Convegno a Bologna sul cattolicesimo politico: per la riforma dei partiti in Italia. Sul finanziamento pubblico e una magistratura speciale per i partiti..
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Convegno sul cattolicesimo politico: per riforma dei partiti in Italia

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1) L. Goriup, Partiti e Dottrina sociale chiesa cattolica;
2) G. Rossi, Lo scudo crociato nella comunicazione politica;
3) N. Luciani, Motivazioni dei partiti tra buon governo e affari.

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Pontificia Università Angelicum

 

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Nino Luciani
Università di Bologna

 

Enrico Bittoto
Sociologo e Saggista

 

Lino Goriup
Monsignore Arcidiocesi di Bologna

 

CONVEGNO SUL CATTOLICESIMO POLITICO

"Per la riforma dei partiti in Italia"

- Mons. LINO GORIUP, I partiti e la dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
- Girolamo ROSSI, Lo scudo crociato nella comunicazione politica del '900.
- Nino LUCIANI, Motivazioni dei partiti: tra buon governo e affari.
Per il Finanziamento pubblico dei partiti, per una magistratura speciale sui partiti a garanzia dell'equilibrio costituzionale tra i tre grandi poteri dello Stato e per la tempestività delle sentenze; per la pubblicità interna dei verbali delle riunioni degli organi collegiali.

Nota. Al convegno erano stati invitati 29 associazioni e partiti di area centrista, 19 Vescovi della Emilia Romagna, il Presidente Nazionale della Azione Cattolica, il Vescovo Assistente Generale dell'Azione Cattolica.
Vi hanno partecipato due partiti (Democrazia Cristiana e Italia Moderata) e una trentina di persone, tra cui Mons. Oreste Leonardi, Rettore della Basilica di San Petronio .
Pubblichiamo le tre pervenute con testo scritto e la lettera ai Vescovi
- Mons. Lino Goriup, Professore di Ontologia dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bologna e di Storia della Filosofia Antica e Medievale presso la Facoltà Teologica dell'E.R.
Pubblicazioni: Il rischio è bello, La sfida educativa tra ragione, fede e testimonianza della verità (pp. 320), ed. ESD - Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2010
- Girolamo Rossi, Docente di Teoria e tecnica della comunicazione politica, Pontificia Università San Tommaso d'Aquino - Angelicum, Roma.
Pubblicazioni: G. ROSSI, Lo scudo crociato (pp. 238), Armando Editore, 2014, redazione@armando.it .
- Nino Luciani, Professore Ordinario di Scienza delle Finanze, università.
- Per la Lettera ai Vescovi, clicca su Vescovi
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LINO GORIUP, I partiti e la dottrina sociale della Chiesa Cattolica

Dividerò la mia riflessione in tre parti: 1. - Una esposizione minima del pensiero della Chiesa Cattolica sul tema in questione, riferendomi ad un testo particolarmente autorevole del magistero della Chiesa sulla natura e funzione dei partiti nella vita politica (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, abbreviato CDS); 2. - Una meditazione su alcune generali trasformazioni culturali in corso (e un'ipotesi sulle loro radici); 3. - Una personale proposta positiva (culturale e politica) di "nuova secolarità".
La riflessione dovrebbe iniziare da una disamina dell'uso dei termini laico e laicità, alla luce del concreto sviluppo delle vicende storiche e politiche dell' Italia negli ultimi due secoli1; avremmo la netta percezione di una progressiva "deriva semantica" che rende i termini summenzionati ormai non più utilizzabili in senso univoco, impedendo di fatto dialoghi costruttivi e sensati. La necessaria brevità del mio intervento non ci permette di approfondire tale serie di considerazioni; voglio tuttavia precisare che da tempo preferisco parlare a riguardo, di secolarità, parendomi un termine decisamente meno compromesso e per certi versi più ricco e corretto. Richiamo ciò a modo di nota previa, solamente per attirare l'attenzione sulla difficoltà di affrontare il tema che mi è stato assegnato in termini ragionevolmente condivisibili in un contesto storico, ecclesiale e "politico" complesso come quello che stiamo vivendo.
2.- IL MAGISTERO DELLA CHIESA Rinvio per approfondimenti al capitolo quarto del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare dove vengono illustrati: - i principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, partecipazione, solidarietà); - i valori fondamentali della vita sociale (verità, libertà e giustizia);             

CONTINUA1

Girolamo Rossi, Lo scudo crociato nella comunicazione politica del '900

1.- L'antropologo Claude Lévi-Strauss
parla degli animaltotemici come simboli checatturano totemici 

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come simboli che catturano l'attenzione non non perché rappresentino un qualcosa di "buono da mangiare" ma perché rappresentano un qualcosa di "buono da pensare". Colpiscono l'immaginazione perché sono raffigurazioni di creature concrete alle quali è tuttavia possibile associare un concetto astratto.
   Questo processo di significazione del segno totemico ha una sua componente razionale, che riguarda il "discorso" che il gruppo sociale può sviluppare intorno al simbolo, e una componente istintiva o irrazionale, che riguarda la risonanza che il simbolo stesso può avere nella psicologia profonda di ciascuna persona.
   Se un simbolo ha successo in ragione di quanto è "buono da pensare", allora anche i contrassegni politici hanno maggiore o minore fortuna in ragione dei significati che in essi possiamo leggere, dei concetti che sanno evocare, delle risonanze emotive che possono avere in noi.
   Lo scudo crociato è senza dubbio - in questa prospettiva - un segno buono da pensare, perché presenta una fenomenologia straordinaria: ha retto come simbolo del partito dei cattolici italiani per quasi un secolo, ha segnato grandi affermazioni elettorali già dal suo esordio nel 1919 come contrassegno del neonato Partito Popolare di Luigi Sturzo, e si è confermato ancora vincente nelle consultazioni politiche del 1946 e poi in quelle del 1948 come simbolo della nuova Democrazia Cristiana. Ha funzionato come emblema della lotta contro le truppe nazifasciste (impresso sui fazzoletti delle brigate partigiane cattoliche), e ha funzionato altrettanto bene come contrassegno del partito di governo, per certi aspetti simbolo stesso delle istituzioni, negli anni della ricostruzione.                                
CONTINUA2
NINO LUCIANI, Sulle motivazioni dei partiti: partiti del buon governo e partiti d'affari. Finanziamento pubblico  e  magistratura speciale per i partiti, a garanzia dell'equilibrio costituzionale tra i tre grandi poteri dello Stato e per la tempestività delle sentenze. Obbligo di verbalizzazione delle riunioni degli Organi Collegiali e di pubblicità interna.

1.- Democrazia diretta e democrazia rappresentativa: ruolo dei partiti.

Secondo il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica1, par. 413 , "I partiti politici hanno il compito di favorire una partecipazione diffusa e l'accesso di tutti a pubbliche responsabilità. I partiti sono chiamati ad interpretare le aspirazioni della società civile orientandole al bene comune, offrendo ai cittadini la possibilità effettiva di concorrere alla formazione delle scelte politiche. I partiti devono essere democratici al loro interno, capaci di sintesi politica e di progettualità . Strumento di partecipazione politica è anche il referendum, in cui si realizza una forma diretta di accesso alle scelte politiche. L'istituto della rappresentanza non esclude, infatti, che i cittadini possano essere interpellati direttamente per le scelte di maggiore rilievo della vita sociale". Secondo la Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49, "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale In queste fonti normative, il ruolo dei partiti è di organizzare la partecipazione della società civile alle decisioni pubbliche, di norma, mediante forme di rappresentanza , costituite da persone del partito o proposte dal partito. Ma nella storia delle dottrine politiche, ci sono state: - le idee secondo cui il potere viene da Dio (creatore e intelligenza massima). In questa visione paternalistica: la persona che riceve la investitura da Dio (magari tramite un profeta, un vescovo, un papa) interpreta i bisogni della società civile e provvede a soddisfarli; - le idee secondo cui il potere viene dal popolo, in modo più o meno ristretto o ampio, a seconda delle varie culture dei popoli; in particolare, a seconda della espansione della scuola di massa e della informazione di massa.        CONTINUA3
Lino Goriup, I partiti e la dottrina sociale della Chiesa Cattolica.

1- PREMESSA.
Dividerò la mia riflessione in tre parti: 1. - Una esposizione minima del pensiero della Chiesa Cattolica sul tema in questione, riferendomi ad un testo particolarmente autorevole del magistero della Chiesa sulla natura e funzione dei partiti nella vita politica (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, abbreviato CDS); 2. - Una meditazione su alcune generali trasformazioni culturali in corso (e un'ipotesi sulle loro radici); 3. - Una personale proposta positiva (culturale e politica) di "nuova secolarità".
La riflessione dovrebbe iniziare da una disamina dell'uso dei termini laico e laicità, alla luce del concreto sviluppo delle vicende storiche e politiche dell' Italia negli ultimi due secoli1; avremmo la netta percezione di una progressiva "deriva semantica" che rende i termini summenzionati ormai non più utilizzabili in senso univoco, impedendo di fatto dialoghi costruttivi e sensati. La necessaria brevità del mio intervento non ci permette di approfondire tale serie di considerazioni; voglio tuttavia precisare che da tempo preferisco parlare a riguardo, di secolarità, parendomi un termine decisamente meno compromesso e per certi versi più ricco e corretto. Richiamo ciò a modo di nota previa, solamente per attirare l'attenzione sulla difficoltà di affrontare il tema che mi è stato assegnato in termini ragionevolmente condivisibili in un contesto storico, ecclesiale e "politico" complesso come quello che stiamo vivendo.

2.- IL MAGISTERO DELLA CHIESA
Rinvio per approfondimenti al capitolo quarto del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, in particolare dove vengono illustrati: - i principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, partecipazione, solidarietà); - i valori fondamentali della vita sociale (verità, libertà e giustizia); - e la complessità del loro vitale rapporto in ordine all'ideale rappresentato da ciò che viene indicato come la via della Carità. Leggiamo insieme solo il numero 413 del CDS (capitolo ottavo dedicato alla comunità politica) che tratta della natura e della funzione dei partiti in seno alla comunità politica [tralasciamo quanto il compendio dice del rapporto tra partiti e sindacati (n. 307), e della scelta di militanza da parte del cristiano in un partito (nn. 573-574), tema che affronteremo indirettamente nella riflessione finale].
413- I partiti politici hanno il compito di favorire una partecipazione diffusa e l'accesso di tutti a pubbliche responsabilità. I partiti sono chiamati ad interpretare le aspirazioni della società civile orientandole al bene comune, offrendo ai cittadini la possibilità effettiva di concorrere alla formazione delle scelte politiche. I partiti devono essere democratici al loro interno, capaci di sintesi politica e di progettualità . Strumento di partecipazione politica è anche il referendum, in cui si realizza una forma diretta di accesso alle scelte politiche. L'istituto della rappresentanza non esclude, infatti, che i cittadini possano essere interpellati direttamente per le scelte di maggiore rilievo della vita sociale.

Più che di una spiegazione del testo - peraltro in sé estremamente chiaro -, abbiamo bisogno di una serie di domande da porci sulla sensata attualità di alcuni termini usati. Come "favorire una partecipazione diffusa" dei cittadini alla vita politica quando nella società civile prevale una decisa propensione al one man show del leader, quando aziende private (di consulenza in materia di strategie di rete o di network televisivi) influenzano e talvolta determinano il pensiero collettivo trasformandolo in mera opinione (il più delle volte distorta da fake news), quando il consenso elettorale è ormai determinato dal condizionamento delle passioni e non dall'uso condiviso delle facoltà superiori dell'uomo (ragione e libertà)? La figura del follower prevale ormai su quella del cittadino, e da protagonisti della vita politica e sociale del paese ci si è lasciati trasformare - con un raffinato esperimento di ingegneria sociale2 - in spettatori passivi di un grande reality show. L'interrogativo sulla "partecipazione diffusa" si estende a quello sulla "pubblica responsabilità" a cui tutti dovrebbero avere accesso. Il richiamo ideale alla democraticità interna ed esterna ai partiti, alla sintesi politica e progettualità, dovrebbe confrontarsi non solo con le nuove forme di interazione tra democrazia diretta e rappresentanza politica, ma anche e soprattutto con l'implicita e concreta messa in questione della democrazia come forma di governo. Il riconoscimento del compito specifico dei partiti di "interpretare le aspirazioni della società civile orientandole al bene comune" pone seriamente l'interrogativo sulle modalità di azione politica in un tempo in cui non si interpretano le aspirazioni della società civile ma le si inducono, un tempo in cui si dubita seriamente dell'esistenza di un bene comune. Lo stesso uso del verbo orientare sembrerebbe peraltro tradire ancora una visione paternalistica del rapporto tra partiti e società civile. Molti problemi a cui si è qui fatto riferimento sono già intravisti dal CDS nel contesto del testo che abbiamo letto (nn. 406ss.): l'essenziale non automatismo del rapporto tra democrazia formalmente intesa e valori, la mancanza di spirito di servizio, la diffusa crescente corruzione, l'eccessiva burocratizzazione; al tema del rapporto tra informazione e democrazia il compendio dedica ben tre numeri (414-416). L'autorevole presentazione e i seguenti richiami da parte del CDS parrebbero ancora vincolati ad una lettura otto-novecentesca dello scenario socio-politico-antropologico suscitato dalla tardo-modernità.

3.- CONTESTI E TRASFORMAZIONI CULTURALI IN CORSO
La mancanza di analisi e di riflessione critica sul tempo nel quale si vive e si opera con gli altri, produce la riduzione della politica a problems solving. È necessario interpretare le mutazioni onto-antropologiche in atto dalla nascita della modernità ad oggi, per comprendere quale "declinazione" della politica (e non solo) si presenta a noi oggi. Solo intendendo da dove viene e verso dove sta andando la politica, comprenderemo se e come i partiti politici avranno un futuro (non solo in Italia). Per la mia analisi in questo intervento mi limiterò a indicare in nota i riferimenti bibliografici della mia riflessione, e per punti sintetici esporrò quanto ritengo importante richiamare all'attenzione di chi intenda pensare la politica del tempo che sta venendo:
1. - Perdita di significato della conoscenza sensibile e dell'evidenza (presunta onnipotenza della ragione e sua auto-eliminazione a vantaggio di passioni non più regolate dal giudizio);
2. - Sostituzione dei sensi con gli strumenti della tecnica (allargamento del mondo ma possibile sostituzione della realtà vitale con la costruzione di mondi prodotti dall'attività tecno-scientifica);
3. - Dalla sostituzione dei sensi con gli strumenti della tecno-scienza, alla creazione tecnica di una nuova umanità (transumanismo);
4. - Perdita di significato della "terra" (crisi della spazio-temporalità); desomatizzazione e detemporalizzazione del corpo umano attraverso l'uso compulsivo della digitalizzazione informatica in ambito comunicativo e della atopicizzazione del lavoro, con la conseguente nascita di un nuovo "spiritualismo" di natura neognostica;
5.- La perdita della realtà produce lo smarrimento del giudizio e della possibilità di comunicare (dissoluzione della possibilità di avere un mondo in comune e crisi mortale della fede naturale nella sua esistenza), con la conseguente trasformazione della comunicazione (informazione) in pragmatismo performativo;
6.- Ritardo nell'integrazione del pensiero con il nuovo paradigma scientifico emerso nel ventesimo secolo (teoria della relatività e meccanica quantistica): teoremi di incompletezza di Gödel, teoria dell'informazione da Shannon in poi, conseguenze filosofiche del principio di indeterminazione di Heisenberg, non località della fisica quantistica, ruolo determinante dell'osservatore nella misurazione /conoscenza del reale;
7.- Prdita della possibilità di qualunque fede e appartenenza3.

È interessante notare una certa analogia tra le mutazioni in corso a causa della globalizzazione (culturale, comunicativa, economica) e le trasformazioni avvenute nell'oikumene tra quarto-terzo secolo avanti Cristo e quarto secolo dopo Cristo (crisi delle forme di corresponsabilità del governo, progressivo affermarsi dell'universalismo cosmopolitico e parallela nascita di un pensiero e di un ethos soggettivistici e impolitici).

Come in tutti i ricorsi storici, è possibile notare le analogie e le profonde differenze.
- Tra queste ultime, la prima riguarda la coscienza del processo in corso: lo scetticismo pirroniano, lo stoicismo, l'epicureismo, come i più diffusi e popolari culti misterici di Mitra, Orfeo e Cibele, pur riconsegnando la ricerca del senso dell'esistenza al singolo rinchiudendolo in un significativo privatismo, non erodevano alla radice la fiducia nella realtà e nell'esistenza stessa di un senso dell'esistenza, così come è accaduto in Occidente negli ultimi cinquecento anni a motivo del "più inquietante fra tutti gli ospiti", il nichilismo (Nietzsche).
- La seconda differenza sta nella attuale straordinaria potenza tecnica dei mezzi a disposizione dell'umanità e quindi del potere (sia esso politico, culturale o economico) - conseguenza più o meno diretta dello stesso nichilismo - che rende i processi trasformativi particolarmente accelerati, diffusi e pervasivi.
- La terza differenza sta nell'apparizione, nel corso del ventesimo secolo, del fenomeno assolutamente nuovo del totalitarismo, del tutto imparagonabile al dispotismo assoluto e autocratico di qualunque imperatore dell'antichità (Arendt).

Ci è consegnato, nella tardo-modernità, il tempo nel quale possiamo conoscere l'impossibilità teorica e pratica della democrazia.
  Il presentarsi del totalitarismo non un'ineluttabile necessità ma una ormai tragica possibilità dalla quale, d'ora in avanti, possiamo difenderci o alla quale possiamo abbandonarci per rassegnazione o scarsa consapevolezza.
Ho parlato di una possibile nichilistica e totalitaria impossibilità teorica e pratica della democrazia, a motivo dell'inutilità della stessa partecipazione alla vita comune dal momento che non esiste più vita comune ma semplice accostamento di individui sui quali praticare il più totale controllo e i più vari esperimenti di ingegneria sociale4.
L'aspetto più inquietante della nostra condizione è che chi pratica tali esperimenti è parte degli stessi perché ne produce la "verità": è l'inveramento pratico del più perfetto hegelismo5.
Non esiste più bene comune perché non si dà più né bene né male, non esiste politica perché non c'è più polis, non esiste impegno pubblico perché non si conosce più distinzione tra pubblico e privato, e si agisce solo su masse di individui caratterizzati da uno specifico tipo di metafisico isolamento.    Ripeto: non siamo ancora definitivamente precipitati in tutto ciò (anche se i segnali dell'inizio di un nuovo abisso totalitario sono innumerevoli e seriamente preoccupanti) e non siamo destinati o determinati a finirci; è una tragica, incombente possibilità che possiamo scongiurare, anche se a questo punto credo possa costare molto, al mondo intero.

4.- UNA "NUOVA SECOLARITÀ"
Non posso esimermi dal proporre, in qualche forma, una sorta di pars construens del mio intervento. Per non apparire ciò che non sono, ovvero uno dei fin troppi ipercritici snob che discettano sulla crisi della modernità senza trarre dall'analisi spunti per la ripartenza di una convivenza degna dell'uomo, di un pensiero che riconsegni a ciascuno di noi speranza.
Con la crisi dell'antico internazionalismo à la gauche, il "vincente" pensiero liberista, dopo il 1989, ha imposto (culturalmente, prima che finanziariamente) le "magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione, senza considerare l'effetto onda che un'eventuale distorta connessione tra singolo e comunità, tra identità nazionali e necessaria cooperazione fra popoli, tra lavoro e finanza, tra risparmio e investimenti, tra fenomeni microeconomici e macroeconomia, avrebbe inevitabilmente prodotto. Bisogna considerare che tutto ciò è avvenuto in un contesto storico e culturale come quello da me poco sopra tratteggiato; l'effetto conclusivo, cioè la nostra attuale situazione complessiva, è sotto gli occhi di tutti.
Prima di descrivere, anche solo sommariamente, le prospettive positive che immagino, vorrei aggiungere un'ulteriore premessa.
In ambito ecclesiale, per il misterioso e provvidenziale intervento dello Spirito attraverso la celebrazione del Concilio Vaticano II e la successiva risonanza teologica e vitale della comunità dei credenti a tale evento, si sono sviluppati e stanno crescendo - nella varietà di risposte, talvolta caotica come è proprio della concreta esistenza nel tempo del Popolo di Dio - germi di novità non ancora formalizzati ed espressi ordinatamente e coscientemente dal Magistero; se, come abbiamo notato, le indicazioni pubbliche e ufficiali dell'Insegnamento autorevole della Chiesa sono parzialmente in ritardo sui tempi che viviamo, la vita della Sposa santa dell'Agnello è già pronta ad entrare nel nuovo "eone" preparato dalla misteriosa sinergia tra libertà umana e azione dello Spirit6o6.

Non penso a future teocrazie, ma a un servizio profetico e secolare di testimonianza della Chiesa in ordine alla manifestazione di un nuovo umanesimo capace di suscitare forme rinnovate di convivenza umana nella pace. Per brevità, sintetizzo la mia proposta in due parole: nuovo radicamento. La necessità di ricollocarsi nella realtà impone un'azione che privilegi l'esperienza sensoriale primaria piuttosto che la virtualità digitale, probabilmente attraversando anche periodi e situazioni di disconnessione parziale o completa dal web7: agire "politicamente" per riappropriarsi dello spazio, del tempo e del corpo, rivalorizzando la località della nostra presenza nell'esistenza sperimentata come entangled8 con l'unitotalità creata (quindi incompleta9).
La presenza "politica" dei soggetti personali e comunitari deve passare dall'attuale onnipresente visibilità virtuale alla reale presenza, anche apparentemente invisibile perché non più rappresentata nei luoghi della virtualità digitale. Si può semplificare in questi termini: imparare ad essere realmente presenti, non apparendo tali al contesto in cui solo l'inesistente è reale10. Si tratta di assumere l'incompletezza del creato come compito, come possibilità della concreazione di un mondo umano nel progetto originario dove Bene e libertà sono già perfettamente integrati nel Mistero. Personalmente ritengo che solo in questi termini sia possibile ricostruire lo spazio politico eliminato dall'avvento della massa e riappropriarsi della distinzione tra pubblico (politico) e privato (vitale).

Ritornando al senso profondo del mio intervento, penso di poter proporre alcuni elementi di riflessione a chi desideri partecipare, concretamente e in maniera organizzata, alla vita politica dell' Italia oggi.
La parola partito richiama etimologicamente il termine parte. Come può una parte sentirsi vocata al bene del tutto? Solo prendendo coscienza che nella parte si trova il tutto nella forma dell'assenza-presente, e che si può vivere l'assenza in senso simbolico quindi qualitativo e non quantitativo.
La parte è, in quanto parte, già tutto, se prende consapevolezza del fatto che in essa vive - direi quasi "quantisticamente" - ciò che accade anagogicamente nel tutto. I frattali dovrebbero insegnare qualcosa11.
Un "partito" potrebbe vivere la località del suo autonomo radicamento territoriale, nella prospettiva della apparentemente invisibile non-località: nessun centralismo, nessun partito-massa, ma una confederazione di aggregazioni autonome di cittadini che liberamente si impegnano dove vivono, per rendere sensata la loro vita comune.
La separazione degli interessi privati da quelli pubblici, identificando la differenza di natura tra essi, permette la presa di coscienza del fatto che il vero interesse di parte (se parte di un tutto), è l'interesse del tutto; ogni organismo vivente è organizzato così.
La riflessione inclina inevitabilmente alla considerazione del federalismo come ormai inevitabile destino di ogni futuro progetto di fondazione o riforma dei soggetti politici, partitici o statuali o internazionali che siano; sempre considerando - e non sempre lo si è fatto con onestà intellettuale e coerenza - la sostanziale e dirimente differenza esistente tra federazione e confederazione, dove - nel contesto storico e culturale sopra descritto - la seconda è da preferire, se si privilegia un sistema con relativa maggiore libertà amministrativa locale. Per il cristiano credente, la partecipazione vitale al Mistero cosmico di salvezza nella propria concreta comunità diviene evento personale ed ecclesiale di redenzione e, al contempo, "palestra" di addestramento per nuove forme di presenza secolare dei laici nella società civile. La coltivazione accurata dell'amicizia civile come valore resta permanentemente il percorso educativo attraverso cui la presenza/assenza del credente nella società può esercitare con forza il proprio compito testimoniale12.
________________

1. Cfr. G.Biffi, Risorgimento, Stato laico e identità nazionale, Piemme, Casale Monferrato 1999.

2. Era possibile cogliere i prodromi della trasformazione in corso fin dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, cf.P.P.Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975 (nuova edizione 1990, con prefazione di A. Berardinelli); id., Lettere luterane, Einaudi, Torino, 1976 (con un'introduzione di Alfonso Berardinelli, 2003).  

3. Cf. H.Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1997; id., Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino 1999; id., La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987; id., L'umanità in tempi bui, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006. Particolarmente interessanti, anche se non tutte pienamente condivisibili, le riflessioni del volume collettaneo curato da Massimo Recalcati, cf. Aa.vv., Forme contemporanee del totalitarismo, a cura di Massimo Recalcati, Bollati Boringhieri, Torino 2007. Sul transumanismo, è di particolare interesse la lettura del catalogo della mostra HUMAN+. IL FUTURO DELLA NOSTRA SPECIE, curata da Cathrine Kramer, promossa dall'Assessorato alla Crescita culturale del Comune di Roma, ideata dalla Science Gallery at Trinity College Dublin e presentata al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 27 febbraio al 1 luglio 2018 (cf. HUMAN+. IL FUTURO DELLA NOSTRA SPECIE, Azienda Speciale Palaexpo, Roma 2018).

4. Cf. W.Sofsky, L'ordine del terrore, Laterza Editrice, Roma-Bari 2004; id., In difesa del privato, Einaudi, Torino 2010. Credo che la visione del film tedesco L'onda (2008) del regista Dennis Gansel, sia una ottima presentazione delle modalità con cui, senza banali riferimenti al passato, sia possibile “creare” sempre nuove forme di totalitarismo. Non vedo il pericolo della rinascita del fascismo – se poi il fascismo sia stato totalitario o dispotico, è questione da discutere – in pur squallide ed esecrabili manifestazioni di nostalgici disadattati (giovani o anziani che siano), ma nel diffuso, quieto, elegante e banale precipitare nell'anaffettiva inconsapevolezza e indifferenza di fronte al male; consiglio a riguardo sia la visione del documentario Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno (ISRAELE-FRANCIA-GERMANIA-AUSTRIA-BELGIO 1999) del regista Eyal Sivan, che la lettura di H.Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 1999.

5. Cf. G.W.F.Hegel, Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, a cura di Maurizio Pagano, SEI, Torino 1980. Nessuno, in ambito letterario, ha colto la dimensione nichilista, totalitaria e autodistruttiva dello sperimentalismo esistenziale meglio di Fëdor Michajlovic Dostoevskij nella creazione del suo Nikolaj (Nikolas) Vsevolodovic Stavrogin, cf. F.M.Dostoevskij, I demoni, traduzione di Giovanni Buttafava, Introduzione di Pietro Citati, Milano, BUR, 1981-2001.

6. Penso a futuri inserimenti, all'interno della Dottrina Sociale della Chiesa, dei contenuti e delle prospettive indicate da papa Benedetto XVI e papa Francesco (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 25 dicembre 2005; Francesco, Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013). Personalmente ritengo che l'insegnamento conciliare del Vaticano II sulla soprannaturale natura organica della connessione tra Chiesa locale e Chiesa universale possa essere uno stimolo straordinario per la riflessione sulla configurazione di nuove modalità di convivenza umana (cf. Sacrosantum Concilium 41; Lumen Gentium nn. 23 e 26).

7. L'utilizzo di media freddi piuttosto che di quelli caldi, potrebbe essere in tali contesti assolutamente preferibile per un riavvicinamento dei soggetti al sé reale e alle cose, cf. M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967, pp. 31-33.

8. Per un primo approccio alla summenzionata problematica dell'integrazione del nuovo paradigma scientifico con la psicologia e l'antropologia filosofica, cf. B.Rosenblum – F.Kuttner, Quantum Enigma. Physics Encounters Consciousness, Oxford University Press, New York 2011 [trad. it. L'enigma quantico. Quando la fisica incontra la coscienza, Macro, Cesena (FC) 2017]. Sull'entanglement, cf. Aczel Amir D., Entanglement. Il più grande mistero della fisica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004; Quantum entanglement and information, Stanford Encyclopedia of Philosophy,   https : //pla to.s tanf ord.edu/entr ies /q t -e nt angle/  .

9. Sul recupero, in sede filosofica e teologica, della nozione di unitotalità anagogica, già intuita dai filosofi presocratici, cf. V.Solov'ëv, I fondamenti spirituali della vita, Marietti, Torino 1949; G.Biffi, Canto nuziale. Esercitazione di teologia anagogica, Jaca Book, Milano 2000; L. Goriup, Il tempo di un concerto, in Aa.vv., Homo vivens. Possibilità di convivenza, a cura di Lino Goriup, CLUEB, Bologna 2017, pp.135-152.

10. Sorprendente è la riflessione di Giorgio Agamben sulla scomparsa di E. Majorana nella prospettiva di una sparizione volontaria del grande fisico italiano intesa come forma comunicativa della presenza nell'assenza assunta qualitativamente e non solo quantitativamente (fisicamente), cf. G. Agamben, Che cos'è reale? La scomparsa di Majorana, Neri Pozza Editore, Vicenza 2016. Tale riflessione sviluppa coerentemente il pensiero complessivo di Agamben sull'homo sacer e sull'avvento della testimonialità, cf. G.Agamben, Homo sacer. Edizione integrale, Quaderni Quodlibet, Macerata 2018. Non sempre pienamente condivisibili, gli sviluppi del pensiero di Agamben sono stimolanti anche per una riflessione politica, teologica ed ecclesiale; la condizione del dimesso e/o del dimissionario come testimone della reale condizione umana e cristiana (insegnamento di carattere testimoniale delle dimissioni di papa Benedetto XVI?) apre possibilità inedite di interpretazione di vari passi della Scrittura ed eventi salvifici (cf. L. Goriup, Il rischio è bello. La sfida educativa tra fede, ragione e testimonianza, ESD, Bologna 2010).

11. Di notevole interesse la riflessione di papa Francesco a riguardo, cf. Evangelii Gaudium, nn.234-237.

12. Cf. CDS, 390: “Il significato profondo della convivenza civile e politica non emerge immediatamente dall'elenco dei diritti e dei doveri della persona. Tale convivenza acquista tutto il suo significato se basata sull'amicizia civile e sulla fraternità. Il campo del diritto, infatti, è quello dell'interesse tutelato e del rispetto esteriore, della protezione dei beni materiali e della loro ripartizione secondo regole stabilite; il campo dell'amicizia, invece, è quello del disinteresse, del distacco dai beni materiali, della loro donazione, della disponibilità interiore alle esigenze dell'altro. L'amicizia civile, così intesa, è l'attuazione più autentica del principio di fraternità, che è inseparabile da quello di libertà e di uguaglianza. Si tratta di un principio rimasto in gran parte non attuato nelle società politiche moderne e contemporanee, soprattutto a causa dell'influsso esercitato dalle ideologie individualistiche e collettivistiche.”

Girolamo Rossi, Lo scudo crociato nella comunicazione politica del '900

1.- L'antropologo Claude Lévi-Strauss parla degli animali totemici come simboli che catturano l'attenzione non perché rappresentino un qualcosa di "buono da mangiare" ma perché rappresentano un qualcosa di "buono da pensare". Colpiscono l'immaginazione perché sono raffigurazioni di creature concrete alle quali è tuttavia possibile associare un concetto astratto.
   Questo processo di significazione del segno totemico ha una sua componente razionale, che riguarda il "discorso" che il gruppo sociale può sviluppare intorno al simbolo, e una componente istintiva o irrazionale, che riguarda la risonanza che il simbolo stesso può avere nella psicologia profonda di ciascuna persona.
   Se un simbolo ha successo in ragione di quanto è "buono da pensare", allora anche i contrassegni politici hanno maggiore o minore fortuna in ragione dei significati che in essi possiamo leggere, dei concetti che sanno evocare, delle risonanze emotive che possono avere in noi.
   Lo scudo crociato è senza dubbio - in questa prospettiva - un segno buono da pensare, perché presenta una fenomenologia straordinaria: ha retto come simbolo del partito dei cattolici italiani per quasi un secolo, ha segnato grandi affermazioni elettorali già dal suo esordio nel 1919 come contrassegno del neonato Partito Popolare di Luigi Sturzo, e si è confermato ancora vincente nelle consultazioni politiche del 1946 e poi in quelle del 1948 come simbolo della nuova Democrazia Cristiana. Ha funzionato come emblema della lotta contro le truppe nazifasciste (impresso sui fazzoletti delle brigate partigiane cattoliche), e ha funzionato altrettanto bene come contrassegno del partito di governo, per certi aspetti simbolo stesso delle istituzioni, negli anni della ricostruzione.
   Ma soprattutto è stato riconosciuto come la sintesi efficace, l'essenza stessa, del partito d'ispirazione cattolica da una base elettorale molto vasta, presente in ogni regione del Paese e composta da persone di diversa cultura e classe sociale. Simbolo dunque "buono", ma anche "facile da pensare" per la sua immediatezza e la sua forza espressiva. Nello scudo crociato confluiscono le antiche simbologie della croce e dello scudo che, molto prima del cristianesimo, hanno rappresentato dei punti di riferimento fondamentali proprio sul piano antropologico-culturale.
   Antica quanto la civiltà stessa (un sigillo con la croce in pietra ritrovato a Susa risale al terzo millennio avanti Cristo, altri simboli di croce, vedi ad esempio quelli rinvenuti a Creta, risalgono al XV secolo avanti Cristo) la croce simboleggia in molte culture la terra e il cielo, in quanto sistema di orientamento spaziale, e simboleggia la coesistenza nell'uomo della natura terrena data dall'elemento orizzontale e di quella spirituale data dall'elemento verticale.
   Per parte sua anche lo scudo costituisce un elemento di alto valore simbolico: arma di difesa per eccellenza, lo scudo è infatti uno schermo di protezione ma anche la superficie sulla quale è possibile rappresentare le figure che magicamente amplificano la forza del guerriero, e i concetti che ne ispirano l'azione (lo scudo di Achille presentava una raffigurazione dei campi coltivati, degli animali e del cielo, insomma dell'intero universo cui l'eroe sente di appartenere e che promette di difendere). Con l'avvento del cristianesimo la croce, nelle sue diverse forme, si arricchisce di un significato straordinario, tale da riassorbire l'intera simbologia precedente e da consentire un'interpretazione in chiave cristiana di tutti quei segni che in qualche modo possono essere accostati alla croce di Cristo (Giustino enumera le cosiddette "cruces dissimulatae" come l'aratro, l'albero della nave o l'ancora; ed Agostino parla di croci "ante litteram", che in qualche modo portano in sé la profezia dell'avvento del Cristo e quindi della croce per eccellenza).
   Anche lo scudo viene interpretato in chiave cristiana come allegoria della fede, ad esempio in San Paolo, che lo inserisce come parte dell'armatura del cristiano contro i dardi infuocati del peccato. Prima di essere simbolo politico, dunque, lo scudo crociato è un segno di guerra, il più perfetto fra i segni di guerra perché unisce all'efficacia militare la più alta valenza morale, quella della lotta in nome di Dio e della fede.

  Con la battaglia nel 312 di Costantino contro Massenzio - e la rivelazione "in hoc signo vinces" che aveva contrassegnato la campagna militare del futuro imperatore cristiano - la croce diviene per la Chiesa un simbolo anche di guerra, atto a celebrare la supremazia del Dio cristiano su qualsiasi altra divinità.
   Nell'Europa centrale, del resto, la difesa della cristianità diverrà necessariamente difesa militare, contro le minacce provenienti dalle regioni settentrionali e orientali del continente ad opera delle popolazioni barbare, e dalle regioni del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale ad opera dei musulmani. In occasione del Concilio di Clermont del 1095, Papa Urbano II promuove la prima crociata e raccomanda alle truppe in partenza per la Terra Santa di disegnare la croce sulle vesti e sulle armi così da sancire la natura santa dell'impresa (disegnata sugli scudi, la croce rappresenterà la figura stilizzata del guerriero stesso, disposto ad accettare nella sua "imitatio christi" il proprio destino di martirio e insieme di trionfo sul male); mentre la tradizione del colore rosso in campo bianco nascerà appena tre anni dopo con le vicende militari legate all'assedio di Antiochia (1098).
   Due storiografi, il primo dei quali è l'anonimo autore delle "Gesta Francorum", testimone diretto della campagna militare di Antiochia, e il secondo dei quali è Jacopo da Varagine, un monaco domenicano vissuto nel 1200, autore della "Legenda Aurea", riportano l'apparizione alle truppe dei crociati di San Giorgio in persona, alla testa di un esercito mandato dal cielo per aiutare i cristiani. Molti soldati avrebbero visto l'apparizione, e avrebbero visto il Santo portare la bianca armatura con una croce rossa disegnata sopra. La croce rossa in campo bianco, che già esisteva nel patrimonio iconico europeo (nel 1066 Papa Alessandro II aveva inviato a Guglielmo il Conquistatore prima della battaglia di Hastings la croce di San Giorgio denominata "Vexillum Sancti Petri"), si rafforza dunque nelle vicende delle crociate, per divenire nel 1118-19 il simbolo dell'Ordine dei Cavalieri Templari, e poi nel 1277 il vessillo ufficiale del Regno d'Inghilterra.

2.- La Croce di San Giorgio assume, in sostanza, la funzione di legittimare in senso religioso il potere politico, e riveste grande importanza anche nei contesti comunali e delle signorie locali.
    Lo storico Jir Lourda definisce un'ampia area compresa fra il Rodano e l'Istria come la "fascia delle croci", proprio per l'alto numero di città in essa comprese che adottano la croce come simbolo comunale e che si differenziano in epoca medievale per l'appartenenza guelfa - i Comuni fedeli al Papa, come ad esempio Milano, Genova, Alessandria, contrassegnati dalla croce di San Giorgio rossa in campo bianco - o l'appartenenza ghibellina - i Comuni fedeli all'Imperatore germanico come Como, Pisa ed altri contrassegnati, all'opposto, da una croce bianca in campo rosso-.
  La battaglia di Legnano, combattuta nel 1176 tra la Lega Lombarda appoggiata dal Papa e l'Imperatore Federico Barbarossa, assumerà nella cultura diffusa e nell'immaginario collettivo anche dei secoli successivi la connotazione di uno scontro di simboli (la croce di San Giorgio campeggia sul Carroccio), uno scontro nel quale il sodalizio fra l'esercito dei comuni italiani, mossi da un'istanza di autonomia e di libertà, e la Chiesa di Roma, la fusione di una motivazione politica con una spinta religiosa, risulteranno vittoriosi.

   Quando Luigi Sturzo costituisce il Partito Popolare nel 1919, la Croce di San Giorgio è dunque da secoli associata ai gonfaloni di molte città, è lo stesso simbolo che nel 1848 aveva accompagnato la rivolta delle Cinque Giornate a Milano non meno di quanto avesse fatto il Tricolore.
   La croce rossa in campo bianco, e in modo più specifico lo scudo crociato, resterà costantemente un simbolo guelfo, non soltanto per la sua tradizione storica ma anche per il contenuto che intrinsecamente continuerà ad esprimere, insieme confessionale e civile.
  Del resto la duplice valenza religiosa e insieme politica che questo simbolo racchiude è fonte d'ispirazione per una classe intellettuale che già dall'800 aveva idealizzato il medioevo (si pensi alla riscoperta del pensiero di San Tommaso e alle sue applicazioni in Leone XIII e nel pensiero sociale cristiano, si pensi a correnti culturali come quella animata da Agostino Gemelli agli inizi del '900 intorno alla "Rivista di filosofia neoscolastica", o al pensiero di Giuseppe Toniolo in ordine a quegli aspetti che fanno del medioevo un modello interessante sotto il profilo economico e sociale).
 
  Nel primo dopoguerra, terminata l'esperienza della Democrazia Cristiana di Romolo Murri, sperimentati i limiti politici di una partecipazione indiretta come quella realizzata con il Patto Gentiloni e di fronte alla crisi sociale che alimenta l'ascesa dei socialisti, si rende necessario un ritorno organizzato dei cattolici sulla scena politica. Il Partito Popolare di Luigi Sturzo rappresenta un fenomeno di grande portata, un fattore di rigenerazione del sistema che deve essere sottolineato anche simbolicamente.
  Già la denominazione di Partito Popolare rappresenta un elemento semantico importante, che vuole marcare la natura non confessionale del partito e la distanza dall'esperienza politica di Murri, inviso alla Gerarchia ecclesiastica e quindi bruciato dal punto di vista politico.
  Nell'estate del 1919 l'approssimarsi delle elezioni politiche rende urgente la definizione di una strategia elettorale e quindi anche l'adozione di elementi grafici che possano favorire l'identificazione del partito e suscitare negli aderenti un sentimento d'appartenenza; ma soprattutto è la nuova legge elettorale proporzionale, che prevede il voto di lista, a rendere necessario che ogni partito abbia un proprio simbolo stampato sulla scheda elettorale.
    Il 9 agosto del 1919 Filippo Meda, uno degli esponenti politici cattolici di maggior prestigio, scrive a Luigi Sturzo per aggiornarlo su questioni organizzative, e in quella circostanza pone la questione del contrassegno del partito.
   Filippo Meda informa il leader siciliano che il senatore Micheli, altro esponente cattolico di prestigio e già stretto collaboratore di Romolo Murri, aveva suggerito che il simbolo dovesse essere la "croce rossa", fatto che non vede d'accordo lo stesso Meda, convinto che il contrassegno non debba riportare alcun elemento di tipo confessionale.
   Come ulteriore contributo, Filippo Meda acclude alla lettera il disegno di una stella, che propone come simbolo per il nuovo partito cattolico. Coerenza avrebbe voluto che Luigi Sturzo, preoccupato anch'egli di dare alla nuova formazione politica una connotazione laica, facesse proprie le considerazioni di Meda adottando comunque - se non la stella, che identifica un'area semantica troppo ampia, sicuramente contaminata da valenze risorgimentali ed anche massoniche - un simbolo non confessionale.
  La scelta sarà invece sorprendente, quella appunto dello scudo crociato, con sopra scritta la parola "libertas", posta sul braccio orizzontale della croce probabilmente proprio per stemperare le valenze eccessivamente confessionali e guelfe che il simbolo di San Giorgio da solo avrebbe avuto. La scelta avrà successo, e il Partito avrà subito un'affermazione elettorale importante con ben cento seggi conquistati nelle consultazioni del novembre del 1919, imponendosi come la seconda forza politica del Paese dopo il Partito Socialista. Fin dai suoi esordi il simbolo viene gestito da Sturzo e dalla direzione del Partito con particolare sagacia.
Al popolo degli elettori deve comunicare nello stesso tempo la fedeltà ai valori della Chiesa, un forte sentimento civico, uno spirito battagliero che richiama ad una certa purezza medievale. Gli stessi elementi - in sostanza - che caratterizzano il percorso politico e l'esperienza personale di Luigi Sturzo, sacerdote fedele alla Chiesa e rispettoso della Gerarchia ecclesiastica, sostenitore del ruolo dei Comuni italiani come luoghi privilegiati della politica e interpreti di un'autonomia decisionale rispetto al potere centralizzato, legato infine proprio a quelle suggestioni medievali di forza, purezza e militanza che emergono con evidenza nella sua attività editoriale degli anni precedenti la costituzione del Partito (vedi in particolare la pubblicazione de "La croce di Costantino", periodico di carattere politico-sociale nel quale Sturzo firma gli editoriali con lo pseudonimo di "Il crociato" e dove si parla con enfasi della condizione del cristiano come di un milite che combatte agli ordini del Papa, unica guida per il popolo dei fedeli).
Nel presentare lo Scudo Crociato ai propri elettori Luigi Sturzo - d'accordo con la Santa Sede che la nuova formazione politica non debba assumere un carattere confessionale - terrà a specificare che non si tratta del simbolo dei crociati ma del simbolo degli antichi Comuni d'Italia, quelli che difesero la libertà nella Battaglia di Legnano (contro l'Imperatore) e nella battaglia di Lepanto (contro la flotta musulmana). In modo più esplicito e trasparente Stefano Jacini, primo storico del partito e testimone diretto dei fatti, scriverà che il simbolo prescelto altro non era se non quello degli "antichi comuni guelfi".
Nei pochi anni di vita del Partito Popolare, lo Scudo Crociato assolve in modo brillante la funzione di identificare un'area politica d'ispirazione cristiana, garante della libertà e della stabilità istituzionale e nello stesso tempo intransigente sulle questioni politiche di fondo, e sul giudizio storico nei confronti di progetti politici eversivi. Sarà tuttavia proprio il dibattito sull'atteggiamento da assumere di fronte al fascismo, che culmina nel congresso di Torino del 1923, ad indebolire il Partito di Sturzo, che patisce anche la presa di distanza della Santa Sede che in questo momento storico sceglie di dialogare con il Governo fascista negoziando il Concordato, utile per la Chiesa ma neccessario anche a Benito Mussolini per radicare il regime nella profonda tradizione religiosa del Paese prefigurando un assetto istituzionale che avrebbe visto nella città di Roma il centro del nuovo impero romano e nello stesso tempo della cristianità.
Dopo le dimissioni forzate di Sturzo e dopo lo scioglimento del Partito ad opera del regime fascista nel 1926, il simbolo dello Scudo Crociato viene ostracizzato. La soppressione del contrassegno politico avviene, del resto, in un clima di generale avversione del regime nei confronti dei simboli cristiani ove non usati in contesti prettamente religiosi e liturgici, compresa la croce dell'Azione Cattolica, che malgrado si ponga come organizzazione non politica e malgrado possa beneficiare di impegni formali da parte del Governo per il libero esercizio delle proprie attività (e per l'esposizione dei propri vessilli), viene vista come istituzione rivale del fascismo nell'educazione dei giovani e come rete comunque collegata a quella dell'ormai sciolto Partito Popolare.
Ancora più pesante l'ostilità del regime nel momento in cui Mussolini viene arrestato dal Re e poi liberato e nuovamente posto dai tedeschi al governo della Repubblica Sociale, in posizione subordinata rispetto al governo di Berlino e quindi condizionato da un'avversione dei nazisti nei confronti della Chiesa Cattolica sempre più profonda e manifesta. I simboli dello scudo crociato riappariranno dall'autunno del '43, esibiti da varie formazioni partigiane d'ispirazione cattolica impegnate sui fronti nordici, a conferma di un legame anche affettivo con la tradizione del Partito Popolare e con l'immaginario medievale che ne aveva accompagnato le fortune politiche.
Questo avviene in concomitanza con la fondazione e con l'insediamento a Roma del nuovo partito d'ispirazione cattolica, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, già attivo dal dicembre 1942 ma ancora senza un contrassegno politico che lo possa identificare. Il simbolo dello scudo crociato si diffonderà dunque spontaneamente, per libera iniziativa del popolo dei cattolici, a conferma della carica di significato che ancora porta con sé e che prescinde dalle direttive e dalla funzione esplicativa dei vertici del Partito.
Nella disposizione della Giunta Centrale della Democrazia Cristiana del giugno 1944 si legge: "In molte parti lo Scudo Crociato col motto "libertas" è stato spontaneamente assunto dai nostri aderenti come emblema del Partito. Assecondando tale moto spontaneo si è provveduto a coniare i distintivi…". La decisione, del resto, è consonante con la sensibilità di quella parte guelfa, minoritaria ma comunque influente, di esponenti politici che collabora con De Gasperi alla stesura del programma del nuovo partito e che annovera fra gli altri personalità come quelle di Malvestiti, Malavasi, Carcano Casò, Clerici, Grandi, Migliori, Nebuloni e Pullara.
Ed è coerente con la nuova sensibilità presente nella rete dell'Azione Cattolica, ora saldata con le strutture del nuovo partito e che - per singolare concomitanza - sceglierà come simbolo per la campagna di affiliazione del 1943 l'immagine di un'aquila con apposto sul petto un grande scudo crociato. La storia dello scudo crociato, dunque, è la storia di un simbolo di matrice guelfa, espressione di una parte minoritaria del partito dei cattolici eppure in grado di rappresentarne l'intera anima.
Un simbolo che assomma valenze politiche e insieme religiose, evocando un immaginario medievale radicato in una larga fascia della popolazione italiana. Un simbolo reso più efficace dalla compresenza di due elementi strutturali, lo scudo con la corce rossa in campo bianco, espressione di quel concetto di "guerra santa" o comunque di "guerra giusta" che costituisce una delle sintesi più forti e suggestive della cultura cristiana, e lo slogan "libertas", che presenta valenze maggiormente laiche ed immediate. L'elemento meta-storico dello scudo crociato, insomma, con un elemento di attualizzazione politica, quella parola libertà che risuona in tutta la sua urgenza nel primo come nel secondo dopoguerra.
Una carica semantica composita e potente, quella dello scudo crociato, che costituisce una delle ragioni fondamentali del suo successo politico. Una carica semantica, però, che proprio per la sua natura esplicita ed evocativa si rivelerà fatale negli anni '90 quando - in un contesto politico e sociale profondamente trasformato, nel quale l'appello alla libertà suona in qualche modo superato dal crollo del muro di Berlino e nel quale la società risulta ormai incamminata verso una sempre maggiore secolarizzazione - il segno dello scudo crociato costituirà un fardello troppo pesante e inattuale per un'area politica centrista e moderata che ha in parte smarrito la sua originaria vocazione cattolica.

Nino Luciani, Sulle motivazioni dei partiti: partiti del buon governo e partiti d'affari. Finanziamento pubblico  e  magistratura speciale per i partiti, a garanzia dell'equilibrio costituzionale tra i tre grandi poteri dello Stato e per la tempestività delle sentenze.

Sommario: 1.- Democrazia diretta e democrazia rappresentativa: ruolo dei partiti. 2.- Sulla significatività dei programmi dei partiti. 3.- Sarebbe possibile la unanimità su molte decisioni ? Distinzione tra bisogni privati e bisogni pubblici. Sul concetto di "bene comune" dei cattolici. 4.- I partiti, quali associazioni private, sono "capaci" di funzioni pubbliche ? Il sistema partitico più vicina alla democrazia diretta. Elezioni primarie . Sulla qualità dei candidati. 5.- Il finanziamento pubblico dei partiti è necessario per il buon funzionamento del partito ? Una magistratura speciale
a garanzia dell'equilibrio costituzionale tra i tre grandi poteri dello Stato e per la tempestività delle sentenze.

1.- Democrazia diretta e democrazia rappresentativa: ruolo dei partiti.

Secondo il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica1, par. 413 , "I partiti politici hanno il compito di favorire una partecipazione diffusa e l'accesso di tutti a pubbliche responsabilità. I partiti sono chiamati ad interpretare le aspirazioni della società civile orientandole al bene comune, offrendo ai cittadini la possibilità effettiva di concorrere alla formazione delle scelte politiche. I partiti devono essere democratici al loro interno, capaci di sintesi politica e di progettualità . Strumento di partecipazione politica è anche il referendum, in cui si realizza una forma diretta di accesso alle scelte politiche. L'istituto della rappresentanza non esclude, infatti, che i cittadini possano essere interpellati direttamente per le scelte di maggiore rilievo della vita sociale". Secondo la Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49, "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale In queste fonti normative, il ruolo dei partiti è di organizzare la partecipazione della società civile alle decisioni pubbliche, di norma, mediante forme di rappresentanza , costituite da persone del partito o proposte dal partito. Ma nella storia delle dottrine politiche, ci sono state: - le idee secondo cui il potere viene da Dio (creatore e intelligenza massima). In questa visione paternalistica: la persona che riceve la investitura da Dio (magari tramite un profeta, un vescovo, un papa) interpreta i bisogni della società civile e provvede a soddisfarli; - le idee secondo cui il potere viene dal popolo, in modo più o meno ristretto o ampio, a seconda delle varie culture dei popoli; in particolare, a seconda della espansione della scuola di massa e della informazione di massa. I social media sono il ritrovato ultimo della comunicazione di massa. In questa seconda visione, si ipotizza un dualismo: da una parte la società civile (o i suoi rappresentanti), con determinati bisogni (lato domanda); da altra parte, il partito che ha il compito di provvedervi (lato offerta). Costituzionalmente parlando, il parlamento è il lato domanda; il governo è il lato offerta. Nella democrazia moderna la sovranità appartiene al popolo e il partito è uno strumento della democrazia di massa. Il popolo esercita la propria sovranità: decidendo gli obiettivi pubblici (su proposta del partito) e ne controlla la attuazione . C'è, poi, il fatto che la intelligenza media è relativamente bassa e anche la cultura è molto diversificata (pur con la estensione e gratuità della scuola pubblica), e l'allargamento della base decisionale non necessariamente produce le migliori decisioni. Anzi nella gran parte dei casi, apparirebbe che il votante identifichi lo stato generale di benessere della società civile (che non conosce) con il suo stato personale (che conosce).
  La democrazia diretta2 è il caso ideale di un sistema politico nel quale i cittadini votano direttamente tutte le leggi. Essa è, tuttavia, impossibile in pratica, a causa delle numerose decisioni da prendere e della conoscenza tecnico-professionale necessaria. Nessuno potrebbe svolgere questo compito pubblico e provvedere anche alle proprie necessità private. Il caso possibile è, infatti, la democrazia rappresentativa, secondo un principio di specializzazione nel riparto dei compiti. Esiste un caso di democrazia rappresentativa, il più vicino alla democrazia diretta ? Rinvio a più avanti. Considerato che la democrazia rappresentativa implica di fatto la sostituzione del popolo come decisore diretto in tempo reale, essa è ri-definibile una "dittatura approvata dal popolo", mentre la dittatura in senso stretto è quella che si regge per forza propria con strumenti propri. In generale le regole fondamentali della convivenza sono definite in una Costituzione, che di solito è scritta. L'Inghilterra è noto per avere una Costituzione orale. Nella Costituzione, di solito sono create norme primarie o costituzionali; e norme secondarie o di attuazione. Le norme primarie hanno carattere molto generale e coincidono con il pensiero identitario di un intero popolo. Di norma esse sono approvate alla unanimità. Invece quelle secondarie sono approvate a maggioranza, sia pure con quorum differenziati. Tra le norme costituzionali sono rilevanti la indicazione dei grandi poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e quelle per la verifica del grado di aderenza delle decisioni del governo ai desideri effettivi della società civile, come le norme secondo cui : - le elezioni politiche devono avere luogo a scadenze predeterminate (5 anni in Italia), o sulla richiesta di un determinato numero di persone. - e la durata delle legislature non possa essere inferiore a determinati numeri, come quello degli anni necessari per progettare e decidere progetti di medio - lungo termine strategici (es., una autostrada nazionale).

2.- Sulla significatività dei programmi dei partiti.
Per il conferimento del mandato di rappresentanza, si potrebbe ipotizzare che esista una pluralità di partiti con programmi differenti, tra i quali il pubblico scelga. In questa pluralità delle proposte, i partiti hanno un senso se i diversi programmi hanno contenuti "significativi", per una scelta appropriata, così da originare dei partiti identitari, nei i cittadini possano riconoscersi, rispettivamente. Ma il problema va posto, non in astratto, bensì in riferimento ai bisogni propri dello Stato e degli Enti locali (non solo bisogni materiali, anche bisogni spirituali e religiosi, a seconda della storia dei vari popoli). Lo Stato è un ente territoriale a fini generali, per cui teoricamente ogni programma dovrebbe contenere soluzioni per problemi di ogni tipo. In pratica ogni partito ha una propria visione dello Stato, che può essere restrittiva o estensiva. Nel sistema comunista, lo Stato si occupa di tutto, ed è proprietario dei mezzi di produzione. Nel sistema liberale, la proprietà è libera, esclusa quella a se riservata dallo Stato per i bisogni pubblici e i servizi sociali di massa (scuola, sanità, pensione sociale..., ambiente). In generale, tutte le economie sono miste di Stato e Mercato, e questo comporta un diverso grado di libertà economica: pertanto un elemento identitario significativo del programma è la indicazione del grado di mistione pubblico/privato. Altri elementi significativi sono il grado di libertà di politica , di religione e di pensiero, anche a mezzo mass media. In ogni caso, tuttavia, su ogni visione sovrasta il criterio decisionale, che è principio della maggioranza e della minoranza, come criterio costituzionale di decisione. Ne deriva che, per decisioni possibili, il numero dei partiti identitari non dovrebbe poter superare un determinato numero critico, oltre il quale le decisioni a maggioranza sono difficili o impossibili,. In generale, in una società civile molto diversificata (è il caso delle numerose popolazioni regionali, in Italia) la rappresentanza su base proporzionale pura è oggettivamente un ostacolo grave alla presa di decisioni, salvo che siano imposte costituzionalmente delle strettoie che "vincolano" ad un compromesso tra le diverse vedute. In queste condizioni, il "voto di scambio" trova un terreno fertile. Ad esempio, due minoranze si accordano per votare entrambi i rispettivi due programmi e fare maggioranza. Il Card. di Bologna Carlo Caffarra, in una dichiarazione pubblica, disse non corretto il voto di scambio: in quanto nessuna delle soluzioni, diversa rispetto ad altra, risponderebbe al requisito di avere una maggioranza assoluta propria, e dunque rispondente al criterio decisionale. Il modo di realizzare la libertà politica, compatibilmente con la capacità decisionale a maggioranza assoluta omogenea, potrebbe essere qualche vincolo tecnico-costituzionale suppletivo. Ad es., ammettere il finanziamento pubblico solo ai partiti che hanno determinati requisiti. Ma andiamo per gradi.

3.- Sarebbe possibile la unanimità su molte decisioni ? Distinzione tra bisogni privati e bisogni pubblici.
Sul concetto di "bene comune" dei cattolici. Il bene privato è un bene individuale posseduto dalle persone in modo esclusivo e differenziato, per bisogni privati. I bisogni privati (di persone singole, società ...) sono soddisfacibili mediante decisioni volontarie delle singole persone, e quindi gli accordi realizzano gli interessi di tutti i contraenti, sia pur "diverso" dal proprio rispettivo punto di vista e in quantità diversa, a secondo della diversa capacità contrattuale. Ad es., nel caso di un problema di salute, la capacità contrattuale del malato , nei confronti del medico, è relativamente inferiore, per cui il medico potrebbe chiedere un pagamento spropositato, e questo è il motivo per cui questa attività produttiva è spesso assunta dallo Stato. Il bene pubblico, una volta offerto dallo Stato in una determinata quantità, è disponibile per tutti in modo indifferenziato . I relativi bisogni pubblici (dello Stato e degli Enti locali territoriali), a causa dei costi che comportano, sono, invece, soddisfacibili con decisioni coercitive perchè, rispetto alle persone o ai gruppi, avvantaggiano alcuni e danneggiano altri per loro natura. Per una decisione di "fare", il requisito economico è che i vantaggi superino gli svantaggi per la società civile nel complesso. Per questo, la loro attuazione si fonda necessariamente sulla coercizione. Nel caso delle decisioni a maggioranza , la maggioranza si impone alla minoranza, e dunque per definizione i votanti di maggioranza sono più soddisfatti di quelli di minoranza. Alcuni esempi tipici sono di aiuto a spiegare la natura conflittuale delle scelte pubbliche. - Nel caso della scuola pubblica, un povero potrà andare a scuola, se un ricco paga anche per lui. - Nel caso di un lampione sulla strada pubblica, i vantaggi sono diversificati a seconda della distanza dal lampione, ma non puoi differenziarne il beneficio in modo da differenziare i paganti dai non paganti, perchè non c'è il modo di separarli e, se interrogati, qualcuno potrebbe non dire il vero (potendo comunque beneficiarne). - La creazione di una linea dell'autobus, che attraversa un quartiere, avvantaggia i residenti in modo diverso. Per accontentare il maggior numero di persone, la linea potrebbe passare nel mezzo del quartiere, ma i residenti all'esterno saranno meno soddisfatti di quelli che abitano al centro. Su questa base non può esistere il contratto sociale "volontario", ossia fondato su una unanimità di consensi, in quanto di norma esiste solo la prevalenza di alcuni su altri, vale dire di una maggioranza su una minoranza, sia pure con una distanza numerica che può essere minimizzata mediante approssimazioni successive. Il criterio ottimale è che l'interesse realizzato, collettivo, sia quello maggiore tra alternative, vale dire (posto, come di solito si assume, che l'utilità marginale dell'intervento a favore sia decrescente e la disutilità marginale dell'intervento a danno sia crescente) al margine il vantaggio e il danno devono risultare bilanciati. I benefici e i danni non sono omogenei. Pertanto, per un confronto razionale, è necessario il giudizio di "un terzo" che valuta e confronta omogeneamente il beneficio e il danno, dal proprio punto di vista. Sono logicamente ammissibili tanti giudizi. In democrazia, questo "terzo" è, per definizione il governo, scelto da una maggioranza. La minoranza subisce la decisione della maggioranza. Ma i beni pubblici sono tanti e quindi le maggioranze a favore di determinati beni possono invertirsi rispetto ad altri beni. In conclusione la natura dei beni pubblici porta ad una società civile naturalmente divisa: quella della maggioranza e quella della minoranza. E siccome, per i vari problemi, le maggioranze e le minoranze possono invertirsi, nel complesso il sistema democratico conviene a tutti. Inoltre, per le decisioni, molti non votano o votano in modo indipendente. Chi vive in città o in una fabbrica ha la possibilità di un confronto diretto con le persone e trovare un accordo su come votare. Chi vive in campagna l'ha meno e quindi di solito i voti di maggioranza sono di quelli chi vivono nei grandi centri, o dei lavoratori delle grandi fabbriche. Ma oggi l'informatica ha ribaltato le possibilità di un confronto diretto tra tutti i membri della società civile. In questo senso, nel diritto pubblico, quello che è definito il "contratto sociale" non è una cosa volontaristica in senso stretto, come nel diritto civile. Diciamo che per i bisogni pubblici non esiste contratto, ma un "trattato sociale", un accomodamento tra le parti sociali, che rende vantaggiosa la convivenza civile, in complesso. Nella chiesa cattolica di base, c'è un concetto di "bene comune", definito come una "summa di prestazioni", commissionata (per la società civile) ai cristiani impegnati in politica. Precisamente, tra le cose da fare, la priorità è garantire ad ogni cittadino un elenco di beni e servizi: tra questi anzitutto la "disponibilità della vita", lo "Stato" e via via, rientranti nei cosiddetti "valori non rinunciabili" ... atti a procurare la "beatitudine" di ogni persona e sia pur con qualche differenziazione se ci sono anche esigenze personali siano diverse. Volendo un accostamento tra i beni pubblici, offerti dallo Stato, e il "bene comune" dei cattolici, i primi sono il bene comune dello Stato, definito come l'insieme delle prestazioni offerte dallo Stato eche, secondo il giudizio dello Stato, realizzano il massimo di benessere per la società (come somma di vantaggi ad alcuni cittadini e di danni ad altri); invece il "bene comune" dei cattolici contiene solo la componente positiva (vale dire, manca il costo).

4.- I partiti, quali associazioni private, sono "capaci" di funzioni pubbliche ? Il sistema partitico più vicina alla democrazia diretta. Elezioni primarie . Sulla qualità dei candidati.
  In Italia, i partiti sono associazioni volontarie, di diritto privato, e svolgono un ruolo pubblico (perchè devono soddisfare bisogni pubblici). Sulla compatibilità dei due ruoli "privato" e "pubblico", una chiave interpretativa ci viene ata dalla Scuola di Public Choice3 . Secondo questa scuola, i partiti sono mossi primariamente dall'interesse loro privato; e secondariamente dall'interesse pubblico, in analogia alle imprese private che sono mosse primariamente dalla ricerca di un profitto e secondariamente dalla realizzazione di una produzione per il mercato. (In altri termini, la "produzione" è strumento rispetto all'obiettivo "profitto"). Questa tesi non è un giudizio morale, nè di alcun tipo, ma solo una constatazione provata da ricerche nei vari Paesi In modo analogo, secondo la scienza economica (rinvio al fondatore A. Smith), l'imprenditore è mosso dalla ricerca di profitto, che tende a massimizzare, realizzando una produzione per il mercato; e questa è funzionale al profitto. Intorno a queste constatazioni (non a giudizi si valore), che (per certi versi) assimilano i partiti alle comuni "imprese d'affari". nella economia c'è da gran tempo un dibattito sulla compatibilità dell'interesse privato dell'imprenditore con quello dei cittadini consumatori, e ci sono delle soluzioni per armonizzare l'interesse privato dell'imprenditore con quello generale della società civile (come sul grado di concorrenza, o sul grado di monopolio... perchè l'interesse privato e generale siano armonici; e sul necessario grado di regolamentazione dello Stato ).

Su questa falsariga, si pone una analoga problematica nei confronti dei partiti, "imprese d'affari" in campo pubblico. La soluzione migliore è quella di realizzare condizioni per cui la società civile sia messa sullo stesso piano del partito, così come la famiglia sullo stesso piano dell'impresa, in modo che la capacità contrattuale non sia sbilanciata a favore di uno dei due. In generale, la produzione ha un senso se soddisfa i bisogni delle famiglie, come indicati dalle famiglie, il più possibile direttamente, non con la interferenza oppressiva del produttore (ad es., con modi pubblicitari forzosi). Cosa garantisce che il programma approvato dagli elettori sarà attuato dal partito ? Dal punto di vista etico, il "bene" e il "male" stanno in tutti gli uomini; e la prevalenza dell'uno o dell'altro dipendono dagli strumenti di salvaguardia. Sono strumenti di salvaguardia il tipo di educazione avuta e i premi o i castighi inventati dalla società civile a favore del bene o contro il male. Quali gli strumenti più appropriati per le scelte pubbliche ? E' un fatto che generalmente e ovunque la stima dei partiti è molto in crisi, nella valutazione comune, per cui la armonia tra partito e popolo è molto imperfetta per la natura delle cose di massa. Il criterio dovrebbe essere il medesimo che nel mercato, in cui l'utente valuta il prodotto e, se conveniente, ordina e paga: in questo senso, anche la sovranità popolare dovrebbe essere esercitata, senza troppi combattimenti sociali. Il modo dovrebbe essere quello della sostituibilità relativamente "facile" dei partiti, al governo (sia pure a determinate scadenze), in caso di inadempienza. Il relativo modo dovrebbe essere: a) Dal lato domanda, dovrebbe essere possibile determinare, con elezioni di una maggioranza che governa, e una minoranza che controlla; b) dal lato offerta, di poter determinare l'alternanza tra i grandi partito al governo, alle scadenze elettorali.

Nel primo caso, la possibilità di scelta tra due soli partiti è lo scenario più vicino alla democrazia diretta; e lo scenario più lontano è quello del sistema multipartitico. Il motivo è che, la scelta solo tra due partiti: a) realizza il massimo di consenso su una scelta aggregata, in quanto esso è quantificato rispetto a due sole possibilità; invece nel secondo caso il consenso di fraziona rispetto a molte scelte. b) crea una situazione per cui la distanza dei voti, tra i due partiti è, di norma, è di pochi voti, e questo rende facile la invertibilità della maggioranza e della maggioranza nelle elezioni successive. Questo fa sì che i partiti abbiano molto rispetto per gli elettori. Invece, nel sistema multipartitico gli elettori hanno una importanza "frazionata", a priori, e svuota il rapporto diretto tra cittadini e i rappresentanti eletti. Come pervenire ad uno scenario con la sola possibilità di due scelte ? Una via è il meccanismo delle elezioni primarie per fare le candidature, da riservare a tutti i cittadini iscritti in determinati registri pubblici. Una prima via è eleggere direttamente il capo del governo. a) Si parte dalla fattispecie tipica è che sia ammesso il voto tra più partiti, illimitatamente, che propongono un rispettivo candidato.. Dopo la prima votazione, si la graduatoria i partiti, per ordine decrescente dei voti riportati. b) Si passa ad una seconda votazione, dopo avere scartato i candidati con voti inferiori ad una determinata soglia. c) Dopo varie votazioni, si perviene ad individuare, poniamo i primi due partiti con più voti... Una seconda via è eleggere il capo del governo in parlamento, dove ci sono partiti senza alcun limite, collegati con dei rispettivi candidati. Un modo alternativo al bipartitismo è il bipolarismo (più partiti aggregati in due soli gruppi di partiti): uno destinato ad essere di maggioranza e l'altro di minoranza. Nel caso della legge elettorale , dei Comuni in Italia, al termine delle votazioni, i partiti collegati con il candidato sindaco vincente costituiscono il gruppo d maggioranza, tutti quelli collegati con gli altri candidati (non vincenti), costituiscono i gruppi di minoranza. Tuttavia, questo meccanismo non genera "una minoranza", ma più minoranze, per cui queste non sono naturalmente di alternanza alla maggioranza, nelle successive elezioni. Un aspetto non irrilevante è il possesso dei requisiti professionali dei candidati. Circa la qualità dei candidati, si deve prescindere dal possesso della laurea ? Sia chiaro che Dante Alighieri (e così molti altri) è "Dante Alighieri" anche senza la laurea. Il possedere una laurea dovrebbe essere sua titolo di precedenza, ma possano essere ammesse eccezioni in casi significativi evidenti, di preparazione professionale (il dirigente di una impresa di successo ?) .

5.- Il finanziamento pubblico dei partiti è necessario per il buon funzionamento del partito ? Una magistratura speciale a garanzia dell'equilibrio costituzionale tra i tre grandi poteri dello Stato e per la tempestività delle sentenze ? L'obbligo della verbalizzazione delle riunioni degli organi ?

Finanziamento pubblico ? Il fare attività politica ha un costo ed è di interesse pubblico che i partiti non siano indotti, con qualche giustificazione privata, a finanziarsi in modo illecito, a carico dello Stato (affidare un'opera pubblica a chi versa un contributo al partito, o al capo partito)4 . E ci sono anche i casi prevalenti dei partiti che agiscono per vantaggi personali e strumentalizzano la Pubblica Amministrazione per catturare il consenso (dare il posto nella P.A. a chi da il voto al partito) La surriportata visione della scuola di public choice, nei confronti dei partiti, non un caso estremo, degli USA, in cui il finanziamento dei partiti è privato. In Italia ci sono stati processi giudiziari che avevano per oggetto l'auto finanziamento dei partiti sotto forma di "provvigioni" sulla spesa pubblica per le grandi e piccole opere pubblica. Sono necessità il finanziamento pubblico del partito, la regolazione pubblica degli appalti, il concorso pubblico per le assunzioni nella Pubblica Amministrazione. Mi fermo sul prima argomento. Finanziamento pubblico. Questo aspetto è stato discusso qualche anno fa (2012) da un Gruppo di lavoro per un codice etico del cristiano impegnato in politica5 , e le raccomandazioni sono state: " Il finanziamento pubblico dei partiti (associazioni di diritto privato, secondo la Costituzione Italiana) non va ammesso a carico del bilancio dello Stato e di Enti pubblici. Esso va ammesso in forma volontaria con la sottoscrizione del 5 per mille del versamento IRPEF, con liberalità di persone private e di imprese giuridiche private purchè iscritte in bilancio e approvate dai soci della persona giuridica sia italiana sia non italiana. L'atto di liberalità della persona privata e giuridica puo' essere ammessa in detrazione nell'imponibile nella dichiarazione dei redditi. Il buon fine del finanziamento va rendicontato e comunque reso pubblico". Per una soluzione che non induca il partito a farsi giustizia da sè, occorrerebbe definire le attività del partito, riconoscibili di interesse pubblico e quindi da remunerare. Il caso degli amministratori dei condomìni degli edifici, è a metà strada tra l'attività privata di beneficenza (dove si trova il caso di condòmini che lo fanno gratis, secondo un turno); e quello di persona esterna retribuita. In questo secondo caso, la retribuzione consiste in una somma fissa (proporzionata al numero dei condòmini) e in una percentuale del valore di eventuali opere di manutenzione straordinaria. E' vox populi che la percentuale induca l'amministratore a fare opere, anche se non necessarie; se, invece, non c'è la percentuale, l'amministratore trascura l'edificio. La soluzione più attuata è alzare la cifra fissa, abolire la cifra variabile, e tenere alzata l'asticella delle scadenze del mandato all'amministratore.

Consideriamo questo secondo caso, per poi adattarlo alla Pubblica Amministrazione dello Stato. Nel caso dei partiti, si potrebbe caricare sul bilancio dello Stato: a) la fruizione della TV pubblica per tutti i candidati, per un determinato numero di ore, significativo; b) il finanziamento pubblico di una struttura amministrativa "minima essenziale" dei partiti che hanno un numero di iscritti superiore ad una determinata soglia ; c) permettere la deduzione fiscale delle liberalità dei privati, a favore dei partiti; d) permettere il versamento, ad un partito, di una quota dell'imposta personale sul reddito; d) stabilire l'obbligo di pubblicazione dei bilanci dei partiti

Una magistratura speciale per I partiti ? Considerato che oggi lo Stato è molto presente nei rapporti sociali (un indice ci viene dal peso della "spesa pubblica" in termini di PIL: 50%) i casi di violazione della legge sul finanziamento dei partiti sono abnormi. Ne deriva che il potere giudiziario ordinario viene ad acquisire un potere enorme di controllo della classe politica. Questa situazione può alterare, storicamente, gli equilibri tra i grandi poteri dello Stato. In particolare non dovrebbe essere permesso, in nessun caso, al potere giudiziario ordinario, ossia non avente una conoscenza specifica del mondo politico, di sottomettere il potere politico, sostituendosi alla sovranità popolare. Per questo andrebbe istituita una magistratura speciale per le violazioni della legge sul finanziamento dei partiti, come esiste già per i reati fiscali.
C'è, poi, un aspetto singolare: che in politica la denuncia di illegittimità è arma di lotta politica, magari per distruggere la reputazione di un concorrente o l' arma di un partito di governo per distruggere un  partito concorrente.
  In questi casi è determinante la tempestività delle sentenze. Ma la tempestività non è una virtù della magistratura ordinaria.

Obbligo di verbalizzazione delle riunioni degli Organi Collegiali ? Il fatto che nell'ordinamento italiano i partiti siano "associazione non riconosciute" ha fatto sì che gli statuti possano prevalere sulle norme del codice civile. Sta di fatto che essi possano non fare i verbali delle riunioni degli organi collegiali e aprire, di fatto, alla legge della giungla, nel dopo riunione.
Sarebbe opportuno che la legge intervenda a mettere alcuni vincoli agli statuti, circa il recepimento di norme di comune correttezza di comportamento, quale l'obbligo di verbalizzazione delle riunioni degli organi collegiali e di pubblicità interna.
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1. http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html, par. 413.
2. N. Luciani, 1998, "Comunicazione interattiva, scelte pubbliche, stampa elitaria e democrazia diretta". ("Interactive communication, public choice, print elitist and direct democracy), Scientific Communication at Session 5.B: "Constitutional Rules of Direct Democracy" of the international meeting "Constitutional Issues in Modern Democracies", University of Messina, Sept. 25-27, 1997. Published in revew" Economia, Società Istituzioni", LUISS, Rome 1998, pp. 42. Ripubblicato in: http://amsacta.unibo.it/3417/1/scritti_scelti_luciani.pdf. , p. 542 e ss.
3. J.M. Buchanan - G. Tullock, The calculus of consent, Ann Ar, MI, University of Michigan, 1962; J.M. Buchanan, Stato, mercato e libertà, ed. Il Mulino, Bologna, 1989.
4. Segnalo un progetto di legge, pendente attualmente in parlamento: http://www.impegnopoliticocattolici.bo.it/Stefano%20Ceccanti,%20Il%20testo%20della%20riforma%20finanziamento%20partiti.pdf .
5. http://www.universitas.bo.it/CODICE%20ETICO%20testo.pdf

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LETTERA ai vescovi

Eccellenza Reverendissima,
d’accordo con gli altri membri del comitato organizzativo (poichè riteniamo molto importante la presenza dei Vescovi, come Pastori) desideriamo invitarLa al Convegno in oggetto.
Questa iniziativa si inserisce in un lungo percorso che ha come obiettivo la costruzione di uno strumento per realizzare l'unità dei "Cattolici e non Cattolici con uguali valori" nel parlamento italiano. In questo percorso :

1.- Una prima tappa è stata la costruzione di un Codice etico del cristiano impegnato in politica.
Quel codice fu fatto a Bologna, Canonica di S. Petronio da un Gruppo di Docenti universitari, in comunicazione con l’Ufficio Pastorale Problemi Sociali e Lavoro della CEI, e infine da questo
girato “senza rilievi” al Segretario Generale della CEI. Abbiamo, poi, presentato il Codice medesimo a Bologna nel 2015.
In quella occasione si decise di procedere con la ricostruzione giuridica della DC, ma senza fare un partito aggiuntivo.

2.- Ci fu, poi, una seconda tappa, nella quale il Tribunale Civile di Roma designò “uno” per la convocazione della DC (presunta sciolta nel 1994) il 25-26 feb. 2017, per la ricostruzione degli Organi, tutti decaduti nel frattempo. Trova allegato il Decreto del Tribunale.
Questa nuova tappa si è conclusa il 14 ott. 2018 con un congresso, con il quale sono stati ricostituiti gli Organi centrali.

Nota. E’ forse superfluo segnalarLe che l’uso del nome e del simbolo DC in recenti elezioni regionali è una “coda” legata all’idea che la vecchia DC fosse stata sciolta. Ma queste cose saranno chiarite a suo tempo.

3.- Adesso è in atto la seconda fase del nostro itinerario e vogliamo tradurre fedelmente il mandato dei Vescovi recentemente intervenuti in modo pubblico: Federare tutti i partiti e associazioni della diaspora DC" e comunque riconducibili a un programma politico ispirato ai principi cristiani.

4.- In questa seconda fase, ci sono alcune pregiudiziali, in quanto non si può fare finta che i PARTITI non siano molto screditati in Italia, per cui ci sono alcune pregiudiziali da superare:

a) La prima concerne una discussione sulla motivazione dei partiti, alla luce della scomparsa di partiti storici italiani (DC, PCI, PSI, PLI, PRI...), anche in seguito a interventi della magistratura.

b) La seconda è risolvere il problema della formazione dei politici. Un tempo i grandi partiti storici avevano delle proprie scuole di formazione. Ultimamente un VESCOVO ha invitato a costituire delle scuole per la formazione di catoni disposti ad impegnarsi in politica;

c) Una terza pregiudiziale è quella dei requisiti professionali per fare politica. Il Fascismo dispose un minimo:"Saper leggere e scrivere". E' venuto il momento di aggiornare questo minimo ?

5.- L’ipotesi in sottofondo del convegno è, tuttavia, che il bene e il male stiano in tutti noi per cui,  più che il problema di far fare, ai partiti, progetti per il bene comune (che pure serve), c’è quello degli strumenti di salvaguardia per far prevalere il “buongoverno”.

Questi classicamente sono l’orientamento dei votanti :
a) verso il partito di identità personale, nella massima unità;

b) e verso l’alternanza tra i grandi partiti, al governo, nelle scadenze elettorali.
In questo senso la fase successiva dovrà essere la costruzione degli strumenti di salvaguardia.
       Trova allegato il programma del convegno.

  Con ossequi.

Bologna 5 marzo 2019

 

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Il BENE COMUNE nel MONDO CATTOLICO

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Gabriele Cantelli

Dal Vescovo Matteo Zuppi di Bologna:

"Che il 2 giugno 2018, si levi in ogni parrocchia
un  "TE DEUM PER LA PATRIA"

Lo Stato è un bene comune ?

G. Cantelli, In margine a nuove teorie
sul bene comune, nella Chiesa Cattolica

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Matteo Zuppi

Nino Luciani, Nota. 1) Il "bene comune" è divenuto una specie di sicurezza sociale "cristiana" che la Chiesa Cattolica di base commissiona al cristiano impegnato in politica. Precisamente egli deve fare il "bene comune".
Il "bene comune" non è un particolare bene, ma un elenco di beni e servizi da procurare a tutti (e con differenziazioni per bisogni particolari) : quali la "disponibilità della vita", lo "Stato" e in generale, i beni e servizi funzionali a "valori non rinunciabili",  atti a procurare la "beatitudine" di ogni persona. La classificazione di un bene, come bene comune, è fatta in relazione al rapporto tra l'uomo e Dio, padre comune di tutti gli uomini e che provvede a tutti.
  Il bene privato è, invece, un bene individuale, posseduto dalle persone in modo esclusivo e differenziato.
  Il bene pubblico è, a volta, un bene offerto gratuitamente e indifferenziatamente (a tutti) dallo Stato, secondo la valutazione dello Stato. I beni pubblici sono conflittuali, nel senso che il provvedervi avvantaggia qualcuno e danneggia qualcun altro. Ad es., c'è chi è beneficiato e ciè chi paga (senza controprestazione almeno equivalente). E dunque il via libera a produrli dipende dal fatto se essi avvantaggiano la società civile nel suo complesso (in quanto la somma algebrica di valori positivi e negativi dà un saldo positivi).
2) C'è in parallelo una definizione di bene comune, secondo l'economia e, più specifica, secondo la scienza delle finanze. Essa è fatta per rapporto agli interessi personali dei politici e all'interesse generale, nel produrre i beni pubblici.
  Qui, il presupposto è che la importanza dei beni e servizi dipende dalla entità dei bisogni come sentiti dalle persone o dai politci, come interpreti della società civile. Ma questi, siano bisogni secondo individui singolarmente, o secondo individui appartenenti a determinate religioni o filosofie, non sono ridiscussi circa il loro fondamento. Essi sono solo dei "dati" del problema economico privato o pubblico da risolvere.
  Muta, invece, l'ottica del bene comune. La scienza economica ha scoperto che gli imprenditori e i politici mettono avanti, come obiettivi economici, l'interesse personale. E mettono, invece, come conseguenziale l'interesse dei consumatori o l'interesse pubblico. Una volta scoperto questo, la scienza economica studia i vincoli (per gli operatori privati e pubblici) per armonizzare l'interesse privato con quello collettivo.
Dunque non esiste conflitto, per definizione, tra l'economia e la chiesa cristiana, e anche con qualunque chiesa. Invece, nella suddetta classificazione della chiesa cristiana, la economia e la finanza sono oggetto di molte critiche.
  3) Nel caso del Vescovo Zuppi il bene comune preso in considerazione è lo Stato Italiano, per il quale muove una preghiera pubblica a Dio. Ma su questa idea Cantelli ha da fare alcune considerazioni.
  Personalmente, da un Vescovo mi aspetterei che come bene comune fosse indicata la "vita ultraterrena" e il modo come pervenirvi, più che consigli ai "governanti cristiani" in terra senza avere competenze "temporali", e bisognerebbe tener conto del travaglio dei filosofi cristiani nel classificare la "ragione di Stato" o la "laicità dello Stato", rispetto alla etica cristiana.
Non dimentichiamo, poi, il travaglio dei primi cristiani nel separare l'obbedienza a Dio dalla obbedienza all'Imperatore. L'Italia e l'Europa hanno radici cristiane. Ma lo Stato italiano è "cristiano" , così da meritare una preghiera ?

Fonte: Agezia ANSA, 30 maggio 2018 DISCUSSIONI E COMMENTI

Vescovo Matteo Zuppi:

"Desidero che in ogni comunità della Diocesi, al vespro di venerdì 1 giugno o nella giornata di sabato 2 giugno, si canti l'inno di ringraziamento 'Te Deum' e si innalzino preghiere e suppliche per la nostra Patria, chiedendo la grazia di un rinnovato impegno di tutti per il bene comune".

L'inedita iniziativa liturgica è lanciata dall'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, in conclusione di un messaggio per la Festa della Repubblica.

"La festa del 2 giugno - scrive Zuppi - ha quest'anno un carattere particolare: cade nel 70/o dell'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato.

Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e Città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero invitare tutti i credenti a innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e a pregare per il nostro Paese".

Gabriele Cantelli, Il "Te Deum" del 2 giugno per la patria

1.- NON CONTRAPPORRE PAUPERISMO A POPULISMO Leggere sui quotidiani locali di "Un Te Deum per il 2 giugno"(Carlino) o, peggio "Zuppi: Prego per Mattarella e l'Europa"; Anpi in piazza contro i fascismi (Repubblica) e il contenuto degli articoli che seguono titoli altisonanti, non può non indurci ad alcune considerazioni sulla situazione attuale dello Stato, che ha indotto la Chiesa ad ampliare il significato della festa nazionale e, nel contempo, su quella che parrebbe rappresentare una svolta della Chiesa nella realtà attuale.
Per il 2 giugno , l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi chiedeva vengano inserite due preghiere ai fedeli nel Te Deum, che verrà recitato in tutte le parrocchie: una preghiera per la nostra cara Patria, perché concorra alla edificazione di una vera casa comune in Europa, e una per il Presidente della Repubblica, e i nostri governanti, perché siano sempre attenti ai bisogni dei più deboli e indifesi. Attraverso la agenzia di informazione R.It apprendiamo ulteriori passaggi del comunicato.
  "La festa del 2 giugno ha quest'anno un carattere particolare: cade nel settantesimo dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana e della prima elezione del Capo dello Stato. Spinto dal recente Congresso Eucaristico Diocesano, che ha rinnovato il legame tra Chiesa e città degli uomini, considerando anche le difficoltà degli ultimi avvenimenti, desidero innalzare a Dio un ringraziamento per il tanto che ci unisce e pregare per il nostro Paese. Anche se condivido pienamente la preoccupazione di mons. Zuppi (che è in sintonia con la posizione della presidenza della CEI riportate da Avvenire), quanto si sta delineando proprio a livello locale, nella nostra Diocesi, accresce la mia preoccupazione di cattolico impegnato in politica. In particolare, da la Repubblica leggo:"La supplica per la nostra Patria di Zuppi arriva nello stesso giorno in cui della difficile situazione nazionale parla anche don Luigi Ciotti, che parteciperà alla manifestazione "Contro tutti i fascismi", che l'Anpi terrà sabato alle 16 a Palazzo Re Enzo alla quale aderiscono tutta la sinistra del PD e Leu,le associazioni, i sindacati.
"Ben venga un governo, ma che rispetti la nostra Costituzione, dice Ciotti preoccupato per la nostra democrazia pallida e malata e per gli insulti e le minacce a Sergio Mattarella. "Le parole sono azioni e debbono sempre essere parole di vita". Il Sindaco Virginio Merola invita tutti in piazza per riportare "speranza democratica contro fascismi e razzismi".

2.- SUL RUOLO DEL MAGISTERO E QUELLO DEI LAICI Bartolomeo Sorge nella sua "INTRODUZIONE ALLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA" a pag.137, rivolto agli atei devoti, dice:"Nel contesto della "religione civile" si comprendono meglio i rischi che comporta la prassi, instauratasi in Italia dopo la scomparsa della DC e la fine dell'unità politica dei cattolici, per cui la gerarchia tende a gestire in proprio i rapporti con il Governo, intervenendo talvolta su aspetti legislativi di problemi che prima erano lasciati- come è giusto - alla mediazione dei politici.
Certo nessuno può impedire ai vescovi di rivolgersi anche ai responsabili del bene comune , in particolare quando sono in discussione esigenze etiche anche fondamentali, come quelle riguardanti la persona, la vita, la famiglia. E' un loro dovere che rientra nella missione della chiesa di illuminare e formare le coscienze sul piano etico e religioso. Tuttavia i pastori non devono sostituirsi ai laici ai quali spetta la responsabilità di compiere le necessarie mediazioni dai principi alla prassi politica. "Dai sacerdoti- dice il Concilio Vaticano II- i laici si aspettino luce e forza spirituale .Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano aver pronta una soluzione concreta o che proprio a questo lo chiami la loro missione : assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero".
  Più recentemente la Congregazione per la dottrina della fede conferma: " Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete , e meno ancora soluzioni uniche - per questo temporali che Dio ha lasciato al libero responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede e dalla legge morale" . " E' importante quindi, per quanto concerne il magistero, evitare, anche nel tono e la forma, di dare l'impressione che esso voglia "dettare leggi allo Stato" o attentare alla sua laicità. Ciò servirebbe solo ad accreditare ulteriormente l'idea di "una religione civile": Nello stesso tempo, per quanto concerne lo Stato, occorre ribadire che autonomia dalla sfera religiosa non significa affatto autonomia dalla sfera morale, come invece propongono le teorie etiche procedurali , sostenendo una (solo apparente) neutralità del diritto. Perciò, non ha senso ed è fuorviante definire "confessionale" la difesa da parte della chiesa di esigenze etiche , che concordano poi coi principi laici su cui si fonda la democrazia: il rispetto della persona, la libertà, la solidarietà , l'uguaglianza di diritti, la giustizia e la pace. In altre parole, la politica è laica , laici sono i valori a cui essa si ispira, laiche le finalità a cui tende. Pertanto, laiche anche saranno le scelte che i cattolici sono chiamati a compiere in politica insieme a tutti gli uomini di buona volontà e in coerenza con la loro ispirazione religiosa".
                                                                     Gabriele Cantelli

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EDIZIONI PRECEDENTI

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Gualtiero Bassetti, Cardinale

Dalla Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 22 - 24 gennaio 2018 
(Stralcio dalla Prolusione del card. G. Bassetti)

Ricostruire, ricucire, pacificare 

Tre indicazioni ai cattolici in politica

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https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/prolusionegann

Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 22 - 24 gennaio 2018 

PROLUSIONE DEL CARDINALE PRESIDENTE (Stralcio)

Ricostruire, ricucire, pacificare 

Una sapienza antica ci insegna che «per ogni cosa c’è il suo momento»: c’è «un tempo per demolire e un tempo per costruire», un «tempo per stracciare e un tempo per cucire» e, infine, un «tempo per la guerra e un tempo per la pace» . Questi passi del Qoèlet vanno oggi riformulati con tre verbi che ci guideranno nella riflessione di questi giorni e nell’azione pastorale del prossimo futuro: ricostruire, ricucire e pacificare.

C’è un’urgenza morale di ricostruire ciò che è distrutto. L’Italia è il Paese di una bellezza antica e prodigiosa, ricca di umanità e fede, di paesaggi incantevoli e con un patrimonio culturale unico al mondo. Una bellezza, però, estremamente fragile nel suo territorio, nei suoi borghi medievali, nelle sue città. Tra l’altro, ancora oggi non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto con il terremoto. Sentiamo una vicinanza intima e profonda con questi uomini e queste donne. Ricostruire quelle case, riedificare quelle città, significa donare un futuro a quelle famiglie e vuol dire ricostruire la speranza per l’Italia intera.

C’è poi un’urgenza spirituale di ricucire ciò che è sfilacciato. Ricucire la comunità ecclesiale italiana, esortandola a interpretarsi nell’orizzonte della Chiesa universale. Ricucire la società italiana, aiutandola a vivere come corpo vivo che cammina assieme. Occorre riprendere la trama dei fili che si dipana per tutto il Paese con l’attenzione a valorizzarne le tradizioni, le sensibilità e i talenti. Ricucire significa, quindi, unire. Unire la comunità ecclesiale, unire il Paese: da Lampedusa ad Aosta, da Trieste a Santa Maria di Leuca.

C’è infine un’urgenza sociale di pacificare ciò che è nella discordia. Il nostro Paese sembra segnato da un clima di «rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive. Pacificare la società significa incamminarsi con spirito profetico lungo una strada nuova: quella strada che Giorgio La Pira chiamava «il sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si propone di abbattere «il muro della diffidenza» e di costruire ponti di dialogo.

Ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società. Tre verbi, tre azioni pastorali, tre sfide concrete per il futuro.
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Un appuntamento per l’Italia:

Elezioni politiche. Come Vescovi ci uniamo innanzitutto all’appello del Capo dello Stato a superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare alle urne con senso di responsabilità nei confronti della comunità nazionale.

Richiamato il valore morale e democratico del voto, voglio essere altrettanto chiaro sul fatto che la Chiesa non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico. Il «risveglio della Chiesa nelle anime» evocato da Romano Guardini, lo «sviluppo integrale dell’uomo» promosso da Paolo VI e il dialogo con tutti costituiscono il nostro orizzonte di riferimento. Con un’ulteriore specificazione riguardo al dialogo. Come ha detto Papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze «dialogare non è negoziare». Negoziare, infatti, consiste soltanto nel «cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune». Ma non è questo, ovviamente, ciò che intendiamo. Dialogare significa, invece, «cercare il bene comune per tutti». 

Il bene comune per tutti: in questa prospettiva – la sola che ci sta a cuore – possiamo tracciare un orizzonte di idee e proposte che vogliono essere un contributo fattivo e concreto alla discussione pubblica.

Con questo spirito, voglio rivolgere a tutti i candidati un invito a riflettere sulla natura della vocazione politica. Perché di questo si tratta: una vocazione, una missione e non un trampolino di lancio verso il potere. Come ha scritto Francesco, «la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune»  In secondo luogo, un invito alla sobrietà. Una sobrietà nelle parole e nei comportamenti. La campagna elettorale sta rendendo serrato il dibattito, ma non si può comunque scordare quanto rimanga immorale lanciare promesse che già si sa di non riuscire a mantenere. Altrettanto immorale è speculare sulle paure della gente: al riguardo, bisogna essere coscienti che quando si soffia sul fuoco le scintille possono volare lontano e infiammare la casa comune, la casa di tutti.
In terzo luogo, la ricerca sincera del bene comune. Non a parole ma con i fatti. Per il futuro del Paese e dell’intera sua popolazione, da Nord a Sud, occorre mettere da parte le vecchie pastoie ideologiche del Novecento e abitare questo tempo con occhi sapienti e nuovi propositi di ricostruzione del tessuto sociale ed economico dell’Italia. In questa grande opera, è auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione nel servizio del bene comune. E, se posso indicare un ambito privilegiato su cui impegnarsi, raccomando la scuola, dove si gioca la partita decisiva del percorso formativo dei nostri ragazzi. Di questa scuola sono parte integrante e qualificata le scuole pubbliche paritarie, ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza. 

Vorrei, infine, rivolgere tre indicazioni ai cattolici in politica.

La prima: vivete la politica con gratuità e spirito di servizio. Testimoniate questa gratuità con gesti concreti e con una vita politica degna della vostra missione, ricordando che i cristiani di ogni tempo «vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo» .

La seconda: guardate al passato per costruire il futuro. Guardate ad una stagione alta e nobile del cattolicesimo politico italiano. Prendete come esempi uomini e donne di diverso schieramento politico che, nella storia della Repubblica, hanno saputo indicare percorsi concreti e interventi mirati per affrontare le questioni e i problemi della nostra gente.

La terza: abbiate cura, senza intermittenza, dei poveri e della difesa della vita. Sono due temi speculari, due facce della stessa medaglia, due campi complementari e non scindibili. Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difesi nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dalla schiavitù del commercio del corpo umano, dall’affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista. Lo dico anche a riguardo delle recenti «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento»: ci preoccupa la salvaguardia della speciale relazione tra paziente e medico, la giusta proporzionalità delle cure – che non deve mai dar luogo alla cultura dello scarto –, la possibilità di salvaguardare l’obiezione di coscienza del singolo medico e di evitare il rischio di «aziendalismo» per gli ospedali cattolici.

In definitiva, vorrei ricordare a tutti: la vita non si uccide, non si compra, non si sfrutta e non si odia!

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Sugli sconfinamenti della gerarchia ecclesiastica in campo temporale:
IL CASO DEI MIGRANTI

Stefano Fontana, Così si cambia la Dottrina sociale della Chiesa

Intervento del Direttore dell'
Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân*
http://www.vanthuanobservatory.org/about/organizzazione/
su "La nuova bussola quotidiana", 22 agosto 2017

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* L' Osservatorio ha per oggetto la dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Presidente e Fondatore è Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, già membro del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, già Direttore dell'Ufficio nazionale della pastorale sociale e del lavoro, della CEI.
  Voglio precisare che, pur richiamando il rapporto giuridico del Dr. Fontana con l'Osservatorio e  l'Arcivescovo, non ho alcun motivo di ritenere che l'articolo non sia solo personale di lui.
AVVERTENZA. Una volta rivendicato che, nella Chiesa Cattolica, la "materia temporale" è competenza dei laici cattolici, diviene inevitabile chiedersi se, a livello costituzionale ecclesiastico, esista un organo collegiale di laici, investito di essa. Dentro la Nota di Papa Ratzinger si trova ricordato un "Pontificio Consiglio per i Laici", composto da "membri e consultori in maggioranza laici, nominati dal papa, di durata 5 anni". Adesso esso risulta sostituito dal Papa Francesco con un "Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita", solo monocratico".
  Considerato il linguaggio "Molto fumo (spirituale), poco arrosto", degli ecclesiastici di potere, discuto l'argomento (qui sotto), e propongo una "Consulta dei Laici Cattolici, impegnati in politica", proposti dai parroci tra persone con competenze professionali.
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 22 agosto 2017

Stefano Fontana, Così si cambia la Dottrina sociale della Chiesa

Lo stile comunicativo dei documenti di Dottrina sociale della Chiesa sta cambiando. Ne abbiamo avuto un ulteriore sintomo nel recente Messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato di papa Francesco. Sostenere che qui il Papa prende posizione per lo ius soli e in particolare per il disegno di legge italiano, come hanno fatto i giornali ieri, è eccessivo, però non c’è dubbio che il testo del Messaggio entri in aspetti anche molto tecnici (e controversi) delle politiche di accoglienza.

Così aveva fatto anche la Laudato si’ in ordine ai problemi scientifici del riscaldamento globale. Fino ad ora i documenti hanno sempre evitato di sposare una ricetta, sapendo di correre il pericolo di battezzare con l’acqua santa una posizione di parte, di puntare su un cavallo che domani potrebbe essere sconfessato dalla storia data la sua contingenza, di indurre a pensare che un cattolico che su quel problema ritenesse legittime altre ricette non fosse più cattolico o fosse un cattolico incoerente e, soprattutto, di sostituirsi al lavoro di pensiero dei cattolici impegnati su quel fronte del sapere e dell’operare.

La Dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione. Essa ha quindi anche un’indole pratica. Tuttavia, siccome la Chiesa non possiede ricette in campo sociale e politico e non ha tutte le competenze necessarie, come il magistero innumerevoli volte ha assicurato, la sua indole pratica deve soprattutto essere attuata dai laici, sulla propria responsabilità e non su quella della Chiesa.

Intendiamoci, il magistero può anche intervenire su singole leggi, mettendo in guardia dall’approvarle, se queste ledono i principi fondamentali della morale naturale e divina e quindi offendono l’uomo e Dio. Non è prudente applicare questo principio, invece, alle questioni sociali e politiche che possono stare in vari modi. Già Aristotele diceva che per questi problemi va adoperata la virtù della saggezza (la prudentia cristiana). Per dirla in modo ancora più chiaro: su una legge che offende la base naturale della famiglia e, quindi, danneggia la persona e la giustizia, il magistero deve intervenire direttamente per non permettere che i fedeli siano tratti in inganno. Su una legge che disciplina una materia complessa dove non sono in gioco principi non negoziabili, invece, è prudente dare le direttive d’azione di fondo e lasciare che poi intervenga la prudenza dei laici impegnati in politica.

La Nota Ratzinger del 2002 sull’impegno dei cattolici in politica distingueva chiaramente tra questi due tipi di intervento. Ribadiva quali fossero gli ambiti in cui la coscienza cristiana non aveva discrezionalità, pena la perdita della coerenza tra fede e vita, e le questioni che invece potevano essere affrontate legittimamente in molti modi. Questo, spiegava la Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, capita o perché si tratta di questioni complesse e articolate che non possono avere una risposta univoca, oppure perché presentano molti risvolti tecnici, oppure perché si prestano a diverse soluzioni tutte moralmente accettabili, oppure perché si possono affrontare a partire da principi di teoria politica legittimamente diversi. In tutti questi casi il magistero lascia libertà alla coscienza ben formata dei fedeli.

Dietro questa dottrina c’è la distinzione della teologia morale tra gli atti intrinsecamente cattivi (o assoluti negativi) e gli atti buoni, ripresa e confermata autorevolmente dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Se gli atti intrinsecamente cattivi non si possono mai fare, il bene invece lo si può fare in molti modi.

Ora, la politica delle migrazioni appartiene a quest’ultimo genere di problemi: l’indicazione all’accoglienza è un precetto morale positivo, che dice di fare il bene, il bene però lo si può fare in molti modi, e per di più trattasi di questione complessa, con rilevanti aspetti tecnici, per cui il soggetto deputato a valutare e a scegliere è la coscienza ben formata dei laici.

Bisognerà approfondire – e questo breve intervento non è il luogo più adatto - come mai ci sia una tendenza del magistero sociale in generale a non dare indicazioni chiare davanti a leggi e a politiche evidentemente contrarie all’ordine morale naturale e divino, mentre ci sia un impegno maggiore a prendere posizione diretta, scavalcando la laicità dei problemi e i laici cristiani stessi, su questioni complesse che per loro natura si prestano a più soluzione possibili e legittime. Capita sempre più spesso che il cattolico impegnato nella società si senta con le spalle scoperte quando si impegna per la vita o per la famiglia e si senta invece confortato dai "piani superiori" quando fa accoglienza agli immigrati o quando mette i pannelli solari sul tetto della parrocchia. Ma tra i due ambiti c’è un abisso di differenza.

Da parte mia mi permetto di suggerire solo questo spunto riguardante la natura della Dottrina sociale della Chiesa, vale dire:
- In primo luogo, essa è una "Dottrina" ed è "della Chiesa". Che sia una dottrina comporta che si nutra di un pensiero, che sia un corpus articolato e organico, che chiami in causa più competenze raccordate analogicamente tra loro. E’ per la prassi ma non è prassi. Se si viene presi dalla spinta alla prassi, all’esserci in campo, a fare da pompiere alle emergenze perché non nella dottrina, ritenuta astratta, ma nella vita immediata si incontra l’altro e si testimonia Cristo, allora si agisce come se il corpus dottrinale della Dottrina sociale della Chiesa non esistesse.
- In secondo luogo, essa è "della Chiesa", fa capo ad un soggetto unico, ma articolato. Se il magistero scende in campo nelle scelte politiche copre lo spazio dei laici. E questo – occorre riconoscerlo – è la cosa più strana di questo passaggio. Nel momento in cui si continua a celebrare la famosa autonomia dei laici, e la si rispetta addirittura quando essa supera i confini del lecito, ossia quando si impegna per il male rivendicandone la legittimità, si finisce poi per dare indicazioni concrete su singole norme e singole politiche, togliendo ai laici la loro legittima autonomia. Ho troppo bene in mente quante volte sono stati rimproverati i laici di un tempo perché troppo asserviti alle gerarchie ecclesiastiche e quante volte si siano criticate direttive d’azione presenti in altre encicliche, considerandole un pedaggio pagato dalla Dottrina sociale della Chiesa alle ideologie, per non sorprendermi di fronte a questo nuovo passaggio dello stile del magistero sociale.

J. Ratzinger, Nota sull'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (Fonte* : Nota )

SINTESI (Conclusione)
Gli orientamenti contenuti nella presente Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II.
Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno».
Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]

I. Un insegnamento costante
1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1] La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla "politica", ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico
2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini ­ e tra questi ai cattolici ­ si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.

3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete ­ e meno ancora soluzioni uniche ­ per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14] Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono "negoziabili".

Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali

Nino Luciani, In cerca di un organo collegiale dei laici cattolici

Premessa. 1) E' raro che laici autorevoli intervengano in materia di dottrina sociale della chiesa, per affermare che è improprio il fatto che la Gerarchia sfori il campo religioso per "entrare in aspetti molto tecnici (e controversi)". In questo caso lo sforamento è contestato al papa attuale.
  Si deduce che la tesi implicita è che (dentro la chiesa cattolica) gli aspetti tecnici sono di competenza dei laici cattolici.
  Ma la questione non finisce qui. Esistono, dentro la chiesa cattolica, delle strutture organizzative dirette da laici ?
  Veramente, nella Nota di papa Ratzinger si fa riferimento ad un "Pontificio Consiglio per i Laici", composto
da membri e consultori in maggioranza laici, nominati dal papa, e che fu sentito, prima della emanazione della Nota.
  Ma sta di fatto che oggi quel Consiglio risulta soppresso dal papa attuale e sostituito da un "Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita", fortemente mono-cratico".
  E' una decisione criticabile ? Parrebbe che quel Consiglio non funzionasse, perchè i suoi membri erano molto divisi e non producevano nulla. Dunque, bene ha fatto papa Francesco
 Sta di fatto che esistono strutture sostitutive, ma vicine alla CEI-Conferenza Episcopale, che è un organo collegiale dei Vescovi. Una di queste è il Rinnovamento nello Spirito Santo, che raggrupperebbe i cosiddetti movimenti giovanili. Su questo torno più avanti.

2.- Sui poteri della gerarchia in materia temporale. Va puntualizzara ulteriormente (dopo il nostro Direttore dell'Osservatorio) la autorevolezza rispettiva dei laici e del papa in materia temporale.
   Secondo  il gesuita spagnolo Diez Alegria (che ho avuto come professore di Dottrina Sociale della Chiesa, a suo tempo, alla Pontificia Università Gregoriana), si deve distinguere:
  a) un magistero infallibile del papa, in speciali materie di fede;
  b) un magistero praticamente infallibile dei vescovi, come collegio, in materia di fede;
  c) un magistero ordinario non infallibile in materia sociale (p. 6). Secondo l'illustre gesuita, "fra un fedele e un non credente, nel campo temporale non c'è una differenza essenziale"... "la gerarchia non ha nessun potere diretto o indiretto (inteso come l'intendevano i teologi del secolo VI) in materia temporale, ma ha come unico compito l'insegnamento autorevole della legge naturale" (p. 12).
  Conclusione. La mia convinzione e' che la Gerarchia dev'essere totalmente libera di esprimersi su qualsiasi cosa, purchè non pretenda di essere sempre praticamente autorevole, in forza della carica ricoperta.
  Nel caso dei migranti
, le recenti dichiarazioni del papa anche in favore dei figli degli immigrati nati in Italia (Sì a “ius soli” e a “jus culturae”) ripropongono l’ennesima invasione di campo temporale del papa in modo inappropriato, con infiniti guai creati di conseguenza. Il motivo è che, ivi, c'è un problema a partita doppia con vantaggi per alcuni in generale e danni per altri, ma trattato senza tener conto di questi danni, per un adeguato bilanciamento. Diverso è il campo del volontariato per i migranti ("quod superest date pauperibus", ma qui lo Stato non c'entra niente).
In questo caso il papa si è comportato come quella brava gente che si improvvisa pompiere, in aiuto ai pompieri, ma complica il lavoro dei pompieri.
  Ma quella invasione di campo potrebbe divenire un problema, se diventa (piano piano) la regola quotidiana.
  Nel caso della CEI-Conferenza Episcopale già siamo a questo livello. Non solo essa ha un giornale ufficiale (L'AVVENIRE), ma molti vescovi sono divenuti articolisti su quotidiani italiani.
  Anche qui il problema non è la libertà di farlo (devono potere essere liberi), ma la loro sprovvedutezza in campo temporale straripa (non sempre).
  S. Fontana ha criticato recentemente anche l'Avvenire, in materia di immigrati.
   Con questa prima conclusione mi ritrovo con lui. Ma questo non dà ancora una soluzione al problema di creare un organo di laici cattolici che svolga quel ruolo nel campo temporale.

3) Serve un organo collegiale a livello costituzionale e/o un partito di cattolici (sia pur non solo di cattolici) ?
a) Un organo consultivo ?
Il Rinnovamento nello Spirito Santo è una associazione privata, riconosciuta dalla CEI. I suoi  organi sono:
- un Presidente;
-  una Assemblea nazionale composta da laici e, in piccola misura, da ecclesiastici; e corrispondenti assemblee a livello decentrato (parrocchie, diocesi, regione).l
Ha come finalità (art. 2 dello statuto) la costituzione e la formazione di gruppi e comunità.
Il Presidente rappresenta l’Associazione presso la Conferenza Episcopale Italiana.

Conclusione. Se si prescinde dalle molte parole di routine in Statuto, risulta (sulla base di racconti separati di un vescovo e di un prelato, da me interpretati con qualche fantasia) che:
- il RNS ha come compito di fare proselitismo tra i giovani, creando movimenti giovanili;
-  e, pur se il Presidente è un laico, l'associazione è controllata da alcuni vescovi.
  L' obiettivo finale è creare una corrente, all'interno di un partito nazionale. Tra i partiti presi in considerazione, ultimamente la simpatia prevalente è stata per il PD.
  Da questi racconti, risulta che, al suo interno, RNS sia molto diviso. Ma, considerato che l'obiettivo finale è una scelta di campo (tra partiti), si intuisce che il motivo della divisione sia il problema della scelta di campo (e questo è un luogo comune a tutte le associazioni, in generale).

b) Un partito ? La Democrazia Cristiana era un partito di cattolici, sia pur non di soli cattolici (e con uguali valori).
  Per creare un organismo laico a supporto della Gerarchia si deve ricostruire la DC, o farne un altro ?  Mi fermo qui.

c) Una Consulta dei Laici Cattolici, impegnati in politica ? Il problema non è di reclutare dei giovani per obbedire alla qualcuno della Gerarchia circa il voto, ma delineare un campo di possibili soluzioni nel concreto e definire l'organismo che le applica.
- Quale campo ? Ultimamente un GRUPPO DI LAVORO, costituito da 12 docenti universitari di Bologna (da me coordinato), aveva fatto un "Codice Etico del cristiano impegnato in politica".
  L'iniziativa era partita con la benedizione del Vescovo Nunzio Galantino, che (al termine dei lavori) ne aveva preso atto senza rilievi, ma che poi si era defilato al momento di esternarlo in un convegno.
  Chi volesse vedere questo codice, lo trova cliccando su: Codice etico, Appendice.
  La proposta finale di ordine pratico era
di fare una “Consulta nazionale dei laici per l’attività politica” .
  La motivazione era stata:
  "Al fine di aprire un percorso di reciprocità tra laici cristiani e soggetti vicini per valori e programmi, il Gruppo ritiene che sarebbe utile la costituzione di una Consulta nazionale laica del mondo cristiano per l’attività politica, alla quale possano partecipare (sia pure in modo non esclusivo) laici delle associazioni parrocchiali, impegnati come cittadini, e competenti in politica, proposti dai parroci e scelti tra cattolici con competenze professionali (economia, diritto, storia, chimica, fisica, medicina...).
Il compito della Consulta dovrebbe essere quello di:
- osservatorio della politica nazionale Italiana e della Unione Europea;
- colloquio con la CEI;
- orientamento dei laici cristiani alla partecipazione ai partiti, con preferenza alla partecipazione maggiore possibile ad un “partito largo” non solo di cattolici, che sia in armonia con la dottrina sociale della Chiesa Cattolica, ed all’interno del quale il gruppo dei cattolici abbia possibilità di libera espressione, fermo il rispetto delle regole decisionali del partito partecipato.
  Sul piano strategico la Consulta dovrebbe promuovere proposte unitarie del mondo cattolico alle istituzioni politiche, considerato che in democrazia le decisioni si prendono a maggioranza, e voti si contano.
  Questo codice etico veniva proposto come norma di comportamento della Consulta, qualora la CEI – Conferenza Episcopale Italiana volesse avvalersene.
  Va, invece, considerato solo un discorso aperto, quello dell’apporto della Consulta alla riorganizzazione di un partito di cattolici e altri laici di comune programma
. Nino Luciani

( Continua Ratzinger) i cattolici possono scegliere di militare per esercitare ­ particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare ­ il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.[17] Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica».[18]

4. A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa. Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto.[19] Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».[20]

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo
5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla "laicità" che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il "confessionalismo" o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la "laicità" dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La "laicità", infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece ­ come è suo proprio compito ­ istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta "spirituale", con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta "secolare", ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come "luogo storico" del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto ­ come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura ­ sono occasioni provvidenziali per un "continuo esercizio della fede, della speranza e della carità"».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

IV. Considerazioni su aspetti particolari
7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.

La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.

La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.

Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II.[27] In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera.

8. A questo proposito è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani.[28] In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che «il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee, avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera religione e nell’adesione ad essa».[29] L’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina cattolica,[30] anzi con essa è pienamente coerente.

V. Conclusione  (riportata all'inizio. NdR)

* Fonte: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20021124_politica_it.html

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I MATRIMONI TRA PERSONE DI DIVERSA RELIGIONE VANNO OSTACOLATI oppure INCORAGGIATI ?

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Ahmad Muhammad al-Tayyib
Grande Imam dell’Università di Al-Azhar

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Papa Francesco

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Rabbi Di Rabbi Eliezer Shemtov

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Munib Younan
Presidente Fed.mond. luterana

 

Le religioni monoteiste ostacolano fortemente i cosiddetti "matrimoni misti" e riescono a farlo grazie al potere
diretto sui meccanismi che realizzano il matrimonio religioso o civile. Ne deriva un fattore che perpetua, nei secoli,
la divisione tra le razze, con conseguenti guerre fratricide senza fine. Il caso dei Balcani è vivo.
BERGOGLIO ANDRA' AL CAIRO IL 28 e 29 APRILE 2017 ...Questo argomento sarà oggetto di dialogo ?

 
LUCIANI: Un proverbio dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi". Avvocati del campo informano che molti matrimoni tra cattolici e musulmani avrebbero alta probabilità di fallimento.
  E' un fatto che le religioni monoteiste oppongono grandi ostacoli a matrimoni tra persone di diversa religione (detti "matrimoni misti"): il motivo è la difesa della purezza della fede. Ma, poi, guardando a fondo, trovi che le medesime ragioni sono applicabili, al 99%, anche ai matrimoni tra persone della stessa religione (nel senso che nulla garantisce che un cattolico si comporterà da cattolico, secondo la chiesa cattolica).
  E' anche un fatto che il contatto tra i popoli è imposto dalle migrazioni, e dunque l'unione tra i popoli si impone, nonostante tutto. E' pure in decadimento la considerazione degli impedimenti meramente religiosi. Non solo questo: la politica della accoglienza non è compatibile con gli ostacoli ai matrimoni misti.
  Sotto l'aspetto storico, le religioni, ostacolando i matrimoni misti, hanno ostacolato la pace tra i popoli. Questo risulta tragicamente nei Balcani e ovunque (vedi Irlanda del Nord, tra cattolici e protestanti). Simmetricamente, nei Paesi (come l'Inghilterra) nei quali i popoli invasi (sassoni) avevano la stessa religione degli invasori (normanni), le razze si sono fuse e siffatti problemi di divisione non ce ne sono stati. Il caso dell'Italia è massimamente significativo: qui le razze fuse sono state innumerevoli, ma la religione era l'unica (cattolica), almeno per molto tempo.
  Per sanare questi pericoli, la chiave sta nella politica della integrazione, se non si voglioni  tragici problemi di convivenza, più tardi.
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-e-politica-in-Bosnia-Erzegovina-19474
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-fede-nazione-conflitto-19527
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_Bosnia_ed_Erzegovina
LA VISIONE CRISTIANA DEL MATRIMONIO (Stralcio da documento della CEI - Conferenza Episcopale Italiana))

Appendice 1
NATURA DELL'IMPEDIMENTO DI DISPARITAS CULTUS

"38. Secondo la dottrina cattolica, il matrimonio ha dignità sacramentale solo quando è celebrato da due battezzati. Nel caso di matrimonio fra una parte cattolica e una non battezzata, la competenza della Chiesa cattolica sul vincolo di diritto naturale si fonda sul fatto che uno dei due nubendi è battezzato cattolico (cfr can. 1059) e si traduce nella concessione o meno della dispensa che toglie l'impedimento dirimente alle nozze. La dispensa deve essere richiesta dal parroco della parte cattolica all'Ordinario del luogo, normalmente attraverso il competente ufficio della Curia diocesana.
Il parroco deve anche accertare, nelle modalità consuete, lo stato libero della parte musulmana. Tenuto conto della peculiarità del caso, è opportuno che i nubendi si presentino al parroco almeno sei mesi prima delle nozze.

39. Con la normativa canonica che disciplina tali matrimoni la Chiesa, da un lato, intende tutelare la fede della parte cattolica: per questo ha stabilito l'impedimento dirimente di disparitas cultus, in forza del quale è invalido il matrimonio eventualmente contratto dal fedele cattolico con una parte non battezzata; d'altro canto, essa riconosce che, nella concreta vicenda esistenziale di una persona, il matrimonio di una parte cattolica con un non battezzato può realizzare valori positivi di indubbio rilievo, quali l'esercizio del diritto alle nozze e alla procreazione con la persona liberamente scelta, in una comunione di vita fedele e indissolubile, secondo il progetto primordiale di Dio sull'uomo e sulla donna.

40. Per queste ragioni Il Vescovo del luogo, qualora si diano certe condizioni, ha la facoltà di dispensare il fedele cristiano dall'impedimento invalidante e di ammetterlo alla celebrazione di un valido matrimonio. Sotto il profilo sistematico, l'istituto della dispensa si traduce nell'esonero dal vincolo della legge (nel caso in specie, quella che sancisce l'esistenza di tale impedimento, che renderebbe nullo il matrimonio), di fronte al bene prevalente del fedele (nel caso in specie, il fatto che questi non permanga in una convivenza di fatto o in un matrimonio civile), posto che si realizzino tutte le condizioni richieste per il consenso a un matrimonio integro nell'essenza, nei fini e nelle proprietà essenziali, cioè in cui entrambi i nubendi accolgano come valori l'unità, l'indissolubilità, la fedeltà e l'apertura alla prole.

41. Il Vescovo del luogo può concedere lecitamente la dispensa - che rimane in ogni caso un atto discrezionale e valido solo quando sussista una giusta e ragionevole causa - dall'impedimento di disparitas cultus -  solo dopo avere verificato l'esistenza di alcuni requisiti.

a) In primo luogo, essi riguardano la parte cattolica, che deve:
- dichiarare di essere pronta a evitare il pericolo, insito nel matrimonio con una parte non battezzata, di abbandonare la fede cattolica;
-  promettere di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella fede cattolica. Merita di essere sottolineata la differenza che caratterizza i due impegni assunti dalla parte cattolica: mentre la salvaguardia della fede cattolica è un valore assoluto che dipende fondamentalmente dalla coscienza rettamente formata e dalla forza morale del singolo, le scelte concrete in ordine all'educazione dei figli coinvolgono egualmente - nel nostro sistema di valori e negli ordinamenti giuridici dei Paesi occidentali - entrambi i genitori, e nel mondo islamico il padre a titolo del tutto speciale.

Può pertanto darsi l'eventualità che la parte cattolica, per lo più la donna, pur avendo assunto un impegno vero e sincero, si trovi poi nell'oggettiva impossibilità di mantenerlo.
Nel caso specifico, si tenga presente che i musulmani osservanti ritengono di avere l'obbligo di educare senz'altro i figli maschi nella propria credenza.
La parte cattolica, su invito ed eventualmente con l'aiuto del parroco, verifichi in modo approfondito e senza accontentarsi di rassicurazioni generiche le intenzioni e le disposizioni in merito della parte musulmana, così da offrire al Vescovo del luogo gli elementi necessari per ponderare la convenienza della concessione della dispensa.

b) La parte musulmana deve essere informata degli impegni che la parte cattolica è tenuta ad assumere; ciò deve constare negli atti. Nel rispetto della libertà di coscienza, non le viene richiesta alcuna sottoscrizione che la vincoli a impegni equivalenti, pur restando auspicabile che dia garanzie adeguate di tenere veramente un atteggiamento rispettoso, tale da permettere alla parte cattolica di adempiere gli impegni assunti.
È conveniente non attendere il momento dell'esame dei coniugi per far conoscere alla parte musulmana gli obblighi a cui è tenuta la parte cattolica e dei quali anch'essa deve essere realmente consapevole.

c) Entrambe le parti devono essere istruite sui fini e sulle proprietà essenziali del matrimonio, che non possono essere esclusi da nessuno dei due. Questo aspetto è da tenere distinto dai precedenti, che vedevano i due nubendi muoversi su piani diversi, dal momento che solo la parte cattolica era tenuta positivamente a impegnarsi.
I fini del matrimonio consistono nel bene dei coniugi e nella generazione ed educazione della prole. Le proprietà essenziali del matrimonio sono l'unità (non vi possono essere per una persona più vincoli matrimoniali validi in atto contemporaneamente) e l'indissolubilità (cioè la perpetuità) del vincolo. L'esclusione anche di uno solo di questi elementi da parte di uno dei contraenti, snaturando l'istituto delmatrimonio così come configurato da Dio nel piano della creazione, rende invalido il matrimonio. Non si tratta, infatti, di caratteri rimessi alla libera disponibilità delle parti o subordinati all'appartenenza alla Chiesa cattolica: chi li rifiuta (battezzato o meno), rifiuta con ciò il matrimonio stesso.

Un'attenzione particolare deve essere dedicata al bene della fedeltà coniugale, che può essere seriamente minacciato dalla diversa comprensione di questo valore, connessa con la differente prospettiva, non solo culturale ma anche antropologica, propria del mondo islamico, il quale non mette sullo stesso piano l'uomo e la donna: la fedeltà coniugale è infatti intesa come un diritto dell'uomo verso la donna, in senso stretto esigibile solo da lui.

42. Poste queste premesse, è necessario verificare in maniera approfondita l'orientamento e la volontà di entrambi i contraenti su questi punti, prestando particolare attenzione alla parte musulmana: è possibile che questa condivida solo genericamente un orientamento culturale e di pensiero contrario ai fini e alle proprietà essenziali del matrimonio, ma di fatto non li escluda con un atto di volontà personale e positivo in riferimento al proprio matrimonio. Nel corso di questa verifica potrebbero infatti emergere circostanze nuove, quali una presa di coscienza più approfondita ed eventualmente un forte disagio della parte cattolica di fronte agli orientamenti del futuro coniuge su materie così delicate; tale evenienza dovrebbe suggerire all'Ordinario di ponderare in maniera ancora più attenta l'eventuale concessione della dispensa.

Anche nel caso in cui la verifica non lasci spazio a ombre circa le intenzioni della parte musulmana, non è inutile proporle un'istruzione adeguata sul significato e sulle implicazioni morali ed esistenziali dei fini e delle proprietà essenziali del matrimonio, che entrambe le parti sono tenute a rispettare.
Se invece risultasse positivamente che la parte musulmana di fatto intenda e voglia, anche solo ipoteticamente, applicare orientamenti contrari ai fini e alle proprietà essenziali del matrimonio alle nozze che sta per contrarre, ciò comporterebbe inevitabilmente la nullità del vincolo e di conseguenza l'impossibilità assoluta di concedere la dispensa dall'impedimento.

43. E' sempre necessario vagliare attentamente le reali intenzioni della parte non cristiana, motivando l'eventuale rifiuto della dispensa con il contrasto insanabile fra le intenzioni del nubendo e la concezione cattolica del matrimonio. Non si trascuri il fatto che dichiarazioni rilasciate solo per compiacere il parroco o la parte cattolica, ma non rispondenti alle effettive intenzioni della parte musulmana, potrebbero costituire il presupposto per dare corso al procedimento per la dichiarazione di nullità del matrimonio.

44. Si tenga inoltre presente che, se la coppia intende stabilirsi in un Paese islamico, è oggettivamente assai improbabile che, al di là della soggettiva buona volontà, la parte cattolica possa adempiere gli impegni assunti per ottenere la concessione della dispensa. In questo caso - cioè in presenza dell'intenzione manifestata sin dall'inizio di procedere a tale trasferimento - non è conveniente che il Vescovo conceda la dispensa, anche di fronte all'eventualità che, per conformarsi alle leggi dello Stato islamico e sotto la pressione sociale, la coppia sia poi indotta a celebrare il matrimonio islamico.
A tutela della moglie cattolica si potrebbe tuttavia tollerare la celebrazione del matrimonio civile in Italia, anche nei casi in cui esso non venga riconosciuto dallo Stato del coniuge e non possa tutelare adeguatamente la posizione della donna, essendo colà ammessa la poligamia.
In tali Paesi i figli non potranno che essere musulmani e, qualora la coppia vi si trasferisse dopo avere trascorso alcuni anni in Italia, essi, se battezzati, dovrebbero apostatare la fede cristiana.
Si deve altresì ammonire la parte cattolica sulla gravità delle conseguenze derivanti dall'eventuale emissione della professione di fede islamica, che configurerebbe una vera e propria apostasia. "

LA PROFESSIONE DI FEDE MUSULMANA (Stralcio da documento della CEI)

"45. Una serie di problematiche particolari sorge nel caso in cui sia un uomo cattolico a voler sposare una donna musulmana: tale unione infatti è severamente vietata dalla legge coranica, in forza dell'impedimento di "differenza di religione", secondo il quale il maschio musulmano può sposare una "donna del Libro", cioè una donna ebrea o cristiana (Corano, 5, 5); mentre una musulmana non può sposare un "politeista " (Corano, 2, 221) o un "miscredente" (Corano, 60, 10), categorie all'interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei.
Negli ordinamenti giuridici dei Paesi islamici spesso l'autorizzazione civile alla celebrazione presuppone l'emissione della shahâda da parte del contraente non musulmano (qui, cattolico), ossia della professione di fede musulmana.

46. Il problema si pone normalmente, in Italia, quando si intenda contrarre matrimonio canonico a cui conseguono anche gli effetti civili; in tal caso, può accadere che il consolato del Paese islamico non trasmetta i documenti all'ufficiale dello stato civile se prima non risulti che il contraente cattolico ha emesso la shahâda.
Non di rado, per aggirare l'ostacolo, il cattolico in questione pronuncia o sottoscrive la shahâda, pensando di compiere una mera formalità. In realtà, egli pone un atto di apostasia dalla fede cattolica e manifesta una vera e propria adesione all'islâm. Il parroco deve illustrare al contraente cattolico il vero significato della shahâda, ammonendolo che non si tratta di un mero adempimento burocratico, ma di un vero e proprio abbandono formale della fede cattolica.

Shahâda significa in arabo "testimonianza" (professione di fede) e la sua formulazione è la seguente: "Non c'è divinità all'infuori di Dio e Maometto è l'inviato di Dio". Con la preghiera, il digiuno nel mese di Ramadân, l'elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca è uno dei cinque pilastri fondamentali dell'islâm. Pronunciata in arabo e talora semplicemente sottoscritta davanti a due testimoni, è sufficiente per provare la conversione all'islâm, assoggettandosi ai diritti e ai doveri della comunità islamica. Tale professione di fede, se compiuta consapevolmente, costituisce un atto formale di abbandono della Chiesa cattolica, il quale, quando assume la sostanza di vero delitto, risulta sanzionato dalla scomunica latae sententiae.

47. Nel caso ipotizzato, si potrebbe valutare con il Vescovo l'eventualità di ricorrere alla previa celebrazione del matrimonio nel rito civile, procedendo solo in un secondo momento alla celebrazione canonica, per superare il mancato rilascio dei documenti da parte del consolato. La normativa italiana, infatti, consente di celebrare il matrimonio civile con una musulmana senza la dovuta documentazione e senza il "nulla osta" internazionale, in quanto la disparità di trattamento prevista dalla legislazione islamica contrasta con la Costituzione italiana, secondo il principio della reciprocità. Il matrimonio civile così celebrato, però, sarà valido solo per l'ordinamento italiano e non nel Paese d'origine della donna musulmana; la coppia perciò, con ogni probabilità, dovrà affrontare problemi gravosi in rapporto sia alla famiglia, sia al Paese d'origine. emissione esime sia dalla forma canonica, sia dall'impedimento di disparitas cultus.

Il cattolico, che ha emesso tale professione e si presenta al parroco chiedendo il matrimonio canonico, è tenuto a ritrattare formalmente tale atto prima del matrimonio; se la parte cattolica rifiuta di farlo, seppur ammonita delle gravi conseguenze dell'apostasia, deve essere rimandata al matrimonio civile. In ogni caso, la questione deve essere rimessa alla prudente valutazione dell'Ordinario del luogo. L'art. 27 della legge n. 218/1995 sottopone la capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio alla legge nazionale di ciascun nubendo al momento della celebrazione. Qualora l'impedimento previsto dalla legge risultasse contrastante con l'ordinamento italiano, l'autorità italiana potrebbe legittimamente invocare il limite dell'ordine pubblico, come nel caso del divieto per la donnamusulmana di sposare un non musulmano.
L'impedimento si pone in evidente contrasto con il principio di eguaglianza sancito, oltre che dalla Costituzione, da numerosi atti internazionali in tema di tutela dei diritti dell'uomo, quali gli artt. 12 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'ordine pubblico può giustificare la mancata produzione del nulla osta al matrimonio richiesto agli stranieri dall'art. 116 del codice civile.

Appendice 3
ALCUNI ELEMENTI DEL MATRIMONIO NELL'ISLÂM

a) Il matrimonio come contratto.
48. Il matrimonio nell'islâm ha un significato e un valore religioso, in quanto voluto da Dio. Dal Corano risulta un'immagine ricca del matrimonio; in essa ritroviamo anche le due finalità essenziali della tradizione cristiana, espresse nei valori della riproduzione della specie e dell'istituzione di una relazione di pace, rispetto, affetto e misericordia fra gli sposi. In modo più scarno, invece, il diritto islamico vede nel matrimonio un contratto che rende leciti i rapporti sessuali fra gli sposi. Si tratta di un contratto bilaterale privato, per la cui validità non è necessaria una celebrazione pubblica.

b) Una famiglia patriarcale, con doveri e ruoli prestabiliti
49. La famiglia che nasce dal matrimonio islamico è sottoposta all'autorità del marito e si basa su doveri e diritti dei coniugi ben definiti. L'ideale coranico della famiglia è patriarcale, per cui l'uomo è il perno della vita familiare. L'impronta patriarcale resiste anche oggi, sebbene interpellata e parzialmente modificata dai moderni cambiamenti sociali. La superiorità maschile si manifesta anche negli atti sociali, come nel rendere testimonianza o nella divisione dell'eredità.
In base a questa preminenza, il diritto stabilisce i ruoli, i reciproci diritti e i doveri dei membri della famiglia.
Fra i coniugi vi sono anzitutto doveri reciproci, come la coabitazione, il rispetto, l'affetto, la salvaguardia degli interessi morali e materiali della famiglia, la reciproca vocazione successoria, la congiunzione agli sposi dei figli nati dal matrimonio, la creazione di parentela per alleanza.

50. I diritti della sposa sono il mantenimento da parte del marito, l'uguaglianza di trattamento delle mogli nel matrimonio poligamico, la possibilità di visitare i parenti e riceverne la visita, l'amministrazione dei propri beni senza il controllo del marito, la custodia dei figli in tenera età, ma sempre sotto il controllo paterno o del tutore legittimo.
La tutela dei figli spetta al padre, che decide e controlla la loro educazione, in particolare che siano educati nell'islâm. In caso di scioglimento del matrimonio, la custodia dei figli spetta alla madre. La custodia del figlio maschio cessa con la pubertà, mentre la custodia della figlia dura fino al matrimonio di questa.

51. I diritti dello sposo sono la fedeltà e l'obbedienza da parte della moglie, l'allattamento dei figli al seno da parte della moglie, la vigilanza sul buon andamento della casa, il rispetto dovuto dalla moglie ai parenti del marito. Solo il padre istituisce la filiazione legittima e il diritto legittimo all'eredità.

c) Lo scioglimento del matrimonio: ripudio e divorzio
52. Il ripudio, previsto e regolato dal Corano, è un atto unilaterale del marito, che rompe il contratto matrimoniale. Il diritto islamico spiega che il matrimonio, essendo un contratto bilaterale privato, può essere sciolto privatamente.
Lo scioglimento avviene per ripudio, divorzio o decesso di uno dei congiunti.
Il marito ha il diritto, unilaterale e assoluto, di pronunciare il ripudio. La donna può decidere, in alcuni casi determinati, di chiedere al giudice il ripudio dietro pagamento di un compenso al marito consenziente, quando i dissapori della coppia siano insanabili.

53. In taluni casi il giudice stesso pronuncia la separazione definitiva tra gli sposi. Quest'ultima forma di scioglimento, che ha una certa analogia con il divorzio giudiziario, si applica in determinati casi, come l'assenza prolungata del marito dal tetto coniugale, la sua carcerazione, l'omissione prolungata del pagamento del mantenimento della moglie, il maltrattamento eccessivo. Alcuni Stati a maggioranza islamica (per esempio, la Tunisia e la Turchia) proibiscono il ripudio, o lo sottopongono al controllo giudiziario.

d) La poligamia
54. La poligamia è consentita dal Corano fino a quattro mogli e a tutte le concubine desiderate. Si esige l'equità di trattamento delle mogli da parte del marito. Nel diritto e nella tradizione, fino a oggi, la poligamia è lecita, sebbene, per motivi economici, sia in regresso. Normalmente l'equità di trattamento delle donne viene intesa, dai giuristi islamici, in senso "quantitativo".
La Tunisia, interpretando l'equità in senso "psicologico", ha abolito la poligamia, mentre altri Stati sottopongono al giudice la verifica delle condizioni di sussistenza della capacità per il matrimonio poligamico.

e) Etica della sessualità e della vita fisica
55. In generale manca una riflessione antropologica congrua sul senso, il valore e il fine della sessualità. La fornicazione e l'adulterio della donna sono peccati particolarmente gravi per l'islâm. La riflessione è invece liberale riguardo alla regolazione delle nascite, anche se la mentalità popolare incoraggia la fecondità. I giuristi ammettono la liceità di ogni tipo di contraccezione. Gli Stati, non di rado, favoriscono politiche di contraccezione indiscriminata per risolvere il problema demografico. Quanto alla sterilizzazione, maschile e femminile, essa è giudicata illecita, in base al principio di integrità del corpo umano.

56. L'aborto è condannato, a meno che non si renda necessario per salvare la vita della madre; viene comunque considerato una forma minore di infanticidio. I giuristi, pertanto, vietano l'aborto dopo il quarto mese o sempre, eccetto il caso di pericolo per la salute della madre. È però ammesso l'aborto del "feto malformato". La fecondazione eterologa è vietata, mentre viene ammessa quella omologa.

f) I rapporti tra genitori e figli 57. Il padre provvede al mantenimento e all'orientamento educativo dei figli; la madre esercita la custodia sui figli e li educa nella fanciullezza, in nome e nella religione del padre.

58. Altri principi generali importanti nell'islâm sono la solidarietà nella famiglia patriarcale, il rispetto dei beni dell'orfano e infine la proibizione dell'adozione. I figli devono obbedienza, riconoscenza e rispetto ai genitori e ricevono dal padre il consenso, o il diniego, al loro progetto di vita e di matrimonio.

59. I ruoli familiari, maschile e femminile, ben delineati e distinti, spiegano certi comportamenti oppositivi dei ragazzi e dei giovani immigrati musulmani verso figure femminili autorevoli. Il padre è responsabile dei rapporti sociali per tutto quanto concerne l'educazione dei figli, mentre nei Paesi europei questa incombenza spesso spetta alla madre; le due culture, quindi, usano talora codici opposti, con il rischio di possibili fraintendimenti. "

 

MATRIMONIO TRA EBREI e CATTOLICI. Lezione del Rabbi Di Rabbi Eliezer Shemtov (stralcio da doc. CEI))

" Uno degli argomenti più preoccupanti e meno compresi della vita ebraica è quello del matrimonio misto. Vi è una mancanza di informazioni obiettive sull'argomento, il Matrimonio misto è molto complesso dal punto di vista emotivo.
Da un lato, i genitori sentono che quando il loro figlio sposa un "non ebreo", lui o lei spezza la millenaria catena che ha garantito la continuità ebraica, e non vogliono che ciò avvenga. Dall'altro lato, non si sentono a loro agio nell'opporsi apertamente al matrimonio misto, per gli aspetti razzisti che tale contrarietà potrebbe presentare.
Perché escludere qualcuno come un partner potenziale per il matrimonio solo perché egli o ella è nato da un utero non ebreo? Sembra un atteggiamento discriminatorio.

Per analizzare la questione, occorre dividerla in due parti:
- Quali sono le basi per opporsi al matrimonio misto?
- Come può un ebreo opporsi al matrimonio misto senza contraddire l'istinto naturale che ha di combattere la discriminazione, specie dopo tutto ciò che abbiamo sofferto durante la nostra storia a causa della discriminazione?
-Quale spiegazione si può dare al suo amico o alla sua amica non ebrea per giustificare il rifiuto di prenderli in considerazione per il matrimonio?

Le basi . La fonte primaria sulla quale si basa la proibizione per un ebreo di sposare un non ebreo, si trova nella Bibbia (Deut. 7:3): 'Non li sposerai (i gentili, dei quali la Bibbia parla nei versi precedenti), non darai la tua figlia al loro figlio e non prenderai la sua figlia per il tuo figlio'. Il motivo di questa proibizione è chiaramente enunciato nel verso seguente: 'Giacchè condurrà il tuo figlio via da Me e serviranno altri dei…'.

Il Talmud (23a) rimarca, e Rashi nota nel suo commento sul verso citato sopra, che dall'espressione precisa del verso (lui, e non lei, condurrà il tuo figlio fuori strada) possiamo dedurre due cose.
- Nel caso che la tua figlia sposi 'il loro figlio', lui condurrà infine i tuoi figli (in altre parole, i tuoi nipoti, che saranno ancora considerati tuoi figli) fuori dalla strada della Torah.
- Nel caso che il tuo figlio sposi la loro figlia, i suoi figli non sono più considerati i tuoi figli, ma figli suoi. Non sono considerati ebrei.

E' allora chiaro, che non si tratta qui di una discriminazione razziale, la quale tragga origine da un atteggiamento personale e soggettivo che l'ebreo ha nei confronti del gentile. Parliamo qui è un comandamento, oggettivo, Divino, accompagnato da una spiegazione. Se sposerai tuo figlio a una donna non ebrea, i figli nati da tale unione non sono più considerati tuoi figli. Nel caso che tua figlia sposi un non ebreo, sarà inevitabile che i tuoi figli vadano molto lontano fuori strada dal cammino dell'ebraismo, sebbene essi siano ancora considerati ebrei.

Prendendo in considerazione la responsabilità primaria che l'ebreo ha di adempiere ai precetti della Torah, è evidente che è obbligatorio che gli ebrei si sposino entro la loro fede, perché se no, sarà impossibile continuare a adempiere all'obbligo che uno ha di manifestare la Divinità in questo mondo, la qual cosa è possibile solo adempiendo alla volontà di Dio. Il matrimonio misto è chiaramente in contraddizione con la volontà stabilita di Dio.

Per meglio comprendere questo argomento, dobbiamo chiarire un altro punto. Non solo è proibito a un ebreo sposare una non ebrea, è impossibile per un ebreo farlo. E' possibile che essi vivano insieme, che coabitino, perfino che procreino, ma non è possibile che vi sia un matrimonio. Le leggi della Torah sono tanto (o più) oggettive e inalterabili delle leggi della natura....

Cosa è il matrimonio? Se cerchiamo di rispondere alla domanda, troveremo difficile spiegare quale sia esattamente in generale la funzione del matrimonio. Se due persone si amano, perché non vivere insieme? Il giorno in cui decidessero di non dividere più la vita, ciascuno è libero di andare per la propria strada! Anche se dichiarano il loro impegno attraverso il matrimonio, il giorno in cui essi non vogliono più rimanere sposati, hanno comunque l'opzione del divorzio.

Quale è allora lo scopo e la funzione del matrimonio? Molti rispondono che il matrimonio è nulla più che una formalità, una norma sociale la quale da 'statuto legale' alla coppia. Ma dire che il matrimonio è semplicemente una norma sociale, implica che esso non ha un valore vero, intrinseco; ciò è arbitrario. Cosa avviene nel caso in cui uno non si preoccupi dell'autorità umana o della condanna sociale, è allora okay vivere in coppia e avere bambini senza essere sposati?

Mi pare che la sola vera base e giustificazione per il matrimonio sia che esso è una istituzione Divina. E' un'idea di Dio. L'idea del matrimonio ha le sue radici nella Bibbia. Anche se vi sono molti sistemi sociali che non si basano sulla Bibbia, e tuttavia riconoscono l'istituto del matrimonio, ciò non confuta il fatto che il principio e il vero valore del matrimonio siano di origine Divina.
.......
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Il Talmud e la Cabbala ci insegnano che il matrimonio non è semplicemente un'unione tra due individui completamente indipendenti. Il matrimonio è la riunificazione tra due metà della stessa unità. Col matrimonio, esse si riuniscono e divengono, ancora una volta, complete. Ciò di cui parliamo qui non è solo un'unione sul piano fisico, emotivo e/o intellettuale. Ciò di cui parliamo è un'unione al livello più profondo, più essenziale del sé. Vi sono anime le quali sono compatibili per il matrimonio e anime che non lo sono.

Oltre il caso dei matrimoni misti, la Bibbia enumera una lista di 'matrimoni' non validi, per esempio il 'matrimonio' tra fratello e sorella biologici o tra un uomo e una donna sposata a un altro uomo, in altre parole, incesto e adulterio.
La Bibbia non parla qui solo di divieti, ma di fatti. Negli esempi menzionati, non vi può essere mai alcun matrimonio, anche se è fisicamente possibile coabitare e procreare.

Sulla base di quanto sopra, abbiamo una spiegazione molto semplice per l'amico non ebreo sul perché non possiamo considerare lui o lei come partner di matrimonio potenziali. Non si tratta di un difetto che essi hanno. Si tratta semplicemente del concetto Biblico di matrimonio al quale uno, come ebreo, si sente obbligato ad aderire.
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L'amore è un fattore molto importante in una relazione di matrimonio, ma non è l'unico che determina la legittimità del matrimonio. E' possibile che un ragazzo ebreo trovi compatibilità con una ragazza non ebrea (e viceversa) e voglia creare con lei una famiglia.
Questa compatibilità apparente è possibile solo quando nessuno di loro manifesta la propria essenza. Fin tanto che l'ebreo non si preoccupa del fatto di essere ebreo e il non ebreo non si preoccupa della sua origine ed essenza personale, tutto sembra a posto. Cosa succederà il giorno che uno dei due 'si sveglia' e decide di preoccuparsi di chi realmente egli è?
Di colpo, la incompatibilità appare. In altre parole, fintanto che nessuno dei due si preoccupa della propria essenza, possono sentirsi compatibili con qualcuno che è essenzialmente all'opposto. Nel momento in cui uno dei due scopre la propria vera identità, la relazione cessa di avere alcun vero significato.

Conosco parecchie coppie miste che sono state molto innamorate fino al momento in cui i loro figli sono nati. Improvvisamente hanno avuto discussioni molto accese riguardo l'educazione dei loro bambini, anche se avevano da tempo risolto la questione in teoria.
La madre ebrea vuole circoncidere il proprio figlio, per esempio, mentre il padre non ebreo non vuole che suo figlio sia diverso da lui. Improvvisamente l'incompatibilità occupa il centro della scena, ma è già troppo tardi, hanno ormai generato un figlio che entrambi i genitori e gli insiemi dei nonni vogliono considerare loro

...

Cosa succede nel caso di un ebreo non religioso e di un ateo ebreo? Sussiste ancora questa incompatibilità con un non-ebreo? Dopo tutto, se uno non si preoccupa della propria religione, perché preoccuparsene quando è il momento di scegliere un partner per il matrimonio?

Cosa è un ebreo?  Per rispondere a queste domande, dobbiamo spiegare un altro concetto basilare: cosa è un ebreo?
Cosa distingue un ebreo dal suo vicino non ebreo? Nota per favore che non sto chiedendo qui 'Chi è un ebreo? '
ma 'Che cosa è un ebreo?' perché la risposta alla domanda 'Chi è un ebreo?' è molto chiara: uno che è nato da madre ebrea o si è convertito all'ebraismo in accordo con le leggi stipulate nella Torah.
Ciò non risponde, tuttavia, alla domanda 'Cosa è un ebreo?'.
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Dopo aver studiato la questione per molti anni e aver avuto innumerevoli conversazioni con ebrei di ogni grado di osservanza e fede, penso che la risposta più convincente e coerente sia che l'elemento che distingue l'ebreo è la Neshamah (anima) che ogni ebreo possiede.
L'anima dell'ebreo è differente dall'anima del non ebreo. Hanno differenti caratteristiche, potenziali e bisogni. Ciascun ebreo ha essenzialmente lo stesso tipo di anima di ogni altro ebreo. Questa anima ebraica è ereditata dalla propria madre. E' il denominatore comune che connette l'ebreo russo con l'ebreo siriano, yemenita, canadese o uruguaiano, anche se non parlano la stessa lingua e possono avere costumi e abitudini diverse.

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Quali sono le speciali caratteristiche della Neshamah ?

Rabbi Schneur Zalman di Liadi, fondatore del movimento Chabad, definisce la Neshamah come segue: un ebreo non desidera, ne può, separarsi da Dio. Può essere che un ebreo non sia conscio del fatto che attraverso certi atti influenza la propria relazione con Dio. Se dovesse essere conscio delle conseguenze delle proprie azioni, non interromperebbe volontariamente la sua relazione con Dio. Ogni ebreo ha la propria 'linea rossa', che non attraverserà, dovesse pagare per essa con la vita.

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A molti, l'opposizione ai matrimoni misti appare elitaria e perfino razzista. Perché disapprovare un matrimonio solo perché uno dei due membri non è ebreo?
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L'opzione della conversione.
Una delle soluzioni proposte per risolvere il problema del matrimonio misto è quella di 'convertire' all'ebraismo il partner non ebreo. 'Perché perdere due anime, quando ne possiamo guadagnare una?…'. La conversione è un'opzione valida?

Troviamo che l'ebraismo riconosce certamente la possibilità per un non ebreo di convertirsi all'ebraismo. Il processo di conversione corretto, noto come 'Ghiur', è molto semplice.
Consiste di tre passi:
1) Circoncisione (per il maschio);
2) Immersione nel Mikvè (bagno rituale);
3) Accettazione dei 613 precetti nella loro totalità.
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Il concetto ebraico di conversione. E' interessante notare l'espressione usata dal Talmud (Yevamot 48b) nel riferirsi agli (autentici) convertiti: 'Gher shenitgaer kekatan sehnolad dami', la quale significa: un convertito che si è convertito è come un bambino appena nato.
Quando il Talmud parla di uno schiavo che è stato liberato, non dice 'un uomo liberato che è stato liberato', bensì 'uno schiavo che è stato liberato'. Come mai allora parlando di un convertito il Talmud usa l'espressione 'un convertito che si è convertito' invece di 'un gentile che si è convertito'? 

Il problema reale. Il matrimonio misto è di fatto un sintomo di un problema più grande: la mancanza di una corretta educazione ebraica. Quale educazione impartiamo ai nostri bambini? Diamo loro veramente le esperienze e gli strumenti necessari per essere in grado di capire ed apprezzare il significato e l'importanza di essere ebrei? Inoltre: cosa dire della nostra stessa educazione personale ebraica? Quanto tempo dedichiamo, noi genitori, al nostro sviluppo spirituale personale? Se faccio solo ciò che mi piace e non riconosco la necessità di obbedire a una autorità superiore personale, come posso aspettarmi che i miei figli non facciano lo stesso? Certamente mi diranno: babbo, tu fa ciò che vuoi, perché io non dovrei fare ciò che voglio? Se il padre non si sottopone ad alcuna autorità morale, perché dovrebbe attendersi che i suoi figli rispettino lui e i suoi valori? Solo perché sono stati generati da lui? "
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fonte : http://lubavich.it/

 

NINO LUCIANI, La difesa della "purezza della fede" e i danni alla pace derivanti dagli ostacoli ai matrimoni tra persone di diversa religione, cosiddetti "matrimoni misti".

1. - Premessa. Un proverbio dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi" e le differenze religiose rientrano in questo caso generale.
Tuttavia, le religioni monoteiste si distinguonno, fino ad opporre grandi ostacoli ai matrimoni tra persone di differente religione (detti "matrimoni misti"): il motivo è la difesa della purezza della fede. Anzi risulta che la gran parte dei matrimoni tra cattolici e musulmani abbia alta probabilità di fallimento.
  E' anche un fatto che il contatto tra i popoli è, oggi, imposto dalle grandi migrazioni, e questo pone problemi nuovi di unione tra i popoli, nonostante tutto, come pure il decadimento delle considerazioni degli impedimenti meramente religiosi.

  Se ben ci guardiamo, gli ostacoli opposti sono largamente pretestuosi
  E' anche un fatto che papa Bergoglio è un paladino della accoglienza, ma sua religione è molto ostativa in tema matrimoniale
  Ed è anche un fatto che le religioni, ostacolando i matrimoni misti, ostacolano la pace tra i popoli. Lo abbiamo visto tragicamente nei Balcani, o nell'Irlanda del Nord (tra cattolici e protestanti).

  Simmetricamente, nei Paesi (come l'Inghilterra) nei quali i popoli invasi (sassoni) avevano la stessa religione degli invasori (normanni), le razze si sono fuse e siffatti problemi di divisione non ce ne sono stati. Il caso dell'Italia è massimamente significativo: qui le razze fuse sono state innumerevoli, e la religione era l'unica (cattolica), almeno per molto tempo.

2.- Integrazione o separazione eterna ?  La chiave sta nel successo della politica della integrazione, se non vorremo trovarci anche noi (tra 100 anni) in tragici problemi di convivenza, come quelli dei paesi balcani. Il caso dell'Ungheria (oggi, con Victor Orbàn) o quello di Trump è molto meno grezzo di quanto si creda, e meriterebbe una considerazione meno emotiva, volendo essere lungimiranti, in termini di scelta tra esclusione o inclusione.

  Detto più chiaramente: l'esclusione è stupida, ma non lo è meno la inclusione senza integrazione, sia pure in una gradualità ferrea.
Nella storia contemporanea, tra gli eventi più tragici ci sono le guerre balcaniche e, quali concause, le differenze di religione (cattolici, ordodossi, musulmani). Dunque va fatto un discorso anche con i preti.
a) Il distacco tra cattolici e ortodosssi risale allo scisma di Costantinopoli (1054), ma non ricordo abbia prodotto morti, anche perchè le differenza religiose, qui sono minimali.
Invece, il distacco, nei balcani, tra cristiani e musulmani è un retaggio delle invasioni turche, dagli anni dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e stabilmente con l'occupazione (Bosnia ed Erzegovina) dei turchi ottomani (1463-1878) e con le successive guerre austro-turche. Qui i morti non si contano.
  Il distacco tra cristiani ed ebrei è una storia di sempre (dall'arrivo di Gesù il Messia), ma non meno tra ebrei e musulmani.

 3.- Un documento della CEI. Il testo della CEI, da cui partiamo qui, illustra la posizione della Chiesa cattolica, sui matrimoni tra cattolici e non cattolici, ma ancge quella delle altre religioni monoteiste (come acquisite dalla CEI).
Questo testo evidenzia una sintonia molto grande tra le religioni nello ostacolare i matrimoni tra soggetti di religione diversa, con risultati catastrofici, considerato che tutte le chiese hanno un controllo, quasi pieno, dei matrimoni, così che gli effetti dei rispettivi campi si sommano.
  Le ragioni dei rispettivi campi si fondano sulla difesa della purezza della fede, da trasmettere ai figli, e sulle ragioni del rispetto delle idee dei coniugi, in materia di fede e di etica.
  Confesso la mia ignoranza. Non pensavo che negli anni 2000, le diverse confessioni avessero ancora un peso fondamentale nell'impedire i matrimoni tra i fedeli di diversa religione.
  Addirittura nel leggere le motivazioni, quasi quasi ti fai incantare. Ma, poi, ti domandi: se sono ragioni vere, perchè tante parole ? Per cose vere, tre parole sono già troppe. E infatti, se i matrimoni non fossero impediti, le razze si mescolerebbero e il problema sparirebbe. Lo vediamo nel fatto che, dove ci sono state invasioni, ma gli invasori e gli invasi erano della stessa religione, le razze si sono fuse, e non ci sono state mai più guerre tra loro. Il caso dell'Inghilterra (invasa dai normanni, a carico dei sassoni) è emblematico.
  Ma direi che anche l'Italia è un caso emblematico, dacchè gli Italiani sono una razza mista, per essere appartenuti alla stessa religione, per cui i matrimoni non sono mai stati ostacolati (salvo, marginalmente tra cattolici e protestanti).
  Siamo anche  sicuri che in questi casi la purezza della fede sia stata protetta ?
  Il nostro A. Manzoni, ci raccontò della moglie di don Ferrante, donna Prassede, che faceva disegni di DIO cose che erano solo pensieri della sua testa.
  Questo lo penseresti se trovi che da siffatte divisioni tra i popoli, sono derivati tanti morti. Ti dovrebbe venire il dubbio di avere sbagliato.
  Direi che il criterio del male minore sia sempre stato un buon criterio, in caso di "dualismi solo razionali".

4.- Esiste una purezza della fede?
Non so se Martin Lutero, oggi, sarebbe pronto a ribadire le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg.
 
La interpretazione delle scritture evolve con la cultura nel tempo. Già dai primi tempi, il vangelo è stato interpretato secondo la cultura dei tempi. E oggi vediamo meglio di ieri; domani vedremo di più, grazie al progresso scientifico, e i preti studiano di più i casi "temporali".
Casi eclatanti di evoluzione culturale, in campo cattolico
sono stati:
  - la pena di morte, nello Stato Pontificio):
- l'abolizione del terribile Tribunale della Inquisizione, sia pure "pro bono veritatis";
  - non era vero che, come capito dai primi apostoli, la fine del mondo ci sarebbe stata alla fine della prima generazione vivente ai tempi di Gesù (i fisici, hanno confermato che la fine del mondo ci sarà, ma l'hanno posticipata);
- non era vero che la terra giri intorno al sole, ma era il contrario;
- non era vero che la chimica fosse stregoneria.

5.- Il caso dei musulmani. Anche, a proposito dei musulmani, si dice ci sia una evoluzione interpretativa del sacro Corano.
  Con ragioni ex-post, si dice che l'ISLAM è una religione di pace, e quindi la violenza non appartenga all'ISLAM (religione). Anzi, se guardiamo bene, l'ISLAM è più permissivo del cattolicesimo.
  Questo sembra contraddetto dalla violenza di molti islamici. In realtà essa è da riferire a mentalità legate ad un determinato livello di civilità o cultura delle persone. In questo senso, diviene fisiologico che le emigrazioni senza un indirizzamento producano scintille al momento del contatto tra persone di diverso livello di civiltà.
  Dentro questa problematica, andrebbe fatto obbligo a chiunque di frequentare gratis le scuole pubbliche del Paese di accoglienza.

Ultimo ma non ultimo. Risulta che, presso l'ISLAM non esista un capo religioso (sul modello di quello dei cristiani).
   Risulterebbe però che ci siano delle ragioni ostative di tipo politico.
Ad es., in Arabia Saudita, il Re è un monarca assoluto, che ricomprende la religione (vale dire il re è la massima carica religiosa).
  Già ai tempi di Dante, si poneva il problema della separazione dei "due soli". In questo senso, il problema dell'avvicinamento delle religioni è mal posto se, per l'Islam, prescinde dalla autorità politica.
  Questa separazione forse sarà posta nei paesi arabi, con l'evoluzione dei tempi, ma non è un problema nostro. FINE

FONTE: http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19660318_istr-matrimoni-misti_it.html

http://www.studiolegalegassani.it/matrimoni-misti-cristiani-musulmani/

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-e-politica-in-Bosnia-Erzegovina-19474

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Religione-fede-nazione-conflitto-19527

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FRANCESCO E YOUNAN IN CERCA DELLA UNITA' RELIGIOSA, SOSPESA DAL CONCILIO DI TRENTO (1545-1563)
Dichiarazione congiunta di Francesco e Jounan, per le Chiese cattolica e luterana
FONTE: http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/10/31/0783/01757.html

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Papa Francesco di Roma

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Munib Younan Presidente
Federazione mondiale luterana

NINO LUCIANI, Fin da principio il vangelo è stato interpretato secondo la cultura dei tempi. Questo è un punto basilare, per avviare un dialogo, che non si fermi subito. Tuttavia, alcune cose non possono cambiare con l'evoluzione culturale, come alcuni fatti visti e tramandati in modo continuo, come la Eucaristia, istituita in aramaico e poi tradotta in greco, poi in latino, e via via. Si può anche non crederci, ma una nuova interpretazione (quella di Lutero) dopo 1500 anni, mi sembra assolutamente una arroganza. Ci sono, poi, dei fatti come il miracolo di Orvieto, che non fu scienza, ma suggerisce possibili approfondimenti con l'uso della scienza.

Dichiarazione di Lund, Svezia, 31 ottobre 2016

 

Dal conflitto alla comunione

OBIETTIVO :
ricevere l'Eucaristia
ad un'unica mensa

Dichiarazione congiunta

Con cuore riconoscente
Con questa Dichiarazione Congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l'anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant'anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

Dal conflitto alla comunione
Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l'unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Il nostro impegno per una testimonianza comune
Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21).

Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l'Eucaristia ad un'unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l'obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico.

Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l'umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell'azione redentrice di Dio.

Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando

ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione.

Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell'estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Questo è l'obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico. Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l'umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell'azione redentrice di Dio. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell'estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo. Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un'insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato.

Uno in Cristo
In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell'unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell'osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato.

Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero
Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell'unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l'amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell'amore infinito di Dio per tutta l'umanità.

 NINO LUCIANI, La interpretazione delle scritture evolve con la cultura nel tempo. Oggi vediamo meglio di ieri; domani vedremo di più, grazie al progresso scientifico. I preti studino di più nel "temporale". Ma no al caos: serve un'idea-guida.

1.- Premessa. La dichiarazione è centrata, grosso modo in tre parti:
a) Prendere atto che "
cinquant'anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani li hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra loro", che si erano accumulate nella storia;
b) rilevare che la divergenza di fede sulla eucaristia rimane il punto divaricante, dal quale deriva la impossibilità dei cattolici e protestanti di ricevere l'eucarestia in una unica mensa.
Dunque superare questa divergenza diviene l'obiettivo primario per ottenere la unità;
c) concordare sinergie per affrontare vari problemi di interesse umanitario, comuni a tutti gli uomini, quali:
- l'accoglienza agli stranieri;
- per porre un termine alla violenza e all'estremismo;
- per difendere la dignità e i diritti umani;
- ..........................................

2. Eucaristia-dogma.  Sorvolerei sul punto c), più o meno demagogico, perchè tutto fondato su idee generiche, lasciate a metà strada.
  Proclamare questi principi, ma prescindendo dalla storia (anche propria), è una leggerezza, se non la prova di mancanza culturale. In questo senso, sarebbe preferibile che i due stessero dentro il proprio campo strettamente religioso, e lasciare ai laici l'arduo compito di affrontarli, senza alzare polvere inutilmente.
  Mi pare anche un vuoto culturale ingiustificabile  non dire nulla sulla duplicità delle ragioni dello scisma (teologiche e politiche).
  Sulla eucaristia. Questo argomento è indicato come l'unica importante ragione di divisione, oggi.
  E' noto che il fondamento della eucaristia (che significa "ringraziamento")  sta nell'ultima cena di Gesù con i 12 discepoli.
  Matteo, XXVI, 26-29, racconta che, mentre i discepoli mangiavano, Gesù prese del pane e, benedicendo, lo spezzò e, dandolo ai discepoli, disse: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". E, preso un calice e rese le grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, chè questi è il mio sangue…. Fate questo in memoria di me " .
    Su questo dualismo, si sono innestate le diverse interpretazioni, dei cattolici e dei protestanti luterani, rispettivamente. In termini fisici, chi ha mangiato quel corpo e bevuto quel sangue ha percepito sapore di pane e di vino, ma:
- Per i cattolici, c'è stata "transustanziazione", vale dire è avvenuta trasformazione da pane e vino, in carne e sangue, fermi rimanendo i sapori fisici del pane e del vino. Questa tesi è stata sancita da un dogma di fede, nel corso del Concilio di Trento, Terza Sessione, 1551.
- Per i luterani, c'è stata "consustanziazione", vale dire è avvenuta una "coesistenza del pane e della carne"; ed una "coesistenza del vino e del sangue".
  Considerato che c'è stato un dogma papale, la pacificazione è possibile solo con la resa dei luterani.
  Tuttavia, la illogicità della tesi luterana mi parrebbe ovvia. Per i princìpi della fisica e della chimica, il pane non più essere anche carne, così come il rame non può essere anche ferro, essendo diversa la rispettiva composizione chimica e fisica.
  Una via d'uscita potrebbe essere l'esame scientifico del pane e del vino, prima e dopo la consacrazione. Il caso di Orvieto parrebbe incoraggiare questa strada. Il miracolo di san Gennaro, è sulla medesima strada, come metodo.

3.- E' possibile aggirare il dogma ? Per quanto ne so, da un dogma non si può tornare indietro perchè esso costituisce una verità di fede, in assoluto. E neppure un papa ha autorità di tornare indietro, rispetto ad un dogma, pronunciato da altro papa, in qualità di papa. Ma andiamo per gradi.
  Va preso atto, tuttavia, che fin dai primi tempi della chiesa cristiana sono stati posti problemi interpretativi dei vangeli e basta ricordare i numerosi concili interpretativi.
  Del resto, i vangeli sono difficilissimi, almeno per me. E anche Gesù era consapevole della difficoltà dei suoi conterranei, di capire il suo messaggio. Basti pensare alle numerose parabole... da lui stesso motivate come unica via perchè il suo pubblico capisse qualcosa, almeno intuitivamente.
  Un esempio di qualcosa capito male ? La fine del mondo. I suoi capirono che essa dovesse sopravvenire entro la generazione di allora, e che la scienza conferma ma per molto più tardi.
   Conclusione. Molte "verità" dei vangeli sono state percepite secondo la cultura dei tempi, sia pure in vario grado. Basti ricordare quante condanne a morte sono state approvate dai papi, ma che il papa di oggi disapprova come contrarie alla legge di Dio.
  Si vuole accelerare l'unità ? Si affronti il problema della parificazione culturale, aperti alla scienza.
  Dunque, senza arroccarsi su supreme verità, meglio andare per approssimazioni successive ed essere consapevoli che il caos interpretativo sarebbe peggio.

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FRANCESCO E KIRILLO, E IL MONDO ULTRATTERRENO CHE VERRA'
Documento comune delle due Chiese, cattolica e ortodossa
Per la fonte, clicca: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/february/documents/papa-francesco_20160212_dichiarazione-comune-kirill.html

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Papa Francesco di Roma

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Patriarca Kirillo di Mosca

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Dichiarazione comune
Cuba, 12 feb. 2016

ARGOMENTI: a) rapporti reciproci tra le Chiese cattolica e ortodossa; b) problemi essenziali dei nostri fedeli; c) prospettive di sviluppo della civiltà umana. 

  1. Per volontà di Dio Padre dal quale viene ogni dono, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e con l'aiuto dello Spirito Santo Consolatore, noi. Papa Francesco e Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, ci siamo incontrati oggi a L'Avana. Rendiamo grazie a Dio, glorificato nella Trinità, per questo incontro, il primo nella storia.  Con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce» (2 Gv 12), da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese, dei problemi essenziali dei nostri fedeli e delle prospettive di sviluppo della civiltà umana. 
   2. Il nostro incontro fraterno ha avuto luogo a Cuba, all'incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Da questa isola, simbolo delle speranze del "Nuovo Mondo" e degli eventi drammatici della storia del XX secolo, rivolgiamo la nostra parola a tutti i popoli dell'America Latina e degli altri Continenti.  Ci rallegriamo che la fede cristiana stia crescendo qui in modo dinamico. Il potente potenziale religioso dell'America Latina, la sua secolare tradizione cristiana, realizzata nell'esperienza personale di milioni di persone, sono la garanzia di un grande futuro per questa regione. 
   3. Incontrandoci lontano dalle antiche contese del "Vecchio Mondo", sentiamo con particolare forza la necessità di un lavoro comune tra cattolici e ortodossi, chiamati, con dolcezza e rispetto, a rendere conto al mondo della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3, 15).
  4. Rendiamo grazie a Dio per i doni ricevuti dalla venuta nel mondo del suo unico Figlio.  Condividiamo la comune Tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa Tradizione sono la Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i Santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati "seme di cristiani". 
  5. Nonostante questa Tradizione comune dei primi dieci secoli, cattolici e ortodossi, da quasi mille anni, sono privati della comunione nell'Eucaristia. Siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l'esplicitazìone della nostra fede in Dio, uno in tre Persone - Padre, Figlio e Spirito Santo. Deploriamo la perdita dell'unità, conseguenza della debolezza umana e del peccato, accaduta nonostante la Preghiera sacerdotale di Cristo Salvatore: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu. Padre, sei in me e io in tè, siano anch'essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21).     6. Consapevoli della permanenza di numerosi ostacoli, ci auguriamo che il nostro incontro possa contribuire al ristabilimento di questa unità voluta da Dio, per la quale Cristo ha pregato. Possa il nostro incontro ispirare i cristiani di tutto il mondo a pregare il Signore con rinnovato fervore per la piena unità di tutti i suoi discepoli. In un mondo che attende da noi non solo parole ma gesti concreti, possa questo incontro essere un segno di speranza per tutti gli uomini di buona volontà!
  7. Nella nostra determinazione a compiere tutto ciò che è necessario per superare le divergenze storiche che abbiamo ereditato, vogliamo unire i nostri sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio, rispondendo insieme alle sfide del mondo contemporaneo. Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune.  
  8. Il nostro sguardo si rivolge in primo luogo verso le regioni del mondo dove i cristiani sono vittime di persecuzione. In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l'esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose. 
  9. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l'ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. Nell'elevare la voce in difesa dei cristiani perseguitati, desideriamo esprimere la nostra compassione per le sofferenze subite dai fedeli di altre tradizioni religiose diventati anch'essi vittime della guerra civile, del caos e della violenza terroristica. 
  10. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto ne risorse. Esortiamo la comunità internazionale ad unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei paesi confinanti.  Chiediamo a tutti coloro che possono influire sul destino delle persone rapite, fra cui i Metropoliti di Aleppo, Paolo e Giovanni Ibrahim, sequestrati nel mese di aprile del 2013, di fare tutto ciò che è necessario per la loro rapida liberazione.
  11. Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio Oriente che è "il frutto della giustizia" (cfr Is 32, 17), affinchè si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell'anima degli innocenti uccisi.  Ci rivolgiamo, con un fervido appello, a tutte le parti che possono essere coinvolte nei conflitti perché mostrino buona volontà e siedano al tavolo dei negoziati. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l'aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinchè agiscano in maniera responsabile e prudente. Esortiamo tutti i cristiani e tutti i credenti in Dio a pregare con fervore il provvidente Creatore del mondo perché protegga il suo creato dalla distruzione e non permetta una nuova guerra mondiale. Affinchè la pace sia durevole ed affidabile, sono necessari specifici sforzi volti a riscoprire i valori comuni che ci uniscono, fondati sul Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
  12. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all'apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell'unità dei cristiani. È a voi, che soffrite per Cristo, che si rivolge la parola dell'apostolo: «Carissimi, ... nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della Sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1 Pt 4, 12-13). 
  13. In quest'epoca inquietante, il dialogo interreligioso è indispensabile. Le differenze nella comprensione delle verità religiose non devono impedire alle persone di fedi diverse di vivere nella pace e nell'armonia. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, «perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1 Cor 14, 33). 
  14. Nell'affermare l'alto valore della libertà religiosa, rendiamo grazie a Dio per il rinnovamento senza precedenti della fede cristiana che sta accadendo ora in Russia e in molti paesi dell'Europa orientale, dove i regimi atei hanno dominato per decenni. Oggi le catene dell'ateismo militante sono spezzate e in tanti luoghi i cristiani possono liberamente professare la loro fede. In un quarto di secolo, vi sono state costruite decine di migliaia di nuove chiese, e aperti centinaia di monasteri e scuole teologiche. Le comunità cristiane portano avanti un'importante attività caritativa e sociale, fornendo un'assistenza diversificata ai bisognosi. Ortodossi e cattolici spesso lavorano fianco a fianco. Essi attestano l'esistenza dei fondamenti spirituali comuni della convivenza umana, testimoniando i valori del Vangelo.  
  15. Allo stesso tempo, siamo preoccupati per la situazione in tanti paesi in cui i cristiani si scontrano sempre più frequentemente con una restrizione della libertà religiosa, del diritto di testimoniare le proprie convinzioni e la possibilità di vivere conformemente ad esse. In particolare, constatiamo che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l'attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro

discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall'ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica. 
  16. Il processo di integrazione europea, iniziato dopo secoli di sanguinosi conflitti, è stato accolto da molti con speranza, come una garanzia di pace e di sicurezza. Tuttavia, invitiamo a rimanere vigili contro un'integrazione che non sarebbe rispettosa delle identità religiose.  Pur rimanendo aperti al contributo di altre religioni alla nostra civiltà, siamo convinti che l'Europa debba restare fedele alle sue radici cristiane. Chiediamo ai cristiani dell'Europa orientale e occidentale dì unirsi per testimoniare insieme Cristo e il Vangelo, in modo che l'Europa conservi la sua anima formata da duemila anni di tradizione cristiana. 
  17. Il nostro sguardo si rivolge alle persone che si trovano in situazioni di grande difficoltà, che vivono in condizioni di estremo bisogno e di povertà mentre crescono le ricchezze materiali dell'umanità. Non possiamo rimanere indifferenti alla sorte di milioni di migranti e di rifugiati che bussano alla porta dei paesi ricchi. Il consumo sfrenato, come si vede in alcuni paesi più sviluppati, sta esaurendo gradualmente le risorse del nostro pianeta. La crescente disuguaglianza nella distribuzione dei beni terreni aumenta il sentimento d'ingiustizia nei confronti del sistema di relazioni internazionali che si è stabilito.
  18. Le Chiese cristiane sono chiamate a difendere le esigenze della giustizia, il rispetto per le tradizioni dei popoli e un'autentica solidarietà con tutti coloro che soffrono. Noi, cristiani, non dobbiamo dimenticare che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1, 27-29). 
  19. La famiglia è il centro naturale della vita umana e della società. Siamo preoccupati dalla crisi della famiglia in molti paesi. Ortodossi e cattolici condividono la stessa concezione della famiglia e sono chiamati a testimoniare che essa è un cammino di santità, che testimonia la fedeltà degli sposi nelle loro relazioni reciproche, la loro apertura alla procreazione e all'educazione dei figli, la solidarietà tra le generazioni e il rispetto per i più deboli. 
  20. La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l'amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell'uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica. 
  21. Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere nel mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio (cfr Gen 4, 10).  Lo sviluppo della cosiddetta eutanasia fa sì che le persone anziane e gli infermi inizino a sentirsi un peso eccessivo per le loro famiglie e la società in generale.  Siamo anche preoccupati dallo sviluppo delle tecniche dì procreazione medicalmente assistita, perché la manipolazione della vita umana è un attacco ai fondamenti dell'esistenza dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Riteniamo che sia nostro dovere ricordare l'immutabilità dei principi morali cristiani, basati sul rispetto della dignità dell'uomo chiamato alla vita, secondo il disegno del Creatore. 
  22. Oggi, desideriamo rivolgerci in modo particolare ai giovani cristiani. Voi, giovani, avete come compito di non nascondere il talento sotto terra (cfr Mt 25, 25), ma di utilizzare tutte le capacità che Dio vi ha dato per confermare nel mondo le verità di Cristo, per incarnare nella vostra vita i comandamenti evangelici dell'amore di Dio e del prossimo. Non abbiate paura di andare controcorrente, difendendo la verità dì Dio, alla quale odierne norme secolari sono lontane dal conformarsi sempre.
  23. Dio vi ama e aspetta da ciascuno di voi che siate Suoi discepoli e apostoli. Siate la luce del mondo affinchè coloro che vi circondano, vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (cfr Mt 5, 14, 16). Educate i vostri figli nella fede cristiana, trasmettete loro la perla preziosa della fede (cfr Mt 13, 46) che avete ricevuta dai vostri genitori ed antenati. Ricordate che «siete stati comprati a caro prezzo» (1 Cor 6, 20), al costo della morte in croce dell'Uomo-Dio Gesù Cristo. 
   24. Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune Tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i mèmbri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo.   Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno. Esortiamo i cattolici e gli ortodossi di tutti i paesi ad imparare a vivere insieme nella pace e nell'amore, e ad avere «gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti» (Rm 15, 5). Non si può quindi accettare l'uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un'altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni. Siamo chiamati a mettere in pratica il precetto dell'apostolo Paolo: «Mi sono fatto un punto di onore dì non annunziare il vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui» (Rm 15, 20). 
   25. Speriamo che il nostro incontro possa anche contribuire alla riconciliazione, là dove esistono tensioni tra greco-cattolici e ortodossi. Oggi è chiaro che il metodo dello “uniatismo" del passato, inteso come unione di una comunità all'altra, staccandola dalla sua Chiesa, non è un modo che permette di ristabilire l'unità. Tuttavia, le comunità ecclesiali apparse in queste circostanze storiche hanno il diritto di esistere e dì intraprendere tutto ciò che è necessario per soddisfare le esigenze spirituali dei loro fedeli, cercando nello stesso tempo di vivere in pace con i loro vicini. Ortodossi e greco-cattolici hanno bisogno di riconciliarsi e dì trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili. 
  26. Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria. Invitiamo tutte le parti del conflitto alla prudenza, alla solidarietà sociale e all'azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all'armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto. 
   27. Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell'Ucraina vivano nella pace e nell'armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza  
  28. Nel mondo contemporaneo, multiforme eppure unito da un comune destino, cattolici e ortodossi sono chiamati a collaborare fraternamente nell'annuncio della Buona Novella della salvezza, a testimoniare insieme la dignità morale e la libertà autentica della persona, «perché il mondo creda» (Gv 17, 21). Questo mondo, in cui scompaiono progressivamente i pilastri spirituali dell'esistenza umana, aspetta da noi una forte testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. Dalla nostra capacità di dare insieme testimonianza dello Spirito di verità in questi tempi difficili dipende in gran parte il futuro dell'umanità. 
  29. In questa ardita testimonianza della verità di Dio e della Buona Novella salvifica, ci sostenga l'Uomo-Dio Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, che ci fortifica spiritualmente con la sua infallibile promessa: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno» (Le 12, 32)! Cristo è fonte di gioia e di speranza. La fede in Lui trasfigura la vita umana, la riempie di   6 significato. Di ciò si sono potuti convincere, attraverso la loro esperienza, tutti coloro a cui si possono applicare le parole dell'apostolo Pietro: «Voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo dì Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2, 10). 
  30. Pieni di gratitudine per il dono della comprensione reciproca espresso durante il nostro incontro, guardiamo con speranza alla Santissima Madre di Dio, invocandola con le parole di questa antica preghiera: "Sotto il riparo della tua misericordia, ci rifugiamo, Santa Madre di Dio". Che la Beata Vergine Maria, con la sua intercessione, incoraggi alla fraternità coloro che la venerano, perché siano riuniti, al tempo stabilito da Dio, nella pace e nell'armonia in un solo popolo di Dìo, per la gloria della Santissima e indivisibile Trinità!
     Francesco, Papa della Chiesa Cattolica, Vescovo di Roma Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia

12 febbraio 2016, L'Avana (Cuba)

NINO LUCIANI, "Documento comune", quale bussola per il mondo in confusione. Ma anche occasione per il riesame critico di alcuni nodi, quale il rapporto tra scienza e fede, e gli ostacoli ai matrimoni misti.

 I) Premessa. Penso che la grande attenzione, oggi nel mondo, ai messaggi di papa Francesco (e oggi anche del patriarca Kirillo) venga dalla prospettazione del riordino dei problemi umani, nell'ottica del mondo ultraterreno, (e che qui focalizziamo nel dipinto, sopra riportato).
  In particolare, l'attenzione medesima è mossa (penso) dall'associazione di due elementi: 
a) da un lato, causa il vuoto di governance del mondo, il contatto diretto di molti popoli di diversa civiltà genera conflitti tra i grandi problemi, e ciò esaspera la vita umana come mai in passato. Il contatto è conseguenza della emigrazione di massa e della comunicazione interattiva digitale delle diversità, in tempo reale;
  b) da altro lato, le Chiese cristiane occupano la porta che apre alla vita ultraterrena, e fanno riferimento a "un mondo multiforme, eppure unito da un comune destino" (parole del Documento), vale dire, tutti dovranno dovranno passare per quella porta (credenti e non).
  I due "papi" ritengono (penso) di aver le chiavi di quella porta, visto che Gesù ha detto a Pietro, primo papa: «Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e qualsiasi cosa avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e qualsiasi cosa avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
c) Nei vangeli, Gesù fa anche una netta distinzione tra valori veri e valori fittizi, da cui discende che le persone, che sono prime nella scala sociale storicamente esistente, potranno ritrovarsi ultime nella scala sociale secondo il Creatore.
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II. Sui problemi del dialogo tra le chiese cristiane. Ma, poi, approfondendo, si scopre che, dentro il quadro di base, non tutto quadra. Vediamo i tre punti del Documento.
  a) Circa la rottura della unità, è un fatto che la chiesa di Gesù, fin dai primi tempi, è stata travagliata da inquietudini interpretative dei Vangeli. E la cosa non è finita là, come provano i numerosi Concilii che cercavano interpretazioni comuni.
  Non solo: c'è stata, poi, la grande scissione tra la chiesa di Roma e la chiesa di Costantinopoli (1054), ma anche tra la chiesa cattolica di Roma e le chiese protestanti del nord Europa (Concilio di Trento,1545-1563).
  b) Circa le cause della perdita dell'unità tra le due chiese (cattolica e ortodossa) i due "papi" non evocano le note differenze teologiche, ma tagliano corto imputandole alla "debolezza umana e al peccato". Si trattò di motivi finanziari e politici?
  E' noto che il potere religioso dà forza al poteri pubblici e ne è ricambiato finanziariamente; così come il proselitismo religioso procura entrate.
- Anche nel caso della separazione delle chiese protestanti, ci furono "fatti di peccato" (direbbe Lutero), precisamente l'abuso della "vendita delle indulgenze".
  A sua volta, anche la eventuale riunificazione creerà problemi dello stesso tipo.
  c) Al tema stesso è evidente che la scissione ha avuto un prezzo in termini di caduta della ampiezza del potere di influenza delle chiese sull'opinione pubblica. E questo è divenuto un prezzo troppo alto, oggi, in cui subentrano problemi di grandezza planetaria.
  I due "papi" sono chiari: "Ortodossi e cattolici devono imparare a dare una concorde testimonianza alla verità in ambiti in cui questo è possibile e necessario. La civiltà umana è entrata in un periodo di cambiamento epocale. La nostra coscienza cristiana e la nostra responsabilità pastorale non ci autorizzano a restare inerti di fronte alle sfide che richiedono una risposta comune".
  d) Come risolvere ?
Penso che il problema sia solo una questione di metodo. Si dovrà:
- assumere che le divergenze interpretative teologiche sono esenti da peccato. (Questa non è una legittimazione del relativismo, ma del fatto che le differenze di opinione possono avere un fondamento).
- trovare soluzioni organizzative per incontri continui di dialogo sui temi specifici;
- trovare una soluzione comune ai problemi finanziari;
- la Chiesa di Roma dovrà fare un qualche passo indietro nell'uso del dogma della infallibilità del papa in materia di fede.
- Sul dialogo tra le chiese e il mondo scientifico. Il Documento censura la ricerca scientifica in materia di creazione artificiale della vita (par. 21), nel nome del "rispetto del diritto inalienabile alla vita", che è un principio generale fondamentale.
  a) Può essere che, nel caso specifico, il Documento abbia ragione ma, storicamente, per la interpretazione dei vangeli, il fattore decisivo è stato la cultura corrente, e questo sia in campo morale (vedi pena di morte, nello Stato Pontificio), sia in campo scientifico (vedi Tribunale della Inquisizione), sia pure "pro bono veritatis". Con il senno di poi, "presunte verità" sono risultate rovesciate. Ad es.:
  - non era vero che, come capito dai primi apostoli, la fine del mondo ci sarebbe stata alla fine della prima generazione vivente ai tempi di Gesù (i fisici, hanno confermato che la fine del mondo ci sarà, ma l'hanno posticipata);
- non era vero che la terra giri intorno al sole, ma è il contrario;
- non era vero che la chimica fosse stregoneria.
  b) Pur dopo la prova della inversione delle tesi, rimangono dualismi e reciproca diffidenza tra le chiese e il mondo scientifico. Anche, nei rapporti tra chiese e scienza, andrà inventato un metodo, di consultazione (se non di unione). Dal punto di vista scientifico, Dio risulta aver creato il mondo in una successione di approcci; e che tuttora Egli continui a migliorarlo (e forse a creare nuovi mondi). In questi approcci, il creatore appare affidare all'uomo un ruolo nel miglioramento della creazione, e dunque il progresso scientifico ha un ruolo anche nella interpretazione corretta del vangelo;
  Questo miglioramento va anche ai poveri, quelli per cui Bergoglio invoca la redistribuzione dei beni. Basti pensare all'importanza del frigorifero per tutti, per il sostentamento alimentare delle masse, pur se nulla mai basta.
  In tema di misericordia di Dio, il Documento ne fa un cardine. Questa si collega alla visione dell'uomo che, decaduto a causa del peccato originale, è stato riscattato, presso Dio, da Gesù con il sacrificio della croce.
  L'idea della caduta in disgrazia, causa il peccato originale (vale dire, l’idea di un processo all’indietro), è contrastata dal fatto che il processo appare in avanti, grazie al superamento di molti limiti (es.: la chirurgia vince determinate menomazioni "naturali"; ci sarà la modifica del genoma per specifiche ricostruzioni di tasselli rovinati del DNA; la comunicazione del pensiero avviene in tempo reale in dimensione planetaria).
  Pertanto, il mondo scientifico preme per una nuova interpretazione delle origini dell'uomo, in quanto creato in un continuo e ancora in fieri.
  Che la creazione dell'uomo sia avvenuta, a partire da una creatura precedente (prototipo) o da fango, è irrilevante, visto che "homo pulvis est et un pulvirem revertetur", e che anche quel prototipo-animale era polvere: vale dire le due ipotesi coincidono.Forse la tesi biblica voleva rimarcare che l’uomo non nacque subito in spirito, come gli angeli.
  L'idea che l'uomo sia stato il risultato di una evoluzione casuale, non di una precisa volontà, è invece senza fondamento scientifico. Vi soccorrono la assoluta novità di lui per quantità di intelligenza, complessità, razionalità del suo essere, e la sua chiamata alla vita eterna. 
  Assistiamo ad un dualismo tra il concetto di un Dio "buono" e catastrofi naturali e crudeltà dell'uomo contro l'uomo ? Dobbiamo riconoscere che il quadro conoscitivo, di cui disponiamo, è radicalmente insufficiente.
  Constatiamo che, nella nostra vita, non ci sono solo lacrime, ed è un fatto:
  - che esiste una felicità interiore "cristiana" (grazie alla preghiera e al collegamento unilaterale dell'uomo con il Creatore);
- e che esiste la "felicità di Seneca", umana. 
- Al tempo stesso il mondo scientifico è consapevole che la scienza attuale è probabilmente molto sotto lo 1% di quanto rimane da scoprire (rinvio alle parole di Einstein). Per questo, l'attuale interpretazione del vangelo e la filosofia razionale rimarranno a lungo un riferimento di prima approssimazione, insostituibile.
  Anche Tommaso d'Aquino volle una teologia su basi razionali ma, dopo aver molto cercato …, egli ci raccontò di un bambino che, sulla spiaggia, travasava l'acqua del mare in una buca con un cucchiaino. "Cosa fai ?", chiese Tommaso al bambino. E il bambino gli rispose: "Faccio quello che fai tu, che pensi di capire Dio con la mente umana". Tommaso disse che il bambino sparì, dopo quella ammonizione.
    E’ più vicino a Dio, il Papa o Einstein ?
  Penso che, soggettivamente, il papa sia più vicino; e che, oggettivamente, sia Einstein il più vicino.
  Einstein aveva scritto: «Chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza di uno Spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, e di fronte al quale noi, con le nostre modeste facoltà, dobbiamo essere umili»; «La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore .... Con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo...".
  Un gesuita della Università Gregoriana mi aveva detto che, se Dio non dà luce, un uomo (da solo) non ha la capacità di trovare la fede.
  III.- Sui problemi essenziali dei fedeli cristiani. I due "papi" lamentano:
- che i loro fedeli siano vittime di persecuzione, e questo sia (oggi) in medio oriente, sia (in passato) in Europa Orientale (nei regimi comunisti);
- le restrizioni alla libertà religiosa.
  Queste richieste, oltre ad avere un fondamento per determinare la felicità della umanità, sono universalmente sostenute.
  Tuttavia, il fatto che ci siano conflitti tra diverse idee religiose, va approfondito per separare gli eventuali elementi parassiti, nascosti. Es.:
- il fatto che un proprio adepto passi al cristianesimo fa venir meno il versamento della decima (elemento parassita) al capo religioso;
- il cristianesimo libera la donna dallo stato di "servilismo" verso qualcuno (e questi reagisce);
- il cristianesimo distingue tra fedeltà al creatore e fedeltà al potere temporale. Questo non valeva solo per gli imperatori di Roma, ma tuttora per i regimi totalitari, fondati su religioni non cristiane. La storia, anche europea, è piena di questi casi. Vediamo meglio, dentro casi particolari.
  IV.- Sulle prospettive di sviluppo della civiltà umana. I due "papi" lamentano:
- la crisi della famiglia fondata sul matrimonio;
- le crisi umanitarie determinate da guerre e conflitti vari;
- le situazioni di "estremo bisogno e di povertà, mentre crescono le ricchezze materiali della umanità" (par. 17). Domando:
a) nel caso del matrimonio, vogliono un determinato matrimonio religioso ? Ad es. come è visto il matrimonio misto (vale dire,il matrimonio tra persone di diversa religione) ?
  Il divieto di matrimoni misti, nella storia, ha recato gravi danni alla pace sociale. Infatti :
- nei Paesi senza differenze religiose (es., tra normanni e sassoni) le razze si sono fuse;
- nei Paesi con differenze religiose (vedi Balcani) protratte nei secoli, le etnie sono rimaste separate, fino a determinare guerre etniche;
- dove sono subentrate differenze religiose (es. Irlanda, cattolici e protestanti) sono sorte guerre.
  Un papa ha un bel dire ("mai più guerre per motivi di religione")... I nodi vanno sciolti e la cultura universale è la via....

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Keywords: papa, 15 peccati curia romana

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Il PAPA  e  la "sua" CURIA ROMANA  soggetta a "probabili " 15 malattie spirituali

 

Le "probabili" 15 malattie della Curia, secondo il Papa,
mentre fa mente locale al catalogo dei Padri nel deserto

  .
1. Sentirsi "immortale", "immune" o addirittura "indispensabile"
2. Martalismo (che viene da Marta), o eccessiva operosità
3. Impietrimento mentale e spirituale.
4. Eccessiva pianificazione e funzionalismo.
5. Cattivo coordinamento.
6. Alzheimer spirituale.
7. Rivalità e vanagloria.
8. Schizofrenia esistenziale.
9. Chiacchiere, mormorazioni e pettegolezzi.
10. Divinizzare i capi.
11. Indifferenza verso gli altri.
12. Faccia funerea.
13. Accumulare.
14. Circoli chiusi
15. Profitto mondano, esibizionismi.

 Per il testo integrale, clicca su: http://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2014/12/22/0979/02116.html

I DICASTERI DELLA CURIA:

  .- Dottrina della fede;
- Chiese Orientali;
- Culto divino e Disciplina dei sacramenti;
- Cause dei santi;
- Evangelizzazione dei popoli
.
- Clero;
- Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica;
- Educazione cattolica;
- Vescovi.

 Per il testo integrale, clicca su: http://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2014/12/22/0979/02116.html

Discorso del Santo Padre alla Curia,
venuta per gli auguri natalizi

"La Curia Romana è chiamata a migliorarsi"
::::::::::::::::::::

     Cari fratelli Cardinali e Superiori della Curia Romana,
al termine dell’Avvento ci incontriamo per i tradizionali saluti.
     Tra qualche giorno avremo la gioia di celebrare il Natale del Signore; l’evento di Dio che si fa uomo per salvare gli uomini; la manifestazione dell’amore di Dio che non si limita a darci qualcosa o a inviarci qualche messaggio o taluni messaggeri ma dona a noi sé stesso; il mistero di Dio che prende su di sé la nostra condizione umana e i nostri peccati per rivelarci la sua Vita divina, la sua grazia immensa e il suo perdono gratuito. E’ l’appuntamento con Dio che nasce nella povertà della grotta di Betlemme per insegnarci la potenza dell’umiltà. Infatti, il Natale è anche la festa della luce che non viene accolta dalla gente "eletta" ma dalla gente povera e semplice che aspettava la salvezza del Signore.

    Innanzitutto, vorrei augurare a tutti voi - collaboratori, fratelli e sorelle, Rappresentanti pontifici sparsi per il mondo - e a tutti i vostri cari un santo Natale e un felice Anno Nuovo. Desidero ringraziarvi cordialmente, per il vostro impegno quotidiano al servizio della Santa Sede, della Chiesa Cattolica, delle Chiese particolari e del Successore di Pietro.

   Essendo noi persone e non numeri o soltanto denominazioni, ricordo in maniera particolare coloro che, durante questo anno, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età o per aver assunto altri ruoli oppure perché sono stati chiamati alla Casa del Padre. Anche a tutti loro e ai loro famigliari va il mio pensiero e gratitudine.

   Desidero insieme a voi elevare al Signore un vivo e sentito ringraziamento per l’anno che ci sta lasciando, per gli eventi vissuti e per tutto il bene che Egli ha voluto generosamente compiere attraverso il servizio della Santa Sede, chiedendogli umilmente perdono per le mancanze commesse "in pensieri, parole, opere e omissioni".

   E partendo proprio da questa richiesta di perdono, vorrei che questo nostro incontro e le riflessioni che condividerò con voi diventassero, per tutti noi, un sostegno e uno stimolo a un vero esame di coscienza per preparare il nostro cuore al Santo Natale.

   Pensando a questo nostro incontro mi è venuta in mente l’immagine della Chiesa come il Corpo mistico di Gesù Cristo. È un’espressione che, come ebbe a spiegare il Papa Pio XII, «scaturisce e quasi germoglia da ciò che viene frequentemente esposto nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri»1. Al riguardo san Paolo scrisse: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12)2.

   In questo senso il Concilio Vaticano II ci ricorda che «nella struttura del corpo mistico di Cristo vige una diversità di membri e di uffici. Uno è lo Spirito, il quale per l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei ministeri (cfr. 1 Cor 12,1-11)»3. Perciò «Cristo e la Chiesa formano il "Cristo totale" - Christus totus -. La Chiesa è una con Cristo»4.

   È bello pensare alla Curia Romana come a un piccolo modello della Chiesa, cioè come a un "corpo" che cerca seriamente e quotidianamente di essere più vivo, più sano, più armonioso e più unito in sé stesso e con Cristo.

   In realtà, la Curia Romana è un corpo complesso, composto da tanti Dicasteri, Consigli, Uffici, Tribunali, Commissioni e da numerosi elementi che non hanno tutti il medesimo compito, ma sono coordinati per un funzionamento efficace, edificante, disciplinato ed esemplare, nonostante le diversità culturali, linguistiche e nazionali dei suoi membri5.

   Comunque, essendo la Curia un corpo dinamico, essa non può vivere senza nutrirsi e senza curarsi. Difatti, la Curia - come la Chiesa - non può vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo6. Un membro della Curia che non si alimenta quotidianamente con quel Cibo diventerà un burocrate (un formalista, un funzionalista, un mero impiegato): un tralcio che si secca e pian piano muore e viene gettato lontano. La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai Sacramenti, in modo particolare all’Eucaristia e alla riconciliazione, il contatto quotidiano con la parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di Lui non potremo fare nulla (cfr Gv 15, 8).

   Di conseguenza, il rapporto vivo con Dio alimenta e rafforza anche la comunione con gli altri, cioè tanto più siamo intimamente congiunti a Dio tanto più siamo uniti tra di noi perché lo Spirito di Dio unisce e lo spirito del maligno divide.

   La Curia è chiamata a migliorarsi, a migliorarsi sempre e a crescere in comunione, santità e sapienza per realizzare pienamente la sua missione7. Eppure essa, come ogni corpo, come ogni corpo umano, è esposta anche alle malattie, al malfunzionamento, all’infermità. E qui vorrei menzionare alcune di queste probabili malattie, malattie curiali. Sono malattie più abituali nella nostra vita di Curia. Sono malattie e tentazioni che indeboliscono il nostro servizio al Signore. Credo che ci aiuterà il "catalogo" delle malattie - sulla strada dei Padri del deserto, che facevano quei cataloghi - di cui parliamo oggi: ci aiuterà a prepararci al Sacramento della Riconciliazione, che sarà un bel passo di tutti noi per prepararci al Natale.
   Credo che ci aiuterà il "catalogo" delle malattie - sulla strada dei Padri del deserto, che facevano quei cataloghi - di cui parliamo oggi: ci aiuterà a prepararci al Sacramento della Riconciliazione, che sarà un bel passo di tutti noi per prepararci al Natale.  .......

NINO LUCIANI, Caro papa, vorrei solo dirti ... che determinate anomalie sono il frutto dei meccanismi istituzionali, al di là delle persone...

1.- Premessa. Le "probabili"  anomalie attribuite dal papa alla curia romana mi hanno ricordato caratteristiche proprie delle macro-amministrazioni, in generale, e che quindi non vanno identificate in "malattie delle persone", ma in fenomeni da disadattamento, curabili con riforme organizzative. Vediamo meglio.
  I  fenomeni da disadattamento sono comuni alle macro amministrazioni, per cui vedi le persone diventare "anormale", vale dire fare cose che non farebbero mai in condizioni normali, tanta è la sofferenza, in cui vengono a trovarsi a causa di determinati meccanismi, diventati perversi.

  Proprio in questi giorni abbiamo assistito, nel nostro Senato, ad attengiamenti irruenti, indotti dal trovarsi (i senatori) a votare su testi di legge incompleti o errati. Come mai ? Perversione del governo sui senatori ?
   Ma torniamo alla curia. Per quanto risulta dai siti infomatici vaticani, l'Amministrazione della chiesa romana è articolata in dicasteri, detti Congregazioni (e in strutture temporanee per specifici compiti).

    Esse sono:
  - Dottrina della fede;
  - Chiese Orientali;
  - Culto divino e Disciplina dei sacramenti;
  - Cause dei santi;
  - Evangelizzazione dei popoli;
  - Clero;
  - Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica;
  -  Educazione cattolica;
  - Vescovi.

  Nulla risulta circa il numero dei membri e la tipologia organizzativa.

2.- Sul potere burocratico. In generale:
   a) il burocrate dirigente è custode della memoria storica dell'ufficio da lui diretto; e conosce le leggi e i regolamenti. Questo fatto gli attribuisce una forza professionale nei confronti dei politici "suoi superiori". Questo vale anche per la Curia, nei confronti del papa.
   Nel caso della Pubblica Amministrazione non c'è un profitto a cui collegare la validità del burocrate, ma invece una "utilità pubblica, che non è oggettivamente quantificabile. Vi supplisce la predefinizione di un procedimento di approvazione degli atti, la cui fedele attuazione crea una valutazione positiva del comportamento del dirigente burocrate.
   Ma ahimè si è su un terreno fragile, la cui consistenza dipende molto dalla furbizia nel creare relazioni, e che in pratica rende i burocrati importanti, e insostituibili.
   Questa forza oggettiva dei burocrati  diviene anche forza politica, se i politici sono dei fasulli professionalmente, e se le decisioni sono importanti; e tanto più se i politici restano in carica, a rotazione, per brevi periodi, sicchè non hanno neppure il tempo (anche volendo) di conoscere la propria amministrazione.

  b) In generale il burocrate pubblico ( dirigenti e subordinati), è pagato poco; e non ha grandi prospettive di carriera.  Pertanto si può ritenere ipotesi realistica che egli cerchi un rimedio dalle soddisfazioni morali nel proprio  meritorio lavoro. Conta molto l'ossequio del pubblico.
   C'è, poi, il fenomeno del "secondo lavoro", ma considerando quello privato come primo lavoro, e quello pubblico come secondo lavoro (soprattutto nei Comuni).
    Può anche capitare che il dirigente burocrate cada preda di gratificatori pecuniari, se egli si trovi a procurare contratti onerosi per la Pubblica Amministrazione, per servizi forniti da imprese private.
   Il burocrate dirigente ha, di solito, un orizzonte temporale lungo, vale dire ha a cuore lo stabilizzare la propria posizione economica, e fare carriera.
   Diviene a ciò funzionale, che  i dirigenti burocrati cerchino di rafforzarsi costituendosi in associazione extra-ordinamento, su iniziativa di uno di loro, o di soggetti esterni; e quando sono tanti, che essi si sotto-sezionino in gruppi autonomi, che competono tra loro per conquistare i settori più importanti della amministrazione.
  

    3.- Come riportare la burocrazia a compatilità con gli interessi della Pubblica Amministrazione. Nella mia università (Bologna, dove sono stato Membro del Senato Integrato, e Consigliere di Amministrazione) mi sono sempre battuto per sottomettere l'Amministrazione al Rettore. Ma ho sempre perso. Anzi ho visto la burocrazia intrallazzare nelle elezioni del Rettore, per far uscire un rettore gradito.
   Nel caso di papa Albino Luciani, si è parlato non poco, a suo tempo, di intrallazzi della curia, per fare fuori un papa scomodo.
   Non credo a nulla di questo, anche perchè so quanto sia facile "costruire fatti" alimentati dalla fantasia, generata dalle carattestiche comuni agli ambienti burocratici.
   Anche in Italia, ovviamente, le dicerie a favore o contro la burocrazia hanno tutta una sequela. Ricordo alcuni rimedi trovati:
  a) a livello costituzionale, si richiede che il personale della P.A, sia scelto per concorso;
  b) Questo tipo di filtro evita le deviazioni peggiori, ma non è sufficiente per una pulizia totale. Accenno ad alcuni rimedi applicati:
  - Andreotti fece un ricambio generazionale della burocrazia, regalando 10 anni di anzianità a chi andava in pensione. Secondo me, ne derivò una dequalificazione grave della burocrazia statale;
   - E' stato introdotto lo "spoyling system" vale dire il potere del nuovo ministro di sostituire, con persone di fiducia, i collaboratori tecnici più diretti. Questo ha inquinato la P.A..
  - E' stato separato il potere politico dal potere amministrativo in senso stretto. Ciò implicava che il dirigente amministrativo firmasse gli atti circa la loro conformità alla legge, prima che il politico li firmasse circa la responsabilitò politica. Non ho mai capito cosa sia stato fatto davvero.

  - E' stato creato un sistema di premi in base al rendimento. E' stata una follia, perchè i dirigenti sono solidali nel darsi retribuzioni. La strada dovrebbe essere tutta diversa. C'è chi propone di precostuire parametri analitici di misurazione degli atti, con l'ausilio della informatica. E' una stupidità, perchè nulla vive se non è collegato a interessi individuali a favore o contro. Ho approfondito delle soluzioni in uno studio,

che ho pubblicato in file:///C:/Users/NINO/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/XNZXP1VH/scritti_scelti_luciani.pdf,
2002, p. 600. Un riassunto, ad uso degli studenti, si trova in: N. Luciani, Economia generale, ed, Franco Angeli, Milano 2005, cap.13.

4.-  Torniamo alla curia. Il degenerare "probabile" (aggettivo del papa) di certe tipicità delle curia va, invece (in termini di probabilità),  imputato al papa, uomo di preghiera, più che uomo di amministrazione. Egli ha cercato un rimedio, a modo suo, appellando alle coscienze, ma la cui buona fede va largamente presunta, perché riferite a persone (laici ed ecclesiastici) doppiamente filtrate circa la fedeltà ai principi cristiani. Penso che il punto dolente stia nei meccanismi inanimati, che girano per conto loro, e che imbottigliano le persone.
   Il papa dovrà, invece, cercare di approfondire la conoscenza di questi meccanismi.
  a) Sul piano del funzionamento corrente, egli dovrà fare visita, di tanto in tanto, agli uffici della Curia, per verificarne la situazione visibile, e cercare qualche dialogo col personale. Se non può..., deleghi qualcuno ..., ma non si lamenti, nè faccia dichiarazioni con attribuzioni di malattie "probabili"...
  b) Sul piano strutturale è "probabile" che ( come avviene in campo temporale) la Curia sia controllata da gruppi di potere, che si sono via via cristallizzati nel tempo, in quanto i papi cambiano raramente. Questi gruppi sono delle vere e proprie correnti, come quelle della DC che si ripartivano i ministeri in base al Manuale Cencelli, e che determinarono danni incalcolabili all'Italia e alla DC. Ne ho avuto sentore in questi anni, quando un ecclesiastico mi ha raccontato che le sedi arcivescovili di Bologna e Ferrara sono state date a preti di vicini a CL.
  Gli suggerirei, pertanto,, le seguenti riforme:
  1) La curia va suddivisa in un numero di dicasteri, tale che ognuno di loro stia all'interno di un determinato range numerico (es.: non inferiore a 30 e non superiore a 50 persone);
  2) Ogni dicastero abbia a capo un laico tecnico-amministrativo, scelto per concorso.
  3) Non creare un direttore generale laico, perchè coalizzebbe i capi dicastero, per costruire un potere, passibile di deviazioni, prima o poi.
  4) Sopra ogni capo dicastero metta un referente ecclesiastico di sua nomina.
  5) Sull'insieme dei referenti ecclesiastici metta un coordinatore generale, ecclesiastico. Il mandato degli ecclesiastici abbia la durata di 5 anni, non rinnovabile per più di due mandati.
   Ma i rinnovi avvengano senza creare eccessi di discontinuità, e pertanto si crei un meccanismo di parziale rinnovo a medio termine (es.: un terzo la prima volta, un terzo la seconda volta, un terzo la terza volta). NINO LUCIANI

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EDIZIONI   PRECEDENTI - SERVE UN PARTITO SOLO DEI CATTOLICI ?

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Il PAPA , i "CATTOLICI IN POLITICA" e  il "dono dello SPIRITO SANTO"

"SERVE  UN PARTITO SOLO DEI CATTOLICI ? " -  "UN CATTOLICO DEVE FARE POLITICA ?"

- La Domanda di un giovane al papa: "Siamo impegnati nel volontariato, nell’associazionismo e nella politica. Come mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale?

- La Risposta del papa: a) "La Chiesa ... riceve il dono dello Spirito Santo... .Non è un partito politico";
     b) "Si sente: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico !”. "Quella non è la strada". Un partito solo dei cattolici non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato;
    b) "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve !" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!" ;
   c)  "Paolo VI ... ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune".

LUCIANI: " Per un laico cattolico, quanto e' vincolante il parere del papa, in materia temporale ?
e quale è la differenza tra il fare politica "senza un partito" e il fare politica "con un partito" ?
Queste domande aggiuntive sono su un piano diverso da quella se "serve
un partito SOLO DEI CATTOLICI ", che è un concetto contraddittorio.

RIPORTATO DA L’AVVENIRE, 1 MAGGIO 2015 (Stralcio)

Un incontro tra amici. Con un dialogo appassionato, con domande e risposte a 360 gradi. È quello che si è tenuto oggi (30.4.2015), in Aula Paolo VI, tra Papa Francesco e i membri della Comunità di vita cristiana (CVX) - Lega Missionaria Studenti d’Italia. Circa 5.000 persone. Di seguito le domande di alcuni partecipanti e le risposte a braccio del Papa. In fondo il testo del discorso scritto che Francesco però non ha letto.
::::::
Gianni: Santo Padre, io sono Gianni, vengono dalla CVX dell'Aquila. Siamo impegnati da oltre 30 anni nel volontariato, nell'associazionismo e nella politica. Allora, nel nostro impegno nella vita sociale vorremmo che ognuno - specialmente chi è più giovane tra noi - comprenda che oltre al bene privato, troppo spesso prevalente, esiste un interesse generale che appartiene alla comunità intera.
   Santo Padre, quale discernimento può venirci dalla spiritualità ignaziana per aiutarci a mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale? Grazie.

Papa Francesco: Credo che questa domanda che tu hai fatto la risponderebbe molto meglio di me padre Bartolomeo Sorge - non so se è qui: no, non l'ho visto … Lui è stato uno bravo, eh? Lui è un gesuita che ha aperto la strada in questo campo della politica. Ma, si sente: "Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!": quella non è la strada.

La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. "No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici": non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve!" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!".

Il Beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. "Ma, Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto … e alla fine tu non puoi andare avanti …": cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po' martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa.

Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Ma, nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche, che hanno aiutato alla pace nei Paesi. Ma pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra - alcuni: pensate a De Gasperi; pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione … Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominare più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune.

Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell'ideale, tutti i giorni, con quell'ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. "No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare" - "Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!". Ma fare, fare … E proprio lottare per una società più giusta e solidale.

Qual è la soluzione che oggi ci offre, questo mondo globalizzato, per la politica? Semplice: al centro, il denaro. Non l'uomo e la donna: no. Il denaro. Il dio denaro. Questo al centro. Poi, tutti al servizio del dio denaro. Ma per questo, quello che non serve al dio denaro si scarta. E quello che ci offre oggi il mondo globalizzato è la cultura dello scarto: quello che non serve, si scarta.

Si scartano i bambini perché non si fanno bambini o perché si uccidono i bambini prima di nascere; si scartano gli anziani, perché … ma, gli anziani non servono: ma adesso che manca il lavoro vanno a trovare i nonni perché la pensione ci aiuti, no? Ma servono congiunturalmente, no? Ma si scartano, si abbandonano gli anziani. E adesso, il lavoro si deve diminuire perché il dio denaro non può fare tutto, e si scartano i giovani: qui, in Italia, giovani dai 25 anni in giù - non voglio sbagliare, correggimi, eh? - il 40-41% è senza lavoro. Si scarta … Ma questo è il cammino della distruzione.

Io cattolico guardo dal balcone? Non si può guardare dal balcone! Immischiati lì! Dà il meglio: se il Signore ti chiama a quella vocazione, va lì, fai politica: ti farà soffrire, forse ti farà peccare, ma il Signore è con te. Chiedi perdono e vai avanti. Ma non lasciamo che questa cultura dello scarto ci scarti tutti! Anche scarta il Creato, ché il Creato ogni giorno viene distrutto di più. Non dimenticare quello del Beato Paolo VI: la politica è una delle forme più alte della carità. …

NINO LUCIANI, Caro papa, penso addirittura che un partito "solo dei cattolici" sia contraddittorio sul piano logico. Al tempo stesso, rivendico una autonomia dei laici cristiani in politica, ma secondo le regole della scienza politica ...

1.- Premessa. In premessa al mio commento, ricordo che nella visione cristiana della vita (e non solo cristiana), l'uomo è una "unità" di spirito e di corpo, creata da Dio, Padre comune di tutti gli uomini e di tutti gli altri esseri viventi. Il laico cristiano si ispira ai valori spirituali e materiali, meritevoli presso il Creatore.
   In questa visione divengono priorità la comunione con il Creatore e la carità verso il prossimo; ed e' normale che gli individui che sono "primi nella scala sociale" storicamente esistente, possano essere, invece ultimi nella "scala sociale cristiana".
   Rientra nelle priorità il contributo alla "creazione" e al suo miglioramento mediante la ricerca scientifica e l'applicazione dei relativi risultati alle condizioni di vita dell'uomo e alla organizzazione della società civile.
   In una determinata "associazione" con obiettivi ordinati rispetto al Creatore, possono ben coesistere cristiani di diverso orientamento politico-economico-sociale, perché la relativa problematica esula da quella associazione.
  Un partito e', invece, una associazione con obiettivi pubblici ordinati rispetto alla società civile, circa la sua organizzazione, le priorità dei bisogni materiali, determinati diritti (ad. es., diritto di proprietà privata, diritto del lavoro, diritto di impresa, determinate alleanze militari sul piano internazionale... ).
   In questo senso ha ben ragione il papa quando non vede bene un partito "solo di cattolici", perche' essi non potrebbero convivere per obiettivi politici non condivisi. Esso, al più, sarebbe una "associazione confessionale" (con i voti di chi ?), per prendere ordini dal papa, ma che neppure il papa vuole.

2.- Ma il papa dice anche che il laico cattolico "deve" fare politica". Il problema che si pone, subito di seguito, è se un laico cattolico "debba" fare politica senza un partito o dentro un partito (sia pure non di soli cattolici).
  a) Senza un partito ? La Costituzione italiana definisce i partiti come strumenti "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Il presupposto è che in democrazia le decisioni si prendono contandosi, e si prende la decisione che ha la maggioranza assoluta dei voti. E chi pretendesse che sia presa la decisione dei votanti in minoranza sarebbe un rivoluzionario, pur se avesse le idee migliori in assoluto. Ma il caso del papa non è questo (salvo in casi molto speciali).
    Ne deriva che un laico cattolico che pensasse di fare politica senza un partito sarebbe destinato ad essere una "vox clamans in deserto", senza risultati immediati.  Questa non è la strada per fare politica.
   d) Dentro un partito ? Un partito è necessario fare politica che prende decisione, ma va tenuto conto che l'agire frazionatamente in più partiti, pur avendo le stesse idee politiche, è come agire senza un partito.
   Nella storia del progresso scientifico-filosofico è notoria la distinzione (di Carlo Marx) tra il "socialismo utopistico" e "socialismo scientifico". Il primo è proprio dei movimenti che chiedono le riforme sociali in modo spontaneo e individuale, ma che non vanno oltre il ruolo di "vox clamans in deserto". Questo è il caso dei cattolici che operano senza un partito o frazionati tra più partiti pur avendo le stesse idee politiche.
    Il secondo è proprio dei movimenti che coalizzano i richiedenti in modo da sostenere validamente le riforme con una sola voce; e anche di quelli che sono frazionati tra più partiti.
   c) Quanto grande dovrà essere un partito di laici cattolici per poter fare proposte comuni con valore politico ? Non c'è una risposta univoca. Direi però che il criterio sia di realizzare la maggiore unità possibile su obiettivi politici comuni di cattolici e non cattolici, ben altro che un partito monopolizzante "solo dei cattolici".

3.- Dovremo riorganizzare la DC ? La DC fu un partito di cattolici e laici importante per la rinascita economica dell'Italia, dopo il fascismo, e che fu unito finchè ebbe un medesimo programma, di tipo centrista, aperto al sociale; e che si divise quando ebbe due programmi: uno liberale e uno socialista (tale è il senso del lacerante dualismo interno a favore o contro il cosiddetto "compromesso storico con il PCI).
   Quale DC in futuro ? Oggi si pensa ad una DC con un rinnovato codice etico, e che includa i punti in comune con i "non cristiani" (come l'inclusione dei valori liberali propri del sistema politico fondato sulla alternanza tra i grandi partiti (si vegga in USA, in Francia…), e ancorato ai grandi ideali universali delle Nazioni Unite (ONU), in continuità nella storia d'Italia, nel parlamento italiano.
    Nella settimana sociale dei cattolici di Bologna (2004), Tettamanzi (cardinale di Milano) appellò al ritorno dei cattolici in politica, ma non nella forma della DC, quale partito unico dei cattolici. E, successivamente, fu echeggiata via via la formula di Ruini (cardinale, segretario di Stato Vaticano) in favore di apporti personali, dentro molteplici partiti (di ogni tipo), in cui un cattolico si trovasse a militare.
   Oggi diviene inopportuno, da parte dei laici, persistere nel silenzio solo per motivi di rispetto al papa, e si faccia chiarezza.
    Questa esigenza è resa stringente da una sentenza della Corte di Cassazione (dic. 2010) che ha dichiarato che la DC non è stata mai sciolta, perchè l'organo che la dichiarò sciolta non aveva il potere di farlo, e consente ancora a un gruppo di volenterosi di cercare di ottenere dalla magistratura la riorganizzazione della DC.

 

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