UE - Unione Europea federale: progetto di riforma politico-economico-finanziaria per grandi linee
Totali visite: n. 66529 nel 2016

     UNIVERSITAS  News è ospite di TWITTER. Cerca: https://twitter.com/LUCIANI_Nino

nettuno-trasp-gif.gif (3346 byte)

.

UNIVERSITAS  News

Foglio on line sull'università, fondato nel 2004, con  Forum di politica generale.
Sede in Bologna, via Titta Ruffo 7- Tel  347 9470152 - nino.luciani@alice.it

.

PROF. NINO LUCIANI * - Direttore responsabile

* Ordinario di Scienza delle Finanze, Università.

nino-2010-17.JPG (18691 byte)

Nino Luciani
http://scritti scelti

Comité de Patronage: F. Bonsignori, A.De Paz, Elena Ferracini, Dario Fertilio, Enrico Lorenzini, Nino Luciani, Bruno Lunelli, Marco Merafina, Franco Sandrolini

PAESI VISITATORI nel 2015, n. 55 : Algeria - Angola - Argentina - Australia - Belarus - Benin - Brazil - Canada - Chile - China - Colombia - Costa Rica - Ecuador Egypt - France - Georgia - Germany - Guatemala - Hungary - Iceland - Iran - Israel - Italy - Japan - Kazakstan - Korea, Republic of Libyan Arab - Mexico - Morocco - New Zealand - Nicaragua - Nigeria - Pakistan - Panama - Peru - Poland - Romania - Russian Federation - Saudi Arabia - Senegal - South Africa - Spain - Switzerland - Tanzania - Thailand - Tunisia - Turkey - Ukraine - United Arab Emirates - United Kingdom - United States - Uruguay - Venezuela - Vietnam - Zambia

EDIZIONE DI GIUGNO 2018

logo ue1.JPG (2636 byte)

Progetto
di nuova UE

zuppi bis.jpg (3375 byte)

Il Vescovo Matteo
Zuppi e la patria.

Ma lo Stato è un bene comune ?

asdu.jpg (13284 byte)

Sulla data di origine della Unibo

Per notizie omnia universitarie
si consiglia:

ROARS

logo_roars.jpg (2554 byte)

Luciani, La possibile BASE POLITICA
ED ECONOMICA per una
NUOVA UNIONE EUROPEA.
Cosa disse MACRON alla SORBONA

(università di Parigi)

Zuppi alle parrocchie:
"TE DEUM PER LA PATRIA".
G. Cantelli, un cristiano impegnato
in politica, non ci sta: "Distinzione tra pauperismo e populismo".

Il prof. Emerito latinista Gualtiero Calboli scopre una data certa, circa le origine della università di Bologna.
.
Lettera ASDU al Rettore, su altro.

Per trovare ROARS
clicca sotto
su:

Clicca su: Home

Clicca su: Forum5

Clicca su: Asdu

https://www.roars.it/online/

seconda unibo, grafico, GR-EXIT, Gandolfi, Pareschi, Proposte di sintesi , INVENZIONI, costo standard, lotta evasione fiscale, scatti stipendiali, DOCUMENTO

Tribunale di Perugia, Sent. n.109/11, in data 27/1/2011, riammette il prof. Nino Luciani nel Cipur, Clicca su Tribunale di Perugia - curia romana - Congresso DC, grexit, inflazione

Per pagine di edizioni attuali e precedenti, clicca su: emeritato, partito solo dei cattolici ?COMUNICATI, INTERVISTA, banche, Savona, ceto medio

Home Articoli Rubrica Speciale Forum1 Forum2

Forum3

Forum4

Forum5

Conf-Com

Conferenza2010

Asdu Stato giuridico

 

FORUM 5

 
 

Il BENE COMUNE nel MONDO CATTOLICO

.

cantelli gabriele.JPG (42713 byte)
Gabriele Cantelli

Dal Vescovo Matteo Zuppi di Bologna:

"Che il 2 giugno 2018, si levi in ogni parrocchia
un  "TE DEUM PER LA PATRIA"

Lo Stato è un bene comune ?

G. Cantelli, In margine a nuove teorie
sul bene comune, nella Chiesa Cattolica

zuppi matteo.jpg (30803 byte)
Matteo Zuppi

Nino Luciani, Nota. 1) Il "bene comune" è divenuto una specie di sicurezza sociale "cristiana" che la Chiesa Cattolica di base commissiona al cristiano impegnato in politica. Precisamente egli deve fare il "bene comune".
Il "bene comune" non è un particolare bene, ma un elenco di beni e servizi da procurare a tutti (e con differenziazioni per bisogni particolari) : quali la "disponibilità della vita", lo "Stato" e in generale, i beni e servizi funzionali a "valori non rinunciabili",  atti a procurare la "beatitudine" di ogni persona. La classificazione di un bene, come bene comune, è fatta in relazione al rapporto tra l'uomo e Dio, padre comune di tutti gli uomini e che provvede a tutti.
  Il bene privato è, invece, un bene individuale, posseduto dalle persone in modo esclusivo e differenziato.
  Il bene pubblico è, a volta, un bene offerto gratuitamente e indifferenziatamente (a tutti) dallo Stato, secondo la valutazione dello Stato. I beni pubblici sono conflittuali, nel senso che il provvedervi avvantaggia qualcuno e danneggia qualcun altro. Ad es., c'è chi è beneficiato e ciè chi paga (senza controprestazione almeno equivalente). E dunque il via libera a produrli dipende dal fatto se essi avvantaggiano la società civile nel suo complesso (in quanto la somma algebrica di valori positivi e negativi dà un saldo positivi).
2) C'è in parallelo una definizione di bene comune, secondo l'economia e, più specifica, secondo la scienza delle finanze. Essa è fatta per rapporto agli interessi personali dei politici e all'interesse generale, nel produrre i beni pubblici.
  Qui, il presupposto è che la importanza dei beni e servizi dipende dalla entità dei bisogni come sentiti dalle persone o dai politci, come interpreti della società civile. Ma questi, siano bisogni secondo individui singolarmente, o secondo individui appartenenti a determinate religioni o filosofie, non sono ridiscussi circa il loro fondamento. Essi sono solo dei "dati" del problema economico privato o pubblico da risolvere.
  Muta, invece, l'ottica del bene comune. La scienza economica ha scoperto che gli imprenditori e i politici mettono avanti, come obiettivi economici, l'interesse personale. E mettono, invece, come conseguenziale l'interesse dei consumatori o l'interesse pubblico. Una volta scoperto questo, la scienza economica studia i vincoli (per gli operatori privati e pubblici) per armonizzare l'interesse privato con quello collettivo.
Dunque non esiste conflitto, per definizione, tra l'economia e la chiesa cristiana, e anche con qualunque chiesa. Invece, nella suddetta classificazione della chiesa cristiana, la economia e la finanza sono oggetto di molte critiche.
  3) Nel caso del Vescovo Zuppi il bene comune preso in considerazione è lo Stato Italiano, per il quale muove una preghiera pubblica a Dio. Ma su questa idea Cantelli ha da fare alcune considerazioni.
  Personalmente, da un Vescovo mi aspetterei che come bene comune fosse indicata la "vita ultraterrena" e il modo come pervenirvi, più che consigli ai "governanti cristiani" in terra senza avere competenze "temporali", e bisognerebbe tener conto del travaglio dei filosofi cristiani nel classificare la "ragione di Stato" o la "laicità dello Stato", rispetto alla etica cristiana.
Non dimentichiamo, poi, il travaglio dei primi cristiani nel separare l'obbedienza a Dio dalla obbedienza all'Imperatore. L'Italia e l'Europa hanno radici cristiane. Ma lo Stato italiano è "cristiano" , così da meritare una preghiera ?

Fonte: Agezia ANSA, 30 maggio 2018 DISCUSSIONI E COMMENTI

Vescovo Matteo Zuppi:

"Desidero che in ogni comunità della Diocesi, al vespro di venerdì 1 giugno o nella giornata di sabato 2 giugno, si canti l'inno di ringraziamento 'Te Deum' e si innalzino preghiere e suppliche per la nostra Patria, chiedendo la grazia di un rinnovato impegno di tutti per il bene comune".

L'inedita iniziativa liturgica è lanciata dall'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, in conclusione di un messaggio per la Festa della Repubblica.

"La festa del 2 giugno - scrive Zuppi - ha quest'anno un carattere particolare: cade nel 70/o dell'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato.

Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e Città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero invitare tutti i credenti a innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e a pregare per il nostro Paese".

Gabriele Cantelli, Il "Te Deum" del 2 giugno per la patria

1.- NON CONTRAPPORRE PAUPERISMO A POPULISMO Leggere sui quotidiani locali di "Un Te Deum per il 2 giugno"(Carlino) o, peggio "Zuppi: Prego per Mattarella e l'Europa"; Anpi in piazza contro i fascismi (Repubblica) e il contenuto degli articoli che seguono titoli altisonanti, non può non indurci ad alcune considerazioni sulla situazione attuale dello Stato, che ha indotto la Chiesa ad ampliare il significato della festa nazionale e, nel contempo, su quella che parrebbe rappresentare una svolta della Chiesa nella realtà attuale.
Per il 2 giugno , l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi chiedeva vengano inserite due preghiere ai fedeli nel Te Deum, che verrà recitato in tutte le parrocchie: una preghiera per la nostra cara Patria, perché concorra alla edificazione di una vera casa comune in Europa, e una per il Presidente della Repubblica, e i nostri governanti, perché siano sempre attenti ai bisogni dei più deboli e indifesi. Attraverso la agenzia di informazione R.It apprendiamo ulteriori passaggi del comunicato.
  "La festa del 2 giugno ha quest'anno un carattere particolare: cade nel settantesimo dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato. Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e pregare per il nostro Paese. Anche se condivido pienamente la preoccupazione di mons. Zuppi (che è in sintonia con la posizione della presidenza della CEI riportate da Avvenire), quanto si sta delineando proprio a livello locale, nella nostra Diocesi, accresce la mia preoccupazione di cattolico impegnato in politica. In particolare, da la Repubblica leggo:"La supplica per la nostra Patria di Zuppi arriva nello stesso giorno in cui della difficile situazione nazionale parla anche don Luigi Ciotti, che parteciperà alla manifestazione "Contro tutti i fascismi", che l'Anpi terrà sabato alle 16 a Palazzo Re Enzo alla quale aderiscono tutta la sinistra del PD e Leu,le associazioni, i sindacati.
"Ben venga un governo, ma che rispetti la nostra Costituzione, dice Ciotti preoccupato per la nostra democrazia pallida e malata e per gli insulti e le minacce a Sergio Mattarella. "Le parole sono azioni e debbono sempre essere parole di vita". Il Sindaco Virginio Merola invita tutti in piazza per riportare "speranza democratica contro fascismi e razzismi".

2.- SUL RUOLO DEL MAGISTERO E QUELLO DEI LAICI Bartolomeo Sorge nella sua "INTRODUZIONE ALLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA" a pag.137, rivolto agli atei devoti, dice:"Nel contesto della "religione civile" si comprendono meglio i rischi che comporta la prassi, instauratasi in Italia dopo la scomparsa della DC e la fine dell'unità politica dei cattolici, per cui la gerarchia tende a gestire in proprio i rapporti con il Governo, intervenendo talvolta su aspetti legislativi di problemi che prima erano lasciati- come è giusto - alla mediazione dei politici.
Certo nessuno può impedire ai vescovi di rivolgersi anche ai responsabili del bene comune , in particolare quando sono in discussione esigenze etiche anche fondamentali, come quelle riguardanti la persona, la vita, la famiglia. E' un loro dovere che rientra nella missione della chiesa di illuminare e formare le coscienze sul piano etico e religioso. Tuttavia i pastori non devono sostituirsi ai laici ai quali spetta la responsabilità di compiere le necessarie mediazioni dai principi alla prassi politica. "Dai sacerdoti- dice il Concilio Vaticano II- i laici si aspettino luce e forza spirituale .Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano aver pronta una soluzione concreta o che proprio a questo lo chiami la loro missione : assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero".
  Più recentemente la Congregazione per la dottrina della fede conferma: " Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete , e meno ancora soluzioni uniche - per questo temporali che Dio ha lasciato al libero responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede e dalla legge morale" . " E' importante quindi, per quanto concerne il magistero, evitare, anche nel tono e la forma, di dare l'impressione che esso voglia "dettare leggi allo Stato" o attentare alla sua laicità. Ciò servirebbe solo ad accreditare ulteriormente l'idea di "una religione civile": Nello stesso tempo, per quanto concerne lo Stato, occorre ribadire che autonomia dalla sfera religiosa non significa affatto autonomia dalla sfera morale, come invece propongono le teorie etiche procedurali , sostenendo una (solo apparente) neutralità del diritto. Perciò, non ha senso ed è fuorviante definire "confessionale" la difesa da parte della chiesa di esigenze etiche , che concordano poi coi principi laici su cui si fonda la democrazia: il rispetto della persona, la libertà, la solidarietà , l'uguaglianza di diritti, la giustizia e la pace. In altre parole, la politica è laica , laici sono i valori a cui essa si ispira, laiche le finalità a cui tende. Pertanto, laiche anche saranno le scelte che i cattolici sono chiamati a compiere in politica insieme a tutti gli uomini di buona volontà e in coerenza con la loro ispirazione religiosa".
                                                                     Gabriele Cantelli

.

EDIZIONI PRECEDENTI

bassetti_C-2.jpg (12636 byte)
Gualtiero Bassetti, Cardinale

Dalla Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 22 - 24 gennaio 2018 
(Stralcio dalla Prolusione del card. G. Bassetti)

Ricostruire, ricucire, pacificare 

Tre indicazioni ai cattolici in politica

osservatorio tWan.jpg (5671 byte)

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/prolusionegann

Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 22 - 24 gennaio 2018 

PROLUSIONE DEL CARDINALE PRESIDENTE (Stralcio)

Ricostruire, ricucire, pacificare 

Una sapienza antica ci insegna che «per ogni cosa c’è il suo momento»: c’è «un tempo per demolire e un tempo per costruire», un «tempo per stracciare e un tempo per cucire» e, infine, un «tempo per la guerra e un tempo per la pace» . Questi passi del Qoèlet vanno oggi riformulati con tre verbi che ci guideranno nella riflessione di questi giorni e nell’azione pastorale del prossimo futuro: ricostruire, ricucire e pacificare.

C’è un’urgenza morale di ricostruire ciò che è distrutto. L’Italia è il Paese di una bellezza antica e prodigiosa, ricca di umanità e fede, di paesaggi incantevoli e con un patrimonio culturale unico al mondo. Una bellezza, però, estremamente fragile nel suo territorio, nei suoi borghi medievali, nelle sue città. Tra l’altro, ancora oggi non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto con il terremoto. Sentiamo una vicinanza intima e profonda con questi uomini e queste donne. Ricostruire quelle case, riedificare quelle città, significa donare un futuro a quelle famiglie e vuol dire ricostruire la speranza per l’Italia intera.

C’è poi un’urgenza spirituale di ricucire ciò che è sfilacciato. Ricucire la comunità ecclesiale italiana, esortandola a interpretarsi nell’orizzonte della Chiesa universale. Ricucire la società italiana, aiutandola a vivere come corpo vivo che cammina assieme. Occorre riprendere la trama dei fili che si dipana per tutto il Paese con l’attenzione a valorizzarne le tradizioni, le sensibilità e i talenti. Ricucire significa, quindi, unire. Unire la comunità ecclesiale, unire il Paese: da Lampedusa ad Aosta, da Trieste a Santa Maria di Leuca.

C’è infine un’urgenza sociale di pacificare ciò che è nella discordia. Il nostro Paese sembra segnato da un clima di «rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive. Pacificare la società significa incamminarsi con spirito profetico lungo una strada nuova: quella strada che Giorgio La Pira chiamava «il sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si propone di abbattere «il muro della diffidenza» e di costruire ponti di dialogo.

Ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società. Tre verbi, tre azioni pastorali, tre sfide concrete per il futuro.
....................
.............................

Un appuntamento per l’Italia:

Elezioni politiche. Come Vescovi ci uniamo innanzitutto all’appello del Capo dello Stato a superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare alle urne con senso di responsabilità nei confronti della comunità nazionale.

Richiamato il valore morale e democratico del voto, voglio essere altrettanto chiaro sul fatto che la Chiesa non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico. Il «risveglio della Chiesa nelle anime» evocato da Romano Guardini, lo «sviluppo integrale dell’uomo» promosso da Paolo VI e il dialogo con tutti costituiscono il nostro orizzonte di riferimento. Con un’ulteriore specificazione riguardo al dialogo. Come ha detto Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze «dialogare non è negoziare». Negoziare, infatti, consiste soltanto nel «cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune». Ma non è questo, ovviamente, ciò che intendiamo. Dialogare significa, invece, «cercare il bene comune per tutti». 

Il bene comune per tutti: in questa prospettiva – la sola che ci sta a cuore – possiamo tracciare un orizzonte di idee e proposte che vogliono essere un contributo fattivo e concreto alla discussione pubblica.

Con questo spirito, voglio rivolgere a tutti i candidati un invito a riflettere sulla natura della vocazione politica. Perché di questo si tratta: una vocazione, una missione e non un trampolino di lancio verso il potere. Come ha scritto Francesco, «la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune»  In secondo luogo, un invito alla sobrietà. Una sobrietà nelle parole e nei comportamenti. La campagna elettorale sta rendendo serrato il dibattito, ma non si può comunque scordare quanto rimanga immorale lanciare promesse che già si sa di non riuscire a mantenere. Altrettanto immorale è speculare sulle paure della gente: al riguardo, bisogna essere coscienti che quando si soffia sul fuoco le scintille possono volare lontano e infiammare la casa comune, la casa di tutti.
In terzo luogo, la ricerca sincera del bene comune. Non a parole ma con i fatti. Per il futuro del Paese e dell’intera sua popolazione, da Nord a Sud, occorre mettere da parte le vecchie pastoie ideologiche del Novecento e abitare questo tempo con occhi sapienti e nuovi propositi di ricostruzione del tessuto sociale ed economico dell’Italia. In questa grande opera, è auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione nel servizio del bene comune. E, se posso indicare un ambito privilegiato su cui impegnarsi, raccomando la scuola, dove si gioca la partita decisiva del percorso formativo dei nostri ragazzi. Di questa scuola sono parte integrante e qualificata le scuole pubbliche paritarie, ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza. 

Vorrei, infine, rivolgere tre indicazioni ai cattolici in politica.

La prima: vivete la politica con gratuità e spirito di servizio. Testimoniate questa gratuità con gesti concreti e con una vita politica degna della vostra missione, ricordando che i cristiani di ogni tempo «vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo» .

La seconda: guardate al passato per costruire il futuro. Guardate ad una stagione alta e nobile del cattolicesimo politico italiano. Prendete come esempi uomini e donne di diverso schieramento politico che, nella storia della Repubblica, hanno saputo indicare percorsi concreti e interventi mirati per affrontare le questioni e i problemi della nostra gente.

La terza: abbiate cura, senza intermittenza, dei poveri e della difesa della vita. Sono due temi speculari, due facce della stessa medaglia, due campi complementari e non scindibili. Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difesi nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dalla schiavitù del commercio del corpo umano, dall’affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista. Lo dico anche a riguardo delle recenti «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento»: ci preoccupa la salvaguardia della speciale relazione tra paziente e medico, la giusta proporzionalità delle cure – che non deve mai dar luogo alla cultura dello scarto –, la possibilità di salvaguardare l’obiezione di coscienza del singolo medico e di evitare il rischio di «aziendalismo» per gli ospedali cattolici.

In definitiva, vorrei ricordare a tutti: la vita non si uccide, non si compra, non si sfrutta e non si odia!

........

........

.

fontana stefano-tris.jpg (4791 byte)

Clicca su: Curia Romana

Sugli sconfinamenti della gerarchia ecclesiastica in campo temporale:
IL CASO DEI MIGRANTI

Stefano Fontana, Così si cambia la Dottrina sociale della Chiesa

Intervento del Direttore dell'
Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân*
http://www.vanthuanobservatory.org/about/organizzazione/
su "La nuova bussola quotidiana", 22 agosto 2017

osservatorio tWan.jpg (5671 byte)

* L' Osservatorio ha per oggetto la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Presidente e Fondatore è Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, già membro del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, già Direttore dell'Ufficio nazionale della pastorale sociale e del lavoro, della CEI.
  Voglio precisare che, pur richiamando il rapporto giuridico del Dr. Fontana con l'Osservatorio e  l'Arcivescovo, non ho alcun motivo di ritenere che l'articolo non sia solo personale di lui.
AVVERTENZA. Una volta rivendicato che, nella Chiesa Cattolica, la "materia temporale" è competenza dei laici cattolici, diviene inevitabile chiedersi se, a livello costituzionale ecclesiastico, esista un organo collegiale di laici, investito di essa. Dentro la Nota di Papa Ratzinger si trova ricordato un "Pontificio Consiglio per i Laici", composto da "membri e consultori in maggioranza laici, nominati dal papa, di durata 5 anni". Adesso esso risulta sostituito dal Papa Francesco con un "Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita", solo monocratico".
  Considerato il linguaggio "Molto fumo (spirituale), poco arrosto", degli ecclesiastici di potere, discuto l'argomento (qui sotto), e propongo una "Consulta dei Laici Cattolici, impegnati in politica", proposti dai parroci tra persone con competenze professionali.
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 22 agosto 2017

Stefano Fontana, Così si cambia la Dottrina sociale della Chiesa

Lo stile comunicativo dei documenti di Dottrina sociale della Chiesa sta cambiando. Ne abbiamo avuto un ulteriore sintomo nel recente Messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato di papa Francesco. Sostenere che qui il Papa prende posizione per lo ius soli e in particolare per il disegno di legge italiano, come hanno fatto i giornali ieri, è eccessivo, però non c’è dubbio che il testo del Messaggio entri in aspetti anche molto tecnici (e controversi) delle politiche di accoglienza.

Così aveva fatto anche la Laudato si’ in ordine ai problemi scientifici del riscaldamento globale. Fino ad ora i documenti hanno sempre evitato di sposare una ricetta, sapendo di correre il pericolo di battezzare con l’acqua santa una posizione di parte, di puntare su un cavallo che domani potrebbe essere sconfessato dalla storia data la sua contingenza, di indurre a pensare che un cattolico che su quel problema ritenesse legittime altre ricette non fosse più cattolico o fosse un cattolico incoerente e, soprattutto, di sostituirsi al lavoro di pensiero dei cattolici impegnati su quel fronte del sapere e dell’operare.

La Dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione. Essa ha quindi anche un’indole pratica. Tuttavia, siccome la Chiesa non possiede ricette in campo sociale e politico e non ha tutte le competenze necessarie, come il magistero innumerevoli volte ha assicurato, la sua indole pratica deve soprattutto essere attuata dai laici, sulla propria responsabilità e non su quella della Chiesa.

Intendiamoci, il magistero può anche intervenire su singole leggi, mettendo in guardia dall’approvarle, se queste ledono i principi fondamentali della morale naturale e divina e quindi offendono l’uomo e Dio. Non è prudente applicare questo principio, invece, alle questioni sociali e politiche che possono stare in vari modi. Già Aristotele diceva che per questi problemi va adoperata la virtù della saggezza (la prudentia cristiana). Per dirla in modo ancora più chiaro: su una legge che offende la base naturale della famiglia e, quindi, danneggia la persona e la giustizia, il magistero deve intervenire direttamente per non permettere che i fedeli siano tratti in inganno. Su una legge che disciplina una materia complessa dove non sono in gioco principi non negoziabili, invece, è prudente dare le direttive d’azione di fondo e lasciare che poi intervenga la prudenza dei laici impegnati in politica.

La Nota Ratzinger del 2002 sull’impegno dei cattolici in politica distingueva chiaramente tra questi due tipi di intervento. Ribadiva quali fossero gli ambiti in cui la coscienza cristiana non aveva discrezionalità, pena la perdita della coerenza tra fede e vita, e le questioni che invece potevano essere affrontate legittimamente in molti modi. Questo, spiegava la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, capita o perché si tratta di questioni complesse e articolate che non possono avere una risposta univoca, oppure perché presentano molti risvolti tecnici, oppure perché si prestano a diverse soluzioni tutte moralmente accettabili, oppure perché si possono affrontare a partire da principi di teoria politica legittimamente diversi. In tutti questi casi il magistero lascia libertà alla coscienza ben formata dei fedeli.

Dietro questa dottrina c’è la distinzione della teologia morale tra gli atti intrinsecamente cattivi (o assoluti negativi) e gli atti buoni, ripresa e confermata autorevolmente dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Se gli atti intrinsecamente cattivi non si possono mai fare, il bene invece lo si può fare in molti modi.

Ora, la politica delle migrazioni appartiene a quest’ultimo genere di problemi: l’indicazione all’accoglienza è un precetto morale positivo, che dice di fare il bene, il bene però lo si può fare in molti modi, e per di più trattasi di questione complessa, con rilevanti aspetti tecnici, per cui il soggetto deputato a valutare e a scegliere è la coscienza ben formata dei laici.

Bisognerà approfondire – e questo breve intervento non è il luogo più adatto - come mai ci sia una tendenza del magistero sociale in generale a non dare indicazioni chiare davanti a leggi e a politiche evidentemente contrarie all’ordine morale naturale e divino, mentre ci sia un impegno maggiore a prendere posizione diretta, scavalcando la laicità dei problemi e i laici cristiani stessi, su questioni complesse che per loro natura si prestano a più soluzione possibili e legittime. Capita sempre più spesso che il cattolico impegnato nella società si senta con le spalle scoperte quando si impegna per la vita o per la famiglia e si senta invece confortato dai "piani superiori" quando fa accoglienza agli immigrati o quando mette i pannelli solari sul tetto della parrocchia. Ma tra i due ambiti c’è un abisso di differenza.

Da parte mia mi permetto di suggerire solo questo spunto riguardante la natura della Dottrina sociale della Chiesa, vale dire:
- In primo luogo, essa è una "Dottrina" ed è "della Chiesa". Che sia una dottrina comporta che si nutra di un pensiero, che sia un corpus articolato e organico, che chiami in causa più competenze raccordate analogicamente tra loro. E’ per la prassi ma non è prassi. Se si viene presi dalla spinta alla prassi, all’esserci in campo, a fare da pompiere alle emergenze perché non nella dottrina, ritenuta astratta, ma nella vita immediata si incontra l’altro e si testimonia Cristo, allora si agisce come se il corpus dottrinale della Dottrina sociale della Chiesa non esistesse.
- In secondo luogo, essa è "della Chiesa", fa capo ad un soggetto unico, ma articolato. Se il magistero scende in campo nelle scelte politiche copre lo spazio dei laici. E questo – occorre riconoscerlo – è la cosa più strana di questo passaggio. Nel momento in cui si continua a celebrare la famosa autonomia dei laici, e la si rispetta addirittura quando essa supera i confini del lecito, ossia quando si impegna per il male rivendicandone la legittimità, si finisce poi per dare indicazioni concrete su singole norme e singole politiche, togliendo ai laici la loro legittima autonomia. Ho troppo bene in mente quante volte sono stati rimproverati i laici di un tempo perché troppo asserviti alle gerarchie ecclesiastiche e quante volte si siano criticate direttive d’azione presenti in altre encicliche, considerandole un pedaggio pagato dalla Dottrina sociale della Chiesa alle ideologie, per non sorprendermi di fronte a questo nuovo passaggio dello stile del magistero sociale.

J. Ratzinger, Nota sull'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (Fonte* : Nota )

SINTESI (Conclusione)
Gli orientamenti contenuti nella presente Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II.
Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno».
Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]

I. Un insegnamento costante
1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1] La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla "politica", ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico
2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini ­ e tra questi ai cattolici ­ si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.

3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete ­ e meno ancora soluzioni uniche ­ per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14] Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono "negoziabili".

Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali

Nino Luciani, In cerca di un organo collegiale dei laici cattolici

Premessa. 1) E' raro che laici autorevoli intervengano in materia di dottrina sociale della chiesa, per affermare che è improprio il fatto che la Gerarchia sfori il campo religioso per "entrare in aspetti molto tecnici (e controversi)". In questo caso lo sforamento è contestato al papa attuale.
  Si deduce che la tesi implicita è che (dentro la chiesa cattolica) gli aspetti tecnici sono di competenza dei laici cattolici.
  Ma la questione non finisce qui. Esistono, dentro la chiesa cattolica, delle strutture organizzative dirette da laici ?
  Veramente, nella Nota di papa Ratzinger si fa riferimento ad un "Pontificio Consiglio per i Laici", composto
da membri e consultori in maggioranza laici, nominati dal papa, e che fu sentito, prima della emanazione della Nota.
  Ma sta di fatto che oggi quel Consiglio risulta soppresso dal papa attuale e sostituito da un "Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita", fortemente mono-cratico".
  E' una decisione criticabile ? Parrebbe che quel Consiglio non funzionasse, perchè i suoi membri erano molto divisi e non producevano nulla. Dunque, bene ha fatto papa Francesco
 Sta di fatto che esistono strutture sostitutive, ma vicine alla CEI-Conferenza Episcopale, che è un organo collegiale dei Vescovi. Una di queste è il Rinnovamento nello Spirito Santo, che raggrupperebbe i cosiddetti movimenti giovanili. Su questo torno più avanti.

2.- Sui poteri della gerarchia in materia temporale. Va puntualizzara ulteriormente (dopo il nostro Direttore dell'Osservatorio) la autorevolezza rispettiva dei laici e del papa in materia temporale.
   Secondo  il gesuita spagnolo Diez Alegria (che ho avuto come professore di Dottrina Sociale della Chiesa, a suo tempo, alla Pontificia Università Gregoriana), si deve distinguere:
  a) un magistero infallibile del papa, in speciali materie di fede;
  b) un magistero praticamente infallibile dei vescovi, come collegio, in materia di fede;
  c) un magistero ordinario non infallibile in materia sociale (p. 6). Secondo l'illustre gesuita, "fra un fedele e un non credente, nel campo temporale non c'è una differenza essenziale"... "la gerarchia non ha nessun potere diretto o indiretto (inteso come l'intendevano i teologi del secolo VI) in materia temporale, ma ha come unico compito l'insegnamento autorevole della legge naturale" (p. 12).
  Conclusione. La mia convinzione e' che la Gerarchia dev'essere totalmente libera di esprimersi su qualsiasi cosa, purchè non pretenda di essere sempre praticamente autorevole, in forza della carica ricoperta.
  Nel caso dei migranti
, le recenti dichiarazioni del papa anche in favore dei figli degli immigrati nati in Italia (Sì a “ius soli” e a “jus culturae”) ripropongono l’ennesima invasione di campo temporale del papa in modo inappropriato, con infiniti guai creati di conseguenza. Il motivo è che, ivi, c'è un problema a partita doppia con vantaggi per alcuni in generale e danni per altri, ma trattato senza tener conto di questi danni, per un adeguato bilanciamento. Diverso è il campo del volontariato per i migranti ("quod superest date pauperibus", ma qui lo Stato non c'entra niente).
In questo caso il papa si è comportato come quella brava gente che si improvvisa pompiere, in aiuto ai pompieri, ma complica il lavoro dei pompieri.
  Ma quella invasione di campo potrebbe divenire un problema, se diventa (piano piano) la regola quotidiana.
  Nel caso della CEI-Conferenza Episcopale già siamo a questo livello. Non solo essa ha un giornale ufficiale (L'AVVENIRE), ma molti vescovi sono divenuti articolisti su quotidiani italiani.
  Anche qui il problema non è la libertà di farlo (devono potere essere liberi), ma la loro sprovvedutezza in campo temporale straripa (non sempre).
  S. Fontana ha criticato recentemente anche l'Avvenire, in materia di immigrati.
   Con questa prima conclusione mi ritrovo con lui. Ma questo non dà ancora una soluzione al problema di creare un organo di laici cattolici che svolga quel ruolo nel campo temporale.

3) Serve un organo collegiale a livello costituzionale e/o un partito di cattolici (sia pur non solo di cattolici) ?
a) Un organo consultivo ?
Il Rinnovamento nello Spirito Santo è una associazione privata, riconosciuta dalla CEI. I suoi  organi sono:
- un Presidente;
-  una Assemblea nazionale composta da laici e, in piccola misura, da ecclesiastici; e corrispondenti assemblee a livello decentrato (parrocchie, diocesi, regione).l
Ha come finalità (art. 2 dello statuto) la costituzione e la formazione di gruppi e comunità.
Il Presidente rappresenta l’Associazione presso la Conferenza Episcopale Italiana.

Conclusione. Se si prescinde dalle molte parole di routine in Statuto, risulta (sulla base di racconti separati di un vescovo e di un prelato, da me interpretati con qualche fantasia) che:
- il RNS ha come compito di fare proselitismo tra i giovani, creando movimenti giovanili;
-  e, pur se il Presidente è un laico, l'associazione è controllata da alcuni vescovi.
  L' obiettivo finale è creare una corrente, all'interno di un partito nazionale. Tra i partiti presi in considerazione, ultimamente la simpatia prevalente è stata per il PD.
  Da questi racconti, risulta che, al suo interno, RNS sia molto diviso. Ma, considerato che l'obiettivo finale è una scelta di campo (tra partiti), si intuisce che il motivo della divisione sia il problema della scelta di campo (e questo è un luogo comune a tutte le associazioni, in generale).

b) Un partito ? La Democrazia Cristiana era un partito di cattolici, sia pur non di soli cattolici (e con uguali valori).
  Per creare un organismo laico a supporto della Gerarchia si deve ricostruire la DC, o farne un altro ?  Mi fermo qui.

c) Una Consulta dei Laici Cattolici, impegnati in politica ? Il problema non è di reclutare dei giovani per obbedire alla qualcuno della Gerarchia circa il voto, ma delineare un campo di possibili soluzioni nel concreto e definire l'organismo che le applica.
- Quale campo ? Ultimamente un GRUPPO DI LAVORO, costituito da 12 docenti universitari di Bologna (da me coordinato), aveva fatto un "Codice Etico del cristiano impegnato in politica".
  L'iniziativa era partita con la benedizione del Vescovo Nunzio Galantino, che (al termine dei lavori) ne aveva preso atto senza rilievi, ma che poi si era defilato al momento di esternarlo in un convegno.
  Chi volesse vedere questo codice, lo trova cliccando su: Codice etico, Appendice.
  La proposta finale di ordine pratico era
di fare una “Consulta nazionale dei laici per l’attività politica” .
  La motivazione era stata:
  "Al fine di aprire un percorso di reciprocità tra laici cristiani e soggetti vicini per valori e programmi, il Gruppo ritiene che sarebbe utile la costituzione di una Consulta nazionale laica del mondo cristiano per l’attività politica, alla quale possano partecipare (sia pure in modo non esclusivo) laici delle associazioni parrocchiali, impegnati come cittadini, e competenti in politica, proposti dai parroci e scelti tra cattolici con competenze professionali (economia, diritto, storia, chimica, fisica, medicina...).
Il compito della Consulta dovrebbe essere quello di:
- osservatorio della politica nazionale Italiana e della Unione Europea;
- colloquio con la CEI;
- orientamento dei laici cristiani alla partecipazione ai partiti, con preferenza alla partecipazione maggiore possibile ad un “partito largo” non solo di cattolici, che sia in armonia con la dottrina sociale della Chiesa Cattolica, ed all’interno del quale il gruppo dei cattolici abbia possibilità di libera espressione, fermo il rispetto delle regole decisionali del partito partecipato.
  Sul piano strategico la Consulta dovrebbe promuovere proposte unitarie del mondo cattolico alle istituzioni politiche, considerato che in democrazia le decisioni si prendono a maggioranza, e voti si contano.
  Questo codice etico veniva proposto come norma di comportamento della Consulta, qualora la CEI – Conferenza Episcopale Italiana volesse avvalersene.
  Va, invece, considerato solo un discorso aperto, quello dell’apporto della Consulta alla riorganizzazione di un partito di cattolici e altri laici di comune programma
. Nino Luciani

( Continua Ratzinger) i cattolici possono scegliere di militare per esercitare ­ particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare ­ il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.[17] Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica».[18]

4. A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa. Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto.[19] Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».[20]

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo
5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla "laicità" che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il "confessionalismo" o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la "laicità" dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La "laicità", infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece ­ come è suo proprio compito ­ istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta "spirituale", con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta "secolare", ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come "luogo storico" del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto ­ come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura ­ sono occasioni provvidenziali per un "continuo esercizio della fede, della speranza e della carità"».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

IV. Considerazioni su aspetti particolari
7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.

La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.

La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.

Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II.[27] In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera.

8. A questo proposito è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani.[28] In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che «il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee, avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera religione e nell’adesione ad essa».[29] L’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina cattolica,[30] anzi con essa è pienamente coerente.

V. Conclusione  (riportata all'inizio. NdR)

* Fonte: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20021124_politica_it.html

.

I MATRIMONI TRA PERSONE DI DIVERSA RELIGIONE VANNO OSTACOLATI oppure INCORAGGIATI ?

imam.jpg (5051 byte)
Ahmad Muhammad al-Tayyib
Grande Imam dell’Università di Al-Azhar

bergoglio.jpg (4584 byte)
Papa Francesco

rabbi.JPG (5643 byte)
Rabbi Di Rabbi Eliezer Shemtov

Munib_Younan_2015-1.jpg (15991 byte)
Munib Younan
Presidente Fed.mond. luterana

 

Le religioni monoteiste ostacolano fortemente i cosiddetti "matrimoni misti" e riescono a farlo grazie al potere
diretto sui meccanismi che realizzano il matrimonio religioso o civile. Ne deriva un fattore che perpetua, nei secoli,
la divisione tra le razze, con conseguenti guerre fratricide senza fine. Il caso dei Balcani è vivo.
BERGOGLIO ANDRA' AL CAIRO IL 28 e 29 APRILE 2017 ...Questo argomento sarà oggetto di dialogo ?

 
LUCIANI: Un proverbio dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi". Avvocati del campo informano che molti matrimoni tra cattolici e musulmani avrebbero alta probabilità di fallimento.
  E' un fatto che le religioni monoteiste oppongono grandi ostacoli a matrimoni tra persone di diversa religione (detti "matrimoni misti"): il motivo è la difesa della purezza della fede. Ma, poi, guardando a fondo, trovi che le medesime ragioni sono applicabili, al 99%, anche ai matrimoni tra persone della stessa religione (nel senso che nulla garantisce che un cattolico si comporterà da cattolico, secondo la chiesa cattolica).
  E' anche un fatto che il contatto tra i popoli è imposto dalle migrazioni, e dunque l'unione tra i popoli si impone, nonostante tutto. E' pure in decadimento la considerazione degli impedimenti meramente religiosi. Non solo questo: la politica della accoglienza non è compatibile con gli ostacoli ai matrimoni misti.
  Sotto l'aspetto storico, le religioni, ostacolando i matrimoni misti, hanno ostacolato la pace tra i popoli. Questo risulta tragicamente nei Balcani e ovunque (vedi Irlanda del Nord, tra cattolici e protestanti). Simmetricamente, nei Paesi (come l'Inghilterra) nei quali i popoli invasi (sassoni) avevano la stessa religione degli invasori (normanni), le razze si sono fuse e siffatti problemi di divisione non ce ne sono stati. Il caso dell'Italia è massimamente significativo: qui le razze fuse sono state innumerevoli, ma la religione era l'unica (cattolica), almeno per molto tempo.
  Per sanare questi pericoli, la chiave sta nella politica della integrazione, se non si voglioni  tragici problemi di convivenza, più tardi.
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-e-politica-in-Bosnia-Erzegovina-19474
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-fede-nazione-conflitto-19527
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Bosnia_ed_Erzegovina
LA VISIONE CRISTIANA DEL MATRIMONIO (Stralcio da documento della CEI - Conferenza Episcopale Italiana))

Appendice 1
NATURA DELL'IMPEDIMENTO DI DISPARITAS CULTUS

"38. Secondo la dottrina cattolica, il matrimonio ha dignità sacramentale solo quando è celebrato da due battezzati. Nel caso di matrimonio fra una parte cattolica e una non battezzata, la competenza della Chiesa cattolica sul vincolo di diritto naturale si fonda sul fatto che uno dei due nubendi è battezzato cattolico (cfr can. 1059) e si traduce nella concessione o meno della dispensa che toglie l'impedimento dirimente alle nozze. La dispensa deve essere richiesta dal parroco della parte cattolica all'Ordinario del luogo, normalmente attraverso il competente ufficio della Curia diocesana.
Il parroco deve anche accertare, nelle modalità consuete, lo stato libero della parte musulmana. Tenuto conto della peculiarità del caso, è opportuno che i nubendi si presentino al parroco almeno sei mesi prima delle nozze.

39. Con la normativa canonica che disciplina tali matrimoni la Chiesa, da un lato, intende tutelare la fede della parte cattolica: per questo ha stabilito l'impedimento dirimente di disparitas cultus, in forza del quale è invalido il matrimonio eventualmente contratto dal fedele cattolico con una parte non battezzata; d'altro canto, essa riconosce che, nella concreta vicenda esistenziale di una persona, il matrimonio di una parte cattolica con un non battezzato può realizzare valori positivi di indubbio rilievo, quali l'esercizio del diritto alle nozze e alla procreazione con la persona liberamente scelta, in una comunione di vita fedele e indissolubile, secondo il progetto primordiale di Dio sull'uomo e sulla donna.

40. Per queste ragioni Il Vescovo del luogo, qualora si diano certe condizioni, ha la facoltà di dispensare il fedele cristiano dall'impedimento invalidante e di ammetterlo alla celebrazione di un valido matrimonio. Sotto il profilo sistematico, l'istituto della dispensa si traduce nell'esonero dal vincolo della legge (nel caso in specie, quella che sancisce l'esistenza di tale impedimento, che renderebbe nullo il matrimonio), di fronte al bene prevalente del fedele (nel caso in specie, il fatto che questi non permanga in una convivenza di fatto o in un matrimonio civile), posto che si realizzino tutte le condizioni richieste per il consenso a un matrimonio integro nell'essenza, nei fini e nelle proprietà essenziali, cioè in cui entrambi i nubendi accolgano come valori l'unità, l'indissolubilità, la fedeltà e l'apertura alla prole.

41. Il Vescovo del luogo può concedere lecitamente la dispensa - che rimane in ogni caso un atto discrezionale e valido solo quando sussista una giusta e ragionevole causa - dall'impedimento di disparitas cultus -  solo dopo avere verificato l'esistenza di alcuni requisiti.

a) In primo luogo, essi riguardano la parte cattolica, che deve:
- dichiarare di essere pronta a evitare il pericolo, insito nel matrimonio con una parte non battezzata, di abbandonare la fede cattolica;
-  promettere di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella fede cattolica. Merita di essere sottolineata la differenza che caratterizza i due impegni assunti dalla parte cattolica: mentre la salvaguardia della fede cattolica è un valore assoluto che dipende fondamentalmente dalla coscienza rettamente formata e dalla forza morale del singolo, le scelte concrete in ordine all'educazione dei figli coinvolgono egualmente - nel nostro sistema di valori e negli ordinamenti giuridici dei Paesi occidentali - entrambi i genitori, e nel mondo islamico il padre a titolo del tutto speciale.

Può pertanto darsi l'eventualità che la parte cattolica, per lo più la donna, pur avendo assunto un impegno vero e sincero, si trovi poi nell'oggettiva impossibilità di mantenerlo.
Nel caso specifico, si tenga presente che i musulmani osservanti ritengono di avere l'obbligo di educare senz'altro i figli maschi nella propria credenza.
La parte cattolica, su invito ed eventualmente con l'aiuto del parroco, verifichi in modo approfondito e senza accontentarsi di rassicurazioni generiche le intenzioni e le disposizioni in merito della parte musulmana, così da offrire al Vescovo del luogo gli elementi necessari per ponderare la convenienza della concessione della dispensa.

b) La parte musulmana deve essere informata degli impegni che la parte cattolica è tenuta ad assumere; ciò deve constare negli atti. Nel rispetto della libertà di coscienza, non le viene richiesta alcuna sottoscrizione che la vincoli a impegni equivalenti, pur restando auspicabile che dia garanzie adeguate di tenere veramente un atteggiamento rispettoso, tale da permettere alla parte cattolica di adempiere gli impegni assunti.
È conveniente non attendere il momento dell'esame dei coniugi per far conoscere alla parte musulmana gli obblighi a cui è tenuta la parte cattolica e dei quali anch'essa deve essere realmente consapevole.

c) Entrambe le parti devono essere istruite sui fini e sulle proprietà essenziali del matrimonio, che non possono essere esclusi da nessuno dei due. Questo aspetto è da tenere distinto dai precedenti, che vedevano i due nubendi muoversi su piani diversi, dal momento che solo la parte cattolica era tenuta positivamente a impegnarsi.
I fini del matrimonio consistono nel bene dei coniugi e nella generazione ed educazione della prole. Le proprietà essenziali del matrimonio sono l'unità (non vi possono essere per una persona più vincoli matrimoniali validi in atto contemporaneamente) e l'indissolubilità (cioè la perpetuità) del vincolo. L'esclusione anche di uno solo di questi elementi da parte di uno dei contraenti, snaturando l'istituto delmatrimonio così come configurato da Dio nel piano della creazione, rende invalido il matrimonio. Non si tratta, infatti, di caratteri rimessi alla libera disponibilità delle parti o subordinati all'appartenenza alla Chiesa cattolica: chi li rifiuta (battezzato o meno), rifiuta con ciò il matrimonio stesso.

Un'attenzione particolare deve essere dedicata al bene della fedeltà coniugale, che può essere seriamente minacciato dalla diversa comprensione di questo valore, connessa con la differente prospettiva, non solo culturale ma anche antropologica, propria del mondo islamico, il quale non mette sullo stesso piano l'uomo e la donna: la fedeltà coniugale è infatti intesa come un diritto dell'uomo verso la donna, in senso stretto esigibile solo da lui.

42. Poste queste premesse, è necessario verificare in maniera approfondita l'orientamento e la volontà di entrambi i contraenti su questi punti, prestando particolare attenzione alla parte musulmana: è possibile che questa condivida solo genericamente un orientamento culturale e di pensiero contrario ai fini e alle proprietà essenziali del matrimonio, ma di fatto non li escluda con un atto di volontà personale e positivo in riferimento al proprio matrimonio. Nel corso di questa verifica potrebbero infatti emergere circostanze nuove, quali una presa di coscienza più approfondita ed eventualmente un forte disagio della parte cattolica di fronte agli orientamenti del futuro coniuge su materie così delicate; tale evenienza dovrebbe suggerire all'Ordinario di ponderare in maniera ancora più attenta l'eventuale concessione della dispensa.

Anche nel caso in cui la verifica non lasci spazio a ombre circa le intenzioni della parte musulmana, non è inutile proporle un'istruzione adeguata sul significato e sulle implicazioni morali ed esistenziali dei fini e delle proprietà essenziali del matrimonio, che entrambe le parti sono tenute a rispettare.
Se invece risultasse positivamente che la parte musulmana di fatto intenda e voglia, anche solo ipoteticamente, applicare orientamenti contrari ai fini e alle proprietà essenziali del matrimonio alle nozze che sta per contrarre, ciò comporterebbe inevitabilmente la nullità del vincolo e di conseguenza l'impossibilità assoluta di concedere la dispensa dall'impedimento.

43. E' sempre necessario vagliare attentamente le reali intenzioni della parte non cristiana, motivando l'eventuale rifiuto della dispensa con il contrasto insanabile fra le intenzioni del nubendo e la concezione cattolica del matrimonio. Non si trascuri il fatto che dichiarazioni rilasciate solo per compiacere il parroco o la parte cattolica, ma non rispondenti alle effettive intenzioni della parte musulmana, potrebbero costituire il presupposto per dare corso al procedimento per la dichiarazione di nullità del matrimonio.

44. Si tenga inoltre presente che, se la coppia intende stabilirsi in un Paese islamico, è oggettivamente assai improbabile che, al di là della soggettiva buona volontà, la parte cattolica possa adempiere gli impegni assunti per ottenere la concessione della dispensa. In questo caso - cioè in presenza dell'intenzione manifestata sin dall'inizio di procedere a tale trasferimento - non è conveniente che il Vescovo conceda la dispensa, anche di fronte all'eventualità che, per conformarsi alle leggi dello Stato islamico e sotto la pressione sociale, la coppia sia poi indotta a celebrare il matrimonio islamico.
A tutela della moglie cattolica si potrebbe tuttavia tollerare la celebrazione del matrimonio civile in Italia, anche nei casi in cui esso non venga riconosciuto dallo Stato del coniuge e non possa tutelare adeguatamente la posizione della donna, essendo colà ammessa la poligamia.
In tali Paesi i figli non potranno che essere musulmani e, qualora la coppia vi si trasferisse dopo avere trascorso alcuni anni in Italia, essi, se battezzati, dovrebbero apostatare la fede cristiana.
Si deve altresì ammonire la parte cattolica sulla gravità delle conseguenze derivanti dall'eventuale emissione della professione di fede islamica, che configurerebbe una vera e propria apostasia. "

LA PROFESSIONE DI FEDE MUSULMANA (Stralcio da documento della CEI)

"45. Una serie di problematiche particolari sorge nel caso in cui sia un uomo cattolico a voler sposare una donna musulmana: tale unione infatti è severamente vietata dalla legge coranica, in forza dell'impedimento di "differenza di religione", secondo il quale il maschio musulmano può sposare una "donna del Libro", cioè una donna ebrea o cristiana (Corano, 5, 5); mentre una musulmana non può sposare un "politeista " (Corano, 2, 221) o un "miscredente" (Corano, 60, 10), categorie all'interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei.
Negli ordinamenti giuridici dei Paesi islamici spesso l'autorizzazione civile alla celebrazione presuppone l'emissione della shahâda da parte del contraente non musulmano (qui, cattolico), ossia della professione di fede musulmana.

46. Il problema si pone normalmente, in Italia, quando si intenda contrarre matrimonio canonico a cui conseguono anche gli effetti civili; in tal caso, può accadere che il consolato del Paese islamico non trasmetta i documenti all'ufficiale dello stato civile se prima non risulti che il contraente cattolico ha emesso la shahâda.
Non di rado, per aggirare l'ostacolo, il cattolico in questione pronuncia o sottoscrive la shahâda, pensando di compiere una mera formalità. In realtà, egli pone un atto di apostasia dalla fede cattolica e manifesta una vera e propria adesione all'islâm. Il parroco deve illustrare al contraente cattolico il vero significato della shahâda, ammonendolo che non si tratta di un mero adempimento burocratico, ma di un vero e proprio abbandono formale della fede cattolica.

Shahâda significa in arabo "testimonianza" (professione di fede) e la sua formulazione è la seguente: "Non c'è divinità all'infuori di Dio e Maometto è l'inviato di Dio". Con la preghiera, il digiuno nel mese di Ramadân, l'elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca è uno dei cinque pilastri fondamentali dell'islâm. Pronunciata in arabo e talora semplicemente sottoscritta davanti a due testimoni, è sufficiente per provare la conversione all'islâm, assoggettandosi ai diritti e ai doveri della comunità islamica. Tale professione di fede, se compiuta consapevolmente, costituisce un atto formale di abbandono della Chiesa cattolica, il quale, quando assume la sostanza di vero delitto, risulta sanzionato dalla scomunica latae sententiae.

47. Nel caso ipotizzato, si potrebbe valutare con il Vescovo l'eventualità di ricorrere alla previa celebrazione del matrimonio nel rito civile, procedendo solo in un secondo momento alla celebrazione canonica, per superare il mancato rilascio dei documenti da parte del consolato. La normativa italiana, infatti, consente di celebrare il matrimonio civile con una musulmana senza la dovuta documentazione e senza il "nulla osta" internazionale, in quanto la disparità di trattamento prevista dalla legislazione islamica contrasta con la Costituzione italiana, secondo il principio della reciprocità. Il matrimonio civile così celebrato, però, sarà valido solo per l'ordinamento italiano e non nel Paese d'origine della donna musulmana; la coppia perciò, con ogni probabilità, dovrà affrontare problemi gravosi in rapporto sia alla famiglia, sia al Paese d'origine. emissione esime sia dalla forma canonica, sia dall'impedimento di disparitas cultus.

Il cattolico, che ha emesso tale professione e si presenta al parroco chiedendo il matrimonio canonico, è tenuto a ritrattare formalmente tale atto prima del matrimonio; se la parte cattolica rifiuta di farlo, seppur ammonita delle gravi conseguenze dell'apostasia, deve essere rimandata al matrimonio civile. In ogni caso, la questione deve essere rimessa alla prudente valutazione dell'Ordinario del luogo. L'art. 27 della legge n. 218/1995 sottopone la capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio alla legge nazionale di ciascun nubendo al momento della celebrazione. Qualora l'impedimento previsto dalla legge risultasse contrastante con l'ordinamento italiano, l'autorità italiana potrebbe legittimamente invocare il limite dell'ordine pubblico, come nel caso del divieto per la donnamusulmana di sposare un non musulmano.
L'impedimento si pone in evidente contrasto con il principio di eguaglianza sancito, oltre che dalla Costituzione, da numerosi atti internazionali in tema di tutela dei diritti dell'uomo, quali gli artt. 12 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'ordine pubblico può giustificare la mancata produzione del nulla osta al matrimonio richiesto agli stranieri dall'art. 116 del codice civile.

Appendice 3
ALCUNI ELEMENTI DEL MATRIMONIO NELL'ISLÂM

a) Il matrimonio come contratto.
48. Il matrimonio nell'islâm ha un significato e un valore religioso, in quanto voluto da Dio. Dal Corano risulta un'immagine ricca del matrimonio; in essa ritroviamo anche le due finalità essenziali della tradizione cristiana, espresse nei valori della riproduzione della specie e dell'istituzione di una relazione di pace, rispetto, affetto e misericordia fra gli sposi. In modo più scarno, invece, il diritto islamico vede nel matrimonio un contratto che rende leciti i rapporti sessuali fra gli sposi. Si tratta di un contratto bilaterale privato, per la cui validità non è necessaria una celebrazione pubblica.

b) Una famiglia patriarcale, con doveri e ruoli prestabiliti
49. La famiglia che nasce dal matrimonio islamico è sottoposta all'autorità del marito e si basa su doveri e diritti dei coniugi ben definiti. L'ideale coranico della famiglia è patriarcale, per cui l'uomo è il perno della vita familiare. L'impronta patriarcale resiste anche oggi, sebbene interpellata e parzialmente modificata dai moderni cambiamenti sociali. La superiorità maschile si manifesta anche negli atti sociali, come nel rendere testimonianza o nella divisione dell'eredità.
In base a questa preminenza, il diritto stabilisce i ruoli, i reciproci diritti e i doveri dei membri della famiglia.
Fra i coniugi vi sono anzitutto doveri reciproci, come la coabitazione, il rispetto, l'affetto, la salvaguardia degli interessi morali e materiali della famiglia, la reciproca vocazione successoria, la congiunzione agli sposi dei figli nati dal matrimonio, la creazione di parentela per alleanza.

50. I diritti della sposa sono il mantenimento da parte del marito, l'uguaglianza di trattamento delle mogli nel matrimonio poligamico, la possibilità di visitare i parenti e riceverne la visita, l'amministrazione dei propri beni senza il controllo del marito, la custodia dei figli in tenera età, ma sempre sotto il controllo paterno o del tutore legittimo.
La tutela dei figli spetta al padre, che decide e controlla la loro educazione, in particolare che siano educati nell'islâm. In caso di scioglimento del matrimonio, la custodia dei figli spetta alla madre. La custodia del figlio maschio cessa con la pubertà, mentre la custodia della figlia dura fino al matrimonio di questa.

51. I diritti dello sposo sono la fedeltà e l'obbedienza da parte della moglie, l'allattamento dei figli al seno da parte della moglie, la vigilanza sul buon andamento della casa, il rispetto dovuto dalla moglie ai parenti del marito. Solo il padre istituisce la filiazione legittima e il diritto legittimo all'eredità.

c) Lo scioglimento del matrimonio: ripudio e divorzio
52. Il ripudio, previsto e regolato dal Corano, è un atto unilaterale del marito, che rompe il contratto matrimoniale. Il diritto islamico spiega che il matrimonio, essendo un contratto bilaterale privato, può essere sciolto privatamente.
Lo scioglimento avviene per ripudio, divorzio o decesso di uno dei congiunti.
Il marito ha il diritto, unilaterale e assoluto, di pronunciare il ripudio. La donna può decidere, in alcuni casi determinati, di chiedere al giudice il ripudio dietro pagamento di un compenso al marito consenziente, quando i dissapori della coppia siano insanabili.

53. In taluni casi il giudice stesso pronuncia la separazione definitiva tra gli sposi. Quest'ultima forma di scioglimento, che ha una certa analogia con il divorzio giudiziario, si applica in determinati casi, come l'assenza prolungata del marito dal tetto coniugale, la sua carcerazione, l'omissione prolungata del pagamento del mantenimento della moglie, il maltrattamento eccessivo. Alcuni Stati a maggioranza islamica (per esempio, la Tunisia e la Turchia) proibiscono il ripudio, o lo sottopongono al controllo giudiziario.

d) La poligamia
54. La poligamia è consentita dal Corano fino a quattro mogli e a tutte le concubine desiderate. Si esige l'equità di trattamento delle mogli da parte del marito. Nel diritto e nella tradizione, fino a oggi, la poligamia è lecita, sebbene, per motivi economici, sia in regresso. Normalmente l'equità di trattamento delle donne viene intesa, dai giuristi islamici, in senso "quantitativo".
La Tunisia, interpretando l'equità in senso "psicologico", ha abolito la poligamia, mentre altri Stati sottopongono al giudice la verifica delle condizioni di sussistenza della capacità per il matrimonio poligamico.

e) Etica della sessualità e della vita fisica
55. In generale manca una riflessione antropologica congrua sul senso, il valore e il fine della sessualità. La fornicazione e l'adulterio della donna sono peccati particolarmente gravi per l'islâm. La riflessione è invece liberale riguardo alla regolazione delle nascite, anche se la mentalità popolare incoraggia la fecondità. I giuristi ammettono la liceità di ogni tipo di contraccezione. Gli Stati, non di rado, favoriscono politiche di contraccezione indiscriminata per risolvere il problema demografico. Quanto alla sterilizzazione, maschile e femminile, essa è giudicata illecita, in base al principio di integrità del corpo umano.

56. L'aborto è condannato, a meno che non si renda necessario per salvare la vita della madre; viene comunque considerato una forma minore di infanticidio. I giuristi, pertanto, vietano l'aborto dopo il quarto mese o sempre, eccetto il caso di pericolo per la salute della madre. È però ammesso l'aborto del "feto malformato". La fecondazione eterologa è vietata, mentre viene ammessa quella omologa.

f) I rapporti tra genitori e figli 57. Il padre provvede al mantenimento e all'orientamento educativo dei figli; la madre esercita la custodia sui figli e li educa nella fanciullezza, in nome e nella religione del padre.

58. Altri principi generali importanti nell'islâm sono la solidarietà nella famiglia patriarcale, il rispetto dei beni dell'orfano e infine la proibizione dell'adozione. I figli devono obbedienza, riconoscenza e rispetto ai genitori e ricevono dal padre il consenso, o il diniego, al loro progetto di vita e di matrimonio.

59. I ruoli familiari, maschile e femminile, ben delineati e distinti, spiegano certi comportamenti oppositivi dei ragazzi e dei giovani immigrati musulmani verso figure femminili autorevoli. Il padre è responsabile dei rapporti sociali per tutto quanto concerne l'educazione dei figli, mentre nei Paesi europei questa incombenza spesso spetta alla madre; le due culture, quindi, usano talora codici opposti, con il rischio di possibili fraintendimenti. "

 

MATRIMONIO TRA EBREI e CATTOLICI. Lezione del Rabbi Di Rabbi Eliezer Shemtov (stralcio da doc. CEI))

" Uno degli argomenti più preoccupanti e meno compresi della vita ebraica è quello del matrimonio misto. Vi è una mancanza di informazioni obiettive sull'argomento, il Matrimonio misto è molto complesso dal punto di vista emotivo.
Da un lato, i genitori sentono che quando il loro figlio sposa un "non ebreo", lui o lei spezza la millenaria catena che ha garantito la continuità ebraica, e non vogliono che ciò avvenga. Dall'altro lato, non si sentono a loro agio nell'opporsi apertamente al matrimonio misto, per gli aspetti razzisti che tale contrarietà potrebbe presentare.
Perché escludere qualcuno come un partner potenziale per il matrimonio solo perché egli o ella è nato da un utero non ebreo? Sembra un atteggiamento discriminatorio.

Per analizzare la questione, occorre dividerla in due parti:
- Quali sono le basi per opporsi al matrimonio misto?
- Come può un ebreo opporsi al matrimonio misto senza contraddire l'istinto naturale che ha di combattere la discriminazione, specie dopo tutto ciò che abbiamo sofferto durante la nostra storia a causa della discriminazione?
-Quale spiegazione si può dare al suo amico o alla sua amica non ebrea per giustificare il rifiuto di prenderli in considerazione per il matrimonio?

Le basi . La fonte primaria sulla quale si basa la proibizione per un ebreo di sposare un non ebreo, si trova nella Bibbia (Deut. 7:3): 'Non li sposerai (i gentili, dei quali la Bibbia parla nei versi precedenti), non darai la tua figlia al loro figlio e non prenderai la sua figlia per il tuo figlio'. Il motivo di questa proibizione è chiaramente enunciato nel verso seguente: 'Giacchè condurrà il tuo figlio via da Me e serviranno altri dei…'.

Il Talmud (23a) rimarca, e Rashi nota nel suo commento sul verso citato sopra, che dall'espressione precisa del verso (lui, e non lei, condurrà il tuo figlio fuori strada) possiamo dedurre due cose.
- Nel caso che la tua figlia sposi 'il loro figlio', lui condurrà infine i tuoi figli (in altre parole, i tuoi nipoti, che saranno ancora considerati tuoi figli) fuori dalla strada della Torah.
- Nel caso che il tuo figlio sposi la loro figlia, i suoi figli non sono più considerati i tuoi figli, ma figli suoi. Non sono considerati ebrei.

E' allora chiaro, che non si tratta qui di una discriminazione razziale, la quale tragga origine da un atteggiamento personale e soggettivo che l'ebreo ha nei confronti del gentile. Parliamo qui è un comandamento, oggettivo, Divino, accompagnato da una spiegazione. Se sposerai tuo figlio a una donna non ebrea, i figli nati da tale unione non sono più considerati tuoi figli. Nel caso che tua figlia sposi un non ebreo, sarà inevitabile che i tuoi figli vadano molto lontano fuori strada dal cammino dell'ebraismo, sebbene essi siano ancora considerati ebrei.

Prendendo in considerazione la responsabilità primaria che l'ebreo ha di adempiere ai precetti della Torah, è evidente che è obbligatorio che gli ebrei si sposino entro la loro fede, perché se no, sarà impossibile continuare a adempiere all'obbligo che uno ha di manifestare la Divinità in questo mondo, la qual cosa è possibile solo adempiendo alla volontà di Dio. Il matrimonio misto è chiaramente in contraddizione con la volontà stabilita di Dio.

Per meglio comprendere questo argomento, dobbiamo chiarire un altro punto. Non solo è proibito a un ebreo sposare una non ebrea, è impossibile per un ebreo farlo. E' possibile che essi vivano insieme, che coabitino, perfino che procreino, ma non è possibile che vi sia un matrimonio. Le leggi della Torah sono tanto (o più) oggettive e inalterabili delle leggi della natura....

Cosa è il matrimonio? Se cerchiamo di rispondere alla domanda, troveremo difficile spiegare quale sia esattamente in generale la funzione del matrimonio. Se due persone si amano, perché non vivere insieme? Il giorno in cui decidessero di non dividere più la vita, ciascuno è libero di andare per la propria strada! Anche se dichiarano il loro impegno attraverso il matrimonio, il giorno in cui essi non vogliono più rimanere sposati, hanno comunque l'opzione del divorzio.

Quale è allora lo scopo e la funzione del matrimonio? Molti rispondono che il matrimonio è nulla più che una formalità, una norma sociale la quale da 'statuto legale' alla coppia. Ma dire che il matrimonio è semplicemente una norma sociale, implica che esso non ha un valore vero, intrinseco; ciò è arbitrario. Cosa avviene nel caso in cui uno non si preoccupi dell'autorità umana o della condanna sociale, è allora okay vivere in coppia e avere bambini senza essere sposati?

Mi pare che la sola vera base e giustificazione per il matrimonio sia che esso è una istituzione Divina. E' un'idea di Dio. L'idea del matrimonio ha le sue radici nella Bibbia. Anche se vi sono molti sistemi sociali che non si basano sulla Bibbia, e tuttavia riconoscono l'istituto del matrimonio, ciò non confuta il fatto che il principio e il vero valore del matrimonio siano di origine Divina.
.......
........

Il Talmud e la Cabbala ci insegnano che il matrimonio non è semplicemente un'unione tra due individui completamente indipendenti. Il matrimonio è la riunificazione tra due metà della stessa unità. Col matrimonio, esse si riuniscono e divengono, ancora una volta, complete. Ciò di cui parliamo qui non è solo un'unione sul piano fisico, emotivo e/o intellettuale. Ciò di cui parliamo è un'unione al livello più profondo, più essenziale del sé. Vi sono anime le quali sono compatibili per il matrimonio e anime che non lo sono.

Oltre il caso dei matrimoni misti, la Bibbia enumera una lista di 'matrimoni' non validi, per esempio il 'matrimonio' tra fratello e sorella biologici o tra un uomo e una donna sposata a un altro uomo, in altre parole, incesto e adulterio.
La Bibbia non parla qui solo di divieti, ma di fatti. Negli esempi menzionati, non vi può essere mai alcun matrimonio, anche se è fisicamente possibile coabitare e procreare.

Sulla base di quanto sopra, abbiamo una spiegazione molto semplice per l'amico non ebreo sul perché non possiamo considerare lui o lei come partner di matrimonio potenziali. Non si tratta di un difetto che essi hanno. Si tratta semplicemente del concetto Biblico di matrimonio al quale uno, come ebreo, si sente obbligato ad aderire.
.......
......
L'amore è un fattore molto importante in una relazione di matrimonio, ma non è l'unico che determina la legittimità del matrimonio. E' possibile che un ragazzo ebreo trovi compatibilità con una ragazza non ebrea (e viceversa) e voglia creare con lei una famiglia.
Questa compatibilità apparente è possibile solo quando nessuno di loro manifesta la propria essenza. Fin tanto che l'ebreo non si preoccupa del fatto di essere ebreo e il non ebreo non si preoccupa della sua origine ed essenza personale, tutto sembra a posto. Cosa succederà il giorno che uno dei due 'si sveglia' e decide di preoccuparsi di chi realmente egli è?
Di colpo, la incompatibilità appare. In altre parole, fintanto che nessuno dei due si preoccupa della propria essenza, possono sentirsi compatibili con qualcuno che è essenzialmente all'opposto. Nel momento in cui uno dei due scopre la propria vera identità, la relazione cessa di avere alcun vero significato.

Conosco parecchie coppie miste che sono state molto innamorate fino al momento in cui i loro figli sono nati. Improvvisamente hanno avuto discussioni molto accese riguardo l'educazione dei loro bambini, anche se avevano da tempo risolto la questione in teoria.
La madre ebrea vuole circoncidere il proprio figlio, per esempio, mentre il padre non ebreo non vuole che suo figlio sia diverso da lui. Improvvisamente l'incompatibilità occupa il centro della scena, ma è già troppo tardi, hanno ormai generato un figlio che entrambi i genitori e gli insiemi dei nonni vogliono considerare loro

...

Cosa succede nel caso di un ebreo non religioso e di un ateo ebreo? Sussiste ancora questa incompatibilità con un non-ebreo? Dopo tutto, se uno non si preoccupa della propria religione, perché preoccuparsene quando è il momento di scegliere un partner per il matrimonio?

Cosa è un ebreo?  Per rispondere a queste domande, dobbiamo spiegare un altro concetto basilare: cosa è un ebreo?
Cosa distingue un ebreo dal suo vicino non ebreo? Nota per favore che non sto chiedendo qui 'Chi è un ebreo? '
ma 'Che cosa è un ebreo?' perché la risposta alla domanda 'Chi è un ebreo?' è molto chiara: uno che è nato da madre ebrea o si è convertito all'ebraismo in accordo con le leggi stipulate nella Torah.
Ciò non risponde, tuttavia, alla domanda 'Cosa è un ebreo?'.
:::::::

Dopo aver studiato la questione per molti anni e aver avuto innumerevoli conversazioni con ebrei di ogni grado di osservanza e fede, penso che la risposta più convincente e coerente sia che l'elemento che distingue l'ebreo è la Neshamah (anima) che ogni ebreo possiede.
L'anima dell'ebreo è differente dall'anima del non ebreo. Hanno differenti caratteristiche, potenziali e bisogni. Ciascun ebreo ha essenzialmente lo stesso tipo di anima di ogni altro ebreo. Questa anima ebraica è ereditata dalla propria madre. E' il denominatore comune che connette l'ebreo russo con l'ebreo siriano, yemenita, canadese o uruguaiano, anche se non parlano la stessa lingua e possono avere costumi e abitudini diverse.

:::::::

Quali sono le speciali caratteristiche della Neshamah ?

Rabbi Schneur Zalman di Liadi, fondatore del movimento Chabad, definisce la Neshamah come segue: un ebreo non desidera, ne può, separarsi da Dio. Può essere che un ebreo non sia conscio del fatto che attraverso certi atti influenza la propria relazione con Dio. Se dovesse essere conscio delle conseguenze delle proprie azioni, non interromperebbe volontariamente la sua relazione con Dio. Ogni ebreo ha la propria 'linea rossa', che non attraverserà, dovesse pagare per essa con la vita.

:::::::::

A molti, l'opposizione ai matrimoni misti appare elitaria e perfino razzista. Perché disapprovare un matrimonio solo perché uno dei due membri non è ebreo?
::::::::::::::

L'opzione della conversione.
Una delle soluzioni proposte per risolvere il problema del matrimonio misto è quella di 'convertire' all'ebraismo il partner non ebreo. 'Perché perdere due anime, quando ne possiamo guadagnare una?…'. La conversione è un'opzione valida?

Troviamo che l'ebraismo riconosce certamente la possibilità per un non ebreo di convertirsi all'ebraismo. Il processo di conversione corretto, noto come 'Ghiur', è molto semplice.
Consiste di tre passi:
1) Circoncisione (per il maschio);
2) Immersione nel Mikvè (bagno rituale);
3) Accettazione dei 613 precetti nella loro totalità.
:::::

Il concetto ebraico di conversione. E' interessante notare l'espressione usata dal Talmud (Yevamot 48b) nel riferirsi agli (autentici) convertiti: 'Gher shenitgaer kekatan sehnolad dami', la quale significa: un convertito che si è convertito è come un bambino appena nato.
Quando il Talmud parla di uno schiavo che è stato liberato, non dice 'un uomo liberato che è stato liberato', bensì 'uno schiavo che è stato liberato'. Come mai allora parlando di un convertito il Talmud usa l'espressione 'un convertito che si è convertito' invece di 'un gentile che si è convertito'? 

Il problema reale. Il matrimonio misto è di fatto un sintomo di un problema più grande: la mancanza di una corretta educazione ebraica. Quale educazione impartiamo ai nostri bambini? Diamo loro veramente le esperienze e gli strumenti necessari per essere in grado di capire ed apprezzare il significato e l'importanza di essere ebrei? Inoltre: cosa dire della nostra stessa educazione personale ebraica? Quanto tempo dedichiamo, noi genitori, al nostro sviluppo spirituale personale? Se faccio solo ciò che mi piace e non riconosco la necessità di obbedire a una autorità superiore personale, come posso aspettarmi che i miei figli non facciano lo stesso? Certamente mi diranno: babbo, tu fa ciò che vuoi, perché io non dovrei fare ciò che voglio? Se il padre non si sottopone ad alcuna autorità morale, perché dovrebbe attendersi che i suoi figli rispettino lui e i suoi valori? Solo perché sono stati generati da lui? "
::::::

fonte : http://lubavich.it/

 

NINO LUCIANI, La difesa della "purezza della fede" e i danni alla pace derivanti dagli ostacoli ai matrimoni tra persone di diversa religione, cosiddetti "matrimoni misti".

1. - Premessa. Un proverbio dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi" e le differenze religiose rientrano in questo caso generale.
Tuttavia, le religioni monoteiste si distinguonno, fino ad opporre grandi ostacoli ai matrimoni tra persone di differente religione (detti "matrimoni misti"): il motivo è la difesa della purezza della fede. Anzi risulta che la gran parte dei matrimoni tra cattolici e musulmani abbia alta probabilità di fallimento.
  E' anche un fatto che il contatto tra i popoli è, oggi, imposto dalle grandi migrazioni, e questo pone problemi nuovi di unione tra i popoli, nonostante tutto, come pure il decadimento delle considerazioni degli impedimenti meramente religiosi.

  Se ben ci guardiamo, gli ostacoli opposti sono largamente pretestuosi
  E' anche un fatto che papa Bergoglio è un paladino della accoglienza, ma sua religione è molto ostativa in tema matrimoniale
  Ed è anche un fatto che le religioni, ostacolando i matrimoni misti, ostacolano la pace tra i popoli. Lo abbiamo visto tragicamente nei Balcani, o nell'Irlanda del Nord (tra cattolici e protestanti).

  Simmetricamente, nei Paesi (come l'Inghilterra) nei quali i popoli invasi (sassoni) avevano la stessa religione degli invasori (normanni), le razze si sono fuse e siffatti problemi di divisione non ce ne sono stati. Il caso dell'Italia è massimamente significativo: qui le razze fuse sono state innumerevoli, e la religione era l'unica (cattolica), almeno per molto tempo.

2.- Integrazione o separazione eterna ?  La chiave sta nel successo della politica della integrazione, se non vorremo trovarci anche noi (tra 100 anni) in tragici problemi di convivenza, come quelli dei paesi balcani. Il caso dell'Ungheria (oggi, con Victor Orbàn) o quello di Trump è molto meno grezzo di quanto si creda, e meriterebbe una considerazione meno emotiva, volendo essere lungimiranti, in termini di scelta tra esclusione o inclusione.

  Detto più chiaramente: l'esclusione è stupida, ma non lo è meno la inclusione senza integrazione, sia pure in una gradualità ferrea.
Nella storia contemporanea, tra gli eventi più tragici ci sono le guerre balcaniche e, quali concause, le differenze di religione (cattolici, ordodossi, musulmani). Dunque va fatto un discorso anche con i preti.
a) Il distacco tra cattolici e ortodosssi risale allo scisma di Costantinopoli (1054), ma non ricordo abbia prodotto morti, anche perchè le differenza religiose, qui sono minimali.
Invece, il distacco, nei balcani, tra cristiani e musulmani è un retaggio delle invasioni turche, dagli anni dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e stabilmente con l'occupazione (Bosnia ed Erzegovina) dei turchi ottomani (1463-1878) e con le successive guerre austro-turche. Qui i morti non si contano.
  Il distacco tra cristiani ed ebrei è una storia di sempre (dall'arrivo di Gesù il Messia), ma non meno tra ebrei e musulmani.

 3.- Un documento della CEI. Il testo della CEI, da cui partiamo qui, illustra la posizione della Chiesa cattolica, sui matrimoni tra cattolici e non cattolici, ma ancge quella delle altre religioni monoteiste (come acquisite dalla CEI).
Questo testo evidenzia una sintonia molto grande tra le religioni nello ostacolare i matrimoni tra soggetti di religione diversa, con risultati catastrofici, considerato che tutte le chiese hanno un controllo, quasi pieno, dei matrimoni, così che gli effetti dei rispettivi campi si sommano.
  Le ragioni dei rispettivi campi si fondano sulla difesa della purezza della fede, da trasmettere ai figli, e sulle ragioni del rispetto delle idee dei coniugi, in materia di fede e di etica.
  Confesso la mia ignoranza. Non pensavo che negli anni 2000, le diverse confessioni avessero ancora un peso fondamentale nell'impedire i matrimoni tra i fedeli di diversa religione.
  Addirittura nel leggere le motivazioni, quasi quasi ti fai incantare. Ma, poi, ti domandi: se sono ragioni vere, perchè tante parole ? Per cose vere, tre parole sono già troppe. E infatti, se i matrimoni non fossero impediti, le razze si mescolerebbero e il problema sparirebbe. Lo vediamo nel fatto che, dove ci sono state invasioni, ma gli invasori e gli invasi erano della stessa religione, le razze si sono fuse, e non ci sono state mai più guerre tra loro. Il caso dell'Inghilterra (invasa dai normanni, a carico dei sassoni) è emblematico.
  Ma direi che anche l'Italia è un caso emblematico, dacchè gli Italiani sono una razza mista, per essere appartenuti alla stessa religione, per cui i matrimoni non sono mai stati ostacolati (salvo, marginalmente tra cattolici e protestanti).
  Siamo anche  sicuri che in questi casi la purezza della fede sia stata protetta ?
  Il nostro A. Manzoni, ci raccontò della moglie di don Ferrante, donna Prassede, che faceva disegni di DIO cose che erano solo pensieri della sua testa.
  Questo lo penseresti se trovi che da siffatte divisioni tra i popoli, sono derivati tanti morti. Ti dovrebbe venire il dubbio di avere sbagliato.
  Direi che il criterio del male minore sia sempre stato un buon criterio, in caso di "dualismi solo razionali".

4.- Esiste una purezza della fede?
Non so se Martin Lutero, oggi, sarebbe pronto a ribadire le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg.
 
La interpretazione delle scritture evolve con la cultura nel tempo. Già dai primi tempi, il vangelo è stato interpretato secondo la cultura dei tempi. E oggi vediamo meglio di ieri; domani vedremo di più, grazie al progresso scientifico, e i preti studiano di più i casi "temporali".
Casi eclatanti di evoluzione culturale, in campo cattolico
sono stati:
  - la pena di morte, nello Stato Pontificio):
- l'abolizione del terribile Tribunale della Inquisizione, sia pure "pro bono veritatis";
  - non era vero che, come capito dai primi apostoli, la fine del mondo ci sarebbe stata alla fine della prima generazione vivente ai tempi di Gesù (i fisici, hanno confermato che la fine del mondo ci sarà, ma l'hanno posticipata);
- non era vero che la terra giri intorno al sole, ma era il contrario;
- non era vero che la chimica fosse stregoneria.

5.- Il caso dei musulmani. Anche, a proposito dei musulmani, si dice ci sia una evoluzione interpretativa del sacro Corano.
  Con ragioni ex-post, si dice che l'ISLAM è una religione di pace, e quindi la violenza non appartenga all'ISLAM (religione). Anzi, se guardiamo bene, l'ISLAM è più permissivo del cattolicesimo.
  Questo sembra contraddetto dalla violenza di molti islamici. In realtà essa è da riferire a mentalità legate ad un determinato livello di civilità o cultura delle persone. In questo senso, diviene fisiologico che le emigrazioni senza un indirizzamento producano scintille al momento del contatto tra persone di diverso livello di civiltà.
  Dentro questa problematica, andrebbe fatto obbligo a chiunque di frequentare gratis le scuole pubbliche del Paese di accoglienza.

Ultimo ma non ultimo. Risulta che, presso l'ISLAM non esista un capo religioso (sul modello di quello dei cristiani).
   Risulterebbe però che ci siano delle ragioni ostative di tipo politico.
Ad es., in Arabia Saudita, il Re è un monarca assoluto, che ricomprende la religione (vale dire il re è la massima carica religiosa).
  Già ai tempi di Dante, si poneva il problema della separazione dei "due soli". In questo senso, il problema dell'avvicinamento delle religioni è mal posto se, per l'Islam, prescinde dalla autorità politica.
  Questa separazione forse sarà posta nei paesi arabi, con l'evoluzione dei tempi, ma non è un problema nostro. FINE

FONTE: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19660318_istr-matrimoni-misti_it.html

http://www.studiolegalegassani.it/matrimoni-misti-cristiani-musulmani/

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-e-politica-in-Bosnia-Erzegovina-19474

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-fede-nazione-conflitto-19527

.

FRANCESCO E YOUNAN IN CERCA DELLA UNITA' RELIGIOSA, SOSPESA DAL CONCILIO DI TRENTO (1545-1563)
Dichiarazione congiunta di Francesco e Jounan, per le Chiese cattolica e luterana
FONTE: http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/10/31/0783/01757.html

bergoglio1.JPG (10286 byte)
Papa Francesco di Roma

trinità-uomo.jpg (72130 byte)

Munib_Younan_2015-1.jpg (15991 byte)
Munib Younan Presidente
Federazione mondiale luterana

NINO LUCIANI, Fin da principio il vangelo è stato interpretato secondo la cultura dei tempi. Questo è un punto basilare, per avviare un dialogo, che non si fermi subito. Tuttavia, alcune cose non possono cambiare con l'evoluzione culturale, come alcuni fatti visti e tramandati in modo continuo, come la Eucaristia, istituita in aramaico e poi tradotta in greco, poi in latino, e via via. Si può anche non crederci, ma una nuova interpretazione (quella di Lutero) dopo 1500 anni, mi sembra assolutamente una arroganza. Ci sono, poi, dei fatti come il miracolo di Orvieto, che non fu scienza, ma suggerisce possibili approfondimenti con l'uso della scienza.

Dichiarazione di Lund, Svezia, 31 ottobre 2016

 

Dal conflitto alla comunione

OBIETTIVO :
ricevere l'Eucaristia
ad un'unica mensa

Dichiarazione congiunta

Con cuore riconoscente
Con questa Dichiarazione Congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l'anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant'anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

Dal conflitto alla comunione
Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l'unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Il nostro impegno per una testimonianza comune
Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21).

Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l'Eucaristia ad un'unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l'obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico.

Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l'umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell'azione redentrice di Dio.

Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando

ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione.

Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell'estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Questo è l'obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico. Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l'umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell'azione redentrice di Dio. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell'estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un'insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato.

Uno in Cristo
In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell'unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell'osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato.

Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero
Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell'unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l'amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell'amore infinito di Dio per tutta l'umanità.

 NINO LUCIANI, La interpretazione delle scritture evolve con la cultura nel tempo. Oggi vediamo meglio di ieri; domani vedremo di più, grazie al progresso scientifico. I preti studino di più nel "temporale". Ma no al caos: serve un'idea-guida.

1.- Premessa. La dichiarazione è centrata, grosso modo in tre parti:
a) Prendere atto che "
cinquant'anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani li hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra loro", che si erano accumulate nella storia;
b) rilevare che la divergenza di fede sulla eucaristia rimane il punto divaricante, dal quale deriva la impossibilità dei cattolici e protestanti di ricevere l'eucarestia in una unica mensa.
Dunque superare questa divergenza diviene l'obiettivo primario per ottenere la unità;
c) concordare sinergie per affrontare vari problemi di interesse umanitario, comuni a tutti gli uomini, quali:
- l'accoglienza agli stranieri;
- per porre un termine alla violenza e all'estremismo;
- per difendere la dignità e i diritti umani;
- ..........................................

2. Eucaristia-dogma.  Sorvolerei sul punto c), più o meno demagogico, perchè tutto fondato su idee generiche, lasciate a metà strada.
  Proclamare questi principi, ma prescindendo dalla storia (anche propria), è una leggerezza, se non la prova di mancanza culturale. In questo senso, sarebbe preferibile che i due stessero dentro il proprio campo strettamente religioso, e lasciare ai laici l'arduo compito di affrontarli, senza alzare polvere inutilmente.
  Mi pare anche un vuoto culturale ingiustificabile  non dire nulla sulla duplicità delle ragioni dello scisma (teologiche e politiche).
  Sulla eucaristia. Questo argomento è indicato come l'unica importante ragione di divisione, oggi.
  E' noto che il fondamento della eucaristia (che significa "ringraziamento")  sta nell'ultima cena di Gesù con i 12 discepoli.
  Matteo, XXVI, 26-29, racconta che, mentre i discepoli mangiavano, Gesù prese del pane e, benedicendo, lo spezzò e, dandolo ai discepoli, disse: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". E, preso un calice e rese le grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, chè questi è il mio sangue…. Fate questo in memoria di me " .
    Su questo dualismo, si sono innestate le diverse interpretazioni, dei cattolici e dei protestanti luterani, rispettivamente. In termini fisici, chi ha mangiato quel corpo e bevuto quel sangue ha percepito sapore di pane e di vino, ma:
- Per i cattolici, c'è stata "transustanziazione", vale dire è avvenuta trasformazione da pane e vino, in carne e sangue, fermi rimanendo i sapori fisici del pane e del vino. Questa tesi è stata sancita da un dogma di fede, nel corso del Concilio di Trento, Terza Sessione, 1551.
- Per i luterani, c'è stata "consustanziazione", vale dire è avvenuta una "coesistenza del pane e della carne"; ed una "coesistenza del vino e del sangue".
  Considerato che c'è stato un dogma papale, la pacificazione è possibile solo con la resa dei luterani.
  Tuttavia, la illogicità della tesi luterana mi parrebbe ovvia. Per i princìpi della fisica e della chimica, il pane non più essere anche carne, così come il rame non può essere anche ferro, essendo diversa la rispettiva composizione chimica e fisica.
  Una via d'uscita potrebbe essere l'esame scientifico del pane e del vino, prima e dopo la consacrazione. Il caso di Orvieto parrebbe incoraggiare questa strada. Il miracolo di san Gennaro, è sulla medesima strada, come metodo.

3.- E' possibile aggirare il dogma ? Per quanto ne so, da un dogma non si può tornare indietro perchè esso costituisce una verità di fede, in assoluto. E neppure un papa ha autorità di tornare indietro, rispetto ad un dogma, pronunciato da altro papa, in qualità di papa. Ma andiamo per gradi.
  Va preso atto, tuttavia, che fin dai primi tempi della chiesa cristiana sono stati posti problemi interpretativi dei vangeli e basta ricordare i numerosi concili interpretativi.
  Del resto, i vangeli sono difficilissimi, almeno per me. E anche Gesù era consapevole della difficoltà dei suoi conterranei, di capire il suo messaggio. Basti pensare alle numerose parabole... da lui stesso motivate come unica via perchè il suo pubblico capisse qualcosa, almeno intuitivamente.
  Un esempio di qualcosa capito male ? La fine del mondo. I suoi capirono che essa dovesse sopravvenire entro la generazione di allora, e che la scienza conferma ma per molto più tardi.
   Conclusione. Molte "verità" dei vangeli sono state percepite secondo la cultura dei tempi, sia pure in vario grado. Basti ricordare quante condanne a morte sono state approvate dai papi, ma che il papa di oggi disapprova come contrarie alla legge di Dio.
  Si vuole accelerare l'unità ? Si affronti il problema della parificazione culturale, aperti alla scienza.
  Dunque, senza arroccarsi su supreme verità, meglio andare per approssimazioni successive ed essere consapevoli che il caos interpretativo sarebbe peggio.

.

FRANCESCO E KIRILLO, E IL MONDO ULTRATTERRENO CHE VERRA'
Documento comune delle due Chiese, cattolica e ortodossa
Per la fonte, clicca: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/february/documents/papa-francesco_20160212_dichiarazione-comune-kirill.html

bergoglio1.JPG (10286 byte)
Papa Francesco di Roma

trinità-uomo.jpg (72130 byte)

Kiril-mosca1.JPG (15601 byte)
Patriarca Kirillo di Mosca

.
Dichiarazione comune
Cuba, 12 feb. 2016

ARGOMENTI: a) rapporti reciproci tra le Chiese cattolica e ortodossa; b) problemi essenziali dei nostri fedeli; c) prospettive di sviluppo della civiltà umana. 

  1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l'aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi. Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L'Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia.  Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana. 
   2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all'incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del "Nuovo Mondo" e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell'America Latina e degli altri Continenti.  Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell'America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell'esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione. 
   3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del "Vecchio Mondo", sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15).
  4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio.  Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati "seme di cristiani". 
  5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell'Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l'esplicitazìone della nostra fede in Dio, uno in tre Persone - Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell'unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu. Padre, sei in me e io in tè, siano anch'essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).     6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà!
  7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.  
  8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l'esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose. 
  9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l'ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell'elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch'essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica. 
  10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto ne risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti.  Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.
  11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è "il frutto della giustizia" (cfr Is 32, 17), affinchè si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell'anima degli innocenti uccisi.  Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l'aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinchè agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinchè la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
  12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all'apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell'unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell'apostolo: «Carissimi, ... nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4, 12-13). 
  13. In quest'epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell'armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33). 
  14. Nell'affermare l'alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell'Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell'ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un'importante attività caritativa e sociale, fornendo un'assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l'esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo.  
  15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l'attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro

discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall'ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica. 
  16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un'integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose.  Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l'Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell'Europa orientale e occidentale dì unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l'Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana. 
  17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell'umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d'ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito.
  18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un'autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29). 
  19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli. 
  20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l'amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica. 
  21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10).  Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale.  Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche dì procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell'esistenza dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l'immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell'uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore. 
  22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell'amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità dì Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.
  23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinchè coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell'Uomo-Dio Gesù Cristo. 
   24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i mèmbri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo.   Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell'amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l'uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un'altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell'apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore dì non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20). 
   25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dello “uniatismo" del passato, inteso come unione di una comunità all'altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l'unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e dì intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e dì trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili. 
  26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all'azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all'armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto. 
   27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell'Ucraina vivano nella pace e nell'armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza  
  28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell'annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell'esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell'umanità. 
  29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l'Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Le 12, 32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di   6 significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell'apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo dì Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10). 
  30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: "Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio". Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell'armonia in un solo popolo di Dìo, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!
     Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, Vescovo di Roma Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia

12 febbraio 2016, L'Avana (Cuba)

NINO LUCIANI, "Documento comune", quale bussola per il mondo in confusione. Ma anche occasione per il riesame critico di alcuni nodi, quale il rapporto tra scienza e fede, e gli ostacoli ai matrimoni misti.

 I) Premessa. Penso che la grande attenzione, oggi nel mondo, ai messaggi di papa Francesco (e oggi anche del patriarca Kirillo) venga dalla prospettazione del riordino dei problemi umani, nell'ottica del mondo ultraterreno, (e che qui focalizziamo nel dipinto, sopra riportato).
  In particolare, l'attenzione medesima è mossa (penso) dall'associazione di due elementi: 
a) da un lato, causa il vuoto di governance del mondo, il contatto diretto di molti popoli di diversa civiltà genera conflitti tra i grandi problemi, e ciò esaspera la vita umana come mai in passato. Il contatto è conseguenza della emigrazione di massa e della comunicazione interattiva digitale delle diversità, in tempo reale;
  b) da altro lato, le Chiese cristiane occupano la porta che apre alla vita ultraterrena, e fanno riferimento a "un mondo multiforme, eppure unito da un comune destino" (parole del Documento), vale dire, tutti dovranno dovranno passare per quella porta (credenti e non).
  I due "papi" ritengono (penso) di aver le chiavi di quella porta, visto che Gesù ha detto a Pietro, primo papa: «Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e qualsiasi cosa avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e qualsiasi cosa avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
c) Nei vangeli, Gesù fa anche una netta distinzione tra valori veri e valori fittizi, da cui discende che le persone, che sono prime nella scala sociale storicamente esistente, potranno ritrovarsi ultime nella scala sociale secondo il Creatore.
.
II. Sui problemi del dialogo tra le chiese cristiane. Ma, poi, approfondendo, si scopre che, dentro il quadro di base, non tutto quadra. Vediamo i tre punti del Documento.
  a) Circa la rottura della unità, è un fatto che la chiesa di Gesù, fin dai primi tempi, è stata travagliata da inquietudini interpretative dei Vangeli. E la cosa non è finita là, come provano i numerosi Concilii che cercavano interpretazioni comuni.
  Non solo: c'è stata, poi, la grande scissione tra la chiesa di Roma e la chiesa di Costantinopoli (1054), ma anche tra la chiesa cattolica di Roma e le chiese protestanti del nord Europa (Concilio di Trento,1545-1563).
  b) Circa le cause della perdita dell'unità tra le due chiese (cattolica e ortodossa) i due "papi" non evocano le note differenze teologiche, ma tagliano corto imputandole alla "debolezza umana e al peccato". Si trattò di motivi finanziari e politici?
  E' noto che il potere religioso dà forza al poteri pubblici e ne è ricambiato finanziariamente; così come il proselitismo religioso procura entrate.
- Anche nel caso della separazione delle chiese protestanti, ci furono "fatti di peccato" (direbbe Lutero), precisamente l'abuso della "vendita delle indulgenze".
  A sua volta, anche la eventuale riunificazione creerà problemi dello stesso tipo.
  c) Al tema stesso è evidente che la scissione ha avuto un prezzo in termini di caduta della ampiezza del potere di influenza delle chiese sull'opinione pubblica. E questo è divenuto un prezzo troppo alto, oggi, in cui subentrano problemi di grandezza planetaria.
  I due "papi" sono chiari: "Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune".
  d) Come risolvere ?
Penso che il problema sia solo una questione di metodo. Si dovrà:
- assumere che le divergenze interpretative teologiche sono esenti da peccato. (Questa non è una legittimazione del relativismo, ma del fatto che le differenze di opinione possono avere un fondamento).
- trovare soluzioni organizzative per incontri continui di dialogo sui temi specifici;
- trovare una soluzione comune ai problemi finanziari;
- la Chiesa di Roma dovrà fare un qualche passo indietro nell'uso del dogma della infallibilità del papa in materia di fede.
- Sul dialogo tra le chiese e il mondo scientifico. Il Documento censura la ricerca scientifica in materia di creazione artificiale della vita (par. 21), nel nome del "rispetto del diritto inalienabile alla vita", che è un principio generale fondamentale.
  a) Può essere che, nel caso specifico, il Documento abbia ragione ma, storicamente, per la interpretazione dei vangeli, il fattore decisivo è stato la cultura corrente, e questo sia in campo morale (vedi pena di morte, nello Stato Pontificio), sia in campo scientifico (vedi Tribunale della Inquisizione), sia pure "pro bono veritatis". Con il senno di poi, "presunte verità" sono risultate rovesciate. Ad es.:
  - non era vero che, come capito dai primi apostoli, la fine del mondo ci sarebbe stata alla fine della prima generazione vivente ai tempi di Gesù (i fisici, hanno confermato che la fine del mondo ci sarà, ma l'hanno posticipata);
- non era vero che la terra giri intorno al sole, ma è il contrario;
- non era vero che la chimica fosse stregoneria.
  b) Pur dopo la prova della inversione delle tesi, rimangono dualismi e reciproca diffidenza tra le chiese e il mondo scientifico. Anche, nei rapporti tra chiese e scienza, andrà inventato un metodo, di consultazione (se non di unione). Dal punto di vista scientifico, Dio risulta aver creato il mondo in una successione di approcci; e che tuttora Egli continui a migliorarlo (e forse a creare nuovi mondi). In questi approcci, il creatore appare affidare all'uomo un ruolo nel miglioramento della creazione, e dunque il progresso scientifico ha un ruolo anche nella interpretazione corretta del vangelo;
  Questo miglioramento va anche ai poveri, quelli per cui Bergoglio invoca la redistribuzione dei beni. Basti pensare all'importanza del frigorifero per tutti, per il sostentamento alimentare delle masse, pur se nulla mai basta.
  In tema di misericordia di Dio, il Documento ne fa un cardine. Questa si collega alla visione dell'uomo che, decaduto a causa del peccato originale, è stato riscattato, presso Dio, da Gesù con il sacrificio della croce.
  L'idea della caduta in disgrazia, causa il peccato originale (vale dire, l’idea di un processo all’indietro), è contrastata dal fatto che il processo appare in avanti, grazie al superamento di molti limiti (es.: la chirurgia vince determinate menomazioni "naturali"; ci sarà la modifica del genoma per specifiche ricostruzioni di tasselli rovinati del DNA; la comunicazione del pensiero avviene in tempo reale in dimensione planetaria).
  Pertanto, il mondo scientifico preme per una nuova interpretazione delle origini dell'uomo, in quanto creato in un continuo e ancora in fieri.
  Che la creazione dell'uomo sia avvenuta, a partire da una creatura precedente (prototipo) o da fango, è irrilevante, visto che "homo pulvis est et un pulvirem revertetur", e che anche quel prototipo-animale era polvere: vale dire le due ipotesi coincidono.Forse la tesi biblica voleva rimarcare che l’uomo non nacque subito in spirito, come gli angeli.
  L'idea che l'uomo sia stato il risultato di una evoluzione casuale, non di una precisa volontà, è invece senza fondamento scientifico. Vi soccorrono la assoluta novità di lui per quantità di intelligenza, complessità, razionalità del suo essere, e la sua chiamata alla vita eterna. 
  Assistiamo ad un dualismo tra il concetto di un Dio "buono" e catastrofi naturali e crudeltà dell'uomo contro l'uomo ? Dobbiamo riconoscere che il quadro conoscitivo, di cui disponiamo, è radicalmente insufficiente.
  Constatiamo che, nella nostra vita, non ci sono solo lacrime, ed è un fatto:
  - che esiste una felicità interiore "cristiana" (grazie alla preghiera e al collegamento unilaterale dell'uomo con il Creatore);
- e che esiste la "felicità di Seneca", umana. 
- Al tempo stesso il mondo scientifico è consapevole che la scienza attuale è probabilmente molto sotto lo 1% di quanto rimane da scoprire (rinvio alle parole di Einstein). Per questo, l'attuale interpretazione del vangelo e la filosofia razionale rimarranno a lungo un riferimento di prima approssimazione, insostituibile.
  Anche Tommaso d'Aquino volle una teologia su basi razionali ma, dopo aver molto cercato …, egli ci raccontò di un bambino che, sulla spiaggia, travasava l'acqua del mare in una buca con un cucchiaino. "Cosa fai ?", chiese Tommaso al bambino. E il bambino gli rispose: "Faccio quello che fai tu, che pensi di capire Dio con la mente umana". Tommaso disse che il bambino sparì, dopo quella ammonizione.
    E’ più vicino a Dio, il Papa o Einstein ?
  Penso che, soggettivamente, il papa sia più vicino; e che, oggettivamente, sia Einstein il più vicino.
  Einstein aveva scritto: «Chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno Spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, e di fronte al quale noi, con le nostre modeste facoltà, dobbiamo essere umili»; «La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore .... Con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo...".
  Un gesuita della Università Gregoriana mi aveva detto che, se Dio non dà luce, un uomo (da solo) non ha la capacità di trovare la fede.
  III.- Sui problemi essenziali dei fedeli cristiani. I due "papi" lamentano:
- che i loro fedeli siano vittime di persecuzione, e questo sia (oggi) in medio oriente, sia (in passato) in Europa Orientale (nei regimi comunisti);
- le restrizioni alla libertà religiosa.
  Queste richieste, oltre ad avere un fondamento per determinare la felicità della umanità, sono universalmente sostenute.
  Tuttavia, il fatto che ci siano conflitti tra diverse idee religiose, va approfondito per separare gli eventuali elementi parassiti, nascosti. Es.:
- il fatto che un proprio adepto passi al cristianesimo fa venir meno il versamento della decima (elemento parassita) al capo religioso;
- il cristianesimo libera la donna dallo stato di "servilismo" verso qualcuno (e questi reagisce);
- il cristianesimo distingue tra fedeltà al creatore e fedeltà al potere temporale. Questo non valeva solo per gli imperatori di Roma, ma tuttora per i regimi totalitari, fondati su religioni non cristiane. La storia, anche europea, è piena di questi casi. Vediamo meglio, dentro casi particolari.
  IV.- Sulle prospettive di sviluppo della civiltà umana. I due "papi" lamentano:
- la crisi della famiglia fondata sul matrimonio;
- le crisi umanitarie determinate da guerre e conflitti vari;
- le situazioni di "estremo bisogno e di povertà, mentre crescono le ricchezze materiali della umanità" (par. 17). Domando:
a) nel caso del matrimonio, vogliono un determinato matrimonio religioso ? Ad es. come è visto il matrimonio misto (vale dire,il matrimonio tra persone di diversa religione) ?
  Il divieto di matrimoni misti, nella storia, ha recato gravi danni alla pace sociale. Infatti :
- nei Paesi senza differenze religiose (es., tra normanni e sassoni) le razze si sono fuse;
- nei Paesi con differenze religiose (vedi Balcani) protratte nei secoli, le etnie sono rimaste separate, fino a determinare guerre etniche;
- dove sono subentrate differenze religiose (es. Irlanda, cattolici e protestanti) sono sorte guerre.
  Un papa ha un bel dire ("mai più guerre per motivi di religione")... I nodi vanno sciolti e la cultura universale è la via....

.

Keywords: papa, 15 peccati curia romana

curia papale.jpeg (14713 byte) papa bergoglio.jpeg (8242 byte)

Il PAPA  e  la "sua" CURIA ROMANA  soggetta a "probabili " 15 malattie spirituali

 

Le "probabili" 15 malattie della Curia, secondo il Papa,
mentre fa mente locale al catalogo dei Padri nel deserto

  .
1. Sentirsi "immortale", "immune" o addirittura "indispensabile"
2. Martalismo (che viene da Marta), o eccessiva operosità
3. Impietrimento mentale e spirituale.
4. Eccessiva pianificazione e funzionalismo.
5. Cattivo coordinamento.
6. Alzheimer spirituale.
7. Rivalità e vanagloria.
8. Schizofrenia esistenziale.
9. Chiacchiere, mormorazioni e pettegolezzi.
10. Divinizzare i capi.
11. Indifferenza verso gli altri.
12. Faccia funerea.
13. Accumulare.
14. Circoli chiusi
15. Profitto mondano, esibizionismi.

 Per il testo integrale, clicca su: http://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2014/12/22/0979/02116.html

I DICASTERI DELLA CURIA:

  .- Dottrina della fede;
- Chiese Orientali;
- Culto divino e Disciplina dei sacramenti;
- Cause dei santi;
- Evangelizzazione dei popoli
.
- Clero;
- Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica;
- Educazione cattolica;
- Vescovi.

 Per il testo integrale, clicca su: http://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2014/12/22/0979/02116.html

Discorso del Santo Padre alla Curia,
venuta per gli auguri natalizi

"La Curia Romana è chiamata a migliorarsi"
::::::::::::::::::::

     Cari fratelli Cardinali e Superiori della Curia Romana,
al termine dell’Avvento ci incontriamo per i tradizionali saluti.
     Tra qualche giorno avremo la gioia di celebrare il Natale del Signore; l’evento di Dio che si fa uomo per salvare gli uomini; la manifestazione dell’amore di Dio che non si limita a darci qualcosa o a inviarci qualche messaggio o taluni messaggeri ma dona a noi sé stesso; il mistero di Dio che prende su di sé la nostra condizione umana e i nostri peccati per rivelarci la sua Vita divina, la sua grazia immensa e il suo perdono gratuito. E’ l’appuntamento con Dio che nasce nella povertà della grotta di Betlemme per insegnarci la potenza dell’umiltà. Infatti, il Natale è anche la festa della luce che non viene accolta dalla gente "eletta" ma dalla gente povera e semplice che aspettava la salvezza del Signore.

    Innanzitutto, vorrei augurare a tutti voi - collaboratori, fratelli e sorelle, Rappresentanti pontifici sparsi per il mondo - e a tutti i vostri cari un santo Natale e un felice Anno Nuovo. Desidero ringraziarvi cordialmente, per il vostro impegno quotidiano al servizio della Santa Sede, della Chiesa Cattolica, delle Chiese particolari e del Successore di Pietro.

   Essendo noi persone e non numeri o soltanto denominazioni, ricordo in maniera particolare coloro che, durante questo anno, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età o per aver assunto altri ruoli oppure perché sono stati chiamati alla Casa del Padre. Anche a tutti loro e ai loro famigliari va il mio pensiero e gratitudine.

   Desidero insieme a voi elevare al Signore un vivo e sentito ringraziamento per l’anno che ci sta lasciando, per gli eventi vissuti e per tutto il bene che Egli ha voluto generosamente compiere attraverso il servizio della Santa Sede, chiedendogli umilmente perdono per le mancanze commesse "in pensieri, parole, opere e omissioni".

   E partendo proprio da questa richiesta di perdono, vorrei che questo nostro incontro e le riflessioni che condividerò con voi diventassero, per tutti noi, un sostegno e uno stimolo a un vero esame di coscienza per preparare il nostro cuore al Santo Natale.

   Pensando a questo nostro incontro mi è venuta in mente l’immagine della Chiesa come il Corpo mistico di Gesù Cristo. È un’espressione che, come ebbe a spiegare il Papa Pio XII, «scaturisce e quasi germoglia da ciò che viene frequentemente esposto nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri»1. Al riguardo san Paolo scrisse: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12)2.

   In questo senso il Concilio Vaticano II ci ricorda che «nella struttura del corpo mistico di Cristo vige una diversità di membri e di uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr. 1 Cor 12,1-11)»3. Perciò «Cristo e la Chiesa formano il "Cristo totale" - Christus totus -. La Chiesa è una con Cristo»4.

   È bello pensare alla Curia Romana come a un piccolo modello della Chiesa, cioè come a un "corpo" che cerca seriamente e quotidianamente di essere più vivo, più sano, più armonioso e più unito in sé stesso e con Cristo.

   In realtà, la Curia Romana è un corpo complesso, composto da tanti Dicasteri, Consigli, Uffici, Tribunali, Commissioni e da numerosi elementi che non hanno tutti il medesimo compito, ma sono coordinati per un funzionamento efficace, edificante, disciplinato ed esemplare, nonostante le diversità culturali, linguistiche e nazionali dei suoi membri5.

   Comunque, essendo la Curia un corpo dinamico, essa non può vivere senza nutrirsi e senza curarsi. Difatti, la Curia - come la Chiesa - non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo6. Un membro della Curia che non si alimenta quotidianamente con quel Cibo diventerà un burocrate (un formalista, un funzionalista, un mero impiegato): un tralcio che si secca e pian piano muore e viene gettato lontano. La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai Sacramenti, in modo particolare all’Eucaristia e alla riconciliazione, il contatto quotidiano con la parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di Lui non potremo fare nulla (cfr Gv 15, 8).

   Di conseguenza, il rapporto vivo con Dio alimenta e rafforza anche la comunione con gli altri, cioè tanto più siamo intimamente congiunti a Dio tanto più siamo uniti tra di noi perché lo Spirito di Dio unisce e lo spirito del maligno divide.

   La Curia è chiamata a migliorarsi, a migliorarsi sempre e a crescere in comunione, santità e sapienza per realizzare pienamente la sua missione7. Eppure essa, come ogni corpo, come ogni corpo umano, è esposta anche alle malattie, al malfunzionamento, all’infermità. E qui vorrei menzionare alcune di queste probabili malattie, malattie curiali. Sono malattie più abituali nella nostra vita di Curia. Sono malattie e tentazioni che indeboliscono il nostro servizio al Signore. Credo che ci aiuterà il "catalogo" delle malattie - sulla strada dei Padri del deserto, che facevano quei cataloghi - di cui parliamo oggi: ci aiuterà a prepararci al Sacramento della Riconciliazione, che sarà un bel passo di tutti noi per prepararci al Natale.
   Credo che ci aiuterà il "catalogo" delle malattie - sulla strada dei Padri del deserto, che facevano quei cataloghi - di cui parliamo oggi: ci aiuterà a prepararci al Sacramento della Riconciliazione, che sarà un bel passo di tutti noi per prepararci al Natale.  .......

NINO LUCIANI, Caro papa, vorrei solo dirti ... che determinate anomalie sono il frutto dei meccanismi istituzionali, al di là delle persone...

1.- Premessa. Le "probabili"  anomalie attribuite dal papa alla curia romana mi hanno ricordato caratteristiche proprie delle macro-amministrazioni, in generale, e che quindi non vanno identificate in "malattie delle persone", ma in fenomeni da disadattamento, curabili con riforme organizzative. Vediamo meglio.
  I  fenomeni da disadattamento sono comuni alle macro amministrazioni, per cui vedi le persone diventare "anormale", vale dire fare cose che non farebbero mai in condizioni normali, tanta è la sofferenza, in cui vengono a trovarsi a causa di determinati meccanismi, diventati perversi.

  Proprio in questi giorni abbiamo assistito, nel nostro Senato, ad attengiamenti irruenti, indotti dal trovarsi (i senatori) a votare su testi di legge incompleti o errati. Come mai ? Perversione del governo sui senatori ?
   Ma torniamo alla curia. Per quanto risulta dai siti infomatici vaticani, l'Amministrazione della chiesa romana è articolata in dicasteri, detti Congregazioni (e in strutture temporanee per specifici compiti).

    Esse sono:
  - Dottrina della fede;
  - Chiese Orientali;
  - Culto divino e Disciplina dei sacramenti;
  - Cause dei santi;
  - Evangelizzazione dei popoli;
  - Clero;
  - Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica;
  -  Educazione cattolica;
  - Vescovi.

  Nulla risulta circa il numero dei membri e la tipologia organizzativa.

2.- Sul potere burocratico. In generale:
   a) il burocrate dirigente è custode della memoria storica dell'ufficio da lui diretto; e conosce le leggi e i regolamenti. Questo fatto gli attribuisce una forza professionale nei confronti dei politici "suoi superiori". Questo vale anche per la Curia, nei confronti del papa.
   Nel caso della Pubblica Amministrazione non c'è un profitto a cui collegare la validità del burocrate, ma invece una "utilità pubblica, che non è oggettivamente quantificabile. Vi supplisce la predefinizione di un procedimento di approvazione degli atti, la cui fedele attuazione crea una valutazione positiva del comportamento del dirigente burocrate.
   Ma ahimè si è su un terreno fragile, la cui consistenza dipende molto dalla furbizia nel creare relazioni, e che in pratica rende i burocrati importanti, e insostituibili.
   Questa forza oggettiva dei burocrati  diviene anche forza politica, se i politici sono dei fasulli professionalmente, e se le decisioni sono importanti; e tanto più se i politici restano in carica, a rotazione, per brevi periodi, sicchè non hanno neppure il tempo (anche volendo) di conoscere la propria amministrazione.

  b) In generale il burocrate pubblico ( dirigenti e subordinati), è pagato poco; e non ha grandi prospettive di carriera.  Pertanto si può ritenere ipotesi realistica che egli cerchi un rimedio dalle soddisfazioni morali nel proprio  meritorio lavoro. Conta molto l'ossequio del pubblico.
   C'è, poi, il fenomeno del "secondo lavoro", ma considerando quello privato come primo lavoro, e quello pubblico come secondo lavoro (soprattutto nei Comuni).
    Può anche capitare che il dirigente burocrate cada preda di gratificatori pecuniari, se egli si trovi a procurare contratti onerosi per la Pubblica Amministrazione, per servizi forniti da imprese private.
   Il burocrate dirigente ha, di solito, un orizzonte temporale lungo, vale dire ha a cuore lo stabilizzare la propria posizione economica, e fare carriera.
   Diviene a ciò funzionale, che  i dirigenti burocrati cerchino di rafforzarsi costituendosi in associazione extra-ordinamento, su iniziativa di uno di loro, o di soggetti esterni; e quando sono tanti, che essi si sotto-sezionino in gruppi autonomi, che competono tra loro per conquistare i settori più importanti della amministrazione.
  

    3.- Come riportare la burocrazia a compatilità con gli interessi della Pubblica Amministrazione. Nella mia università (Bologna, dove sono stato Membro del Senato Integrato, e Consigliere di Amministrazione) mi sono sempre battuto per sottomettere l'Amministrazione al Rettore. Ma ho sempre perso. Anzi ho visto la burocrazia intrallazzare nelle elezioni del Rettore, per far uscire un rettore gradito.
   Nel caso di papa Albino Luciani, si è parlato non poco, a suo tempo, di intrallazzi della curia, per fare fuori un papa scomodo.
   Non credo a nulla di questo, anche perchè so quanto sia facile "costruire fatti" alimentati dalla fantasia, generata dalle carattestiche comuni agli ambienti burocratici.
   Anche in Italia, ovviamente, le dicerie a favore o contro la burocrazia hanno tutta una sequela. Ricordo alcuni rimedi trovati:
  a) a livello costituzionale, si richiede che il personale della P.A, sia scelto per concorso;
  b) Questo tipo di filtro evita le deviazioni peggiori, ma non è sufficiente per una pulizia totale. Accenno ad alcuni rimedi applicati:
  - Andreotti fece un ricambio generazionale della burocrazia, regalando 10 anni di anzianità a chi andava in pensione. Secondo me, ne derivò una dequalificazione grave della burocrazia statale;
   - E' stato introdotto lo "spoyling system" vale dire il potere del nuovo ministro di sostituire, con persone di fiducia, i collaboratori tecnici più diretti. Questo ha inquinato la P.A..
  - E' stato separato il potere politico dal potere amministrativo in senso stretto. Ciò implicava che il dirigente amministrativo firmasse gli atti circa la loro conformità alla legge, prima che il politico li firmasse circa la responsabilitò politica. Non ho mai capito cosa sia stato fatto davvero.

  - E' stato creato un sistema di premi in base al rendimento. E' stata una follia, perchè i dirigenti sono solidali nel darsi retribuzioni. La strada dovrebbe essere tutta diversa. C'è chi propone di precostuire parametri analitici di misurazione degli atti, con l'ausilio della informatica. E' una stupidità, perchè nulla vive se non è collegato a interessi individuali a favore o contro. Ho approfondito delle soluzioni in uno studio,

che ho pubblicato in file:///C:/Users/NINO/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/XNZXP1VH/scritti_scelti_luciani.pdf,
2002, p. 600. Un riassunto, ad uso degli studenti, si trova in: N. Luciani, Economia generale, ed, Franco Angeli, Milano 2005, cap.13.

4.-  Torniamo alla curia. Il degenerare "probabile" (aggettivo del papa) di certe tipicità delle curia va, invece (in termini di probabilità),  imputato al papa, uomo di preghiera, più che uomo di amministrazione. Egli ha cercato un rimedio, a modo suo, appellando alle coscienze, ma la cui buona fede va largamente presunta, perché riferite a persone (laici ed ecclesiastici) doppiamente filtrate circa la fedeltà ai principi cristiani. Penso che il punto dolente stia nei meccanismi inanimati, che girano per conto loro, e che imbottigliano le persone.
   Il papa dovrà, invece, cercare di approfondire la conoscenza di questi meccanismi.
  a) Sul piano del funzionamento corrente, egli dovrà fare visita, di tanto in tanto, agli uffici della Curia, per verificarne la situazione visibile, e cercare qualche dialogo col personale. Se non può..., deleghi qualcuno ..., ma non si lamenti, nè faccia dichiarazioni con attribuzioni di malattie "probabili"...
  b) Sul piano strutturale è "probabile" che ( come avviene in campo temporale) la Curia sia controllata da gruppi di potere, che si sono via via cristallizzati nel tempo, in quanto i papi cambiano raramente. Questi gruppi sono delle vere e proprie correnti, come quelle della DC che si ripartivano i ministeri in base al Manuale Cencelli, e che determinarono danni incalcolabili all'Italia e alla DC. Ne ho avuto sentore in questi anni, quando un ecclesiastico mi ha raccontato che le sedi arcivescovili di Bologna e Ferrara sono state date a preti di vicini a CL.
  Gli suggerirei, pertanto,, le seguenti riforme:
  1) La curia va suddivisa in un numero di dicasteri, tale che ognuno di loro stia all'interno di un determinato range numerico (es.: non inferiore a 30 e non superiore a 50 persone);
  2) Ogni dicastero abbia a capo un laico tecnico-amministrativo, scelto per concorso.
  3) Non creare un direttore generale laico, perchè coalizzebbe i capi dicastero, per costruire un potere, passibile di deviazioni, prima o poi.
  4) Sopra ogni capo dicastero metta un referente ecclesiastico di sua nomina.
  5) Sull'insieme dei referenti ecclesiastici metta un coordinatore generale, ecclesiastico. Il mandato degli ecclesiastici abbia la durata di 5 anni, non rinnovabile per più di due mandati.
   Ma i rinnovi avvengano senza creare eccessi di discontinuità, e pertanto si crei un meccanismo di parziale rinnovo a medio termine (es.: un terzo la prima volta, un terzo la seconda volta, un terzo la terza volta). NINO LUCIANI

.

EDIZIONI   PRECEDENTI - SERVE UN PARTITO SOLO DEI CATTOLICI ?

papa-bergoglio-furbetto.jpg (10078 byte)

vaticano spiritosanto.jpg (5972 byte)

Il PAPA , i "CATTOLICI IN POLITICA" e  il "dono dello SPIRITO SANTO"

"SERVE  UN PARTITO SOLO DEI CATTOLICI ? " -  "UN CATTOLICO DEVE FARE POLITICA ?"

- La Domanda di un giovane al papa: "Siamo impegnati nel volontariato, nell’associazionismo e nella politica. Come mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale?

- La Risposta del papa: a) "La Chiesa ... riceve il dono dello Spirito Santo... .Non è un partito politico";
     b) "Si sente: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico !”. "Quella non è la strada". Un partito solo dei cattolici non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato;
    b) "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve !" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!" ;
   c)  "Paolo VI ... ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune".

LUCIANI: " Per un laico cattolico, quanto e' vincolante il parere del papa, in materia temporale ?
e quale è la differenza tra il fare politica "senza un partito" e il fare politica "con un partito" ?
Queste domande aggiuntive sono su un piano diverso da quella se "serve
un partito SOLO DEI CATTOLICI ", che è un concetto contraddittorio.

RIPORTATO DA L’AVVENIRE, 1 MAGGIO 2015 (Stralcio)

Un incontro tra amici. Con un dialogo appassionato, con domande e risposte a 360 gradi. È quello che si è tenuto oggi (30.4.2015), in Aula Paolo VI, tra Papa Francesco e i membri della Comunità di vita cristiana (CVX) - Lega Missionaria Studenti d’Italia. Circa 5.000 persone. Di seguito le domande di alcuni partecipanti e le risposte a braccio del Papa. In fondo il testo del discorso scritto che Francesco però non ha letto.
::::::
Gianni: Santo Padre, io sono Gianni, vengono dalla CVX dell'Aquila. Siamo impegnati da oltre 30 anni nel volontariato, nell'associazionismo e nella politica. Allora, nel nostro impegno nella vita sociale vorremmo che ognuno - specialmente chi è più giovane tra noi - comprenda che oltre al bene privato, troppo spesso prevalente, esiste un interesse generale che appartiene alla comunità intera.
   Santo Padre, quale discernimento può venirci dalla spiritualità ignaziana per aiutarci a mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale? Grazie.

Papa Francesco: Credo che questa domanda che tu hai fatto la risponderebbe molto meglio di me padre Bartolomeo Sorge - non so se è qui: no, non l'ho visto … Lui è stato uno bravo, eh? Lui è un gesuita che ha aperto la strada in questo campo della politica. Ma, si sente: "Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!": quella non è la strada.

La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. "No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici": non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve!" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!".

Il Beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. "Ma, Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto … e alla fine tu non puoi andare avanti …": cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po' martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa.

Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Ma, nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche, che hanno aiutato alla pace nei Paesi. Ma pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra - alcuni: pensate a De Gasperi; pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione … Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominare più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune.

Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell'ideale, tutti i giorni, con quell'ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. "No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare" - "Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!". Ma fare, fare … E proprio lottare per una società più giusta e solidale.

Qual è la soluzione che oggi ci offre, questo mondo globalizzato, per la politica? Semplice: al centro, il denaro. Non l'uomo e la donna: no. Il denaro. Il dio denaro. Questo al centro. Poi, tutti al servizio del dio denaro. Ma per questo, quello che non serve al dio denaro si scarta. E quello che ci offre oggi il mondo globalizzato è la cultura dello scarto: quello che non serve, si scarta.

Si scartano i bambini perché non si fanno bambini o perché si uccidono i bambini prima di nascere; si scartano gli anziani, perché … ma, gli anziani non servono: ma adesso che manca il lavoro vanno a trovare i nonni perché la pensione ci aiuti, no? Ma servono congiunturalmente, no? Ma si scartano, si abbandonano gli anziani. E adesso, il lavoro si deve diminuire perché il dio denaro non può fare tutto, e si scartano i giovani: qui, in Italia, giovani dai 25 anni in giù - non voglio sbagliare, correggimi, eh? - il 40-41% è senza lavoro. Si scarta … Ma questo è il cammino della distruzione.

Io cattolico guardo dal balcone? Non si può guardare dal balcone! Immischiati lì! Dà il meglio: se il Signore ti chiama a quella vocazione, va lì, fai politica: ti farà soffrire, forse ti farà peccare, ma il Signore è con te. Chiedi perdono e vai avanti. Ma non lasciamo che questa cultura dello scarto ci scarti tutti! Anche scarta il Creato, ché il Creato ogni giorno viene distrutto di più. Non dimenticare quello del Beato Paolo VI: la politica è una delle forme più alte della carità. …

NINO LUCIANI, Caro papa, penso addirittura che un partito "solo dei cattolici" sia contraddittorio sul piano logico. Al tempo stesso, rivendico una autonomia dei laici cristiani in politica, ma secondo le regole della scienza politica ...

1.- Premessa. In premessa al mio commento, ricordo che nella visione cristiana della vita (e non solo cristiana), l'uomo è una "unità" di spirito e di corpo, creata da Dio, Padre comune di tutti gli uomini e di tutti gli altri esseri viventi. Il laico cristiano si ispira ai valori spirituali e materiali, meritevoli presso il Creatore.
   In questa visione divengono priorità la comunione con il Creatore e la carità verso il prossimo; ed e' normale che gli individui che sono "primi nella scala sociale" storicamente esistente, possano essere, invece ultimi nella "scala sociale cristiana".
   Rientra nelle priorità il contributo alla "creazione" e al suo miglioramento mediante la ricerca scientifica e l'applicazione dei relativi risultati alle condizioni di vita dell'uomo e alla organizzazione della società civile.
   In una determinata "associazione" con obiettivi ordinati rispetto al Creatore, possono ben coesistere cristiani di diverso orientamento politico-economico-sociale, perché la relativa problematica esula da quella associazione.
  Un partito e', invece, una associazione con obiettivi pubblici ordinati rispetto alla società civile, circa la sua organizzazione, le priorità dei bisogni materiali, determinati diritti (ad. es., diritto di proprietà privata, diritto del lavoro, diritto di impresa, determinate alleanze militari sul piano internazionale... ).
   In questo senso ha ben ragione il papa quando non vede bene un partito "solo di cattolici", perche' essi non potrebbero convivere per obiettivi politici non condivisi. Esso, al più, sarebbe una "associazione confessionale" (con i voti di chi ?), per prendere ordini dal papa, ma che neppure il papa vuole.

2.- Ma il papa dice anche che il laico cattolico "deve" fare politica". Il problema che si pone, subito di seguito, è se un laico cattolico "debba" fare politica senza un partito o dentro un partito (sia pure non di soli cattolici).
  a) Senza un partito ? La Costituzione italiana definisce i partiti come strumenti "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Il presupposto è che in democrazia le decisioni si prendono contandosi, e si prende la decisione che ha la maggioranza assoluta dei voti. E chi pretendesse che sia presa la decisione dei votanti in minoranza sarebbe un rivoluzionario, pur se avesse le idee migliori in assoluto. Ma il caso del papa non è questo (salvo in casi molto speciali).
    Ne deriva che un laico cattolico che pensasse di fare politica senza un partito sarebbe destinato ad essere una "vox clamans in deserto", senza risultati immediati.  Questa non è la strada per fare politica.
   d) Dentro un partito ? Un partito è necessario fare politica che prende decisione, ma va tenuto conto che l'agire frazionatamente in più partiti, pur avendo le stesse idee politiche, è come agire senza un partito.
   Nella storia del progresso scientifico-filosofico è notoria la distinzione (di Carlo Marx) tra il "socialismo utopistico" e "socialismo scientifico". Il primo è proprio dei movimenti che chiedono le riforme sociali in modo spontaneo e individuale, ma che non vanno oltre il ruolo di "vox clamans in deserto". Questo è il caso dei cattolici che operano senza un partito o frazionati tra più partiti pur avendo le stesse idee politiche.
    Il secondo è proprio dei movimenti che coalizzano i richiedenti in modo da sostenere validamente le riforme con una sola voce; e anche di quelli che sono frazionati tra più partiti.
   c) Quanto grande dovrà essere un partito di laici cattolici per poter fare proposte comuni con valore politico ? Non c'è una risposta univoca. Direi però che il criterio sia di realizzare la maggiore unità possibile su obiettivi politici comuni di cattolici e non cattolici, ben altro che un partito monopolizzante "solo dei cattolici".

3.- Dovremo riorganizzare la DC ? La DC fu un partito di cattolici e laici importante per la rinascita economica dell'Italia, dopo il fascismo, e che fu unito finchè ebbe un medesimo programma, di tipo centrista, aperto al sociale; e che si divise quando ebbe due programmi: uno liberale e uno socialista (tale è il senso del lacerante dualismo interno a favore o contro il cosiddetto "compromesso storico con il PCI).
   Quale DC in futuro ? Oggi si pensa ad una DC con un rinnovato codice etico, e che includa i punti in comune con i "non cristiani" (come l'inclusione dei valori liberali propri del sistema politico fondato sulla alternanza tra i grandi partiti (si vegga in USA, in Francia…), e ancorato ai grandi ideali universali delle Nazioni Unite (ONU), in continuità nella storia d'Italia, nel parlamento italiano.
    Nella settimana sociale dei cattolici di Bologna (2004), Tettamanzi (cardinale di Milano) appellò al ritorno dei cattolici in politica, ma non nella forma della DC, quale partito unico dei cattolici. E, successivamente, fu echeggiata via via la formula di Ruini (cardinale, segretario di Stato Vaticano) in favore di apporti personali, dentro molteplici partiti (di ogni tipo), in cui un cattolico si trovasse a militare.
   Oggi diviene inopportuno, da parte dei laici, persistere nel silenzio solo per motivi di rispetto al papa, e si faccia chiarezza.
    Questa esigenza è resa stringente da una sentenza della Corte di Cassazione (dic. 2010) che ha dichiarato che la DC non è stata mai sciolta, perchè l'organo che la dichiarò sciolta non aveva il potere di farlo, e consente ancora a un gruppo di volenterosi di cercare di ottenere dalla magistratura la riorganizzazione della DC.

 

.