DEBITO PUBBLICO nel mezzo tra UE e Stato Italiano: come metterlo in sicurezza, e permettere di calcolare le entrate effettivamente disponibili per il governo italiano
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UNIVERSITAS  News

Foglio on line sull'università, fondato nel 2004, con  Forum di politica generale.
Sede in Bologna, via Titta Ruffo 7- Tel  347 9470152 - nino.luciani@alice.it

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PROF. NINO LUCIANI * - Direttore responsabile

* Ordinario di Scienza delle Finanze, Università.

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Nino Luciani
http://scritti scelti

Comité de Patronage: F. Bonsignori, A.De Paz, Elena Ferracini, Dario Fertilio, Enrico Lorenzini, Nino Luciani, Bruno Lunelli, Marco Merafina, Franco Sandrolini

PAESI VISITATORI nel 2015, n. 55 : Algeria - Angola - Argentina - Australia - Belarus - Benin - Brazil - Canada - Chile - China - Colombia - Costa Rica - Ecuador Egypt - France - Georgia - Germany - Guatemala - Hungary - Iceland - Iran - Israel - Italy - Japan - Kazakstan - Korea, Republic of Libyan Arab - Mexico - Morocco - New Zealand - Nicaragua - Nigeria - Pakistan - Panama - Peru - Poland - Romania - Russian Federation - Saudi Arabia - Senegal - South Africa - Spain - Switzerland - Tanzania - Thailand - Tunisia - Turkey - Ukraine - United Arab Emirates - United Kingdom - United States - Uruguay - Venezuela - Vietnam - Zambia

EDIZIONE DI MARZO 2018

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DEBITO PUBBLICO:
una proposta a Juncker

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UNIBO: Rinnovo
CdA, Senato Accademico, Consulta Personale

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ASDU segnala
scoperta
del batterio
"Rhodococcus"


INFORMAZIONI
UNIVERSITARIE
"USPUR"
16 marzo 2018

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Luciani: la via minima di mettere in sicurezza il debito, per poi
calcolare la cifra disponibile per un programma di governo.

Rilevato il tradimento dello impegno del Rettore, per la nomina del CdA nella locale università, su base elettiva, (estesa al personale T.A.)

Grazie alla collaborazione di 7 ricercatori Università
di Bologna e di Calgary.
Per verbale riunione ASDU, clicca: Asdu

FONTE : INFORMAZIONI UNIVERSITARIE - USPUR:
Direttore Paolo Stefano Marcato

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Tribunale di Perugia, Sent. n.109/11, in data 27/1/2011, riammette il prof. Nino Luciani nel Cipur, Clicca su Tribunale di Perugia - curia romana - Congresso DC

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Conferenza2010

Asdu Stato giuridico

 

.RUBRICA Speciale

 


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Università di Bologna

In collaborazione
UNIVERSITA' DI BOLOGNA - UNIVERSITY OF CALGARY

Scoperto Rhodococcus aetherivorans,
il batterio trasformato in nano-cristalli
ad alta conduttività di elettricità

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University of Calgary

Fonte: https://www.nature.com/srep/

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Dal Laboratorio di Microbiologia Generale e Applicata (Università di Bologna)
e dal Laboratorio di Biochimica Microbica (University of Calgary University):
Come è stato scoperto il batterio "Rhodococcus aetherivorans"

AA.VV., Alessandro Presentato - Elena Piacenza - Ali Darbandi - Max Anikovskiy - Martina Cappelletti - Davide Zannoni - Raymond J. Turner,
Assembly, growth and conductive properties of tellurium nanorods produced by Rhodococcus aetherivorans
Per il testo completo in inglese: Clicca su
: https://www.nature.com/articles/s41598-018-22320-x/

ABSTRACT
(NL, traduzione libera dall'inglese)

Il Tellurito  è un ossi-anione* pericoloso e tossico per gli organismi viventi.
Tuttavia, molti microrganismi possono bioconvertirlo nella forma meno tossica del tellurio elementare. Qui, Rhodococcus aetherivorans (cellule riposanti non in crescita) ha mostrato la capacità di produrre nano-particelle a base di tellurio (NP) o nano-asticelle (NR) attraverso la bioconversione di Tellurito, che dipende dalla concentrazione iniziale dell'ossi-anione e del tempo di incubazione cellulare.
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* L'ossianione è un anione poliatomico che contiene un atomo di ossigeno legato ad un atomo centrale. ndr
I Telluriti-nanostrutture inizialmente apparivano nel citoplasma delle cellule di Rhodococcus come nano particelle sferiche, che, al crescere del tempo di esposizione, venivano convertite in nano-asticelle. Questa osservazione ha suggerito l'esistenza di un meccanismo intracellulare di assemblaggio e crescita di del Tellurito-nanosticella che assomigliava al processo chimico-assistito dal surfattante per la sintesi di nano-asticelle.
I Telluriti-nanoasticelle prodotti dal ceppo Rhodococcus aetherivorans hanno mostrato una lunghezza media (> 700 nm) quasi raddoppiata rispetto a quella osservata in altri studi.
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Inoltre, i Rhodococcus aetherivorans biogenici mostravano una normale struttura monocristallina tipicamente ottenuta per quelli sintetizzati chimicamente. La caratterizzazione chimico-fisica dei telluriti-nasticelle biogenici riflette la loro stabilità termodinamica che è probabilmente derivata da biomolecole anfifiliche presenti nello strato organico che circonda le nanoasticelli. Infine, l'estratto di tellurito-nanoasticelle biogenico ha mostrato una buona conduttività elettrica. Pertanto, questi risultati supportano l'idoneità di questo ceppo come biocatalizzatore eco-compatibile per produrre nano-materiali basati su tellurio di alta qualità, sfruttabili a scopi tecnologici.

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EDIZIONI PRECEDENTI

IMPACT FACTOR

RIDISCUSSO nel Regno Unito l' IMPACT FACTOR
per la valutazione della ricerca scientifica

La poesia
di Sergio Agrifoglio

INGEGNO
MALTRATTATO

Basta col marchingegno
del mutuo leccantismo;
è solo un meccanismo
che maltratta l’ingegno,
che esalta la furbizia,
l’astuzia, la malizia
dello scambio di nota
per salire di quota.
Mi cita, dunque esisto!
Lo ricambio: lo incisto
lo promuovo impattato
E quel saggio ben fatto?
Scusa, m’ero distratto.
Il sistema è copiato?
Ed il saggio citato
è solo ben plagiato
(e non virgolettato?)
Dunque, che sia premiato,
ed anzi doppiamente:
certo è più intelligente
chi ricicla il pensato.
E’ assai male adattato?
Sia due volte elogiato!
Ah, la mafia di Stato!
Ogni caro collega
ne verrà avvantaggiato,
e come un pesce lesso
conciato in bella vita
fa figura lo stesso
anche se surgelato,
così anche il più fesso
sposato alla rivista
dove essere adagiato
dove sarà citato
il suo capolavoro
(testicolo gonfiato
anche perché aiutato
dal tocco dell’amico
iperspecializzato)
sarà dunque cooptato
e coperto d’alloro.

Sergio Agrifoglio

FONTE: https://www.roars.it/online/i-research
7 feb 2018

I Research Councils del Regno Unito rifiutano l’uso dell’impact factor delle riviste per la valutazione

Times Higher Education anticipa oggi che tutti i sette Research Council del Regno Unito, che finanziano circa 3 miliardi di sterline di ricerca ogni anno, hanno firmato la Dichiarazione di San Francisco sulla Valutazione della Ricerca (DORA), invitando la comunità accademica a smettere di usare l’impact factor delle riviste come proxy per la qualità della ricerca. I Research Council britannici si uniscono ai circa 13.000 studiosi e alle 450 organizzazioni che hanno firmato Dora che, come ricorderanno i lettori di Roars, è stata promossa dall’ American Society for Cell Biology nel 2012 per invitare ricercatori, università, riviste, editori e finanziatori a migliorare il modo in cui valutano la ricerca. Il professor Stephen Curry, professore di biologia strutturale all’Imperial College di Londra, annuncerà i nuovi firmatari della dichiarazione su Nature dell’ 8 febbraio.

Tra non molto l’Italia, grazie ai ministri che si sono succeduti al MIUR e grazie soprattutto ad ANVUR, resterà il solo paese occidentale ad applicare massivamente, per ogni tipo di decisione (abilitazione scientifica, selezione dei commissari di concorso, collegi di dottorato, …), metriche basate sull’impatto delle riviste o su surrogati di tali metriche, come le liste di riviste per le aree non bibliometriche.
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COMMENTI

Mariam

Fra dieci anni, quando molti di noi saranno stati ingiustamente bloccati nelle carriere, si dirà che errore è stato tutto ciò…
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Marinella Lorinczi :

Beh’, ci vuole il morto , o,più d’uno, per megliorare le condizioni di una strada, ponte.

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Claudio Braccesi:

L’aspetto più sconcertante è che tali indicatori siano stati usati. Che poi qualcuno si accorga che non hanno senso è solo una blanda dimostrazione dell’esistenza del buon senso. Che l’Italia sia adagiata sul conformismo più soffocante e sulla celebrazione della stupidità umana dipende poi solo da noi, dai nostri Rettori e dai nostri colleghi dirigenti ministeriali.
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Gab:

“…per ogni tipo di decisione (abilitazione scientifica, selezione dei commissari di concorso, collegi di dottorato,…” A dire il vero non mi risulta che l’ i.f. sia utilizzato in nessuna delle selezioni di cui sopra…

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Giuseppe De Nicolao says: 13 febbraio 2018 at 10:54

Negli indicatori ASN dei settori bibliometrici non è effettivamente usato. L’idea di una categorizzazione dei “contenitori” è ampiamente presente nei settori non bibliometrici (riviste di classe A) e, nel caso dell’Area 13, si avvale di indicatori di impatto (SJR (Scimago Journal Indicator) e SNIP (Source Normalized Impact per Paper)).
L’Impact factor (o indicatori similari) è pure usato nella VQR (vedi le cosiddette “cravatte bibliometriche”) e, di conseguenza, anche nell’accreditamento dei collegi di dottorato. Nella sostanza, per quanto riguarda l’uso dell’impact factor, Miur e Anvur ne fanno uso e sono lontani dall’adeguarsi alle migliori pratiche internazionali.

Nino Luciani, La tradizione italiana attraverso i TAR

1.- Premessa. La Dichiarazione dei "Research Councils" è un pugno in un occhio, e anche più, sul modo succube come la legislazione ordinaria italiana ha rinnovato il metodo di individuazione della qualità della ricerca in Italia (tali, appunto, i riferimenti all'impact factor e alle citazioni bibliografiche).
Ma anche va reso merito alla magistratura italiana che, memore dei principi della Costituzione italiana, ha difeso il buon senso comune.
  Riporto, a questo proposito, una delle prime sentenze che reagirono all' "impatto".
  Ma rimetto in giro anche una gustosa poesia del prof. Agrifoglio, del 2012.
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2.- TAR Campania, Sentenza N. 02502/2012 REG.PROV.COLL. , N. 06368/2010 REG.RIC. depositata il 28/05/2012).
"Circa la censura riferita al cd. impact factor, va osservato che il citato metodo non è idoneo a rivelare la qualità scientifica delle pubblicazioni, perché rappresenta un criterio di giudizio sulla qualità complessiva della rivista più che sull’originalità scientifica dei singoli articoli che in essa vengono raccolti: invero, lavori pubblicati su riviste ad alto fattore di impatto possono risultare non particolarmente originali e condurre ad un giudizio sulla maturità scientifica dei candidati che non è coincidente con il punteggio ottenuto in sede di impact factor.
In altri termini, un lavoro, solo perché pubblicato su una rivista scientifica molto diffusa, avrà un elevato impact factor, a prescindere dalla sua qualità intrinseca. Ne discende, come del resto la giurisprudenza ha già avuto modo di rilevare (cfr. Consiglio di Stato, Sezione VI, 4 giugno 2010 n.3561; 28 gennaio 2009 n.487; T.A.R. Lazio, Roma, Sezione III, 6 maggio 2008 n.3706), che l'impact factor rappresenta soltanto uno dei criteri di valutazione, ma non certo l'unico o il principale al quale la commissione debba attenersi."

3.- Andiamo avanti. Ho poco da difendere dei metodi di selezione della tradizione italiana, poichè anche in Italia, e a lungo, non sono mancate grandi frustrazioni tra gli aspiranti ad una giusta valutazione scientifica, quale presupposto per la carriera universitaria.
  Un campanello di allarme persistentemente suonato da stampa ignorante era che in Italia mancasse un efficiente meccanismo di incentivazione alla ricerca, causa carenza di reclutamento basato sul merito.
  Sul piano del grande impianto, questo era una vera stupidità, perchè i ricercatori e professori erano collocati in fasce incomunicanti, per cui l'accesso dalla fascia inferiore a quella superiore era possibile solo per concorso. Dunque gli studiosi delle fasce inferiori erano motivati dallo studio permanente, e solo quelli della fascia alta rallentavano la ricerca.
  Per quanto ne so, le grandi frustrazioni di carriera sono venute da alcune inadempienze dei governi, massimamente del MIUR, nella puntuale cadenzamento dei concorsi. Nel caso mio, ricordo che nel 1982-98 furono svolti 3, dei nove concorsi programmati, per cui ci fu un salto generazione dei candidati e dei commissari giudicanti. Nel caso mio, fu un vero miracolo se riuscii a passare, ma non senza qualche ritardo.
  Un secondo fattore di turbamento fu il sistema di scelta dei commissari che era per elezione, per cui si determinavano delle "correnti" ai fini di controllo dei concorsi.
  Ripetutamente i SINDACATI avevano proposto che i Commissari fossero sorteggiati, tra un elenco di aventi determinati requisiti. Ma anche questo non fu mai fatto.
  Tutto questo determinò un forte screditamento dei concorsi, finchè alla fine essi sono stati aboliti, ed è la fase attuale.

4. Fase attuale. Nella fase attuale c'è una selezione dei candidati, a prescidere dal numero dei posti da coprire: cosiddette abilitazioni a lista aperta.
  Fatto questo, avvengono i reclutamenti locali, all'interno delle liste degli abilitati. Questi reclutamenti non sono concorsi, ma chiamate che in sostanza privilegiano i candidati locali.
  Questa sviluppo ha indotto di fatto le commissioni di abilitazione a valutare i candidati come se l'abilitaziobe sia a lista chiusa
  Personalmente ritengo che l'abilitazione a lista aperta sia una grande conquista di civiltà e di giustizia, molto simile alla libera docenza della fine anni '70.
  Molro negativo è, invece, a mio giudizio il meccanismo delle chiamate senza concorso (questo è un regalo di uno dei governi Berlusconi...).
Vorrei che si tornasse al concorso tra abilitati, e che le commissioni siano sorteggiate tra un elenco di professori ordinari con determinari requisiti.        

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EDIZIONI PRECEDENTI

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  DAVIGO, IL GIUDICE TUTTOFARE.
   Lo stesso che ha giudicato "Mani pulite e la DC"

Un recente intervento del Presidente della ANM
sulle cause della corruzione della pubblica amministrazione

LUCIANI: Che ci sia subito la riforma della Magistratura, ma
insieme con la magistratura (vedi sotto) non contro la magistratura.

*Piercamillo Davigo, Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati

Fonte: Testo ricostruito dai resoconti dei giornali dell'11 maggio 2016, non avendo avuto risposta alla domanda, al Dott. Davigo,di avere il testo integrale.

Pier Camilllo Davigo,
"Trasparenza e Anticorruzione
nella P.A.".

Seminario organizzato da Asl di Taranto, Università degli studi "Aldo Moro" di Bari e da Ordine dei giornalisti della Puglia,10/5/16

Nota. Punti raccolti liberamente, da vari resoconti di giornali dell'11 maggio 2016

1.- "Non tutti rubano, non lo penso. Ma la corruzione è una pratica molto diffusa".
  "Bisogna trovare la natura di questo fenomeno altamente sofisticato e soprattutto individuare le cause e i possibili rimedi. Tra i possibili rimedi ci sono sicuramente la trasparenza e l’attività per contenere e prevenire tale fenomeno".

2.- Serialità della corruzione."La prima caratteristica comune della corruzione è la serialità. Chi compie il reato di corruzione lo farà di nuovo, diventando seriale. Chi decide di fare spregio delle regole imbocca spesso una strada senza ritorno."
  "Il secondo aspetto su cui intervenire è il contesto perche non bisogna tenere conto solo del corrotto e del corruttore, ovvero di chi fa o riceve corruzione attiva, ma anche di quella passiva; cioè di tutti quelli che ricevono benefici e vantaggi da quest'azione. E a questa platea bisogna poi aggiungere un nocciolo di intermediati che a volte sono persone già espulse dalla pubblica amministrazione".
  "La repressione serve, ma la legislazione dovrebbe essere più efficace. E bisognerebbe parlare di corruzioni e non di corruzione, perché ce ne sono di diversi tipi".

3.- Senso di appartenenza. "Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana rispetto a quelle europee è la mancanza di senso di appartenenza. Il dipendente pubblico, in Italia, non è orgoglioso di essere un dipendente pubblico. Bisogna ricostruire un processo di appartenenza. Se uno occupa un posto perchè ha vinto un concorso, sarà orgoglioso di se stesso e questo è uno dei migliori metodi contro la corruzione".

4. Giusta retribuzione. La retribuzione dei dipendenti è un’ulteriore motivazione che contribuisce a sviluppare la corruzione che in questa situazione attecchisce

più facilmente.
"Non è pensabile fare la concorrenza alle mazzette con lo stipendio, dobbiamo tenere la gente che lavora nella pubblica amministrazione libera dal bisogno".
"La strada per una prevenzione seria è molto articolata e non sta nelle norme che sembrano aver trovato la soluzione copiando da altri paesi che hanno realtà diverse. Mi sembrano ingenue o, comunque, fuori dai canoni normativi le speranze riposte nelle segnalazioni anonime, meglio investire sulla formazione etica dei funzionari pubblici".
"Se vediamo che un Ingegnere del pubblico prende poco più di una dattilografa o di un' impiegala, è chiaro che se ne va dalla pubblica amministrazione".
Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana da quella francese o britannica è l'orgoglio di appartenenza, che qui manca. Per decenni si è raccontato che i nostri dipendenti pubblici sono fannulloni o, nella migliore delle ipotesi, inefficienti. Non ci vuole molto a distruggere l'orgoglio di appartenenza, ma per ricostruirlo ci vogliono generazioni".

5.- Consulenti. "La pubblica amministrazione spesso ricorre ai consulenti solo per sapere di cosa ha bisogno. Ma i consulenti sono persone. E non sto dicendo affatto che rubano. Ma sono persone che nelle loro attività lavorative e professionali hanno anche rapporti col mondo delle imprese. Ed è un po’ difficile che entrino in conflitto con questo mondo. E allora i collaudi delle opere non facciamoli fare ai consulenti, perché può accadere che non siano così rigorosi come sarebbe necessario, ma mettiamo gli ingegneri e i tecnici della pubblica amministrazione nelle condizioni di farli effettivamente".

6.- Contesto. Altro aspetto su cui intervenire è il contesto, perchè non bisogna tenere conto solo del corrotto e del corruttore, ovvero di chi fa o riceve corruzione attiva, ma anche di quella passiva, cioè di tutti quelli che ricevono benefici e vantaggi da quest’azione. E a questa platea bisogna poi aggiungere un nocciolo di intermediari che a volte sono persone già espulse dalla pubblica amministrazione.
"La soluzione è quella di infiltrare qualcuno per scoprire dall’interno i reati di corruzione. Il sistema viene già utilizzato per investigare sui reati di traffico di armi e di stupefacenti".

Nino Luciani, Il Commento

1. Premessa. Il Dott. Davigo è noto per essere stato giudice (con altri) del processo "Mani pulite", che ha demolito la Democrazia Cristiana.
Egli è rimasto fin qui "intoccato", perchè vissuto sotto l'ala della Magistratura, ma in queste settimane (quale neo Presidente della Associazione Nazionale Magistrati) è stato possibile vederlo e pesarlo. Ma andiamo per gradi.

2.- E vero quanto dice nel famoso seminario di Taranto ?   Nulla da ridire sui suoi argomenti, qui a fianco riportati, anzi sono tutti argomenti che il comune uomo della strada proferisce molto normalmente e dunque anche lui, ma al di fuori dal campo professionale giuridico (dunque: "tuttofare" in questo senso).
  Peccato che Davigo, magistrato che ha demolito una generazione politica (dunque, troppo), non si sia domandato perchè soluzioni così ovvie non sono applicate pienamente, nonostante tutte le riforme, anche di questi anni, della Pubblica Amministrazione.
  Non ho la bacchetta magica che crea oro toccando qualcosa, neppure io, che studio da anni la scienza delle finanze (dunque, i meccanismi finanziari della PA). Solo dire che il problema fondamentale è inventare una figura  a cui affidare la responsabilità della efficienza della P.A., per cui tragga un beneficio o un danno personale dai risultati, quale meccanismo automatico normale.
  Nel caso della impresa, questa figura è l'imprenditore. Esiste una figura simile nella P.A. ? Non c'è, ed è per questo che paga Pantalone, di norma.  Ho provato a inventare un meccanismo "simile" a quello della impresa, a più livelli (a livello politico, ed a livello amministrativo) in un mio studio: http://amsacta.unibo.it/3417/1/scritti_scelti_luciani.pdf, p. 577, ma con la consapevolezza che molto resta da inventare, e forse è possibile fare grazie all'utilizzo del progresso tecnologico.

3.- Nel merito dei politici. Per quanto riguarda la corruzione dei politici, ricordo che varie leggi (da alcuni anni) hanno introdotto la separazione della responsabilità politica dalla responsabilità gestionale e amministrativa, ma senza tirarne tutte le conseguenze.
  Quali conseguenze? Di norma il ministro firma gli atti, sottoposti dai dirigenti amministrativi.
  Ma gli atti sottoposti al ministro sono montagne. E' impossibile vederli tutti con calma, se non si vuole bloccare il ministero: dunque, il ministro firma anche possibili illeciti, in fiducia.
  In questo meccanismo si annida un virus della corruzione. Precisamente il dirigente (non necessariamente cattivo) riesce a fare firmare "tutto" al ministro.
Quali le conseguenze ? Che, in caso di successiva denuncia di irregolarità, il colpevole legale è il ministro, e dunque il ministro sarà il corrotto ufficiale. Ma le cose vere sono ben diverse.
  Non solo, dopo la firma il ministro diviene anche ricattabile dal dirigente (quello cattivo).
  Davigo apparirebbe non sapere queste cose.

  Come risolvere ? Da anni chiedo di rendere obbligatoria, per legge, la doppia firma: il dirigente firma l'atto assumendo la responsabilità della sua conformità alla legge e, dopo, firma il ministro assumendone la responsabilità politica.

4.- Torno su Davigo. Il fatto che egli battagli in modo improprio, su temi non professionali, getta un' ombra sulla qualità della magistratura, perchè si propone quale "rappresentante" eletto, sia pure pro quota ANM.
  Un magistrato non dovrebbe assumere posizioni politiche, perche' istituzionalmente è una figura "terza" (ma oggi, se è in pensione, lo può fare). Uno vuole occuparsene, anche in servizio ? OK, ma si dimetta un anno, prima.
E se venisse eletto in qualche organo politico, può tormare in magistratura ? Sì, ma non prima di 5 anni dalla cessazione del compito politico.

5.- Non solo questo: anche riformare la magistratura. Il fatto che Davigo sia Presidente della ANM implica che persone "ibride" come lui ce ne siano tante nella Magistratura.
  Riterrei urgente una riforma della Magistratura. Ma ricordo che nella mia esperienza personale (sono stati anni magistrato tributario)  ho conosciuto e lavorato con molti magistrati, di cui ho maturato una altissima stima e queste cose non le so solo io (qualche eccentrico..., ma molto meno che le dita di una mano).
  Dunque, si faccia la riforma, ma insieme con i magistrati, non contro la magistratura, come invece Berlusconi (Gelmini) ha fatto per la università, rovinandola.
  Rinvio a subito qui sotto, per le idee di grandi magistrati, tuttora validissime, pronunciate in occasione di inaugurazioni degli anni giudiziari, e che pubblicai a suo tempo.

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Stato della giustizia in Italia

"Relazione sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2008"
in occasione della INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2009
Il testo completo, è in: http://www.cortedicassazione.it/#,"Relazione sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2008"

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Vincenzo Carbone

 


Vincenzo Carbone*, 
"Le principali cause della crisi della giustizia"

(Stralcio dalla relazione, Parte III).

 
* Primo Presidente della Corte di Cassazione


Vincenzo Carbone, Relazione, Parte III - LE PRINCIPALI CAUSE DELLA CRISI

Sommario:  "Le cause principali della crisi"
1. Le cause esterne: 1.1. L'irrazionale distribuzione delle sedi giudiziarie; 1.2. Le risorse (scarse) della Giustizia e le rigidità nel loro utilizzo; 1.3. Le modalità di accesso al sistema della Giustizia e l'"abuso del processo; 1.4. Le ulteriori disfunzioni della domanda di Giustizia (mancanza di filtri equi ed efficaci, che genera  troppi avvocati)
2. Le cause interne: a) uso mediatico della Giustizia, da parte di Giudici; b) politica di "potere" e "personalismo"; c) "carriere parallele" da parte di Giudici, fuori ruolo a domanda per un tempo abnorme; d) mancanza di una cultura dell'organizzazione e dell'efficienza

Premessa. Per affrontare una crisi è sempre necessario, innanzitutto, individuarne e comprenderne con impietosa lucidità le cause, nella consapevolezza che la Giustizia, come ogni sistema aperto, è sottoposta, come si è detto, alla regola della causazione complessa: occorre analizzare tutti i fattori critici e tenere presenti le loro interazioni, per agire consapevolmente in modo organico ed evitare gli effetti inattesi e le conseguenze indesiderate, che così spesso si accompagnano all'azione riformatrice. Per invertire il calo di fiducia non basta individuare una criticità e aggredirla, ma occorre agire contestualmente sia sulle cause esterne che su quelle interne al sistema stesso. Per rimuovere, o almeno correggere, le prime è necessario innanzitutto un impegno del Parlamento e del Governo, che porti ad una ridefinizione delle politiche. Per rimuovere le seconde è necessario, invece, innanzitutto uno sforzo di tutti gli operatori, ai diversi livelli.

1 - LE CAUSE "ESTERNE": OFFERTA E DOMANDA DI GIUSTIZIA
1.1. L'irrazionale distribuzione delle sedi giudiziarie. Una grave causa di disfunzione è l'irrazionalità della attuale distribuzione delle sedi giudiziarie, che sfugge ai più elementari principi di buona organizzazione degli uffici pubblici. In Italia ci sono 165 Tribunali e relative procure, di cui non pochi istituiti con leggi speciali ad hoc, e 220 sezioni distaccate di Tribunali. Di questi, 93 Tribunali e Procure, che rappresentano il 56% degli uffici giudiziari, hanno non più di 20 Magistrati, e circa 60 hanno sede in territori che già possono contare sull'esistenza di un Tribunale nella sede del capoluogo provinciale (abbiamo 19 Tribunali in Sicilia, con 4 Corti d'Appello, e 17 Tribunali in Piemonte; a Sulmona il Tribunale più piccolo ha 1 Presidente e 3 Giudici).
   Ciò provoca costi di gestione altissimi e continui rischi di blocco dei processi negli uffici più piccoli, per l'assenza anche di un sol Giudice. Si comprendono le forti resistenze e le pressioni locali per mantenere un presidio di Giustizia sul territorio. In attesa di un riordino organico (sulla base della "dimensione organizzativa ottimale" degli uffici giudiziari), si potrebbero almeno trasformare subito, in via transitoria, i circa 60 Tribunali periferici in sezioni distaccate del Tribunale del capoluogo di Provincia. Ciò consentirebbe di conservare intatta la rete territoriale, ma di centralizzare in capo al presidente del Tribunale provinciale la gestione del personale e delle risorse, con ben maggiore efficienza e flessibilità, rendendo un servizio migliore, anche nelle stesse sedi distaccate. In altri paesi si è già provveduto sia all'accorpamento dei Tribunali piccoli e medio-piccoli sia alla ripartizione nel 2007 dei Tribunali grandi come quello di Parigi, suddiviso in quattro sedi più funzionali ed efficienti in virtù del principio di "une organisation territoriale rationalisée".

1.2. Le risorse della Giustizia e le rigidità nel loro utilizzo. Da molte parti si lamenta la scarsità delle risorse. Il problema esiste, ma non si tratta di quello più grave, (anche in considerazione di quanto accade negli

Nino Luciani, Quattro osservazioni in libertà, ma anche un pò di delusione per l'inadeguatezza della relazione

   Questo commento è quello di "uno" (non del campo), che da anni sente la cantilena della lentezza dei processi, ma che non ha mai guardato dentro, per capire cosa succede. Ed ecco che, infine, mi sono letto tutta la relazione del Procuratore Generale, e ne riporto solo la parte che  riguarda i rimedi.
CAUSE ESTERNE. In breve sintesi, secondo il relatore, la gran parte dei mali deriva da carenze strutturali:
1) Troppe sedi, di cui la gran parte di dimensione troppo piccola.
   Questo non permette un impiego flessibile dei pochi giudici e cancellieri,(di questi, ne servirebbero 2  per 1 giudice), ripartendoli all'occorrenza per le varie esigenze. Una prima soluzione starebbe nel superare la frammentazione, ridefinendo opportunamene le dimensioni delle varie sedi.

2) Scarsità delle risorse. Per il relatore il problema esiste,, ma non è quello più grave. Davvero c'è da rimanere perplessi. Non c'è una cifra da cui risulti quanti sono i giudici e i cancellieri mancanti (risulterebbe che per un giudice, servono due cancellieri), e nemmeno c'è una cifra da cui risulti la necessità di Computer e attrezzatire varie. Eppure dai giudici ci sono non poche voci, che lamentano questo tipo di carenze.
3) Abuso del processo. Ci sono molte cause civili e penali,  perchè poco costose. Il relatore suggerisce un filtro (?), ma poi  invoca lumi dalla teoria delle scelte collettive, ma non va oltre.

    Su questo versante, nel campo civile, secondo detta teoria, una via è richiedere il pagamento anticipato del valore presunto della causa, e da restituire in caso di vittoria. Tuttavia, poichè il servizio della giustizia è un bene misto (pubblico e privato, con prevalenza del privato), solo una parte del costo va addebitato al ricorrente (70% ?), eventualmente differenziando per classi di redditieri.
   Nel campo penale, il relatore tace. Qui è notorio che la numerosità delle cause deriva dalla obbligatorietà dell'azione penale e dal periodo di prescrizione dei reati, che incentiva azioni ritardanti i processi. C'è, poi, la tipologia del processo penale, che è un processo "parlato", ossia in cui la documentazione esterna conta poco, e dunque facilmente rivoltabile ("confessi, e poi ritratti; confessi di nuovo, e di nuovo ritratti, e così il tempo passa). Anche qui il Primo Presidente non si spreca.
   A proposito della obbligatorietà dell'azione penale, si potrebbe forse mettere qualche limite: ad esempio, separare le cause per tipologia di reati, e sorteggiarne un 50%, per ogni tipologia.
  A riguardo della prescrizione, si potrebbe farla decorrere solo dall'inizio del processo, in modo da responsabilizzare i giudici in modo diretto, ed eventualmente penalizzarli nella retribuzione, in caso di scatto della prescrizione.
3) Avvocati. Secondo il relatore ci sono troppi avvocati, non sempre all'altezza del compito. Serve una migliore selezione nei concorsi per l'accesso all'Ordine.
CAUSE INTERNE. Su queste il relatore è molto superficiale e breve.
1) Carriere parallele. Il Relatore lamenta l'abuso di giudici ("non pochissimi"), che ottengono facilmente la collocazione "fuori ruolo", per fare attività di giudici privati, e questo dà luogo a vere e proprie "carriere parallele" a quelle dei giudici in servizio di ruolo.

    Il relatore non propone rimedi. Ci si sarebbe almeno aspettato che proponesse l'abolizione del fuori ruolo durante la carriera;
2) Mancanza di cultura dell'organizzazione e dell'efficienza da parte dei Giudici. Il relatore non va oltre questo lamento.
  Credo che ci sarebbe un modo di incentivare i giudici ad organizzarsi per accelerare i processi: ad es. dare una retribuzione variabile al giudice, in base al numero dei processi. La retribuzione, tuttavia, dovrebbe essere relativamente bassa (per non incentivare la frettolosità)

P.S. Nella relazione è deplorato l'uso mediatico delle sentenze, da parte di alcuni giudici, con effetto devastante sul buon nome della giustizia.
   Nulla si dice della politicizzazione dei giudici e della separazione delle carriere. NL
altri  Paesi). In effetti, negli ultimi anni la spesa per la Giustizia risulta recessiva sia in valore assoluto sia in relazione alle altre spese pubbliche. L'incidenza delle complessive spese per la Giustizia sul Bilancio dello Stato oscilla dall' 1,11% del 2005, l'1,22% del 2006 e l'1,15% del 2007, poi scende all' 1,07% del 2008 e, infine, all' 1,00% del 2009.
   L'incidenza sul bilancio dello Stato delle spese di Giustizia (solo spese di Giustizia, non includendo le spese per la Magistratura onoraria) oscilla, negli ultimi anni, dallo 0,07 % (del 2005), allo 0,10 % (del 2006), allo 0,08% (del 2007) allo 0,06% (del 2008 e del 2009).
   La spesa per abitante è stata, così, ridotta da 134 euro nel 2008 a 127 euro nel 2009. In valore assoluto, gli stanziamenti per spese di Giustizia, negli anni 2006, 2007, 2008, si sono andati progressivamente riducendo dagli 8,22 miliardi di euro del 2006, ai 7,26 miliardi del 2008, ai 6,55 miliardi di euro del 2008.
   In crescente aumento è poi il costo per il Patrocinio a spese dello Stato nel processo penale (d.p.r. n. 115 del 2002) I dati statistici disponibili (relativi all'anno 2007) evidenziano, infatti, un elevato numero di persone interessate (109.330) ed ammesse (94.041), con un totale di costi pari ad euro 84.916.200 di cui 79.431.890 per onorari ai difensori.
   Altri Paesi hanno scelto la via non degli incrementi "a pioggia", ma degli investimenti "mirati" per il recupero dell'efficienza: si tratta di un esempio che merita comunque attenzione.
  In Francia, parte degli stanziamenti del bilancio francese per la Giustizia è stata espressamente preordinata a rendere decisioni giudiziarie più rapidamente ed efficacemente, a tal fine indicando l'aumento del bilancio dei servizi giudiziari (del 3,8%), la destinazione di 427 milioni d' euro alla reforme de la carte judiciaire, il reimpiego dei mezzi e lo sviluppo delle nuove tecnologie allo scopo di migliorare l'efficacité della Giustizia (con un aumento del bilancio per l'informatica del 7,6%).
    Ciò che appare più preoccupante è la rigidità e la burocratizzazione delle forme di utilizzo delle risorse medesime, che spesso non consente di svolgere le pur minime e necessarie funzioni strumentali, né di premiare il personale più meritevole. Un sistema privo di una logistica razionale non può che essere disfunzionale e lo spreco di risorse connesso a questa criticità potrebbe essere fortemente ridotto con misure organizzative relativamente facili da assumere. Tali misure richiedono, però, da parte dell'intera collettività e dei suoi rappresentanti, la consapevolezza che è utile e necessario rinunciare alle "esternalità" che nel tempo sono state caricate sul sistema Giustizia, con la moltiplicazione di sedi ispirata da ragioni di campanile o di esigenze degli operatori, piuttosto che dei destinatari del servizio. Sono necessarie regole più flessibili, anche in considerazione di esigenze non omogenee degli uffici sul territorio. Va anche stigmatizzato il mancato raccordo tra l'allocazione del potere di spesa, collegato al Ministero della Giustizia, e quella del potere di organizzazione, che in parte fa capo al C.S.M: occorrerebbe avviare un dialogo costruttivo tra entrambe le Istituzioni.

1.3. Le modalità di accesso al sistema della Giustizia e l'"abuso del processo".   Se l'"offerta di Giustizia", pur con i problemi evidenziati, non è differente da quella degli altri Paesi, ben diversa è la situazione della "domanda di Giustizia". La moltiplicazione abnorme dei procedimenti pendenti deriva, in misura considerevole, dalla mancanza, in Italia, di qualsiasi meccanismo di "filtro" alla rilevanza e alla qualità delle controversie che possono essere portate dinanzi al Giudice. La quantità di risorse che ciascun procedimento impegna è indipendente dalla sua rilevanza, sociale od economica, e l'accesso alla Giustizia si rivela così, illusorio, perché - come si è evidenziato all'inizio - la stessa facilità di accesso diventa la causa prima di blocco del sistema. A ciò si aggiunga che la gestione dei procedimenti è oggi di tipo pulviscolare: la stessa questione viene riproposta infinite volte, impegnando ogni volta l'intero meccanismo di soluzione della controversia, in modo che eventuali risposte non omogenee diventino fonti di ulteriori controversie. Si produce, così, al tempo stesso, uno spreco di risorse e la produzione di orientamenti contraddittori, che aumentano l'incertezza e diventano ulteriori fattori di moltiplicazione del contenzioso. Un'ulteriore caratteristica del nostro tempo è il passaggio dall'abuso del diritto all'abuso del processo, per il raggiungimento di scopi diversi dalla soluzione della lite o per conseguire vantaggi economici. Si assiste sempre più spesso, infatti, ad un fenomeno di distorsione nell'utilizzo del processo, non più come strumento per risolvere una controversia ed accertare la regola applicabile al caso concreto, ma piuttosto come strumento di dilazione dei tempi nell'adempimento di obbligazioni e, ancor peggio, di strumento volto ad assicurare utilità del tutto estranee alla funzione del processo stesso. Se la tutela dell'interesse sostanziale è la ragione della attribuzione della potestas agendi e ne segna il confine, l'esercizio dell'azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela attribuita configura abuso del processo e lede il principio del giusto processo, inteso come risposta alla domanda della parte. L'abuso della situazione sostanziale, in quanto attuata nel e tramite il processo si risolve in abuso dello stesso e viola il precetto dell'art. 111 Cost. . Il principio, affermato in riferimento al divieto di frazionamento giudiziale di un credito unitario - derivante dalla regola generale di correttezza e buona fede nei rapporti obbligatori, in relazione al dovere inderogabile di solidarietà di cui all'art. 2 Cost. - si arricchisce di un ulteriore profilo di contrarietà allo stesso 111 Cost. dal punto di vista della ragionevole durata del processo. L'effetto inflattivo, riconducibile alla possibile moltiplicazione dei giudizi, lede la ragionevole durata per l'evidente antinomia tra la moltiplicazione dei processi e il contenimento della loro durata. Si realizza così per la Giustizia, come per altri beni pubblici, il fenomeno dei "free riders": soggetti che usufruiscono di un bene pubblico,  il cui costo è sostenuto da tutta la collettività - estraendone utilità private ed aggravando, quindi, il costo per gli altri soggetti. Nel caso di specie, tale costo non deriva soltanto dallo spreco di risorse che un ricorso distorto allo strumento del processo comporta, ma anche da un ulteriore e forse più grave effetto: la moltiplicazione di controversie produce, infatti, un intasamento del sistema, che non solo eroga il servizio ad un costo più alto di quello dovuto, ma spesso non riesce neanche più ad erogare il servizio in tempi ragionevoli. L'illusione di un accesso del tutto indiscriminato al servizio Giustizia si traduce, così, in effetti, in una restrizione del servizio per chi ne ha davvero bisogno e nella distrazione di un bene pubblico dalla sua vera e propria funzione. Anche per la Giustizia occorrerebbe, dunque, affrontare, come è stato fatto sulla base della teoria delle scelte collettive per altri servizi e beni pubblici, il problema delle condizioni per la fruizione del bene pubblico stesso, conciliando l'ampiezza dell'accesso con misure volte ad evitare un uso distorto del bene ed un'appropriazione parziale dei vantaggi del servizio.

1.4. Le ulteriori disfunzioni della domanda di Giustizia. Il dato numerico relativo agli avvocati in Italia risente, invero, di una rilevante oscillazione ove si raffrontino gli iscritti al Consiglio degli Ordini Forensi d'Europa, il CCBE (Conseil des Barreaux Européens - Council of Bars and Law Societies of Europe), con gli iscritti alla Cassa nazionale forense (al 31 dicembre 2007, gli iscritti al CCBE erano 213.081, a fronte dei 136.750 e 143.976 iscritti alla Cassa nazionale forense, rispettivamente, alla fine del 2007 e del 2008). L'inagevole reperimento di un dato univoco, dimostra, peraltro, la necessità di una riforma della professione forense che non trascuri, tra l'altro, la mera gestione degli elenchi dei singoli Ordini in diretto collegamento con l'Ordine nazionale, con la Cassa di previdenza forense e con il CCBE. Muovendo dal dato fornito dalla Cassa nazionale forense, aggiornato al 31 dicembre 2008, vi sono 143.976 iscritti, di cui 41.931 iscritti all'Albo speciale degli avvocati cassazionisti, 313 avvocati dell'INPS, 253 avvocati dell'INAIL ed altri avvocati di enti pubblici), oltre 389 tra avvocati e procuratori dello Stato.
   Fa comunque riflettere il dato complessivo, fornito dal CCBE, del numero degli avvocati italiani comparato al numero degli avvocati europei: solo l'Italia supera la soglia dei 200.000 avvocati (più del 30% del totale europeo calcolato dal CCBE), mentre gli altri Paesi si attestano ben al di sotto di questa cifra (la Spagna con 154.953, la Germania con 146.910, il Regno Unito con 139.789, seguite dalla Francia con solo 47.765 avvocati). Il CCBE rappresenta più di 700.000 avvocati europei attraverso gli ordini forensi suoi membri, appartenenti a 31 Stati membri e a 10 paesi osservatori.
   Il divario aumenta, e di molto, se si considerano gli avvocati patrocinanti dinanzi alle Corti di suprema istanza: in Italia vi sono 41.921 cassazionisti, ma manca l'albo nazionale con le condizioni di assunzione che non sia il mero dato anagrafico, in Francia essi sono solo 95 (Cour de cassation, Annuaire 2008, pag. 149-153) e in Germania, al 1 agosto 2007, appena 44 (www.Bundesgerichtshof.de).
   Significativa l'esperienza tedesca: il numero degli avvocati non è previsto espressamente, tuttavia sussiste una specifica procedura di selezione per l'abilitazione al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof (artt. 164 e segg. della legge federale sull'avvocatura - Bundesrechtsanwaltsordnung [BRO] approvata il 1 agosto 1959), tramite una selezione effettuata da un comitato (Wahlausschuss) composto dal Presidente del Bundesgerichtshof, dai presidenti delle dodici sezioni civili della Corte, da membri del consiglio federale dell'ordine degli avvocati e dai membri del consiglio dell'ordine degli avvocati abilitati al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof. Sulla proposta di designazione formulata dal suddetto comitato decide il Ministro della Giustizia.
   Con recente ordinanza (Bundesverfassungsgericht, Beschluss 27.02.2008, 1 BvR 1295/07) la Corte costituzionale federale ha dichiarato la legittimità costituzionale di tale disciplina, sottolineando, in particolare, che l'obbligo degli avvocati abilitati di concentrare la loro attività esclusivamente sui processi in materia civile dinanzi al Bundesgerichtshof ed il limitato numero degli stessi, garantiscono la loro perfetta conoscenza della giurisprudenza del Bundesgerichtshof e la loro elevata qualificazione giuridica e consente loro di esercitare una funzione di garanzia e promozione della giurisprudenza al più alto livello L'ordinanza riconosce altresì la funzione di filtro esercitata dagli avvocati abilitati al patrocinio dinanzi al Bundesgerichtshof. Ulteriori elementi di riflessione provengono dal confronto di questi dati con il numero di Magistrati e notai, nei quali l'Italia non si discosta di molto dalla media europea: nel 2008, si hanno "soltanto" 4.675 Notai e 8.359 Magistrati (così ripartiti: 6.242 giudicanti e 2.117 requirenti). Come appare dal grafico, su 100.000 abitanti vi sono circa 241 avvocati, 15 giudici e 8 notai.
   Nella relazione scritta è documentato, in forma grafica, il tasso di litigiosità, presso i Tribunali, in rapporto al numero di avvocati e al bacino di utenza dei Tribunali aggiornati con i dati ISTAT sulla popolazione al 31 dicembre 2007.
  I dati si riferiscono ai giudizi di cognizione ordinaria (tav. 1) e al contenzioso previdenziale (tav. 2); seguono, per i giudizi innanzi al Giudice di pace, la tav. 3 con riferimento alle opposizioni a sanzioni amministrative e la tav. 4 con riferimento al risarcimento danni da circolazione stradale.
   In un libero mercato di servizi, la moltiplicazione del numero degli operatori è sempre un dato positivo. Ma nel caso della Giustizia gli avvocati da un lato offrono un servizio alle parti, dall'altro lo richiedono al sistema pubblico. Occorre, allora, valutare, anche avvalendosi dell'esperienza degli altri Paesi, fino a quando tale abbondanza di operatori sia davvero funzionale a dar voce alle giuste pretese dei cittadini, e quando invece l'assenza di un numero chiuso (come accade per Notai e Giudici) non comporti, invece, un surplus di domanda di Giustizia, rispondente non più solo, e non più tanto, alle suddette pretese. Tale surplus ricade a carico del sistema, e potrebbe costituire una delle cause per le quali le risorse destinate dall'Italia risultano insufficienti rispetto ad altri Paesi con analoga "offerta" di Giustizia ma con ben minore, e più "filtrata", "domanda". Nessun intervento di riorganizzazione della Giustizia appare credibile se si concentra solo sullo stock di processi esistente e non si fa carico di porre filtri - equi ed efficaci - al flow dei nuovi accessi.

2 - LE CAUSE "INTERNE".
  a) uso mediatico della Giustizia, da parte di Giudici;
   La crisi di fiducia nella Giustizia deriva, come si è già detto, anche da cause interne alla Magistratura. Si tratta di pochi e isolati casi, ma che purtroppo hanno una rilevanza clamorosa, anche per l'enfasi mediatica che inevitabilmente li circonda. C'è stato un cambiamento di rotta, ma l'impegno deve essere ampliato, rafforzato e condiviso da tutti. In più di un caso, si avverte la carenza, o l'insufficienza, di quello che dovrebbe essere un "costume comune" di tutti i Giudici, che abbia alla sua base la responsabile condivisione di valori etici e comportamenti istituzionali da assumere come propri, caratteristici, inviolabili e inscindibilmente connessi alla stessa funzione giudiziaria. Quello del Giudice è un "mestiere" difficile: immersi nel mondo, nel "contesto" sociale, per assicurare la Giustizia con altruismo e con sacrificio, ma senza anelare a fama e potere. In primo luogo, il Giudice deve evitare "tentazioni mediatiche".
   Le Juge ne parle que de son siège: il Giudice comunica all'esterno il proprio lavoro attraverso la qualità e la tempestività dei provvedimenti che emana, non grazie alla popolarità delle trasmissioni cui partecipa o delle interviste che rilascia. Queste esternazioni personali rischiano di costituire, nella maggior parte dei casi, fonte di equivoci, se non di possibili strumentalizzazioni, perché forniscono a queste dichiarazioni, non istituzionali, una notorietà maggiore di quella rivolta alle decisioni del Magistrato, e fanno perdere di vista la finalità propria dell'attività giudiziaria che è quella di pervenire, con solerzia e tempestività, ad una decisione che sia - ma che anche appaia - super partes, pronunciata nell'ambito del processo, e non al di fuori di esso. Certo, come abbiamo già avuto modo di rilevare, con il conforto di altri autorevoli interventi, oltre a un più rigoroso richiamo dei Giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe, contestualmente, evitare la realizzazione di veri e propri "processi mediatici", simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di Magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali. La Giustizia deve essere trasparente, ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria.
   b) politica di "potere" e "personalismo". Un'altra disfunzione deriva dal considerare, talvolta, l'esercizio della giurisdizione alla stregua dell'esercizio di un "potere", con la conseguente distrazione dal senso del servizio pubblico che sempre deve accompagnarci. Vi sono vari modi in cui tale disfunzione si realizza, ad esempio: - come esercizio di potere nei confronti delle parti, che devono alla fine "subire" passivamente le inefficienze o la pigrizia di alcuni nella conduzione del processo; - come esercizio di potere nei confronti di altri colleghi, come dimostrano purtroppo casi recenti di scontri, tutti interni alla Magistratura, ai quali mai avremmo voluto assistere; - come esercizio di potere nei confronti della società, come avviene nei casi di "auto-indagini" condotte solo nel perseguimento di una personale ricostruzione accusatoria. A tale grave problematica corrisponde, però, una duplice e altrettanto grave incapacità del sistema. Da un lato, un'incapacità degli altri poteri pubblici di migliorare l'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, fino ad arrivare a casi di rottura del principio di legalità, che inducono lo stesso sistema a spingere i Magistrati ad una impropria funzione di "supplenza". Dall'altro, un'incapacità di provvedere sollecitamente, in sede disciplinare, nei confronti del Magistrato che sbaglia, sì da restituire all'indipendenza della Magistratura il ruolo di valore essenziale di rilievo istituzionale e non di opaco scudo posto a difesa di privilegi corporativi. Solo così si realizza la migliore garanzia contro ogni tentazione di assoggettamento della Magistratura ad altri e diversi poteri. Non mancano, poi, manifestazioni di una sorta di "narcisismo autoreferenziale", che induce, tra l'altro, all'emanazione di quelle che il compianto collega Borré definiva "sentenze corsare", le quali si pongono in palese e talvolta immotivato contrasto con consolidati indirizzi giurisprudenziali. Ciò, da un lato, costringe le parti - se ancora possibile - ad un ulteriore, defatigante grado di giudizio e, dall'altro, aumenta l'incertezza e anche il degrado istituzionale.
  c) "carriere parallele" da parte di Giudici, fuori ruolo a domanda per un tempo abnorme. Vi è, poi, il rischio di "carriere parallele". Ritengo che una permanenza temporanea al servizio delle Istituzioni pubbliche possa arricchire il bagaglio culturale e professionale del Giudice e costituire una costruttiva esperienza. Ma il fatto che vi siano colleghi, anche non pochissimi, ai quali la disciplina vigente - tra le pieghe delle varie regole e nell'assenza di considerazione dei periodi già trascorsi - consente di restare collocati fuori ruolo per molti e molti anni, sottraendosi così per buona parte della loro carriera ai fondamentali compiti istituzionali, rischia di trasformare tale costruttiva esperienza in una sorta di "carriera parallela", alla quale non dovrebbe accedersi tramite il concorso in Magistratura.
  d) mancanza di una cultura dell'organizzazione e dell'efficienza. Ma la causa a mio avviso più grave di tutte - poiché è anche la più diffusa, la meno avvertita, la più giustificata - risiede nella mancanza, nell'ambito della Magistratura, di una cultura diffusa dell'organizzazione e dell'efficienza, che si affianchi alla cultura del Diritto. Troppo spesso il Magistrato, ancora oggi, continua intimamente a ritenere di dover essere solo un bravo giurista, non anche un efficiente dispensatore del servizio. Il meglio è spesso nemico del bene; il riconoscere Giustizia tardivamente equivale spesso a non riconoscerla; la realizzazione di sentenze ponderose, dotte e giuridicamente impeccabili, ma cronicamente tardive, è grave quanto la perpetrazione di un'ingiustizia.
    Come diceva De Nicola "giustizia lenta non è giustizia". La mancanza di una cultura di direzione dell'ufficio, di imposizione di regole più efficienti, di prevenzione e sanzione dei ritardi, di informatizzazione del lavoro, ci induce a considerare come eccezionali i risultati - noti come best practices, anche in s ede internazionale - ottenuti da alcuni uffici giudiziari grazie ad un'efficace organizzazione laddove tali risultati dovrebbero costituire, invece, la regola, e cioè la conseguenza naturale di un'applicazione diffusa, negli uffici giudiziari, del principio di buon andamento dell'amministrazione di cui all'art. 97 della Costituzione.
   Come per tutte le organizzazioni complesse, occorre accettare sino in fondo la logica di sistema e di servizio della Giustizia, con la conseguente condivisione ed implementazione di modelli organizzativi volti ad assicurare la funzionalità e l'efficienza dell'attività giudiziaria, ed evitare invece il doppio rischio dell'anomia organizzativa - che consente a ciascuno di sottrarsi a logiche di funzionamento collettivo per perseguire percorsi individuali - e della burocratizzazione, attenta solo alle "voci di dentro" della corporazione e non alle esigenze e alle aspettative dei cittadini e della collettività.VC

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DOPO CHE LA MAGISTRATURA AVEVA ANNULLATO, IN OTTOBRE 2016, IL XIX CONGRESSO DELLA DC

 

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                ETTORE BONALBERTI, L'Italia ha bisogno dei cattolici
               
(ovvero, c
iò che bolle nell’area cattolica e popolare).

Nota. Lo sgretolamento del PDL sta alimentando l'aspirazione dei laici cattolici
a ricoprire l'antico ruolo che fu della DC, in unione con altri, al centro.

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Ettore Bonalberti
Ettore Bonalberti

LUCIANI: La riforma elettorale di RENZI (congiunta con la riforma costituzionale) potrà essere la porta che apre....,
se i Cattolici saranno convincenti che il partito riproposto non sarà un partito d'affari come l'ultima DC, ma un
"partito di servizio  al bene comune", come la prima DC di don Sturzo e De Gasperi .
LA STRADA DI RENZI FA UN PASSO AVANTI PER LA GOVERNABILITA' IN ITALIA.
E'
poco, ma grazie a questo primo passo, domani sarà forse possibile fare il secondo.
(Per il seguito, vedi qui sotto).

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Stefano Rodotà*, La democrazia senza morale.
(testo ripreso da "la Repubblica", ven. 8 aprile 2016)

  * Già professore ordinario di diritto civile all'Università di Roma "La Sapienza".
     Già candidato alla Presidenza della Repubblica.

STEFANO RODOTA',
La democrazia senza morale
(stralcio)

1.-  Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato "Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti". Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come "onestà" e "corruzione". Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire:
- dall'articolo 54 della Costituzione,
- passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana;
- e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano,
  per concludere registrando il fatale ritorno dell'accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde.

2.- Quell'articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all'inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari). Comincia stabilendo che "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi".
  Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: " i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore".
   Parola, quest'ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule "non vi è nulla di penalmente rilevante", "non è stata violata alcuna norma amministrativa".    Si cancella così la parte più significativa dell'articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore.

3.- Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un "valore aggiunto", che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all'interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi.
Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l'onore rileva verso l'esterno, " n'agit qu'en vue du public", mentre "la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza".
  Ma da anni si è allargata un'area dove i "servitori dello Stato" si trasformano in servitori di se stessi, né onorati, né virtuosi.
  Si è pensato che questo modo d'essere della politica e dell'amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell'articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa. Al posto di disciplina e onore si è insediata l'impunità, e si ripresenta la concezione "di una classe politica che si sente intoccabile", come ha opportunamente detto Piero Ignazi. Sì che i rarissimi casi di dimissioni per violato onore vengono quasi presentati come atti eroici, o l'effetto di una sopraffazione, mentre sono semplicemente la doverosa certificazione di comportamento illegittimo.
   Questa concezione non è rimasta all'interno della categoria dei cittadini con funzioni pubbliche, ma ha infettato tutta la società, con un diffusissimo "così fan tutti" che dà alla corruzione italiana un tratto che la distingue da quelli dei paesi con cui si fanno i più diretti confronti.
  Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell'uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l'incarico per aver copiato qualche pagina nella loro tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l'elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento nelle spese elettorali; il vice-presidente degli Stati Uniti Spiro Agnew si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di una conclamata evasione fiscale).

4.- Sono casi noti, e altri potrebbero essere citati, che ci dicono che non siamo soltanto di fronte ad una ben più profonda etica civile, ma anche alla reazione di un establishment consapevole della necessità di eliminare tutte le situazioni che possono fargli perdere la legittimazione popolare.
In Italia si è imboccata la strada opposta con la protervia di una classe politica che si costruiva una rete di protezione che, nelle sue illusioni, avrebbe dovuto tenerla al riparo da ogni sanzione. Illusione, appunto, perché è poi venuta la più pesante delle sanzioni, quella sociale, che si è massicciamente manifestata nella totale perdita di credibilità davanti ai cittadini, di cui oggi cogliamo gli effetti devastanti. Non si può impunemente cancellare quella che in Inghilterra è stata definita come la "constitutional morality ".

3.- In questo clima, ben peggiore di quello degli anni Ottanta, quale spazio rimane per quella "controsocietà degli onesti" alla quale speranzosamente si affidava Italo Calvino? Qui vengono a proposito le parole di Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema americana, che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che "la luce del sole è il miglior disinfettante".
  Una affermazione tanto più significativa perché Brandeis è considerato uno dei padri del concetto di privacy, che tuttavia vedeva anche come strumento grazie al quale le minoranze possono far circolare informazioni senza censure o indebite limitazioni (vale la pena di ricordare che fu il primo giudice ebreo della Corte).
  L'accesso alla conoscenza, e la trasparenza che ne risulta, non sono soltanto alla base dell'einaudiano "conoscere per deliberare", ma anche dell'ancor più attuale "conoscere per controllare", ovunque ritenuto essenziale come fonte di nuovi equilibri dei poteri, visto che la "democrazia di appropriazione" spinge verso una concentrazione dei poteri al vertice dello Stato in forme sottratte ai controlli tradizionali.
  Tema attualissimo in Italia, dove si sta cercando di approvare una legge proprio sull'accesso alle informazioni, per la quale tuttavia v'è da augurarsi che la ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione voglia rimuovere i troppi limiti ancora previsti.
  Non basta dire che limiti esistono anche in altri paesi, perché lì il contesto è completamente diverso da quello italiano, che ha bisogno di ben più massicce dosi di trasparenza proprio nella logica del riequilibrio dei poteri.
  E bisogna ricordare la cattiva esperienza della legge 241 del 1990 sull'accesso ai documenti amministrativi, dove tutte le amministrazioni, Banca d'Italia in testa, elevarono alte mura per ridurre i poteri dei cittadini. Un rischio che la nuova legge rischia di accrescere.

4.- Ma davvero può bastare la trasparenza in un paese in cui ogni giorno le pagine dei giornali squadernano casi di corruzione a tutti livelli e in tutti i luoghi, con connessioni sempre più inquietanti con la stessa criminalità ? Soccorre qui l'amara satira di Ennio Flaiano. "Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: "Ah, dice, ma non sono in triplice copia !". ......

Riceviamo e giriamo

Ettore Bonalberti, L'Italia
ha bisogno dei cattolici

1.- Se sul fronte dei frammenti sparsi della vecchia area popolare e democratico cristiana il processo di ricomposizione sta andando avanti con molta difficoltà, le cose non vanno meglio su quello del "nuovo che avanza".
  Residui personalismi e presuntuose quanto velleitarie aspirazioni di leadership nell'area popolare rendono sempre più complicata la strada della formazione di una Federazione dei Popolari, tappa obbligata per giungere in tempi ragionevolmente maturi alla formazione del nuovo soggetto politico che, come condiviso a Rovereto e a Orvieto dovrà essere un soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans-nazionale, ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri ispiratori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

2.- Sin qui tutti d'accordo, ma tra i sopravvissuti in Parlamento, finisce col prevalere il tentativo di costruire una più consistente unione anche con gli amici "conservatori" di Fitto o di conservare uno splendido quanto improduttivo isolamento, mentre tra gli ex-CDU, senza più parlamentari, il pur comprensibile desiderio di non rinunciare al proprio status e ruolo.
   Sembra prevalere una difficile combinazione tra l'autonomia rivendicata dagli amici di IDEA ( Quagliariello) e di Passera ( Italia Unica) e il richiamo della vecchia foresta berlusconiana che, allo stato degli atti, può portare solamente alla sommatoria di percentuali di consenso da prefisso telefonico.
  Se queste sono le condizioni oggettive nelle quali sembra essersi impantanato il progetto dell'area popolare, non meno in salita è ciò che è avvenuto e sta accadendo nell'area più vasta del mondo cattolico con l'annuncio di Adinolfi e Amato del nuovo Partito della Famiglia.
  Dopo la manifestazione del 30 Gennaio scorso del Family Day al Circo Massimo, è cresciuta l'aspirazione di molti fra coloro che hanno partecipato a quell'evento di cercare di passare dallo "statu nascenti" di movimento a quella più strutturata di partito, considerata l'inconsistenza politica dell'attuale frantumata e inefficace rappresentanza di esponenti cattolici in Parlamento.

3.- Sul DdL Cirinnà, se si eccettuano le coraggiose solitarie testimonianze dell'indomito Carlo Giovanardi, di Mario Mauro, con il soccorso di alcuni altri amici di altra cultura politica, come Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Luigi Compagna e pochi altri, l'area degli ex DC come Formigoni o Lupi, si è divisa tra il coraggio del NO dell'ex governatore lombardo e la giustificazione a posteriori del compromesso farlocco della legge approvata avanzata dall'ondivago Lupi, prono nella difesa del sostegno al governo Renzi e pronto a schierarsi a Milano a fianco degli anti renziani per il voto di primavera. Troppo poco per una realtà complessa come quella del vasto e articolato mondo cattolico senza più rappresentanza politica.

4.- Adinolfi e Amato con il loro articolo su La Croce del 3 Marzo, " L'Italia ha bisogno dei cattolici", hanno lanciato la sfida con l'annuncio dell'avvenuta formazione del nuovo Partito della Famiglia. Un gesto coraggioso che, tuttavia, ha determinato immediate perplessità e divisioni all'interno della stessa organizzazione artefice dei due eventi del Family Day e con lo stesso portavoce leader Massimo Gandolfini.
   Il neurochirurgo bresciano in un'intervista a La Nuova Bussola, nel rilevare che la decisione del duo romano è avvenuta all'insaputa degli altri componenti del comitato dirigente del Family Day, ha giustamente osservato come: " i partiti debbano occuparsi dell'impostazione generale e non affrontare le cose tematicamente".
    Siamo, dunque, nella classica situazione di stallo: da un lato il vecchio che declina diviso dal permanere di residue velleità di sopravvivenza senza speranza e, dall'altro, il nuovo che avanza con inevitabili fughe a rischio di possibili divisioni e frustrazioni.
  Si dovrebbe ricorre a una celebre indicazione di Papa Giovanni XXIII sul rapporto vecchi-giovani quando ammoniva i primi ricordando loro che: " il mondo non finisce con essi" e evidenziava ai secondi che " il mondo non comincia con loro".

  5.-  Dopo il ventennio della diaspora (1994-2016), la scomparsa del partito democratico cristiano, la frantumazione residuale di quel mondo diviso da opportunismi, abbandoni, disinvolte capriole di molti vocati a sopravvivere:
-  da un lato, è forte la necessità di ricostruire un nuovo soggetto ispirato ai valori dell'umanesimo cristiano interprete sul piano politico degli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana;
- dall'altro, c'è la necessità di verificare se e come facilitare il processo di ricomposizione garantendo l'offerta di "vino nuovo in otri nuovi", ossia dell'emergere di una nuova classe dirigente.
  Due le tappe essenziali di tale verifica:
- le amministrative di primavera, nelle quali ben vengano liste di area cattolica e popolare come quelle annunciate dal Partito della Famiglia che, ad esempio, ha saggiamente deciso di scendere in campo a Milano a sostegno del giovane Nicolò Mardegan e della sua lista NOIxMILANO e a Bologna a fianco del combattivo Mirko De Carli. A Roma attendiamo lo sviluppo dell' ingarbugliatissima matassa;
il referendum sulla riforma costituzionale del trio toscano Renzi- Boschi- Verdini e della legge super truffa dell'Italicum, che rappresenta il momento più importante e di svolta della politica italiana.
  ......
  Credo saranno queste le cartine di tornasole per accertare se sono mature le condizioni per dar vita al nuovo soggetto politico, la saldatura tra il vecchio e il nuovo e il definitivo passaggio dallo statu nascenti al partito. Ettore Bonalberti
Venezia, 6 Marzo 2016

......

NINO LUCIANI, La via meno peggio, anche per la democrazia in Italia è che l'elettore possa scegliere tra due grandi partiti, come in America; e che la Costituzione configuri i partiti dentro il settore giuridico pubblico.

1.- Premessa. Ho partecipato a numerosi convegni (Roma-Domus Pacis, di Tarolli e Bonalberti; Orvieto, di Giovanardi, Quagliariello, Mario Mauro e Co.; Roma, Hotel Radisson, di Mario Tassone...)...
  Tutti erano arrabbiati contro RENZI, causa la abolizione del Senato, e la nuova legge elettorale che ammetterà in parlamento solo grandi partiti. L'unica motivazione apparsa (a parte le presumibili buone intenzioni, ma segrete, degli arrabbiati, e fatti salvi alcuni in buona fede, ma fuori dal mondo...) era il timore di perdere il posto in parlamento e i privilegi connessi, o di non potere continuare a intrallazzare.
  Renzi era stigmatizzato quale Presidente "non eletto dal popolo", ma da un parlamento "esautorato"; anzi paventato come aspirante dittatore, come se (dopo la riforma) la Repubblica non resti parlamentare (vale dire, la CAMERA non conservi il potere di dare la fiducia al Governo, revocabile in ogni momento...); e come se il Presidente della Repubblica non conservi la prerogativa di nominare il Governo e di controllare la conformità costituzionale degli atti del Governo: cose che non sono.
  Ho ascoltato tutto sempre attentamente, per vedere se i nuovi "auto-presunti esclusi" cercassero di salvare la faccia mediante proposte alternative alle riforme di Renzi, visto l'urgenza di provvedere all'attuale sfarinamento della democrazia italiana (tutti possono "impedire di fare").
  Assolutamente nessuna proposta.

2.- Veniamo a Rodotà. L'aria di oggi è erede diretta di quella "di 20 anni fa", che cancellò la DC e il PSI dal parlamento italiano.
  Anzi, dice Rodotà, la "aria di oggi", e che attraversa gli attuali partiti di potere in parlamento, è peggiore.
  E', di conseguenza, giustificato che si ponga un problema di fondo: "quale sia la vera natura dei partiti" in generale, e se la costituzione (art. 49, che li colloca nel settore giuridico privato, anzichè pubblico), sia appropriata.

  Secondo la scuola di public choice (in quanto ramo economico della scienza delle finanze, che ha avuto premi Nobel come J.Buchanan), l'obiettivo primario dei politici è essere eletti per trarne dei vantaggi personali. Dunque l'essere eletti (per fare l'interesse pubblico) è l'obiettivo strumentale (ossia, secondario rispetto all'interesse personale, che è l'obiettivo primario).
  La fattispecie è quella medesima di quella descritta da A. Smith, nei confronti dell'impresa privata: es. vendere automobili (strumento) per fare un profitto (interesse personale).
  Mi pare ovvio che, nel campo pubblico, siffatta logica sia immorale e vada riportata nei giusti binari.
  Però, non è un problema di fare la predica giusta, come fa Rodotà (e che ha un suo valore), ma dei meccanismi concreti che obbligano i politici a marciare lungo i binari giusti (ad es., così come si fa, per un privato monopolista).
  Ho studiato a fondo questo problema e ho pubblicato un volumetto (Economia delle scelte pubbliche di beni e servizi, ed. Franco Angeli, Milano, 1992, p. 72), che si può trovare in internet (Scritti scelti, p.414. Clicca su:
http://amsacta.unibo.it/ .
  In breve, come riporta Rodotà, il meccanismo decisionale deve funzionare alla luce del sole, ma su basi di vera competizione (aggiungerei).
  Nel mio volumetto sostengo che la competizione funziona correttamente (meglio dire, nel modo meno peggio) se il popolo sceglie tra due soli partiti, sia pur partendo dalla partecipazione iniziale di molti partiti, al concorso, e via via eliminati nella gara, finchè la scelta è tra due soli.

3.- Torniamo alla DC. A mio modo di vedere, l'aspirazione dei cattolici a tornare unitariamente (ma non monopolistici) nel parlamento italiano è legittima (come per chiunque), ma anche necessaria (essendo parte della storia d'Italia), e anche significativa per le caratteristiche morali della dottina sociale delle Chiesa cattolica, a cui si ispirano.
  Tuttavia, il tutto merita credibilità, se pregiudizialmente viene dichiarato il ripudio del "partito d'affari", ed invece l'opzione al "partito di servizio al bene comune" (don Sturzo).
  Non basta la dichiarazione. E infatti il codice etico, 1982, di Guido Gonella non ha salvato la DC. Occorre impegnarsi per applicare i meccanismi giusti.
  La riforma costituzionale e la legge elettorale di Renzi vanno in questa direzione.
  Avrei preferito una repubblica presidenziale come negli Stati Uniti.
  E avrei preferito una legge elettorale che producesse due soli grandi partiti: uno di maggioranza e uno di minoranza (non tante piccoli partiti di minoranza, nessuno con potere effettivo di alternativa).
Ma, grazie a questo primo passo, sarà forse possibile fare il secondo.

4.- No alle firme per il referendum.
  
Continuo a sperare che (nei prossimi tre mesi, a partire dalla approvazione parlamentare della riforma costituzionale, avvenuta in questi giorni, vale dire grosso modo entro il 15 luglio p.v.) ci sia il rifiuto a dare le firme necessarie per chiedere il referendum, vale dire:
- 126 firme di deputati;
- oppure di 64 firme di senatori;
- oppure di 500.000 elettori;
- oppure di 5 consigli regionali
.
In tal caso le riforme andrebbero in vigore presto.

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Primo Ministro
Victor Mikàly Orbàn

.UNGHERIA   membro della UNIONE EUROPEA
La Costituzione della UNGHERIA

Struttura politica dello Stato
(Parlamento, Governo)

Per il testo integrale della Costituzione, clicca su: Ungheria, pag. 3

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Presidente della Repubblica
Janos Ader

Nota. L'Ungheria è una Repubblica parlamentare, il Parlamento ha una sola camera, l'Esecutivo è ripartito tra il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro.
   Il Presidente della Repubblica, capo dello Stato e garante della Costituzione, è eletto dal Parlamento per 5 anni ( mandato rinnovabile una sola volta). Egli non è penalmente responsabile durante il mandato. Nomina il Primo Ministro e i Ministri. Ha alcuni poteri rinforzati in confronto a quelli del Presidente della Repubblica Italiana.
   Il Primo Ministro è eletto dal Parlamento, su proposta del Presidente della Repubblica, definisce la politica del governo, è soggetto al voto di sfiducia del Parlamento; può emanare decreti su temi non regolati dalla legge o su delega della legge, ma non contraddicendo la legge.
  Il Parlamento ('Assemblea nazionale) ha autonomia organizzativa interna e  fa le leggi. Le modalità di elezione dei suoi membri sono stabilite con legge ordinaria, con salvaguardia delle etnie. I parlamentari godono di immunità e percepiscono una indennità ai fini di essere indipendenti.
  C'è una Corte Costituzionale.

Costituzione della Repubblica d'Ungheria
(Stralcio della parte relativa alla struttura politica dello Stato)

Struttura politica delle Stato
(Parlamento, Governo)

LO STATO
L'Assemblea Nazionale

Articolo 1.
(1) L’organo supremo della rappresentanza popolare in Ungheria è l’Assemblea Nazionale.
(2) L’Assemblea Nazionale
a) emana e modifica la Legge Fondamentale dell’Ungheria;
b) approva le leggi;
c) approva la Legge sul bilancio centrale dello Stato e la legge attuativa della stessa;
d) ratifica i trattati internazionali per quanto di sua competenza;
e) elegge il Presidente della Repubblica, i membri ed il Presidente della Corte Costituzionale, il Presidente della Corte Suprema, il Procuratore Generale, il Commissario dei Diritti Fondamentali e i suoi sostituti, e il Presidente della Corte dei Conti;
f) elegge il Primo Ministro, decide sulla questione di fiducia riguardo al Governo;
g) scioglie il consiglio comunale se in contrasto con la Legge Fondamentale;
h) decide la dichiarazione dello stato di guerra e la sua cessazione;
i) decide in questioni di ordinamento speciale e riguardo alla partecipazione in operazioni militari; j) esercita l’amnistia;
k) esercita ulteriori competenze stabilite dalla Legge Fondamentale e dalla legge.

Articolo 2
(1) I cittadini elettori eleggono i deputati all’Assemblea Nazionale sulla base dell'universalità ed uguaglianza del voto, con voto diretto e segreto, in modo da garantire l’espressione libera della volontà degli elettori, secondo le forme stabilite per legge organica. (2) La partecipazione al lavoro dell’Assemblea Nazionale delle etnie presenti in Ungheria è stabilita per legge organica. (3) L’elezione generale dei deputati dell’Assemblea Nazionale si tiene nei mesi di Aprile o Maggio del quarto anno dopo l’elezione dell’Assemblea Nazionale precedente – salvo l’elezione tenuta a causa dello scioglimento o autoscioglimento dell’Assemblea Nazionale.

Articolo 3
(1) Il mandato dell’Assemblea Nazionale inizia con la seduta del suo insediamento, e dura fino alla seduta di insediamento della successiva Assemblea Nazionale. La seduta di insediamento – entro trenta giorni dalla data dell’elezione – viene convocata dal Presidente della Repubblica.
(2) L’Assemblea Nazionale può dichiarare il proprio scioglimento.
(3) Il Presidente della Repubblica può sciogliere l’Assemblea Nazionale contemporaneamente alla proclamazione delle successive elezioni:
a) nel caso dell’esaurimento del mandato del Governo, qualora l’Assemblea Nazionale non elegga Primo Ministro la persona proposta dal Presidente della Repubblica entro quaranta giorni dal giorno della proposta, oppure
b) qualora l’Assemblea Nazionale non approvi la Legge Finanziaria per l’anno in corso entro il 31 Marzo.
(4) Prima dello scioglimento dell’Assemblea Nazionale, il Presidente della Repubblica è obbligato a consultare l’opinione del Primo Ministro, del Presidente dell’Assemblea Nazionale e dei capigruppo dei deputati.
(5) Il Presidente della Repubblica può esercitare la prerogativa prevista nel comma (3) punto a) finché l’Assemblea Nazionale non elegga il Primo Ministro. Il Presidente della Repubblica puó esercitare il diritto del comma 3 punto b) finché l’Assemblea Nazionale non approvi la Legge Finanziaria.
(6) La nuova Assemblea Nazionale deve essere eletta entro novanta giorni dallo scioglimento della precedente Assemblea Nazionale.

Articolo 4
(1) I deputati all’Assemblea Nazionale hanno pari diritti e doveri, svolgono la loro attività nell’interesse comune e in questo senso non possono prendere ordini da altri.
(2) Il rappresentante all’Assemblea Nazionale gode di immunità e percepisce indennità volte ad assicurare la sua indipendenza. Una legge organica stabilisce gli uffici pubblici che non possono essere coperti dal rappresentante all’Assemblea Nazionale e inoltre può stabilire altri casi di incompatibilità.
(3) Il mandato del rappresentante all’Assemblea Nazionale cessa
a) con la cessazione del mandato all’Assemblea Nazionale;
b) con la sua morte;
c) con la dichiarazione di incompatibilità;
d) con le sue dimissioni;
e) qualora le condizioni per la sua elezione non sussistano più;
f) se per un anno non partecipa al lavoro dell’Assemblea Nazionale.
(4) L’Assemblea Nazionale decide con maggioranza dei due terzi dei deputati presenti l’assenza delle condizioni necessarie per l’elezione del rappresentante all’Assemblea Nazionale, l’incompatibilità, la mancata partecipazione al lavoro dell’Assemblea Nazionale per un anno.
(5) Il regolamento dettagliato sullo stato legale e sulle indennità dei deputati all’Assemblea Nazionale è determinato per legge organica.

Articolo 5.
(1) Le sedute dell’Assemblea Nazionale sono pubbliche. A richiesta del Governo o di qualsiasi rappresentante, l’Assemblea Nazionale può decidere a maggioranza di due terzi dei deputati all’Assemblea Nazionale di tenere una seduta chiusa.
(2) L’Assemblea Nazionale sceglie il Presidente, Vice Presidente e i notai tra i suoi membri.
(3) L’Assemblea Nazionale forma le commissioni permanenti fra i deputati all’Assemblea Nazionale
(4) I deputati all’Assemblea Nazionale per armonizzare la loro attività possono creare gruppi parlamentari secondo le condizioni stabilite dal Regolamento della Casa.
(5) L’Assemblea Nazionale può deliberare se alla seduta è presente più della metà dei deputati all’Assemblea Nazionale.
(6) Se la Legge Fondamentale non provvede diversamente, l’Assemblea Nazionale delibera a maggioranza della metà più uno dei deputati presenti all’Assemblea Nazionale. Il Regolamento della Casa può stabilire la delibera di alcune decisioni con maggioranza qualificata.
(7) L’Assemblea Nazionale stabilisce le regole del proprio funzionamento e l’ordine delle sue conferenze nel Regolamento della Casa approvato con maggioranza dei due terzi dei deputati all’Assemblea Nazionale presenti. (8) Le disposizioni che assicurano la regolarità delle sedute dell’Assemblea Nazionale sono stabilite per legge organica.

Articolo 6
(1) Una legge può essere proposta dal Presidente della Repubblica, dal Governo, da una Commissione Parlamentare oppure da un rappresentante all’Assemblea Nazionale.
(2) L’Assemblea Nazionale – su iniziativa precedente alla chiusura della votazione del proponente, del Governo o del Presidente dell'Assemblea Nazionale – può inviare la legge approvata alla Corte Costituzionale per l’esame della compatibilità con la Legge Fondamentale. L’Assemblea Nazionale decide sulla proposta dopo la votazione finale. Nel caso di approvazione della proposta, il Presidente dell’Assemblea Nazionale invia immediatamente la legge approvata alla Corte Costituzionale per l’esame della sua compatibilità con la Legge Fondamentale.
(3) Il Presidente dell’Assemblea Nazionale firma la legge approvata entro cinque giorni e la invia al Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica firma entro cinque giorni la legge inviatagli e ne decreta la promulgazione. Se l’Assemblea Nazionale secondo il comma (2) ha sottoposto la legge all’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale, il Presidente dell’Assemblea Nazionale può firmarla e inviarla al Presidente della Repubblica solo se la Corte Costituzionale non ha riscontrato alcuna contraddizione con la Legge Fondamentale.
(4) Se il Presidente della Repubblica ritiene che la legge o alcune disposizioni di essa contraddicano la Legge Fondamentale e l’esame secondo il comma (2) non è stato svolto, invia la legge alla Corte Costituzionale per l’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale.
(5) Se il Presidente della Repubblica è in disaccordo con la legge o con alcune disposizione di essa e non ha usato la sua prerogativa descritta nel comma (4), può rinviare la legge con le sue osservazioni al riesame dell'Assemblea Nazionale prima di firmarla. L’Assemblea Nazionale discute di nuovo la legge e decide di nuovo sulla sua approvazione. Il Presidente della Repubblica può usare questa prerogativa anche se la Corte Costituzionale non ha riscontrato alcuna contraddizione con la Legge Fondamentale durante l’esame richiesto dell’Assemblea Nazionale.
(6) La Corte Costituzionale decide sulla proposta di cui ai commi (2) e (4) con urgenza, ma al massimo entro trenta giorni. Se la Corte Costituzionale riscontra contraddizione con la Legge Fondamentale, l’Assemblea Nazionale discute nuovamente la legge per eliminare la contraddizione con la Legge Fondamentale.
(7) Se la Corte Costituzionale non ha riscontrato alcuna contraddizione con la Legge Fondamentale durante l’esame richiesto dal Presidente della Repubblica, il Presidente della Repubblica firma immediatamente la legge e decreta la sua promulgazione.
(8) L’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale della legge discussa dall’Assemblea Nazionale di cui al comma (6) secondo i commi (2) e (4) l’esame può essere richiesto di nuovo alla Corte Costituzionale. La Corte Costituzionale decide con urgenza sulla proposta rinnovata, ma al massimo entro dieci giorni.
(9) Se la legge rinviata dal Presidente della Repubblica per il suo disaccordo viene modificata dall’Assemblea Nazionale, l’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale secondo i commi (2) e (4) può essere richiesta esclusivamente riguardo le parti corrette oppure con riferimento al fatto che le condizioni del processo legislativo, stabilite nella Legge Fondamentale, non sono state realizzate. Se la legge viene approvata dall’Assemblea Nazionale con lo stesso testo dopo che il Presidente della Repubblica l’ha rinviata per motivi di disaccordo, il Presidente della Repubblica può richiedere l’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale riguardo le condizioni del processo non realizzate, stabilite nella Legge Fondamentale.  

Articolo7
(1) Il rappresentante all’Assemblea Nazionale può interrogare il Commissario dei Diritti Fondamentali, il Presidente della Corte dei Conti, il Procuratore Generale ed il Presidente della Banca Nazionale Ungherese a proposito di ogni questione di loro competenza.
(2) Il rappresentante all’Assemblea Nazionale può interpellare e interrogare il Governo e i membri del Governo a proposito di ogni questione di loro competenza.
(3) L’attività esaminatrice delle Commissioni dell’Assemblea Nazionale e l’obbligo di presenza personale davanti alle Commissioni sono stabiliti per legge organica.

Referendum popolare
Articolo 8
(1) L’Assemblea Nazionale ordina un referendum popolare per iniziativa di almeno duecentomila cittadini elettori. L’Assemblea Nazionale può ordinare un referendum popolare per iniziativa del Presidente della Repubblica, del Governo o di centomila elettori. Il risultato di un referendum valido e di successo è vincolante per l’Assemblea Nazionale.
(2) Il soggetto del referendum popolare può essere una questione di competenza dell’Assemblea Nazionale.
(3) Non può essere tenuto un referendum popolare:
a) su questioni riguardanti modifiche della Legge Fondamentale;
b) sui contenuti della Legge Finanziaria, sulla legge attuativa, sulle tasse centrali, sulle imposte, sui contributi, sulla dogana, sulle condizioni centrali dei tributi locali;
c) sul contenuto delle leggi elettorali per i deputati all’Assemblea Nazionale, per i deputati e sindaci comunali e per i deputati al Parlamento Europeo;
d) sugli obblighi provenienti dai trattati internazionali;
e) sulle questioni riguardanti la formazione di organi gli incarichi a persone di competenza dell’Assemblea Nazionale;
f) sullo scioglimento dell’Assemblea Nazionale;
g) sullo scioglimento del corpo rappresentativo;
h) sulla dichiarazione dello stato di guerra, proclamazione dello stato straordinario e dello stato di emergenza, come dello stato di protezione preventiva e sul suo prolungamento;
i) sulle questioni riguardanti la partecipazione nelle azioni militari;
j) sulla pratica dell'amnistia.
(4) Il referendum nazionale è valido se più della metà dei cittadini elettori ha espresso il suo voto valido, e ha successo se la metà degli elettori che hanno espresso voto valido ha dato la stessa risposta sulla questione posta.

Il Presidente della Repubblica
Articolo 9
(1) Il Capo di Stato dell’Ungheria è il Presidente della Repubblica, che esprime l’unità della Nazione e vigila sul funzionamento democratico dell’organismo statale.
(2) Il Presidente della Repubblica è il comandante supremo dell’Esercito della Difesa Ungherese.
(3) Il Presidente della Repubblica
a) rappresenta l’Ungheria;
b) può partecipare ed intervenire alle sedute dell’Assemblea Nazionale;
c) può presentare proposte di legge;
d) può proporre un referendum popolare;
e) determina la data delle elezioni generali dei deputati all’Assemblea Nazionale, dei deputati e sindaci comunali, delle elezioni europarlamentari e dei referendum popolari;
f) delibera nelle questioni di ordine legislativo speciale;
g) convoca la seduta d'insediamento dell’Assemblea Nazionale;
h) può sciogliere l’Assemblea Nazionale;
i) può inviare una legge approvata alla Corte Costituzionale per l’esame di compatibilità con la Legge Fondamentale, oppure può rinviarla all’Assemblea Nazionale per riesame;
j) formula la proposta per la persona del Primo Ministro, del Presidente della Corte Suprema, del Procuratore Generale, del Commissario dei Diritti Fondamentali;
k) nomina i giudici professionali ed il Presidente del Consiglio di Bilancio;
l) conferma nel suo incarico il Presidente dell’Accademia Ungherese della Scienza; m) forma l’organo del suo ufficio.
(4) Il Presidente della Repubblica
a) in base al mandato dell’Assemblea Nazionale riconosce il vincolo generale dei trattati internazionali;
b) delega ed accoglie gli ambasciatori e gli inviati;
c) nomina i ministri, il Presidente e Vicepresidenti della Banca Nazionale Ungherese, il capo dell’organo regolatore indipendente ed i professori delle università;
d) delega i rettori delle università;
e) nomina e promuove i generali;
f) distribuisce onorificenze, premi e titoli stabiliti dalla legge, approva le onorificenze ricevute all’estero;
g) esercita il diritto di grazia individuale;
h) decide nelle questioni di organizzazione territoriale di sua competenza;
i) decide negli affari riguardanti l’acquisizione e perdita della cittadinanza;
j) decide in tutti i casi sottoposti alla sua competenza.
(5) Il Presidente della Repubblica per tutte le pratiche descritte nel comma (4) necessita di controfirma di un membro del Governo. La legge può stabilire che per la decisione di competenza del Presidente della Repubblica non sia necessaria controfirma.
(6) Il Presidente della Repubblica nega l’esecuzione dei descritti nei punti b)-e) del comma (4) se le condizioni legislative sono carenti oppure se deduce fondatamente che possa essere causata confusione nel funzionamento democratico del sistema statale.
(7) Il Presidente della Repubblica rifiuta l’adempimento dei contenuti del punto f) del comma (4) se tale adempimento causa la violazione dell’ordine di valori della Legge Fondamentale.

Articolo 10
(1) Il Presidente della Repubblica viene eletto per cinque anni dall’Assemblea Nazionale.
(2) Può essere eletto Presidente della Repubblica qualunque cittadino ungherese che abbia compiuto il suo trentacinquesimo anno di età.
(3) Il Presidente della Repubblica può essere rieletto solo una volta.

Articolo 11.
(1) Il Presidente della Repubblica deve essere eletto al minimo trenta e al massimo sessanta giorni prima della fine del mandato del precedente Presidente della Repubblica; se invece il mandato del precedente finisce anzitempo, entro trenta giorni dopo la fine di tale mandato. L’elezione del Presidente della Repubblica viene definita dal Presidente dell’Assemblea Nazionale. L’Assemblea Nazionale elegge il Presidente della Repubblica con votazione a scrutinio segreto.
(2) L’elezione del Presidente della Repubblica è preceduta dalla nomina. Per una valida nomina è necessaria la proposta scritta di un quinto dei deputati all’Assemblea Nazionale. La nomina deve essere presentata al Presidente dell’Assemblea Nazionale prima della dichiarazione dell’elezione. Ogni rappresentante all’Assemblea Nazionale può proporre un nominato. La proposta di chi propone più di un nominato non è valida.
(3) Il Presidente della Repubblica eletto a prima votazione è la persona che ha ottenuto la maggioranza dei due terzi dei deputati all’Assemblea Nazionale.
(4) Se la prima votazione non ha successo, deve essere tenuta una seconda votazione. Durante la seconda votazione si votano i due nominati che hanno ottenuto più voti nella prima. Se nella prima votazione si hanno i due nominati più votati con lo stesso numero di voti, nella seconda si votano i nominati che hanno ottenuto il numero più alto di voti. Se durante la prima votazione vi è stata parità solo al secondo posto, possono essere votati i nominati che hanno ottenuto i due numeri più alti di voti. Il Presidente della Repubblica eletto alla seconda votazione è la persona che, a prescindere del numero dei votanti, ha ottenuto il maggior numero di voti validi. Se anche la seconda votazione non ha successo, la nomina si ripete e si tiene una nuova votazione.
(5) La procedura dell'elezione deve essere conclusa nei due giorni successivi.
(6) Il Presidente della Repubblica eletto entra in carica al momento della fine del mandato del Presidente della Repubblica precedente; nel caso in cui il mandato del precedente finisca anzitempo, il Presidente della Repubblica eletto entra in carica nell’ottavo giorno dopo la proclamazione dell’esito della votazione; prima di entrare nel suo mandato presta giuramento davanti all’Assemblea Nazionale.

Articolo 12.
(1) La persona del Presidente della Repubblica è inviolabile.
(2) L’incarico del Presidente della Repubblica è incompatibile con ogni altro incarico statale, sociale, economico e politico. Il Presidente della Repubblica non può esercitare altra attività remunerata e non può accettare onorario se non per l’attività sotto la protezione del diritto d’autore.
(3) L’incarico del Presidente della Repubblica cessa
a) con la scadenza del suo mandato;
b) con la sua morte;
c) perché impossibilitato allo svolgimento delle sue funzioni per più di novanta giorni;
d) se le condizioni necessarie per la sua elezione non sono più valide;
e) per dichiarazione di incompatibilità;
f) con le sue dimissioni;
g) con la privazione del suo incarico di Presidente della Repubblica.
(4) Le constatazioni che lo stato del Presidente della Repubblica non gli permette di svolgere i compiti per più di novanta giorni, della mancanza delle condizioni necessarie per la sua elezione e la dichiarazione di incompatibilità avviene a maggioranza di due terzi dei deputati presenti all’Assemblea Nazionale.
(5) Il regolamento dettagliato sullo stato legale del Presidente della Repubblica e le sue indennità sono stabilite per legge organica.

Articolo13
(1) Contro il Presidente della Repubblica il processo penale può essere iniziato solo dopo la fine del suo mandato.
(2) Contro il Presidente della Repubblica che svolgendo il suo incarico viola volontariamente la Legge Fondamentale oppure una legge, oppure commette volontariamente un reato, il quinto dei deputati dell’Assemblea Nazionale può porre in essere l’iniziativa per la privazione dell’incarico.

(3) Per iniziare il processo di privazione è necessario la maggioranza dei due terzi dei deputati all’Assemblea Nazionale. La votazione è segreta.
(4) Dal momento dell’espressione della decisione dell’Assemblea Nazionale alla fine del processo di privazione, il Presidente della Repubblica non può esercitare il suo incarico.
(5) La conduzione del processo di privazione è di competenza della Corte Costituzionale.
(6) Se la Corte Costituzionale come esito del processo constata la responsabilità legale del Presidente della Repubblica, può privare il Presidente della Repubblica del suo mandato.

Articolo 14
(1) Nel caso il Presidente della Repubblica fosse impedito temporaneamente, fino a cessazione dell’ostacolo, oppure nel caso di cessazione del mandato del Presidente della Repubblica fino all’entrata in carica del nuovo Presidente, i compiti e le competenze del Presidente della Repubblica vengono esercitati dal Presidente dell’Assemblea Nazionale.
(2) L’indisposizione temporanea del Presidente della Repubblica viene constatata dall’Assemblea Nazionale dopo l’iniziativa del Presidente della Repubblica, del Governo oppure di qualsiasi rappresentante all’Assemblea Nazionale.
(3) Durante la sostituzione del Presidente della Repubblica, il Presidente dell’Assemblea Nazionale non può esercitare le sue prerogative di rappresentante all’Assemblea Nazionale, e i compiti del Presidente dell’Assemblea Nazionale vengono svolti in sua vece dal Vicepresidente nominato dall’Assemblea Nazionale.

Il Governo
Articolo 15
(1) Il Governo è l’organo generale del potere esecutivo, le cui competenze si estendono su tutto ciò che non è sottoposto alla competenza degli altri organi dalla Legge Fondamentale o da altre norme giuridiche. Il Governo risponde all’Assemblea Nazionale.
(2) Il Governo è l’organo superiore della pubblica amministrazione, può formare organi amministrativi secondo quanto stabilito dalla legge.
(3) Svolgendo i suoi compiti, il Governo emana decreti su temi non regolati dalla legge o in base all’autorizzazione della legge.
(4) Il decreto del Governo non può contraddire la legge.

Articolo 16
(1) I membri del Governo sono il Primo Ministro e i ministri.
(2) Il Primo Ministro per decreto nomina uno o più viceministri.
(3) Il Primo Ministro viene eletto dall’Assemblea Nazionale su proposta del Presidente della Repubblica.
(4) Per l’elezione del Primo Ministro è necessaria la maggioranza dei voti dei deputati all’Assemblea Nazionale. Il Primo Ministro entra in carica con la sua elezione.
(5) Il Presidente della Repubblica formula la sua proposta descritta nel comma (3),
a) se l’incarico del Primo Ministro finisce con l'insediamento della nuova Assemblea Nazionale, alla seduta d'insediamento della nuova Assemblea Nazionale;
b) se il mandato del Primo Ministro finisce per le sue dimissioni, morte, dichiarazione di incompatibilità, mancanza delle condizioni necessarie per la sua elezione, oppure termina perché l’Assemblea Nazionale lo ha sfiduciato; in questo caso la proposta viene avanzata entro quindici giorni dalla cessazione del mandato del Primo Ministro.
(6) Se la persona proposta come Primo Ministro secondo il comma (5) non viene eletta dall’Assemblea Nazionale, il Presidente della Repubblica presenta una nuova proposta entro quindici giorni.
(7) I ministri vengono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Primo Ministro. Il ministro entra in carica alla data indicata in sede della sua nomina o, nel caso di mancanza di essa, entra in carica alla sua nomina.
(8) Il Governo si forma con la nomina dei ministri.
(9) I membri del Governo prestano giuramento davanti all’Assemblea Nazionale.

Articolo 17
(1) L’elenco dei ministeri è stabilito per legge.
(2) Il Governo può nominare ministri senza portafoglio per lo svolgimento di compiti definiti.
(3) L’organo che rappresenta le competenze del Governo sul territorio è l’Ufficio del Governo nella capitale e nelle regioni.
(4) Una legge organica può modificare la legge che elenca i ministeri e i decreti di nomina dei ministri oppure degli organi amministrativi.
(5) Lo stato giuridico dei funzionari del Governo è stabilito per legge.

Articolo 18
(1) La politica generale del Governo viene definita dal Primo Ministro.
(2) Il ministro, nell’ambito della politica generale del Governo, gestisce autonomamente i rami dell’amministrazione pubblica e gli organi sottoposti, e svolge i compiti definiti dal Governo o dal Primo Ministro.
(3) Il membro del Governo, in base all’autorizzazione ricevuta dal decreto governativo o dalla legge, svolgendo i suoi compiti, forma decreti autonomamente oppure d’accordo con un altri ministri, che non possono contraddire la legge, i decreti governativi e i decreti del Presidente della Banca Nazionale.
(4) Il membro del Governo è responsabile per la sua attività all’Assemblea Nazionale e il ministro al Primo Ministro. Il membro del Governo può partecipare ed intervenire alle sedute dell’Assemblea Nazionale. L’Assemblea Nazionale ed le Commissioni dell’Assemblea Nazionale possono obbligare i membri del Governo a presentarsi a una seduta.
(5) Il regolamento dettagliato sullo stato giuridico dei membri del governo, la loro retribuzione e l’ordine di sostituzione dei ministri sono stabiliti per legge.

Articolo 19
L’Assemblea Nazionale può chiedere informazioni al Governo sulla posizione del Governo tenuta durante il processo decisionale delle istituzioni dell’Unione Europea basate sulla partecipazione dei governi, e può prendere posizione sugli argomenti in agenda nel processo decisionale. Il Governo durante il processo decisionale dell’Unione Europea agisce seguendo la posizione dell’Assemblea Nazionale.

Articolo 20
(1) Con la cessazione del mandato del Primo Ministro cessa anche il mandato del Governo.
(2) Il mandato del Primo Ministro cessa a) con la formazione della nuova Assemblea Nazionale eletta;
c) se l’Assemblea Nazionale sfiducia il Primo Ministro alla votazione di fiducia proposta dal Primo Ministro;
d) con la sua dimissione;
e) con la sua morte;
f) con la dichiarazione di incompatibilità;
g) se le condizioni necessarie per la sua elezione non sono più valide.
(3) L’incarico del ministro cessa a) con la cessazione del mandato del Primo Ministro;
b) con le dimissioni del Ministro; c) con la sua destituzione;
d) con la sua morte.
(4) Sulla mancanza delle condizioni necessarie per l’elezione del Primo Ministro e sulla dichiarazione di incompatibilità decide l’Assemblea Nazionale con la maggioranza dei due terzi dei deputati all’Assemblea Nazionale presenti.

Articolo 21
(1) Il quinto dei rappresentati all’Assembla Nazionale può proporre la mozione di sfiducia per iscritto contro il Primo Ministro, con la menzione della persona suggerita per l’ufficio del Primo Ministro.
(2) Se l’Assemblea Nazionale sostiene la mozione di sfiducia, esprime la sua sfiducia contro il Primo Ministro e allo stesso tempo elegge Primo Ministro la persona indicata nella mozione di sfiducia. Per la decisione dell’Assemblea Nazionale è necessaria la maggioranza dei due terzi dei voti dei deputati all’Assemblea Nazionale.
(3) Il Primo Ministro può proporre la votazione di fiducia. L’Assemblea Nazionale esprime la sua sfiducia contro il Primo Ministro se alla votazione di sfiducia tenuta su proposta del Primo Ministro più della metà dei deputati all’Assemblea Nazionale non sostiene il Primo Ministro.
(4) Il Primo Ministro può proporre che la votazione su una proposta del Governo sia allo stesso tempo una votazione di fiducia. L’Assemblea Nazionale esprime la sua sfiducia contro il Primo Ministro se non sostiene la proposta presentata dal Governo.
(5) L’Assemblea Nazionale prende la sua decisione sulla questione di sfiducia o di fiducia tra i tre e gli otto giorni dalla presentazione dalla mozione di sfiducia oppure dalla presentazione della proposta del Primo Ministro descritta nei commi (3) e (4).

Articolo 22.
(1) Dalla cessazione del mandato del Governo alla costituzione del nuovo Governo, il Governo esercita le proprie competenze come governo amministrativo, ma non può ratificare trattati internazionali, può firmare decreti solo ove previsto dalla legge, in casi urgentissimi.
(2) Se il mandato del Primo Ministro cessa con le sue dimissioni oppure con la formazione della nuova Assemblea Nazionale, fino all’elezione del nuovo Primo Ministro, il Primo Ministro esercita le sue competenze come Primo Ministro amministrativo, ma non può fare proposte per l'esonero di ministri oppure per la nomina di un nuovo ministro, può firmare decreti solo ove previsto dalla legge, in casi urgentissimi.
(3) Se il mandato del Primo Ministro cessa per la sua morte, per la dichiarazione di incompatibilità, per la mancanza delle condizioni necessarie alla sua elezione oppure perché l’Assemblea Nazionale lo ha sfiduciato alla votazione di fiducia, fino all’elezione del nuovo Primo Ministro le competenze del Primo Ministro saranno esercitate con i limiti descritti nel comma (2) dal sostituto del Primo Ministro oppure, nel caso ci fossero più sostituti del Primo Ministro, dal sostituto del Primo Ministro nominato al primo posto.
(4) Il ministro, dalla cessazione del mandato del Primo Ministro fino alla nomina del nuovo Primo Ministro oppure fino all’incarico degli altri membri del Governo per lo svolgimento temporaneo dei compiti, può esercitare le sue competenze come ministro amministrativo, può firmare decreti solo ove previsto dalla legge, in casi urgentissimi.

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TURCHIA verso UNIONE EUROPEA

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Bandiera della Turchia

In vista dell'allargamento della UE a nuovi Paesi
Caso: TURCHIA

COSA LA UE-Unione Europea CI MANDA A DIRE
per l'ammissione della TURCHIA alla UE

ARGOMENTI UE:

  Criteri politici, criteri economici, legislazione UE.
  Stato di avanzamento dei negoziati di adesione.

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Presidente Tayyip Erdogan

LUCIANI :  OK parlare chiaro, ma quei NO fondati su giudizi politici circa i gradi di libertà sono non appropriati. Infatti la chiave per la pace
per sempre, tra Arabi ed Europei, è riconoscere alla Turchia il ruolo storico naturale di mediazione tra Paesi Arabi e Unione Europea.
La Turchia è Paese democratico ( ivi si vota normalmente) e (dopo Kemal Ataturk) è islamico con una tradizione di separazione
tra Stato e Religione  sicuramente non sopita. Invece, sulla questione curda, la UE ha ragione, vale dire:senza una soluzione
al diritto di autonomia delle minoranze etniche, la Turchia non avrà forza ed autorevolezza per mediare tra Arabi ed Europei.

Titolo originale del rapporto: "Key findings of the 2015 report on Turkey"
Fonte:
http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-15-6039_en.htm . Bruxelles, 10 nov. 2015:
(nostra traduzione libera in italiano)

Il rapporto della Commissione europea sulla Turchia, parte del pacchetto allargamento 2015

1.-  Sintesi.  Il rapporto sottolinea che l'UE e la Turchia ha continuato a rafforzare la cooperazione nei settori di interesse comune, che supportano e integrano i negoziati di adesione.
Il dialogo politico in materia di politica estera e di sicurezza ha continuato, anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo, tenuto conto dello scenario della Turchia in collegamento con la coalizione internazionale contro Da'esh.
La cooperazione in materia di visti, mobilità e migrazione è stato perseguita nel quadro del dialogo sulla liberalizzazione dei visti avviato nel dicembre 2013.
La Turchia ha continuato a fornire aiuti umanitari senza precedenti e il sostegno ai rifugiati provenienti da Siria e Iraq.
Un piano d'azione congiunto UE -Turchia per i rifugiati e le migrazioni di gestione è stato accolto favorevolmente dal Consiglio europeo di ottobre.
La Commissione e la Turchia hanno convenuto di intensificare la cooperazione in materia di energia.
Sviluppare ulteriormente stretti legami economici è stata anche una priorità comune ed entrambe le parti hanno convenuto di avviare le procedure in vista dell’ammodernamento ed estensione dell'Unione doganale.
Buoni progressi sono stati compiuti verso l'apertura del capitolo 17 - politica economica e monetaria - che sostenere il dialogo economico ad alto livello previsto.

  Allo stesso tempo, il rapporto sottolinea un trend complessivamente negativo a riguardo dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.
Significative carenze hanno riguardato la magistratura così come la libertà di espressione e la libertà di riunione.
La Turchia ha mostrato un grave deterioramento della sua situazione di sicurezza.
Il processo di risoluzione della questione curda si è fermato nonostante precedenti sviluppi positivi sulla questione.
E 'indispensabile che i colloqui di pace riprendano.
Il nuovo governo, dopo le ripetute elezioni del 1 ° novembre, dovrà affrontare queste priorità urgenti.
Per quanto riguarda i criteri economici, l'economia turca è in una fase avanzata di economia di mercato di economia di mercato, e come tale va considerata.
La Turchia ha anche un buon livello di preparazione ad acquisire la capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all'interno dell'UE.
La Turchia ha continuato ad allinearsi con il diritto comunitario acquisito, anche se a un ritmo più lento, e ha raggiunto un buon livello di preparazione in molte aree.

2.- Criteri politici
Il ritmo delle riforme rallentato lo scorso anno in Turchia, anche a causa delle elezioni lunghe e la continua divisione politica.
Il 7 giugno elezioni politiche ha visto un record di 84% affluenza del corpo elettorale al voto e tutti i maggiori partiti politici sono stati rappresentati nel nuovo parlamento.
Tuttavia, un governo non potè essere formato entro la scadenza temporale prevista dalla Costituzionale, e le elezioni sono state ripetute il 1 ° novembre 2015, ancora con un tasso molto alto di affluenza dello 85%.
Tutti i principali partiti politici posti hanno nuovamente conquistato seggi in parlamento, permettendo al partito maggiore di formare un governo di maggioranza.
La sicurezza della ripetizione delle elezioni è stata assicurata, nonostante le preoccupazioni a causa della situazione in particolare a est e sud-est del paese.
C'è stato una aumentato pressione sui mezzi di informazione che ha dato motivo di grave preoccupazione.
Tra le carenze del quadro normativo che disciplina le elezioni, la soglia del 10% dei voti per essere rappresentato in parlamento deve essere discussa in via prioritaria.
La Turchia ha visto un grave deterioramento della sua situazione di sicurezza.
Le autorità hanno lanciato una vasta campagna militare e di sicurezza anti-terrorismo contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che rimane nella lista delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea, sia in Turchia e in Iraq.
Il processo di sistemazione della questione curda si è fermato nonostante precedenti sviluppi positivi sulla questione.
E 'indispensabile che i colloqui di pace riprendano.

NINO LUCIANI, Il giudizio della Commissione è inadeguato,
perchè prescinde dal ruolo naturale della Turchia per la mediazione tra Popoli Arabi e Popoli Europei

1.- Premessa. Mentre a Bruxelles si continua a elucubrare se ammettere o no la Turchia nella UE, abbiamo tutti assistito alla "invasione" di migrazioni bibliche di popolazioni del mondo arabo in Europa.
  Questa è cosa diversa dalle note invasioni storiche, armate, del mondo arabo in Europa, e di cui le battaglie più importanti furono Poitiers (777) , la battaglia alle porte di Vienna .() .. , la battagli di Lepanto (1572).
  Questa cosa è, a sua volta, simmetricamente diversa, dalle note (a nostra volta) invasioni europee  del mondo arabo (crociate, colonizzazione del medio oriente e del nord Africa), e che a loro volta hanno generato grandi insediamenti di popoli coloniali nei Paesi colonizzatori.
  Non va, poi, dimenticato che, nell'azione dei Paesi Europei verso il mondo arabo, i Paesi Europei hanno fatto distinzioni soprattutto tra Paesi aventi Governi in armonia con i nostri interessi (avere il petrolio, controllare l'accesso di Suez), raramente per questioni riguardanti gli interessi dei popoli arabi.
   Solo l'invasione dell'IRAQ è stata fondata sullo abbinamento tra esportazione della democrazia e possibilità di ottenere petrolio, in concorrenza con quello di altri Paesi Arabi (vale a prezzo calmierato).
  E adesso che ci vediamo aggrediti in casa da organizzazioni islamiche, ci limiteremo a contrattacare a casa loro ?
  La guerra tra Roma e Cartagine durè 300 anni, e fu per finire (una prima volta) quando Annibale arrivò alle porte di Roma (ma che poi finì male per lui, perchè temporeggiò, dando tempo a Roma di riprendersi); una seconda volta (146 a.C.) con la distruzione di Cartagine.
  Temo che, se non si vorrà, arrivare alla distruzione termo-nucleare di uno dei due campi (o forse della distruzione di entrambi, perchè dicono gli esperti che quel tipo di guerra non permette a nessuno di sopravvivere).

2.- Quale via d'uscita.
In una prospettiva di pacificazione, credo che la Turchia sia il mediatore per natura, posto che la via di Kemal Ataturk riprenda fiato.
  Il criterio, a mio modo di vedere, è una netta separazione tra Stato e Religione, così come abbiamo già fatto noi in Europa ( e negli USA), e tuttavia con un criterio suppletivo: che rinunciamo all'ingerenza politica nei Paesi Arabi.

   Lo vediamo tutti che nei Paesi Arabi ci sono enormi ricchezze naturali, di cui sono appropriate poche famiglie (lasciamo stare se si tratta di famiglie reali, che con l'uso della forza, tengono soggiocate le popolazioni locali).
Questo è sempre accaduto storicamente anche da noi, e la cosa si è risolta solo con l'innalzamento del livello di istruzione dei nostri popoli.
Di questo tenuto conto, è vano pensare di esportare la democrazia con la forza.
Lo abbiamo visto in Iraq, e lo abbiamo visto in Libia, e lo vediamo (ancora solo in parte) in Tunisia, ma solo perchè la rivoluzione è nata localmente, per maturazione democratica locale).
Torniamo alla Turchia. Ho visitato la Turchia trent'anni fa. Ho potuto visitare liberamente le moschee, purchè mi togliessi le scarpe.
Ho contattato e parlato con la popolazione della fascia tra IZMIR e ISTAMBUL. Ho trovato che i turchi sono buoni e pacifici, grosso modo come i nostri meridionali, anche come andazzo quotidiano.

Penso anche la Turchia sia afflitta dalla questione curda, ma per colpa sua e questo nuoce molto alla sua autorevolezza nel mondo.
. I popoli hanno il diritto naturale alla libertà. Per questo si dovrà trovare una via d'uscita che può essere l'autonomia di governo. Il modello italiano dell'Alto Adige può essere valutato con interesse per entrambe le parti.

Penso che, per ora, la Turchia non debba entrare in UE, ma solo perchè deve prima prepararsi a fare da mediatore tra i popoli arabi e l'UE.
Concludo che se, prima, la Turchia non torna alla separazione tra Stato e Religione, e non trova una soluzione ai Curdi, non avrà la forza e l'autorevolezza per fare da mediatore.
  Temo anche che se, per parte propria, la UE insiste per obbligarla ad applicare localmente gli standard libertari europei, ci saranno solo ritardi nell'allargamento.

  La Turchia è stata colpita dal più mortale attacco terroristico della sua storia moderna, il 10 ottobre 2014 ad Ankara, togliendo la vita a decine di dimostranti raccolti per una manifestazione per la pace, promossa dai sindacati e dai rami giovanili dei partiti di opposizione.
E' essenziale che siano condotte indagini, rapide e trasparenti, nei confronti di questi atti odiosi, che miravano a destabilizzare e danneggiare la democrazia della Turchia.
La Turchia ha continuato a esprimere il proprio impegno per l'adesione all'UE.
Questo impegno è stato, però, bilanciato da legislazione (in materia di Stato di diritto, libertà di espressione e libertà di riunione) che ha agito contro gli standard europei.
Il Presidente della Turchia è rimasto impegnato in un vasto raggio di questioni fondamentali di politica interna ed estera, che ha reso la Turchia come oggetti di critica, in quanto oltre le prerogative costituzionali.
La Turchia ha una forte amministrazione pubblica, che opera quale amministrazione orientata alla utenza.
Tuttavia, è debole la spinta verso una riforma più ampia e moderna.
La società civile è rimasta attiva, crescendo di numero e continuando a sentirsi coinvolta dentro mlte sfere della vita pubblica, ma le restrizioni alla libertà di riunione hanno continuato ad essere un ostacolo serio.
Nell’area giudiziaria, il sistema della giustizia dell Turchia ha raggiunto un qualche livello di preparazione.
L'indipendenza della magistratura e il principio della separazione dei poteri è stato minato dal 2014 e i giudici e i pubblici ministeri sono stati messi sotto forte pressione politica.
La campagna del governo contro la presunta 'struttura parallela' all'interno dello Stato è stato attivamente perseguita, a volte invadendo l'indipendenza della magistratura.
Sono necessari notevoli sforzi per ripristinare l'indipendenza del potere giudiziario.
Per quanto riguarda la lotta contro la corruzione, la Turchia ha raggiunto un certo livello di preparazione per prevenire e combattere la corruzione in modo efficace.
La lotta alla corruzione rimane inadeguata.
La corruzione è percepita come largamente diffusa.
L'influenza indebita dell'esecutivo nelle indagini e il perseguimento dei casi di corruzione di “alto profilo” (?) continua a costituire una delle principali preoccupazioni.
La Turchia ha raggiunto un certo livello di preparazione nella lotta contro la criminalità organizzata, e ha bisogno di aumentare indagini finanziarie e di migliorare le statistiche.
L'assenza di una legislazione sulla protezione dei dati è un ostacolo per la cooperazione ampliata con gli organi dell'Unione europea e gli Stati membri.
Tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali era stata notevolmente migliorata negli ultimi anni, ma rimangono gravi carenze.
L'applicazione dei diritti derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) non è ancora pienamente garantita.
Vi è un urgente bisogno di adottare una legge quadro globale sulla lotta alla discriminazione, in linea con gli standard europei.
La Turchia ha anche bisogno di garantire efficacemente i diritti delle donne, dei bambini, delle persone lesbiche, dei gay, dei bisessuali, dei transessuali e degli intersessuali (LGBTI) e assicurare una sufficiente attenzione all'inclusione sociale dei gruppi vulnerabili, come i Rom.
C'era una significativa ricaduta nei settori della libertà di espressione e la libertà di riunione.
Legislazione in materia di sicurezza interna contraddice con le misure delineate nel piano d'azione marzo 2014 sul prevenzione delle violazioni della ECHR mediante la concessione di ampi poteri discrezionali alle forze dell'ordine, senza un adeguato controllo.
Più di recente, l'escalation di violenza nella parte orientale e sud-est dal luglio ha sollevato serie preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani.
Le misure anti-terrorismo adottate in questo ambito devono essere proporzionate.
La Turchia dovrebbe ampliare la portata, e migliorare il controllo, dell'attuazione del piano d'azione.
Dopo diversi anni di progressi in materia di libertà di espressione, una seria regressione è stata notata nel corso degli ultimi due anni, con un qualche livello di preparazione in questo campo.
Sono di notevole preoccupazione i procedimenti penali in corso e nuovi nei confronti di giornalisti, scrittori o utenti dei social media, l'intimidazione di giornalisti e media, nonché le azioni delle autorità che limitano la libertà dei mezzi di comunicazione
Modifiche alla legge relativa ad Internet sono un significativo passo indietro dagli standard europei.

3. Criteri economici
L'economia turca è in una fase avanzata di economia di mercato, e può essere considerata funzionante.
Nel periodo in esame, la Turchia ha continuato ad affrontare squilibri esterni ed interni, con aggiustamenti nelle politiche monetarie e fiscali, nonché con una accelerazione delle riforme strutturali.
L'ampio disavanzo delle partite correnti (della bilancia dei pagamenti internazionali) ha continuato a contribuire alla vulnerabilità della economia turca, he a cambiamenti nelle attuali condizioni monetarie globali e propensione al rischio.
Sul lato interno, l'inflazione ha continuato a funzionare a un tasso relativamente alto, che è problematico in termini di stabilità macroeconomica, di allocazione delle risorse e di effetti redistributivi.
Ancora una volta è stato superato l'obiettivo ufficiale, nonostante il taglio dei tassi di interesse, da parte della banca centrale ha tagliato i tassi di interesse.
Il debito pubblico ha raggiunto un livello sostenibile, ma il saldo strutturale delle amministrazioni pubbliche è stato significativamente negativo.
Le riforme strutturali hanno bisogno anche di accelerare il miglioramento del funzionamento dei mercati dei beni, dei servizi e del lavoro.
La Turchia ha un buon livello di preparazione ad acquisire la capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all'interno dell'UE.
La qualità dell'istruzione e la parità di genere nel campo dell'istruzione ha bisogno di particolare attenzione.
Gli sforzi sono necessari per garantire la trasparenza degli aiuti di Stato e di rimuovere i vincoli e le eccezioni in materia di appalti pubblici.

3.- Legislazione UE
La Turchia ha continuato ad allinearsi con il diritto acquisito comunitario, anche se a un ritmo più lento, e ha raggiunto un buon livello di preparazione in molte zone.
La Turchia è a buon stato di avanzamento nei settori del diritto societario, dei servizi finanziari, delle reti trans-europee e della scienza e dela ricerca.
Il paese ha anche raggiunto un buon livello di preparazione nei settori della libera circolazione delle merci, della legge sulla proprietà intellettuale, della politica imprenditoriale e industriale, delle unioni doganali, delle relazioni esterne, e del controllo finanziario.
In materia di giustizia, libertà e sicurezza, la Turchia è rimasta altamente mobilitata per affrontare le straordinarie sfide di migrazione e asilo.
La Turchia è solo moderatamente preparata in materia di appalti pubblici e di statistiche.
In tutti i settori, maggiore attenzione deve essere data per far rispettare la normativa, mentre molti settori richiedono ulteriori progressi significativi per raggiungere l'allineamento legislativo con il diritto comunitario acquisito.

Nota. Stato di avanzamento dei negoziati di adesione.
  I negoziati di adesione con la Turchia sono iniziati il 3 ottobre 2005.
   In totale, 14 dei 33 capitoli negoziali sono stati aperti, e uno dei capitoli aperti è stato chiuso provvisoriamente.
  Quale risultato del fatto che la Turchia non ha pienamente attuato il Protocollo Aggiuntivo all'Accordo di associazione, l'UE ha deciso nel dicembre 2006 che otto capitoli negoziali non potevano essere aperti e che nessun capitolo poteva essere chiuso provvisoriamente, fino a quando la Turchia rispetterà i propri obblighi.

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DOPO LA RECENTE PRONUNCIA DEL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA
CHE HA ANNULLATO IL XIX CONGRESSO DELLA DC storica

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I VENETI , SU INVITO DEI TRE RESPONSABILI STORICI :
ETTORE BONALBERTI (già membro del Consiglio Nazionale)
e di GIANNI FONTANA (già ministro), LUIGI D'AGRO' (già deputato)

si auto-convocano a Grisignano (VI) l'assemblea degli iscritti del 1992
per organizzare la raccolta delle firme per fare la domanda al Tribunale di Roma
di convocare l'assemblea dei soci, applicando l'art. 20 c. 2 del codice civile.

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Ettore Bonalberti

L'ASSEMBLEA E' STATA MOTIVATA DALLA NECESSITA' , PER L'ITALIA, DEL RITORNO
DEI CATTOLICI NELLA POLITICA  ITALIANA, DATA LA CRISI  ISTITUZIONALE SENZA TERMINE


IL DISCORSO DI ETTORE BONALBERTI
(Sintesi)
Grisignano 24 ottobre 2015

Amici della Democrazia Cristiana Veneta,

  1) Veneti, in queste settimane (8 settembre 2015) il Tribunale Civile di Roma ha emesso la sentenza definitiva che ha annullato il XIX congresso della DC storica, del 2012.
   Tuttavia, in qualche modo nella sfortuna e nella fortuna, il tribunale chiarisce anche come si sarebbe dovuto fare per riorganizzare la DC storica in base alla legge.
  Precisamente, dove non arriva lo Statuto, può essere applicato il codice civile.
  Da questi elementi, grazie ai lumi di alcuni giuristi della università’ di Bologna, un gruppo di amici ha elaborato un percorso di riorganizzazione basato sul codice civile (art. 20, comma 2), anzichè sullo Statuto, considerata l'urgenza di dare all'Italia grandi uomini,
che il mondo cattolico ha mostrato di potere dare nella storia, pur tra le proprie debolezze umane, che non sono mancate.
  Nel nostro caso, si tratta di fare domanda al Tribunale di Roma, perchè convochi direttamente la assemblea dei soci della DC storica.
  Non si tratta di fare una nuova causa, ma solo di fare una domanda, e la responsabilità viene assunta tutta dal tribunale, per cui non ci può  essere nessuna discussione sulla validità della convocazione.

2) Veneti, voi che avete riconfermato la vostra adesione al partito alla vigilia del XIX Congresso nazionale (10 e 11 Novembre 2012),
dopo che avete fatto trenta (congresso del 2012), facciamo trentuno con la speranza che sia finalmente la volta buona.
   Anche il Congresso fu una assemblea di soci, ma di pochi soci, quelli "delegati nei congressi provinciali, regionali,..., ma non attivabile in base allo Statuto perchè’ fondato sulle "Sezioni locali", che non esistono più.
   I soci, invece, esistono ancora ed essendo pochi attualmente, la Assemblea è facilmente convocabile, mentre un tempo questo non era possibile perchè erano milioni e non c'era posto che li comprendesse.
  Il Veneto nel 2012 diede un forte contributo di partecipazione e oltre duecento amici scelsero di rinnovare la loro adesione alla DC, essendo già stati iscritti sino al 1992.

3)  Al fine di procedere alla richiesta di convocazione dell' assemblea dei soci dell'associazione non riconosciuta DC, è necessario raccogliere le firme di almeno un decimo degli iscritti che nel 2012 rinnovarono la adesione al partito.

                                                                  Ettore Bonalberti - Luigi D' Agro' -  Gianni Fontana

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LA MAGISTRATURA   ANNULLA IL XIX CONGRESSO DELLA DC STORICA del 2012

 

Il congresso aveva eletto GIANNI FONTANA a segretario nazionale
e nominato il novo CONSIGLIO NAZIONALE, in applicazione di una sentenza
della Cassazione, del 2010, che aveva dichiarato mai sciolta la DC,
perche l'organo che la sciolse non aveva il potere di farlo.

IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA n. 17831/2015, RG n. 79518/2012
del Tribunale Civile di Roma, III Sezione Civile:
"Annulla le deliberazioni assunte dal XIX Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, tenutosi a Roma il 10-11/11/12 e dal Consiglio Nazionale DC del 6/12/12"

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Nota. La sentenza era prevista, perchè preceduta da un'ordinanza nel 2013. Ma proprio in considerazione di questa conferma, già da alcuni mesi è attivo un "Gruppo di lavoro" per la convocazione della Assemblea dei Soci in base all'art. 2, c. 2 del codice civile, in luogo del Congresso. Anche il Congresso è una assemblea di soci, ma di pochi soci, quelli "delegati nei congressi provinciali, regionali,..., ma non attivabile in base allo Statuto perchè fondato sulle "Sezioni locali", che non esistono più. I soci, invece, esistono ancora ed, essendo pochi, la Asssemblea è facilmente convocabile, mentre un tempo questo non era possibile perchè erano milioni e non c'era posto che li comprendesse. Circa la sentenza della Corte di Appello (2009), confermata dalla Cassazione (2010), che aveva rivitalizzato la DC, clicca su: Appello.

TESTO COMPLETO:
Per avere il testo completo della Sentenza del Tribunale Civile, Roma 4 sett. 2015
clicca su: Sentenza n. 17831

Resoconto sul XIX Congresso Nazionale, Roma, 10-11 nov.  2012

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Gianni Fontana


ELETTO UN NUOVO SEGRETARIO NAZIONALE

On. le Avv. Giovanni Fontana
( con il 95,8% dei voti )

                                

                                   
                                     ANCHE ELETTO IL CONSIGLIO NAZIONALE
                                      Presidente: On.le prof.ssa Ombretta Fumagalli
                                      ( eletta con 49 voti su 80 del CN )

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Ombretta Fumagalli

    NOTA DI SINTESI. Al momento, la DC è ricomparsa "giuridicamente".  A riguardo degli uomini, essa e' quella del 1992, tale e quale in ogni senso (salvo pochi), ma con l'obiettivo dichiarato di far subentrare presto  le nuove generazioni.
    E' anche emerso necessario fondare la rappresentanza popolare non più sulle tessere, ma su indicatori oggettivi di impegno e di merito.
    Nel Congresso è prevalso il "partito delle tessere", secondo il Manuale Cencelli, imposto da alcuni "notabili", per la composizione del Con- siglio Nazionale, così da determinarne un impianto zoppo. Infatti, sono risultate rappresentate solo 12 Regioni, su 20 in Italia. In particolare, poi, tra le 12, a Marche ed Emilia Romagna è stato dato 1 rappresentante rispettivo, pur se a Campania 20, a Calabria 11, a Sicilia 9. 
 
Sui motivi di tanto "rigore" dei detti notabili, è ipotizzabile la preoccupazione di controllare future mosse per la ricerca del Tesoro della DC, scomparso, e di cui qualche "pierino" ha detto ... dal podio, ma ignorato dal tesoriere ( pur ricomparso dal podio degli intervenuti), successore diretto di Chitarristi, a suo tempo.

FONTANA : "Speranza per l'Italia e Volontà di ritrovare il cammino dei Padri, che ci hanno guidato per quasi 50 anni
senza  inganno, prima di cedere ad un declino che nessuno di noi immaginava, ma che è avvenuto per i nostri errori,
per i quali io qui, a nome di tutto questo  partito,  di tutti voi, chiedo umilmente e solennemente scusa a tutti gli Italiani".

.
Dal XIX Congresso della Democrazia CristianaRelazione del Segretario Politico On.le Avv. Giovanni Fontana§Roma 11-12 novembre 2012

INSIEME ABBIAMO RICOSTRUITO L’ITALIA.
. INSIEME RIPRENDIAMO IL CAMMINO.

                            Gentili amiche e cari amici,
siamo qui, con umiltà ma anche con convinzione, per destinare qualche soldo di cultura, molta passione e tutto il piccolo o grande patrimonio della nostra non più verde età, a quanti vorranno vivere insieme con noi questa "impresa possibile": tornare ad attivare, nel cuore della società italiana, valori di tempi lontani ma non transeunti, e a testimoniare una più responsabile e lungimirante azione politica per il Paese.

I – IL TEMPO CHE VIVIAMO: DALLA CRISI ALLA RIPRESA
La crisi che, ormai da oltre quattro anni imperversa con i suoi tremendi effettifinanziari, economici, sociali, morali ma che già covava da molto tempo, ha spazzato via, ideologie, valori, tradizioni e culture; compresa quella componente storica di liberalismo illuminato che, attualizzata con saggezza, avrebbe potuto costituire la rivincita sulle ideologie che hanno bollato il ‘900 come un secolo anti-umano. Oggi, anche in casa nostra, domina invece, un liberalismo molto diverso: è un liberalismo cieco, un semplice "liberismo" economicistico distorsivo di ogni civile aspirazione a giustizia e solidarietà.
  Penso in concreto all’avidità di quel liberismo finanziario deragliato nell’avidità delle banche americane, trasmessasi poi come un contagio a livello planetario, compreso il nostro Paese. Oggi, negli Usa, esso è rintracciabile bene in posizioni come quella espressa da Mitt Romney, il quale, nel corso della campagna elettorale, aveva definito il 47% degli elettori di Obama fatto di parassiti che pretendono lavoro, casa e sanità.
Per un partito di ispirazione cristiana e di radici popolari, come è la Democrazia Cristiana, questo parlare dei poveri e dei deboli come parassiti è penoso. In Italia questi "parassiti", cioè i poveri delle vecchie e nuove povertà, ingrossano le loro file inglobandovi anche persone dei ceti borghesi che frequentano le mense della Caritas e condividono con i barboni un dramma che non trova la solidarietà cui avrebbe diritto anche da parte dello Stato che tale "liberismo" ha ritenuto di sposare.
Questi poveri, in genere, non frequentano gli indignados ma, a noi che li vediamo con i nostri occhi, imprimono aghi profondi nella coscienza: interpellano il nostro aver tradito, talvolta, in passato, il popolarismo cristiano e l’idea democratico-cristiana. Ma, soprattutto, ci sollecitano, essi poveri, a non restare più oltre incerti nel riprendere una iniziativa di forte solidarietà e giustizia, anche in politica.
Il fatto è che mentre l’orizzonte delle possibilità umane si è venuto immensamente allargando, in questi venti di assenza della Democrazia Cristiana dallo scenario politico, il pensiero, la cultura, la tradizione, si sono invece venuti ritraendo: uno spazio di grigiore è oggi sopra di noi, davanti a noi e in mezzo a noi. E noi sembriamo quasi costretti a rifugiarci nella memoria delle cose positive e dei maestri che abbiamo conosciuto e frequentato in passato, come a cercare qualcosa e qualcuno, che ci aliti una rinnovata speranza e ci suggerisca un itinerario su cui riprendere a camminare con lena. Su questo oggi siamo chiamati a riflettere e a decidere.
Sappiamo che la società ci guarda, mentre riprendiamo nelle mani questo barlume di speranza e scrutiamo dentro di noi il cosa possiamo fare, il come operare di nuovo con specificità, competenza, visibile affidabilità. Per noi, questo rinascere, questo, quasi, re-indossare i pantaloni corti in età non più giovane, è come un secondo battesimo al quale volontariamente e umilmente ci accostiamo per non essere ulteriormente in balia della rassegnazione e della disillusione, per non smarrire il filo di un vecchio cammino che abbiamo già percorso e che ebbe risultati anche grandi per il nostro Paese: fin dal dramma della guerra e dal regime rovinoso che l’ha preceduta, le cui macerie di distruzione e di morte hanno permesso il generarsi del risorgimento dei nostri Costituenti.
Un risorgimento costruito insieme al popolo, per un credito di libertà e di giustizia nella democrazia e nella solidarietà sociale, cui abbiamo saputo consegnare conquiste che avrebbero meritato una più duratura e fertile vita.
Ma, oggi, non vogliamo celebrare gli eroi morti né le conquiste finite: agli eroi che ci sono stati padri siamo debitori di quanto abbiamo imparato, e l’onesto debitore paga continuando i loro atti testimoniali. Così è stato fatto, sostanzialmente, da De Gasperi Moro: ci accorti, tuttavia, a questo punto della nostra storia, di quanto fosse impegnativa quella eredità, e difficile da gestire. Oggi ci sentiamo ancora fragili nel riprendere in mano tale patrimonio che, in una parola, è il talento di governare fondata su radici di forte penetrazione popolare, sociale, cristiana, non solo difficili da estirpare ma anche molto esigenti in termini di coerenza personale: insomma una della politica aderente alla vita e non della vita aderente alla politica.
Ci sentiamo, nello stesso tempo, decisi. Il concetto di inserire le classi popolari nello Stato, la moralità dei comportamenti di gestione della cosa pubblica, la fermezza di una laicità che per noi non significa confusione, né separazione, né equilibrismo, ma cosciente responsabilità dentro la città dell’uomo, sono valori che desideriamo nuovamente testimoniare con forza. Sapendo bene, come sapevano i padri, che la politica è servizio che usa con competenza il potere per conto di chi ci ha delegato al potere e della comunità cui il potere appartiene.
Sia ben chiaro, a noi e ai giovani cui parliamo, che non si può essere posseduti dal potere: niente di umano può possedere l’uomo, né potere, né denaro, né cultura, senza che sia rovinoso. L’uomo è per l’altro uomo, perché chi possiede la nostra vita è soltanto Dio. Anche il politico deve ricordarlo ogni giorno.
In questa concezione della politica, la mediazione degasperiana e anche quella morotea, è sempre stata all’insegna di cercare punti di contatto con chi camminava su strade diverse. E oggi il dialogo, la ricerca di accostarsi all’altro in nome di una sempre rinnovabile unità costruttiva del Paese, è ancora indispensabile non solo per evitare guerre ideologiche tra le parti, l’ostinata condanna dell’altro, ma anche per affermare un dialogo che non sia galateo di comportamento bensì rispetto profondo della persona umana che occupa il suo posto nella società.
Bisogna liberarci dalla distruttiva posizione espressa dall’aforisma di Sartre "l’inferno sono gli altri". Per noi gli altri sono la nostra famiglia e la nostra comunità solidale, anche quando ne percepiamo limiti ed errori, dai quali del resto neanche noi siamo immuni. Per noi conta avere davvero nell’anima il bene comune.
Spesso ci si libera dalla propria difficoltà accusando l’altro: siamo tutti innocenti e l’altro è il corrotto; non risolviamo i problemi: la colpa è dell’eredità lasciataci da chi c’era prima di noi. Senonché la dialettica politica che dà frutti positivi è fatta di dialogo ininterrotto la cui esemplarità non poggia su un "io" prepotente e sicuro, privo di prossimità con l’altro.
In maniera forse un po’ ingenerosa, e me ne scuso, provo l’impressione che questa situazione di debolezza-incapacità suggerisca, nella situazione politica italiana, i nomi rappresentativi di Alfano, Bersani e Casini, i quali non trovano la via d’uscita per concordare una buona legge elettorale. L’ABC citato dovrebbe invece suggerirci un alfabeto della democrazia del dialogo permanente; un dialogo formale e informale, capace di valorizzare ogni spunto positivo da chiunque dei tre venga proposto, anzi semplicemente da chiunque venga proposto.
Noi dobbiamo avere soprattutto la prossimità con chi non ha tutori ed è alla periferia della rappresentanza politica e sociale, come chi abbandonato dalle istituzioni è soccorso dalla carità ma aspetta di essere soccorso per atto di giustizia creduta e praticata. La giustizia infatti è un concetto anche pre-cristiano; fu già celebrata nell’antica Grecia e poi esaltata fino all’utopia marxista, oltre che espressa e documentabile nella impostazione sociale della fede cristiana. Per questo noi, critici verso la teologia della liberazione per i suoi eccessi privi di utilità, siamo sinceramente impegnati in una autentica politica della liberazione, che può trovare energie concordanti in mondi di buona volontà che vanno anche oltre l’universo dei credenti. Una politica della liberazione, soprattutto, nei confronti dei gruppi sociali meno abbienti e in varia misura emarginati.
In Italia, dopo la cosiddetta "prima repubblica", c’è stata una enfatizzazione di entusiasmo per il sorgere di una "nuova politica" annunciata come liquidazione del passato e progettazione di un nuovo modello. Un nuovo modello capace, si diceva appunto, di "liberarci" da pesantezze e inadeguatezze del passato. In questo tentativo furono coinvolte anche personalità di buona cultura e di buoni intendimenti – penso ad esempio a Melograni, Urbani, e molti altri – che concepirono un cammino di lineare onestà in ottica di rivoluzione liberale, cioè di liberazione: lo Stato di diritto e lo Stato dei diritti, la legalità, le scelte selezionate dei candidati alla guida del Paese.
Ma a lungo andare - non molto lungo, a dire il vero – il progetto manifestò qualche prima crepa e poi, con frequenza crescente, crepe e crepacci fino ala caduta dell’edificio. Il fenomeno Berlusconi non poteva resistere al peccato di origine del suo populismo: in realtà una deviazione del concetto di popolo sovrano e partecipante.
E’ stato un populismo bisognoso di carisma da ubbidire più che da condividere, di fedeltà di militanti più che di lealtà di compartecipi, di una capacità di comunicazione politica che accetta di recitare promesse impossibili più che impegni reali. Ne ricordiamo una fra le molte: Meno tasse per tutti; una promessa  che, così scriteriatamente espressa, tradurrei nell’espressione "evasione per tutti", che ne è l’effetto pratico
tendenziale;  mentre responsabilità davvero sociale e liberante avrebbe dovuto dire: Tasse eque per tutti nella trasparenza assoluta, pubblica, permanente, del loro utilizzo. Così, se dopo "tangentopoli" abbiamo conosciuto la fine della "prima repubblica", non molto tempo dopo abbiamo dovuto constatare anche il rapido crollo della seconda.
Sono, a questo proposito, sollecitato a insistere sulla importanza di una memoria storica positiva e fertile, e penso che in tal senso la relazione Costituzione-

Silvio Lega:
"No a una
DC, partito".
.
"Sì a  DC,
movimento"

lega silvio.jpg (1800 byte)

Silvio Lega


Membri


del Consiglio Nazionale

Calabria Barbuto Nicola
Calabria Colavolpe Salvatore
Calabria Cupi Vincenzo
Calabria Donato Angelo
Calabria Nisticò Giuseppe
Calabria Oliverio Caterina
Calabria Ripepi Massimo
Calabria Squillace Francesco
Calabria Straface Antonio
Calabria Vazzana Carmelo
Calabria Deseptis Fiorella
Campania Boffa Aldo
Campania Brancaccio Valeria
Campania Cirino Pomicino P.
Campania Cuofano Pasquale
Campania Della Corte Giovanni
Campania Ferraiuolo Luigi
Campania Ferraro Roberto
Campania Fiorenza Nazzareno
Campania Grippo Ugo
Campania Nunziante Maurizio
Campania Pelosi Daniele
Campania Picano Angelo
Campania Polizio Stanislao
Campania Ravaglioli Marco
Campania Rodondini Vincenzo
Campania Scala Raffaele
Campania Troisi Nicola
Campania Bocchio Isabella
Campania Lombardo Maria R.
Campania Mazzitelli Giovanni
Emilia Duce Alessandro
Lazio Alfano Giulio
Lazio Darida Clelio
Lazio Di Sangiuliano Giuseppe
Lazio Marinangeli Alessandro
Liguria Adolfo Vittorio
Liguria Faraguti Luciano
Liguria Gaggero Gergio
Liguria Tanzi Carla
Liguria Gallina Gabriella
Ligurìa De Gaetani Gian Renato
Lombardia Abbiati Achille
Lombardia Baruffi Luigi
Lombardia Cazzaniga Sergio
Lombardia Cugliari Emilio
Lombardia Donato Salvatore
Lombardia Fumagalli Ombretta
Lombardia Generoso Serafino
Lombardia Ravelli Roberto
Lombardia Galli Anna Maria
Lombardia Soncina Greta
Marche Morgoni Vinicio
Piemonte Aceto Piero
Piemonte Brustia Adelmo
Piemonte Deorsola Sergio
Piemonte Lega Silvio
Piemonte Mazzucco Francesco
Piemonte Mussa Fabrizio
Piemonte Sartoris Riccardo
Piemonte Pavesi Negri Gabriella
Puglia Cattolico Antonio
Puglia De Leonardis Giovanni
Puglia Di Giuseppe Cosimo
Puglia Donatelli Francesco
Puglia Fago Antonio
Puglia Lisi Raffaele
Puglia Palermo Francesco
Puglia Roberto Erminia
Sicilia Alessi Alberto
Sicilia Brancato Antonino
Sicilia Caponetto Francesco
Sicilia Cappadonna Michele
Sicilia De Vito Bruno
Sicilia Grassi Renato
Sicilia Pulvirenti Antonio
Sicilia Torre Carmelo
Sicilia Di Quattro Maria G.
Toscana Bindi Marco
Toscana Camaiti Maria Pia
Toscana Pizzi Piero
Toscana Puja Carmelo
Veneto Bonalberti Ettore
Veneto Bontorin Fulgenzio
Veneto Bottin Aldo
Veneto D'Agrò Luigi
Veneto Fregonese Silvio
Veneto Malvestio Pier Giovanni
Veneto Milani Luciano
Veneto Zanforlin Antonio
Veneto Panin Maria Grazia
Veneto Zanferrari Gabriella
Cons.Reg. Nucera Giovanni
Deputato Gargani Giuseppe

_________
TOTALE

______________________
                  94

NINO LUCIANI, Il Commento.

1.- Premessa. Il XIX Congresso della DC (il XVIII fu il 17 febbraio 1989), celebrato a Roma il 11-12 novembre 2012, ha mostrato due facce:

a) un Congresso ufficiale, in cui vedevi:
  - un Segretario Nazionale (On.le Avv. Giovanni Fontana), 68 anni, uomo buono, colto, di grande sensibilità, largo di vedute, acuto nel vedere il granello "significativo", un discorso durato due ore. Mi sono ricordato il livello e gli svolazzi di Aldo Moro;
  - una sala stracolma ( la sala della Confindustria, a Roma, non meno di 1000 persone, inclusi gli invitati), gente semplice carica di valori, che ha seguito attentamente il Segretario, lo ha applaudirlo ripetutamente a scena aperta, e anche interrotto con "parole" di enfatizzazione di singoli concetti.

b) un congresso nelle segrete stanze, dove veniva contrattata e redatta la lista dei candidati (80) al Consiglio Nazionale. Qui vedevi un andirivieni continuo di notabili e di chiamati e mettere la firma di accettazione della candidatura.
  Chi erano questi "notabili" ? Erano i notabili dell'ancien règime, quelli del partito delle tessere. Non ho motivo togliere un solo capello di stima alle singole persone elette. Ma avendo, alcuni "notabili", imposto il Manuale Cencelli per le candidature regionali, ne è uscito un impianto complessivo di Consiglio Nazionale, zoppo per la DC. Su 20 Regioni, solo 12 hanno ottenuto la rappresentanza. E delle 12, Marche e Emilia Romagna è stato dato 1 solo rappresentante, rispettivo (anzi quello dell'Emilia non è stato indicato dal gruppo della E.R., ma dai "notabili").
 
   E' offensivo definire i "notabili" come "partito delle tessere" ? L'On. Paolo Cirino Pomicino, che ha fortemente condizionato il Congresso, mi ha chiarito che, pur con qualche ombra, il fondare (sulle tessere) la rappresentanza del popolo democristiano è il modo più democratico.
   Ma chiunque io incontrassi per strada (fuori dal Congresso, e dappertutto in Italia), e gli raccontavo che è stato applicato il Manuale Cencelli, lo vedevo andare in escandescenze. Tutti hanno, infatti, ben presenti i fatti che originarono un "declino inimmaginabile della DC" (parole della Relazione del Segretario), e che si impose perchè la DC  non trovo' la forza di auto-pulirsi.
   Al contrario, in Germania, vicende simili (a carico del Cancelliere Helmut KOHL) furono risolte velocemente: mandato a casa senza complimenti, pur avendo grandi meriti politici verso la Germania (unificazione) e verso la Unione Europea (Euro). E infatti la DC tedesca è ancora in parlamento, e oggi al Governo.
   Credo che, per l'Italia, l'esempio tedesco vada applicato rapidamente, senza scusanti.
  Approfondiamo questa ricomparsa dei "notabili", dacchè la allora umiliazione della DC (a prescindere che si tratti di un partito o di altro partito) pare, ancora nel 2014, uno scotto insufficiente.
   Ma, da altra parte, mi è sembrato molto potente e condiviso dal popolo dei congressisti il comune sentire dei valori, e l'entusiasmo, intorno al Segretario Fontana.
   Questo è un buon viatico per l'ottimismo nel futuro. Il mezzo, per essere vincente, potrebbe essere di fondare la rappresentanza su cosa diversa dalla "tessera": su questo torno più avanti.

2.- Distinzione tra una DC di interessi legati al potere politico e una DC di valori cristiani e laici liberali.
 
a) Premessa. Il fatto che la DC, come un qualsiasi partito si possa proporre nel 2014, è fuori discussione, come diritto costituzionalmente garantito a chiunque.
   Ma il punto da affrontare in premessa è altro: chiarire se, mancando nel parlamento italiano (ed europeo), un partito dei cristiani (cattolici, ortodossi, protestanti, giudei) e dei laici liberali (cosa diversa da un partito cattolico, subalterno alla Chiesa Cattolica), venga a mancare in Italia un pezzo di storia, una pietra miliare.
   La stessa domanda mi sono fatto per il PCI (diciamo per i due grandi partiti del Socialismo italiano), scomparsi nel 1992.
   Non ho risposte certe. Ritengo, però, che, dopo il venire meno della DC e del PCI (e del PSI) nel 1992, in Italia è venuto meno lo Stato, e ci siamo trovati nelle mani di partiti senza il senso dello Stato, con grave danno per la coesione sociale intorno alle grandi idee alternative, su cui fondare il governo del Paese.
   La via verso l'alternativa tra due grandi partiti nazionali è un percorso che non inizia da zero e lo vediamo nel fatto che il PD si pone alternativo al PDL (a parte se l'inserimento dei nostri giovani nella dialettica politica varra'   a riabilitarli o a disintegrarli, rispettivamente. Mi riferisco  a Beppe Grillo, a Matteo Renzi e a tanti altri giovani comparsi di recente sui mass media).

 
b - No a una DC, che produce germi corruttivi, tipici delle dittature. In generale parlando, una dittatura non è forte primariamente per il potere di polizia o dell'esercito. Ne sappiamo qualcosa, in Italia, senza bisogno di guardare alla Tunisia, alla Libia, alla Siria. Il potere dittatoriale, dopo il primo colpo di mano (magari militare), cerca di catturare il consenso sociale con vari privilegi a "parte della popolazione".
   Poi, quando nel seguito, la dittatura fosse contestata, saranno costoro a sostenerla, per non perdere privilegi.
   In questo senso la tessera, legata ai poteri, è il germe corruttivo della dittatura dentro la società civile.
  
3.- Una ipotesi che può spiegare il ritorno del partito delle tessere. La DC non è oggi un partito di potere, per cui è difficile spiegare questo ritorno del partito delle tessere.
   Nelle nuove condizioni, la via, più naturale per creare la nuova rappresentanza, pur se collegata giuridicamente agli iscritti del 1992, doveva essere di ripartire la rappresentanza proporzionalmente al lavoro da fare nelle Regioni: ad es., in proporzione alla popolazione regionale.
  Poi, dopo le prime elezioni (con scudo crociato), si potrà anche premiare il merito dei dirigenti locali, ad es. ripartendo, in parte, i posti sulla base dei voti riportati nei Consigli Comunali della Regione.
  
Ma non è andata così. E allora perchè tanta "diligenza" di "alcuni" notabili nella ricerca di "tessere del 1992" ?
  Una ipotesi plausibile è collegarla ad una "ombra" vagante nella sala del Congresso, quasi la "ombra" un morto (ma che "morto" non era, aveva detto la Cassazione).
  L'ombra era un pensiero fisso al "Tesoro della DC", scomparso a suo tempo, su cui qualche "pierino" ha anche fatto domande dal podio.
  Forse qualcuno ha la mappa del luogo del tesoro, come i briganti della "Isola del Tesoro" , il romanzo di R. L. Stevenson.
   Ipoteticamente, potrebbe trattarsi di qualcuno che vuole rintracciare il Tesoro per mettervi le mani sopra, o di qualcuno (cosa più probabile) che punta a sciogliere il partito della DC, e crearvi un successore , come si fa per le moderne società di capitali (far sparire i debiti, e ricominciare da capo).
  
Perchè il Tesoriere, che è successore diretto di Chitarristi, non ha fatto chiarezza su questo "Tesoro" ?  La domanda è ineludibile, prima o poi.

democrazia-partecipazione-rappresentanza-solidarietà sia l’"impresa impossibile" che siamo chiamati a far diventare possibile. Dimenticata la Costituzione, inquinata la democrazia, tra populismo e nuove forme di ribellione politica e di protesta antipolitica, traballante l’impalcatura delle istituzioni dove la corruzione e la malversazione sembra assurta a prassi quotidiana accettata, la rappresentanza pare impigliata in una rete che non pesca qualità adeguate ad affrontare il dramma della crisi che stiamo vivendo.
Il mondo ci guarda, l’Europa ci osserva ed anche l’anti-europeismo cresce, mentre strisciano venature di neo-nazionalismo: in un paese dell’Abruzzo sono stati multati coloro che cantavano "Bella ciao"; in altri paesi di diverse regioni sono state aperte strade intitolate a vecchi gerarchi fascisti; ci sono monumenti della rimembranza e sacrari di "eroi" della guerra in Etiopia; e altro e peggio. Segnali che ci pare non possano essere tollerati ma, prima ancora di essere combattuti, vanno profondamente analizzati.
E’ stato detto per paradosso che oggi, se qualcuno si sognasse di fare un’Opa sull’Italia, l’asta andrebbe forse deserta: eppure l’Italia è tutt’altro che da rottamare; la ricchezza privata assomma almeno a ottomila miliardi, il made in Italy è vivo e richiesto ampiamente, il turismo richiama ancora un flusso ininterrotto di visitatori, le riserve auree sono solide, il reticolo delle piccole imprese è tuttora quasi unico al mondo, molte nuove microimprese sorgono anzi per iniziativa di giovani, e testimoni di vita esemplare circolano fra noi, li vediamo nel nostro quotidiano muoverci tra le strade e i luoghi di lavoro.
Questa è la riserva sana del Paese reale: e allora le due Italie, quella dei poveri, dei disoccupati, dei precari, dell’Alcoa e dell’Ilva, e quella che, dall’altro lato, rappresenta la parte non toccata dalla crisi ma pensosa del futuro e desiderosa di assumersene la responsabilità, chiedono insieme una politica di nuova adeguatezza testimonial, per una speranza di più lunga gittata.
La Democrazia Cristiana sceglie di farsi carico di questa speranza non già seminando al vento promesse che non si possono fare, ma affidandosi con onestà e fattività a nuove generazioni e ad antichi valori, come chi passa un simbolico testimone degli anni gloriosi della ricostruzione e dei partiti politici che seppero camminare con passo sicuro e adeguato alla gravità dei problemi da affrontare.
Se questo è il quadro che ci è dato vivere, quale è la nostra specifica responsabilità? Il nostro compito è quello di riaprire lo spazio della speranza e della concretezza operosa per una testimonianza di impegno politico che riprenda i valori della nostra storia popolare e democratico-cristiana e sappia liberarli a una nuova luce e a una nuova capacità realizzativa.

II - PERCHE’ DC
Una volta finita, anche malinconicamente, l’esperienza della Democrazia Cristiana storica, avevamo sperato che la memoria collettiva del Paese avrebbe conservato i grandi meriti del partito di De Gasperi e Moro e compreso gli errori di percorso della sua ultima fase. Avevamo sperato che da quella grandiosa e umiliante esperienza, il Paese, i suoi cittadini di buona volontà, avrebbero imparato molto. E avrebbero imparato anche dalle esperienze degli altri partiti che si andavano consumando come il nostro, dopo quasi mezzo secolo di vita repubblicana grande ma anche, spiritualmente, ormai prosciugata nelle anime delle classi dirigenti.
In modo più specifico, avevamo sperato che sulle ceneri del nostro lavoro avrebbero potuto sorgere due grandi partiti moderni, uno di centrosinistra ed uno di centrodestra, uno di spinta progressista e uno di moderazione liberale, capaci di ereditare il lato migliore di quella storia e di darci la fase adulta e compiuta dell’Italia: un Paese solido e serenamente capace di governare la propria crescita nella partecipazione e nella solidarietà.
Avevamo sbagliato questa previsione. In effetti, senza far torto alla presumibile buona volontà di tanti singoli, ci sentiamo di dire che le nostre attese sono state totalmente deluse.
Non è nato un partito democratico di centrosinistra capace di amalgamare il grande messaggio popolare e solidale della DC con l’altrettanto importante anelito di giustizia distributiva dello storico Partito Comunista: due anime che mai si sono fuse nella armonica capacità di generare un partito di alta cultura sociale riformatrice. Lassismo nell’impegno di rinnovamento del pensiero, sottovalutazione dei fattori di complessità emergenti sulla fine del secolo appena trascorso, preoccupazioni contingenti di equilibri fra gruppi, fretta di successi elettorali contro avversari aggressivi e sicuri di sé … Forse qualcosa di tutto questo ha giocato un ruolo nefasto: e ha generato la prima delusione per le speranze di una responsabile democrazia dell’alternanza.
Sul versante del centrodestra le cose sono andate anche peggio: insieme alla mancata maturazione di una classe dirigente degna di questo nome, si è realizzato lo sfacelo educativo e morale di una politica ridotta a messaggio di marketing dell’effimero in ogni sua manifestazione. Le poche persone di sincero pensiero elaborante le abbiamo viste progressivamente lasciate ai margini dei luoghi decisori; la leadership carismatica l’abbiamo vista ridotta a una inquinante commistione di aziendalismo privatistico con libertinismo diseducativo; la linea programmatica sottomessa a una dominanza economica che si è rivelata esasperatamente finanziaria e speculativa. Ed è stata la seconda delusione.
Infine il centro. Nella zona che sul piano ideale avrebbe avuto le condizioni più adatte a preservare anche una quota decisiva del messaggio storico della Democrazia Cristiana, si è palesato il protagonismo di un partito che di fatto non è mai riuscito ad aggregare né tradurre in politica organica alcun pensiero. Un improduttivo oligarchismo che non ha mai respirato l’ossigeno impegnativo ma anche corroborante di una partecipazione davvero popolare. Ed è stata la fine di una ulteriore speranza. Tacciamo, da ultimo, di quanti, piccolissimi gruppi che non è appropriato chiamare formazioni politiche, hanno cercato di insinuarsi, anche con buona volontà almeno iniziale, in questo gioco ormai senza radici e senza prospettive, e del tutto più grande delle loro possibilità. La idea di una "Italia dei valori" è diventata un dipietrismo che oggi palesa anche nelle aule giudiziarie la confusione deleteria fra partito di cittadini e gruppo personale; un grillismo che anela lodevolmente a far emergere con forza la voce di chi dall’estrema periferia dell’elettorato reclama il suo diritto a essere ascoltato, ma finisce in una protesta amebica incapace di tradursi in risposta collettiva e nazionale ai problemi collettivi e nazionali; una sparpagliata ex sinistra estrema, che a merito della sua annosa agitazione può vantare soltanto il risultato di aver fatto cadere un governo Prodi che pure testimoniava uno sforzo sincero di ricollegare la politica con il sentimento della gente; i resti di una gruppuscolare destra riottosa che avendo trovato spazio risibile nella effettiva determinazione degli orientamenti politici del Paese si è trovata a dialogare - contraddizione finale e quasi irridente - con il leghismo separatista; il quale a sua volta non ha tardato a testimoniare la miseria morale che ne attanagliava le intenzioni e i comportamenti, anche negli uomini che avevano fatto consistere l’unica loro bravura nel rimproverare agli avversari i medesimi comportamenti.
Le sorprese più recenti sono Montezemolo, Riccardi, Bonanni e tante personalità della società civile che hanno elaborato il loro manifesto: non un partito, non un movimento: un mondo di proposte politiche, una realtà dopo tante delusioni, una specie di gruppo di pressione fattosi coscienza critica del potere: un patto per una nuova politica. Più che notabili, uomini di rango: non pensiamo che abbiano qualche piccola venatura di popolarismo.
Il risultato è che non c’è classe dirigente, oggi, nel nostro Paese, non c’è un pensiero espresso dalla politica sul suo futuro, non c’è una cultura di gestione e non c’è una consapevolezza valoriale. Fino al punto che si è dovuto ricorrere all’espediente, legittimo e onesto ma tremendamente allarmante, di un governo tecnico incaricato del puro e semplice ritorno a una normalità minima che di fatto è solo la normalità della gestione formale del bilancio dello Stato. Questo è infatti in sostanza il governo Monti, nonostante la buona volontà di diversi suoi esponenti e nonostante la indiscussa competenza e correttezza dello stesso Presidente del Consiglio, il quale, in un quadro così difficile, è riuscito comunque a restituire al mondo una immagine più credibile e affidabile del nostro Paese.
Ed è per un atto di consapevolezza piena, e di buona volontà responsabilizzatrice di fronte a tanto scempio e a tanta ombra sul futuro, che noi oggi siamo qui, a pensare in termini di ripresa dell’azione della Democrazia Cristiana per l’Italia. Oggi, siamo convinti che l’Italia abbia più che mai necessità di "democrazia cristiana": con la lettera minuscola e, insieme, con la lettera maiuscola.
Con la lettera minuscola, come sostantivo e aggettivo, nel senso che questo nostro Paese ha bisogno di riconquistare democrazia vera e partecipata: solo così la politica può giustificare il suo potere, le sue contese.
Attorno al ludibrio della vigente legge elettorale si è ridotta infatti quasi a zero la pratica della democrazia e della relativa motivazione degli animi nella scelta della classe dirigente; e ha bisogno di cristianesimo ispiratore, vissuto con coerenza per il bene della "città dell’uomo" che ci è affidata: di cristianesimo come lievito di valori che torni a fermentare una società in cui la centralità non sia più quella della finanza che domina l’economia e dell’economia che domina l’impresa costringendola a non essere una comunità di lavoro per inseguire un concetto di business eretto a mostro totemico contro la dignità della persona sancita dalla Costituzione ma anche dal semplice diritto naturale.
Neanche il diritto naturale può infatti concepire il licenziamento collettivo di migliaia di persone attraverso una e-mail spedita da migliaia di chilometri per effetto di una notizia battuta in un nanosecondo sulla diminuzione di valore della quotazione di un’impresa, in un mercato finanziario distante a sua volta migliaia di chilometri. Questa "efficienza capitalistica" reputiamo, senza mezzi termini, sia figlia del Male, Uno strumento di peccato, come recita la "Populorum progressio", radicalmente incompatibile con la nostra visione di umanesimo e di personalismo, che all’abbrivio del ventunesimo secolo, riproclamiamo, entrambi, come permanentemente nostri; e che sono la semplice, grande ed impegnativa eredità lasciataci dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dall’idea democratico-cristiana.
Entrambe ci hanno lasciato ben diverso insegnamento: dalla Rerum Novarum alle successive encicliche sociali, da monsignor Ketteler ad Antonio Rosmini, dalla Scuola di Friburgo al Codice di Camaldoli, dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa alla Caritas in Veritate, questo insegnamento ci parla costantemente e puntualmente della liceità del mercato ma anche del suo necessario ancoraggio a finalità morali, di diritto indiscutibile a condividere i frutti dell’impresa fra tutti, di salario di dignità per ogni famiglia, di illiceità della pura rendita e della pura speculazione …
Ebbene, c’è necessità che più democrazia cristiana, con questa lettera minuscola, trovi al suo servizio, con forza, lucidità, sincerità morale, capacità tecnica, accortezza politica, una rinnovata Democrazia Cristiana con la lettera maiuscola: c’è necessità che una grande associazione di cittadini "liberi e forti" torni a generare una politica alta secondo la "nostra" Costituzione; "nostra" perché ispirata proprio dal pensiero democratico cristiano, da De Gasperi e Dossetti, da Gonella e La Pira, da Fanfani, Moro e Lazzati, e di nuovo indietro, nei principi di riferimento, fino a Sturzo e Grandi e Miglioli e altri. E la faccia diventare politica di rinnovamento potente e di rinfrancata solidarietà, di centralità del lavoro e della impresa come comunità di lavoro, di processi formativi capaci di rinforzare valori di libertà e di solidarietà fattiva: insomma, di comunità solerte e rasserenante per tutti.
L’Italia è infatti una comunità, innanzitutto; non una società per azioni ad azionisti dispari, bensì una comunità di cittadini e persone che hanno uguale dignità, servite da istituzioni fatte da tutti e da tutti partecipate, con una economia al servizio di tutti e da tutti realizzata. E con le giovani generazioni come primo tesoro da far crescere secondo responsabilità e autorealizzazione.

III - UN PROGETTO DI VALORI
Non temiamo la sfida perché, più tipicamente di ogni altro partito, la Democrazia Cristiana possiede nella sua ispirazione valoriale una visione adatta a questo obiettivo totale: totale nella sua pregnanza interna ed anche nella sua potenzialità diffusiva oltre il nostro Paese, nella più vasta comunità costituita dall’Europa, dal Mediterraneo, da un mondo che si è fatto sempre più villaggio comune; ricordo, fra l’altro, che di "internazionale dei democratici cristiani", con questo spirito diffusivo e pregnante, si parlava già fin dai primi del ‘900 fra i cattolici che, prima ancora che germogliassero il Partito Popolare Italiano e la Confederazione Bianca del Lavoro costituivano i primi nuclei democratico-cristiani.
Ponte mediterraneo e crocevia planetaria, l’Italia può tornare a essere, non solo nei traffici economici, un Paese al quale il mondo può guardare come a una sua casa simbolica di riepilogo collaborativo e di sintesi valoriale. Se la sede romana della Chiesa cattolica rappresenta questo valore dal punto di vista religioso, la Roma precristiana e l’Italia universalistica di Dante e del Rinascimento possono rappresentarlo dal punto di vista della unità tendenziale degli aneliti di realizzazione umana complessiva; e il grande messaggio che da Rosmini passa a Sturzo, a De Gasperi, a La Pira, a Moro, può rappresentarlo per il cammino di una città terrena che sappia condividere il benessere, frutto della fatica comune, fra tutti gli uomini in questo ventunesimo secolo ultraveloce e ultracomplesso.
Essere custodi attivi di questo patrimonio esige d’altro lato che la forma e la concreta gestione quotidiana del Paese, e la stessa modalità di essere e di operare come partito, abbiano connotati di qualità alta.
I capisaldi di una tale politica ci sembrano almeno cinque:
La nostra Costituzione repubblicana, carta di principi e di valori da salvaguardare con fedeltà, non chiusi aprioristicamente a ogni eventuale possibilità di affinamento, ma lontani da quella frenesia inconsulta che ha portato a rivedere negli anni recenti il suo Titolo V, con una superficialità che testimonia, accanto a intenzioni illusorie, la inadeguatezza di una classe politica incapace di cogliere la grandezza dei padri costituenti e di custodirla migliorandola: anche attraverso una nuova fase costituente che, riteniamo necessaria per adeguare la sua seconda parte ai profondi cambiamenti intervenuti sul piani istituzionale europeo e nazionale.
Uno Stato snello e partecipato, efficiente sul piano nazionale, arricchito da autonomie territoriali in chiave di sussidiarietà e non di dissociazione pseudofederalista; garantito da un intercontrollo democratico senza retoriche di autonomismo fine a se stesso, spesso corrotto non meno di quanto esso stesso abbia rimproverato allo Stato centrale; e, quasi sempre, colpevolmente incapace di utilizzare persino le cospicue risorse economiche messe a sua disposizione dall’Europa.
La valorizzazione permanente e dinamica dell’immenso patrimonio culturale e ambientale affidatole dai padri e dalla Provvidenza: almeno la metà dei beni culturali di cui l’umanità dispone è incredibilmente concentrata nel nostro Paese, e questo solo fatto costituisce per noi "una missione nella missione" e quasi una vocazione profetica.
Una cura gelosa della culla in cui nascono e si formano le nuove generazioni, cioè la famiglia, attraverso la dedizione di uno Stato solerte nel favorirne solidità e serenità, soprattutto con gli strumenti propri della sua missione formativa, dell’attivo supporto alle generazioni che declinano, affinché tale fisiologico crepuscolo non diventi mai emarginazione né accantoni il tesoro della esperienza che si trasmette; uno Stato che sappia garantire la sicurezza di un lavoro dignitoso per tutte le persone che raggiungono l’età adulta e si apprestano ad assumere, della famiglia, la responsabilità più diretta.
Il governo sagace di una economia che ha oggettivamente potenzialità enormi, e che anche nella presente crisi conferma di possedere nella creatività dei singoli e nel tessuto della piccola e media impresa la sua linfa più vitale.
Con quali linee di orientamento pensiamo sia articolabile un simile progetto?
Non parlo volentieri di riforme, e non perché la cultura democristiana sia aliena dall’idea di farne o perché non ne abbia realizzate – le più coraggiose nella storia del nostro paese portano la firma della Democrazia Cristiana, a partire dalla grande riforma agraria di Antonio Segni poco dopo la nascita della repubblica – ma perché, a un certo punto della dialettica politica, il riformismo ha cominciato a vivere quasi fosse un fine in se stesso: ma né il riformismo né le riforme sono un fine; essi sono un mezzo, attraverso il quale la nostra quotidiana analisi della coerenza fra "progetto paese" e realizzazioni concrete viene verificata e coerentemente attuata; facciamo le riforme se servono e in quanto servono, ma non le adoriamo come idoli, e le sottoponiamo costantemente a verifica perché restino effettivamente al servizio dei valori che le ispirano.
Preferiamo parlare piuttosto di "gestione evolutiva" trasparente e condivisa, capace cioè di governare dinamicamente le esigenze di miglioramento permanente delle cose, senza rinviare ai tempi spesso deresponsabilizzanti di maturazione delle "riforme": queste, quando davvero occorrono, devono essere consapevoli, ponderate, impegnative di coerente attuazione, e non mito autoreferenziale.
Questo è il compito della politica disegnato dalla Costituzione italiana. E tale è, come la Costituzione lo regola, anche lo strumento dei partiti politici, mezzo privilegiato attraverso cui i cittadini partecipano al farsi del dibattito, alla determinazione delle scelte, alla formazione della classe dirigente, e insomma alla gestione del paese. Non temiamo, anzi decisamente vogliamo, un partito giuridicamente riconosciuto, persona giuridica e perciò sottoposto a controllo pubblico nella sua trasparenza di gestione.
In realtà i partiti politici operanti oggi hanno, via via, ignorato questo spirito costituzionale per accentuare invece elementi crescenti di chiusura oligarchica, ben poco democratica e partecipativa. Le ombre della corruzione e del clientelismo, quasi i partiti stessi e i loro uomini fossero appunto fini e non mezzi, hanno realizzato, da ultimo, quel nefasto distacco dei cittadini dalla politica che oggi enfatizza la sua gravità attraverso una legge elettorale che chiude del tutto i partiti dentro se stessi quali forme autoreferenziali di gestione del potere.
Con quale metodo pensiamo dunque di lavorare?
Innanzitutto con quello della partecipazione vera e diffusa. Pare espressione scontata e banale, questa della partecipazione, ma essa viene in realtà ogni giorno pronunciata e ogni giorno di nuovo tradita. Così come la partecipazione di tutti i cittadini consente di costruire una logica di armonizzazioni progressive nel cammino di crescita della società complessiva, analogamente la partecipazione di tutti i soci consente al partito di essere punto di traduzione affidabile della domanda e delle attese del paese.
I punti di partenza per noi sono certi: la Costituzione, la cittadinanza, la persona. Essi meritano di essere confermati ma anche approfonditi in tutta la loro portata potenziale: tanto più che nell’Italia del ventunesimo secolo ci sono i cittadini e c’è, con loro, anche un numero crescente di persone in attesa di cittadinanza. Persone provenienti dalle più diverse nazioni del mondo, o loro figli, che non costituiscono più casi isolati ma un fatto sociale ormai strutturale: anch’essi diventano parte della nostra comunità, lo diventano in senso oggettivo: chiedono spazio che non può essere loro negato se crediamo in una società di ispirazione cristiana. Il problema è di fare in modo che lo spazio sia equo e i diritti, come i doveri, reciproci. A questa condizione non si può negare l’ordinata e trasparente osmosi demografica, non solo perché essa caratterizza da sempre i processi di sviluppo di ogni società storica, ma perché la stessa grandezza della nostra civiltà italiana è germogliata e si è sviluppata dal multiforme, secolare apporto di tali risorse.

IV – IL FONDAMENTO DEL LAVORO, LA DIGNITA’ DELL’IMPRESA, LA SOLIDARIETA’ DELL’ECONOMIA
Subito dopo la cittadinanza, è il lavoro a costituire prioritario fondamento della repubblica. Tale lo definisce la carta costituzionale, e si riferisce al lavoro in tutte le sue forme, dipendente o autonomo o imprenditoriale che sia, manuale o intellettuale.
Non sono invece fondamento della repubblica la rendita, né l’attività speculativa. Siamo qui in un campo che, fin dal medioevo, la Chiesa ha chiarissimamente presente. La pura rendita e la pura speculazione sono un male, sono illecite moralmente, e per noi questo principio comporta conseguenze coerenti sul piano delle politiche attive, anche di redistribuzione reddituale e, ad esempio, di carico fiscale.
La ricchezza nazionale resta essenzialmente frutto del lavoro e il lavoro, diritto e dovere dell’uomo, è, per la Democrazia Cristiana, oggetto privilegiato di ogni politica economica. Per tale motivo un punto caratterizzante il nostro "progetto per l’Italia" non può non essere costituito dalla revisione dell’istituto del collocamento, che ci pare da trasformare in istituto dell’accompagnamento attivo nel lavoro.
Né vuol dire, questo, che il mercato del lavoro debba essere governato dal solo collocamento pubblico; tutt’altro: esso si accompagna liberamente al movimento spontaneo della domanda e della offerta che sul mercato si confrontano: il collocamento pubblico opera invece, attivamente, su richiesta dei singoli lavoratori che vogliano ricorrervi. Il fatto è che non c’è dignità della persona se non viene attuato per essa il diritto a un lavoro riconosciuto, remunerato e produttivo. Questo è il concetto, ed è l’obiettivo, da tenere sempre presente.
Vi è un ulteriore profilo di giustizia distributiva, e alla fine anche di efficienza economica, che non ci sembra più possibile trascurare. Una visione distorta del libero mercato, storicamente prevalente in tutto il mondo, riguarda la totale inesistenza di limiti alle più atroci disparità reddituali generate all’interno delle stesse imprese. Prevalgono anche in Italia, sia pure in dimensioni complessivamente meno abnormi, parametri esasperati fino all’iniquità, e assolutamente ingiustificabili da tutti i punti di vista, compresa una reale efficienza economica di lungo andare delle imprese medesime e del sistema.
Noi non assumeremo come nostro programma l’idea, che pure ci viene da uno dei massimi maestri di economia dell’impresa efficiente e a un tempo equa, e cioè Adriano Olivetti, laddove affermava che tra lui, massimo vertice della sua azienda, e l’ultimo dei suoi operai, il divario di reddito equo reputava essere da uno a cinque. Lo corresse quel gran liberale, non certo democristiano, che era Valletta, allora amministratore delegato della Fiat e grandissimo innovatore della vita aziendale, affermando a sua volta che troppo stretta gli sembrava tale forbice e proponeva per essa un raddoppio, cioè che fosse portata da uno a dieci.
Noi non assumeremo neanche questo parametro: ma se nel mondo assistiamo a rapporti inconcepibili, persino di uno a quattrocento e oltre, e in Italia non mancano forbici di uno a cinquanta e oltre, ci sentiamo in mezzo a una situazione alla lunga insostenibile, per la quale assumiamo un duplice chiaro riferimento: da un lato il principio che i parametri retributivi siano parte di una politica trasparente e perciò siano noti pubblicamente; dall’altro che venga, con gradualità ma con inizio immediato, stabilito un primo limite: ad esempio, che non possa essere superata la forbice di uno a venticinque.
Siamo certi che passo dopo passo, anno dopo anno, ci sarà tempo e soprattutto ci saranno condizioni di serenità per calibrare con il consenso sociale più ampio la misura equa, senza mai far pensare che puntiamo a logiche di egualitarismo puro e semplice. Sottolineo che anche questa è la Dottrina Sociale della Chiesa, prima di essere la linea programmatica della Democrazia Cristiana. Sottolineo che anche questo è il cammino che costruisce quella economia sociale e civile di mercato che, della suddetta dottrina, è parte centrale.
Sottolineo che stiamo parlando di reddito personale, non di reddito d’impresa, sul quale andranno invece considerate con intelligente accortezza le dimensioni legate alle esigenze di espansione e innovazione più proprie della impresa stessa, che del resto sono benedette per tutti: lavoratori ed azionisti, persone e comunità. In particolare attraverso una riduzione dell’attuale pressione tributaria per abbattere il cuneo fiscale e stimolare ricerca e investimenti.
La Democrazia Cristiana è comunque contraria, nello stesso tempo e per lo stesso spirito, anche a forme di garanzia del reddito che siano scisse da una corrispondente responsabilità di lavoro produttivo. Non cassa integrazione, dunque, e neanche gli istituti innovativi definiti in tal senso dalla recente "riforma Fornero", ma piuttosto lavori utili in logica sostanzialmente e modernamente keynesiana, intendendo per lavori utili gli investimenti in tutto ciò che possa essere bene comune effettivo.
Nulla dunque ha da vedere, tutto questo approccio, con forme di assistenzialismo, verso le quali nutriamo sostanziali dubbi tutte le volte che esse vogliano supplire a una politica di giusta reciprocità fra cittadino e comunità. La dignità del lavoro, espressione di una sostanziale parità nella cittadinanza responsabile, potrà in tal modo accompagnarsi anche con una sostanziale parità di condizione fiscale e previdenziale senza distinzioni fra categorie: come senza distinzioni ci pare debba essere, in linea di tendenza, il diritto ad accedere a tutto il campo del lavoro, compreso quello delle libere professioni, attraverso meccanismi semplificati e trasparenti rispetto a prassi ancora piuttosto chiuse e per alcuni aspetti vetuste.
Certo è comunque l’impresa che, per la consistenza oggettiva della sua dimensione produttrice di ricchezza complessiva, resta il soggetto centrale per la elaborazione di una attiva politica del lavoro. Inestimabile valore di una economia dinamica e progrediente, l’impresa deve essere, in questo senso, non solo protetta ma sostenuta e incentivata nel suo naturale impulso di sviluppo. Punto cardine di una tale politica ci sembra lo snellimento della burocrazia relativa alle autorizzazioni e ai controlli.
Se questo è il lato normativo-burocratico della vita d’impresa, sul versante economico ve n’è uno non meno pregnante: l’impresa si sostiene e cresce con il duplice strumento dell’autoinvestimento e del credito bancario, come è noto. Anche sulla politica creditizia finalizzata allo sviluppo d’impresa vi è un particolare elemento centrale nella cultura democratico-cristiana, che mentre non può, secondo noi, essere trascurato: è quello costituito dalla idea del risparmio collettivo (dei lavoratori ma anche degli utenti).
Come è evidente dalle riflessioni che stiamo dipanando, non possiamo nascondere il nostro interesse privilegiato per la diffusione di politiche favorevoli ai modelli di partecipazione dei lavoratori nell’impresa, conformemente alla costante tradizione, ancora una volta, della Dottrina Sociale della Chiesa, ma anche a tantissime esperienze consolidate nei paesi più avanzati d’Europa, e al dettato dell’articolo 46 della nostra Costituzione.
A tale riconoscimento del fattore lavoro fa riscontro il dovere ugualmente stringente del lavoratore, di adempiere con senso di responsabilità il proprio ruolo produttivo. Ed è evidente, in questo quadro, come anche l’esperienza sindacale costituisca un valore imprescindibile delle politiche del lavoro, quando naturalmente si tratti di sindacalismo libero e pluralistico, come quello realizzatosi tipicamente nella esperienza della Cisl italiana e ormai caratteristico di tutto il nostro sindacalismo confederale.
E’ questa dinamica che consente alla legge stessa di farsi carico con maggiore competenza di quella garanzia di reddito vitale di dignità per ogni cittadino e per ogni famiglia, che è da sempre nelle nostre aspirazioni. Non si tratta di una richiesta avulsa dalle condizioni concrete della ricchezza prodotta dal Paese: nessun paese può infatti distribuire più ricchezza di quella che produce. Si tratta invece di un’azione costantemente attenta a calibrare il triplice contestuale strumento della politica occupazionale, della forbice massima fra redditi di lavoro, della partecipazione dei lavoratori nell’impresa.
Vissuta con tale orizzonte, l’economia complessiva è veramente "amministrazione della casa comune" finalizzata al "bene comune": che del resto può assumere diversificate gerarchie in funzione della natura di ogni singolo bene e di ogni singola persona. Vi sono ad esempio dei beni la cui natura appare anche al buon senso come collettiva o pubblica e perciò dotata di una legittima aspettativa di fruizione sostanzialmente paritaria da parte dei cittadini: tali sono ad esempio l’acqua, l’ambiente, la sicurezza. Tali beni sono essenziali e primari per la qualità della vita e per essi la presenza della mano pubblica, sia essa quella dello Stato o quella degli enti intermedi, non può non essere diversa da quella riservata a tutti gli altri beni, lasciati all’autoregolazione semplice del mercato.
Questa parola, chiara e ferma, ci è doverosa per il ristabilimento di una visione che è stata resa ambigua e infine controproducente da una tendenza superficiale di questi lunghi venti anni e oltre, favorevole a una semplicistica linea di privatizzazioni, condotta con indiscriminatezza pari a quella che a suo tempo aveva presieduto agli eccessi opposti delle statalizzazioni, o regionalizzazioni, o municipalizzazioni.
Il concetto che dobbiamo piuttosto avere sempre presente è quello della distinzione chiara fra privatizzazione e liberalizzazione: quando si tratta di beni primari liberalizzare è tendenzialmente un bene, privatizzare è tendenzialmente un male. La liberalizzazione salvaguarda e stimola anche l’intervento privato, la semplice privatizzazione può tendere a generare monopoli a fini di lucro, tanto più negativi quanto più riguardino beni appunto essenziali e primari per la dignità della persona.

V - ISTITUZIONI: LO STATO SNELLO PER LA PARTECIPAZIONE SOCIALE
Nelle polemiche interminabili che hanno accompagnato questo tipo di dibattiti sull’assetto dell’economia nazionale negli anni a noi vicini, si è tornati anche a chiamare in causa, più latamente, una "pesantezza dello Stato" che non sarebbe in grado di gestire con efficacia altro ruolo che non sia quello di asettico controllore delle regole che pone, e in nulla o quasi nulla dovrebbe riguardarlo il merito della regolazione sociale.
Storicamente c’è stata, in effetti, in alcuni comparti del sistema economico italiano, una parte di pesantezza che non era ulteriormente tollerabile perché fonte di aggravio di costi e contemporaneamente di danno all’efficienza.
Oggi è però essenzialmente sul piano burocratico che il concetto di "Stato snello" compia passi coraggiosi. E’ infatti valutazione condivisa senza incertezze che il nostro apparato-Stato abbia raggiunto una dimensione elefantiaca fonte a un tempo di sprechi e di inefficienze in alcuni casi intollerabili.
La ragione profonda che presiede a queste considerazioni è semplicemente, ancora una volta, quella che concepisce lo Stato come la organizzazione con la missione di servire la persona e la comunità ai fini della loro crescente autorealizzazione (art. 2 della Costituzione). Ed è questa chiave interpretativa che illumina anche le politiche relative alle articolazioni intermedie non territoriali attraverso le quali si svolge la vita sociale. Per questo che la Dc tutela la costituzione e la partecipazione dei cittadini a forme associative e imprenditive nel campo del lavoro come nei campi della cultura, dei servizi, delle iniziative di cittadinanza, delle tutele dei diritti, e così via: con l’obiettivo di realizzare quel vivace reticolo di vita sociale che possa andare a coprire la più vasta area possibile della domanda di servizi avanzata dai cittadini in questi settori. È nella cultura personalistica e comunitaria, connaturata con la storia del nostro partito, l’incoraggiamento attivo di quel "terzo settore", che può costituire la grande "infrastruttura sociale" nella quale possono trovare risposta meno burocratica e più densa di motivazioni e calore umano le domande e i bisogni meno considerati e protetti dalle istituzioni.
Un approccio solidaristico che si esplicita anche in senso geopolitico, con l’Europa che resta un riferimento che ci aiuta a tenere largo ed aperto l’orizzonte, ed anche un forte laboratorio di buone pratiche. Un’Europa che oggi pone la necessità di un ritorno allo spirito dei suoi padri fondatori, affinché sia di nuovo, innanzitutto, un ideale di fraternità con l’economia che segue: questo pensavano infatti De Gasperi, Adenauer, Schumann, Monnet, Spaak e gli altri fondatori.
Un approccio globale e solidaristico l’Europa deve rivolgere anche verso il Mediterraneo. Il mare delle tre religioni monoteiste, civiltà antiche che, intersecandosi, e non ignorandosi, hanno dato al mondo gran parte della civiltà che oggi lo unisce. È presente in me la suggestione indimenticabile dei "Dialoghi dei Mediterraneo" nella Firenze, "nuova Gerusalemme", del Sindaco Santo, che chiamava il nostro mare Lago di Tiberiade.
Questo approccio globale e solidaristico va perseguito e testimoniato, infine, per la ricerca della pace e dell’unità di tutto il pianeta. Messaggio che da Isaia fino alla Pacem in Terris e alla Caritas in Veritate, il Popolo di Dio vive come il traguardo finale della settimana storica dell’uomo che segue la settimana biblica della Creazione.

VI – PASSATO, PRESENTE, FUTURO: IL POPOLARISMO CHE VIVE.
Le considerazioni svolte sollecitano la politica i partiti ad una tensione morale e culturale superiore a quella attuale, e che possa alimentare anche le loro modalità interne di organizzazione e di democrazia partecipativa.
Anche il problema del finanziamento dei partiti si pone ormai con evidente urgenza morale. Nacque nel cuore degli anni 1970 con l’obiettivo dichiarato di consentire ai partiti di "non essere costretti a farsi corrompere", come si disse allora. L’intenzione era buona ma l’esito non fu felice ed è venuto peggiorando nel tempo.
Non è forse saggio tornare al puro e semplice sistema di "nessun finanziamento"; lo dico chiaramente "non vogliamo i soldi dello Stato". Noi preferiamo un sistema che, escludendo qualsiasi esborso di denaro pubblico, assicuri una normativa semplice, trasparente e facilitata, attraverso la quale ogni cittadino possa liberamente partecipare al finanziamento del partito nel cui programma si riconosce. A tal riguardo mi sembra del tutto condivisibile la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal professor Pellegrino Capaldo.
A fronte dei molti profeti che frettolosamente diagnosticano la fine del partito politico, a me sembra che esso rimanga lo strumento meno imperfetto, lì’unico ancora in grado di consentire l’esercizio della moderna democrazia rappresentativa.
Non va confuso il partito ideologico che guidava le masse della società industriale, con le nuove forme partito capaci di interpretare e dare rappresentanza alla società post-moderna nel mondo delle tecnologie informatiche fattosi uno.
Nessuno di noi pensa di rifare quella Democrazia Cristiana, quelle sezioni, quei comitati, quelle commissioni, quella pletora organizzativa.
La prima delle nostre scommesse è costruire un partito nuovo adeguato alla società del ventunesimo secolo.
Mi sembra che la evoluzione da mettere in campo abbia, tra le altre, le seguenti caratteristiche:

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- a. Un forte snellimento statutario, che infonda trasparenza ed efficacia all’esperienza associativa democratica dei soci, accorciando vertiginosamente la distanza tradizionale fra vertice e base.
- b. Una quota maggiore di "democrazia diretta", nel senso di un incremento di peso decisionale degli iscritti, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie telematiche nel determinare la scelta dei singoli dirigenti del partito a tutti i livelli.
- c. Una mediazione ricca fra il valore fondante della sovranità associativa e la necessità di un coinvolgimento più pregnante dei mondi esterni che si riconoscono nella visione e negli ideali democratico-cristiani. Più peso agli iscritti e più peso ai simpatizzanti, insomma.
d. Una grande rigorosità nell’applicazione della certezza giuridica interna, con una magistratura di garanzia a sua volta semplificata e velocizzata.
- e. Un’attività di formazione permanente per tutti i livelli del partito: siamo anzi, su questo tema, a buon punto nella formulazione preparatoria di ipotesi che tengono conto delle esperienze migliori maturate in questi venti anni nel mondo della formazione politica e sociale.
- f. Infine, una diffusione capillare, sul territorio, di una rete di Circoli Culturali di Iniziativa Politica: non come luoghi di tessere da contare, ma come luoghi di aperta elaborazione, di formazione, di competenze e proposte e impegno sui problemi del territorio.
- g. Riteniamo utile affiancare al partito una fondazione col compito di approfondita e elaborata ricerca sui temi programmatici e sulle strategie della missione del partito

CONCLUSIONI
Cari amici, questo è, oggi, il mio contributo che, attraverso il dibattito di questi due giorni e dei giorni che seguiranno, è aperto ad ogni positiva integrazione, correzione, arricchimento.
Noi siamo qui con il proposito di realizzare insieme il passaggio da una storia antica ricca di successi ma anche dolorosamente responsabile di errori, verso un futuro che deve essere altrettanto ricco di successi e meno esposto agli errori. Mi permetto di aggiungere che rappresento una generazione il cui compito precipuo è, oggi, quello di fornire buon esempio e buoni consigli, trasmettere esperienza sana e forte, per far avanzare sul proscenio delle responsabilità sociali, compresa la guida del partito, le generazioni nuove.
Non è questione di anagrafe: vecchi e giovani hanno dato in tempi e modi diversi esempi eroici ed esempi deleteri. E’ invece questione di anima e di effettiva pratica della democrazia interna. E’ questa che provvede all’immancabile ricambio fisiologico della classe dirigente. Una sola condizione occorre, che non sempre abbiamo onorato in passato: una democrazia interna che vorrei definire, fanciullescamente, semplice e rocciosa per la sua credibilità. Insieme all’impegno quotidiano della nostra formazione permanente.
Nessuno deve mai violare la santità delle urne nelle quali i nostri iscritti sono chiamati a scegliere in coscienza le persone cui affidare la guida del cammino. Con semplicità e sapienza. Non abbiamo bisogno di altro. Forse, in questo momento, il Paese non ha bisogno di altro."

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Il PAPA , i "CATTOLICI IN POLITICA" e  il "dono dello SPIRITO SANTO"

"SERVE  UN PARTITO SOLO DEI CATTOLICI ? " -  "UN CATTOLICO DEVE FARE POLITICA ?"

- La Domanda di un giovane al papa: "Siamo impegnati nel volontariato, nell’associazionismo e nella politica. Come mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale?

- La Risposta del papa: a) "La Chiesa ... riceve il dono dello Spirito Santo... .Non è un partito politico";
     b) "Si sente: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico !”. "Quella non è la strada". Un partito solo dei cattolici non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato;
    b) "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve !" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!" ;
   c)  "Paolo VI ... ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune".

LUCIANI: " Per un laico cattolico, quanto e' vincolante il parere del papa, in materia temporale ?
e quale è la differenza tra il fare politica "senza un partito" e il fare politica "con un partito" ?
Queste domande aggiuntive sono su un piano diverso da quella se "serve
un partito SOLO DEI CATTOLICI ", che è un concetto contraddittorio.

RIPORTATO DA L’AVVENIRE, 1 MAGGIO 2015 (Stralcio)

Un incontro tra amici. Con un dialogo appassionato, con domande e risposte a 360 gradi. È quello che si è tenuto oggi (30.4.2015), in Aula Paolo VI, tra Papa Francesco e i membri della Comunità di vita cristiana (CVX) - Lega Missionaria Studenti d’Italia. Circa 5.000 persone. Di seguito le domande di alcuni partecipanti e le risposte a braccio del Papa. In fondo il testo del discorso scritto che Francesco però non ha letto.
::::::
Gianni: Santo Padre, io sono Gianni, vengono dalla CVX dell'Aquila. Siamo impegnati da oltre 30 anni nel volontariato, nell'associazionismo e nella politica. Allora, nel nostro impegno nella vita sociale vorremmo che ognuno - specialmente chi è più giovane tra noi - comprenda che oltre al bene privato, troppo spesso prevalente, esiste un interesse generale che appartiene alla comunità intera.
   Santo Padre, quale discernimento può venirci dalla spiritualità ignaziana per aiutarci a mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale? Grazie.

Papa Francesco: Credo che questa domanda che tu hai fatto la risponderebbe molto meglio di me padre Bartolomeo Sorge - non so se è qui: no, non l'ho visto … Lui è stato uno bravo, eh? Lui è un gesuita che ha aperto la strada in questo campo della politica. Ma, si sente: "Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!": quella non è la strada.

La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. "No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici": non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. "Ma, un cattolico può fare politica?" - "Deve!" - "Ma un cattolico può immischiarsi in politica?" - "Deve!".

Il Beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. "Ma, Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto … e alla fine tu non puoi andare avanti …": cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po' martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa.

Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Ma, nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche, che hanno aiutato alla pace nei Paesi. Ma pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra - alcuni: pensate a De Gasperi; pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione … Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominare più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune.

Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell'ideale, tutti i giorni, con quell'ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. "No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare" - "Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!". Ma fare, fare … E proprio lottare per una società più giusta e solidale.

Qual è la soluzione che oggi ci offre, questo mondo globalizzato, per la politica? Semplice: al centro, il denaro. Non l'uomo e la donna: no. Il denaro. Il dio denaro. Questo al centro. Poi, tutti al servizio del dio denaro. Ma per questo, quello che non serve al dio denaro si scarta. E quello che ci offre oggi il mondo globalizzato è la cultura dello scarto: quello che non serve, si scarta.

Si scartano i bambini perché non si fanno bambini o perché si uccidono i bambini prima di nascere; si scartano gli anziani, perché … ma, gli anziani non servono: ma adesso che manca il lavoro vanno a trovare i nonni perché la pensione ci aiuti, no? Ma servono congiunturalmente, no? Ma si scartano, si abbandonano gli anziani. E adesso, il lavoro si deve diminuire perché il dio denaro non può fare tutto, e si scartano i giovani: qui, in Italia, giovani dai 25 anni in giù - non voglio sbagliare, correggimi, eh? - il 40-41% è senza lavoro. Si scarta … Ma questo è il cammino della distruzione.

Io cattolico guardo dal balcone? Non si può guardare dal balcone! Immischiati lì! Dà il meglio: se il Signore ti chiama a quella vocazione, va lì, fai politica: ti farà soffrire, forse ti farà peccare, ma il Signore è con te. Chiedi perdono e vai avanti. Ma non lasciamo che questa cultura dello scarto ci scarti tutti! Anche scarta il Creato, ché il Creato ogni giorno viene distrutto di più. Non dimenticare quello del Beato Paolo VI: la politica è una delle forme più alte della carità. …

NINO LUCIANI, Caro papa, penso addirittura che un partito "solo dei cattolici" sia contraddittorio sul piano logico. Al tempo stesso, rivendico una autonomia dei laici cristiani in politica, ma secondo le regole della scienza politica ...

1.- Premessa. In premessa al mio commento, ricordo che nella visione cristiana della vita (e non solo cristiana), l'uomo è una "unità" di spirito e di corpo, creata da Dio, Padre comune di tutti gli uomini e di tutti gli altri esseri viventi. Il laico cristiano si ispira ai valori spirituali e materiali, meritevoli presso il Creatore.
   In questa visione divengono priorità la comunione con il Creatore e la carità verso il prossimo; ed e' normale che gli individui che sono "primi nella scala sociale" storicamente esistente, possano essere, invece ultimi nella "scala sociale cristiana".
   Rientra nelle priorità il contributo alla "creazione" e al suo miglioramento mediante la ricerca scientifica e l'applicazione dei relativi risultati alle condizioni di vita dell'uomo e alla organizzazione della società civile.
   In una determinata "associazione" con obiettivi ordinati rispetto al Creatore, possono ben coesistere cristiani di diverso orientamento politico-economico-sociale, perché la relativa problematica esula da quella associazione.
  Un partito e', invece, una associazione con obiettivi pubblici ordinati rispetto alla società civile, circa la sua organizzazione, le priorità dei bisogni materiali, determinati diritti (ad. es., diritto di proprietà privata, diritto del lavoro, diritto di impresa, determinate alleanze militari sul piano internazionale... ).
   In questo senso ha ben ragione il papa quando non vede bene un partito "solo di cattolici", perche' essi non potrebbero convivere per obiettivi politici non condivisi. Esso, al più, sarebbe una "associazione confessionale" (con i voti di chi ?), per prendere ordini dal papa, ma che neppure il papa vuole.

2.- Ma il papa dice anche che il laico cattolico "deve" fare politica". Il problema che si pone, subito di seguito, è se un laico cattolico "debba" fare politica senza un partito o dentro un partito (sia pure non di soli cattolici).
  a) Senza un partito ? La Costituzione italiana definisce i partiti come strumenti "per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Il presupposto è che in democrazia le decisioni si prendono contandosi, e si prende la decisione che ha la maggioranza assoluta dei voti. E chi pretendesse che sia presa la decisione dei votanti in minoranza sarebbe un rivoluzionario, pur se avesse le idee migliori in assoluto. Ma il caso del papa non è questo (salvo in casi molto speciali).
    Ne deriva che un laico cattolico che pensasse di fare politica senza un partito sarebbe destinato ad essere una "vox clamans in deserto", senza risultati immediati.  Questa non è la strada per fare politica.
   d) Dentro un partito ? Un partito è necessario fare politica che prende decisione, ma va tenuto conto che l'agire frazionatamente in più partiti, pur avendo le stesse idee politiche, è come agire senza un partito.
   Nella storia del progresso scientifico-filosofico è notoria la distinzione (di Carlo Marx) tra il "socialismo utopistico" e "socialismo scientifico". Il primo è proprio dei movimenti che chiedono le riforme sociali in modo spontaneo e individuale, ma che non vanno oltre il ruolo di "vox clamans in deserto". Questo è il caso dei cattolici che operano senza un partito o frazionati tra più partiti pur avendo le stesse idee politiche.
    Il secondo è proprio dei movimenti che coalizzano i richiedenti in modo da sostenere validamente le riforme con una sola voce; e anche di quelli che sono frazionati tra più partiti.
   c) Quanto grande dovrà essere un partito di laici cattolici per poter fare proposte comuni con valore politico ? Non c'è una risposta univoca. Direi però che il criterio sia di realizzare la maggiore unità possibile su obiettivi politici comuni di cattolici e non cattolici, ben altro che un partito monopolizzante "solo dei cattolici".

3.- Dovremo riorganizzare la DC ? La DC fu un partito di cattolici e laici importante per la rinascita economica dell'Italia, dopo il fascismo, e che fu unito finchè ebbe un medesimo programma, di tipo centrista, aperto al sociale; e che si divise quando ebbe due programmi: uno liberale e uno socialista (tale è il senso del lacerante dualismo interno a favore o contro il cosiddetto "compromesso storico con il PCI).
   Quale DC in futuro ? Oggi si pensa ad una DC con un rinnovato codice etico, e che includa i punti in comune con i "non cristiani" (come l'inclusione dei valori liberali propri del sistema politico fondato sulla alternanza tra i grandi partiti (si vegga in USA, in Francia…), e ancorato ai grandi ideali universali delle Nazioni Unite (ONU), in continuità nella storia d'Italia, nel parlamento italiano.
    Nella settimana sociale dei cattolici di Bologna (2004), Tettamanzi (cardinale di Milano) appellò al ritorno dei cattolici in politica, ma non nella forma della DC, quale partito unico dei cattolici. E, successivamente, fu echeggiata via via la formula di Ruini (cardinale, segretario di Stato Vaticano) in favore di apporti personali, dentro molteplici partiti (di ogni tipo), in cui un cattolico si trovasse a militare.
   Oggi diviene inopportuno, da parte dei laici, persistere nel silenzio solo per motivi di rispetto al papa, e si faccia chiarezza.
    Questa esigenza è resa stringente da una sentenza della Corte di Cassazione (dic. 2010) che ha dichiarato che la DC non è stata mai sciolta, perchè l'organo che la dichiarò sciolta non aveva il potere di farlo, e consente ancora a un gruppo di volenterosi di cercare di ottenere dalla magistratura la riorganizzazione della DC.

4.- Sui poteri della gerarchia in materia temporale. Qui il primo punto è mettere la carte in tavola sulla autorevolezza riispettiva dei laici e del papa in materia temporale (anche perché il papa ha evocato il "dono dello Spirito Santo..." alla Chiesa).
   Secondo  il gesuita Padre Diez Alegria (che ho avuto come professore, a suo tempo, alla Pontificia Università Gregoriana), si deve distinguere:
  a) un magistero infallibile del papa, in speciali materie di fede;
  b) un magistero praticamente infallibile dei vescovi, come collegio, in materia di fede;
  c) un magistero ordinario non infallibile in materia sociale (p. 6). Secondo l'illustre gesuita, "fra un fedele e un non credente nel campo temporale non c'è una differenza essenziale"... "la gerarchia non ha nessun potere diretto o indiretto (inteso come l'intendevano i teologi del secolo VI) in materia temporale, ma ha come unico compito l'insegnamento autorevole della legge naturale" (p. 12).
   Io ritengo libera la espressione del papa in generale. Ho un dubbio circa il fondamento del suo collegamento esclusivo allo Spirito Santo, in materia temporale. I laici non hanno lo stesso dono (sia pure solo in campo temporale) ?
  Voglio, infine, rammaricare che la CEI-Conferenza Episcopale Italiana sia spesso costretta a sostituire i laici, finendo per svolgere un ruolo improprio per mancanza di competenze.  NINO LUCIANI

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A Palermo, ARS - Assemblea Regionale Siciliana

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Ernesto d'Albergo


Per l'onore della Scienza delle Finanze italiana nel mondo

e per l'onore della Sicilia.

CONVEGNO IN RICORDO E PRESENTAZIONE
di ERNESTO d'ALBERGO ALLA SICILIA,
NELLE PERSONE DEI SUOI  DEPUTATI REGIONALI
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A PALERMO,  PALAZZO REALE
IL 31 OTTOBRE 2014, ORE 10,30  NELLA SALA GIALLA

In occasione della pubblicazione dell'opera magna, in inglese e in italiano
nella biblioteca digitale dell'Università di Bologna.
Clicca su:
http--amsacta.unibo.it-2571-

BREVE PRESENTAZIONE

Nota biografica
a cura della figlia NELLA.

   Nacque nel 1902 a Noto (Siracusa) da nobile famiglia siciliana.
   Fu legatissimo al padre N. H. Salvatore d'Albergo della Cimarra, illustre avvocato; ed alla madre Nella Scirpa d'Agata.

  Morì a Roma nel 1974. Giace a Noto (Siracusa) nella tomba di famiglia.

   Studiò alla Bocconi dove si laureò nel 1924.
   Dopo un periodo di prova negli uffici amministrativi della Banca Nazionale di Credito, viste le attitudini, ebbe la nomina di responsabile dell'Ufficio Studi della Direzione Centrale della stessa Banca.
    Successivamente, passato alla carriera universitaria, fu per vari decenni Consulente Economico della Sede Centrale del Credito Italiano.

  Nel 1930 conseguì la Libera Docenza e fu Professore Incaricato per la sua disciplina, nella parte concernente la finanza locale, all'Universìtà del Sacro Cuore ed all'Università Statale di Milano.
   Fu professore ordinario di scienza delle finanze a Ferrara, Siena, Trieste, Venezia (Cà Foscari), a Bologna, infine a Roma "La Sapienza".
  A Bologna (1941-55) fu Preside della Facoltà di Economia e Commercio dal 1947

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al 1952. In quel periodo, essendo andata.  distrutta nel corso della guerra la vecchia sede universitaria, egli fece realizzare la nuova sede secondo moderni concettì architettonici e urbanistici, sia pur con qualche riserva quanto al rispetto della tradizionale architettura bolognese.  Nel 1956 ebbe la Cattedra di Scienza delle Finanze alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Universìtà "La Sapienza" di Roma, ottenendo con soddisfazione, dal governo italiano, la separazione della Scienza delle Finanze dal Diritto Finanziario.
   Insegnò a Roma fino al collocamento fuori ruolo.
   Aveva fatto 171 pubblicazioni.

   Dal 1945 e fino alla sua scomparsa, diresse la Rivista Bancaria-Minerva Bancaria.
   Fu presidente dell'Associazíone Nazionale Tributaristi Italiani dal 1952 fino alla sua fine.
   Ebbe per quasi un decennio la Presidenza della Confederazione della Proprietà Edilizia negli anni Cinquanta.
   Nel dopoguerra fu eletto Consigliere Comunale a Milano.
  Nel 1963 fu riconosciuto "Benemerito delle Pubbliche Finanze" dal Presidente della Repubblica G. Saragat e, su proposta del Ministro delle Finanze R. Tremelloni, gli fu conferita la medaglia d'oro.
  Fu insignito del titolo di Cavaliere dell'ordine del Santo Sepolcro, per richiami

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pertinenti del Vangelo nella scienza delle finanze, per il riparto delle imposte.
 
  Vinse il Premio Cremisini e nel 1972 l'Accademia Nazionale dei Lincei gli attribuì il Premio della Fondazione Francesco Saverio Nitti per aver sviluppato per oltre un quarantennio attività di studio e d'insegnamento nelle discipline fìnanziarie, con particolare riguardo alla sfera pubblica.
.Ernesto d'Albergo amò sempre la Sicilia, anche se non furono frequenti i suoi rientri alla terra d'origine.
   Fu legato alla famiglia e alle sue radici familiari, e aveva in animo di scrivere la storia della sua casata, eccelsa nelle Lettere e nel Diritto.
   Rimarchevole un antenato, il Marchese Corradino d'Albergo, patriota e poeta, che nel primo Ottocento organizzò insieme alla moglie Sofia, dì origine Sassone, salotti letterari a Palermo.  Lo stesso Corradino d'Albergo si stabilì nel 1852 a Firenze dove fu Presidente dell'Accademia Pontaniana e dove, dopo la morte, fu sepolto alla Certosa. Ernesto d'Albergo amò profondamente la Toscana che scelse come sua sede di vacanza e di lavoro costruendovi un villino sulle colline della campagna fra Lucca e Pisa, dove amava passare numerosi giorni dell'anno.
    E.d'A. ebbe come allievi Guglielmo Gola, Nino Luciani, Vincenzo Russo, Gaetana Trupiano, Caterina La Mesa, Maria Clara Sellari, Marina Ricciardelli.

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EDIZIONI PRECEDENTI

In margine alle elezioni europee

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Alberto Alessi



Alberto Alessi, Cronaca di una elezione

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

La campagna elettorale europea si è chiusa. ma rimane l'amaro in bocca perchè mai campagna elettorale è stata di così basso tono e di toni. L'errore di tanti leaders è stato quello di volere imitare, in parte, Grillo, ammansatore non compassionevole di altrui ambizioni e cielo negativo, agitatore non di idee ma di provocazioni, a volte incivili e volgarissime. Bisognerebbe ragionevolmente che i morti seppelliscano i morti e, probabilmente "oportet ut scandala eveniant" (e cioè che i partiti democratici abbiano una scossa fortissima), poichè Grillo, sovrano sine pietate di 5 Stelle, tutto vuole distruggere e spesso nelle sue elucubrazioni, mirabilmente gridate, pettina l'aria, cosa che piace a tanti elettori delusi, arrabbiati che si aggrappano anche alle ortiche per disperazione e per rivalsa. La verità è che la distruzione di grandi partiti in Italia, è stata e rimane una grande tragedia nazionale, perché è rimasto un vuoto incolmabile di idee, programmi e uomini e

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soprattutto la ipoteca positiva ideologica, che legava eletto ed elettore, partiti e aderenti, è stata archiviata.
Oggi la ipoteca ideologica di gran parte dei partiti è di non avere ideologia e di non avere più ideali e valori e chi li attua. Meno male che ci sono i corsi e ricorsi storici (di Giambattista Vico) e che la speranza è più forte, a volte, anche più dell'amore e di altri sentimenti meno lodevoli. Ed è appunto la speranza che ha indotto gli elettori a dare largo consenso al PD di Renzi. I Cinque Stelle tornano ad essere cinque stelline ed è stata punita l'arroganza spocchiosa di Grillo, che riempie le piazze perché lo spettacolo, quello satirico e ludico, piace agli italiani, ma piacciono molto meno le sue minacce turbinanti. Ma anche il Centro Destra ha bisogno di una pausa, possibilmente non lunga, di riflessione soprattutto il Nuovo Centro Destra, recepito dagli elettori come formazione nata vecchia e a torto o a ragione forza "utilizzatrice di ultima istanza" del potere, per allargare il proprio

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consenso e non del consenso per amministrare il potere.
Gli Europei ed i loro governanti sono responsabili del loro destino, se in Europa non ci sarà un nuovo Rinascimento, sulla Europa non nascerà una nuova alba, ma un laconico tramonto. Alcuni successi dei partiti e movimenti di ispirazione radicale, antieuropei, antieuro, di estrema destra o sinistra in qualche nazione, sono un segnale forte non solo di disagio sociale, ma sono la piattaforma solida di una forte convinzione ideologica e cioè la certezza che il sistema Europa risente degli acciacchi della vecchiaia. Al PPE ed al PSE, ed alle formazioni partitiche di solide radici democratiche, ma di minore rappresentanza, alle loro classi dirigenti, si presenta l'arduo compito di rivisitare le norme e il programma per costruire un Europa "umana e metafisica" dove l'uomo ritorni a essere al centro dell'interesse e delle iniziative legislative, economiche, culturali e sociali, insomma un Europa nuova per un uomo nuovo.

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EDIZIONI PRECEDENTI


Tra RENZI e GRILLO
chi sarà il vincitore ?

Vinti e vincitori

  Se RENZI  e GRILLO  fossero cavalieri del "tempo che fu", si sfiderebbero con le spade sguainate, sino all'ultimo respiro. Renzi definisce Grillo una specie di profeta delle sventure che tutto distrugge e nulla edifica, e cioè uccide la speranza del futuro !

  Grillo definisce Renzi l' "ebetino" e cioè un leader che ha dei limiti caratteriali, e di comprensione e di apprendimento ?

   A me pare che Renzi dia un giudizio politico su Grillo e non approfondisce i dati caratteriali e fisici e intellettuali di Grillo: li ignora. Grillo, invece, vuole colpire il suo interlocutore cercando di ferirlo mortalmente al cuore, ritenendolo limitato



ed inadatto al delicato compito al quale Renzi è chiamato: Presidente del Consiglio.

   Dal punto di vista della correttezza "istituzionale" dibattimentale, Renzi è obitettivamente più corretto do Grillo. Parliamo naturalmente della forma ed anche della sostanza della nota controversia. Grillo vuole catturare l'attenzione dell'interlocutore elettore con la battiìutaccia , con lo scherno, con il paradosso, con l'insulto verso gli avversari politici, volendo intenzionalmente risvegliare in loro i sentimenti più forti, compreso l'odio, il disprezzo, il dispetti avverso coloro che, secondo il vangelo grillino hanno rovinato e depauperato il


nostro Paese, cioè quasi tutti gli altri attori politici.

   Renzi, invece, vuole sorvegliare sentimenti buonisti e in primis la speranza, poi la fede, la certezza che l'operato del suo governo è l'anticamera di un nuovo Rinascimento del nostro Paese, anche se a volte "spes contra spem".

  Oggi, questa è la trama del nuovo dramma o commedia, che viene rappresentata nel palcoscenico del teatro della politica italiana. Ogni altro attore, se pure credibile, viene oscurato dalla azione dei due protagonisti armati, sino ai denti.

  Vedremo chi cadrà per primo.

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.CRUI - CONFERENZA DEI RETTORI

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Paleari Stefano
Presidente CRUI


DICIOTTO  PROPOSTE  PER  UNA  NUOVA   UNIVERSITÀ.
(Per l'originale, clicca: CRUI )

Sommario degli argomenti:

Autonomia. Competitività. Finanziamento. Semplificazione.

Nota. E' nostro dovere convergere per gli obiettivi dei Rettori, e quindi girare in originale i documenti della CRUI.
  Forse è anche nostro dovere segnalare alla CRUI che occorre superare il pietismo verso il Miur, circa i finanzianenti statali, in quanto la modalità del finanziamento   determina la sostanza del potere decisionale, ma al tempo stesso non si pretendere che il finanziatore pubblico paghi, senza seguire la destinazione del proprio denaro
  Tuttavia, se è vero che, per Costituzione (art.33 ), " le università hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi", l'autonomia non può essere solo organizzativa, ma deve potere svolgersi anche su altri aspetti: in primisi, dotarsi di entrate proprie.
   Il "darsi entrate proprie" non significa solo un modo di rapportarsi con privati, ma anche con lo Stato. E siccome c'è già una legge (la legge 240/2010) che adeguatamente interpretata, potrebbe aprire la via e che invece, se non adeguatamente interpretata, è destinata al cestino.
  Precisamente la seguente interpretazione, pur logica, rischia l'assurdità: "lo Stato finanzia le università in base al costo standard per studente, come calcolato dallo Stato". Il Miur è un vecchio scarpone, e se facesse questo calcolo rovinerebbe del tutto le università.
   Propongo la seguente interpretazione: "Ogni università calcola il proprio costo standard per studente" (come farebbe qualunque scuola privata).
   A quel punto, lo Stato (se vuole inviare studenti) paga la retta o quota della retta, in base a trattativa tra CRUI e Miur. E' implicito che lo Stato sia tenuto ad assumere le proprie responsabilità politiche verso i cittadini e quindi non arretri rispetto al FFO attuale, soprattutto in una fase iniziale, come quella odierna,  in cui paga in termini reali la metà di quanto pagava nel 2001 (prima dell'Euro).
    In questo schema, rimane scoperto il problema degli studenti bisognosi e meritevoli (art. 34 Costituzione).
  Questo è un  problema dello Stato, non delle università. Ma va da che questo aspetto non ne fa parte. In questo senso, il rapporto ipotizzato bilaterale, solo per semplificazione, dovrà essere allargati agli studenti.

CRUI- Conferenza dei Rettori, Verso una nuova Università
Autonomia. Competitività. Finanziamento. Semplificazione. Le 18 proposte della CRUI

Premessa
Il Legislatore e i Ministeri competenti hanno introdotto negli ultimi anni molte norme che, con l’obiettivo di rendere operativa la legge di Riforma 240/2010 e contestualmente di gestire la riduzione dei finanziamenti, hanno finito per ledere pesantemente l’autonomia costituzionalmente sancita delle Università da ogni punto di vista: nel reclutamento, nell’offerta formativa, nella gestione dell’attività di ricerca, nella capacità degli Atenei di rispondere alla sfida delle competitività a livello internazionale. Ciò, indipendentemente dalle condizioni specifiche di contesto e di bilancio delle singole Università.

L’accresciuta competizione nell’Higher Education, in particolare a livello internazionale, la maggiore mobilità degli studenti, la necessità di rendere l’Europa sempre più un’area di libera circolazione per i giovani e per i ricercatori confliggono con gli attuali assetti della nostra Università e le rendono assai difficile competere, gravata com’è da vincoli crescenti e risorse decrescenti.

L’anno che sta per iniziare si delinea per l’Italia ancora come difficile sotto il profilo economico e sociale. Il nostro Paese non può più trascurare le sue Università, proprio nel momento di avvio del programma Horizon 2020 e alla vigilia del rinnovo del Parlamento europeo che precede il semestre di Presidenza italiana.

I sistemi di conoscenza, di cui le Università rappresentano una parte importante, sono essenziali per il rilancio economico, per la creazione di uno spazio europeo della ricerca e per dare una prospettiva ai giovani. Nessun aggiustamento contabile e nessuna legge elettorale possono supplire alla mancanza di una politica verso i giovani e verso i sistemi educativi.

La Conferenza dei Rettori delle Università Italiane intende al riguardo svolgere un ruolo propositivo, affinché tanto il Parlamento quanto i Ministeri competenti possano considerare nuovi interventi capaci di ridare competitività al sistema in un quadro di sostenibilità. Le proposte che seguono, molte a costo zero e le altre a finanziamento vincolato, riguardano quattro aree che riteniamo strategiche a tal fine: autonomia, competitività, finanziamento e semplificazione.

Alcune prime proposte concrete della Conferenza dei Rettori delle Università italiane

Autonomia
1) Promuovere l’autonomia responsabile, da intendersi come maggiore flessibilità anche in relazione a condizioni di sostenibilità economico finanziaria degli Atenei, sia assolute che relative, in relazione ai miglioramenti effettuati. Nello specifico:

a. Nelle politiche di reclutamento: i vincoli alla composizione del corpo docente devono limitarsi al rapporto tra professori e ricercatori, questo al fine di garantire ai giovani un accesso al sistema;

b. Nelle modalità di spesa: i vincoli ai vari capitoli di spesa non hanno ragion d’essere per gli Atenei che devono competere a livello internazionale e hanno come unico effetto quello di impedire ogni progettualità e di limitare l’attività di promozione delle Università.

2) Promuovere la circolazione dei docenti e dei ricercatori all’interno dei diversi Atenei nazionali mediante mobilità temporanea degli stessi anche finalizzata alla realizzazione di progetti congiunti in campo didattico; si chiede una sorta di “portabilità” che renda le previsioni della legge 240/2010 (art. 6, c. 11, art. 7, c. 3 e c. 5) davvero capaci di incentivare la collaborazione fra Atenei, di sopperire a carenze contestuali e ad esuberi in alcune aree disciplinari, di motivare i docenti e i ricercatori

3) Possibilità di reclutare per un periodo limitato e con logiche flessibili ricercatori e professori stranieri, per lo scambio temporaneo di docenti e relativo inserimento nell'organico ai fini della sostenibilità dell’offerta formativa e dell’accreditamento (Ava)

Competitività

1) Ringiovanire il corpo docente e ricercatore, la cui età media è oggi cresciuta a 51 anni (per i ricercatori 45 anni!) mediante un piano quinquennale per i giovani ricercatori che preveda l’ingresso di 2.000 ricercatori ogni anno, selezionati secondo le migliori pratiche internazionali. Si propone quindi un “Piano Giovani Talenti” mirato a offrire un posto di ricercatore a tempo determinato ai “migliori dottori di ricerca” stabiliti ogni anno da apposito concorso nazionale. Tale piano può essere cofinanziato dalle Università o da risorse esterne al momento delle relative chiamate e sempre su fondi certi.

2) Premiare i giovani laureati favorendo il loro inserimento professionale prevedendo un credito di imposta da utilizzare all’inizio della carriera lavorativa e per un certo numero di anni al fine di ridurre il relativo cuneo fiscale.

3) Prevedere il riconoscimento del titolo di Dottore di ricerca all’interno della pubblica amministrazione e promuovere la sua valorizzazione nelle imprese.

4) Redigere uno schema tipo di “double Appointment” finalizzato a regolare le possibilità di collaborazione per attività scientifica e didattica con Atenei stranieri e che comportano il coinvolgimento di personale docente e ricercatore delle Università italiane.

5) Incentivare i giovani studiosi che svolgono attività di ricerca nel nostro Paese, dotati di PhD e che vengono assunti da Università, Centri di Ricerca, Imprese, mediante l’approvazione di una legge simile a quella olandese in materia di “High skills workers” (The Dutch 30% Ruling for Expats) che riduce per un periodo di tempo il relativo cuneo fiscale.

Finanziamento

1) Rendere effettivo il diritto allo studio per tutti gli studenti meritevoli e privi di mezzi. Il Paese corre il rischio di una desertificazione dei processi di formazione quando, invece, il suo rilancio si fonda proprio su di essi

2) Interrompere la caduta del fondo di finanziamento ordinario (FFO), riportarlo nel triennio 2015-2017 di nuovo sui valori del 2009 e renderlo noto entro il primo trimestre di ogni anno

3) Fare in modo che la parte premiale del fondo di finanziamento ordinario sia incrementale, di premio effettivo per gli Atenei meritevoli. Non è accettabile che “chi va bene subisce meno tagli”.

4) Pervenire a logiche stabili di finanziamento mediante l’adozione di un nuovo modello

5) Far ripartire l’edilizia universitaria, azzerata dal 2001, insieme a un forte snellimento delle procedure per la realizzazione, la riqualificazione e la messa in sicurezza degli edifici prevedendo un piano straordinario per i prossimi 5 anni

6) Attivare canali di finanziamento che si nutrano della detraibilità delle rette universitarie in un quadro che tenga conto delle diverse condizioni di contesto territoriali

Semplificazione normativa e gestionale

1) Elaborare Linee Guida condivise e omogenee per l'applicazione della contabilità economico patrimoniale al fine di rendere chiari e confrontabili i bilanci degli Atenei fino a una loro certificazione

2) Semplificare drasticamente gli adempimenti relativi alle procedure concorsuali e alle prossime, nuove tornate di abilitazione scientifica nazionale

3) Semplificare le procedure relative all'approvvigionamento di beni e servizi specialistici per attività di ricerca (ad esempio, anche rilassando il ricorso al controllo preventivo della Corte dei Conti) e al ricorso di contratti  di collaborazione per i progetti di ricerca, anche con l'inclusione di altre tipologie (ad esempio, contratti di somministrazione lavoro) e la soluzione di alcune problematiche (ad esempio, assistenza sanitaria per assegnisti di ricerca e assimilati), mutuando in ciò le esperienze positive di altri Paesi

4) Condividere un quadro regolatorio nuovo e chiaro per gli Atenei con corsi di Medicina sgravando le Università di oneri impropri.

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EDIZIONI PRECEDENTI

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Ateneo di Bologna:  Linee Guida per la didattica e le relative retribuzioni

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SENATO Accademico TORNA SULLE LINEE GUIDA PER LA
PROGRAMMAZIONE  DIDATTICA E LE  RETRIBUZIONE DEI DOCENTI

Nello specifico interviene sui potenziali conflitti di interesse
tra l'Ateneo e le imprese create da docenti al suo interno  (SPIN OFF)

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LINEE D’INDIRIZZO PER LA PROGRAMMAZIONE DIDATTICA DELL’ANNO ACCADEMICO 2014/2015
SOMMARIO

1. COMPITO DIDATTICO
a) Definizione dei compiti didattici dei docenti
b) Definizione dei compiti didattici dei ricercatori
c) Compiti didattici degli assegnisti di ricerca
d) Compiti didattici del personale tecnico-amministrativo
e) definizione di "attività didattica frontale", "attività equivalente alla didattica frontale" e "attività
didattica integrativa"
f) Modalità di assolvimento dei compiti didattici frontali dei docenti di ruolo
g) Il ruolo dei Direttori di dipartimento e dei Presidenti e Vicepresidenti della scuola

2. IL PROCESSO DELLA PROGRAMMAZIONE DIDATTICA
Attori coinvolti e rispettive competenze
Fasi della programmazione
Prima fase
Seconda fase
Terza fase.
3. RETRIBUZIONE DEGLI AFFIDAMENTI DIDATTICI
- "professori a tempo pieno
- "professori a tempo definito
- "ricercatori a tempo determinato
- "ricercatori a tempo indeterminato

4. CONTRATTI PER LA DIDATTICA
Tabella dei compensi
Tipo di attività Valore minimo (€/ora), Valore massimo (€/ora)
Valore massimo (€/ora) residenti all’estero
Professori cessati dal servizio per raggiunti limiti d’età.

5. INTEGRAZIONE SPIN OFF
1. Disciplina del conflitto d’interesse tra le Strutture di Ateneo e le società spin off
2. Incompatibilità e conflitto d’interessi per il personale dell’Ateneo che partecipa
alle società spin off
3. Albo informatico delle società spin off, e disciplina transitoria

Nota. Nel settembre 2012 furono approvate dagli Organi Accademici le "Linee guida strategiche e policy operativa in tema di promozione della nuova imprenditorialità e Spin-off", che, anche alla luce delle nuove normative (in particolare Legge 240/2010, cd. Gelmini), definiscono i concetti di Spin-off partecipate e di Spin-off accreditate d’Ateneo, individuano i requisiti necessari affinché imprese possano essere considerate società "Spin-off accreditate dell’Ateneo" e delineano le policy operative per la costituzione e l’accreditamento di imprese Spin-off.
   Le società Spin-off sono imprese, che nascono su iniziativa di personale di ricerca dell’Ateneo (strutturato e non) e  basano il proprio business su beni e servizi innovativi ideati e sviluppati,  valorizzando i risultati delle attività di ricerca svolte in Ateneo.
   Le società Spin-off ( a parte la moralità pubblica di attività privata in luogo pubblico, con utilizzo di strumentazioni pubbliche, sia pur transitoriamente nel tempo - N.d.R.)  sono proposte all'Ateneo come promettenti un potenziale valore aggiunto per l’Ateneo (con quali garanzie, non si sa - N.d.R.) in termini di valorizzazione delle conoscenze dell’Ateneo, di sbocco professionale per laureati e personale d’Ateneo, di convergenza e com

 

 

 

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EDIZIONI PRECEDENTI

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Ateneo di Bologna:  Linee Guida per la didattica e le relative retribuzioni

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SENATO Accademico TORNA SULLE LINEE GUIDA PER LA
PROGRAMMAZIONE  DIDATTICA E LE  RETRIBUZIONE DEI DOCENTI

Nello specifico interviene sui potenziali conflitti di interesse
tra l'Ateneo e le imprese create da docenti al suo interno  (SPIN OFF)

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LINEE D’INDIRIZZO PER LA PROGRAMMAZIONE DIDATTICA DELL’ANNO ACCADEMICO 2014/2015
SOMMARIO

1. COMPITO DIDATTICO
a) Definizione dei compiti didattici dei docenti
b) Definizione dei compiti didattici dei ricercatori
c) Compiti didattici degli assegnisti di ricerca
d) Compiti didattici del personale tecnico-amministrativo
e) definizione di "attività didattica frontale", "attività equivalente alla didattica frontale" e "attività
didattica integrativa"
f) Modalità di assolvimento dei compiti didattici frontali dei docenti di ruolo
g) Il ruolo dei Direttori di dipartimento e dei Presidenti e Vicepresidenti della scuola

2. IL PROCESSO DELLA PROGRAMMAZIONE DIDATTICA
Attori coinvolti e rispettive competenze
Fasi della programmazione
Prima fase
Seconda fase
Terza fase.
3. RETRIBUZIONE DEGLI AFFIDAMENTI DIDATTICI
- "professori a tempo pieno
- "professori a tempo definito
- "ricercatori a tempo determinato
- "ricercatori a tempo indeterminato

4. CONTRATTI PER LA DIDATTICA
Tabella dei compensi
Tipo di attività Valore minimo (€/ora), Valore massimo (€/ora)
Valore massimo (€/ora) residenti all’estero
Professori cessati dal servizio per raggiunti limiti d’età.

5. INTEGRAZIONE SPIN OFF
1. Disciplina del conflitto d’interesse tra le Strutture di Ateneo e le società spin off
2. Incompatibilità e conflitto d’interessi per il personale dell’Ateneo che partecipa
alle società spin off
3. Albo informatico delle società spin off, e disciplina transitoria

Nota. Nel settembre 2012 furono approvate dagli Organi Accademici le "Linee guida strategiche e policy operativa in tema di promozione della nuova imprenditorialità e Spin-off", che, anche alla luce delle nuove normative (in particolare Legge 240/2010, cd. Gelmini), definiscono i concetti di Spin-off partecipate e di Spin-off accreditate d’Ateneo, individuano i requisiti necessari affinché imprese possano essere considerate società "Spin-off accreditate dell’Ateneo" e delineano le policy operative per la costituzione e l’accreditamento di imprese Spin-off.
   Le società Spin-off sono imprese, che nascono su iniziativa di personale di ricerca dell’Ateneo (strutturato e non) e  basano il proprio business su beni e servizi innovativi ideati e sviluppati,  valorizzando i risultati delle attività di ricerca svolte in Ateneo.
   Le società Spin-off ( a parte la moralità pubblica di attività privata in luogo pubblico, con utilizzo di strumentazioni pubbliche, sia pur transitoriamente nel tempo - N.d.R.)  sono proposte all'Ateneo come promettenti un potenziale valore aggiunto per l’Ateneo (con quali garanzie, non si sa - N.d.R.) in termini di valorizzazione delle conoscenze dell’Ateneo, di sbocco professionale per laureati e personale d’Ateneo, di convergenza e complementarietà rispetto alle attività di didattica e ricerca, di contributo concreto allo sviluppo economico territoriale.
   A marzo 2013 è stato approvato il nuovo regolamento sugli  incarichi extra-istituzionali d’Ateneo, che prevede tra l’altro, in applicazione a quanto previsto nella Legge 240/2010 (cd. Gelmini), alcune regolamentazioni relative all’assunzione di cariche direttive e gestionali in società Spin-off accreditate.
   Da tempo sono stati segnalati potenziali situazioni di conflitti di interesse nei rapporti tra Università e Spin-off accreditate d’Ateneo. Per questo, nel confermare le linee guida, l'Ateneo ha ritenuto opportuno integrare il regolamento in materia di Spin off .
   Su questa base i riferimenti ufficiali venogono ad essere i seguenti due testi, che è possibile vedere cliccandovi sopra, rispettivamente:

  - LINEE D’INDIRIZZO PER LA PROGRAMMAZIONE DIDATTICA DELL’ANNO ACCADEMICO 2014/2015, settembre 2012;
  - INTEGRAZIONE DELLE LINEE GUIDA per  SPIN-OFF DELL'ATENEO DI BOLOGNA, 17 settembre 2013.

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EDIZIONI   PRECEDENTI

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Ateneo di Bologna:  Pubblicità dei verbali del Consiglio di Amministrazione
e del Senato Accademico, e degli altri Organi collegiali

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Regolamento in materia di pubblicita' delle deliberazioni
degli organi accademici - ai sensi dell'articolo 3 comma 2 lettera b)
dello statuto di ateneo. D. R. n. 1035/2012 del 5.9.2012
Per il testo integrale clicca su: Regolamento

Luciani: Lettera al Presidente Letta, per indignazione ...
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LETTERA PUBBLICA

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p.c.

-AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI   MINISTRI
- AL MINISTRO DELLA UNIVERSITA'
- ALLA STAMPA

Oggetto: sulle deviazioni dell'Ateneo di Bologna dalla corretta e trasparente comunicazione pubblica della propria attività istituzionale, più rilevante

  Caro Presidente,
leggo dal suo discorso programmatico alla Camera dei Deputati del 29 aprile 2013 il seguente passo: "
autorevolezza del potere che non ha più come in passato il monopolio delle informazioni, ma deve avere il profilo e le competenze per discernere il vero dal falso nel flusso enorme di informazioni presenti nella rete; l'autorevolezza di chi non si accontenta della verosimiglianza e del sentito dire, ma sceglie sempre e solo la verità ed ha il coraggio e la pazienza di raccontarla ai cittadini, anche se dolorosa o brutale".
   Ebbene, come conseguenza della legge Gelmini (n. 240/2010), lo Statuto dell'Ateneo è stato adeguato, e anche il Regolamento sulla pubblicità della attività degli Organi. La legge prevede la partecipazione di tre "membri esterni" nel CdA. Si direbbe che, conseguenzialmente, la legge riconosca al grande pubblico il diritto-dovere di seguire le grandi scelte degli Atenei.
   In alcuni di essi (vedi Torino) è previsto addirittura la possibilità di ascoltare in diretta il dibattito degli Organi.
   A Bologna, era tradizione che i verbali fossero depositati (cartacei) presso le 4 maggiori biblioteche, e chiunque li potesse vedere..
   Ma da settembre 2012 non è più così. In base all'art.5 del Regolamento, i verbali sono accessibili solo a chi ha una particolare password.
   Sono indignato che l'Ateneo di Bologna si ritrovi  molto simile all'Unione Sovietica, sotto questo aspetto.
   Mi attendo una sua chiarificazione.
   Mi attendo anche il punto di vista dei mezzi di informazione, a cui questa lettera viene pure inviata
   Cordialmente. NINO LUCIANI


Stralcio dal Regolamento:

Articolo 1 (Finalità e principi)
1. Il presente regolamento, ai sensi dell’Art 3 comma 2 lettera b) dello Statuto di Ateneo, disciplina le modalità mediante le quali l’Ateneo garantisce adeguata pubblicità delle deliberazioni assunte dagli  Organi Accademici e degli atti che compongono i relativi riferimenti.
........
Articolo 2 (Ambito di applicazione)
1. Sono pubblicati gli atti adottati dal Senato Accademico e dal Consiglio di Amministrazione, dalla Consulta del Personale Tecnico Amministrativo, dalla Consulta dei Sostenitori, dal Consiglio degli Studenti e dal Consiglio di coordinamento dei Campus.
......
Articolo 3 (Oggetto della pubblicazione)
1. Sono consultabili in un formato atto a garantire la piena accessibilità alle informazioni, suddivisi per singoli Organi e raccolti in ordine cronologico, in base alla data della seduta:
........
Articolo 5 (Modalità della pubblicazione)
1. La pubblicazione avviene mediante le tecnologie più idonee, utilizzando la rete Intranet di Ateneo.
L’accesso è consentito a tutti i titolari di credenziali istituzionali abilitati all’accesso alla medesima rete.
......
Articolo 5 (Modalità della pubblicazione)
1. La pubblicazione avviene mediante le tecnologie più idonee, utilizzando la rete Intranet di Ateneo.
L’accesso è consentito a tutti i titolari di credenziali istituzionali abilitati all’accesso alla medesima rete.
(Nota della Redazione: Non solo la visione è impedita al grande pubblico esterno, ma anche alla generalità degli interni, in quanto solo alcuni hanno la password dentro INTRANET)

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                            EDIZIONI PRECEDENTI

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Dopo la crisi dello scorso anno


VERSO UN NUOVO REGOLAMENTO
per  lo "EMERITATO"

  Nota. L'istituto dell' emeritato era entrato in crisi, lo scorso anno, in seguito al fatto che, a Giurisprudenza, erano state bocciate candidature eccellenti.
      Il fattore scatenante era stato il peso dei ricercatori, nelle votazioni.
      Il ricorso al TAR sosteneva che per l'emeritato alla I Fascia, dovesse valere solo il voto dei professori di I Fascia.
      Il Rettorato sta cercando di resuscitare il morto (si vegga sotto).
   NO COMMENT sulle proposte del Rettorato, considerato che, ai fini delle abilitazioni scientifiche nazionali, è già in vigore la imprescindibilità dei requisiti oggettivi, come presupposto per passare all'esame di merito (circa i contenuti scientifici). Invece, per il nuovo Regolamento si rimane alla genericità ante-deluviana, e anche il quorum è abbastanza vuoto (il riferimento e' ai "partecipanti" alla riunione, non "ai membri di diritto"). Basta qualche minaccia a non andare in Consiglio ...

Seduta: 19.03.2013 - Senato Accademico.

REGOLAMENTO PER LA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DEL TITOLO   DI  PROFESSORE EMERITO.

   Fatto. L' Ateneo aveva disciplinato le modalità con cui i Dipartimenti proponevano al Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca il conferimento del titolo onorario di Professore Emerito attraverso le Linee Guida, approvate dal Senato Accademico in data 28 Giugno 2011.
   Esse avevano individuato i requisiti oggettivi e soggettivi necessari per proporre la candidatura di un docente all' emeritato, ne stabilivano la verifica da parte di un.apposita Commissione e fissavano le regole per la composizione e la votazione della proposta da parte del Consiglio di Dipartimento; si stabiliva in particolare che il Consiglio di Dipartimento, convocato nella composizione ristretta limitata ai professori e ricercatori, dovesse approvare la proposta a maggioranza dei due terzi degli aventi diritto con votazione a scrutinio segreto.

   Ma, a decorrere dall'entrata in vigore delle citate Linee Guida, si è determinata una situazione di impasse, in cui il Rettore non ha potuto proporre il riconoscimento del titolo di Professore Emerito per nessun candidato a causa del mancato raggiungimento del quorum costitutivo necessario per procedere alla votazione oppure del mancato raggiungimento del quorum deliberativo in seno agli organi collegiali competenti. Alcune Facoltà hanno autonomamente sospeso le procedure volte a definire le candidature all'emeritato, ritenendo opportuno rinviare la delibera ai nuovi Consigli di Dipartimento.

   La accresciuta consistenza numerica di molti Dipartimenti non ha, poi, permesso di superare le difficoltà emerse nei Consigli di Facoltà e di raggiungere le soglie numeriche richieste dalle Linee Guida.

   Inoltre, le Linee Guida sono state oggetto di un contenzioso innanzi al TAR Emilia Romagna.
   Ne è emersa la opportunità di procedere alla loro riforma al termine della fase giudiziaria di primo grado ed alla luce dei contenuti della sentenza TAR.

   Nel frattempo, per evitare pregiudizi ai candidati, il Senato Accademico aveva approvato la sospensione del termine di decadenza delle candidature, corrispondente a due anni a partire dalla cessazione dal servizio, per i docenti cessati dal servizio a decorrere dal 13 Luglio 2009.

  In queste condizioni, nella seduta del 19 marzo 2013, il Rettore ha proposto la abrogazione delle citate Linee Guida e la introduzione di un nuovo Regolamento.

   Per quanto riguarda il numero delle firme a sostegno della candidatura, la proposta è:
   - che essa sia sostenuta dal 15% dei professori di I fascia appartenenti alla medesima Area scientifico disciplinare di elezione del Senato Accademico;
   - il numero della coorte è individuata al momento della presentazione della proposta.
   - E' necessario sostenere la candidatura attraverso la presentazione di tre lettere sottoscritte da professori di prima fascia di altri Atenei italiani o stranieri.
     In merito alle regole di funzionamento dell'organo deliberante, il Consiglio di Dipartimento sarebbe validamente costituito, se in presenza della maggioranza assoluta dei professori e ricercatori a tempo indeterminato e determinato, dedotti gli assenti giustificati: ogni singola proposta è approvata con il voto palese favorevole di almeno due terzi dei partecipanti.
   - che sia istituito un Comitato di Garanzia, composto dal Rettore e da cinque membri nominati, che rimangono in carica per tre anni.
    Il Comitato dovrebbe valutare la proposta di candidatura approvata dal Dipartimento e, dopo aver eventualmente acquisito pareri da esponenti della comunità scientifica del candidato, l'approverebbe a maggioranza di due terzi dei componenti.
    Una seconda modalità di proposta dell'emeritato potrebbe essere che essa possa avvenire a iniziativa del Rettore.  In presenza dei requisiti oggettivi e soggettivi individuati nel regolamento, nonché di particolari meriti o servizi resi a favore dell'Ateneo, il Rettore proporrebbe la candidatura al Comitato di Garanzia e, qualora sia approvata con la maggioranza di due terzi dei componenti, la trasmetterebbe al Senato Accademico.

   Innfine il Senato, nella composizione limitata alla rappresentanza dei docenti, deliberebbe l'.accoglimento della proposta a maggioranza assoluta dei partecipanti.

   In via transitoria, le proposte di candidatura già avanzate e non accolte dai Consigli di Facoltà o di Dipartimento in base ai criteri definiti nelle Linee Guida abrogate, dovrebbero potere essere ripresentate fino al 31 Ottobre 2013.
   NULLA CI RISULTA CIRCA LA VOTAZIONE DEL SENATO SULLA PROPOSTA, PERCHE' I VERBALI SONO SECRETATI.

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Edizioni precedenti

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Accademia Nazionale dei Lincei

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PREMIATO

PROF. MAURO FABRIZIO,  DOCENTE  DI FISICA MATEMATICA
DELL'UNIVERSITA' DI BOLOGNA

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** Un risultato scientifico particolarmente importante, ottenuto in un recente lavoro del 2008, riguarda lo studio di un modello matematico in grado di ben descrivere, utilizzando l'equazione di Ginzburg-Landau, la transizione acqua-ghiaccio e soprattutto liquido-vapore. Infatti per questo ultimo caso il modello è in grado di spiegare i risultati sperimentali del diagramma liquido-vapore di Andrews e correggere così il comportamento anomalo presente nel classico modello di van der Waals, che fino ad ora veniva "risolto" con un procedimento euristico proposto da Maxwell.
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                             Nota. Per una visione delle pubblicazioni di M. Fabrizio, clicca su: CV.pdf

 

Edizioni precedenti

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Nino Luciani, SCRITTI  SCELTI
di Economia e di Scienza delle finanze,

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Qui sotto, l'elenco degli Scritti. Per una visione del volume, clicca su: http://amsacta.unibo.it/3417/

Edizione digitalizzata dell’Università di Bologna:

Elenco degli SCRITTI SCELTI, Bologna, Università, 12 giugno 2012

(List of SELECTED WRITINGS, Bologna University, June 12, 2012)

1971,

Intorno alle proposizioni Fisheriane sul concetto di reddito. Il capitale e il reddito: l’uno, alternativo all’altro e viceversa. (Around Fisherian propositions on the concept of income. The capital and income: the one alternative to the other and vice versa), Giuffrè, Milano 1971, pp. 122 (textbook) .

pag. 5

1973, "Pressione fiscale internazionale e sua interpretazione. Studio degli effetti comparati del fattore fiscale di genesi interna ed estera, sulla crescita del PIL, in termini di moltiplicatore di mercato aperto. ("International fiscal burden and its interpretation. A comparative study of the effects of fiscal factor from domestic and foreign origin, on the growth of GDP, in terms of multiplier open market), Rome, Ministero delle Finanze, Tributi 1973, pp. 36.  

pag. 126

1975, "Effetti delle imposte sull'offerta individuale di lavoro . Rimozione dell’imposta sul reddito." ("The effects of taxes on individual work supply. Removal of income tax." , Rome, Ministero delle Finanze, Tributi 1975, pp. 21.


pag. 161

1978, "Scelta dell'investimento in rapporto al rischio e imposte sul reddito e sul patrimonio". ("Selection of investments in relation to risk and taxes on income and on capital"), Rome, Rivista di Politica Economica 1978, pp. 57.


pag. 181

1984, "Problemi di efficienza della spesa pubblica locale. Il calcolo della dimensione ottimale dei Comuni, in teoria pura". ("Problems of efficiency of local public expenditure. Calculation of the optimal space, in pure theory). Rome, Rivista della Guardia di Finanza 1984, pp. 39.
pag. 238
1985, "Condizioni per la parità del gettito delle imposte diretta e indiretta e applicabilità del teorema di Pantaloni-Barone alla politica finanziaria". ("Conditions for the equality of the revenue from direct and indirect taxes and applicability of the "Pantaleoni-Barone Theorem" to the financial policy"). Rome, Tributi 1985, pp. 11.
pag. 269
1987, "Efficacia della manovra dei prezzi pubblici nel controllo dell'inflazione da costi". Studio sulla base di un modello di equilibrio generale ". ("Effectiveness of the adjustment of public prices in controlling inflation from costs. A study based on a general equilibrium model"). Rome, Rivista di Politica Economica 1987, pp. 42.
pag. 288
1990, "Ritiro e innovazione degli impianti industriali: calcolo di convenienza, anche considerando l'imposta sui profitti. Nuovo metodo per l’impostazione del calcolo di convenienza". ("Retirement and innovation of industrial plants: evaluation of convenience, considering the tax on profits, too. New method for setting the calculation of convenience), Rome, Rivista di Impiantistica Italiana, 1990, pp. 8.
pag. 330
1992, "Economia delle scelte pubbliche di beni e servizi. Teoria pura fondata sull’individualismo metodologico". (Economics of public choices of goods and services. Pure theory founded on individualism methodological) , Franco Angeli, Milano 1992, pp. 142 (textbook).
pag. 346
1992, "Il "rate of return" nella valutazione e scelta degli investimenti". Metodologia per il corretto calcolo e uso del TIR ". ("The" rate of return" in the valuation and choice of investments. Methodology for the proper calculation and use of the TIR), Rome, revew "Economia, società istituzioni", LUISS, Rome, 1992, pp. 21. Anche pubblicato in revew "Impiantistica italiana", Editoriale PEG S.p.A, Milano, 1992, pp. 21.
pag. 469
1993, "I problemi della transizione dell'Italia dallo Stato al mercato", Comunicazione al Forum di Saint Vincent, ". ("The problems of the transition of Italy from the "State" to the "Market". Communication to Forum of Saint Vincent "), "1993, Dove va l'economia italiana", di Jader Iacobelli, ed. Saggi Tascabili Laterza.  

pag. 492

1997, "Federalismo fiscale concorrenziale per l'Italia: Regioni o Comuni? Come accordare il potere fiscale di molteplici enti territoriali con la "unica" tasca del contribuente ". ("Competition in fiscal federalism in Italy: Regions or Municipalities ? How to tune the taxing power of multiple local authorities with the"unique "pocket of the taxpayer), in revew TRIBUTI, n. 7, 1997, Ministero delle Finanze, pp. 13. Discussed at the SIEP meeting of 1997. Anche pubblicato in review "La Finanza Locale", maggio 1997, Maggioli Editore, Rimini.  

pag. 499

1998, "Comunicazione interattiva, scelte pubbliche, stampa elitaria e democrazia diretta". ("Interactive communication, public choice, print elitist and direct democracy), Scientific Communication at Session 5.B: "Constitutional Rules of Direct Democracy" of the international meeting "Constitutional Issues in Modern Democracies", University of Messina, Sept. 25-27, 1997. Published in revew "Economia, Società Istituzioni", LUISS, Rome 1998, pp. 42.  

pag. 535

2002, "Nuovo meccanismo per l'efficienza della Pubblica Amministrazione. Dato un budget, il Dirigente è remunerato in base al saldo di bilancio, associatamene al controllo esterno sulla effettività dei servizi pubblici". ("New mechanism to promote the efficiency of Public Administration. Given a budget, the manager is remunerated at the balance, in combination with external control on the effectiveness of public services). Communication at the Meeting "Politica Fiscale, flessibilità dei mercati e crescita, SIEP, Pavia 2000. Pubblicato in revew "Economia, Società Istituzioni", LUISS, Rome 2002, pp. 27.  

pag. 577

2002, "Nuovo metodo di misurazione del progresso tecnologico, e applicazioni per l'Italia. Anche applicazione all’I.V.A. per incentivare il progresso "utilizzatore di lavoro". "Approfondimenti ai settori produttivi, di Manuel Boarini. ("A new method of measurement technological progress, and applications for Italy. Too application VAT to stimulate progress "user job". "Further to the productive sectors, by M. Boarini), rev. "Economia, società istituzioni", ed. LUISS, Roma 2002, pp. 28 e rev. "Economia, Società e Istituzioni, ed. LUISS, Roma 2005.  

pag. 600

2003, Ernesto d'Albergo, la Scienza delle Finanze e il problema di una "regola sicura" di decisione collettiva, a supporto del "Secondo teorema dell'economia del benessere". (Ernesto d'Albergo, the Science of Finance and the problem of a "safe rule" decision for the collectivity, to support the "Second Welfare Theorem".), rev. "Economia, società istituzioni", ed. LUISS, Roma 2003, pp. 22.  

pag. 668

2005

ECONOMIA GENERALE, Libro. Argomenti: Economia di mercato e dell’impresa, Economia pubblica e Politica economica, Economia internazionale, Metodologia per la valutazione e scelta degli investimenti, tenuto conto dell’imposta sul reddito (Texbook, GENERAL ECONOMY. Topics: Market economy and enterprise, Public Economics and Economic Policy, International Economics, Evaluation and selection of investments taking into account income tax), Franco Angeli, Milano 2005. pp. 520.
Nota. Disponibile solo in Biblioteche, oppure in Libreria perchè coperto dai diritti dell’Editore.

2009,

"Il "2° criterio paretiano", d'Albergo e la scienza delle finanze" (The "2d pareto's criterion", d'Albergo and the Science of public finance), 2009, Saggio annesso al Libro di Ernesto d'Albergo, Economia della finanza pubblica, 2009. Edizione digitalizzata a cura di Nino Luciani.
Nota. Disponibile in: http://amsacta.cib.unibo.it/archive/00002571/, Documento PDF , pp. 408-446.
2012 "Da Attilio da Empoli ad Ernesto d’Albergo. La teoria degli "sgravi fiscali" nelle visioni di "equilibrio generale" e di "macroeconomia"??. "Anche un nuovo caso di moltiplicatore del reddito, pari alla "unità" (come nel "teorema di Haavelmo") in ipotesi di sgravio da imposta indiretta, bilanciato da aggravio di imposta diretta, senza variare la spesa pubblica". (From Attilio da Empoli to Ernesto d'Albergo. The theory of "tax reductions" in the visions of "general equilibrium" and "macroeconomics". "And a new case of income multiplier, equal to the "units" (as in "Haavelmo theorem") in the event of remission of indirect taxes, balanced by a direct tax burden, without changing the public expenditure", in: ATTILIO DA EMPOLI (1904-1948), Uno studioso partecipe del suo tempo, a cura di M. Di Matteo e E. Longobardi, Convegno di Bari 2004, Franco Angeli, Milano 2012, p. 179.  

 

Pag. 689

 

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EDIZIONI PRECEDENTI
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A Bologna, in piazza Maggiore, sotto la statua di Gregorio XIV, il grande papa dello "Studio Petroniano"

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Bologna, Rettore presenta la nuova   "squadra dei ProRettori"
al nuovo Consiglio di Amministrazione

( peraltro già insediato, senza che il verbale
di nomina sia approvato dal  Senato )


Soluzioni interlocutorie per le Deleghe ai Dirigenti
e  responsabilizzazione "precaria" dei ProRettori
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COMMENTO di NINO LUCIANI

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                           - Emilio Ferrari (prorettore Vicario),
                           - Guido Sarchielli (prorettore per le sedi della Romagna),
                           - Gianluca Fiorentini (prorettore alla didattica),
                           - Dario Braga (prorettore alla ricerca),
                           - Roberto Nicoletti (prorettore agli studenti),
                           - Carla Salvaterra (prorettore alle relazioni internazionali),
                           - Patrizia Tullini (prorettore al personale),
                           - Sandro Sandri (prorettore al bilancio).
 



La delibera del CdA sulle Deleghe ai Dirigenti Amministrativi
(29 maggio 2012)

   Nel corso della riunione, è stato riferito che la realizzazione del nuovo assetto  degli Organi di governo dell'Ateneo e delle relazioni con l'amministrazione, previsto dal nuovo Statuto, determina la necessità di un ripensamento complessivo anche delle deleghe.
 
  C'è, poi, la circostanza che per alcune deleghe è cambiato anche l'organo delegante (il Direttore Generale, in luogo degli Organi Accademici).

   Il nuovo Statuto dispone, sul piano generale, che le deleghe sono conferite con delibera approvata a maggioranza assoluta dei componenti, nel caso di organi collegiali, per oggetti definiti o materie determinate, anche corrispondenti a settori organici. Inoltre, le deleghe sono conferite per un periodo di tempo determinato comunque non eccedente la durata in carica dell'organo delegante.

    In vista del riassetto, è emersa, al tempo stesso, l'esigenza di assumere decisioni transitorie per la attribuzione di deleghe ai Dirigenti dell'amministrazione generale' per assicurare la continuità operativa nelle attività dell'Amministrazione.

    In conclusione il CdA ha deciso la riconferma di una parte delle deleghe già esistenti, per quanto compatibili e per un arco temporale limitato dalla ridefinizione complessiva degli ambiti di delega, o di specifiche linee di indirizzo da parte degli Organi Accademici e del Direttore Generale e comunque non oltre il 31 luglio 2012.

Nino Luciani, Modo precario della nuova SQUADRA
e proposta per la "retta via" (Deleghe ai ProRettori)

  Da anni è stata notata una qualche prevaricazione (peraltro legittima) della Amministrazione, sui professori, sia pur (quest'ultimi) nella loro veste di membri di Organi Accademici collegiali o monocratici.
   Questo ha danneggiato l'efficienza dell'Ateneo, in quanto i burocrati, pur preziosi per la conoscenza delle leggi e dei meccanismi burocratici, sanno poco del funzionaento della "vera università" (quella che fa gli insegnamenti, gli esami, la ricerca).
   Una soluzione, su cui pareva ci fosse ampio consenso nella base accademica (emerso nei dibattiti elettorali del rettore), era che la Amministrazione fosse suddivisa in un determinato numero di settori, sul modello del Governo nazionale o degli enti locali (dove per ogni settore c'è un apposito ministero o assessorato, ad es. dell'Agricoltura, del Turismo, ecc.), a capo dei quali fosse messo un ProRettore.
   Dalla presentazione della SQUADRA, fatta dal rettore, "sembrerebbe" che sia così (ad es., Fiorentini ha il compito della didattica, Salvaterra ha il compito delle relazioni internazionali ....).
  Ma non è così . Sono compiti attribuiti alla persona, dal rettore, e sui quali i ProRettori riferiscono al rettore, come suoi fiduciari, il quale decide, infine.
  Non è questa la "retta via". Il rettore dovrebbe riservarsi le funzioni di indirizzo e controllo; e ai Pro-Rettori dare "delega" con potere di firma e di rapporto diretto con un proprio settore di competenza.
  In questo modo il rettore viene sgravato dagli infiniti gravami amministrativi di un Ateneo così grande come il nostro (e che lo riducono, di fatto, a mero firmaiolo, senza potere controllare niente nei fatti, con rischi penali ... ecc.).
  Al tempo stesso i Pro Rettori sono responsabilizzati, ed hanno una propria dignità, e l'Amministrazione ne riceve sicuramente un vantaggio in termini di luce.
  Questo adempimento è divenuto fondamentale, in seguito alla legge Gelmini, in quanto i Presidi sono stati espulsi dal Senato. Essi erano tradizionalmente gli interlocutori dell'Amministrazione, ed è polvere il peso che i direttori di dipartimento hanno oggi nel Senato (al posto dei Presidi).  N. LUCIANI

 

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BOLOGNA, UNIVERSITA'  NOMINA  CONSIGLIO  DI   AMMINISTRAZIONE
RIFORMATO EX-LEGE  GELMINI

Il rettore "vince ma non convince"
( meglio dire: al più, sarà  portavoce dei   Dirigenti Amministrativi ).

Nominato il candidato della Consulta del Personale tecnico e amministrativo.
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Fiducia che Becket, fatto arcivescovo di Canterbury perchè "amico del re", si conservi "servo di Dio"

Membri,  totale 11 (durata 3 anni, salvo 2 per gli studenti, rinnovabile una volta):

- Rettore: Ivano Dionigi, Prof. Ordinario di Letteratura Latina; Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica;
- Rappresentanti degli studenti, 2: Davide Pianori, Josephine Lattari;
- Membri interni 5: Andrea Battistini (Professore Ord. di Letteratura italiana, già Direttore del Dipartimento di Italianistica, dell'Osservatorio della Ricerca
      e del Collegio Superiore), Corrado Benassi (Professore Ord. di Economia politica e Preside della Facoltà di Economia sede di Rimini),
     Giovanni Corazza (Professore Ord. di Telecomunicazioni e Direttore del Dipartimento di Elettronica, Informatica e Sistemistica), Loris Giorgini
     (Ricercatore Prof. in Chimica industriale, già membro del precedente Consiglio di Amministrazione), Marina Timoteo (Professore Ord. di Diritto privato
      comparato, vice Preside della Facoltà di Giurisprudenza e Co-direttrice dell'Istituto Confucio).
- Membri esterni, 3: Isabella Seragnoli (Presidente di Coesia SpA), Pier Giuseppe Dolcini (avvocato, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio
     di Forlì),  Massimo Mantovani (Avvocato, Direttore Affari legali dell'Eni SpA e Membro del Consiglio di Amministrazione di Snam Rete Gas SpA).

NOTA: Vedi sotto, per il Senato Accademico


INTERSINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA

CISL Universita’ – CNU Comitato Naz.le Universitario – CoNPAss Coordinamento Naz.le Proff. Associati BO – "Docenti Preoccupati" – FLC CGIL Universita’ di Bologna – SUN Universitas News – UIL Ricerca Universita’ AFAM
Sede, via Giacomo 20, Universita’ di Bologna - Tel. 347 9470152

 COMUNICATO del 12 maggio 2012

Il processo di designazione dei nuovi Consiglieri di Amministrazione,
ovvero come il Rettore Dionigi sta regolando i conti con l'Intersindacale

   L' 8 maggio scorso il Comitato di selezione nominato dal Senato Accademico, al fine di vagliare le candidature alla carica di consigliere d'amministrazione, ha concluso i suoi lavori; e ai Senatori e' stata consegnata la rosa dei candidati che hanno superato il vaglio del Comitato stesso: - 28 i candidati interni e 15 i selezionati; - -ben 31 candidati esterni e 9 i selezionati. In entrambi i casi i candidati erano esattamente il triplo degli eleggibili. Mercoledì 16, a tappe forzate, il Senato si riunira' per votare.

   Una prima considerazione riguarda la bassissima trasparenza di tutta la procedura: l'elenco dei candidati non e' pubblico, come del resto non e' pubblico l'elenco di chi ha superato la selezione. Nel sito intranet di Ateneo non vi e' alcuna traccia di queste operazioni; vaghissimi i criteri che risulterebbero adottati, piu' adatti forse ad una giustificazione ex post delle scelte fatte, che a render conto pubblicamente di come si scelgono i futuri amministratori di una prestigiosissima Istituzione pubblica.

   Una seconda considerazione rileva che, caso vuole, nessun candidato, che abbia espresso pubblicamente posizioni critiche verso lo Statuto approvato dagli organi accademici nel luglio del 2011, ha superato la selezione. Tutti inadeguati alla carica ?

   Anche per il Senato non era andata molto meglio: che i senatori siano stati eletti non assicura infatti di per se' il funzionamento di una democrazia rappresentativa, tanto piu' che la loro elezione e' avvenuta in un contesto che ha visto diffusamente coincidere ill numero dei seggi esprimibili per area con il numero dei candidati stessi.

   Tutta l'operazione di rinnovo degli organi accademici sembra dunque concludersi all'insegna del "compattare i ranghi" e dell'affinita' stretta tra gli eletti negli organi ed il Rettore, assieme al gruppo dirigente a lui vicino.
   Questo non ci stupisce, visto lo scontro aperto all'epoca del referendum sullo statuto, e vista la sordita' a recepire il bisogno di democrazia che questo rappresentava. Un governo dei "tecnici e dei migliori" anche per l'Universita' di Bologna? Ce lo auguriamo vivamente, malgrado tutto.
   E, responsabilmente, continueremo a giudicare dalle scelte che sapra' fare."

Il commento sul Consiglio

Gianni Porzi, Riflessione sulla costituzione
del nuovo Consiglio di Amministrazione

   Ritengo che tale vicenda, tutt’altro che esaltante perché non fa onore alle tradizioni democratiche dell’Ateneo e della città di Bologna, meriti una riflessione.    Il prof. Capano, in un corsivo del tutto condivisibile, apparso sul Corriere di Bologna del 17 maggio u.s., afferma : “Ancor più dell’esito, fa riflettere il modo in cui si è arrivati alle nomine” (io aggiungerei che anche l’esito

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Gianni Porzi

lascia qualche perplessità); poi continua “Spiace che il nuovo Senato di UniBo abbia abdicato alla responsabilità di essere l’autonomo rappresentante di tutto l’Ateneo, accettando un ruolo subalterno e finendo così per ratificare (e non scegliere) la cinquina del Rettore quasi all’unanimità”. Più che dispiacere direi che la cosa è deprimente/sconcertante perché non fa onore all’Alma Mater; tuttavia, chi come me ha fatto parte di entrambi gli Organi Accademici (per ben 9 anni), non si meraviglia affatto : è infatti normale che gli OO.AA. ratifichino con maggioranze larghe (a volte quasi bulgare) ciò che è stato deciso altrove.     Comunque, certe situazioni, quale quella che si è verificata in questi giorni, non piovono all’improvviso dal cielo, ma sono la conseguenza a cascata di fatti accaduti in precedenza. Andiamo quindi per ordine e partiamo dal 2009, anno in cui venne eletto l’attuale Rettore.       A mio avviso, ma non solo mio, l’Ateneo non fece la scelta pensando alla “politica universitaria”, ma piuttosto ad un altro tipo di politica, cioè la “politica partitica” ed oggi le conseguenze di questa opzione tipicamente ideologica sono evidenti.     Alla fine del 2010 arriva poi la Legge Gelmini che, tra le varie novità, non tutte condivisibili, impone che i Consigli di Amministrazione degli Atenei siano costituiti da “personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale”, requisiti che non vengono invece richiesti ai Rettori che presiedono il CdA (probabilmente l’allora Ministro Gelmini non voleva inimicarsi la CRUI  !).     A fine luglio 2011, il S.A. varò il nuovo Statuto, dopo il parere favorevole del CdA, con 6 voti contrari (il sottoscritto, il Dr. Bigi, la Dott.ssa Maltoni, il Dr. Pontieri, la Signora Zago e il Sig. Lopriore) e 18 favorevoli. E questo è il passaggio i cui effetti, a mio avviso negativi, sono sotto gli occhi di tutti. Infatti, lo Statuto non prevedeva l’eleggibilità, quantomeno dei membri interni, come da me suggerito (opzione che fu invece adottata dal Politecnico di Torino e dalle Università di Genova, Pisa, Firenze, Palermo, Trieste e Parma), ma la nomina dei Consiglieri sulla base di una rosa di candidati scelti da un Comitato di selezione nominato, sostanzialmente, dal Rettore. In conclusione, il precedente Senato nomina il Comitato di selezione “proposto” dal Rettore, il nuovo Senato “ratifica” la scelta dei Consiglieri fatta sempre dal Rettore.      Da ciò risulta evidente che i vari passaggi altro non sono che la logica conseguenza di ciò che è avvenuto nello step precedente. Vorrei tuttavia essere molto chiaro e onesto : la responsabilità di quanto accaduto nel nostro Ateneo è degli Organi Accademici che nelle varie occasioni hanno rinunciato a quel ruolo decisionale, di grande responsabilità morale/politica, che compete loro e accettato un ruolo subalterno finendo così per ratificare le scelte/decisioni del Rettore. Se gli Organi Accademici non hanno il coraggio di assumere decisioni in piena autonomia e subiscono passivamente quelle prese da altri, ebbene, evidentemente “possono essere tagliati anche da un grissino” (come dice una nota pubblicità).      Ora, lascio ai lettori stabilire se nell’Ateneo bolognese vige la democrazia, la trasparenza delle procedure, oppure una, a mio avviso preoccupante, gestione verticistica del potere, cioè una sorta di monarchia con un Consiglio della Corona che decide le sorti dell’Ateneo. Una cosa comunque è registrabile e cioè che gli “anticorpi” a un tale sistema stanno crescendo di giorno in giorno.

Nuovo Senato Accademico, membri 35, di cui docenti eletti 25

DOCENTI ELETTI:
- Direttori di Dipartimento, 11
: Carlo Boschetti, Mirko Degli Esposti, Pier Paolo Gatta, Giuseppina La Face, Davide Pettener, Rosella Rettaroli, Enrico Sangiorgi,
   Giuseppe Sassatelli, Francesco Ubertini, Francesco Zerbetto, Marco Zoli;
- Professori di I fascia, 6
: Carlotta Berti Ceroni, Claudio Ciavatta, Carla Faralli, Fiorella Giusberti, Loretta Gregorini, Maria Carla Re;
- Professori di II fascia, 4: Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Bononi, Cesare Faldini, Eugenia Rossi Di Schio;
- Ricercatori, 4: Renato Brandimarti, Uberto Pagotto, Monica Turci, Cristian Vaccari.


__________________________________________

  Per memoria, a titolo di presentazione generica del Senato, in relazione ai compiti che dovrà svolgere dopo la riforma ex-lege Gelmini:
  Indice di valutazione dell’attività di ricerca dei docenti eletti, secondo l’Osservatorio della ricerca dell’Ateneo.

Direttori di Dipartimento eletti:

Professori di I fascia eletti

Professori di II fascia eletti :

Ricercatori eletti :

-    4 sono classificati in A;

-    3 sono classificati in B;

-    2 sono classificati in C;

-    1 è classificato in D;

-    1 non valutato.

-  1 solo classificato in A;

-   3 sono classificati in B;

-   2 sono classificati in C

-  1 è classificato in A;

-   1 è classificato in B;

-    1 è classificato in C;

- 1 non valutato

-   2 sono classificati in A;

-   1 è classificato in C;

-    1 non è classificato

                                                                                             Risultati complessivi:

  Classificati in A, il 50% dei Ricercatori eletti,   il 36% dei Direttori eletti;   il 25% dei Prof. di II fascia eletti;     il 17% dei Prof. di I fascia. eletti.

 

EDIZIONI PRECEDENTI


Università di Bologna. In soffitta le vecchie Facoltà,
LA DIDATTICA SARÀ RIPARTITA TRA 11 SCUOLE:
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Immagine dello "Studio" medievale

- Scuola di Agraria e Veterinaria;
- Scuola di Economia, Management e Statistica;
- Scuola di Biotecnologie, Farmacia e Discipline Motorie;
- Scuola di Giurisprudenza;
- Scuola di Ingegneria e Architettura;
- Scuola di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali;
- Scuola di Lingue, Interpretariato e Traduzione;
- Scuola di Medicina e Chirurgia;
- Scuola di Psicologia e Formazione;
- Scuola di Scienze;
- Scuola di Scienze Politiche ( o Scienze Politiche e Sociologiche)

Le nuove Scuole (già Facolta')

  Il Consiglio di Amministrazione (3 aprile 2012) ha ripartito la didattica tra 11 Scuole (che sostituiranno le vecchie Facoltà, abolite) e deciso i criteri di affererenza dei Dipartimenti alle Scuole stesse.
  (Anche approvate le classi di laurea. Per vederle, clicca su Classi).
   Le Scuole sono le seguenti:
- Scuola di Agraria e Veterinaria;
- Scuola di Economia, Management e Statistica;
- Scuola di Biotecnologie, Farmacia e Discipline Motorie;
- Scuola di Giurisprudenza;
- Scuola di Ingegneria e Architettura;
- Scuola di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali;
- Scuola di Lingue, Interpretariato e Traduzione;
- Scuola di Medicina e Chirurgia;
- Scuola di Psicologia e Formazione;
- Scuola di Scienze;
- Scuola di Scienze Politiche (o Scienze Politiche e Sociologiche).

  L'art. 19 co. 4 dello statuto prevede che all'interno delle scuole siano costituite vicepresidenze nelle sedi territoriali caratterizzate dalla presenza di un numero rilevante di docenti e studenti.
  Nelle sedi della Romagna è stata confermata la presenza di una vicepresidenza delle scuole, in corrispondenza delle precedenti sedi istituzionali delle presidenze di facoltà, procedendo ad accorpamenti laddove le facoltà presenti in una sede confluiscano nella stessa scuola e di istituire ulteriori vicepresidenze in quelle sedi in cui sono attivati corsi di studio di competenza dei dipartimenti afferenti alla scuola a cui sono iscritti complessivamente almeno 1000 studenti e abbiano sede di servizio almeno 25 docenti inquadrati nei dipartimenti afferenti alla scuola.

   Sulla base di tale criterio sono state istituite:
   - presso la sede di Bologna una vicepresidenza per ciascuna delle scuole di cui sopra con l'eccezione della scuola di Agraria e Veterinaria per cui sono previste due vicepresidenze, una nel comune di Bologna e l'altra nel comune di Ozzano dell'Emilia;
  - presso la sede di Cesena una vicepresidenza per ciascuna delle seguenti scuole: Ingegneria e Architettura; Psicologia e Formazione;
  - presso la sede di Forlì una vicepresidenza per ciascuna delle seguenti scuole: Economia, Management e Statistica; Lingue, Interpretariato e Traduzione; [Scienze Politiche o Scienze Politiche e Sociologiche];
  - presso la sede di Ravenna una vicepresidenza per la scuola di Lettere e Conservazione dei Beni Culturali;
  - presso la sede di Rimini una vicepresidenza per ciascuna delle seguenti scuole: Economia, Management e Statistica; Biotecnologie, Farmacia e Discipline Motorie.

    I criteri per l'afferenza dei Dipartimenti alle Scuole hanno luogo in relazione alla consistenza, alla rilevanza e all'affinità disciplinare delle attività formative garantite dai Dipartimenti.
   Il criterio di consistenza delle attività formative garantite dai dipartimenti alle scuole è soddisfatto quando un dipartimento conferisce almeno il 4% dei crediti formativi offerti da una scuola. Tali crediti sono calcolati sulle attività formative dei corsi di laurea di I e II ciclo che prevedono lo svolgimento di attività didattica frontale e l'attribuzione di crediti, così come rilevato dal data base della programmazione didattica d'ateneo (a.a. 2011-12).
  Il criterio di rilevanza delle attività formative garantite dai dipartimenti alle scuole è soddisfatto quando un dipartimento conferisce il maggior numero dei crediti formativi, calcolati come sopra, ad almeno un corso di laurea di I o II livello nelle classi dei corsi di laurea di pertinenza di una scuola.
   Il criterio di affinità disciplinare delle attività formative garantite dai dipartimenti è soddisfatto quando i settori scientifico-disciplinari dei docenti e ricercatori appartenenti a un dipartimento sono presenti tra quelli degli insegnamenti di base o caratterizzanti di almeno una delle classi dei corsi di laurea di pertinenza di una scuola.

    Un dipartimento afferisce a una scuola se soddisfa il criterio di affinità disciplinare e almeno uno tra i criteri di consistenza e di rilevanza delle attività formative garantite alla scuola stessa.   

 
  Gianni Porzi, Il commento

   (da: INTERVENTO in CdA)

   Innanzi tutto devo rilevare che è stato messo all'o.d.g. un tema così importante qual'é la costituzione delle Scuole, senza un incontro preliminare dedicato all'approfondimento del problema in tutti i suoi aspetti, per registrare le varie ipotesi e per conoscere anche le possibili criticità, al fine di poter poi assumere una decisione consapevole, avendo cioè acquisito la piena conoscenza del problema.
   La complessità del problema è dimostrata anche dal fatto che il pro-Rettore Fiorentini, durante l'illustrazione della pratica, ha affermato che è stato un lavoro difficile e molto impegnativo.
   A mio avviso sarebbe stata molto utile una riunione della Assemblea Congiunta (CdA e Senato) dove potevano essere registrate le varie proposte e che avrebbe consentito, dopo un ampio dibattito, di raggiungere una soluzione il più possibile meditata e condivisa.
   Per quanto riguarda il n° di Scuole, la scelta di 11, che ritengo eccessive, non credo risponda allo spirito della Legge.
   A mio avviso, la Scuola doveva rappresentare un qualcosa di innovativo (almeno per il nostro Paese) che superasse la logica delle attuali Facoltà, affidando ai Dipartimenti tutta la responsabilità dell'attività didattica.
  Ritengo che andassero il più possibile evitate sovrapposizioni con le attuali Facoltà.
   La scelta delle 11 Scuole non credo risponda all'esigenza di una razionalizzazione dell'attuale situazione, come auspicato dalla Lg.240.
  Non si capisce inoltre la logica dell'aver fissato al 4% la soglia dei crediti formativi come consistenza minima delle attività formative perché un Dipartimento possa partecipare ad una Scuola.
  Perché proprio il 4% e non il 5% o addirittura il 10%?
  Ha senso che una Scuola sia costituita da due soli Dipartimenti, uno dei quali con peso sostanzialmente irrilevante?
  Con una soglia bassa e un numero elevato di Scuole potrebbe inoltre verificarsi che un Dipartimento (specialmente nel caso di quelli che comprendono s.s.d. di "servizio") possa afferire a più Scuole, cosa che non credo vada nella direzione della semplificazione.
   Per quanto concerne le due opzioni proposte per la denominazione della undicesima Scuola in elenco, accolgo con piacere la notizia data dal Rettore che il problema è stato risolto.
  Colgo tuttavia l'occasione per mettere in evidenza che la diatriba tra le due denominazioni era chiaramente conseguenza dell'elevato n° di Scuole.  GP

 

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CONTENZIOSO SUGLI STATUTI:
MIUR  CHIAMA  IN  GIUDIZIO,  AL TAR,  IL  POLITECNICO  DI   TORINO
Idem, probabilmente, per Genova e  Parma


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Francesco Profumo
già Rettore


Contestata la legittimità della decisione
del Politecnico, laddove esso insiste per la elettività
del CdA - Consiglio di Amministrazione

Il ProRettore Gilli, successore pro-tempore di Profumo:
"Difenderemo questa posizione con fermezza,
fiduciosi nel Giudice Amministrativo"


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Marco Gilli
ProRettore

NOTA. Gli scenari che si aprono per Torino e, potenzialmente, per tutta l'universita' italiana

1.- In premessa, si ricorda che non solo Torino Politecnico, ma anche Genova e Parma, hanno deliberato di volere un CdA elettivo, non designato, ritenendo cio' essere conforme alla legge Gelmini.
  Questa, all'art. 2, lett. i stabilisce, "per la composizione del consiglio di amministrazione", ... "una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta degli altri componenti,... tra candidature individuate ... tra personalita' italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un'esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale".
  Secondo il Miur, ''designazione o scelta'' e' diverso da ''elezione'', ma secondo alcuni giuristi l'aggiunta di "o scelta" e' un ripensamento del legislatore che offre, in subordine, la possibilita' della elezione: nel senso che anche la elezione e' una scelta.
  Sempre, secondo il Miur, posto che il CdA vada designato, esso va configurato come distinto da ogni altro Organo. Pertanto, esso non puo' essere neppure l'emanazione di un altro organo (il Senato), e dunque dev'essere nominato da almeno due organi.

2. Quale linea di difesa Torino potrebbe adottare, al Tar ?
Torino potrebbe scegliere tra due linee difensive:
a) potrebbe sostenere di avere correttamente applicato la legge, perche' ''eleggere'' vuole dire anche ''scegliere'', non importa se mediante votaziono o mediante designazione. L'importante e' che i candidati abbiano le competenze professionali di legge per fare bene il loro compito;
b) potrebbe, invece:
- sostenere che lo Statuto degli Atenei puo' disporre nei limiti della legge ordinaria e che questa, essendo una legge ordinaria, (a sua volta) puo' disporre nei limiti della legge costituzionale, secondo cui (art. 33) '' le ... universita' ... hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato'';
- e sostenere cha le legge Gelmini ha violato la Costituzione, laddove non ha rispettato l'autonomia universitaria, in materia di ordinamento e, dunque, chiedere al TAR che, prima di decidere, ponga la questione di costituzionalita' alla Corte Costituzionale.

La prima linea e' molto rischiosa e forse perdente.
La seconda linea, ma che postula che il TAR ritenga fondata la questione di costituzionalita', viene ad aprire per l'universita' italiana una stagione nuova: la speranza che la Corte la liberi ora e per sempre dal guinzaglio dei politici, in materia di autonomia di ordinamento.

3.- Cosa dire per provare la incostituzionalita' della legge Gelmini ?
Gli elementi costitutivi del dispositivo di legge contestato sono, a mio avviso, tre:
a) le competenze del CdA;
b) i requisiti dei candidati, ai fini della nomina;
c) il decisone delle nomine.

A mio avviso, i primi due punti possono rientrare nei limiti, di possibile competenza della legge ordinaria, senza violare l'autonomia universitaria su questioni essenziali di ordinamento.
Invece, il potere di decidere chi fa la scelta (elezione, designazione ...) e' invece essenziale perche' l'autonomia sussista o sia annullata.
Dunque, la incostituzionalita' della legge ordinaria mi parrebbe ineccepibile, sul punto c). Nino Luciani

 


EDIZIONE PRECEDENTE
    

   Il nuovo ministro prof. Francesco Profumo
audito dalla Commissione Cultura della Camera
(10 gennaio 2012)


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Francesco Profumo,
ministro università

 


Documento Programmatico del Ministro
contenente le sue linee di azione
per  la Ricerca
e l’Università
( Testo integrale relativo alle Parti I e II )

Primo commento: accento sul rifinanziamento della ricerca e dell'università,
per dare sostanza alla  riforma ex-lege 240/2010, in via di completamento

  
Linee di azione - Sintesi

   Il presente Documento Programmatico contiene le linee di azione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (di seguito anche MIUR).
  Il Documento, che premette brevemente quelle che sono le caratteristiche del Ministero dal punto di vista organizzativo, si articola nell’esposizione di: interventi programmati per implementare la ricerca scientifica e tecnologica  (Parte I: Ricerca); piano di azioni ed obiettivi per la riforma del sistema universitario (Parte II: Università); priorità strategiche nonché ambiti prioritari di intervento in materia di istruzione (Parte III) (omessa in questo servizio - NdR).

PREMESSA

   Nel panorama delle amministrazioni centrali e periferiche in cui si articola l’organizzazione statale, il MIUR si contraddistingue per alcune peculiarità specifiche tra le quali, in particolare: la complessità istituzionale, dal punto di vista della rete di relazioni con altri enti, l’imponenza dell’organizzazione, che si sviluppa sia a livello centrale che periferico [3 dipartimenti, 12 direzioni generali centrali, 18 direzioni generali regionali; un organico di 8.462 unità di personale amministrativo, con personale in servizio pari a circa 5.235 unità]; l’esiguità dei fondi in settori di rilievo in cui è chiamato ad operare; il carattere strategico delle prestazioni e dei servizi resi (istruzione, formazione universitaria e ricerca) non solo dal punto di vista sociale ma anche quale fattore di competitività del Paese nonché oggetto di specifici impegni assunti in sede europea. In allegato, si illustrano elementi esplicativi sullo stato attuale dell’organizzazione ministeriale, evidenziando criticità ed individuando specifici interventi strutturali (All. 1: Ministero).

PARTE I - RICERCA-

1. L’accesso ai fondi europei e la competizione internazionale sulla ricerca

    L’Italia soffre di una ridotta capacità di accesso e sfruttamento dei fondi messi a disposizione dall’Unione Europea per la Ricerca. Sul VII Programma Quadro, a fronte di un contributo totale dell’Italia al finanziamento del programma pari circa al 14%, lo sfruttamento degli stessi è stato solo pari all’8% circa. Sul fronte delle politiche di coesione, le percentuali di utilizzo dei fondi strutturali vedono l’Italia al penultimo posto, davanti alla Romania, con situazioni particolarmente critiche nelle Regioni della convergenza.

   A fronte di questa situazione, il Ministero è impegnato in una robusta azione di recupero della competitività del sistema della ricerca italiana nel contesto internazionale, con particolare riferimento agli indirizzi di priorità  espressi dalla Commissione Europea attraverso la strategia Horizon 2020. L’obiettivo perseguito è quello di aumentare la competitività dei ricercatori e delle imprese italiane nell’accesso alle varie tipologie di fondi messi a disposizione dalla Commissione Europea nonché di favorire l’integrazione tra tali fondi e capitali privati. Il Ministero intende anche promuovere specifici programmi e progetti di cooperazione bilaterale con paesi terzi di particolare interesse sotto il profilo dell’attività scientifica, tecnologica e dell’innovazione.

   A questo scopo il Ministero è impegnato nello sviluppo di un insieme integrato di azioni che compongono una strategia complessiva di crescita prevalentemente basata sul miglior utilizzo delle risorse europee. Tale strategia muove dal rafforzamento delle capacità tecnologiche delle imprese, delle università e degli enti di ricerca su alcuni temi specifici, si sviluppa attraverso la realizzazioni delle condizioni di crescita per le giovani imprese innovative, si completa con la capitalizzazione del valore sul territorio e con la creazione di infrastrutture intangibili e si chiude attraverso il sostegno alla domanda di prodotti e servizi innovativi e la creazione di nuovi mercati per l’innovazione, anche attraverso la committenza pubblica pre-commerciale.

   Nella tabella seguente sono riportate le specifiche azioni in essere e quelle in fase di avvio.

AZIONI IN ESSERE      

Azione

Destinatari

Area Geografica

Risorse

Ricerca FAR

Imprese, Università, EPR

Centro Nord + Sud no convergenza

700 ML

PON azioni integrate

Imprese, Università, PA, EPR

Convergenza

400 ML

Distretti Tecnologici 1

Imprese, Università, EPR

Convergenza

514 ML

Distretti Tecnologici 2

Imprese, Università, EPR

Centro Nord + Sud no convergenza

375 ML

Fondo infrastrutture

Università e centri di ricerca

Convergenza

650 ML

Fondo High Tech

Imprese

Convergenza

80 ML

Totale parziale    

2.719 ML

       
AZIONI DA AVVIARE      

Azione

Destinatari

Area Geografica

Risorse

Incentivi al Venture Capital x Spin Off ricerca

Imprese, Università, Enti di Ricerca

Centro Nord

100 ML

Zone Franche d’Innovazione

Imprese, Università, PA, Enti

Convergenza

20 ML

Procurement precommerciale

PA e Imprese

Tutte

2 ML

Firb Giovani

Ricercatori

Tutte

58 ML

PRIN

Ricercatori

Tutte

173 ML

Poli di eccellenza

Università

Convergenza

150 ML

Totale parziale    

503 ML

TOTALE GENERALE    

3.222 ML

2. Un progetto strategico per il Paese

   Tale sistema di interventi, infine, è coordinato e finalizzato attraverso l’individuazione di un obiettivo strategico, le città intelligenti (Smart Cities), che assume il ruolo di punto focale per l’organizzazione e il coordinamento degli sforzi di tutti gli attori che partecipano al processo. Le grandi sfide sociali rappresentano non solo problemi da affrontare, ma anche grandi opportunità di rilancio e di crescita per alcuni importanti settori della nostra industria e del sistema della ricerca e della formazione. L’azione integrata proposta dal Ministero è finalizzata a realizzare politiche duali, capaci contestualmente di migliorare la vita dei cittadini e di avviare processi di sviluppo economico. Da un lato, quindi, l’azione si ispira alla volontà di affrontare problemi di grande rilevanza sociale, quali la riduzione delle emissioni attraverso le tecnologie pulite, le infrastrutture intelligenti per la mobilità, la realizzazione di modelli urbani e di abitazione più sostenibili, una sanità più efficiente, un welfare equo e tecnologico per la società che invecchia e per le persone in condizioni di disagio. Dall’altro, la stessa si ispira alla volontà di capitalizzare gli sforzi necessari al miglioramento della vita dei cittadini attraverso l’aumento delle capacità tecnologiche, della competitività e del potenziale di crescita delle imprese italiane. Al fine di realizzare tale disegno, concentrando gli sforzi sui settori e sulle applicazioni più rilevanti, il Governo intende utilizzare la piattaforma ideale della Smart City e la visione di sviluppo ad essa sottesa come punto focale per il coordinamento delle azioni di governo orientate allo sviluppo, nonché come metafora narrativa del percorso lungo il quale l’azione di governo intende coinvolgere cittadini, imprese, ricercatori ed amministrazioni. La piattaforma progettuale di Smart City è una collezione di problemi di scala urbana e metropolitana da affrontare e di idee per risolverli, un insieme di tecnologie, applicazioni, modelli di inclusione, regole di relazione tra sistema pubblico e privato, nuova strumentazione finanziaria, innovazione nella pubblica amministrazione, procedure di procurement, azioni di semplificazione e trasparenza, regolamentazione, su cui la pubblica amministrazione sappia formulare promesse credibili nel medio periodo.

PARTE II - UNIVERSITA'

Il sistema universitario (All. 2: Università) vive un momento di grande trasformazione, sia in ragione della particolare situazione di finanza pubblica sia in ragione dell’avvio del profondo processo di riassetto che segue l’entrata in vigore della riforma.

1. Il percorso riformatore in atto

   Il sistema universitario e della ricerca è chiamato nel corso del 2012 a consolidare e completare il percorso riformatore che, tenendo conto del quadro delineato dalla legge 240/2010, si esplica in un articolato piano di azioni e obiettivi.
   a) Ringiovanimento delle università e revisione del sistema di reclutamento. Con l’obiettivo di rendere più flessibile e competitivo il sistema della ricerca, il reclutamento dei ricercatori è strutturato in modo da prevedere un ingresso con contratti a tempo determinato al termine dei quali è prevista l’assunzione nei ruoli della docenza a seguito del conseguimento dell’abilitazione nazionale.
  b) Riforma dei dottorati di ricerca. Si tratta di un altro tassello fondamentale finalizzato alla formazione di ricercatori in grado di operare a stretto contatto con il sistema della ricerca universitaria e il sistema delle imprese con una prospettiva di forte internazionalizzazione dei percorsi di terzo livello attraverso l’accreditamento di corsi di dottorato con elevati livelli qualitativi e nel rispetto di rigorosi requisiti dimensionali.
  c) Valutazione e accreditamento degli atenei e dei corsi. La valutazione, vista come strumento di costante monitoraggio delle politiche realizzate, vede nel percorso di accreditamento degli atenei e dei corsi di studio il primo elemento per assicurare agli studenti e alle famiglie di poter frequentare percorsi formativi e sedi universitarie di qualità certificata.
   d) Diritto allo studio e Sistema integrato di politiche a sostegno degli studenti
   Il diritto allo studio declinato come intervento di equità a sostegno dei percorsi di mobilità sociale necessari affinché si affermino i principi del merito e dello sviluppo della conoscenza nella società. Ciò attraverso: un portale nazionale di informazione ed iscrizione all’università; l’impostazione su base sperimentale di modalità valutative di accesso a tutti i corsi di laurea; l’offerta di test di accesso per le facoltà a numero chiuso su base almeno interregionale; la correlazione del sistema di valutazione e accreditamento a specifici interventi di diritto allo studio, utilizzando anche il Fondo per il merito; l’ampliamento della possibilità di accesso ai corsi italiani di studenti stranieri; l’avvio della Fondazione per il merito cui è affidato il compito di convogliare risorse pubbliche e private da destinare a interventi per borse di studio e per prestiti d’onore; la realizzazione e la  ristrutturazione degli edifici destinati ad ospitare gli studenti sia in termini di residenzialità, sia di spazio destinati allo svolgimento delle attività di didattica e di ricerca.
   e) Revisione del sistema di finanziamento delle Università.
    Il principale obiettivo è quello di far conoscere per tempo agli atenei i criteri di assegnazione delle risorse, l’entità dei finanziamenti e tempestivamente la dimensione delle rispettive assegnazioni in modo da metterli in condizioni di poter programmare con un orizzonte temporale pluriennale le proprie attività. Il sistema universitario può contare su tre distinte linee di finanziamento statale: le risorse a copertura delle spese correnti, i fondi infrastrutturali e i fondi per la ricerca. Tali risorse non includono il cofinanziamento da parte di soggetti privati.

Risorse a copertura di spese correnti Fondi infrastrutturali Fondi per la Ricerca
FFO - Fondo di Finanziamento Ordinario FONDO EDILIZIA e INFRASTRUTTURE PRIN 2010-11
PROGRAMMAZIONE TRIENNALE FONDO L.338/2000 FIRB "Futuro in ricerca" 2012
ECONOMIE DA TURN OVER COLLEGI E RESIDENZE PON 2 - DISTRETTI E LABORATORI
 

 

 

PIANO NAZIONALE PER IL SUD
PON A3 - RAFFORZAMENTO STRUTTURALE
RINEGOZIAZIONE CONTRATTI E MUTUI
CASSA DEPOSITI E PRESTITI
PON 1 - RICERCA INDUSTRIALE
DISTRETTI CENTRO NORD
DOTTORATO DI RICERCA

7.500 ML

1.700 ML

3.300 ML

TOTALE 12.500 ML

P.S. . Nei prossimi giorni si potrà disporre del  resosconto stenografico della Commissione Cultura