziamento di ogni singola banca destinata a ricevere ELA sulla base di due scenari: lo scenario atteso e uno scenario di stress. Informazioni a posteriori su tutti gli aspetti menzionati ai precedenti punti da 1 a 9 devono essere fornite su base giornaliera, nella misura in cui queste non siano state previamente rese note.
  Le procedure in oggetto sono intese ad assicurare, nel modo adeguato, l'assolvimento del ruolo del Consiglio direttivo ai sensi dell'articolo 14.4 dello Statuto del SEBC in relazione all'erogazione di ELA a favore di singoli enti creditizi. Hanno carattere vincolante per tutte le BCN e la loro idoneità è soggetta a regolare riesame."

Nino Luciani, Sulla possibilità di far convergere la leva fiscale sugli stessi obiettivi della leva monetaria

1.- Ripartendo dalla diagnosi. Sotto il profilo economico, i dati sono che esiste (meglio esisteva) un sistema industriale abbastanza robusto in Italia, ma che è in via di distruzione, per mancanza di "domanda effettiva" (vale dire, esiste una domanda, ma che non può esprimersi per mancanza di potere di acquisto in moneta).
   La parola domanda (voglio essere chiaro) vuol dire richiesta di beni di consumo, da parte delle famiglie; e domanda di beni strumentali e di lavoro, da parte degli operatori economici.
   Per quanto riguarda le famiglie, è un dato che in questi anni (a causa delle grandi guerre in Iraq e in Afghantistan, e delle grandi speculazioni del settore bancario), si è determinato una consistente modificazione della distribuzione dei redditi tra le famiglie dei vari Paesi: quelle povere hanno una relativa alta propensione al consumo, ma non hanno potere d'acquisto; quelle ricche (una parte è in Italia, ma la gran parte è presso i Paesi Arabi) hanno relativa alta propensione al risparmio, e che si innalza oltre la norma in tempi di crisi (vale dire di accresciuta incertezza sul futuro.
   Per quanto riguarda gli operatori, essi si regolano in un   orizzonte breve, dunque al momento non sono disposti a investire.
  La BCE ce le mette tutta ad invogliare gli investimenti, abbassando il costo del danaro, ma se le aspettative sono negative, essa è come uno che parla da solo.
  Nel sistema economico c'è, però, un grande operatore (lo Stato), che ha un orizzonte di lungo periodo, e quindi è il solo che avrebbe vocazione a spendere e quindi a creare domanda effettiva.
  Per quanto riguarda l'Italia, il bilancio pubblico è già saturo, e quindi non ha elasticità di spesa.
   Rimangono tre vie:
  a) che l'U.E. nel complesso generasse un ammontare sufficiente di spesa pubblica per opere pubbliche (nel Mezzogiorno ci sarebbe bisogno, e anzi il Trattato di Roma del 1956 prevede in esplicito interventi di riequilibrio nelle aree depresse)
  b) che lo Stato generi modifiche nella distribuzione dei redditi: vale dire sgravi fiscalmente i redditi medio-bassi e recuperi la perdita di gettito, gravandi i redditi medio-alti. Il governo Letta ci prova, ma a gran fatica (anche perchè la maggioranza è fatta di forze politiche di destra, notoriamenre un elettorato con reddito medio-alto)
  c) La modifica della struttura del sistema fiscale, giacchè ci sono delle possibilità di usarlo a supporto della politica monetaria, ferma la spesa pubblica (che è il tabu del momento).

2- Come usare la leva fiscale, in tandem con la leva monetaria.
Il rapporto tra leva fiscale e leva monetaria fu esaminato dl canadese  R. Mundell (premio Nobel) negli anni '60 (rinvio ai mie Scritti Scelti, Rivista Bancaria, 1974, n. 3-4, dove faccio un lungo commento). Egli si chiese se esiste un "modo appropriato" per riservare la leva fiscale alla stabilità dei prezzi (all'interno di un Paese), e la leva monetaria al pareggio della bilancia dei pagamenti internazionali), e questo anche in adesione all'olande J. Tinbergen che aveva suggerito (per la politica economica) che per ogni obiettivo ci fosse un rispettivo strumento.
Nel mio studio io obiettai che la leva fiscale non solo effetti sull'economia interna, ma anche su quella internazionale. Riprendo solo ques'ultimo aspetto, e lo riporto al filo principale (domanda).
   Dentro la domanda, esiste una domanda interna e una domanda estera.
   Preso atto che sullo stimolo della domanda interna, abbiamo tutto contro (va dire la UE si oppone all'aumento della spesa pubblica dello Stato italiano), approndiamo i motivi per cui (dall'entrata in vigore dell'Euro, 2002) anche il commercio internazionale dell'Italia è bloccato.
   Qui il punto riguarda il livello dei prezzi, in Euro, che (a causa di un cambio calcolato male da Prodi e da Fazio) è divenuto troppo alto rispetto ai prezzi esteri.
   Preso di nuovo atto che non abbiamo un potere neppure sul cambio, l'unica via fiscale, con valenza monetaria, è agire sui prezzi interni.
   Come ? La via è classificare le imposte in base all'effetto sui prezzi. E qui troviamo che, di norma (pur non assolutamente)  le imposte indirette (IVA, ecc. ) fanno alzare i prezzi, e invece le imposte dirette non fanno alzare i prezzi.
  Conclusione. Se vogliamo sbloccare almeno la domanda estera dovremmo abbassare immediatamente l'IVA e recuperare il calo di gettito con le imposte sui redditi (medio-alti).
  
Questo è il contrario di quanto è stato fatto dai nostri governi, e con la benedizione dell'U.E. .
   A quanti, frettolosi, mi osservassero che la legge esclude, dall'IVA, le esportazioni, osservo che non ne sono escluse le importazioni, che sono il prius per esportare.
   C'è , poi, il fatto che l'IVA va a interessare tutti i prezzi interni, e in definitiva anche il costo del lavoro, per cui la restituzione dell'IVA (alla esportazione) è limitata solo a quella formale. NINO LUCIANI
  

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EDIZIONI PRECEDENTI

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Dalla AIGE - Associazione Italiana Gestione dell’Energia
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Documento del Congresso di Arcavacata, 2013


CONTRIBUTO PER UN PIANO ENERGETICO NAZIONALE

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Enrico Lorenzini

  Nota. Il documento, che viene presentato, rappresenta un riassunto di un ampio studio elaborato da molte decine di Accademici, studiosi e scienziati del settore energetico. Tale riassunto è stato redatto da apposita Commissione e approvato unanimemente dalla Assemblea di AIGE (Associazione Nazionale Gestione della Energia ) durante il VII Congresso Nazionale ad Arcavacata di Rende del giugno 2013.
   Il documento è, in sintesi la offerta ­ in momenti tanto difficili per la situazione economica italiana - di esperti, veri e liberi, per dare un contributo al mondo politico affinchè si superino le pressioni delle lobbies varie, e l'ITALIA POSSA PROCEDERE a scelte ragionate e lungimiranti per il raggiungimento di un reale bene comune. Prof. Ing. Enrico Lorenzini


IL DOCUMENTO DELL'AIGE

Ai convegni sull’energia i grandi assenti (o presenti solo al loro stesso saluto) sono i Politici, perché - dicono- sfortunatamente pressati in quel giorno da improrogabili "impegni istituzionali"…

E' esperienza comune che, tra Tecnici e Politici, ci sia un certo scollamento: quante volte gli studi preparatori, approntati dai Tecnici, a supporto di azioni legislative, escono irriconoscibili dai tavoli politici.

E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: testi di legge inefficaci perché risultato di malcelati compromessi, disposizioni attuative emesse con gravi ritardi o del tutto assenti, regolamenti lacunosi e confusi che si avvicendano a parziale correzione l'uno dell’altro, quando non addirittura procedimenti di infrazione, da parte della Unione Europea per inosservanza o elusione dei dettati comunitari.

In materia di energia poi le conseguenze sono particolarmente gravi. Si pensi, per esempio, all’incentivazione delle rinnovabili elettriche avvenuta senza il necessario adeguamento delle reti, all'assenza di incentivi a filiere di produzione nazionale di celle foto-voltaiche o pale coliche che lascia così libero il campo alle importazioni dall'estero, o la richiesta di innovazione tecnologica, predicata sì alle nostre industrie energetiche, ma senza si necessario sostegno alla formazione e alta ricerca scientifica.

Le stesse campagne di informazione/sensibilizzazione del vasto pubblico, per stimolarne atteggiamenti più responsabili nei confronti del risparmio energetico e del problema ambientale, rimangono mere dichiarazioni di intenti nei nostri testi di legge, costretti a rilanciare precetti di provenienza UE.

Molto si potrebbe commentare sul modesto documento SEN (Strategia Energetica Nazionale), che ripercorre e ratifica puntualmente le azioni in atto, piuttosto che tracciare la strada del futuro energetico nazionale con indicazione precisa e fondata del modo con cui affrontare i nodi irrisolti della politica energetica italiana: diversificazione delle fonti, dipendenza dall’estero, mobilità sostenibile, sovracosti dell’energia rispetto alle altri nazioni UE, incentivi per ricerca e sviluppo, etc...

Molto ancora si potrebbe dire sui privilegio assicurato legalmente a certe tecnologie, senza che vi sia mai stato un confronto serio o uno studio di tipo finalizzato, per non parlare dell'inutilità della certificazione energetica degli edifici nelle forme previste dall’attuale legislazione. Questa, tra l'altro viene vista ancora come un ulteriore fardello burocratico, piuttosto che come opportunità di valorizzare l'immobile attraverso la sua qualità energetica.

Altro problema da affrontare - segnalato tra gli altri dalla AGCM (Autorità Antistrust ) - è la sospetta ''discriminazione delle reti private per la trasmissione e distribuzione delle reti elettriche a favore del modello dominante di organizzazione del sistema elettrico, basato sulla produzione di elettricità dai grandi impianti e sulla trasmissione e distribuzione dì questa attraverso reti pubbliche".

E comunque resta iI tema della decarbonizzazione delia stessa produzione elettrica su vasta scala. C'è ancora controversia (in verità non solo in Italia} sulle migliori tecnologie da adottare. Ma è sicuro che, trattandosi di tecnologie costose e con investimenti di lungo termine, c'è da puntare sin da subito su quella giusta, se non vogliamo addirittura rimpiangere l'abbandono del nucleare.

Da ultimo, ma non per importanza, c'è poi l'eterno problema del costo dell'energia: un recente studio della Federmanager ( Federazione Dirigenti Aziende industriali ) e dell'AIEE ( Associazione italiana degli Economisti dell’Energia ) postula profonde trasformazioni per il settore energetico italiano, perché troppo oneroso per il sistema economico nazionale. L'incidenza della fattura energetica dal 2000 al 2012 è è infatti salita dal 2,4% al 4,5% del PIL, con ovvie gravi ripercussioni per la competitività del sistema-paese,

L'energia è un portante delta società industrializzata e un supporto imprescindibile del benessere. Ad essa lo Stato destina oggi ben 65 Miliardi di euro per importazione di combustibili ed elettricità: ogni punto percentuale di risparmio, per più oculata gestione e più mirate strategie energetiche dì breve e medio termine, libererebbe notevoli risorse, più che mal destinabili ad altri impieghi.

A questa sentita esigenza dì ri-orientamento della politica energetica nazionale può contribuire l'AIGE, Associazione italiana per la Gestione dell'Energia, che raccoglie competenze dj alto profilo tecnico, scientifico, giuridico, industriale e manageriale.

La sua missione è la promozione delle conoscenze nel campo energetico-gestionale, anche attraverso l’organizzazione di Congressi e seminari di settore e la produzione di documenti e studi di politica energetica.

L'Associazione è aperta ad ogni forma di collaborazione con gli Organi di governo nazionali e regionali, per una più efficace politica dell'energia, ma anche in vista - auspicabilmente - della redazione di un1 Piano Energetico Nazionale, che di fatto in Italia non esiste.

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EDIZIONI PRECEDENTI

Dalla ACCADEMIA dei LINCEI, 8 marzo 2013

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Di nuovo il Govermatore Visco sulla crisi finanziaria e, in particolare:


"Sulla necessità di separare la tradizionale attività creditizia da quella svolta in
campo finanziario, che ha recentemente tratto nuovo vigore a livello europeo".
Anche sue parole dure sulla caduta della "integrità morale delle banche".

 


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COMMENTO. Forse sarebbe stato opportuno non limitarsi a lezioni erudite, ma invocare a chiare lettere anche riforme per parte bancaria:
1) Invocare il ripristino (anche in Italia, come sta avvenendo in Inghiltterra) della legge bancaria del 1936;
2) Dire alla BCE che sarebbe normale fare anticipazioni di cassa allo Stato Italiano per pagare i fornitori dello Stato, considerato che lo Stato Italiano
    ha solo problemi di cassa, se è vero che il Governo MONTI ha pareggiato il bilancio in conto competenza, grazie alla tassazione fuori limite.
3) Dire alla UE che, se non cambia testa (in ordine ai tempi di restituire liquidità al sistema), l'Italia potrebbe essere costretta a uscire dall' EURO, a parte che chiedere a Cipro di tassare i depositi bancari è stato non professionale, perchè questo genera panico nel pubblico e fa fallire le banche.

Stralcio dal
TESTO ORIGINALE DELL'INTERVENTO
(per il testo completo: clicca su Lincei )

ECONOMIA E FINANZA DOPO LA CRISI

  Proponiamo qui lo stralcio di un nuovo intervento del Governatore, sulle cause e i rimedi alla crisi finanziaria, dello 8 marzo 2013.

1.- Introduzione.  La crisi finanziaria ...  ha fatto emergere una serie di problemi nel funzionamento, nella regolamentazione e nella supervisione dei mercati finanziari. La stabilità finanziaria si è riproposta come obiettivo fondamentale della politica economica; le banche centrali sono chiamate a svolgere un ruolo cruciale. Le conseguenze per la regolamentazione e la conduzione dell’attività di vigilanza su un sistema finanziario, che sarà probabilmente molto diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni, sono considerevoli. È inoltre cresciuto lo scetticismo nei confronti del ruolo della finanza nel sistema economico, in particolare in relazione alla sua “distanza” dall’economia reale, quasi fosse in conflitto con essa.

   Nei dieci anni che hanno preceduto la crisi le dimensioni del sistema finanziario, il suo ruolo e il suo grado di penetrazione nell’economia sono notevolmente cresciuti.
   La crisi ha solo rallentato questo processo. Nell’area dell’euro le risorse finanziarie raccolte dal settore privato (misurate dalla somma del credito bancario, dei titoli emessi sul mercato interno e dalla capitalizzazione di mercato) sono salite dal 160 per cento del PIL nel 1996 al 240 nel 2007, attestandosi al 230 per cento nel 2011.
   Negli Stati Uniti il rapporto è salito dal 230 per cento del 1996 al 330 del 2007, per poi ridursi al 260 per cento nel 2011.
   Nel Regno Unito è passato dal 240 al 330 per cento nel 2007, fermandosi al 320 per cento nel 2011. Il valore nozionale totale degli strumenti derivati negoziati a livello mondiale in forma standardizzata (exchange-traded) in mercati regolamentati e di quelli strutturati per particolari esigenze e negoziati al di fuori dei mercati regolamentati (over the counter, OTC) è salito da circa 94.000 miliardi di dollari alla fine del 1998 a 486.000 alla fine del 2006, per raggiungere i 700.000 miliardi nel giugno del 2012.

    ...
   Lo sviluppo della finanza, consentendo una maggiore diversificazione del rischio e rendendo i servizi finanziari accessibili a un maggior numero di paesi e di imprese, può essere un importante strumento di sviluppo economico.
   Ma c’è il rischio che la finanza diventi fine a se stessa, provocando danni tanto maggiori quanto più stretta è l’interconnessione del sistema e quanto più rilevanti sono le potenziali esternalità negative.

    La corretta conduzione dell’attività creditizia e finanziaria certamente richiede competenza e buona fede da parte degli intermediari, ma richiede altresì adeguati regimi di regolamentazione e di supervisione.

2.-  La (buona) finanza è una forza positiva. La finanza è stata a lungo considerata come un’attività moralmente dubbia.
....
    Sullo sfondo di questa sfiducia “strutturale”, l’atteggiamento del pubblico riguardo alla finanza oscilla a seconda delle condizioni dei sistemi finanziari e dei mutamenti nell’umore politico riguardo all’intervento dello Stato nell’economia.
    Fino agli anni Settanta si dava per scontato che i fallimenti del mercato richiedessero la presenza e l’azione di un regolatore che permettesse di evitare risultati sub-ottimali.
    Con la grande inflazione e il forte aumento della disoccupazione degli anni Settanta l’enfasi si spostò, tuttavia, sui fallimenti dello Stato. I governi, le banche centrali e gli altri regolatori vennero accusati di non essere riusciti a evitare tali sviluppi. Ciò finì per provocare un mutamento ideologico, un impulso a ridurre l’entità dell’intervento dello Stato nell’economia.
     I fallimenti dell’“economia regolamentata”, il ritmo del progresso tecnologico e la rapida espansione del commercio internazionale dopo la fine della guerra fredda alimentarono un lungo processo di deregolamentazione finanziaria, interrotto soltanto dalla crisi scoppiata nel 2007.
    Questa ha a sua volta innescato una tendenza alla ri-regolamentazione, o a una migliore regolamentazione, tuttora in atto. Il pendolo ancora oscilla, e certo continuerà a farlo in futuro.
    La crisi finanziaria internazionale, e i costi enormi che ha comportato per l’intera società, hanno eroso ulteriormente e profondamente la fiducia nelle istituzioni finanziarie.
.....
     L’integrità della condotta degli intermediari finanziari è stata messa in discussione sotto vari aspetti: l’onestà, la capacità di gestire i rischi finanziari e l’impegno a curare gli interessi della propria clientela.
    A catturare l’attenzione del pubblico sono stati anzitutto i casi di frode in cui, mediante schemi cosiddetti “di Ponzi” o altri simili, molte persone hanno perso i propri risparmi. Gli animi sono stati esacerbati dalla generosità delle liquidazioni corrisposte ai dirigenti di istituzioni finanziarie in difficoltà salvate con il denaro dei contribuenti. Gli episodi di dubbia correttezza non hanno risparmiato alcuni elementi chiave del sistema finanziario, come i rating creditizi e i tassi di riferimento interbancari, senza contare i casi di presunto coinvolgimento di istituzioni finanziarie in attività collegate al riciclaggio di denaro sporco o in altri illeciti comportamenti. Ciò che più conta, la crisi ha mostrato che gli operatori di mercato non erano in grado di gestire l’intrinseca complessità del sistema che loro stessi avevano contribuito a elaborare negli ultimi due decenni.
    Favorita dai progressi nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la cartolarizzazione delle attività delle banche è notevolmente cresciuta, e con essa l’offerta di strumenti finanziari cosiddetti “strutturati” (ABS, CDO, ecc.).
   Dal tradizionale modello di intermediazione creditizia si è quindi passati – in particolare negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi – a un sistema in cui i prestiti concessi venivano rapidamente trasformati in altri prodotti finanziari garantiti da quegli stessi prestiti, e quindi ceduti sul mercato: il cosiddetto modello originate-to-distribute (OTD). Con questi sviluppi, all’intrinseca difficoltà di valutare la qualità dei prestiti si è aggiunta quella di comprendere appieno l’effettivo ruolo dei prodotti finanziari strutturati.
   I prodotti della finanza strutturata e il modello di intermediazione OTD possono facilitare la gestione dei rischi. L’offerta di mutui alle famiglie è favorita dalla possibilità per le banche di coprirsi contro i rischi di tasso associati all’erogazione di tali prestiti; nelle loro strategie di internazionalizzazione le imprese ricevono un evidente beneficio dalla possibilità di assicurarsi contro i rischi di cambio; l’offerta di prodotti previdenziali su orizzonti molto lunghi può essere effettuata a costi tanto più contenuti quanto più si riesce a limitare l’impatto di oscillazioni dei valori mobiliari.
   Nel modello OTD il rischio di credito non è concentrato nei bilanci delle banche, ma è ridistribuito su una moltitudine di investitori.

Rendendo negoziabili i prestiti bancari, tale modello comprime i relativi premi per l’illiquidità e ne riduce pertanto il costo.
    È ormai chiaro, tuttavia, che la finanza strutturata e il modello di intermediazione OTD, unitamente alla mancanza di trasparenza, hanno favorito una eccessiva assunzione di rischio e comportamenti di tipo opportunistico. Le operazioni sono spesso avvenute mediante una rete di intermediari finanziari scarsamente regolamentati e caratterizzati da livelli di indebitamento e un’esposizione al rischio particolarmente elevati.
    L’assenza di trasparenza è stata particolarmente grave nella valutazione degli strumenti di finanza strutturata (nella quale un ruolo cruciale era occupato dalle agenzie di rating, senza particolari controlli da parte di regolatori pubblici o organi di informazione), effettuata mediante modelli statistici e spesso condotta sulla base di dati incompleti e insufficienti. In molti casi la complessità ha aperto la strada a comportamenti opportunistici, alimentati da un sistema di incentivi distorto, soprattutto con riferimento agli schemi di remunerazione dei manager.
    L’elevata leva finanziaria e la complessità tipiche di questi strumenti li ha resi utilizzabili per assumere posizioni speculative ad alto rischio. Il ricorso ad attività inutilmente complesse e opache ha impedito in molti casi la corretta valutazione del merito di credito; è servito, in altre occasioni, per mascherare l’impatto negativo di operazioni pregresse.
    L’utilizzo improprio di tali strumenti da parte delle banche può anche essere collegato al venir meno delle fonti di reddito legate alla tradizionale attività creditizia, con la conseguente assunzione di comportamenti volti a nascondere al mercato e alle autorità di vigilanza il reale obiettivo delle operazioni in strumenti derivati.     .... 

Nino Luciani, Per una nuova legge per la difesa del risparmio e degli investimenti, che ripristini la funzione bancaria come orientata alla  "utilità pubblica", o (al più) come impresa orientata ad un "profitto normale".

1.- Premessa. In questo intervento, il Governatore ripete sue posizioni, già note, sulla importanza di riportare la finanza sulla retta via, e specificamente su un nuovo modo di impostare la regolamentazione, vale dire farlo in un quadro europeo e, anzi, meglio se più ampio, e inoltre:
-  essere esigente sui vincoli alle banche sulla adeguatezza e composizione dei loro patrimoni, a tutela dei depositanti;
-  e limitare e controllare sistematicamente la loro discrezionalità nel classificare gli impieghi dei depositi, circa la loro natura di offerta a breve termine o di medio o lungo termine.
   Spiccano anche, nella sua analisi, considerazioni sulla natura morale delle banche, la cui immoralità massima egli vede nella creazione dei prodotti derivati, perchè usati per nascondere "perdite" di bilancio.

2.- Sugli aspetti "immorali" dell'azione bancaria. Per una moralizzazione delle banche, direi che occorre, per parte italiana, mettere mano al meccanismo bancario che la permette (non basta, ricordare, eruditamente la
regola di Volcker” (2008). Noi, in Italia, eravamo su questa strada, fin dal 1936, cosa che pare non constare al giovane Governatore.
  2.1- La legge bancaria del 1993 (D. Leg.vo 385/1993, e che soppresse la legge del 1936, su proposta dalla Banca d'Italia), ha istituito in Italia la "banca universale".
  Analoga legge (il Glass-Steagall Act del 1933) aveva retto negli Stati Uniti fino al 1999, quando fu sostituita dal  Gramm-Leach-Bliley Act. Esso aveva gli stessi caratteri di base della legge italiana. La Germania aveva, già, la banca universale.
  La riforma stabilì che "l'attività bancaria" ha "carattere di impresa" ed "è riservata alle banche" (art.10), e inoltre che la banca universale:
  a) può fare operazioni sulla moneta, senza alcuna distinzione tra mercato a breve termine e mercato a medio-lungo termine;
  b) può emettere obbligazioni; e può partecipare al capitale delle imprese, e viceversa, sia pur entro determinati limiti (fino al 5% di norma, fino al 15% o più servono speciali autorizzazioni della banca centrale).
  Osservazione. Il fatto che la legge del 1993 configuri l'attività bancaria "con carattere di impresa" ( e dunque finalizzata al profitto, ipotizzando che la concorrenza tra banche sia il meccanismo a cui affidare la limitazione degli extra-profitti) è stata una scelta irresponsabile, che ha permesso alle banche di investire a rischio i depositi dei clienti. Lo vediamo nelle conclamate sofferenze bancarie, denunciate dal Governatore, e che attualmente ha messo fuori usato la tradizionale funzione bancaria (deposito e giro), e strozzato le imprese produttive.
    Invece l'art. 1 della legge bancaria del 1936, disponeva: "
La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme del presente decreto". Torniamo al Decreto del 1993.
  
   Approfondiamo la irresponsabilità della scelta.
   Dal lato offerta
, per definizione il mercato di concorrenza si fonda:
  - sulla libertà di entrata e uscita di imprese nel mercato;
  - sulla omogeneità del prodotto;
  - su un numero relativamente grande di imprese, così che nessuna abbia un potere di dominanza sul mercato.
   Nel campo bancario, non esiste nessuna di queste condizioni. Il "prodotto monetario" non, infatti, è l'unità di moneta, ma la "operazione in moneta", ed ogni operazione ha un diverso grado "fondatezza" in termini di rischio, probabilità, grado di certezza.
   Esiste un cartello bancario, che si regge sull'ABI - Associazione Bancaria Italiana.
   Dal lato domanda, poi, la "domanda di moneta
" è rigidissima, perchè essenziale per le operazioni economiche. E' come il sangue per una persona.
   Di conseguenza, non è verosimile che possa esistere un mercato concorrenziale.

  2.2. Dentro i depositi a breve, poi, c'erano ulteriori limiti al "giro" mediante la imposizione di una "riserva obbligatoria bancaria" (da conservare presso la banca centrale, a un tasso di interesse). Questo istituto, già presene del 1926, fu potenziato (1947) da Einaudi (governatore della Banca d'It

 

 EDIZIONI PRECEDENTI

 Audizione della Banca d'Italia in Parlamento, per la IMU

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Enrico Letta

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RIFORMA del SISTEMA DI ESAZIONE FISCALE
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Secondo la B.d'I., in audizione il 13 giugno 2013, un prossimo passo per l'equità fiscale dovrebbe essere
la revisione del sistema catastale motivando che, sottostimando le rendite, "favorisce i contribuenti ricchi".

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Tuttavia, è un curiosità che la B.d'I., pur rilevando che la revisione del catasto arriverà tra 5 anni, non chieda la sospensione dell'IMU.
C'è, poi, che l'IMU è sempre maggiore del reddito delle seconde case, e dunque è anche incostituzionale.

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Intanto (Decreto del fare, 15.6. 2013) il governo aveva soppresso il compenso di Equitalia sotto forma di "aggio" (percentuale), sostituito con cifre fisse, sia pure scaglionate in base ai costi, dopo che la Commissione Finanze del Senato aveva rilevato uno straordinario attivismo di EQUITALIA
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Nino Luciani, L'IMU o, in generale, una imposta ordinaria sul patrimonio, possono stare, purchè non incostituzionali e tecnicamente corrette. Invece, per le seconde case, l'imposta è maggiore della rendita.

Premessa.
L'IMU è, di norma. maggiore del reddito dell'immobile, in tutti i casi in cui non ci sono detrazioni di imposta (vedi prima casa).
  Nella precedente edizione (si vegga il servizio, subito seguente) ho mostrato l'erroneità tecnica del metodo di calcolo del valore dell'immobile: nel senso che la presunta rendita catastale (che la B.d'I. ritiene sotto i valori di mercato) è ampiamente recuperata dal fisco maggiorando artificialmente i moltiplicatori: meglio dire, rilevando tassi di interesse (da usare la attualizzazione della rendita) manifestamente scorretti, perchè inesistenti.

Ma dopo questa audizione sono portato a riprendere l'argomento e a mostrare evidenti errori della Banca d'Italia, durante l'audizione: vale la presunta certezza che l'IMU attuale favorisca i contribuenti ricchi, ma anche l'incoerenza di non raccomandare al legislatore di sospenderla, tanto quanto necessario (5 anni) per correggere il sistema catastale..

Da un semplice calcolo, risulta che (tolti i casi in cui siano ammesse detrazioni, come per la prima casa) l'imposta è sempre maggiore dell'imponibile: e sotto questo aspetto essa è anche incostituzionale. Ma andiamo per gradi.

Secondo l'art. 53 della Costituzione la tassazione deve avvenire in base a capacità contributiva, di norma espressa dal reddito (in Italia, il "reddito prodotto").

Nel caso del catasto, si è preso il reddito di lungo periodo (meglio dire: la media di tre redditi annuali, consecutivi). Questo comporta che, all'atto pratico, in un determinato anno, il reddito effettivo possa essere maggiore del reddito ipotizzato dal catasto. Per un rimedio, è nella tradizione della scienza delle finanze raccomandare al legislatore di tenere basse le aliquote, in modo che non accada mai che l'imposta possa essere maggiore del reddito. In ogni, non fare mai discriminazioni in sede reale, e questo accade a maggior ragione se vi sono più enti tassatori (questo è rilevato, dalla B.d'I., giustamente).

Ma con il governo MONTI (che non è un professore di scienza delle finanze, ma era comunque assistito dal Minstero delle Finanze) la regola è stata infranta all'ennesima potenza, ed è diventato normale cle l'imposta IMU superi l'imponibile.

Vediamo subito. Si abbia una rendita di € 5.000 all'anno, di un comune fabbricato di categoria A.
Per passare al calcolo dell'imposta si dovrà fare:

C = 5.000 * 1,05 * 160 = 840.000 (valore del fabbricato)

T = 840.000 * 0,76% = € 6.384 (imposta).
In altri termini, con formula generale, si ha:

T = R * 1.05 * 160 * 0,76% = R* 1,2768.

Come si vede l'imposta è sempre il 27,68%, maggiore della rendita.
In altri termini il contribuente viene richiesto di pagare l'imposta con un reddito che (in termini fiscali) il fabbricato non produce.

Personalmente conosco anche una situazione in cui il fisco  attribuisce una rendita di € 813,42, che sono impossibili da percepire, perchè il fabbricato è in una posizione molto disturbata dai rumori del traffico, ed è quasi sempre sfitto, per cui l'IMU (di € 1038,57) è sopra le righe, non poco). NL

GIOVEDÌ 13 GIUGNO 2013 16ª Seduta (pomeridiana)
Presidenza del Presidente Mauro Maria MARINO.

Legislatura 17ª - 6ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 16 del 13/06/2013 PROCEDURE INFORMATIVE,
SISTEMA CATASTALE

Intervenuti per la Banca d'Italia: Dr. Alessandro Buoncompagni, Dr. Sandro Momigliano, Dr.ssa Paola Ansuini.

Il dr. MOMIGLIANO sottolinea che la scelta effettuata dal legislatore italiano di affidare ai comuni una forma di imposizione sulla ricchezza immobiliare e quella di includere nella base imponibile anche le abitazioni principali trovano un particolare sostegno nella letteratura sul federalismo fiscale. L'attribuzione al Governo locale della tassazione della proprietà immobiliare limita il grado di progressività realizzabile con tale imposizione, ma per quanto riguarda la natura del tributo, il legislatore sembra aver privilegiato il punto di vista che considera gli immobili come una delle diverse forme in cui le famiglie possono detenere la propria ricchezza.
  Passando ad illustrare le osservazioni in materia di IMU, l'oratore fa presente che nel 2012, il gettito complessivo dell'IMU è stato pari a 23,7 miliardi, di cui 15,6 di competenza dei comuni e 8,1 affluiti al bilancio dello Stato. Nel 2011 il gettito dell'ICI, per intero di competenza dei comuni, era stato pari a 9,8 miliardi.
  L'introduzione dell'IMU, come è noto, ha comportato il venir meno dell'imposizione in ambito IRPEF (comprese le relative addizionali regionali e comunali) dei redditi fondiari per gli immobili non locati, il cui gettito era stimato, nelle valutazioni ufficiali in 1,6 miliardi.
   Secondo le valutazioni del Ministero dell'Economia e delle finanze il gettito dell'IMU sull'abitazione principale, di competenza per intero dei Comuni, è stato pari a 4 miliardi, a fronte dei 3,3 del corrispondente regime ICI nel 2007. Una valutazione approssimativa sembrerebbe segnalare che l'incremento di gettito rispetto al 2007 sarebbe connesso con la crescita del numero degli immobili sottoposti al prelievo.
   Il dr. MOMIGLIANO osserva inoltre che nel confronto con l'ICI prelevata sull'abitazione principale nel 2007, l'IMU presenta alcuni aspetti di maggiore progressività. Il prelievo IMU sull'abitazione principale è stato nullo fino a un valore della rendita catastale pari a circa 260 euro (nel caso fino a una rendita di circa 220 euro); ed è stato inferiore a quello ICI fino alla rendita catastale di 330 euro.
   L'IMU sui cespiti diversi dall'abitazione principale ha fornito un gettito per i comuni pari a 11,6 miliardi; l'aliquota ordinaria media è stata pari a circa il 9,5 per mille (tre millesimi in più rispetto alla corrispondente aliquota nel 2011 e quasi due millesimi oltre la misura base).
   L'oratore passa poi a un confronto internazionale, osservando che l'analisi del gettito delle imposte sugli immobili mostra come l'introduzione dell'IMU nel 2012 abbia portato il prelievo italiano complessivo sulla proprietà e sugli occupanti su un livello in linea con quelli registrati nei principali paesi dell'Unione europea.
   Nei paesi della UE la tassazione degli immobili riveste un ruolo di rilievo per i governi locali, in particolare attraverso imposte ricorrenti; queste ultime sono pre-senti in 26 dei 27 Stati membri e sono prelevate anche sull'abitazione principale. La reintroduzione dell'imposta su tale cespite ha quindi allineato il sistema fiscale italiano a quello degli altri Paesi europei.
   Passando ad esaminare alcuni aspetti critici dell'attuale sistema di tassazione immobiliare, l'oratore si sofferma sulle prospettive di revisione del catasto, osservando che le differenze nel divario fra la base imponibile basata sulle rendite catastali e gli effettivi valori di mercato degli immobili possono generare fenomeni di iniquità sia orizzontale sia verticale.
   Va inoltre sottolineato che lo scostamento fra valori di mercato e valori catastali tende a favorire i contribuenti più ricchi.
   L'oratore dà quindi analitico conto di tali osservazioni, e specifica che da esse discende che una spedita revisione del catasto, che riguardi non solo le tariffe d'estimo ma anche i principi di classamento, avrebbe quindi effetti positivi anche sul piano distributivo.
   Poiché tuttavia il completamento delle diverse fasi del processo di revisione potrebbe richiedere tempi abbastanza lunghi, recentemente stimati nell'ordine di un quinquennio, in attesa che le nuove rendite si rendano disponibili, suggerisce di individuare meccanismi che attenuino le disparità di trattamento ingiustificate.
   L'oratore si sofferma quindi analiticamente sul sistema delle detrazioni, sottolineando la circostanza che l'IMU continua a differenziare nettamente l'abitazione principale dalle altre abitazioni, esentando del tutto, per il tramite della detrazione, le abitazioni fino a un valore di circa 110-170 mila euro e prevedendo sul valore eccedente un'aliquota pressoché dimezzata rispetto a quella ordinaria.
  Va considerato che alcune famiglie, pur essendo proprietarie di una o più abitazioni hanno un reddito molto basso. Si può pensare, per tener conto di tale fattore, di differenziare le franchigie in relazione a indicatori di capacità contributiva della famiglia; ovvero, in alternativa, a tale differenziazione, si potrebbe consentire ai contribuenti che si trovano in situazioni documentabili di bisogno di posporre il pagamento dell'imposta, indebitandosi con il Comune per la parte del tributo che supera una determinata percentuale del loro reddito, eventualmente dando a garanzia l'immobile.
  Per quanto riguarda invece la tassazione immobiliare del mercato delle locazioni, dopo aver svolto una serie di osservazioni di carattere generale, si sofferma sulla misura di incentivazione all'affitto della "cedolare secca" sui redditi da locazione. L'applicazione di tale imposta sostitutiva, ha ridotto il cuneo fiscale sugli affitti, in tal modo attenuando la convenienza del ricorso al mercato irregolare e ha allineato la fiscalità del reddito immobiliare a quella dei rendimenti delle attività finanziarie, garantendo una maggiore neutralità dell'imposizione.
   L'oratore fa presente, tuttavia, che l'opzione per la "cedolare secca" è stata meno diffusa di quanto atteso: il gettito del 2011 e quello di preconsuntivo del 2012 ammontano a circa un quarto di quanto previsto inizialmente. A suo parere, in prospettiva, l'intensificarsi del contrasto ai fenomeni di evasione potrebbe rafforzare la convenienza della "cedolare secca".
   Si sofferma poi analiticamente sulle questioni relative alla tassazione dei trasferimenti di abitazione dei fabbricati strumentali nonché sulla questione dell'IMU sugli immobili delle imprese, dando conto dell'aggravio imposto a tale comparto, suggerendone, in caso di risorse disponibili, un'attenuazione.
   Conclude la propria esposizione osservando, in termini di ripartizione dei poteri di prelievo, che il sovrapporsi di più livelli di governo sulla stessa base imponibile rappresenta un aspetto problematico per l'efficienza del sistema tributario italiano e che le interferenze fra la politica tributaria nazionale e la fiscalità locale rendono il prelievo opaco per il contribuente.
   Con riferimento all'IMU, la significativa commistione di responsabilità nell'assetto in vigore per il 2012 è stata in parte attenuata con la legge di stabilità 2013. Osserva quindi che la riforma della tassazione immobiliare può essere l'occasione per una ulteriore razionalizzazione dei poteri di prelievo, condotta nello spirito della separazione delle fonti.

 

                     EDIZIONI PRECEDENTI

                     Governo italiano e IMU

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Enrico Letta

IMU - Imposta Municipale sugli Immobili:
debolezze tecniche inammissibili

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Il Comunicato del Consiglio dei Ministri

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Luciani:
Si può fare, in alternativa, una imposta patrimoniale ordinaria, ma solo se il Ministero delle Finanze cambia pelle.
In particolare: sulla posizione degli immobili aziendali.

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Silvio Berlusconi


    COMUNICATO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
(Roma, 17 maggio):  http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=71102)

Imu

" Il governo procederà a una riforma complessiva della disciplina dell’imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare che innoverà anche la tassazione sul reddito d’impresa, prevedendo forme di deducibilità dell’Imu su capannoni o fabbricati industriali. Nella nuova disciplina sarà ricompreso anche il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi.

Il governo ha stabilito la sospensione del pagamento della prima rata Imu sulla prima casa, sulle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari, nonché alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (Iacp) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli Iacp, i terreni e i fabbricati rurali.
Sono escluse dalla sospensione del versamento le abitazioni di tipo signorile, le ville, i castelli o i palazzi di pregio storico o artistico. "
.

Nino Luciani, Per una imposta ordinaria sul patrimonio con speciali modulazioni sociali, e con una speciale ottica per le imprese.
In ogni caso, una netta correzione tecnica dell'IMU, atta ad evitare abissi tra capacità contributiva effettiva e realtà.

1. Premessa. Non voglio fare la storia dell'IMU, ma denunciare le gravi responsabilità ministeriali in questa imposta, che hanno finito per renderla odiosa, più di quanto possa meritare (di suo) ogni imposta aggiuntiva del nostro sistema tributario.
  Nella scienza delle finanze l'imposta patrimoniale immobiliare si giustifica per il pagamento delle opere comunali di urbanizzazione per la costruzione degli edifici abitativi e produttivi. Per questo, il gettito di questa imposta è stato ritenuto doversi attribuire ai Comuni, in ragione del fatto che il valore delle aree è collegata alla loro attività.
   In un secondo tempo (e da anni) gli oneri di urbanizzazione sono stati messi a carico dei costruttori, e quindi è venuta meno la ratio di una imposta specifica.
   Nel caso dell'IMU, come allargata dal Governo Monti (e approvata dai tre partiti sostenitori PD+PDL+UDC), è una imposta generale, e quindi la sua ratio va sottoposta alla ratio delle imposte generali, cosa che non è per l'IMU.
   Ma prima di evidenziare i difetti tecnici dell'IMU, va chiarito un aspetto di metodo, che viene prima del problema della sua modifica tecnica: trattasi del fatto che attualmente l'IMU va a coprire un buco di bilancio e, dunque, chi propone di abolirla acquisendo popolarità, deve assumersi la responsabilità di proporre con quale altra imposta sostituirla o quale servizio pubblico abolire facendo cadere il buco di bilancio (con riduzione di spesa pubblica).

Questa indicazione non c'è stata, e questo giustifica, più sopra nel titolo, la foto furbesca del "santo" proponente.

2.- Il retto criterio della tassazione. Il retto criterio di qualunque imposta è che essa, sia diretta sul reddito, sia essa su altro oggetto, possa essere pagata con il reddito tassato o con il reddito dell'oggetto tassato (vedi IRAP, vedi imposta sul patrimonio). Infatti in base a Costituzione (art. 53) l'imposta va commisurata a capacità contributiva, e il reddito è la migliore espressione della capacità contributiva.
  Ma questo non sempre avviene con l'IMU: vedi case sfitte, vedi ruderi, per cui viene richiesto di pagare con un reddito che non c'è.
   In questi casi l'imposta è odiosa e incostituzionale, e i casi più inaccettabili sono che il contribuente si trovi a dover "svendere" l'immobile, per pagare l'imposta.

  Sulla opportunità di abolire l'imposta, gli aspetti da considerare sono molteplici, e ne ricorderò alcuni.
  a) L'imponibile è calcolato dal fisco  in modo errato.
La base imponibile di ogni immobile si ottiene moltiplicando la rendita catastale o reddito dominicale, rivalutato del 5% se fabbricato e del 25% se terreno, con il moltiplicatore dato dalla categoria catastale. I moltiplicatori sono:
160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10;
140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5;
80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale A/10 e D/5;
60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D (con esclusione della categoria D/5), tale moltiplicatore sarà elevato a 65 a decorrere dal 1º gennaio 2013;
55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1;
135 per i terreni agricoli (per i coltivatori diretti iscritti alla previdenza agricola il moltiplicatore è ridotto a 110)

    Nota. Presumendo che la rendita sia calcolata al netto dell'ammortamento, e dunque che essa sia una rendita perpetua (il fisco vi si avvicina, come metodo, perchè prende la media dei redditi di tre anni consecutivi), la formula per il calcolo del valore patrimoniale è:
                      moltiplicatore imu.bmp (38994 byte)
vale dire: il valore " C" di un capitale è dato dalla rendita "R" moltiplicata per un "moltiplicatore", pari all'inverso del tasso di interesse "i" (ossia del tasso di rendimento di un determinato capitale sul mercato), in pratica pari a 100 diviso per il tasso di interesse (terza espressione matematica).
   Si vede che C è direttamente proporzionale a "R"; e inversamente proporzionale a "i": vale dire C aumenta, aumentando "R" ; e diminuisce aumentando "i".
   Le due grandezze, R ed i , sono entrambe determinate dal fisco, mentre questo dovrebbe accertare solo la rendita, dato il tasso di interesse rilevato sul mercato. C'è l'aggravante che il fisco comunica ufficialmente il moltiplicatore, ma  non il tasso di interesse usato per calcolarlo, e questo è indegno di uno Stato che merita rispetto e fiducia
   A riguardo della rendita, c'è un generale consenso secondo cui essa "sarebbe" sottostimata dal fisco, in quanto (determinata a suo tempo secondo rilevazioni del valore del mq di superficie) essa non è stata più aggiornata in base al correre della svalutazione monetaria (a parte quel 5% arbitrario, o altro,... di anno in anno ...). Di conseguenza, ci sarebbe una sottovalutazione per C.
   Osservo che il grande pubblico trascura totalmente che il fisco sottostima tantissimo il tasso di interesse, per cui ribalta il risultato, dovuto alla sottostima di R.  Infatti, usando la formula, troviamo:  
- se il moltiplicatore è 160, il fisco ha usato implicitamente il tasso di interesse 0,63%.
- se il moltiplicatore è 140, il fisco ha usato implicitamente il tasso di interesse 0,71%.
- se il moltiplicatore è 80, il fisco ha usato implicitamente il tasso di interesse 1,25%.
- se il moltiplicatore è 60, il fisco ha usato implicitamente il tasso di interesse 1,67%.
- se il moltiplicatore è 55, il fisco usato implicitamente il tasso di interesse 1,82%.
- se il moltiplicatore è 135, il fisco ha usato implicitamente il tasso di interesse 0,74%.
   Chiunque può constatare che questi tassi sono inesistenti nel mercato. Ad es., per le normali abitazioni (che sono in categoria catastale A), il tasso di tasso di rendimento è molto maggiore (il tasso di interesse di lungo periodo è nell'intorno del 4%-5%, e non è casuale l'indicazione del 5% dell'art. 1284 del cc.). Dunque è evidente l'abuso del fisco nel sovrastimare il valore, in contrasto con il codice civile (infatti, esso usa il tasso di interesse dello 0,63%). In più, può giocare sull'aliquota.
   Vediamo un caso pratico che conosco: un appartamentino affittato a Bologna: rendita catastale € 279, al tasso di interesse dello 0,63% (ossia al moltiplicatore 160) è calcolato di valore € 46.872, dal fisco.
   Rifacciamo i conti, partendo dal vero. L'appartamento ha, in realtà, una rendita di € 3.925 (al netto di spese condominiali e nettezza urbana, e di ammortamento ), e al tasso di interesse del 4% vale € 98.125; al tasso del 5% vale € 78.500.
   Ma il fisco non si spaventa di questo: prima fissa il gettito, e poi (per fare tornare il suo conto) applica una aliquota doppia di quella spettante (questo sana il fatto che la rendita catastale sia bassa), e se questo non basta, abbassa il tasso di interesse (vale dire aumenta il moltiplicatore arbitrariamente).

3.- Abolire l'IMU e sostituirla con una imposta patrimoniale ordinaria, con opportune modulazioni su abitazioni e fabbricati produttivi ?

    a) In generale. Un teorema di Rodolfo Benini, statistico ed economista italiano, dice: "A reddito doppio, patrimonio triplo", vale dire al crescere del reddito, il patrimonio aumenta più che in proporzione.
   Il patrimonio immobiliare è ben visibile e non evade facilmente. In questo senso, una imposta ordinaria sul patrimonio con aliquota proporzionale è progressiva rispetto al reddito (dunque è anche socialmente equa) e non è facile da evadere, perchè facile da identificare.
   In questa congiuntura c'è anche la necessità di creare domanda effettiva sul mercato, togliendo danaro a chi ha alta propensione al risparmio (i ricchi) e spenderlo prontamente per mano pubblica, per sbloccare il sistema produttivo.
   C'è però anche chi vede nella cancellazione dell'IMU una via per sbloccare gli investimenti nell'edilizia. Secondo me, non vede giusto, perchè di fabbricati ce ne sono già troppi. Eventualmente si potrebbero adeguare gli sgravi fiscali (da IVA) sugli ammodernamenti del patrimonio.
   Direi che l'IMU vada corretta tecnicamente: i patrimoni che non danno reddito, non vanno tassati, e per fare questo va abolito il sistema catastale attuale.
   Possiamo anche sgravare la prima casa, ma in modo collegato con il reddito complessivo (la discriminazione qualitativa non è razionale, e quindi non andrebbero ammesse anche le varie compartecipazioni e addizionali, differenziate per Comuni). Applicherei l'aliquota normale per tutte le abitazioni e lo sgravio sulla prima casa, ma non per i cittadini con reddito complessivo superiore ad una determinata cifra (€ 100.000 ?).
   Essa andrebbe attribuita totalmente ai Comuni.
  
  Un discorso a parte va fatto per i fabbricati, ad uso strumentale produttivo. Va ricordato che, ai fini IVA, i beni strumentali sono esenti (ed anche ai fini IRAP). A questo punto, poichè lo Stato li tassa ai fini IMU, viene ad emergere che lo Stato spende soldi per amministrare sgravi sui fabbricati e poi spende soldi per recuperare soldi a carico degli stessi fabbricati. Si decida se sgravare o gravare. Questo modo mi pare abbastanza censurabile dal lato delle economie dei costi amministrativi.
   Personalmente ritengo che, in tempi di disoccupazione, lo Stato non dovrebbe sgravare da IVA i beni strumentali, per non creare una discriminazione tra prezzo del capitale (sgravato) e prezzo del lavoro (gravato). Infatti, il costo del lavoro entra nel valore aggiunto. Ciò stimola l'automazione.
  Naturalmente, se l'ammortamento entra nel valore aggiunto fiscale, si dovrebbe abbassare l'aliquota media, in quanto la base imponibile verrebbe ad aumentare.
  Riterrei anche che l'imposta patrimoniale sui detti fabbricati, dovrebbe avere di mira il reddito d'impresa (costituito dai profitti e dagli interessi sul capitale).   Il motivo è che le imprese sono reticenti nel dichiarare il reddio d'impresa: in questo senso, andrebbe tassato il fabbricato per arrivare al reddito d'impresa. Grosso modo il reddito di impresa è il 30-35% del PIL (si vegga ISTAT, Contabilità nazionale, Tomo I, Anni 1970-97, p. 293).
   Riterrei, però, anche che (in sede di tassazione dei redditi) vada sgravato il reddito d'impresa reinvestito. Questo sgravio fa bene a tutti perchè incentiva gli investimenti e incentiva l'impresa a non nascondere il reddito d'impresa. In questo modo l'aliquota dell'imposta patrimoniale può essere calcolata in modo più mirato.
   Io, poi, ho studiato gli effetti dell'imposta sul patrimonio sulla assunzione del rischio, trovando soluzioni diversificate tra investimenti a relativo alto rischio o a relativo  basso rischio, e in confronto all'imposta sul reddito con o senza detrazione delle perdite. Si vegga: http://amsacta.unibo.it/3417/1/scritti_scelti_luciani.pdf, p. 181e ss. .

 

                    EDIZIONI  PRECEDENTI

                     Dalla ACCADEMIA dei LINCEI, 8 marzo 2013

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Di nuovo il Govermatore Visco sulla crisi finanziaria e, in particolare:


"Sulla necessità di separare la tradizionale attività creditizia da quella svolta in
campo finanziario, che ha recentemente tratto nuovo vigore a livello europeo".
Anche sue parole dure sulla caduta della "integrità morale delle banche".

 


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COMMENTO. Forse sarebbe stato opportuno non limitarsi a lezioni erudite, ma invocare a chiare lettere anche riforme per parte bancaria:
1) Invocare il ripristino (anche in Italia, come sta avvenendo in Inghiltterra) della legge bancaria del 1936;
2) Dire alla BCE che sarebbe normale fare anticipazioni di cassa allo Stato Italiano per pagare i fornitori dello Stato, considerato che lo Stato Italiano
    ha solo problemi di cassa, se è vero che il Governo MONTI ha pareggiato il bilancio in conto competenza, grazie alla tassazione fuori limite.
3) Dire alla UE che, se non cambia testa (in ordine ai tempi di restituire liquidità al sistema), l'Italia potrebbe essere costretta a uscire dall' EURO, a parte che chiedere a Cipro di tassare i depositi bancari è stato non professionale, perchè questo genera panico nel pubblico e fa fallire le banche.

Stralcio dal
TESTO ORIGINALE DELL'INTERVENTO
(per il testo completo: clicca su Lincei )

ECONOMIA E FINANZA DOPO LA CRISI

  Proponiamo qui lo stralcio di un nuovo intervento del Governatore, sulle cause e i rimedi alla crisi finanziaria, dello 8 marzo 2013.

1.- Introduzione.  La crisi finanziaria ...  ha fatto emergere una serie di problemi nel funzionamento, nella regolamentazione e nella supervisione dei mercati finanziari. La stabilità finanziaria si è riproposta come obiettivo fondamentale della politica economica; le banche centrali sono chiamate a svolgere un ruolo cruciale. Le conseguenze per la regolamentazione e la conduzione dell’attività di vigilanza su un sistema finanziario, che sarà probabilmente molto diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni, sono considerevoli. È inoltre cresciuto lo scetticismo nei confronti del ruolo della finanza nel sistema economico, in particolare in relazione alla sua “distanza” dall’economia reale, quasi fosse in conflitto con essa.

   Nei dieci anni che hanno preceduto la crisi le dimensioni del sistema finanziario, il suo ruolo e il suo grado di penetrazione nell’economia sono notevolmente cresciuti.
   La crisi ha solo rallentato questo processo. Nell’area dell’euro le risorse finanziarie raccolte dal settore privato (misurate dalla somma del credito bancario, dei titoli emessi sul mercato interno e dalla capitalizzazione di mercato) sono salite dal 160 per cento del PIL nel 1996 al 240 nel 2007, attestandosi al 230 per cento nel 2011.
   Negli Stati Uniti il rapporto è salito dal 230 per cento del 1996 al 330 del 2007, per poi ridursi al 260 per cento nel 2011.
   Nel Regno Unito è passato dal 240 al 330 per cento nel 2007, fermandosi al 320 per cento nel 2011. Il valore nozionale totale degli strumenti derivati negoziati a livello mondiale in forma standardizzata (exchange-traded) in mercati regolamentati e di quelli strutturati per particolari esigenze e negoziati al di fuori dei mercati regolamentati (over the counter, OTC) è salito da circa 94.000 miliardi di dollari alla fine del 1998 a 486.000 alla fine del 2006, per raggiungere i 700.000 miliardi nel giugno del 2012.

    ...
   Lo sviluppo della finanza, consentendo una maggiore diversificazione del rischio e rendendo i servizi finanziari accessibili a un maggior numero di paesi e di imprese, può essere un importante strumento di sviluppo economico.
   Ma c’è il rischio che la finanza diventi fine a se stessa, provocando danni tanto maggiori quanto più stretta è l’interconnessione del sistema e quanto più rilevanti sono le potenziali esternalità negative.

    La corretta conduzione dell’attività creditizia e finanziaria certamente richiede competenza e buona fede da parte degli intermediari, ma richiede altresì adeguati regimi di regolamentazione e di supervisione.

2.-  La (buona) finanza è una forza positiva. La finanza è stata a lungo considerata come un’attività moralmente dubbia.
....
    Sullo sfondo di questa sfiducia “strutturale”, l’atteggiamento del pubblico riguardo alla finanza oscilla a seconda delle condizioni dei sistemi finanziari e dei mutamenti nell’umore politico riguardo all’intervento dello Stato nell’economia.
    Fino agli anni Settanta si dava per scontato che i fallimenti del mercato richiedessero la presenza e l’azione di un regolatore che permettesse di evitare risultati sub-ottimali.
    Con la grande inflazione e il forte aumento della disoccupazione degli anni Settanta l’enfasi si spostò, tuttavia, sui fallimenti dello Stato. I governi, le banche centrali e gli altri regolatori vennero accusati di non essere riusciti a evitare tali sviluppi. Ciò finì per provocare un mutamento ideologico, un impulso a ridurre l’entità dell’intervento dello Stato nell’economia.
     I fallimenti dell’“economia regolamentata”, il ritmo del progresso tecnologico e la rapida espansione del commercio internazionale dopo la fine della guerra fredda alimentarono un lungo processo di deregolamentazione finanziaria, interrotto soltanto dalla crisi scoppiata nel 2007.
    Questa ha a sua volta innescato una tendenza alla ri-regolamentazione, o a una migliore regolamentazione, tuttora in atto. Il pendolo ancora oscilla, e certo continuerà a farlo in futuro.
    La crisi finanziaria internazionale, e i costi enormi che ha comportato per l’intera società, hanno eroso ulteriormente e profondamente la fiducia nelle istituzioni finanziarie.
.....
     L’integrità della condotta degli intermediari finanziari è stata messa in discussione sotto vari aspetti: l’onestà, la capacità di gestire i rischi finanziari e l’impegno a curare gli interessi della propria clientela.
    A catturare l’attenzione del pubblico sono stati anzitutto i casi di frode in cui, mediante schemi cosiddetti “di Ponzi” o altri simili, molte persone hanno perso i propri risparmi. Gli animi sono stati esacerbati dalla generosità delle liquidazioni corrisposte ai dirigenti di istituzioni finanziarie in difficoltà salvate con il denaro dei contribuenti. Gli episodi di dubbia correttezza non hanno risparmiato alcuni elementi chiave del sistema finanziario, come i rating creditizi e i tassi di riferimento interbancari, senza contare i casi di presunto coinvolgimento di istituzioni finanziarie in attività collegate al riciclaggio di denaro sporco o in altri illeciti comportamenti. Ciò che più conta, la crisi ha mostrato che gli operatori di mercato non erano in grado di gestire l’intrinseca complessità del sistema che loro stessi avevano contribuito a elaborare negli ultimi due decenni.
    Favorita dai progressi nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la cartolarizzazione delle attività delle banche è notevolmente cresciuta, e con essa l’offerta di strumenti finanziari cosiddetti “strutturati” (ABS, CDO, ecc.).
   Dal tradizionale modello di intermediazione creditizia si è quindi passati – in particolare negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi – a un sistema in cui i prestiti concessi venivano rapidamente trasformati in altri prodotti finanziari garantiti da quegli stessi prestiti, e quindi ceduti sul mercato: il cosiddetto modello originate-to-distribute (OTD). Con questi sviluppi, all’intrinseca difficoltà di valutare la qualità dei prestiti si è aggiunta quella di comprendere appieno l’effettivo ruolo dei prodotti finanziari strutturati.
   I prodotti della finanza strutturata e il modello di intermediazione OTD possono facilitare la gestione dei rischi. L’offerta di mutui alle famiglie è favorita dalla possibilità per le banche di coprirsi contro i rischi di tasso associati all’erogazione di tali prestiti; nelle loro strategie di internazionalizzazione le imprese ricevono un evidente beneficio dalla possibilità di assicurarsi contro i rischi di cambio; l’offerta di prodotti previdenziali su orizzonti molto lunghi può essere effettuata a costi tanto più contenuti quanto più si riesce a limitare l’impatto di oscillazioni dei valori mobiliari.
   Nel modello OTD il rischio di credito non è concentrato nei bilanci delle banche, ma è ridistribuito su una moltitudine di investitori.

Rendendo negoziabili i prestiti bancari, tale modello comprime i relativi premi per l’illiquidità e ne riduce pertanto il costo.
    È ormai chiaro, tuttavia, che la finanza strutturata e il modello di intermediazione OTD, unitamente alla mancanza di trasparenza, hanno favorito una eccessiva assunzione di rischio e comportamenti di tipo opportunistico. Le operazioni sono spesso avvenute mediante una rete di intermediari finanziari scarsamente regolamentati e caratterizzati da livelli di indebitamento e un’esposizione al rischio particolarmente elevati.
    L’assenza di trasparenza è stata particolarmente grave nella valutazione degli strumenti di finanza strutturata (nella quale un ruolo cruciale era occupato dalle agenzie di rating, senza particolari controlli da parte di regolatori pubblici o organi di informazione), effettuata mediante modelli statistici e spesso condotta sulla base di dati incompleti e insufficienti. In molti casi la complessità ha aperto la strada a comportamenti opportunistici, alimentati da un sistema di incentivi distorto, soprattutto con riferimento agli schemi di remunerazione dei manager.
    L’elevata leva finanziaria e la complessità tipiche di questi strumenti li ha resi utilizzabili per assumere posizioni speculative ad alto rischio. Il ricorso ad attività inutilmente complesse e opache ha impedito in molti casi la corretta valutazione del merito di credito; è servito, in altre occasioni, per mascherare l’impatto negativo di operazioni pregresse.
    L’utilizzo improprio di tali strumenti da parte delle banche può anche essere collegato al venir meno delle fonti di reddito legate alla tradizionale attività creditizia, con la conseguente assunzione di comportamenti volti a nascondere al mercato e alle autorità di vigilanza il reale obiettivo delle operazioni in strumenti derivati.     .... 

Nino Luciani, Per una nuova legge per la difesa del risparmio e degli investimenti, che ripristini la funzione bancaria come orientata alla  "utilità pubblica", o (al più) come impresa orientata ad un "profitto normale".

1.- Premessa. In questo intervento, il Governatore ripete sue posizioni, già note, sulla importanza di riportare la finanza sulla retta via, e specificamente su un nuovo modo di impostare la regolamentazione, vale dire farlo in un quadro europeo e, anzi, meglio se più ampio, e inoltre:
-  essere esigente sui vincoli alle banche sulla adeguatezza e composizione dei loro patrimoni, a tutela dei depositanti;
-  e limitare e controllare sistematicamente la loro discrezionalità nel classificare gli impieghi dei depositi, circa la loro natura di offerta a breve termine o di medio o lungo termine.
   Spiccano anche, nella sua analisi, considerazioni sulla natura morale delle banche, la cui immoralità massima egli vede nella creazione dei prodotti derivati, perchè usati per nascondere "perdite" di bilancio.

2.- Sugli aspetti "immorali" dell'azione bancaria. Per una moralizzazione delle banche, direi che occorre, per parte italiana, mettere mano al meccanismo bancario che la permette (non basta, ricordare, eruditamente la
regola di Volcker” (2008). Noi, in Italia, eravamo su questa strada, fin dal 1936, cosa che pare non constare al giovane Governatore.
  2.1- La legge bancaria del 1993 (D. Leg.vo 385/1993, e che soppresse la legge del 1936, su proposta dalla Banca d'Italia), ha istituito in Italia la "banca universale".
  Analoga legge (il Glass-Steagall Act del 1933) aveva retto negli Stati Uniti fino al 1999, quando fu sostituita dal  Gramm-Leach-Bliley Act. Esso aveva gli stessi caratteri di base della legge italiana. La Germania aveva, già, la banca universale.
  La riforma stabilì che "l'attività bancaria" ha "carattere di impresa" ed "è riservata alle banche" (art.10), e inoltre che la banca universale:
  a) può fare operazioni sulla moneta, senza alcuna distinzione tra mercato a breve termine e mercato a medio-lungo termine;
  b) può emettere obbligazioni; e può partecipare al capitale delle imprese, e viceversa, sia pur entro determinati limiti (fino al 5% di norma, fino al 15% o più servono speciali autorizzazioni della banca centrale).
  Osservazione. Il fatto che la legge del 1993 configuri l'attività bancaria "con carattere di impresa" ( e dunque finalizzata al profitto, ipotizzando che la concorrenza tra banche sia il meccanismo a cui affidare la limitazione degli extra-profitti) è stata una scelta irresponsabile, che ha permesso alle banche di investire a rischio i depositi dei clienti. Lo vediamo nelle conclamate sofferenze bancarie, denunciate dal Governatore, e che attualmente ha messo fuori usato la tradizionale funzione bancaria (deposito e giro), e strozzato le imprese produttive.
    Invece l'art. 1 della legge bancaria del 1936, disponeva: "
La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme del presente decreto". Torniamo al Decreto del 1993.
  
   Approfondiamo la irresponsabilità della scelta.
   Dal lato offerta
, per definizione il mercato di concorrenza si fonda:
  - sulla libertà di entrata e uscita di imprese nel mercato;
  - sulla omogeneità del prodotto;
  - su un numero relativamente grande di imprese, così che nessuna abbia un potere di dominanza sul mercato.
   Nel campo bancario, non esiste nessuna di queste condizioni. Il "prodotto monetario" non, infatti, è l'unità di moneta, ma la "operazione in moneta", ed ogni operazione ha un diverso grado "fondatezza" in termini di rischio, probabilità, grado di certezza.
   Esiste un cartello bancario, che si regge sull'ABI - Associazione Bancaria Italiana.
   Dal lato domanda, poi, la "domanda di moneta
" è rigidissima, perchè essenziale per le operazioni economiche. E' come il sangue per una persona.
   Di conseguenza, non è verosimile che possa esistere un mercato concorrenziale.

  2.2. Dentro i depositi a breve, poi, c'erano ulteriori limiti al "giro" mediante la imposizione di una "riserva obbligatoria bancaria" (da conservare presso la banca centrale, a un tasso di interesse). Questo istituto, già presene del 1926, fu potenziato (1947) da Einaudi (governatore della Banca d'Italia).
   I motivi erano due:
   -  il primo era che le banche dovevano sempre essere in condizioni di restituire assolutamente ai depositanti i loro soldi, in qualunque momento;
   - il secondo è che attraverso il "giro", le banche creano moneta bancaria" che va ad aggiungersi alla moneta legale (banconote). Grosso modo la moneta bancaria è un multiplo della moneta legale, pari all'inverso della percentuale di riserva, rispetto ai depositi. Ad es., se la percentuale è il 10%, la moneta bancaria aggiuntiva è 10 volte il deposito in banconote.
  
  2.3. Con la sopravvenienza della BCE ( e la sostituzione della lira con l'euro) la riserva obbligatoria è molto diminuita, e di conseguenza è molto aumentata la discrezionalità delle banche nel creare "moneta bancaria" e quant'altro ("derivati").
   Fino ad una trentina di anni fa, la riserva obbligatoria era intorno al 25% (e dunque quel "multiplo" era 4), poi via via sempre meno, e questo anche grazie dall'accettazione crescente degli assegni bancari, da parte del pubblico.
   Stando alle attuali regole della BCE, la percentuale obbligatoria BCE è divenuta il 2%, ma nei fatti il 3-4%, (ma anche il 60% nei casi di gravi anomalie del debitore). Non ho trovato la percentuale "media", nè le riserve totali conservate dalle banche presso la B.d'I.
  Ho provato a calcolata per rapporto tra il totale degli impieghi bancari e il totale delle banconote in circolazione . Posto che tutta la moneta legale transiti per le banche, risulterebbe che la moneta bancaria sia oggi, grosso modo, 14 volte le banconote, e dunque la riserva obbligatoria "totale" sia nell'intorno del 7,1% dei depositi.
   Approfondendo questo punto che si pesa la "integrità morale" delle banche, presa di mira dal Governatore VISCO, e il discorso comincia riflettendo sul concetto di convertibilità della moneta cartacea e dei suoi surrogati.

3.- Sulla convertibilità della moneta legale e dei suoi surrogati.
   Storicamente, la soppressione della convertibilità della moneta legale (cartacea), in oro (ad un prefissata parità, garantita dalla banca centrale), è avvenuta perché (con l'esperienza), ci si era resi conto che (per accettare) il biglietto non era importante che, dietro, ci fosse l'oro, ma che "si credesse" che ci fosse l'oro.
   Più tardi, poi, ci si rese conto anche che l'oro non era necessario davvero, perchè noi non mangiamo l'oro (come Creso, che ne morì), ma  beni di consumo comprabili con l'oro o con un suo sostituto (la moneta legale).
  Alla fine, si è concluso che, per fare accettare, con potere liberatorio delle obbligazioni, la moneta legale bastava una "convenzione" (la legge), e stabilire un limite alla sua fabbricazione.
   Ulteriormente più tardi la moneta legale sarà, a sua volta, sostituita dalla moneta bancaria (assegni), e anche qui (sia pur in misura minore) non era importante che in deposito ci fosse davvero la moneta legale, ma che si credesse che ci fosse.
   Ultimamente siamo arrivati, senza regole, ai "derivati", che sono l'equivalente dei "surrogati" della moneta legale in terzo, quarto, quinto grado e oltre, sia pur transitando per l'associazione (al derivato) di valori reali (azioni, obbligazioni, beni immobili, in qualche modo liquidabili, ma solo sulla carta). In questo senso, le probabilità di convertire "derivati" in moneta legale sono divenute via via più remote, mano mano che un determinato derivato è il derivato di un altro derivato, creato precedentemente e così di seguito.
   Questa creazione di "moneta finta" ad infinitum è la chiave per capire lo strapotere delle banche sul mondo di oggi, e fonte del loro arricchimento, giacchè su ogni operazione grava una "commissione" (diciamo, una tangente), e da cui traggano alimento le retribuzioni smisurate dei dirigenti bancari e l'accaparramento della ricchezza altrui (si pensi alle numerose sedi di loro proprietà, nel territorio).
  In passato, il potere di appropriarsi di immensi patrimoni era proprio dei monarchi assoluti, mediante la fabbricazione di carta moneta (o, in precedenza, riducendo la pezzatura delle monete metalliche). Ma poi questo potere fu tolto, trasferendolo alle banche centrali, organi tecnici, indipendenti dal potere politico.
   Adesso, con la moltiplicazione dei surrogati della moneta legale, è cambiato il meccanismo, anzi la ruberia "legalizzata" Cè molto aumentata.
  
4. Basta con le incertezze della UE e della Banca Centrale Europea. La crisi finanziaria europea dura ormai da anni, mentre gli Stati Uniti (messi peggio di noi, all'inizio) ne stanno uscendo bene.
   La incapacità della UE e della BCE è sotto gli occhi di tutti. Un tempo, quando c'era l'oro (come moneta) si doveva sottostare al ciclo, perchè l'oro non si poteva inventare. Ma per la moneta cartacea le cose sono molto diverse.
   Di giorno in giorno ci rendiamo conto che l'UE è diventata una casacca che ci opprime e lo strumento usato è l'EURO.
   Vediamo cose inammissibili. Pur dopo che il Governo italiano ha tassato fin troppo gli italiani (lo vediamo dai suicidi di imprenditori) per pareggiare (giustamente) il bilancio, dobbiamo constatare la persistenza dei veti UE alla spesa di quanto prelevato. Questo è inammissibile, se davvero è stata rispettato il vincolo del pareggio del bilancio.
   Non capiamo perchè la BCE non faccia anticipazioni di cassa allo Stato italiano, se è vero che il bilancio di competena è in pareggio (quasi).
   E' stata per noi una meraviglia anche la tentata tassazione dei depositi bancari a Cipro. Evidentemente la la UE non sa che, di norma, i depositi bancari sono largamente maggiori della moneta legale presso le banche (ne sono un multiplo, si vegga sopra) e dunque il solo annuncio genera la corsa dei risparmiatori alle banche, per riavere il contante, che non c'è a sufficienza, così da determinare il crollo del sistema bancario, e di quanto ne consegue a domino, negli altri Paesi. NLUCIANINino Luciani,
Per una nuova legge per la difesa del risparmio e degli investimenti, che ripristini la funzione bancaria come orientata alla  "utilità pubblica", o (al più) come impresa orientata ad un "profitto normale".

1.- Premessa. In questo intervento, il Governatore ripete sue posizioni, già note, sulla importanza di riportare la finanza sulla retta via, e specificamente su un nuovo modo di impostare la regolamentazione, vale dire farlo in un quadro europeo e, anzi, meglio se più ampio, e inoltre:
-  essere esigente sui vincoli alle banche sulla adeguatezza e composizione dei loro patrimoni, a tutela dei depositanti;
-  e limitare e controllare sistematicamente la loro discrezionalità nel classificare gli impieghi dei depositi, circa la loro natura di offerta a breve termine o di medio o lungo termine.
   Spiccano anche, nella sua analisi, considerazioni sulla natura morale delle banche, la cui immoralità massima egli vede nella creazione dei prodotti derivati, perchè usati per nascondere "perdite" di bilancio.

2.- Sugli aspetti "immorali" dell'azione bancaria. Per una moralizzazione delle banche, direi che occorre, per parte italiana, mettere mano al meccanismo bancario che la permette (non basta, ricordare, eruditamente la
regola di Volcker” (2008). Noi, in Italia, eravamo su questa strada, fin dal 1936, cosa che pare non constare al giovane Governatore.
  2.1- La legge bancaria del 1993 (D. Leg.vo 385/1993, e che soppresse la legge del 1936, su proposta dalla Banca d'Italia), ha istituito in Italia la "banca universale".
  Analoga legge (il Glass-Steagall Act del 1933) aveva retto negli Stati Uniti fino al 1999, quando fu sostituita dal  Gramm-Leach-Bliley Act. Esso aveva gli stessi caratteri di base della legge italiana. La Germania aveva, già, la banca universale.
  La riforma stabilì che "l'attività bancaria" ha "carattere di impresa" ed "è riservata alle banche" (art.10), e inoltre che la banca universale:
  a) può fare operazioni sulla moneta, senza alcuna distinzione tra mercato a breve termine e mercato a medio-lungo termine;
  b) può emettere obbligazioni; e può partecipare al capitale delle imprese, e viceversa, sia pur entro determinati limiti (fino al 5% di norma, fino al 15% o più servono speciali autorizzazioni della banca centrale).
  Osservazione. Il fatto che la legge del 1993 configuri l'attività bancaria "con carattere di impresa" ( e dunque finalizzata al profitto, ipotizzando che la concorrenza tra banche sia il meccanismo a cui affidare la limitazione degli extra-profitti) è stata una scelta irresponsabile, che ha permesso alle banche di investire a rischio i depositi dei clienti. Lo vediamo nelle conclamate sofferenze bancarie, denunciate dal Governatore, e che attualmente ha messo fuori usato la tradizionale funzione bancaria (deposito e giro), e strozzato le imprese produttive.
    Invece l'art. 1 della legge bancaria del 1936, disponeva: "
La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme del presente decreto". Torniamo al Decreto del 1993.
  
   Approfondiamo la irresponsabilità della scelta.
   Dal lato offerta
, per definizione il mercato di concorrenza si fonda:
  - sulla libertà di entrata e uscita di imprese nel mercato;
  - sulla omogeneità del prodotto;
  - su un numero relativamente grande di imprese, così che nessuna abbia un potere di dominanza sul mercato.
   Nel campo bancario, non esiste nessuna di queste condizioni. Il "prodotto monetario" non, infatti, è l'unità di moneta, ma la "operazione in moneta", ed ogni operazione ha un diverso grado "fondatezza" in termini di rischio, probabilità, grado di certezza.
   Esiste un cartello bancario, che si regge sull'ABI - Associazione Bancaria Italiana.
   Dal lato domanda, poi, la "domanda di moneta
" è rigidissima, perchè essenziale per le operazioni economiche. E' come il sangue per una persona.
   Di conseguenza, non è verosimile che possa esistere un mercato concorrenziale.

  2.2. Dentro i depositi a breve, poi, c'erano ulteriori limiti al "giro" mediante la imposizione di una "riserva obbligatoria bancaria" (da conservare presso la banca centrale, a un tasso di interesse). Questo istituto, già presene del 1926, fu potenziato (1947) da Einaudi (governatore della Banca d'Italia).
   I motivi erano due:
   -  il primo era che le banche dovevano sempre essere in condizioni di restituire assolutamente ai depositanti i loro soldi, in qualunque momento;
   - il secondo è che attraverso il "giro", le banche creano moneta bancaria" che va ad aggiungersi alla moneta legale (banconote). Grosso modo la moneta bancaria è un multiplo della moneta legale, pari all'inverso della percentuale di riserva, rispetto ai depositi. Ad es., se la percentuale è il 10%, la moneta bancaria aggiuntiva è 10 volte il deposito in banconote.
  
  2.3. Con la sopravvenienza della BCE ( e la sostituzione della lira con l'euro) la riserva obbligatoria è molto diminuita, e di conseguenza è molto aumentata la discrezionalità delle banche nel creare "moneta bancaria" e quant'altro ("derivati").
   Fino ad una trentina di anni fa, la riserva obbligatoria era intorno al 25% (e dunque quel "multiplo" era 4), poi via via sempre meno, e questo anche grazie dall'accettazione crescente degli assegni bancari, da parte del pubblico.
   Stando alle attuali regole della BCE, la percentuale obbligatoria BCE è divenuta il 2%, ma nei fatti il 3-4%, (ma anche il 60% nei casi di gravi anomalie del debitore). Non ho trovato la percentuale "media", nè le riserve totali conservate dalle banche presso la B.d'I.
  Ho provato a calcolata per rapporto tra il totale degli impieghi bancari e il totale delle banconote in circolazione . Posto che tutta la moneta legale transiti per le banche, risulterebbe che la moneta bancaria sia oggi, grosso modo, 14 volte le banconote, e dunque la riserva obbligatoria "totale" sia nell'intorno del 7,1% dei depositi.
   Approfondendo questo punto che si pesa la "integrità morale" delle banche, presa di mira dal Governatore VISCO, e il discorso comincia riflettendo sul concetto di convertibilità della moneta cartacea e dei suoi surrogati.

3.- Sulla convertibilità della moneta legale e dei suoi surrogati.
   Storicamente, la soppressione della convertibilità della moneta legale (cartacea), in oro (ad un prefissata parità, garantita dalla banca centrale), è avvenuta perché (con l'esperienza), ci si era resi conto che (per accettare) il biglietto non era importante che, dietro, ci fosse l'oro, ma che "si credesse" che ci fosse l'oro.
   Più tardi, poi, ci si rese conto anche che l'oro non era necessario davvero, perchè noi non mangiamo l'oro (come Creso, che ne morì), ma  beni di consumo comprabili con l'oro o con un suo sostituto (la moneta legale).
  Alla fine, si è concluso che, per fare accettare, con potere liberatorio delle obbligazioni, la moneta legale bastava una "convenzione" (la legge), e stabilire un limite alla sua fabbricazione.
   Ulteriormente più tardi la moneta legale sarà, a sua volta, sostituita dalla moneta bancaria (assegni), e anche qui (sia pur in misura minore) non era importante che in deposito ci fosse davvero la moneta legale, ma che si credesse che ci fosse.
   Ultimamente siamo arrivati, senza regole, ai "derivati", che sono l'equivalente dei "surrogati" della moneta legale in terzo, quarto, quinto grado e oltre, sia pur transitando per l'associazione (al derivato) di valori reali (azioni, obbligazioni, beni immobili, in qualche modo liquidabili, ma solo sulla carta). In questo senso, le probabilità di convertire "derivati" in moneta legale sono divenute via via più remote, mano mano che un determinato derivato è il derivato di un altro derivato, creato precedentemente e così di seguito.
   Questa creazione di "moneta finta" ad infinitum è la chiave per capire lo strapotere delle banche sul mondo di oggi, e fonte del loro arricchimento, giacchè su ogni operazione grava una "commissione" (diciamo, una tangente), e da cui traggano alimento le retribuzioni smisurate dei dirigenti bancari e l'accaparramento della ricchezza altrui (si pensi alle numerose sedi di loro proprietà, nel territorio).
  In passato, il potere di appropriarsi di immensi patrimoni era proprio dei monarchi assoluti, mediante la fabbricazione di carta moneta (o, in precedenza, riducendo la pezzatura delle monete metalliche). Ma poi questo potere fu tolto, trasferendolo alle banche centrali, organi tecnici, indipendenti dal potere politico.
   Adesso, con la moltiplicazione dei surrogati della moneta legale, è cambiato il meccanismo, anzi la ruberia "legalizzata" Cè molto aumentata.
  
4. Basta con le incertezze della UE e della Banca Centrale Europea. La crisi finanziaria europea dura ormai da anni, mentre gli Stati Uniti (messi peggio di noi, all'inizio) ne stanno uscendo bene.
   La incapacità della UE e della BCE è sotto gli occhi di tutti. Un tempo, quando c'era l'oro (come moneta) si doveva sottostare al ciclo, perchè l'oro non si poteva inventare. Ma per la moneta cartacea le cose sono molto diverse.
   Di giorno in giorno ci rendiamo conto che l'UE è diventata una casacca che ci opprime e lo strumento usato è l'EURO.
   Vediamo cose inammissibili. Pur dopo che il Governo italiano ha tassato fin troppo gli italiani (lo vediamo dai suicidi di imprenditori) per pareggiare (giustamente) il bilancio, dobbiamo constatare la persistenza dei veti UE alla spesa di quanto prelevato. Questo è inammissibile, se davvero è stata rispettato il vincolo del pareggio del bilancio.
   Non capiamo perchè la BCE non faccia anticipazioni di cassa allo Stato italiano, se è vero che il bilancio di competena è in pareggio (quasi).
   E' stata per noi una meraviglia anche la tentata tassazione dei depositi bancari a Cipro. Evidentemente la la UE non sa che, di norma, i depositi bancari sono largamente maggiori della moneta legale presso le banche (ne sono un multiplo, si vegga sopra) e dunque il solo annuncio genera la corsa dei risparmiatori alle banche, per riavere il contante, che non c'è a sufficienza, così da determinare il crollo del sistema bancario, e di quanto ne consegue a domino, negli altri Paesi. NLUCIANI

   (Continua VISCO) Riassumendo, l’innovazione finanziaria può consentire un’allocazione più efficiente del rischio di credito, ma comporta svariati pericoli, alcuni dei quali sono a essa connaturati, mentre altri sono collegati più in generale alla crescente interdipendenza tra le componenti del sistema finanziario.
    Il processo di consolidamento finanziario in atto e il modello di intermediazione bancaria OTD hanno dato luogo a una forte interconnessione fra intermediari e mercati dei capitali, con importanti conseguenze per la stabilità finanziaria: una maggiore interconnessione migliora infatti la diversificazione dei rischi e può rendere i mercati più resistenti a shock, ma in caso di problemi favorisce la diffusione del contagio.
    Ma la percezione negativa delle banche e della finanza non deve portare a una reazione eccessiva e priva di discernimento.
   ...
    È fondamentale per la condivisione e l’allocazione dei rischi, specie per le società e gli individui meno abbienti, poiché l’avversione al rischio diminuisce all’aumentare della ricchezza. È fondamentale per trasferire le risorse nel tempo e rimuovere i vincoli di liquidità che ostacolano lo svolgimento dell’attività economica e la messa a frutto delle idee, per promuovere lo sviluppo, specie favorendo l’innovazione.
   In effetti, la storia offre innumerevoli esempi di “buone” innovazioni finanziarie. Si pensi alle “lettere di cambio” introdotte dai mercanti italiani nel Medioevo: furono probabilmente la prima fattispecie di moneta fiduciaria e diedero ampio impulso al commercio. Più di recente, si consideri lo sviluppo del “microcredito” dagli anni Settanta del secolo scorso, un’innovazione che ha aumentato l’inclusione finanziaria, consentendo ai più poveri di ottenere credito per far fronte a malattie o altri shock temporanei.
    Si ricordi, infine, il ruolo svolto, negli ultimi vent’anni, dal “venture capital” nella promozione di imprese innovative di successo come Apple, Intel e Google.
    Alcuni paesi stanno investendo sempre più nell’“educazione finanziaria” del pubblico. Anche questa è importante; contribuisce alla formazione di un mercato finanziario più inclusivo e consente ai cittadini di comprendere meglio gli sforzi compiuti dalle autorità per migliorare la vigilanza e la regolamentazione: li rende meno inclini a sottoscrivere la tesi semplicistica secondo cui la finanza è inevitabilmente “cattiva”.
    Ma non illudiamoci: come mostrano chiaramente il caso di Bernard Madoff e altre vicende, non solo statunitensi, l’alfabetizzazione finanziaria non è una panacea (i clienti di Madoff avevano senz’altro conoscenze finanziarie superiori alla media). Ai fini della tutela dei consumatori di prodotti e servizi finanziari, la regolamentazione e un’efficace vigilanza sono un presidio complementare e non meno importante di quelli offerti dall’educazione e dall’inclusione finanziarie.

   La complessità è stata usata, a volte in modo perverso, come argomento a favore di una sorta di “benevolo distacco” – benign neglect – da parte dei regolatori.
    Le grandi istituzioni finanziarie hanno sostenuto con successo che l’innovazione finanziaria era troppo complessa e opaca perché i regolatori potessero venirne a capo. Per salvaguardare il sistema finanziario internazionale dal rischio sistemico, così argomentavano, la soluzione migliore era l’impegno diretto da parte dell’industria finanziaria a migliorare i sistemi interni di gestione e controllo dei rischi. Questa era in estrema sintesi l’opinione esposta nel rapporto del Gruppo dei Trenta pubblicato dopo lo scoppio della crisi in Asia.
   Questa tesi veniva spesso accompagnata da un ragionamento del tipo: “voi, regolatori e autorità di vigilanza, sarete sempre indietro rispetto all’innovazione finanziaria; è meglio che lasciate a noi, istituzioni globali, il compito di autoregolarci; siamo grandi, sappiamo badare a noi stessi”. In fin dei conti “se qualcuno di noi sbaglia, alcuni guadagneranno ciò che altri hanno perso; perché non dovreste lasciarci liberi di giocare un gioco a somma zero?”
   I regolatori non avevano di fatto né la possibilità né i giusti incentivi per acquisire le informazioni necessarie. In primo luogo, le grandi istituzioni finanziarie operano a livello mondiale e i regolatori nazionali dispongono di poteri troppo limitati per poterle controllare. Le difficoltà nel coordinare l’azione regolamentare, per la naturale tendenza di ciascuno a preservare la propria particolare sfera di influenza, non hanno consentito di essere all’altezza delle sfide poste da una finanza diventata ormai globale. In secondo luogo, si sono a volte determinati casi di “cattura del regolatore”, riflesso di condizionamenti politici ed economici non sufficientemente contrastati.
     Accettare l’idea che un “benevolo distacco” fosse l’atteggiamento giusto da tenere è stato tuttavia un errore fatale. La crisi finanziaria globale ha mostrato i limiti dell’idea che l’autoregolamentazione e la disciplina di mercato siano sufficienti ad assicurare la stabilità dei sistemi finanziari.
    ...

3.- Alla ricerca di un sistema migliore di regolamentazione e di vigilanza.
    
Negli ultimi anni la crisi ha accresciuto la consapevolezza dei vantaggi di un sistema di regolamentazione più stringente. A livello internazionale, sotto l’impulso politico impartito dal G20, il Financial Stability Board (FSB) e il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria hanno introdotto importanti modifiche regolamentari volte a ridurre la frequenza delle crisi finanziarie e ad aumentare la resistenza dei sistemi economici.
    Molto è già stato fatto. Sono state significativamente accresciute la quantità e la qualità della dotazione patrimoniale delle banche, per assicurare che queste ultime operino su basi sicure e solide.
    Sono stati innalzati i requisiti patrimoniali minimi. Con il miglioramento della qualità del capitale si persegue il fine di mettere le banche maggiormente in grado di assorbire perdite sia in condizioni di continuità d’impresa, sia in caso di crisi.
    La copertura dei rischi è stata ampliata, in particolare per le attività di negoziazione, per le cartolarizzazioni e per le esposizioni collegate a veicoli speciali fuori bilancio o strumenti derivati. A integrazione dei requisiti patrimoniali commisurati al rischio, verrà introdotto un indice massimo di leva finanziaria armonizzato sul piano internazionale al fine di evitare un eccessivo ricorso all’indebitamento nel sistema.
     Il Comitato di Basilea ha inoltre promosso l’adozione di standard internazionali per la liquidità e la provvista delle banche, volti a promuovere la loro resistenza a shock di liquidità.
   I Governatori delle banche centrali e i responsabili delle Autorità di vigilanza hanno raggiunto di recente un accordo fondamentale per l’adozione di un valore minimo obbligatorio per il rapporto fra le attività liquide di elevata qualità di una banca e i suoi deflussi di cassa netti attesi sull’orizzonte di un mese in condizioni di stress (Liquidity Coverage Ratio – LCR).
     Il valore minimo dell’LCR aumenterà gradualmente nei prossimi anni, così da evitare di pregiudicare la capacità del sistema bancario internazionale di finanziare la ripresa. Su richiesta del G20, l’FSB ha promosso iniziative volte a rafforzare la regolamentazione del mercato dei derivati OTC. L’obiettivo è rafforzare le infrastrutture di mercato e minimizzare gli effetti di contagio e spill-over tra operatori sempre più interdipendenti.
    Tali iniziative accrescono la trasparenza del mercato mediante la standardizzazione delle forme contrattuali, l’obbligo di negoziazione su mercati regolamentati, l’impiego di controparti centrali per il regolamento degli scambi, la segnalazione delle condizioni di negoziazione ad apposite piattaforme informative.
   Ulteriori progressi sono però necessari. La regolamentazione del patrimonio e della liquidità deve accompagnarsi con un miglioramento dei dispositivi interni di controllo dei rischi e con azioni volte a correggere gli incentivi a un’eccessiva assunzione di rischio.
    I membri dei consigli di amministrazione e gli alti dirigenti devono avere una profonda comprensione della struttura operativa d’insieme e dei rischi della banca. Le autorità di vigilanza devono poter periodicamente esaminare le politiche e le prassi di governo societario adottate dagli intermediari. Anche le politiche di remunerazione vanno riviste, al fine di allineare meglio i compensi ai risultati reddituali di lungo periodo corretti per il rischio e di evitare gestioni miopi o inutilmente rischiose. In particolare, la parte variabile dei compensi destinati alle figure aziendali che influenzano il processo di assunzione dei rischi va corrisposta sulla base di misure che valutino adeguatamente la performance corretta per il rischio, a livello sia individuale, sia di unità operativa, sia di impresa; i premi devono essere legati al conseguimento di risultati stabili, non semplicemente frutto di operazioni straordinarie; anche le “buonuscite” dei manager devono basarsi in maniera chiara ed efficace sui risultati conseguiti, nonché su una più generale valutazione del loro operato; il compenso deve essere differito per un periodo di tempo sufficiente a verificare l’effettiva buona qualità della gestione.

    Il dibattito avviato dalla cosiddetta “regola Volcker” sull’assetto organizzativo delle banche e sulla necessità di separare la tradizionale attività creditizia da quella svolta in campo finanziario ha recentemente tratto nuovo vigore a livello europeo dai rapporti della Commissione Vickers nel Regno Unito e del Gruppo Liikanen per la Commissione europea.
   Sia la regola Volcker, sia i citati rapporti sottolineano la necessità di ridiscutere i profili dimensionali e di complessità del settore finanziario; l’esperienza della crisi ci dice che non dobbiamo temere di riesaminare in maniera approfondita meriti e costi di entrambi.
   I rapporti delineano possibili linee di intervento. Tutelare
i depositi al dettaglio e il denaro dei contribuenti dai rischi impliciti nelle attività di negoziazione (“speculazione”, come si diceva una volta), motivazione alla base di queste proposte, è di cruciale importanza.
    L’esperienza della crisi mostra che, sebbene nessun modello di intermediazione si sia rivelato nettamente migliore o peggiore degli altri, l’assetto organizzativo delle banche incide sulla propensione dei manager a intraprendere attività eccessivamente rischiose.
   Dobbiamo riconoscere che sia l’attività creditizia al dettaglio sia quella di investment banking, anche se sono separate da un punto di vista organizzativo o istituzionale, vanno adeguatamente regolamentate, evitando di dare una definizione troppo ampia alle operazioni di investimento volte a sostenere la liquidità dei mercati (market making).

    A ogni modo, nel mondo globalizzato di oggi è fondamentale garantire che i paesi cooperino e raggiungano un accordo sull’appropriato grado di rigore della regolamentazione finanziaria. I paesi non dovrebbero competere allentando le regole al fine di attrarre intermediari finanziari, poiché così facendo generano esternalità negative per gli altri. Si tratta di una questione assai delicata; non sarà forse mai possibile conseguire condizioni di perfetta parità concorrenziale, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze di un approccio beggar-thy-neighbour alla regolamentazione.
    La transizione verso un sistema uniforme di regole e di supervisione sul sistema finanziario va accelerata.
   Nell’area dell’euro, e più in generale nell’Unione europea, il progetto di un’unione bancaria è ambizioso, ma va nella giusta direzione. Sono stati compiuti alcuni progressi nella convergenza verso una serie di principi contabili condivisi; tuttavia, molto resta da fare.
   L’International Accounting Standards Board e il Financial Accounting Standards Board statunitense prevedono di compiere passi avanti sulle due questioni fondamentali ancora aperte, delle riduzioni durevoli di valore dei prestiti, su cui dovrebbero pronunciarsi entro fine anno, e dei contratti di assicurazione, in merito ai quali indiranno quest’anno una consultazione pubblica. In particolare, la necessità di convergere su un nuovo sistema di accantonamento a riserva (provisioning) basato sulle perdite attese riveste rilevanza immediata per gli utenti finali e nell’ottica della stabilità finanziaria.
    Un elemento essenziale per garantire la stabilità sistemica è il metodo di misurazione delle attività ponderate per il rischio (risk-weighted assets, RWA), che costituiscono il denominatore dei coefficienti di adeguatezza patrimoniale. Di recente le misure delle RWA sono state oggetto di crescente attenzione da parte degli analisti di mercato, delle banche e delle autorità di vigilanza. È stato affermato – credo a ragione – che le metodologie di calcolo adottate dai vari istituti, soprattutto in giurisdizioni diverse, potrebbero non essere comparabili e che esse dovrebbero meglio riflettere il rischio per evitare in ultima istanza di pregiudicare la stabilità finanziaria.
     Questi problemi sottolineano l’importanza delle prassi di vigilanza ai fini della determinazione dei requisiti patrimoniali delle banche (ad esempio, la convalida dei modelli interni delle banche per il calcolo delle ponderazioni di rischio).
    Una rigorosa vigilanza microprudenziale è essenziale. Dobbiamo davvero elaborare un insieme di regole comuni, procedere con determinazione verso la condivisione delle responsabilità e usare il più possibile il sistema della peer review nella nostra attività di vigilanza. Le riforme, molto complesse, volte a rafforzare la regolamentazione del mercato dei derivati stanno prendendo più tempo di quanto originariamente previsto. Occorre accelerare il passo, superando le difficoltà d’attuazione, nonché le resistenze del settore.
    Le autorità devono impegnarsi al massimo per rimuovere le incertezze che si presentano quando un’operazione ha dimensione transfrontaliera, condizione ricorrente in un mercato globale, per prevenire arbitraggi regolamentari, nello spirito degli obiettivi del G20. Sono in corso approfondimenti su altri rilevanti aspetti a livello internazionale (requisiti patrimoniali a fronte delle esposizioni verso controparti centrali, margini obbligatori per le operazioni non compensate attraverso controparti centrali, orientamenti sulla risoluzione delle crisi delle controparti centrali e accesso delle autorità ai dati dei trade repositories, i sistemi centrali per la registrazione elettronica delle singole transazioni) e a livello regionale e nazionale.
   Alla fine della prossima settimana entrerà in vigore in Europa un insieme completo di regole per l’attuazione del “regolamento EMIR” (European Market Infrastructure Regulation) che va a completare il quadro normativo di riferimento europeo per il cosiddetto “obbligo di compensazione” previsto nella Dichiarazione del G20 del settembre 2009.
    In
un’ottica globale, comunque, l’impegno regolamentare deve essere condiviso dal più ampio insieme possibile di giurisdizioni, come ribadito nel recente incontro del G20 a Mosca.
   Ci si attende un impegno significativo anche dagli intermediari. L’ultimo rapporto dell’FSB sull’attuazione della riforma del mercato dei derivati OTC stima che “alla fine di agosto 2012 circa il 10 per cento dei credit default swaps in essere e circa il 40 per cento dei prodotti derivati sui tassi di interesse siano stati regolati mediante sistemi di compensazione gestiti da controparti centrali”.
    Queste percentuali dovrebbero crescere rapidamente, lasciando al di fuori dei mercati regolamentati i soli derivati volti a soddisfare esigenze di copertura specifiche di una controparte, che non possono essere soddisfatte da contratti standardizzati e regolati su infrastrutture di mercato.
    Occorrerà altresì evitare che, a fronte di una regolamentazione e di una vigilanza più stringenti per le banche, le attività e i rischi assimilabili a quelli bancari migrino verso istituti non regolamentati o scarsamente regolamentati (il cosiddetto “sistema bancario ombra”).
   Non va dimenticato che la crisi finanziaria ha avuto origine nel mercato statunitense delle cartolarizzazioni, in larga parte popolato da operatori non – o scarsamente – regolamentati.
    Se è necessario affrontare i rischi per la stabilità finanziaria che emergono dall’esterno del sistema bancario tradizionale, l’approccio deve essere di tipo proporzionale, concentrato sulle attività che hanno rilevanza a livello di sistema, partendo da quelle che sono state fonte di rischio durante la crisi.
    L’FSB sta attualmente perfezionando l’insieme di raccomandazioni pubblicate lo scorso novembre. Le nuove raccomandazioni si riferiscono, comunque, ai rischi specificamente emersi durante la crisi: la straordinaria capacità di innovazione del settore bancario ombra è ben nota. Benché di recente siano state approvate le nuove norme in materia di istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica, la questione degli istituti “troppo grandi per fallire” desta ancora grande preoccupazione, e merita di essere seguita attentamente. Si stanno compiendo progressi nell’elaborazione e nella sperimentazione di una metodologia per l’individuazione delle compagnie di assicurazione di rilevanza sistemica globale (G-SII) e nella definizione di opportune linee guida per la supervisione. È inoltre in corso di elaborazione una metodologia per l’individuazione di tutte le istituzioni finanziarie non bancarie di rilevanza sistemica globale.
    Per quelle bancarie (G-SIFI), l’attuazione dello schema concordato di recente è ancora lungi dall’essere completata; bisogna muovere rapidamente in questa direzione. Occorre tenere conto delle esternalità negative associate al comportamento delle banche (specie per le grandi società finanziarie interconnesse).
    Si è formato un ampio consenso sull’idea che le politiche “macroprudenziali” volte a preservare la stabilità finanziaria debbano limitare il rischio sistemico affrontando sia la dimensione trasversale del sistema finanziario, allo scopo di rafforzare la sua resistenza agli shock, reali o finanziari, sia la sua dimensione temporale, al fine di contenere l’accumulo di rischi nell’arco del ciclo economico o finanziario. Inoltre, considerata la natura complementare della stabilità macroeconomica e di quella finanziaria, nonché degli strumenti atti al loro perseguimento, lo scambio di informazioni e il coordinamento fra le autorità macroprudenziali e monetarie sono di cruciale importanza per contrastare contemporaneamente i rischi per la stabilità dei prezzi e i rischi sistemici per la stabilità finanziaria.
    Mi sembra di poter dire, però, che la piena comprensione di come si possa perseguire tale obiettivo con efficacia non è ancora stata raggiunta6. Infine, anche una volta ultimata l’opera di profonda riforma della regolamentazione, sarebbe sciocco pensare che sia sempre possibile evitare le insolvenze. Queste possono sempre essere causate da comportamenti imprudenti o da operazioni fraudolente. Occorre prepararsi a questa evenienza, poiché i costi del sostegno pubblico possono essere molto elevati. Sulla base di recenti evidenze raccolte dalla Commissione europea, gli interventi di ricapitalizzazione pubblica in essere a giugno 2012 ammontavano allo 0,1 per cento del PIL in Francia, all’1,8 in Germania, al 2,0 in Spagna, al 4,2 nel Regno Unito, al 4,3 in Belgio, al 5,3 in Olanda e a oltre il 40 per cento in Irlanda.
    Per la Spagna e l’Irlanda si tratta delle cifre più alte dal 2008, negli altri paesi i dati sono inferiori ai picchi raggiunti nel 2009.
   Per le banche spagnole a luglio è stato autorizzato un programma di ricapitalizzazione con l’utilizzo di fondi europei per un importo pari a 100 miliardi di euro, 41 dei quali (3,9 per cento del PIL) sono già stati versati. In Italia, anche includendo il sostegno fornito il mese scorso alla Banca Monte dei Paschi di Siena, le ricapitalizzazioni pubbliche ammontano allo 0,3 per cento del PIL. Questi dati indicano che i lavori attualmente in corso sui regimi di risoluzione delle crisi bancarie sono molto importanti e un rapido progresso è ineludibile. Ciò riveste particolare rilevanza in Europa, dove presto vedrà la luce il nuovo meccanismo unico di supervisione bancaria.

 

    Edizioni precedenti

    UNIVERSITA' DI  FIRENZE: LECTIO MAGISTRALIS DEL GOVERNATORE B.d'I. VISCO

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Ignazio Visco, Ruolo, responsabilità, azioni
della Banca Centrale nella “lunga” crisi 18-01-2013 *
(Lectio girata per intero, nelle università)

* Lectio magistralis , Università di Firenze - Facoltà di Economia, Giurisprudenza e Scienze Politiche”

    NOTA. In questa importante Lectio, il Governatore ripercorre la "lunga crisi" attuale, ne illustra le cause in relazione ai cambiamenti nell'economia globale, si sofferma sulla politica monetarie durante la crisi, e conclude indicando (a suo dire) i nuovi obiettivi e strategie per la politica monetaria.
    In questo servizio, centriamo l'attenzione sulle sue idee per il futuro.
    Nel complesso, la lectio è "veritiera", ma non puntuale, e questo è un vecchio vezzo della Banca d'Italia (
"Si Voi l'ammirazione dell'amichi, Nun Faje capì Mai Quello Che Dichi", Trilussa). Ad es., perchè una banca (MPS-Monte dei Paschi di Siena), quasi collassata, va salvata con MONTI BONDS (sul Tesoro), e non con prestiti della BCE ? La Banca d'Italia darà l'OK all'ultimo miglio di detti BONDS, pur se il MPS le ha occultato dei documenti ? Posto che una banca non vada lasciata fallire, per riguardo ai risparmiatori depositanti, perchè salvarla con prestiti pubblici, anzichè nazionalizzarla a prezzo di fallimento e licenziare tutti gestori e anche mandarli in galera, in caso di frode fraudolenta (vedi certi derivati) ? NL
   Stralcio dei paragrafi 4 e 5
   (Per l'intero documento, clicca su: http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2013/18012013/Visco_18012013.pdf)
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   4. Nuovi obiettivi e strategie per la politica monetaria?
   La crisi ha avviato una riflessione sulle strategie di politica monetaria che in precedenza avevano costituito il cosiddetto "Jackson Hole consensus". L’idea di poter intervenire solo dopo lo scoppio di una bolla finanziaria, che aveva ispirato le politiche seguite in risposta alle crisi finanziarie della seconda parte degli anni novanta e del principio del nuovo secolo, ha mostrato i suoi limiti nella crisi recente. Strategie caratterizzate da lunghi periodi di condizioni monetarie accomodanti possono incoraggiare il sistema finanziario ad assumere rischi eccessivi, gettando le basi per l’emergere di nuovi squilibri. Le interconnessioni tra la stabilità macroeconomica e quella finanziaria si sono rivelate più strette di quanto si pensasse in precedenza. Anche in un contesto di stabilità macroeconomica possono svilupparsi squilibri finanziari in grado, se non individuati e arginati tempestivamente, di svilupparsi e di mettere a repentaglio la crescita economica e la stabilità dei prezzi.

   È emersa la consapevolezza che le economie possono essere caratterizzate da una molteplicità di equilibri, non necessariamente stabili. I cambiamenti di regime possono risultare più frequenti, repentini e costosi di quanto si pensasse in passato. In questo contesto, la banca centrale può utilmente intervenire al fine di contribuire a orientare le aspettative e i comportamenti degli operatori privati verso l’equilibrio più efficiente. La complementarità tra stabilità macroeconomica e stabilità finanziaria, e quella tra gli strumenti per perseguirle, suggerisce che la banca centrale può avere un ruolo nel raggiungimento di entrambi gli obiettivi..

   La politica monetaria influenza variabili – quali i prezzi delle attività finanziarie e l’offerta di credito all’economia – il cui andamento è cruciale per la stabilità sia macroeconomica, sia finanziaria. La politica "macroprudenziale", incidendo sul comportamento del sistema finanziario, può a sua volta influenzare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. D’altronde, la creazione di liquidità da parte della banca centrale non deve dar luogo all’assunzione di rischi eccessivi da parte degli intermediari privati e a un rilassamento della disciplina di bilancio da parte del settore pubblico. Ne discende l’opportunità di circoscrivere gli obiettivi della banca centrale. L’assegnazione all’autorità monetaria del solo compito di garantire la stabilità dei prezzi ne è un esempio. Nel definire i confini dell’attività dell’autorità monetaria va comunque tenuto presente il rischio che l’instabilità finanziaria possa mettere a repentaglio la stabilità monetaria. È necessario ampliare e rendere più precise le informazioni utilizzate dalla banca centrale per valutare i rischi per la stabilità finanziaria e per reagire con misure adeguate, quali quelle etichettate oggi come "non convenzionali". Lo scambio di informazioni e il coordinamento tra autorità monetarie e autorità macroprudenziali sono cruciali per contrastare i rischi per la stabilità dei prezzi e quelli sistemici per la stabilità finanziaria.

   Le misure non convenzionali adottate o annunciate dalla BCE, quali ad esempio le LTRO (Long Term Refinancing Operation ) e le OMTs (Outright Monetary Transactions ) sono state essenziali per mantenere la stabilità dei prezzi nel medio periodo, l’obiettivo primario della politica monetaria nell’area dell’euro. Rientrano pienamente nel mandato della BCE. Il successo e la credibilità della sua politica monetaria sono confermati dal saldo ancoraggio delle aspettative di inflazione nell’area. Altrettanto complesso è tenere conto delle possibili tensioni tra il mantenimento della stabilità dei prezzi e il sostegno dell’occupazione e della crescita economica. Sebbene questo trade-off non sia in linea teorica presente nell’equilibrio di lungo periodo di un sistema economico, così non è nella fase di transizione verso di esso. Inoltre, l’equilibrio di lungo periodo può non essere unico, né stabile. Possono essere interpretati alla luce di queste considerazioni gli ingenti acquisti di titoli pubblici e di MBS da parte della Riserva Federale (la cui consistenza nel bilancio, pari a circa 800 miliardi di dollari prima della crisi, è giunta, all’inizio dello scorso gennaio, a circa 2.700) volti a contrastare, mediante la riduzione dei rendimenti a lungo termine sui titoli pubblici e del costo del credito, i rischi di isteresi nel mercato del lavoro e le conseguenze che essa potrebbe avere sulla crescita di lungo periodo.
Analogamente, le recenti modifiche nella comunicazione della Riserva Federale sono volte a influenzare le aspettative degli agenti sull’orientamento futuro della politica monetaria, con l’obiettivo ultimo di favorire il calo della disoccupazione tollerando, in un contesto di ancoraggio delle attese di inflazione di lungo termine, deviazioni temporanee delle proiezioni del tasso di inflazione della banca centrale dall’obiettivo di stabilità dei prezzi. La possibilità di sfruttare l’eventuale trade-off di breve periodo tra stabilità dei prezzi e sostegno all’occupazione dipende, tuttavia, dall’informazione a disposizione dell’autorità monetaria.

NINO LUCIANI, Breve commento.

   In essenziale, Visco, prima dà risalto al lavoro della BCE, Banca Centrale Europea, per assicurare liquidità al sistema bancario e, in particolare, per salvare lo Stato italiano dalla bancarotta, preso atto del grave stato di sofferenza delle banche, e del debito pubblico, pari al 120% del PIL, e poi indica le terapie.
    In particolare egli è impietoso verso gli Stati a lungo imprudenti (vedi Italia, in particolare il governo precedente), che si sono allonantati, anzichè avvicinarsi agli obiettivi di Maastricht, per cui il debito pubblico deve essere non più del 60% del PIL (mentre è al 120% e più). Pertanto, quando è sopravvenuta la crisi monetaria montale, quel governo ha dovuto soccombere e ritirarsi, pressato dal rischio di bancarotta dell'Italia
    Ma al tempo stesso, nei confronti delle sofferenze bancarie egli è totalmente asciutto.
E questo è un vecchio vezzo della Banca d'Italia ("Si Voi l'ammirazione dell'amichi, Nun Faje capì Mai Quello Che Dichi", Trilussa). Ad es., una banca è ladrona (MPS-Monte dei Paschi di Siena) e collassa va salvata con prestiti (in qualche modo pubblici) o va nazionalizzata ? La Banca di Italia può giusrificarsi, per inadeguato controllo, solo perchè il MPS ha occultato dei documenti ?
  Quanto al futuro, VISCO non va oltre la richiesta di un ruolo accresciuto della BCE nel controllo e nell'indirizza- mento delle banche e della osservanza del rispetto di alcuni parametri di patrimonializzazione delle banche, a garanzia della clientela (vedi Basilea 3).
    Questo è abbastanza insopportabile, per alcuni motivi:
    a) Il patrimonio di una qualunque azienda (quindi anche delle banche) vale in base ai profitti che crea. Dunque, in caso di attese negative degli utili, il patrimonio sparisce, economicamente. In questo senso, il patrimonio (10% degli impieghi ?) deve essere "liquido" almeno per il 50% perchè, solo se "liquido", garantisce assolutamente.
    Su questo versante, la riflessione si sposta sulla "riserva obbligatoria" che, stando alle regole della BCE, è poco più che simbolico (lasciamo stare, poi, il fatto che lovalmente, e da caso a caso possa essere aumentata). Siamo molto lontani dalle idee di Einaudi, Governatore B.d'I. a quel dì.
    Questo aspetto è fondamentale, perchè il parametro della riserva obbligatoria è la molla per la creazione della "moneta bancaria" (assegni circolare, assegni bancari ....), che va ad aggiungersi alla "moneta legale", e che è stato il veicolo dello straordinario arricchimento (diciamo meglio, del furto sistematico legalizzato delle banche nell'appropriarsi dei  beni della società civile E' quanto facevano un tempo i principi e monarchi assoluti battendo moneta, e da cui partì la decisione dei Parlamenti di sottrarre, a loro, il potere di battere moneta, e di trasferirlo alle Banche Centrali);
   b) il controllo esterno di tipo generale (quello che Visco, anche giustamente, vuole fatto dalla BCE nei confronti delle banche - vedi unione monetaria) è impotente se non effettuato su basi ben definite: in questo caso, sulla distinzione (e separazione) tra banche commerciali (dedite al deposito e al giro dei depositi a breve), e istituti finanziari (dediti ai depositi e giro del denaro a medio lungo termine), come gli Inglesi si avviano a fare;
   c) la funzione bancaria va definita come servizio pubblico, non come orientata al profitto.
   Tutto questo, richiede di abolire la legge bancaria del 1993, e il ritorno (sia pure aggiornato) alla legge del 1936 (abrogata nel 1993). NINO LUCIANI

   Non è comunque possibile sostenere la crescita reale e l’occupazione solo o prevalentemente con interventi di natura monetaria o finanziaria. Nell’insieme, queste considerazioni spiegano perché quella del banchiere centrale non è solo (o tanto) una scienza ma anche in buona misura un’arte. Pur senza prescindere dalla necessità di fondarsi su analisi tecniche e quantitative ampie e approfondite, rilevano intuito, pragmatismo e capacità di comprendere le determinanti fondamentali delle dinamiche economiche e dei mercati e di scegliere di volta in volta gli strumenti di intervento più appropriati, con la consapevolezza che non ci sono analisi e rimedi validi in tutte le stagioni. Per questa ragione è importante che, pur prevedendo adeguati presidi a garanzia della correttezza del loro operato, alle banche centrali non vengano "legate le mani". L’assenza di regole troppo stringenti ha consentito di adottare le misure necessarie per contrastare la crisi, evitare conseguenze più gravi sull’attività economica e garantire la stabilità dei prezzi. La capacità di adeguare alle circostanze la dimensione e lo scopo degli interventi di politica monetaria è stata essenziale per evitare scenari distruttivi e ripristinare la fiducia, il bene essenziale prodotto dalle banche centrali. Tale flessibilità sarà essenziale anche in futuro per la definizione delle strategie di uscita dalle misure eccezionali di politica monetaria oggi adottate.

   5. Conclusioni.
  L’uscita dalla crisi nell’area dell’euro non potrà derivare da azioni isolate di singole autorità di politica economica. In particolare, la politica monetaria non potrà da sola garantire la stabilità finanziaria dell’area in mancanza di soluzioni, a livello nazionale ed europeo, ai problemi all’origine della crisi dei debiti sovrani. La fragilità delle finanze pubbliche di alcuni paesi europei è il risultato di politiche di bilancio a lungo imprudenti, di una colpevole sottovalutazione delle conseguenze di ampie, protratte perdite di competitività. Nel 2007, a quasi un decennio dall’avvio della moneta unica, solo pochi paesi registravano saldi di bilancio strutturali vicini al pareggio. Sulla base dei prezzi alla produzione le perdite di competitività registrate tra il 1999 e il 2008 nelle economie più colpite dalla crisi recente vanno dai 7 punti percentuali dell’Italia ai circa 14 dell’Irlanda e della Spagna, ai 18 della Grecia, fino ai 22 del Portogallo. Queste perdite sono per la maggior parte il risultato della deludente performance della produttività nel contesto dei grandi cambiamenti globali sopra richiamati. Gli accordi raggiunti nel corso dell’ultimo biennio non hanno introdotto obiettivi di bilancio più restrittivi di quelli preesistenti; hanno reso cogenti gli impegni presi in passato.

    La nuova governance europea ha accresciuto l’automatismo sia dei controlli di coerenza tra le politiche e gli obiettivi già presenti nel Patto di Stabilità e Crescita, sia delle eventuali sanzioni; ha chiesto ai paesi di fare propri tali obiettivi dandone formale riconoscimento nella legislazione nazionale. Le critiche secondo cui la cosiddetta regola del debito imporrebbe un orientamento permanentemente restrittivo alla politica di bilancio sono infondate. La regola, che prescrive una riduzione media annua del rapporto tra il debito e il prodotto pari a un ventesimo dell’eccesso rispetto alla soglia del 60 per cento, è il riferimento operativo per l’applicazione di una prescrizione già presente nel Trattato di Maastricht. Essa non impone obiettivi di bilancio più ambiziosi del pareggio strutturale (ossia al netto degli effetti del ciclo economico e di misure transitorie). Il soddisfacimento di quest’ultimo vincolo garantisce la sostanziale invarianza del debito in termini nominali; in tali condizioni, per l’Italia, una crescita annua del PIL nominale lievemente inferiore al 3 per cento sarebbe sufficiente a garantire la riduzione del rapporto tra debito e prodotto richiesta dalla "nuova" regola. Poiché tale riduzione viene valutata in media su un triennio, non in ciascun anno, nelle fasi sfavorevoli del ciclo economico sono possibili disavanzi, da compensare con surplus nelle fasi favorevoli.

   A livello europeo, occorre continuare ad accrescere il coordinamento delle politiche economiche e strutturali e gli incentivi alle riforme, passare da una gestione di tipo intergovernativo basata sulla peer review delle politiche nazionali all’elaborazione di vere e proprie politiche comuni. È necessario proseguire con decisione nel cammino che porta a una piena unione monetaria, bancaria, di bilancio e, in prospettiva, politica. La BCE ha dimostrato di essere pronta ad accompagnare questo cammino, continuando a "produrre la fiducia" necessaria. Le decisioni sin qui prese, in particolare quella relativa alle OMT, hanno contribuito a dissipare il diffuso pessimismo sull’integrità dell’unione monetaria; hanno rafforzato la capacità della banca centrale di orientare le aspettative e i comportamenti nei mercati verso un equilibrio coerente con i fondamentali dell’economia dell’area. L’economia italiana è ancora in recessione.

   Nel quadro macroeconomico presentato nel Bollettino economico della Banca d’Italia pubblicato oggi, il PIL dell’Italia sarebbe sceso di poco più del 2 per cento nel 2012. Nell’estate del 2011, prima che la crisi dei debiti sovrani si estendesse al nostro Paese, si prevedeva una crescita di circa un punto. La differenza riflette gli effetti diretti delle manovre di risanamento dei conti pubblici, quelli esercitati sul costo e sulla disponibilità del credito per il settore privato dalla crisi finanziaria (peraltro arginata dalla politica di bilancio e dalle riforme strutturali), il rallentamento del commercio internazionale, l’aumento dell’incertezza e il connesso calo della fiducia. Anche quest’anno sarà un anno difficile. Stimiamo che il prodotto possa ridursi in media dell’1,0 per cento.
    La recessione potrebbe avere fine nella seconda parte del 2013. Ma, al di là della congiuntura sfavorevole, il nostro paese deve saper trovare le motivazioni e gli incentivi per affrontare con decisione il problema della crescita. Guadagni di competitività possono essere solo il risultato di un impegnativo ma imprescindibile disegno organico di riforma. I suoi punti fondanti sono da tempo oggetto di attenzione: dalle liberalizzazioni nell’accesso ai mercati al loro migliore funzionamento e al sostegno dell’accumulazione di capitale umano e fisico, dal miglioramento della qualità dei servizi pubblici alla riduzione degli ostacoli burocratici, dal contrasto all’evasione fiscale e alla corruzione a una maggiore efficienza della giustizia civile. La crescita della produttività dipende da un progresso netto in tutte queste componenti. L’equilibrio dei conti pubblici, che non esclude ricomposizioni nelle principali poste di bilancio, è la precondizione per il successo: l’incertezza delle condizioni sui mercati finanziari legata alle tensioni sui debiti sovrani riduce la fiducia, disincentiva l’investimento e l’innovazione.

 

    PER  LA  PROMOZIONE  E  LA  VALORIZZAZIONE   DELLA  LINGUA  LATINA
ISTITUITO  DAL  PAPA  LA  "PONTIFICIA  ACCADEMIA  DI   LATINITA'

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,
E
NOMINATO PRESIDENTE della PONTIFICIA ACCADEMIA
IL RETTORE DELL'ATENEO DI BOLOGNA
Papa: "promuovere e valorizzare la lingua e la cultura latina,
in particolare presso le istituzioni formative cattoliche".

LUCIANI, Notizia ripresa dalla stampa più con curiosità, che con convinzione.
Ragioni della latinità in Italia. Domande sulla compatibilità delle due cariche.

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    NOTA. In loco, la nomina è inevitabilmente collegata al modo della nomina, alla compatibilità, alle contingenze :
  - nomina totalmente dall'alto, senza un proponente locale, che ne assuma la responsabilità pubblica: non il suo Dipartimento, per parte scientifica; non il Vescovado, per parte ecclesiastica;
  - la nomina non risulta comunicata all'Ateneo, così da permettere agli Organi di verificare la compatibilità delle due cariche di Rettore e di  Presidente, ma i dubbi potrebbero essere sanati dall'interessato facendo chiarezza sulle sue intenzioni: l'attuale mandato di rettore scade nel 2013, in quanto eletto per 4 anni, oppure si intende validamente prorogato al 2015, come è scritto nello Statuto ?
   Tuttavia, l'ipotesi di incompatibilità si sgonfierebbe se la nomina fosse puramente onorifica. Si vegga, sotto, lo Statuto dell'Accademia. 
   - contestazioni (che non si placano) per la gestione non democratica dell'Ateneo. Ultimi gli studenti del "Sindacato degli  Universitari", che lo accusano di commissionare  il "lavoro sporco" (nel senso di impopolare) a dei Colonnelli (Pro Rettori), anzichè farlo personalmente: come discriminarli (clicca su: studenti ) nelle decisioni di competenza studentesca, a favore degli studenti dello Student Office di CL, presunti amici del Cardinale ( vox populi ).

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Ivano Dionigi e Carlo Caffarra

XVII SEDUTA PUBBLICA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE.
PONTIFICIA ACCADEMIA DELLA LATINITA’.
Insediamento del Prof. Ivano Dionigi, come Presidente
Roma 21 novembre 2012
Fonte*: Originale

Intervento del Prof. Ivano Dionigi

Em.za Rev.ma Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone;
Em.za Rev.ma Cardinale Gianfranco Ravasi Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie;

Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali;
Eccellentissimi Vescovi;
Signori Ministri e Onorevoli;
Eccellentissimi Signori Ambasciatori;
Signori Presidenti delle Accademie Pontificie;
presenti tutti: a voi il mio indirizzo di saluto e di benvenuto più cordiale

Summo Pontifici laeto animo maximas ago gratias quod me amplissimo honore et nomine Praesidis nuper conditae Pontificiae Academiae affecit:
(Ringrazio massimamente il Sommo Pontefice per l'altissimo onore per la nomina di Presidente della Pontificia Accademia testè istituita) :

Litterae Apostolicae motu proprio datae non solum Ecclesiam sed etiam ceteras institutiones, maxime Universitates Studiorum, sollicitant ad Latinam linguam fovendam, quae – propter ubertatem, perspicuitatem, gravitatem – fidei hereditatem, universalitatem, immutabilitatem colligit, consummat omnibusque populis tradit.
Quin Litterae Apostolicae easdem institutiones hortantur ad recipiendam copiosam ac multiformem veterum sapientiam nonnumquam Christianae novitati consonam.
Exoptamus igitur ut Latina lingua cultusque magis magisque innotescat et percrebescat, haec quidem Academia non tantum nobis et proximis, sed etiam multis, immo plurimis prodesse possit.
Denique, quo planius omnibus dicam, ad Italicum sermonem redeo.

Come interpretare al meglio la costituzione della Pontificia Accademia della Latinità?Come accordarne idealmente pensiero e finalità al magistero della Costituzione Apostolica Veterum Sapientia di Giovanni XXIII (1962) e della Fondazione Latinitas istituita da Paolo VI (1976)?
Più in generale: come contribuire a rendere utile e addirittura necessaria una lingua morta e la relativa cultura ormai da decenni rimossa, tenendo al contempo lo sguardo rivolto avanti e indietro, simul ante retroque prospicientes?
L’Europa ha ininterrottamente parlato latino, tra monopolio e primato, fino a tutto l’Ottocento e oltre, attraverso le tre sfere e istituzioni principali: Ecclesia, Imperium, Studium, la Chiesa e la religione, l’Impero e la politica, la cultura e la scienza. Senza dire che le stesse parlate volgari altro non sono che "dialetti" del latino. Per questo De Maistre poteva ben affermare: "il latino è il segno dell’Europa".
La cesura è intervenuta in tempi recenti: agli inizi degli anni Sessanta del ventesimo secolo, quando, dopo la Scienza e la Scuola, anche la Chiesa abbandonò il "monoteismo" latino.
Infatti, il Concilio Vaticano II decise di rinunciare in parte, nella sacra liturgia, alla lingua latina, e di adottare le lingue nazionali, memore dell’ammonimento di Agostino – riecheggiato dall’allora Cardinal Montini – secondo cui era meglio essere compresi dai "popoli" che rimproverati dai "professori" (melius est reprehendant nos grammatici quam non intellegant populi, enarr. in Psalm. 138, 20). Comprensibilmente quella Chiesa che si apriva al popolo di Dio e al mondo contemporaneo non poteva continuare a celebrare la comunione dei fedeli in una lingua ormai pressoché sconosciuta.
Eppure, proprio in quegli anni, esattamente il 22 febbraio del 1962, papa Giovanni XXIII firmava e diffondeva con la Veterum sapientia un accorato elogio sia della sapienza classica (della quale andava recuperato e quasi carpito quod verum et iustum et nobile denique pulchrum) sia delle due lingue: il greco e soprattutto il latino, riconosciuto come loquendi genus pressum, locuples, numerosum, maiestatis plenum et dignitatis … quod unice et perspicuitati conducit et gravitati ("uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità che come nessun altro giova alla chiarezza e alla solennità"). Una enciclica ricca di pensiero e di proposte, in verità non pienamente compresa e valorizzata negli anni seguenti.
Un doppio registro? Una doppia norma? Un messaggio contraddittorio tra Concilio e la Costituzione Apostolica? Nulla di tutto ciò. Semplicemente, e del tutto coerentemente, si voleva ricordare ai pastori, al clero, ai futuri sacerdoti – come fa ora il motu proprio di Sua Santità – che la conoscenza della lingua latina e della cultura di Roma costituiscono un patrimonio irrinunciabile, perché in quella lingua e in quella cultura si ritrovano e si concentrano tre proprietà costitutive della fede: l’eredità, l’universalità, l’immutabilità. L’eredità, perché quella è stata lingua dei padri; l’universalità, perché attraverso il latino la Chiesa si è rivolta "cattolicamente" a tutti i popoli; l’immutabilità, perché nella fissità di una lingua morta si custodisce l’eternità delle cose. Si aggiunga che alla misteriosità della fede contribuiva non poco la stessa estraneità di una lingua ormai desueta. Grazie a quelle proprietà, si potrebbe dire che non la Chiesa ha scelto il latino, ma il latino ha scelto la Chiesa.

Quid nunc? Non possiamo non chiederci oggi: "latino per chi? Latino perché?"
Per tre buoni motivi.
    - Per la tutela della ricchezza culturale: sì, di quelli che siamo abituati a definire Beni culturali. "Mai l’America, - ha ammonito il compianto Giuseppe Pontiggia -, se Roma fosse sorta nel Texas, si sarebbe comportata come fa la scuola italiana". Come capire e far capire il nostro unico patrimonio artistico e culturale senza conoscere la lingua e la cultura dell’antichità? Come non capire che qui è in gioco non solo il destino culturale del Paese, ma anche un’opportunità occupazionale per i giovani?
   - Per parlare bene. Ne era convinto anche un pensatore come Aléxis de Tocqueville, il quale pur schierato dalla parte del sapere scientifico e tecnologico, riconosceva agli autori greci e latini una cura formale esemplare ("nulla nelle loro opere appare scritto in fretta o a caso"). E già Platone ammoniva che parlare male, oltre a essere una cosa brutta in sé, fa male anche all’anima. Noi oggi scontiamo una vera e propria entropia linguistica: una condizione di disordine in cui le nostre parole, ridotte a vocaboli, smarriscono il loro volto e perdono la loro forza. Nel periodo del maximum della comunicazione sperimentiamo il minimum della comprensione. Necessitiamo di ecologia linguistica per comprendere la ricchezza semantica che comporta il disvelamento dell’etimologia delle parole. C’è una lingua neutra oggi, veicolare, una sorta di koiné diafana e asettica che ci fa esclamare con Sallustio: vera vocabula rerum amisimus ("abbiamo perduto il significato vero delle parole").
    - In terzo luogo, i classici ci aiutano a pensare bene. Se, come riteneva Nietzsche, alla Scuola si richiede di formare non solo "utili impiegati" ma "cittadini" interi, allora la frequentazione dei classici e delle loro lingue s’impone sia come fondamento sia come antagonismo rispetto al presente.

Fondamento. C’è una ricerca ossessiva delle radici e dell’identità che non piace e che non giova, propria dei sopravvissuti. Penso a certe Sodalitates che sfidando il ridicolo e nuocendo alla causa pretendono di recuperare anacronisticamente e sterilmente il latino come lingua viva. No; io sto con Eliot, grande ammiratore della classicità e in particolare della lingua di Virgilio, il quale amava dire che il latino è lingua morta, irrimediabilmente morta

Fonte**: Lettera Apostolica

Statuto della Pontificia Accademia
di Latinità

Articolo 1. E’ istituita la Pontificia Accademia di Latinità, con sede nello Stato della Città del Vaticano, per la promozione e la valorizzazione della lingua e della cultura latina. L’Accademia è collegata con il Pontificio Consiglio della Cultura, dal quale dipende.

Articolo 2.
§ 1. Scopi dell’Accademia sono:
a) favorire la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina, sia classica sia patristica, medievale ed umanistica, in particolare presso le Istituzioni formative cattoliche, nelle quali sia i seminaristi che i sacerdoti sono formati ed istruiti;
b) promuovere nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata.

§ 2. Per raggiungere detti fini l’Accademia si propone di:
a) curare pubblicazioni, incontri, convegni di studio e rappresentazioni artistiche;
b) dare vita e sostenere corsi, seminari ed altre iniziative formative anche in collegamento con il Pontificio Istituto Superiore di Latinità;
c) educare le giovani generazioni alla conoscenza del latino, anche mediante i moderni mezzi di comunicazione;
d) organizzare attività espositive, mostre e concorsi;
e) sviluppare altre attività ed iniziative necessarie al raggiungimento dei fini istituzionali.

Articolo 3.
La Pontificia Accademia di Latinità si compone del Presidente, del Segretario, del Consiglio Accademico e dei Membri, detti anche Accademici.

Articolo 4
§ 1. Il Presidente dell’Accademia è nominato dal Sommo Pontefice, per un quinquennio. Il Presidente può essere rinnovato per un secondo quinquennio.
§ 2. Spetta al Presidente:
a) rappresentare legalmente l’Accademia, anche di fronte a qualsiasi autorità giudiziaria ed amministrativa, tanto canonica quanto civile;
b) convocare e presiedere il Consiglio Accademico e l’Assemblea dei Membri;
c) partecipare, in qualità di Membro, alle riunioni del Consiglio di Coordinamento delle Accademie pontificie e mantenere i rapporti con il Pontificio Consiglio della Cultura;
d) sovrintendere all’attività dell’Accademia;
e) provvedere in materia di ordinaria amministrazione, con la collaborazione del Segretario, e in materia di straordinaria amministrazione, in accordo con il Consiglio Accademico e con il Pontificio Consiglio della Cultura.

Articolo 5
§ 1. Il Segretario è nominato dal Sommo Pontefice, per un quinquennio. Può essere rinnovato per un secondo quinquennio.
§ 2. Il Presidente, in caso di assenza o impedimento, delega il Segretario a sostituirlo.

Articolo 6
§ 1. Il Consiglio Accademico è composto dal Presidente, dal Segretario e da cinque Consiglieri. I Consiglieri sono eletti dall’Assemblea degli Accademici, per un quinquennio, e possono essere rinnovati.
§ 2. Il Consiglio Accademico, che è presieduto dal Presidente dell’Accademia, delibera circa le questioni di maggiore importanza che riguardano l’Accademia. Esso approva l’ordine del giorno in vista dell’Assemblea dei Membri, da tenersi almeno una volta l’anno. Il Consiglio è convocato dal Presidente almeno una volta l’anno e, inoltre, ogni volta che lo richiedano almeno tre Consiglieri.

Articolo 7
Il Presidente, con il parere favorevole del Consiglio, può nominare un Archivista, con funzioni di bibliotecario, ed un Tesoriere.

Articolo 8
§ 1. L’Accademia consta di Membri Ordinari, in numero non superiore a cinquanta, detti Accademici, studiosi e cultori della lingua e della letteratura latina. Essi sono nominati dal Segretario di Stato. Raggiunto l’ottantesimo anno di età, i Membri Ordinari diventano Emeriti.
§ 2. Gli Accademici Ordinari partecipano all’Assemblea dell’Accademia convocata dal Presidente. Gli Accademici Emeriti possono partecipare all’Assemblea, senza diritto di voto.
§ 3. Oltre agli Accademici Ordinari, il Presidente dell’Accademia, sentito il Consiglio, può nominare altri Membri, detti corrispondenti.

Articolo 9
Il patrimonio della estinta Fondazione Latinitas e le sue attività, inclusa la redazione e pubblicazione della Rivista Latinitas, sono trasferite alla Pontificia Accademia di Latinità.

Articolo 10
Per quanto non previsto espressamente si fa riferimento alle norme del vigente Codice di Diritto Canonico ed alle leggi dello Stato della Città del Vaticano.

Nino LUCIANI, Il Commento.

1.- Premessa. L'istituzione della Pontificia Accademia di Latinita', con l'obiettivo del riposizionamento alto della lingua latina, e' una scelta molto seria e non solo per la Chiesa cattolica. Ma la notizia che ne e' stata affidata la Presidenza al prof. Dionigi rende la cosa non ben definita, come, per alcuni di noi (ma col senno di poi) è la sua elezione alla carica di Rettore della Universita' di Bologna. Per un commento dovremo, pertanto, separare i due eventi.

2.- In cerca di motivazioni per ripescare il Latino. In Italia e nel mondo, il latino e' stato declassato dalla Chiesa Cattolica, al proprio interno, quando il Concilio Vaticano II ha voluto le liturgie, a cominciare dalla S. Messa, nella lingua del Paese locale e dallo Stato Italiano quando il latino e' stato eliminato nella scuola media di I grado e reso facoltativo in altre scuole.
  E si ricorderà che, dentro la Chiesa, i soccorritori estremi del latino furono, poi, i "Lefebvriani".
  Invece, ultimamente in Italia, e' in rimonta il movimento per il recupero obbligatorio del latino, nelle scuole. Io ho studiato il latino per 8 anni, ed ho tradotto molti testi latini, cosi' come tanti altri come me. Ma, poi, non avendo occasione di parlare in latino, l'ho dimenticato e adesso fatico anche a tradurlo.
  Ritengo, pero', che il latino sia stato fondamentale nella mia formazione: da un lato, mi parrebbe fuori luogo riproporre il latino come lingua parlata (e questo anche in seno alla Chiesa), ma, da altro lato, riterrei il latino molto importante per il collegamento diretto delle nuove generazioni alle fonti scritte della civilta' romana (e di quelle ecclesiastiche per i sacerdoti). Ne troviamo una dimostrazione evidente nel fatto che, dovunque noi giriamo in Italia e nei Paesi che vennero conquistati dai Romani, ci imbattiamo in testimonianze delle origini della nostra civilta'. La romanita' voleva (e vuole tuttora) dire sostanzialmente :
  - governo centralizzato per la difesa, la sicurezza, la giustizia nel territorio dell'impero;
  - ampia autonomia amministrativa locale (e rispetto delle tradizioni locali);
  - mercato comune;
  - moneta comune;
  - tributo erariale a Roma e liberta' di tributo locale agli enti territoriali locali;
  - lingua comune ufficiale (latino).

La Chiesa di Roma ne è erede, in particolare per :
- la struttura organizzativa: un monarca universale (il papa di Roma), tanti monarchi locali in successione decrescente (il vescovo nella Diocesi, il Parroco nella Parrocchia), l'offerta monetaria volontaria;
- la lingua latina.
  Non mancano gli organi consultivi, ma con il compito prevalente della comunicazione esterna.

  E' noto il marasma e l'indefinitezza dei Governi, dopo la caduta dell'Impero Romano, per lunghi secoli, finche':
  - qualcosa di unitario europeo potrà ricostruirsi solo verso l'anno 1000 (sara' dell'800 la incoronazione di Carlo Magno);
  - poi di nuovo la frantumazione dell'unita' europea con la nascita degli Stati Nazionali, e con le micro-statalita' in Italia sopravvissute fino al 1860;
- di nuovo la ripresa delle grandi scelte verso l'unita' europea (e' del 1956, la nascita del Mercato Comune).

   Ricordato brevemente tutto questo, mi pare molto normale l'esigenza di recuperare la comprensione diretta dei testi scritti (laici e religiosi) nei quali ritrovare le origini della propria civilta'; e mi pare molto bello che la nuova prima pietra sia lanciata da un Papa tedesco, cioè proveniente da quella nazione che in Europa ci ha causato grandi sofferenze senza un costrutto finale stabile.

3.- Torniamo a Dionigi. Il secondo passaggio di queste considerazioni ci fa imbattere in IVANO DIONIGI, come traghettatore, chiamato dal Papa.
  Non vorremmo guastare nulla..., soprattutto se Dionigi vede in questa Presidenza la realizzazione del suo grande sogno: riportare il latino sul poggio degli Stati Europei, e con cio' rispondere alle aspettative del Papa. In questo non possiamo che esserne contenti, per Lui, per il Papa, e per tutti noi Europei.
  Ma alcune considerazioni sono ineludibili:
  a) Sono compatibili le due cariche di Rettore e di Presidente ? Con la nuova nomina, Dionigi viene a sommare due cariche. Se la nuova nomina e’ puramente onorifica, per il nostro Ateneo il problema della loro compatibilita’ cade subito.
Un primo chiarimento non puo' che cercarsi in casa ecclesiastica. Lo Statuto della Accademia (qui riportato a fianco), gia' prevede (per la Presidenza della Accademia) molte funzioni impegnative e da svolgere di prima persona.
  Stando alle dichiarazioni del Card. Ravasi, ci sono grandi aspettative, visto che il Pontefice vuole riconquistare al latino spazi perduti e che - anche per la sua eta' - non ha certo molto tempo. Di conseguenza, e' verosimile che il Pontefice si attenda un grandissimo impegno personale del prof. Dionigi che si potrebbe trovare costretto a ricorrere ai "colonnelli" anche per l'Accademia, come peraltro previsto dallo Statuto.
  Un secondo chiarimento dovrebbe venire da Unibo. La nomina non risulta essere stata comunicata all'Ateneo, cosi’ da permettere agli Organi Accademici di verificare la compatibilita’ delle due cariche.
 
I dubbi potrebbero essere sanati se il Rettore facesse chiarezza sulle sue intenzioni. Infatti,
n
el 2013 scade il mandato rettorale (4 anni), ma, in applicazione di una facolta' della legge Gelmini, il nuovo Statuto (voluto dal Rettore) ha prorogato di 2 anni il mandato, cioè fino al 2015.
  Per memoria, il predecessore F. Roversi Monaco, avvalendosi di altra legge del momento, prorogo' il mandato in scadenza, suscitando un vespaio generale nell'Ateneo di Bologna e il prof. Dionigi (allora membro del CdA) censuro' severamente quel presunto abuso (non io, per motivi che non e' il caso inserirli qui).
  Poiche' non è obbligatoria la proroga di due anni, parrebbe logico e conseguente attendersi una pubblica dichiarazione del Rettore Dionigi sulle sue intenzioni, e questo servirebbe a far chiarezza anche sulla nomina papale di Presidente della Pontificia Accademia di Latinita’.

b) Lumi dalla comunita’ accademica ? Per una decisione, non e’ irrilevante (per lui) riflettere sulla opinione emersa, in importanti occasioni, presso la base dell’Ateneo, e tra queste:
-  un referendum consultivo in occasione della

e fortunatamente morta, cosicché noi possiamo spartircene l’eredità; ma un’eredità da conquistare, non già un feticcio da ossequiare ("ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo", Goethe).
Qui sta la sfida consegnata all’iniziativa e all’intelligenza di questa Accademia: individuare i modi realistici ed efficaci per capitalizzare questa straordinaria eredità linguistica e culturale.
C’è invece una ricerca delle radici e dell’identità che piace e che giova: l’identità del lessico fondamentale dell’Europa, la quale – come ricordavamo ­– ha sempre parlato latino; dei lasciti culturali specifici (il pensiero filosofico, politico, giuridico, ma anche tecnico e scientifico); e soprattutto dell’eredità plurale, vale a dire l’acquisizione di una forma mentale aperta a tutte le possibili alternative, perché il mondo classico è abitato non da un pensiero unico e limitante, bensì dalla pluralità delle concezioni rivali del mondo. I classici, dunque, come testimoni di identità plurali o - per dirla con Canetti - come "custodi delle metamorfosi"; dei labirinti delle lingue e culture - ebraica, greca e latina - che educano al linguaggio della diversità, che alla cultura lineare e impoverente dell’aut aut sostituiscono la cultura dell’et et, vale a dire della memoria e dell’inclusione.
Un’eredità, questa, che ci rende da un lato più disincantati e più saldi, dall’altro più ricchi e più aperti di fronte ai nuovi interlocutori che già da diversi lustri caratterizzano la scena del mondo: la globalizzazione col suo profeta Internet, e le culture altre rispetto a quelle di Roma, Gerusalemme e Atene.
Ancora: la necessità e la centralità del latino si impongono perché Roma e la sua lingua sono state per noi il tramite per conoscere Atene e Gerusalemme: "se la civiltà occidentale è stata sagomata da tre grandi civiltà antiche, la greca, la latina, l’ebraica, il tramite linguistico – che non è solo formale, perché le categorie del pensiero e del linguaggio interagiscono – è stato il latino: dall’unità politica dell’impero romano a quella religiosa della cristianità medievale, dall’unità culturale dell’umanesimo a quella scientifica del mondo moderno" (Traina). E a ragione Rémi Brague sottotitolava il suo Il futuro dell’Occidente (1998) così: "Nel mondo romano la salvezza dell’Europa" ("i Romani non hanno fatto che trasmettere […] hanno portato la novità stessa. Hanno portato come nuovo ciò che per loro era antico. Hanno accettato di porsi dopo i Greci, e dopo gli Ebrei").
Ma la forza e la bellezza dei classici – la loro gratia e potentia, direbbe Seneca - sta non solo nell’essere fondamento, bensì anche antagonisti del presente; essi sono non solo nel segno dell’identità, ma anche nel segno dell’alterità. Forti del patrimonio della tradizione (e delle tradizioni), i classici contrastano coi conformismi del presente e con le mode del momento (modo). Perché i classici ci interessano? – si chiedeva Sanguineti: "i classici ci interessano perché sono da noi radicalmente diversi. Sono radicalmente esotici […] temporalmente come spazialmente". I classici – intesi non come contenitori ma come attori della cultura, come coloro che hanno ancora da essere (Mandel’stàm) – valgono come resistenza culturale e antidoto etico per i nostri giorni, segnati dalla semplificazione e dalla doxa. Una sola riflessione a questo proposito: di fronte all’imperante sincronia e dittatura del presente, proprio la lingua latina ci può soccorrere nel recupero di un valore primario e costitutivo dell’uomo: il valore del tempo. Sì, perché il latino è lingua geneticamente temporale, per eccellenza sub specie temporis, perché poggia tutta sul verbo; e il verbo – "angelo del movimento che dà spinta alla frase" (Baudelaire) – ci disvela la dimensione diacronica: l’esperienza del continuum temporale personale e collettivo. Si aggiunga che il latino è non solo lingua sintetica perché improntata alla brevitas, ma anche progettuale: il suo ordo verborum si tende e ci lascia sospesi fino a quando il prima, il durante e il poi non si ricompongono.

Così lingua e cultura classica acquistano un ruolo inedito di contraltare della modernità. E – voglio aggiungere - da malinteso segno e strumento della conservazione e difesa del potere possono diventare segno e strumento di cambiamento e difesa dal potere ("Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola ‘invettiva’ dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui – ma passivamente obbedire mai", Cacciari).

Ci interroghiamo spesso e maldestramente sull’attualità dei classici; loro, attuali, lo sono: chiediamoci piuttosto – ancora con Pontiggia – se lo siamo noi.
Un’eredità, quella dei classici, che potrà essere salvaguardata e messa a frutto solamente se non solo nello Studium, ma anche nell’Ecclesia – come ci viene richiesto espressamente dal Santo Padre – verrà giustamente reintrodotto e impartito ai futuri sacerdoti l’insegnamento della lingua latina; e se, in secondo luogo, proprio questa Pontificia Accademia costruirà ponti con il sapere delle Università e del mondo laico, nella consapevolezza che è in gioco un comune destino culturale.
Occorrerà adoperarsi perché ci siano ancora e sempre grammatici in grado di capire e tramandare i testi classici a favore dei populi. E questa trasmissione, come ogni scienza, può nascere solo – con un forte senso di responsabilità comunitaria – dalla "lampadoforia", e non dalla "tremula fiaccola del singolo" (Bacone, De sapientia veterum). IVANO DIONIGI

discussione del nuovo Statuto generale dell’Ateneo (98% dei votanti, 3000 circa) che ha censurato il suo progetto di Statuto).
  -  proteste di rappresentanze studentesche, che si dicono discriminate, a seconda che siano a favore del Rettore (i Ciellini) o indipendenti (quelli del Sindacato degli universitari, clicca su: studenti), e che lo dicono essersi avvalso di Colonnelli (ossia di Pro Rettori) per il "lavoro sporco" (nel significato di impopolare), anziche' farlo personalmente.
 
   Ci sono, poi, comportamenti che riteniamo non etici, e prove di scelte amministrativamente errate, per lequali vorremmo un rimedio da parte di lui stesso. Si tratta di:
  - aver cercato il voto (per la sua elezione a Rettore) in certi ambienti della sinistra con l'impegno, non mantenuto, di restituire al controllo democratico gli spazi sottratti dai due predecessori (e di cui lui stesso si lamentava, a parole). Il Rettore ha invece ristretto ulteriormente detti spazi, controllando il Consiglio di Amministrazione (altri Atenei, sia pur pochi, l'hanno fatto elettivo, e ultimamente anche Firenze), e facendo un Senato Accademico debole (espulsi i Presidi, la pietra miliare tradizionale della democrazia universitaria).
  Non ci piace, poi, vederlo maestro nel transitare con disinvoltura, dalle Feste dell'Unita' alla Cerimonie del Vaticano, passando indenne.
  Circa il riordino dell'Ateneo, in base alla legge Gelmini, Egli è andato oltre la legge nella ristrutturazione dei Dipartimenti, ma facendone un coagulo di diversita', a volte incomunicabili al loro interno.

  Nota. Nella tradizione universitaria, il luogo di incontro delle diversita' scientifica erano le Facolta' (adesso, ridenominate "Scuole"), in quanto le lauree dovevano configurare per la armonizzazione interdisciplinare, ai fini della formazione e professionalizzazione dei giovani.
   Invece, il Dipartimento ha finalita' di ricerca scientifica, cosi' che il migliore Dipartimento e' quello piu' specializzato su un campo, vale dire il piu' possibile "semplice" (l'opposto di complesso) e analitico, (l'opposto di sintetico).
  In origine, la struttura scientifica era l'Istituto, poi (nel 1980) vi subentro’ il Dipartimento con discipline diverse, ma strettamente affini; oppure, se diverse e non affini, almeno omogenee rispetto ad un obiettivo comune.
  Con la legge Gelmini, i Dipartimenti hanno competenze scientifiche e didattiche, e devono avere almeno 40 persone (ma nella esperienza, i Dipartimenti con 30 persone erano gia' ritenuti troppo ampi per una agevole governabilita').
  Dionigi li ha voluti di almeno 50 persone, e risulta aver incoraggiato, nei fatti, di portarli a 100 e oltre, finendo per determinare molte contraddizioni (vale dire, far convivere la "semplicita’; necessaria per la ricerca, con la complessita’ necessaria per fare i corsi di laurea). Questo, per ragioni di economia di scala, ma finendo per mettere sotto lo stesso tetto professori e ricercatori di scienze lontane, determinando gravi tensioni per il riparto delle risorse per la ricerca scientifica ( anche perche' divenute ristrettissime, per via della legge Gelmini).
  
  Dove sta la carenza del Rettore Dionigi ? Nel non essere riuscito in un buon compromesso tra economia di spesa e validi ordinamenti didattici e scientifici, anzi nell'averlo fatto imporre da suoi Colonnelli (Pro Rettori).
    Stando alle classifiche del Censis, la università di Bologna è prima in Italia. Ma nelle classifiche internazionali, Bologna era al 176° posto nel mondo nel 2010, al 183° nel 2011, al 194° nel 2012***.

c) Anomalie della nomina Papale. Salta, infine, agli occhi una anomalia, conistente nel fatto che il Papa abbia nominato un Presidente, sia pur pontificio, senza attaccarsi ad un proponente locale: non un Dipartimento dell'Unibo, visto che egli e' di questo Ateneo; non il Vescovado di Bologna, visto che il nominato e' della diocesi di Bologna. In questo senso, il fumus della mera strumentalizzazione, da parte di gente locale, si leva nell'aria per sua natura.
   L'anomalia non sta nella strumentalizzazione, ma nel fatto che il proponente locale non si sia dichiarato in pubblico per l'assunzione della relativa responsabilita’ .

*** http://www.universando.com/blog/wp-content/uploads/top500.pdf, http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2012?page=7
____________
Fonte *: http://www.cultura.va/content/cultura/it/collegamenti/acc-pont/xvii-seduta-pubblica-delle-pontificie-accademie/intervento-del-prof--ivano-dionigi.html
Fonte **: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20121110_latina-lingua_it.html

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EDIZIONI PRECEDEDENTI

    IN MARGINE AD UN LIBRO RECENTE DI STORIA MEDIEVALE, SU "BOLOGNA E RE RENZO",
   FATTO  PRIGIONIERO  NELLA BATTAGLIA DI FOSSALTA (1249), PRESSO IL FIUME PANARO

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Fonte: Francesca Roversi Monaco, Il Comune di Bologna e Re Enzo.
Costruzione di un mito debole, Bononia University Press, Bologna 2012

"Studio di Bologna" e "Studio di Napoli"
oggi "Università di Napoli Federico II"
Un aspetto incidentale del Libro

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  Questo libro di Francesca Roversi Monaco, dedicato al padre Fabio, è stato recensito dallo storico Angelo Varni su "Il sole-24 ORE", giornale economico, e dunque pervenuto a conoscenza degli economisti. In particolare, più che dall'argomento principale, sono stato attratto da un suo riferimento incidentale ai rapporti tra lo "Studio" bolognese e la "Università di Napoli", dentro il capitolo introduttivo, inevitabilmente dedicato al quadro storico complessivo, in cui si è svolta la vicenda di Bologna e di Re Enzo (vale dire ai rapporti tra papato, impero e Comuni in quel periodo). La vicenda ebbe origine a Fossalta (1249) con la cattura del figlio di Federico, poi trattenuto prigioniero a Bologna, sia pur in modo molto civile, e ivi morto a Bologna nel 1272. Il padre Federico II era morto nel 1250.
   La tesi del libro è che il Comune medievale di Bologna, da alcuni considerato un "mito" per il ruolo di difensore delle libertà comunali contro il potere accentratore degli imperatori tedeschi (Federico II, nello specifico, e comunque storicamente dopo il ruolo del Comune di Milano contro Federico Barbarossa), sarebbe in realtà un "mito debole".
  Se ho ben compreso, "debole" non significa "mito a metà" o qualcosa di simile, ma l'opposto di "mito senza tempo": e dunque il "mito" esistito, ma durato poco, perchè i bolognesi (dopo la morte di Federico II) furono presi dai loro intrighi cittadini, avendo perso di mira le grandi scelte di lungo periodo. In quel tempo (medievale), una delle "grandi scelte" del Comune di Bologna (oltre quella di difendere la propria libertà) fu di difendere lo "Studio" bolognese, contro Federico II, che voleva sopprimerlo e sostituirlo con la Università di Napoli. Mi trattengo su questo aspetto incidentale del Libro.
   Ivi si narra che ... "nel 1224 Federico fondava lo Studio di Napoli, vietando ai sudditi di Sicilia di studiare in altre sedi universitario e garantendo al tempo stesso particolari privilegi agli studenti 'stranieri' che fossero andati a studiare a Napoli.
  "Tale politica di 'accaparramento' di potenziali studenti non dipendeva da un'ostilità preconcetta verso lo Studio bolognese, ma dalla necessità di agevolare l'affermarsi della prima università ' di Stato, burocratica, ad usum principis '   lanciandola nell'empireo degli Studia europei." ....
  " Nel 1225 Federico promulgo'  uno specifico atto di soppressione dello Studio bolognese, cui si sovrappose il bando imperiale del 1226 contro le città aderenti alla seconda Lega, dotato di una clausola che stabiliva la rimozione delle Schola e degli Studia nelle città interessate dal provvedimento. ...
   "Il comune di Bologna, però, reagì con forza a difesa del suo Studium,   ... emanando ..., uno statuto che, opponendosi specular mente alle disposizioni imperiali, ne ribaltava punto per punto il significato, con un'azione di notevole impatto politico e ideologico, poiché un provvedimento comunale si arrogava la facoltà di rendere nulli una costituzione e un bando imperiale ...  ".
  Questa vicenda di Federico, "Splendor  Mundi", come si legge sulla sua tomba nella Cattedrale di Palermo, è molto intrigante e interessante.
   Si sa che lo Studio bolognese era stato un faro di riferimento europeo per la legittimazione imperiale di Federico Barbarossa, nonno di Federico II, e sicuramente lo Studio viveva quale "mito senza tempo" nel cuore di Federico.
   Narrano gli storici che egli nel 1220, ventisettenne, scendendo dalla Germania per recarsi in Italia per prendere possesso del Regno di Sicilia, lasciatogli in eredità dal padre Enrico VI, sia passato per Bologna, dove si intrattenne tre giorni, tra l'altro, con i doctores dello Studio che gli fecero una domanda difficilissima di diritto. Si racconta che Federico abbia risposto brillantemente.
  Sono state fatte diverse congetture per capire il motivo di questa sosta. Verosimilmente (nel 1220) egli aveva già in animo  di fondare lo Studio di Napoli, avvenuto poi nel 1224 e voleva esplorare la possibilità di reclutare doctores dello Studio bolognese per quello di Napoli .
   Il motivo è che egli annetteva alla "alta cultura" un ruolo fondamentale per elevare l'autorevolezza politica del suo impero e, nello specifico, per la formazione della burocrazia dell'impero medesimo.
   Forse v'era anche dell'altro. Bologna (e Padova) brillavano per indipendenza di pensiero, mentre Federico voleva che le Università fossero funzionali al suo impero. Il caso vuole che Bologna (e Padova) erano università private, mentre Napoli sarà impostata come università pubblica, anzi fu la prima università pubblica in Europa, come raccontato nel Libro, qui di riferimento..
   C'è dell'altro. I doctores di quegli studi avevano varie provenienze territoriali: vari Paesi e città,  vale dire erano internazionali .
   E' una strana storia del destino. Noi oggi vediamo le università private quasi di malocchio, perchè asservite (è, poi, vero ?) ad uso di interessi privati, precisamente ad uso del capitale privato. E invece vediamo le università pubbliche, finanziate dallo Stato, come ad uso di utilità pubblica.
   In realtà l'università pubblica di Federico era pubblica perchè finanziata dal Re, come istituzione e perchè destinata a formare la classe dirigente dello Stato imperiale, ma era privata perchè finalizzata a costruire il potere personale di Federico. In questo senso, quella distinzione che noi, oggi, facciamo tra istituzioni private e istituzioni pubbliche è ingannevole, e tutti possono constatare ogni giorno come le pubbliche istituzioni siano anche strumentalizzate a fini privati (di potere e di arricchimento) dei politici.
 
   Quale la conclusione ? Non si vuole una conclusione: solo esser stati edotti di queste "scintille" medievali di alta cultura, grazie a Federico, "splendor mundi", e del suo altissimo apprezzamento per lo "Studio" bolognese, al punto di vederlo come un esempio assolutamente da copiare (a Napoli), per lo splendore del suo Impero.
  Fu scintilla anche il fatto che puntò sull'università (a Napoli), quale università pubblica, per farne il fulcro del lancio del Meridione in Italia. Il suo intento unificatore dell'Impero avrebbe potuto, invece, avere migliore fortuna (penso, col senno di poi), se avesse associato (anzichè contrapposto) lo Studio di Napoli allo "Studio di Bologna" e a quello di Padova, e a tutti i vari fermenti culturali comunali, di quel tempo..
  
  Infine, volendo forzatamente trarne uno stimolo per un confronto con la Bologna di oggi, si potrebbe forse dire che sarebbe desiderabile che l'attuale Università di Bologna fosse internazionale nel senso medievale, vale dire avere professori reclutati da altri Paesi. Beninteso, qualcosa c'è : è di queste settimane la chiamata di esperti italiani e stranieri, ma con fondi MIUR: e quando vai a vedere i nomi, trovi che due sono italiani e il terzo ha un nome straniero, e che la cosa è della solita mosca bianca ( Ingegneria-Architettura ).
  L'Università di Bologna è oggi fondamentalmente di formazione locale e corporativa (ma sempre in prima fila per accoglienza agli studenti), e anche ideologica in alcune Scuole (Lettere, Scienze politiche). Ma non è così in tutte le università italiane (es. Roma "La Sapienza", mentalmente aperta più su, almeno una spanna).
   Sarebbe, al tempo stesso, ingeneroso e anche ingiusto, non ricordare che non è mancato un tentativo importante di sollevare il velo e fare breccia sulle mura: lo è stato la celebrazione ( fatta dal padre di Francesca, già rettore dell'Alma Mater ) del nono centenario (1988), con la confluenza a Bologna di gran parte delle università nel mondo, e con la firma della Magna Charta Universitatum.
   Ma il IX  centenario è rimasto un fatto di "cronaca", non la ripartenza di quella "storia" perchè, dai rettori succcessori, l'internazionalizzazione non è stata  percepita e proseguita nel senso corretto: quello medievale
.
   Beninteso c'è anche un altro modo di concepirla (ed è quanto avviene attualmente): quello di cercare l'interscambio culturale e scientifico con le altre università nel mondo;  quello di fare corsi di laurea in comune tra università di diversi Paesi. Tuttavia, se manca il pre-requisito, quello di avere mentalità aperta, a cominciare dal cedere, in casa pagando di tasca propria, posti di ricerca e insegnamento a scienziati di provenienza estera, la strada è più lunga. Questo ci riporta a dare priorità alla internazionalizzazione nel senso dello "Studio" medievale.  NINO LUCIANI

.

    LEGGE GELMINI  E  RICERCATORI  A TEMPO   INDETERMINATO

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Marco Mancini,
Presidente CRUI

 

Mentre il Mnistro Profumo, fin dalla sua nomina, non vede e non sente
il grido di dolore che sale da ogni parte delle università d'Italia


I  Ricercatori in visita alla CRUI - Conferenza dei Rettori

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Marco Merafina,
presidente CNRU-Ricercatori

                                                                                      
                                                                                    COMUNICATO


  Mercoledi' 26 settembre alle ore 14, presso la sede della CRUI di Piazza Rondanini a Roma, una delegazione del Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari incontrera' la Giunta di Presidenza della CRUI per discutere:
   -  argomenti connessi al piano straordinario di reclutamento;
   -  proposte alternative alla procedura di abilitazione;
   - innalzamento dell'eta' pensionabile dei ricercatori;
   -  e problematiche connesse al pagamento della didattica, alla luce della recente sentenza TAR riguardante una ricercatrice dell'universita' del Salento.

                                              Il Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari


.

Riceviamo e giriamo

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Daniela Memmo

Comune di Bologna e Università, sotto la statua di GREGORIO XIV
§
RETTORE chiama i Docenti, e il Sindaco Dr. Virginio Merola, a
Cerimonia pubblica di Conferimento del titolo di Dottore di Ricerca,
lunedì 18 giugno, ore 18.30 – Piazza Maggiore

LETTERA DI UNA PROFESSORESSA :
"Caro Sindaco eri senza la fascia tricolore"

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Ivano Dionigi

Bologna, 19 giugno 2012

Illustre Sindaco di Bologna

Signor Virginio Merola,
Le scrive una docente dell'Alma Mater Studiorum che era presente nel torrido pomeriggio di ieri alla toccante cerimonia pubblica di conferimento del titolo di dottore di ricerca ai nostri allievi in Piazza Maggiore.

L'Alma Mater ha reso omaggio alla città, che Lei ha l'onore e l'onere di rappresentare, con più di quattrocento giovani talenti che, con pazienza e spirito di sacrificio, hanno atteso ore in tocco e toga, ai limiti della resistenza fisica per l'afa insopportabile, e che ci hanno fatto commuovere, come genitori e come docenti, nel loro giovanile e pur rispettoso e composto incedere verso la tribuna allestita davanti alle autorità. Altrettanta commozione, può starne sicuro, ha stretto i cuori di tutti noi nel vedere i colleghi nostri rappresentanti guidati dal magnifico rettore in tocco e toga di ermellino prendere posto sul paco inondato dal sole. Noi del pubblico, docenti e parenti, abbiamo volentieri fatto il nostro dovere di accompagnatori e, col nostro entusiasmo, costituito una degna coreografia per una cerimonia che può dirsi certamente riuscita.

Eppure ieri, se per i nostri giovani c'è stata - e ben presente - l'Alma Mater, è mancata l'Italia. E' mancato il simbolo dell'Italia, che è rappresentato da quella onorata fascia tricolore che Lei, signor Sindaco, non indossava. Di fronte a pesantissime toghe tocchi ed ermellini, Lei non ha mostrato ai giovani il richiamo alla loro patria : il semplice tricolore italiano. A lei spettava questo compito, e solo a Lei.

Superato il primo profondo dispiacere per questa omissione, mi sono chiesta quanto più vere sarebbero suonate le parole degli intervenuti, di invito ai dottori a non abbandonare l'Italia e a lavorare per essa, se dell'Italia ci fosse stata l'amata semplice bandiera.

Le scrivo questa lettera aperta per conoscere le ragioni di questa Sua scelta.

E' la seconda volta che la vedo presente in occasioni importanti del nostro Ateneo ed in ognuna senza fascia, per così dire in incognita. Di fronte alle spoglie mortali di uno scienziato del diritto vanto del nostro Ateneo mancato di recente, la Sua presenza, così importante per noi , non è stata riconoscibile ai tanti venuti da ogni parte d'Italia : Lei, Signor Sindaco, è venuto senza fascia tricolore e nessuno che non fosse di Bologna l'ha potuta riconoscere ed ha potuto apprezzare la presenza della massima rappresentanza cittadina ed il dovuto omaggio della Città al Maestro scomparso.

Ieri del pari da ogni parte d'Italia si è cercato il Sindaco - non la singola persona che transitoriamente ne riveste la carica- e non lo si è trovato.

Ho avuto occasione di girare in ogni dove in Italia, nell'Italia ricca ed in quella dei diseredati, ma dovunque sia presente chi abbia avuto l'onore di diventare Sindaco, là si nota quasi con tenerezza che questi vive nella sua città con il tricolore in tasca, perché indossando quella fascia, umile, semplice, il sindaco ci vuole dire che siamo protetti dalla nostra patria, che l'Italia non ci abbandona. Può essere che Lei non la indossi nelle occasioni in cui dialoga con l'Ateneo per modestia. E, se questo è il caso, Lei sbaglia. Noi accademici siamo cittadini come tutti e come tutti dobbiamo onore e rispetto al simbolo.

Può darsi che Lei la ritenga una formalità sorpassata e che si senta a disagio ad indossarla. E Lei sbaglia ancora. Perché, così come il Rettore porta con fatica ed orgoglio il "suo" tocco, così Lei, Sindaco di una città che ha versato sangue e vittime per l'Italia, ha il dovere e l'onore di indossare quel tricolore che deve garrire come una bandiera nel cuore di ogni sindaco d'Italia.

Distintamente,
Daniela Memmo
Professore ordinario Alma Mater Studiorum Università di Bologna

 

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UNIVERSITA' DI BOLOGNA, 24 aprile 2012

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
approva il bilancio consuntivo del 2011

ENTRATE  € 658.109.011,20

-  USCITE  € 649.049.821,80

= SALDO  € +9.059.189,32

Osservazione: rendiconto incompleto, causa   numerose gestioni  fuori  bilancio

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Ivano Dionigi

   Nota. Il bilancio del 2011 è proposto praticamente a pareggio. Esso è accompagnato da una relazione con importanti informazioni, tra cui , sul FFO  sui contributi studenteschi, il personale, anche sotto il profilo della evoluzione pluriennale. Si può cliccare su: Relazione per un testo integrale.
  Abbiamo visionato i dettagli del bilancio. Sul piano generale, appare palese la sua incompletezza, in quanto è notorio che l'Ateneo ha numerose partecipazioni in enti:  Fondazione Alma Mater, Ceub, vari Spin Off ..., ma i cui bilanci non sono allegati, e neppure all'o.d.g. separatamente . Questo porta a concludere  che, nell'Ateneo, ci sono numerose gestioni fuori bilancio, e ciò mette in dubbio la effettività del saldo consolidato. Soprattutto è gravissima l'assenza del bilancio della Fondazione Alma Mater, avendo essa una fondamentale "missione" finanziaria nell'Ateneo.
   Sempre nel CdA del 24 aprile sono all' o.d.g. i bilanci di alcune Fondazioni partecipate dall'Ateneo (Avoni, Castelvetri, Salvioli, Sfameni, Toso Montanari), ma anch'essi fuori bilancio dell'Ateneo. Essi sono proposti in modo anche abbastanza superficiale circa la verifica del perseguimento dei loro obiettivi. Es.: per la Fondazione Castelvetri Il fine istituzionale dichiarato è dare impulso agli studi e alle ricerche nell'ambiente padano in campo agrario e veterinario", ma poi risulta che gli impieghi dei fondi sono andati a tutt'altro. I fini istituzionali della Fondazione Salvioli sono lo studio e nell'applicazione del vaccino antitubercolare e per le ricerche in campo immunologico specifico ed aspecifico. Lo scopo della Fondazione Sfameni è di dare impulso agli studi ed alle ricerche sulla genesi, fisiologia, fisiopatologia e genetica della gravidanza e sull'evoluzione ed anatomia della placenta. Ma anche qui le spese sono state per altre destinazioni.
   Per quanto riguarda le attività commerciali (vedi: le varie prestazioni a pagamento), le entrate e le spese non sono riportate congiuntamente, ma separatamente come da sempre tra le entrate generali e le uscire generali, rispettivamente. Sarebbe importante, almeno dentro la relazione, fare un prospetto unico di queste entrate e uscite, in modo da capire se queste attività danno un avanzo, a beneficio delle attività istituzionali dell'Ateneo.
   I contributi studenteschi sono aumentati ( da € 127.577.977,19 del 2010, a € 131.582.704,80 ). Sulla adeguatezza di questa voce, sarebbe importante, nel darne notizia, fare confronti con gli Atenei, qui attorno, anche per capire una possibile causa del continuo calo degli studenti a Bologna.
   La Relazione ci dà anche tabelle sulla evoluzione delle spese per il personale e le entrate dal FFO dal 2002 al 2011.

Spese per il personale - evoluzione dal 2003 al 2011personale unibo.jpg (362249 byte)

 

Entrate dallo State per il FFO dal 2002 al 2011 - milioni di €ffo unibo.jpg (139037 byte)

 

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UNIVERSITA' DI BOLOGNA, 6 marzo 2012

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
prende atto dello "esito" della valutazione dei  DIRIGENTI

Tutti valutati positivamente (meno uno) dal Direttore Generale,
ma "intoccabili" da parte del CdA

Nota. La procedura di valutazione dei dirigenti inizia con la proposta dei dirigenti circa gli obiettivi amministrativi proposti al CdA, ognuno per il proprio ufficio, . Questo approva (o non approva gli obiettivi). Poi, in secondo tempo, sulla base della relazione del Direttore generale,  il CdA valuta se gli obiettivi sono stati raggiunti, e infine decide la conferna o meno del dirigente.
    Nei fatti, tuttavia, la valutazione è avvenuta nelle segrete stanze, e il CdA ha solo preso atto dell'esito, genericamente, senza il punteggio. Difatti, come si desume dal resoconto sottoriportato, il rettore racconta semplicemente il procedimento di valutazione, ma non i risultati.
   Conclusione: si conferma quanto rilevato anche lo scorso anno: i nostri dirigenti sono degli "intoccabili", da parte del CdA.
  Vedremo cosa farà il prossimo CdA, il primo dopo la riforma dello Statuto, in applicazione alla legge Gelmini.

 CdA - 6 marzo 2012,  ESITO DELLA VERIFICA DI RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI DIRIGENZIALI 2011

Resoconto della seduta del CdA


   Il Rettore dà lettura della seguente relazione presentata dal Direttore Generale:
"In data 1° febbraio 2011 il Consiglio di Amministrazione ha approvato il Piano degli obiettivi dirigenziali 2011 che è stato formulato riconducendo gli obiettivi ai seguenti orientamenti generali :
. adeguamento alle nuove disposizioni normative (didattica, ricerca, organizzazione).
. accompagnamento e supporto alla riorganizzazione dell.Ateneo;
. snellimento delle procedure e dei processi interni;
. potenziamento delle attività volte all.internazionalizzazione;
. implementazione dei sistemi di controllo di gestione;
. incremento del finanziamento da risorse diverse dal Fondo di Finanziamento Ordinario;
. miglioramento del coordinamento organizzativo tra le sedi territoriali;
. attuazione di politiche volte allo sviluppo del personale tecnico amministrativo.

    In data 20 settembre 2011 la Direzione ha comunicato al Consiglio di Amministrazione gli esiti del monitoraggio degli obiettivi in relazione al 1° semestre dell.anno. Le criticità evidenziate dai dirigenti hanno permesso di affrontare con la massima trasversalità tra Aree alcuni nodi importanti e rimodulare, in alcuni casi, le attività in corso per portare a termine nel migliore dei modi in termini di economicità ed efficienza l.obiettivo prefissato tenendo conto del cambiamento in corso di alcuni elementi di contesto.
   In particolare, in considerazione dell.urgenza di presidiare le attività connesse all.approvazione dello Statuto e delle conseguenti azioni di attuazione sono stati sospesi tre obiettivi ed è stato introdotto nel Piano un obiettivo specifico relativo all.attuazione del nuovo Statuto.

Elementi di contesto

La valutazione ha tenuto conto di alcuni fattori:
1. il secondo semestre del 2011 è stato caratterizzato, come già sottolineato, da un notevole impegno da parte dei Dirigenti finalizzato a porre le basi per l.attuazione del nuovo Statuto;
2. in data 16 dicembre 2011 è stato firmato il contratto collettivo integrativo per il personale dirigente per l.anno 2011 (delibera del Consiglio di Amministrazione del 23.12.2011);
3. l.apposito Fondo che finanzia la retribuzione di posizione e di risultato del personale dirigente (costituito nel rispetto delle disposizioni contrattuali e dei vincoli normativi ed in particolare in applicazione all.art. 9 comma 2 bis del DL 78/2010 convertito in Legge 122/2010), pur non partendo dai valori massimi per autonoma scelta dell.Ateneo, è stato ulteriormente ridotto in applicazione alla citata .manovra estiva..

Valutazione obiettivi 2011
Sulla base del contratto collettivo integrativo per il personale dirigente sopraccitato, sono quindi previste come per il 2010 quattro fasce di valutazione che consentono una maggiore differenziazione e riconoscimento dei risultati raggiunti.

livello
range*
valutazione complessiva
retribuzione di risultato

1
> 180
Obiettivi raggiunti in misura eccellente
Fino al 55% della retribuzione di posizione

2
da > 150 a <= 180

Obiettivi raggiunti in misura medio/alta
Fino al 36% della retribuzione di posizione

3
da > 110 a <= 150
Obiettivi raggiunti in misura discreta
Fino al 27% della retribuzione di posizione

4
da > 100 a <= 110
Obiettivi raggiunti in misura sufficiente
Fino al 20% della retribuzione di posizione

-
<= a 100
§Obiettivi non raggiunti
-

   La valutazione finale è data dalla somma di obiettivi quantitativi e aree comportamentali ciascuno in percentuale rispetto al 100%.
  Con delibera del Consiglio di Amministrazione del 1° febbraio 2011 è stata attribuita al Direttore Generale una quota percentuale pari al 15%, nell.ambito della valutazione complessiva, che consente di tenere conto delle differenze tra i vari dirigenti in termini di complessità organizzativa e relazionale, continuità e costanza di impegno nell.attività manageriale, clima organizzativo. Pertanto il risultato raggiunto dal dirigente, sia nella parte relativa alle aree comportamentali sia nella parte relativa agli obiettivi quantitativi, è stato riparametrato su 85/100. Il Direttore ha avuto quindi a disposizione 30 punti (corrispondenti al 15% sulla valutazione complessiva) da attribuire a ciascun dirigente.
   Per quanto attiene all.area delle competenze trasversali, nel 2011 la valutazione si è incentrata sulle tre aree di capacità manageriali e comportamenti organizzativi individuati per tutti i dirigenti (cooperazione e lavoro di gruppo, orientamento ai risultati, consapevolezza sociale) e su altre due aree individuate a inizio anno per ciascun dirigente, sulla base delle caratteristiche personali di interpretazione del ruolo e delle esigenze e peculiarità della posizione ricoperta.

Esito della valutazione
Complessivamente sono stati valutati 17 dirigenti:
. Ersilia Barbieri (Area Sanità)
. Andrea Braschi (Area Edilizia e Logistica)
. Giuseppe Conti (Area Ricerca e Trasferimento tecnologico)
. Stefano Corazza (Unità Professionale Grandi Appalti di Lavoro)
. Alice Corradi (Area Finanza e Controllo di Gestione)
. Michela Dalla Vite (Area UniboCultura, promozione e fundraising) fino al 31.8.2011
. Marco Degli Esposti (Area Affari Generali)
. Nicola De Laurentis (Polo scientifico didattico di Ravenna)
. Elisabetta De Toma (Area Didattica e Servizi agli Studenti)

 P.S. Nell'elenco non compare uno dei Dirigenti (ne omettiamo il nome) che avrebbe avuto valutazione negativa.  Si deduce indirettamente che i suddetti dirigenti avrebbero avuto valutazione positiva, pur se non è indicato il punteggio rispettivo, nè la la specifica motivazione.



 

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    Piero Spagnolo

Bologna,   Per segnalazione al Senato Accademico.

Altri casi di  "PAM" (titolo di "Professore dell'Alma Mater") negati" senza motivazione conforme a Delibera del Senato.

Lettera del prof. Catanzaro al Rettore, inviata
p.c.  ai membri del Senato Accademico.
Anche Lettera del prof. P. Spagnolo.

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Raimondo Catanzaro

 
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POICHE'  IL DINIEGO  E'  AVVENUTO IN  FORMA  E SOSTANZA  DIVERSE
RISPETTO ALLA   DELIBERA DEL  SENATO, PARREBBE ATTO DOVUTO
DEL SENATO  CENSURARE IL RETTORE, ANCHE PERCHE' I CASI
DI VIOLAZIONE DELLA DELIBERA  RISULTANO  NUMEROSI.

Rilevante, poi, è che  la legge Gelmini ha  innovato i poteri
del Senato, nei confronti del Rettore,  attribuendo  ad esso
il potere di proporre mozione di sfiducia al Rettore.

Non è, poi, irrilevante che la nuova figura rischia di
cadere in desuetudine, in quanto è verosimile che un
prof. ordinario non  rinuncerà più a parte della propria
carriera,  visto che in cambio non sa cosa incontra.

FATTO. La nuova figura dI PAM rischia la soppressione, per desuetudine, in quanto (a causa del diniego immotivato del Rettore)  i potenziali aventi diritto non hanno più interesse ad aspirare a questo titolo.
   Come, infatti, risulta dalla delibera del Senato, essa prefigura uno scambio atipico (ma, direi, un atto dovuto nel caso dei professori ordinari) tra:
  a) la rinuncia ad uno (o due) anni della propria carriera, per favorire il il ricambio generazionale per le progressioni di carriera e per il reclutamento dei docenti;
  b) e la accettazione di loro presso i locali del dipartimento, il mantenimento della posta elettronica istituzionale con indicazione della qualifica di “Professore o Ricercatore dell’Alma Mater”, l'accesso alle risorse bibliografiche on-line e alla rete wireless Almawi-fi di Ateneo, l'accesso a contratti di insegnamento, a incarichi di responsabilità istituzionale o gestionale o la partecipazione ad organi e collegi per i quali la legge preveda la posizione di professore in servizio.
   La delibera prevede anche che il SI' sia accompagnato da una positiva valutazione scientifica del richiedente.
   A questo punto, visto il rischio di "sberleffo scientifico" da parte del Rettore, perchè il diniego del Rettore è "somministrabile" con "lettera identica" inviata a tutti gli esclusi, parrebbe cosa ovvia che un docente di questo Ateneo non sia più motivato a rinunciare incondizionatmente a parte della propria carriera.
    Pertanto, il comportanento del Rettore danneggia l'Ateneo, diciamo i giovani ricercatori in attesa di porre fine al loro stato di precarietà, partecipando ai concorsi ai posti liberati. Ma vediamo meglio cosa hanno risposto al rettore, alcuni di loro.
  Ultimo ma non ultimo. L'art. 2, lettera e) della legge Gelmini ha attribuito al Senato il potere di "proporre al corpo elettorale .... una mozione di sfiducia al rettore non prima che siano trascorsi due anni dall’inizio del suo mandato".
   Questo dispositivo è già in vigore, e prescinde dallo Statuto. Esso è operativo anche per il Senato Accademico attuale.
Bologna, 19/12/2011

Al Magnifico Rettore Università degli Studi di Bologna Via Zamboni 33, 40126 Bologna

Oggetto: domanda di riconoscimento della qualifica di "Professore dell'Alma Mater"
.
               Caro Rettore Ivano Dionigi,
   ho ricevuto in data 16/12/2011 la tua lettera raccomandata, con la quale mi comunichi ufficialmente che la mia domanda di riconoscimento della qualifica di "Professore dell'Alma Mater" non è stata accolta.
   Le motivazioni da te addotte tolgono non poco spazio ai meriti scientifici da me acquisiti in oltre 43 anni di carriera accademica e ben documentati dal curriculum vitae tuttora visionabile nel Portale d'Ateneo.
  Nella formulazione iniziale, le Linee Operative 2011 per il riconoscimento di quella qualifica onorifica ponevano "alti meriti scientifici oppure l'acquisizione di rilevanti benemerenze accademiche" come unici requisiti utili per l'acquisizione della qualifica stessa.
   La successiva scelta da te fatta, d'intesa con il Senato Accademico, di procedere ad una attenta valutazione e revisione dei requisiti, tenendo conto anche di altri elementi di varia natura, al fine di dimensionare e contenere le figure non "istituzionali", è fortemente punitiva nei confronti di quanti altri, come me, in possesso di oggettivi meriti scientifici, hanno voluto condividere le dichiarate intenzioni di questo Ateneo di favorire il ricambio generazionale per le progressioni di carriera e per il reclutamento dei docenti, sacrificando una parte della propria carriera, con un costo economico non irrilevante. Un contenimento, pur se rigoroso, di figure "non istituzionali" è pienamente legittimo ed anche condivisibile qualora il loro riconoscimento non venga subordinato ad un oneroso ed incondizionato sacrificio da parte di chi reputa di potervi meritatamente aspirare.
   La generosa disponibilità che ha ispirato la mia istanza viene ora liquidata sic et simpliciter con un tuo apprezzamento formale. Imprescindibili criteri di serietà e chiarezza imponevano che le regole di questa "partita" fossero ben definite dall'Ateneo all'inizio e non nel corso (o addirittura al termine) della partita stessa. A questo punto, come docente di prima fascia in "volontaria" quiescenza a partire dal 1° gennaio 2012, chiedo di avere a breve un colloquio con te: esigo che il Rettore di questo Ateneo mi dimostri personalmente di non avermi arrecato un grave danno, morale e materiale, in modo indebito e surrettizio. Confidando nella tua sensibilità ed in attesa di un tuo sollecito riscontro, ti porgo cordiali saluti.
                                                         Piero Spagnolo* __________________________
* Prof. Piero Spagnolo Dipartimento di Chimica Organica "A. Mangini" Viale Risorgimento 4, 40136 Bologna

Budrio, 9 gennaio 2012

Magnifico Rettore Università di Bologna Chiar.mo Prof. Ivano Dionigi SEDE

Oggetto: risposta alla lettera del 6/12/2011, prot. 52754, avente ad oggetto : domanda di riconoscimento della qualifica di "Professore dell'Alma Mater"

                        Magnifico Rettore,
   rispondo con qualche ritardo alla lettera in oggetto, nella quale mi comunichi di non avermi concesso la qualifica di professore dell'Alma Mater.
   Spero scuserai il mio ritardo di poco più di un mese, anche in considerazione del fatto che la mia istanza per ottenere la qualifica risaliva al 17 maggio 2010, e che dunque ho atteso 18 mesi e 20 giorni per ottenere una risposta negativa. Mi consentirai innanzitutto una nota di stile.  Avrei preferito un modo più diretto di comunicarmi il tuo rifiuto.
   Nella tua lettera ciò non viene detto mai apertamente e confesso che sono rimasto sinceramente ammirato del modo in cui si riesca a dire qualcosa attraverso il non detto. Ma è questione secondaria, e del resto ciascuno di noi ha un proprio stile e nessuno può essere criticato per averne uno suo proprio. Vengo alle questioni di sostanza.
    Le motivazioni che porti a sostegno della tua decisione sono francamente risibili. Con tassi di sostituzione della componente docente che, nella migliore delle ipotesi, sono al venti o al trenta per cento, l'esigenza di riservare attrezzature e spazi ai giovani sembra fuori luogo. Considerando l'esperienza dei locali del mio ex Dipartimento, che frequento ancora in quanto impegnato come presidente di commissione in un concorso di prima fascia, sarei piuttosto preoccupato delle sembianze da "Olandese volante" che alcune strutture dipartimentali corrono il rischio di assumere.
   Ma neanche questo è il punto: sarei stato disponibile ad accettare di buon grado anche una decisione basata su motivazioni risibili. Del resto noi ex docenti dell'Alma Mater conserviamo tra i nostri privilegi quello (e non altri) di avere un indirizzo di posta elettronica (come uno studente che sia stato iscritto anche solo per sei mesi).
  E ho scoperto che posso anche aggiornare il mio curriculum e l'elenco delle mie pubblicazioni, le conferenze tenute e i convegni e seminari cui ho partecipato come relatore sulla mia pagina web alla quale soltanto io posso accedere in quanto non v'è alcun link o corrispondenza con il mio nome se lo si digita nel cerca persone dell'ateneo. Magnifico esempio di incitamento all'onanismo accademico !  
   Non mi aspettavo dunque nulla di sostanziale, neanche nel caso eventuale di conferimento della qualifica. Viceversa mi attendevo qualcosa che ha a che fare con il rispetto delle procedure, delle forme, della parità di trattamento fra docenti. In altri termini mi aspettavo che venissero tutelati i miei diritti
(Continua)

soggettivi. I quali non sono (e non erano) quelli di ottenere la qualifica (si tratta soltanto, come direbbero gli esperti di diritto amministrativo, di un interesse legittimo o di una legittima aspettativa), bensì quelli di avere una decisione in tempi ragionevoli e con parità di trattamento.
   Sui tempi non mi soffermo ulteriormente avendone già detto prima.
   Mi consentirai tuttavia di notare che se ammettessimo come ragionevole un lasso di tempo di oltre un anno e mezzo per ottenere una risposta ad un'istanza che un qualunque cittadino presenta ad una pubblica amministrazione, saremmo messi veramente male, non soltanto come Università di Bologna, ma come paese.
   Sulla parità di trattamento non si tratta certamente di comparazioni tra curricula, peso scientifico, pubblicazioni. Chiunque può cercare su "Google Scholar" o su "Publish or Perish" gli indici bibliometrici miei e dei miei colleghi sociologi del medesimo dipartimento, e trarne le debite conseguenze.
    Ed è chiaro che il Rettore ha un potere discrezionale nel concedere o meno la qualifica e può anche valutare, con discernimento, in modo difforme dagli indici bibliometrici, nell'ambito di una visione più ampia e generale.
   Quello che il Rettore non può fare tuttavia, è procedere alle valutazioni e alle rispettive decisioni senza rispettare l'ordine di presentazione delle domande, perché ciò costituisce una violazione del principio di parità di trattamento.
    Ma viceversa è proprio ciò che è stato fatto, in quanto una collega del mio dipartimento, che ha fatto domanda un mese dopo la mia (nel giugno del 2010) ha ottenuto una risposta (nel caso in ispecie positiva) dopo soli (!) 5 mesi (nel novembre 2010). Non contesto né i titoli della collega, né il suo valore scientifico, né mi dispiace che abbia ottenuto la qualifica.
   Ma ritengo gravissima la violazione del principio di parità di trattamento, in generale e soprattutto nell'ambito di una comunità scientifica e professionale nella quale certi valori che insegniamo ai nostri studenti devono essere ritenuti sacrosanti.
   E ritengo altresì che la violazione di questi principi, che è stata perpetrata nei miei confronti, costituisca un vulnus al diritto di tutti, soprattutto dopo che tanto si era sbandierata l'importanza della figura di professore dell'Alma Mater al momento della sua istituzione.
   Colgo infine nella tua lettera un sorta di avvertimento preventivo concernente i requisiti per la concessione dell'Emeritato.
   Se hai timore ch'io possa presentare domanda voglio rassicurarti: non ne ho alcuna intenzione, e non mi sentirei per nulla gratificato dal far parte di un consesso accademico che ha proceduto in modo indegno nei miei confronti.
    Appena finiti i lavori della commissione concorsuale consegnerò le chiavi del dipartimento in segreteria, e chiederò agli uffici, che dietro mia domanda mi hanno reinserito provvisoriamente in rubrica d'Ateneo (con il titolo di professore cessato dal servizio [sic!]), di essere cancellato dalla rubrica e di cancellare il mio indirizzo di posta elettronica presso l'Alma Mater.
   Con i miei più sinceri auguri di buone fortune a te personalmente e all'Alma Mater.                 Raimondo Catanzaro

 

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Bologna. Spunta
(a carico del Rettore, per presunto abuso di potere)
un nuovo caso  "PAM" (titolo di "Professore dell'Alma Mater"),
dopo il  "flop" dei "professori emeriti" a Giurisprudenza

UN COLLEGA, DOPO LE DIMISSIONI ANTICIPATE DI DUE ANNI,
AVEVA FATTO REGOLARE DOMANDA DEL TITOLO DI PAM

  FATTO. Un nostro Collega, il prof. P.L.P., ordinario di matematica, classe 1943, oltre 40 anni di servizio in varie Facoltà dell'Ateneo (da molti anni a Ingegneria) aveva presentato domanda (febbraio 2011) di riconoscimento del titolo onorario di professore dell'Alma Mater (divenuta "PAM"), di cui è presupposto la cessazione dal servizio, in anticipo di più di due anni rispetto al pensionamento per limiti di età (prima 70 anni+2, oggi 70 anni, dal 19 gennaio 2011, avendo la legge Gelmini abolito il biennio dopo i 70 anni).
  
  FONTI GIURIDICHE. La delibera fondamentale del Senato Accademico è del 28 feb. 2010 (di seguito ripotata).
   Segue una delibera del Senato, del 28 giugno 2011,  per "rivedere il criterio di determinazione della durata della qualifica onoraria di "Professore e Ricercatore dell'Alma Mater" in seguito all'abolizione, prevista dall'art. 25 della L. 240/2010 (cd. Riforma Gelmini), della possibilità di presentare l'istanza di permanenza in servizio ai sensi dell'art. 16 del D. Lgs. 503/1992 da parte del personale docente e ricercatore". Segue infine una delibera del 13 dic. 2011 per "Individuare il termine di cessazione dal servizio per volontarie dimissioni del personale docente che presenta la domanda di "Professore dell'Alma Mater".
   Come si legge nella delibera fondamentale, per il riconoscimento del titolo non è sufficiente il requisito della rinuncia all'ultimo biennio di servizio, ma è anche disposto (si veggano le ultime righe della delibera del 28.2.2010) , relativamente alla domanda del dimissionario, che : "La valutazione delle richieste compete al Magnifico Rettore che, sentiti anche i responsabili delle strutture coinvolte, decide sulla base dell'apprezzamento degli alti meriti scientifici del richiedente o delle rilevanti benemerenze accademiche acquisite nel corso della carriera".

  NEL MERITO, a fronte della "richiesta", il rettore ha risposto NO (unica risposta del Rettorato). Clicca su Lettera.
   Come si può leggere, essa è motivata:
   1)  dalla difficoltà di dargli (in aggiunta al titolo) attrezzature e spazi (si tratta di un matematico, e quindi non si direbbe abbisogni di grosse attrezzature, servendogli poco più di un PC e programmi matematici - NdR);
  2) dà una attenzione al fare spazio ai giovani (ma egli occupa una stanzetta, in locali notoriamente semivuoti);
  3) dalla opportunità di  stringere sui requisiti per il riconoscimento, in analogia a quanto fatto per l'Emeritato.
   
   Riportandoci adesso alla delibera del Senato, si trova che il Rettore deve decidere unicamente per meriti scientifici, dopo aver "sentiti anche i responsabili delle strutture coinvolte".
   Come si ben notare, tornando di nuovo alla lettera del Rettore, in essa non solo non "consta" il parere delle strutture coinvolte, ma i motivi addotti non sono pertinenti ai motivi adducibili in base alla delibera del Senato.
    Se si potesse sostenere che il Rettore ha motivato il NO con le ragioni di cui alla delibera del Senato, si potrebbe solo contestargli di avere omesso il parere dei competenti, pur se rimane una perplessità nel fatto che egli è un latinista, mentre il richiedente è un matematico.
    Tuttavia, le cose non stanno così. Egli ha motivato con ragioni, che non sono quelle di cui alla delibera del Senato, e quindi con motivazioni inammissibili, sul piano ufficiale.
    Si nota, infine, che la lettera, per il carattere come è espressa, pare più un fatto personale del rettore, che una comunicazione ufficiale, preparata dagli Uffici dell'Amministrazione, contro la quale il richiedente possa ricorrere alla magistratura amministrativa.
   Last not not least: non vorrei che si arrivasse, nel nostro Ateneo, ai tempi delle monarchie assolute, quando i titoli erano distribuiti dal Re per il controllo del consenso. Non siamo (credo) a questo punto. Ma la strada è quella. N. LUCIANI

 

Delibera Senato Accademico  23 febbraio 2010

RICONOSCIMENTO DELLA QUALIFICA DI “PROFESSORE DELL’ALMA MATER”
O ”RICERCATORE DELL’ALMA MATER”

   Il Magnifico Rettore informa i Senatori che il documento che viene sottoposto alla loro attenzione (che ha registrato l’unanime consenso in sede di Giunta nella seduta di ieri) rappresenta, all’esito della approfondita istruttoria svolta, un opportuno bilanciamento delle istanze volte da un lato ad un equo riconoscimento, all’atto del collocamento a riposo, degli alti meriti scientifici e benemerenze accademiche acquisite dai docenti nel corso della loro carriera lavorativa e dall’altro ad incentivare il necessario ricambio generazionale nei ruoli universitari a favore dei più giovani. Chiarita la ratio dell’intervento, che va nella direzione di non disperdere i saperi dei docenti prossimi al collocamento a riposo, ne illustra i contenuti più qualificanti (per la cui disamina di merito si fa rinvio al documento che fa parte integrante della presente delibera).
   Si tratta del primo atto promosso dalla Giunta nel contesto di un più articolato piano di interventi allo studio che riguardano l’intero arco della carriera dei docenti, per valorizzarne competenze ed esperienze e rafforzarne il senso di appartenenza all’istituzione universitaria.
Dopo aver dato lettura della missiva a sua firma con la quale oggi stesso provvederà a darne notizia a tutto il personale docente e ricercatore, e resi ai Senatori i primi chiarimenti su alcune parti di testo, comunica che saranno a breve predisposte dai competenti Uffici le linee guida di carattere tecnico operativo che consentiranno di definire con puntualità ogni profilo procedurale e di dettaglio.
   Il Senato Accademico in forma unanime, preso atto del favorevole parere espresso dalla Giunta di Ateneo, condividendo lo spirito della proposta e le sue finalità, approva il documento di seguito trascritto avente ad oggetto Riconoscimento della qualifica di “professore dell’alma mater” o ”ricercatore dell’alma mater” :
“I docenti e ricercatori rappresentano un patrimonio che va riconosciuto e valorizzato a partire dal loro ingresso fino all’uscita dai ruoli e oltre.
In tal senso è importante che l’Ateneo assuma un’esplicita ottica di valorizzazione delle esperienze e dei risultati del personale docente e ricercatore durante l’intero arco di vita accademica, creando le condizioni che facilitino il conseguimento degli obiettivi scientifici, culturali e didattici delle persone e offrendo i giusti riconoscimenti per il lavoro svolto, per il coinvolgimento personale nella vita universitaria e per l’impegno volto a conseguire le finalità dell’Ateneo.
Il presente atto costituisce un primo intervento di valorizzazione del personale docente e ricercatore che risponda alla necessità dell’Ateneo di comporre due diverse esigenze:
   • riconoscere l’esperienza del personale docente e ricercatore che si sta avvicinando alla conclusione della carriera e la legittima aspirazione a rimanere all’interno della comunità accademica per completare i propri progetti di studio e ricerca;
   • favorire il ricambio generazionale per le progressioni di carriera e per il reclutamento dei giovani studiosi.
A tal fine tutti i docenti attualmente in servizio di ruolo, che abbiano maturato il requisito per il pensionamento di vecchiaia (per gli uomini dai 65 ai 70 anni, per le donne dai 61 ai 70) e che abbiano proposto istanza di pensionamento, nell’anno precedente alla data di effettiva cessazione dal servizio possono fare richiesta di riconoscimento della qualifica di “Professore dell’Alma Mater” o ”Ricercatore dell’Alma Mater”. In caso di accoglimento dell’istanza, tale qualifica avrà decorrenza dal giorno successivo alla data di effettiva cessazione.   [In via transitoria possono fare richiesta di riconoscimento della qualifica anche i docenti e ricercatori che abbiano presentato istanza di biennio di trattenimento in servizio, previa rinuncia alla medesima. ] .
    I ricercatori possono presentare l’istanza nell’anno precedente la data di cessazione del servizio. Il riconoscimento della qualifica di “Professore dell’Alma Mater” o ”Ricercatore dell’Alma Mater” è disposto per il periodo di tempo massimo di permanenza in ruolo comprensivo del biennio di trattenimento in servizio. 
    Oltre a mantenere la posta elettronica istituzionale, comparire nel portale di Ateneo con indicazione della qualifica di “Professore o Ricercatore dell’Alma Mater”, accedere alle risorse bibliografiche on-line e accedere alla rete wireless Almawi-fi di Ateneo, il riconoscimento della qualifica comporta la possibilità di:
   - continuare la ricerca scientifica usufruendo di adeguati spazi di lavoro e della copertura assicurativa per infortuni e responsabilità civile;
  - collaborare a titolo gratuito alle attività di didattica e ricerca delle strutture di riferimento nonché ad altre iniziative in coordinamento con i responsabili delle strutture stesse.  
    Resta ferma la possibilità, secondo la normativa in materia, di accedere a contratti di insegnamento previsti dagli ordinamenti didattici delle Facoltà e/o a contratti di collaborazione con il Dipartimento. La qualifica non consente, ovviamente, l’assunzione di incarichi di responsabilità istituzionale o gestionale o la partecipazione ad organi e collegi per i quali la legge preveda la posizione di professore in servizio.
    La valutazione delle richieste compete al Magnifico Rettore che, sentiti anche i responsabili delle strutture coinvolte, decide sulla base dell’apprezzamento degli alti meriti scientifici del richiedente o delle rilevanti benemerenze accademiche acquisite nel corso della carriera”.

LETTERA

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