"Universitas News" l'assemblea sindacale "on line" del SUN. Visite: n. 20.466 nel 2010, da 23 Paesi

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Ministro Profumo a Commissione Cultura della Camera: completare la riforma e rifinanziare la ricerca e l'universita.
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UNIVERSITAS  News

Foglio on line sull'università, con  Forum di politica generale aperto a tutti.
Sede in Bologna, via Titta Ruffo 7- Tel  347 9470152 - nino.luciani@alice.it
Vedi anche:
http://www2.dse.unibo.it/luciani/index.htm

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NINO LUCIANI, Direttore responsabile

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 Nino Luciani

Comité de Patronage: Francesco Bonsignori, Alfredo De Paz, Elena Ferracini,  Dario Fertilio,
Enrico Lorenzini, Nino Luciani,  Bruno Lunelli, Marco Merafina,  Franco Sandrolini

  PAESI VISITATORI  nel 2010: Italy, United States, United Kingdom, Germany, France, Netherlands, Ukraine, Poland, Russian Federation, Belgium, Canada, Switzerland, Greece, China, Finland, Denmark, Morocco, Spain, Israel, Sweden, Luxembourg, Romania, Australia, Costa Rica, Latvia, Turkey, Brazil, Malta, Austria, Moldova, Republic of Korea, Republic of South Africa, Malaysia, Bulgaria, Slovenia, Tunisia, United Arab Emirates, San Marino, Czech Republic, Egypt, India, Netherlands Antilles, Indonesia, Slovakia, Hong Kong, Croatia, Georgia, Senegal, Vietnam, Brunei Darussalam, Japan, Colombia, Macedonia, Mexico, Peru, Ireland, Aruba, Uruguay, Albania, Belarus, Philippines, Algeria, Portugal, Lithuania, Cote D'Ivoire, Hungary, Europe, Kuwait, Norway, Bolivia, Pakistan, Chile, Togo, Venezuela, Kenya, Panama, Iran, Islamic Republic of, Estonia, Argentina, Satellite Provider, Bahrain, Lebanon

EDIZIONE  DI  GENNAIO   2012

Attesa risposta del Ministro Profumo alla Lettera dell' Intersindacale Universitaria, del 24 novembre, che faceva richiesta di incontro su stato di "estrema criticità dell'Università".CLICCA: HOME

Crisi economica. Luciani: Se due imprese su tre sono in difficoltà, il rilancio degli investimenti e la demonizzazione dell'
evasione fiscale non sono conciliabili. Priorità a destatalizza-
zioni, più che a "liberalizzazioni". CLICCA su: FORUM1
Dopo i bandi miur per i Fondi "PRIN" e  "Futuro in Ricerca", Gianni Porzi, Critiche al Ministro Profumo. Commenti da più parti dell'Università italiana. CLICCA su: FORUM4 Per dibattito su metodo e criteri per la riforma della Governance, che dovrà riguardare Governo e legge elettorale per Parlamento. CLICCA su: FORUM2
Bologna: Regolamento per le chiamate, dentro la lista degli abilitati.Niente concorso. Commento:concorsopoli fu strumen- talizzata, per abolire i concorsi. CLICCA su: Stato giuridico CEUB - CENTRO UNIVERSITARIO RESIDENZIALE Srl di Bertinoro (Ateneo Bologna, proprietà 1/3 del capitale. Quali i motivi della situazione debitoria ? Clicca su: FORUM3
Ministro Profumo illustra a Commissione Cultura della Came-
ra proprio Documento Programmatico: completare la riforma e rifinanziare Ricerca e Università. CLICCA su RUBRICA
Bologna, Spunta (per presunto abuso di potere del Rettore) un caso "PAM" (titolo di Professore dell'Alma Mater), dopo"flop" dei "professori emeriti" a Giurisprudenza.CLICCA: ARTICOLI

Tribunale di Perugia Sentenza n. 109/11, in data 27/1/2011, riammette il prof. Nino Luciani nel Cipur, Clicca su: Trib-Perugia

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Mentre l'Università cerca il ritorno a una vita normale, dato il vuoto normativo e
finanziario di cui alla legge Gelmini, anche per inapplicabilità di Decreti attuativi di base,

giunge notizia che il Consiglio di Stato ha dato parere negativo al MIUR, per  il
Decreto per la formazione delle Commissioni giudicatrici per l'abilitazione nazionale.

I  Ricercatori, a loro volta, sono andati alla CRUI (sotto i Comunicati ),
di seguito alla visita del nuovo Ministro alla CRUI , su invito di questa.


ATTESA
  E  FIDUCIA  DELLA  RISPOSTA  DEL   MINISTRO  ALLA  LETTERA  DELLA INTERSINDACALE UNIVERSITARIA (DEL 24 NOVEMBRE), CHE FACEVA RICHIESTA
DI  INCONTRO  SULLO  STATO  DI  "ESTREMA CRITICITÀ DELL'UNIVERSITÀ "

I Comunicati della CRUI-Conferenza dei Rettori
e del CNRU - Comitato Naz.le Ricercatori Universitari

Il Comunicato della CRUI

   Il 19 dicembre 2011, presso la sede della CRUI, si è svolto un incontro tra il Presidente della CRUI, Prof. Marco Mancini, il Rettore dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, Prof. Massimo Giovannini, membro della Giunta, e il Coordinatore Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari (CNRU), Prof. Marco Merafina, accompagnato da una delegazione.
   Durante l’incontro il Presidente della CRUI ha innanzitutto informato la delegazione del CNRU sui contenuti del recente intervento del Ministro Profumo all’Assemblea.

   Sono stati quindi affrontati numerosi argomenti di stringente interesse per il sistema universitario quali:
-  i finanziamenti alle Università e alla ricerca;
- il piano straordinario di reclutamento dei professori associati e le problematiche a esso connesse;
- la questione dei ricercatori e del loro stato giuridico; gli aspetti critici della normativa sulle retribuzioni in connessione con le progressioni di carriera;
- la questione del finanziamento della tenure track per i ricercatori a tempo determinato.

  Su molti di questi argomenti si è riscontrata una convergenza di posizioni tra le parti che hanno anche convenuto sull’opportunità di prevedere incontri periodici per garantire un confronto sulle tematiche che saranno oggetto dei prossimi dell’Università e della Ricerca. 



La lettera dell'InterSindacale
(24 novembre 2011)

 
   - Al Ministro dell’IUR
   prof. Francesco Profumo

    OGGETTO: Richiesta incontro

                   Signor Ministro,
   nel rivolgerLe i migliori auguri di buon lavoro, le scriventi Organizzazioni e Associazioni universitarie intendono evidenziare la stato di estrema criticità in cui versa l’Università italiana. In questo scenario appare necessario che il nuovo Governo avvii un confronto costante con le diverse componenti universitarie da noi rappresentate, riconoscendo il ruolo fondamentale dell’Università per lo sviluppo sociale ed economico del Paese.
  

    Per questo chiediamo al più presto un incontro per affrontare i diversi temi che riguardano l’Università italiana, anche alla luce del processo attuativo della legge 240/10.

  Distinti saluti.

  ADI, ADU, ANDU, CISL-Università, CNRU,
  CNU, CoNPAss, FLC-CGIL, RETE29Aprile,
  SUN, UDU, UGL-Università, UIL-RUA,
  USB-Pubblico impiego

 


Il Comunicato dei Ricercatori

(estratto dei punti essenziali)

   Il 19 Dicembre 2011, presso la sede della CRUI, una delegazione del Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari (CNRU), guidato da  Marco MERAFINA, Coordinatore Nazional (Universita' di Roma La Sapienza - Coordinatore Nazionale) ha incontrato il Presidente della CRUI, Marco MANCINI, accompagnato dal Rettore dell'Universita' Mediterranea di Reggio Calabria Massimo GIOVANNINI, membro della Giunta. L'incontro e' stato articolato in due momenti: nel primo il Presidente della CRUI ha informato la delegazione del CNRU sul recente incontro con il Ministro PROFUMO e su alcuni contenuti discussi in quella sede; nel secondo sono stati affrontati diversi argomenti aventi per oggetto:
- la situazione del finanziamenti al sistema universitario,
- la questione dei finanziamenti alla ricerca,
- il piano straordinario di reclutamento dei professori associati e le problematiche ad esso connesse, - la questione dei ricercatori e del loro stato giuridico,
  - alcuni aspetti critici riguardanti la normativa relativa alle retribuzioni in connessione con le progressioni di carriera, - la questione del finanziamento della "tenure track" per i ricercatori a tempo determinato (da approfondire in futuro).

   E' stata inoltre consegnata al Presidente Mancini una versione aggiornata della proposta del CNRU sulla questione del riconoscimento del ruolo di professore ai ricercatori meritevoli, con un'analisi della sua sostenibilita' finanziaria, in merito alla quale il Presidente ha assunto l'impegno di sottoporre il testo ad una valutazione in seno alla Giunta della CRUI.
   Al termine della riunione, le parti si sono impegnate a prevedere una serie di incontri periodici per garantire un confronto costruttivo sulle tematiche oggetto dei prossimi interventi normativi.

  Sintesi dei punti affrontati, rispetto ai quali e' stata riscontrata una convergenza tra le due parti:
(a) I fondi previsti dal piano di finanziamento straordinario per il reclutamento in II fascia (Legge di stabilita' del 13 dicembre 2010, n. 220, art. 1, comma 24) devono essere considerati aggiuntivi a quelli ordinari e devono poter essere spesi anche negli anni successivi a quelli di dotazione. Su questo punto si e' registrata una convergenza nella richiesta di trasferire al 2012 la quota di 13 milioni di euro prevista nel 2011 e non ancora utilizzabile per le future abilitazioni.
  (b) Accordo sulla necessita' di dare la massima priorita' all'emanazione delle procedure per l'abilitazione nazionale la cui mancanza, tra l'altro, rende appunto inutilizzabili i finanziamenti straordinari previsti dalla suddetta legge di stabilita'.
(c) Per quanto riguarda gli scatti stipendiali previsti da specifiche norme di legge per i ricercatori nel primo triennio, le parti concordano sul fatto che esso debba essere riconosciuto. Inoltre, si e' convenuto sulla necessita' che gli organi competenti chiariscano in modo definitivo e per tutto il personale universitario come deve essere considerata la ricostruzione di carriera all'atto della conferma.
  (d) Si e' riscontrata un'identita' di vedute nel prevedere un recupero del blocco degli scatti stipendiali (art. 9 del DL 78/2010) dal punto di vista giuridico, analogamente a quanto previsto per altre categorie di lavoratori non contrattualizzati.
(e) Si e' sottolineata la necessita' che tutti gli Atenei, in modo uniforme, mantengano comunque ben distinte le attivita' di didattica integrativa (affidate ai ricercatori ai sensi della legge n. 382 del 1980) dalle attivita' di didattica frontale anche ai fini della retribuzione prevista dall'art. 6, comma 4, della Legge 240/2010.
  (f) Si e' convenuto sulla necessita' che venga garantita, pur nel rispetto delle autonomie, l'omogeneita' dei criteri previsti dai regolamenti per le chiamate o concorsi locali (art. 18 della Legge 240/2010) e che si apra un canale di dialogo con i ricercatori sugli aspetti specifici legati ai criteri di valutazione.
  (g) Su nostra sollecitazione, e' stata rilevata la necessita' di avviare una discussione in merito alla "tenure track" e ai relativi meccanismi di finanziamento. Su questo il Presidente ha dato ampia disponibilita' ad approfondire la questione.
  (h) Si e' riscontrata un'identita' di vedute nel prevedere che i finanziamenti della ricerca per i giovani ricercatori siano garantiti ed erogati secondo scadenze certe.
  (i) Infine, si e' convenuto sulla necessita' di chiedere per il prossimo esercizio un cofinanziamento alla mobilita' dei ricercatori.

   Sulla questione del riconoscimento del merito in un'ottica disgiunta dalle disponibilita' finanziarie degli Atenei si e' registrata una differenza di vedute e pertanto si e' convenuto di approfondire l'argomento nei prossimi incontri.

 

EDIZIONI   PRECEDENTI

Importanza, per tutta l'università italiana, di una eventuale pronuncia della
Corte Costituzionale sulla autonomia universitaria (ex-art. 33 Costituzione)

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Prof. Gianni Porzi,
CdA, Bologna



Atenei di Genova e Torino-Politecnico rivendicano propria autonomia, rispetto a Miur, sulla Governance elettiva.

Il Miur ha 30 giorni per ricorrere al TAR.
Gli Atenei potranno, poi, opporre la questione di
costituzionalità per il diritto di autonomia organizzativa

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Giacomo Deferrari
Rettore univ. Genova

FATTI

1.- Premessa. La legge Gelmini stabisce che (art. 2 lett. f) il Senato è "elettivo", e che (art. 2, lett. i) per il CdA gli studenti sono "elettivi", e gli altri componenti sono "designati o scelti".
   Secondo il Miur, "designazione o scelta" è diverso da "elezione", ma secondo alcuni giuristi l'aggiunta di "o scelta" è un ripensamento del legislatore che offre, in subordine, la possibilità della elezione: nel senso che anche la elezione è una scelta.
   Precisamente, secondo il Miur, il CdA va designato (ma la legge non dice
, da parte di chi), e siccome esso va configurato come distinto da ogni altro Organo, esso non può essere l'emanazione di un altro organo, e dunque dev'essere nominato da almeno due organi.
   Infine, secondo altri, le modalità di governance sono riservate dalla Costituzione alle università. Pertanto il MIUR può dare il proprio supporto interpretativo, ma esso non è vincolante per le università.

2. Genova e Torino-Politecnico*.  Queste università hanno deciso che il CdA sia elettivo.  Ma vediamo come.

GENOVA. Per l'Art. 19 - 1. Il consiglio di amministrazione, nel rispetto del principio delle pari opportunità, è composto da: (a) il rettore; (b) quattro docenti dell'Ateneo dei quali due appartenenti alle aree scientifiche da 1 a 9 e due alle aree da 10 a 14; (e) un tecnico-amministrativo dell'Ateneo; (d) due rappresentanti degli studenti; (e) tré persone che non siano dipendenti dell'Ateneo ne lo siano state nel quinquennio precedente.
....
4. I candidati di cui alle lettere b) e e) del comma 1 sono eletti ("tra persone in possesso di comprovata competenza", vedi c. 2) in due collegi elettorali costituiti rispettivamente dal personale docente e dal personale tecnico-amministrativo.
5. I candidati di cui alla lettera e) del comma 1 sono votati individualmente dal senato accademico.
...
TORINO-Politecnico. Per l'art. 12, c. 3, dello Statuto, Il Consiglio di Amministrazione è composto da undici componenti: a) il Rettore, membro di diritto; b) cinque componenti appartenenti ai ruoli dell'Ateneo (professori, ricercatori e personale tecnico-amministrativo); e) tre componenti non appartenenti ai ruoli dell'Ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per tutta la durata dell'incarico; d) due rappresentanti degli studenti.
4. - ....e) il Senato Accademico, avvalendosi di un apposito Comitato, accerta che le candidature presentate soddisfino i requisiti pubblicati nei bandi e compone la lista di candidati intemi e la lista di candidati esterni includendo in esse tutti i candidati che soddisfìno i suddetti requisiti. Il Comitato, che dovrà includere almeno 1/3 di componenti esterni all'Ateneo, sarà individuato secondo modalità definite da apposito Regolamento approvato dal Senato Accademico; ...

5. I cinque componenti appartenenti ai ruoli dell'Ateneo sono eletti dai professori, dai ricercatori a tempo indeterminato e dal personale tecnico-amministrativo, nell'ambito della lista di cui alla lettera e) del comma 4.

6. I tre componenti non appartenenti ai ruoli dell'Ateneo sono designati dal Senato Accademico, nell'ambito della lista di cui alla lettera e) del comma 4. La designazione avviene con votazione del Senato Accademico a maggioranza dei componenti il Senato medesimo. Il Senato Accademico riapre la procedura di formazione della lista, come indicato nel comma 4, qualora non risulti designato il numero previsto di componenti esterni.

7. I rappresentanti degli studenti, in numero di due, sono eletti con modalità specificate dal Regolamento Generale di Ateneo. "...

  A questo punto, gli Statuti vanno in Gazzetta Ufficiale, e il Miur ha 30 giorni per fare ricorso.
  Sul ricorso, gli Atenei ribelli in materia di Governance potrebbero seguire due vie:
  a) opporre un semplice problema interpretativo e sostenere che la possibilità di "scelta" significa anche "elezione. Ma in questo caso, gli Atenei rischiano di perdere, perchè la legge dice "designazione o scelta", in contrapposizione a "elezione", dello stesso comma, per cui la legge ha fatto un netta distinzione;
  b) opporre che la legge ordinaria è incostituzionale, in marteria organizzativa.
  Se questo sarà il percorso, Genova e Torino-Politecnico faranno un grande servzio all'università italiana, posto che il TAR riconosca fondata la questione di costituzionalità: nel senso che ora e per sempre sarà aperta la strada per ottenere dalla Corte Costitiuzionale i limiti del Governo nel violare l'Autonomia delle università, secondo la Costituzione.

3. Bologna. Qui ha avuto luogo una grande battaglia del Consigliere Gianni Porzi (tra l'altro, Rappresentante del Governo in CdA) che si è mosso per lo stesso verso delle ricordate Genova e Torino Politecnico, ma risultandone sconfitto. Rinvio, per i particolari, al resoconto di un quotidiano locale (clicca su: unige-giornale).
  Non solo questo. A supporto della tesi elettiva, l'Intersindacale universitaria (oltre all'organizzazione di un Referendum, aperto a tutto l'Ateneo, e vinto alla larga), inviava "osservazioni giuridiche" al MIUR, in cui sosteneva:

"La procedura di composizione del CdA che le proposte vogliono introdurre non soltanto è finalizzata a garantire il controllo del Rettore sul CdA, ma pone in essere una situazione di palese ed illegittimo conflitto di interessi. Cio' è conseguente al fatto che il Senato "deve" fare una scelta solo tra nominativi scelti da un Comitato di Selezione nel quale il Rettore è maggioritario, sia pur col limite che le decisioni sono valide se prese con maggioranza qualificata, ma subito dopo mitigato dalla riserva, in ogni caso, al Rettore di proporre un proprio candidato. Infatti, la forza propositiva eccessiva del Rettore rimane, perchè, anche se mitigata dal quorum di 4/5 per la validita' della delibera del Comitato, questa mitigazione viene poi rivista dalla suddetta deroga per gli "esterni", tutta a favore del potere del Rettore, della Consulta del personale e della Consulta dei Sostenitori."

  Sul CdA, brutta figura del Miur, perchè contro se stesso. Ma il MIUR ha ritenuto infondaro questa tesi del "conflitto di interesse", giacchè dallo Statuto si trae che il CdA non è emanazione di un solo organo monocratico (il Rettore), ma di due Organi (anche il Senato).
  Ritengo che il Miur non ne esca bene, perchè i due Organi non concorrono pariteticamente alla nomina.Precisamente il Rettore, tramite il Comitato di selezione (di cui nomina 3 membri su 5)  riesce di fatto a condizionare il Senato a scegliere solo tra nominativi indicati dal rettore (sia pur in numero doppio al numero dei nominabili).
  In altri termini, se il rettore mette in un cappello tutte palline "rosse" (diciamo persone di partito, sia pur non iscritte o che non fanno poltica apertamente), dal cappello non possono che uscire palline "rosse" . E questo, a Bologna, non piace, neppure a quelli che fanno politica, perchè ci tengono all'indipendenza scientifica dell'antico Studio. NLUCIANI

*  PARMA Università.
   Dopa la pubblicazione del testo soprastante, siamo venuti a conoscenza cha anche l'Università di Parma, ha deliberato per la elettività del CdA.  Questo è il testo:
ART. 11, c.: " Il Consiglio di Amministrazione è costituito da nove componenti: - Il Rettore che lo presiede; - Due componenti esterni designati dal Senato Accademico; - Un rappresentante degli studenti eletto nell'ambito della medesima componente; - Un componente eletto nell'ambito del personale tecnico amministrativo; - Quattro docenti dell'Ateneo con rapporto di lavoro a tempo indeterminato eletti dalla medesima componente.

 

EDIZIONI PRECEDENTI

              FFO - FONDO  DI  FINANZIAMENTO  ORDINARIO 2011

La CRUI-Conferenza dei Rettori giudica ...
il FFO del Governo, alle Universita', per  il 2011

e promette "nelle prossime settimane una assoluta determinazione" nei confronti del Governo, che dice di
voler fare premialità agli Atenei  ma, poi ... , riduce le risorse,
pur in una fase in cui, per lo sviluppo, va sostenuta la ricerca

Roma, 4 ottobre 2011
__________________

Documento della
Intersindacale
Universitaria

Nazionale

Parere CRUI sullo schema di D.M. in materia di riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario per l’esercizio 2011 (nota del Capo di Gabinetto MIUR n. 251 del 15.9.2011) - Roma 22 settembre 2011

L’Assemblea della CRUI sottolinea innanzitutto la vivissima preoccupazione dell’intero sistema universitario italiano per i drammatici tagli progressivamente operati sul finanziamento ordinario. Le sottrazioni sono a questo punto pari al -7,48% in termini nominali rispetto al 2009, alle quali si aggiunge un ulteriore decremento pari al -5,53% previsto per l’anno 2012 che, come è stato rappresentato al Capo dello Stato nell’incontro tenutosi il 20 luglio u.s., de facto comporterà il blocco di alcuni fondamentali servizi strategici forniti dal sistema delle Università italiane, con danni incalcolabili per l’utenza studentesca, per l’offerta di istruzione pubblica, per la ricerca e lo sviluppo in Italia. È giunto il momento di decidere se questo Paese ha ancora bisogno delle proprie Università, e tanto più in una fase di straordinaria difficoltà per la vita nazionale nella quale la dislocazione o meno di risorse per la ricerca e l’alta formazione avrà conseguenze decisive sul nostro futuro.

È questa una questione che la CRUI tornerà a porre nelle prossime settimane con assoluta determinazione. Non è infatti più sufficiente il senso di responsabilità degli Atenei italiani per condividere una politica di premialità fatta su risorse in costante e drammatica diminuzione che, allo stato attuale, rischia di penalizzare in maniera irreversibile componenti essenziali del sistema universitario nazionale.

Adempiendo responsabilmente al proprio ruolo istituzionale la CRUI intende comunque offrire il proprio contributo alla bozza di decreto affrontando sia aspetti generali sia singoli aspetti di natura più tecnica.
In linea generale, la CRUI osserva come l’attuale impianto del D.M. non tenga ancora conto di alcuni parametri ai fini di una più equa ripartizione, quali, ad esempio, l’FFO per studente e il costo-standard, l’incidenza delle esenzioni da tasse e contributi in termini di minori entrate, la tipologia differenziata degli Atenei sul territorio italiano (Atenei generalisti e tematici, Dipartimenti medici, scientifico-tecnologici e umanistico-sociali), la presenza di strutture federate tra le Università ai sensi della normativa vigente. Inoltre è indispensabile che si dia attuazione a quanto previsto dall’art. 70 del D. Leg. 165/01 in materia di spese per il personale sanitario, attualmente a carico delle Università in modo improprio.

Su tali, decisivi aspetti la CRUI intende ritornare quanto prima, onde formulare una proposta coerente per l’architettura finanziaria dei prossimi anni in vista dell’emanazione del Decreto Legislativo previsto dall’art. 5 della L. 240/2010.

La CRUI non può d’altra parte non segnalare il grave ritardo con il quale il Ministero ha provveduto a rendere disponibile lo schema di Decreto e i disagi che ne conseguono sul piano della programmazione.

Venendo al profilo complessivo del provvedimento in esame, la CRUI rileva come vi sia stato uno sforzo obiettivo da parte ministeriale, nelle attuali condizioni, teso ad alleggerire l’impatto negativo delle cifre. L’introduzione anche quest’anno del limite del 100% rispetto all’esercizio precedente per gli Atenei con prestazione positiva e, al tempo stesso, l’applicazione di una quota tratta dal fondo perequativo (pari a ca. 9 mln di euro) per impedire decrementi mediamente superiori al 5% sono aspetti senza dubbio apprezzabili.

Così come è condivisibile che, in presenza di una diminuzione del fondo complessivo, nel calcolare la differenza tra prestazione 2011 e prestazione 2010 si sia, per la prima volta, tenuto conto del solo finanziamento consolidato dello scorso anno al netto degli interventi premiali.

INTERSINDACALE UNIVERSITARIA NAZIONALE
e ASSOCIAZIONI STUDENTESCHE
ADI, ADU, ANDU, CISL-Università, CoNPAss, FLC-CGIL, LINK,
RETE29Aprile, SUN, UDU, UGL-Università, UILPA-UR, USB-Pubblico impiego
Roma 4 ottobre 2011

Documento finale:
"L'UNIVERSITA' BENE PUBBLICO
DA DIFENDERE E MIGLIORARE"

11 novembre 2011
GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

    I continui tagli ai fondi per l'ordinario funzionamento, la riduzione del 95% dei fondi per il diritto allo studio, il ridimensionamento dell'offerta didattica, il blocco del reclutamento e delle carriere, l'espulsione di migliaia di precari stanno uccidendo l'Università statale.
    Mentre negli altri Paesi - proprio quando c'è crisi - si investe ancora di più nell'alta formazione e nella ricerca, considerati i principali motori per lo sviluppo culturale, sociale ed economico, in Italia, invece, è sempre più evidente la volontà di cancellare definitivamente l'Università statale, sede di didattica e di ricerca di qualità, negando la dignità degli studenti e di tutte le componenti che vi operano. In Italia si punta a finanziare con risorse pubbliche poche ed elitarie strutture, mettendo in condizione di non operare la maggior parte degli attuali Atenei.
  
   In questa direzione vanno anche i decreti attuativi della Legge 240/10, che si stanno emanando senza alcun confronto del Governo con le Organizzazioni universitarie, nonostante il solenne impegno assunto dal Ministro al momento dell'approvazione della Legge. Questi decreti si stanno configurando come strumenti per lo smantellamento della libertà di ricerca e di insegnamento, garantita dalla Costituzione. Si sta mettendo nelle mani dei Ministri dell'Economia e dell'Università il potere di commissariare gli Atenei e di decidere la nascita, la vita e la morte delle strutture universitarie e di decidere, di fatto, i filoni e le modalità della ricerca. In questo quadro, non offre garanzie di indipendenza l'ANVUR, sempre più "braccio operativo" del Ministero..
  
Con la distruzione del diritto allo studio si preclude l'accesso agli studenti in condizioni economico-sociali svantaggiate. La formazione universitaria viene vista come un debito che lo studente contrae con la società e si costringono i capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, a ricorrere a prestiti d'onore e altri strumenti di indebitamento.
    
Di fronte a questa drammatica e intollerabile situazione, il Governo e il Parlamento devono fare marcia indietro rispetto alle scelte finora fatte. Non si può più tollerare che le sorti dell'Università siano decise dal Ministero e dagli organismi da esso nominati e che negli Atenei dominino le oligarchie locali, consolidate dalla maggior parte dei "nuovi" statuti voluti dalla legge 240/10. Il Paese ha urgente bisogna di una vera riforma per l'autonomia e l'autogoverno democratico degli Atenei e del Sistema nazionale universitario, con la partecipazione paritetica di tutte le componenti universitarie.
     Nell'immediato occorre ottenere un adeguato FINANZIAMENTO STRAORDINARIO* per affrontare le questioni prioritarie del diritto allo studio, del reclutamento in ruolo e del rilancio della ricerca.
     In occasione dell'inizio degli anni accademici, le Organizzazioni promuovono una iniziativa nazionale unitaria di mobilitazione nella giornata dell'11 novembre 2011.
________________________________
* Nota della Redazione. Oggi il FFO è nell'intorno di € 7 miliardi. Nel 2001-2002 il FFO era nell'intorno di €  6,2 miliardi e in quegli anni, causa Euro, i prezzi raddoppiarono, per cui in termini reali il FFO (per diventare uguale a quello del 2001-2002) dovrebbe essere di € 14 miliardi.


Uno sforzo altrettanto apprezzabile è stato fatto nell’applicare il c. 1 dell’art. 11 della L. 240/2010 (cosiddetto fondo perequativo). A fronte del dettato tecnicamente impreciso della norma di legge (‘modello’ teorico e accelerazione sono infatti categorie che non pertengono più al fondo premiale, anche se resta a termini di legge l’incentivazione di Atenei sottofinanziati di una quota percentuale pari o superiore al -5%) e di un sistema di calcolo non del tutto efficace, il MIUR ha ripartito approssimativamente la metà del fondo a disposizione di 95 mln di euro a tutte le Università limando così di qualche punto la media del taglio generale (che è migliorata di circa lo 0,2%).

Resta comunque l’istituto di un fondo perequativo che rafforza notevolmente la distribuzione premiale più che il vero e proprio riequilibrio e, quindi, l’attenzione nei confronti degli Atenei storicamente sottofinanziati. Occorre anche un’attenzione specifica nei confronti di quegli Atenei che, con sforzi notevoli, stanno risalendo la china dei passivi pregressi. Questa tipologia d’intervento può essere resa efficace già a partire dall’assegnazione del fondo di cui al piano triennale (DD.MM. 50/2010 e 345/11).

La CRUI ritiene indispensabile una particolare attenzione alla definizione di parametri e indicatori pienamente attendibili e coerenti anche per evitare interferenze distorte sulle Università non statali, le quali non solo soffrono di tagli percentualmente pesanti sui trasferimenti pubblici ma non appaiono adeguatamente sostenute sul piano del diritto allo studio. Con riferimento all’art. 1 (quota-base) la CRUI sollecita una riflessione sugli effetti del turn-over nelle singole Università ai fini del calcolo della quota-base.

Con riferimento all’art. 3 (quota premiale) la CRUI rileva che il MIUR ha cambiato alcune ponderazioni nell’attribuzione dei pesi agli indicatori della ricerca, e ritiene condivisibile il taglio del 10% dell’ormai perento VTR 2001-2003 e una ‘spalmatura’ sui PRIN (che salgono al 40%) e sui progetti internazionali (che salgono al 25%). Relativamente alla didattica si chiede che vengano tenuti nel debito conto, come lo scorso anno, i cosiddetti fattori di contesto aggiornati e che i dati forniti dalle Università siano oggetto di un monitoraggio attento in maniera da garantire assoluta omogeneità.

Con riferimento all’art. 5 (mobilità), vista l’articolazione degli interventi volti a favorire la mobilità, la somma messa a disposizione, che è destinata a coprire presumibilmente i soli 2/12 dell’esercizio in corso, appare in ogni caso esigua. Si propone che essa venga incrementata di un altro milione di euro sottratto alla quota di cui all’art. 8 (consorzi interuniversitari). La CRUI chiede inoltre l’estensione del cofinanziamento per la mobilità di cui al presente articolo anche ai ricercatori universitari a tempo indeterminato in considerazione di quanto prevede l’articolo 29 c.10 della L. 240/2010. Sempre nell’àmbito del medesimo articolo, nel caso di quanto dettato dall’art. 7 della L. 240/2010, si chiede attenzione specifica alle Università federate, con particolare riguardo di quelle collocate al di sopra del limite del 90% di cui all’art. 51 della L. 449/97.

Con riferimento all’art. 6 (chiamate di chiara fama) si ritiene opportuno che il termine delle procedure con conseguente assunzione in servizio sia anteriore al 31.12.2011 e che gli Atenei debbano presentare le rispettive proposte entro il 30.10. Ciò al fine di evitare che le prese di servizio vengano deliberate dalle Università in vacanza del regime di proroga degli alleggerimenti per le spese del personale sanitario di cui al decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 coordinato con la legge di conversione 26 febbraio 2011, n. 10.

Con riferimento all’art. 8 (consorzi interuniversitari) la CRUI propone che sia applicato sin da quest’anno quanto deliberato dall’apposita Commissione ministeriale nel corso del 2010. Ossia che, a fronte di una sensibile diminuzione dei 44,9 mln attualmente stanziati, venga individuata una somma da attribuire mediante bandi su progetto presentati dai consorzi di ricerca. Le economie derivanti da questo intervento potrebbero essere impiegate sia a sostegno dei piani di rientro delle Università, opportunamente documentati e vagliati, sia sulla mobilità di cui all’art. 5 del presente schema di decreto, come già si è accennato.

Con riferimento all’art. 11 (reclutamento straordinario dei professori associati) si fa rimando alle considerazioni già esposte dalla CRUI nelle audizioni alla Camera e al Senato rispettivamente del 20 e 21 uu. ss. Nello specifico del provvedimento collegato (AS n. 393) la CRUI sottolinea con viva preoccupazione il dettato ambiguo dell’art. 1 c. 1, ove si consente l’assegnazione delle risorse alle sole Università che si collochino al di sotto del limite del 90% di cui all’art. 51 della L. 449/97. Si richiede in ogni caso che tale comma sia riformulato tenendo conto di quanto previsto da ultimo dal Decreto Legge 29 dicembre 2010, n. 225 coordinato con la Legge di conversione 26 febbraio 2011, n. 10. Peraltro si fa osservare che nel dettato del provvedimento, per una evidente svista, non sono contemplate le Scuole a ordinamento speciale che pure, in passato, hanno fruito di analoghe assegnazioni per l'incentivazione del reclutamento.

La CRUI chiede comunque uno specifico e immediato intervento legislativo, viste le aspettative legittime dei ricercatori italiani, tale per cui la platea dei possibili fruitori del finanziamento straordinario venga estesa a tutte le Università, indipendentemente dal limite del 90%. La motivazione è semplice: si tratta di un fondo destinato a incentivare le assunzioni di tutti i ricercatori (idoneati oggi, abilitati domani), a prescindere dalla loro collocazione
accademica, in analogia con quanto avvenne per l'assegnazione dei fondi dei cosiddetti ricercatori Mussi (art. 1 c. 1 della L. 1/2009).

Con riferimento all’art. 13 (interventi specifici) non è chi non veda che la somma prevista di 18 mln di euro per l’attuazione degli artt. 6, c. 14 e 8 in materia di incentivazione premiale dei docenti è assolutamente insufficiente.

Tenuto conto del blocco degli scatti stipendiali di cui all’art. 9 del D. L. 78/2010, peraltro, una somma che copra meno del 30% della platea di quanti avrebbero potuto percepire lo scatto rischia di divenire puramente simbolica.
Infine la CRUI segnala l’assenza dal provvedimento in esame di qualunque stanziamento specifico per i dottorati e per gli assegni di ricerca che pure dovranno costituire l’asse portante della formazione dei giovani ricercatori nel prossimo futuro, in concomitanza con la generale riforma della normativa in materia.

La CRUI, in conclusione, sottolinea il senso di responsabilità e lo spirito di servizio con i quali il sistema delle Università sta affrontando questa difficile fase; lo fa animata dalla vivissima preoccupazione per una situazione che, qualora continuasse, finirebbe con l’infliggere un colpo definitivo all’alta formazione di questo Paese.

 

               EDIZIONE STRAORDINARIA

 La seconda versione dello Statuto (dopo il referendum),
all'o.d.g. del CdA il 27 luglio 2011,  per il "parere" finale.
Non comunicato da alcuno se , per la piena  liberta'
di voto, è stata avanzata la richiesta del voto segreto
.

Clicca su: Statuto approvato il 27 luglio 2011

Università del Salento

Il Cda boccia il nuovo progetto di Statuto.
Adesso si ricomincia

tutto da capo.

Clicca su: SALENTO


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Frattanto la comunita' universitaria si interroga sul peso "zero ?" avuto dal referendum, salvo forse lo stimolo,
ad una ulteriore riflessione, in alcuni membri del CdA.

LA RISPOSTA, NELL'INTERVENTO IN CDA IL 15 LUGLIO 2011,
DEL CONSIGLIERE PORZI, RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO

Nota. Nel servizio sottostante sono riportati per memoria i risultati (già divulgati a suo tempo) del referendum.
        Si aggiunge che, dal programma di rilevazione dei visitatori del nostro Foglio si rileva, poi, che l'evento è stato

        seguito da 3.427 persone, in Italia e all'estero.

Gianni Porzi, Intervento nel CdA del 15/7/2011

  Non mi sembra di cogliere in questa seconda versione dello Statuto cambiamenti significativi per quanto concerne in particolare la governance che continua ad essere centralistica e verticistica, impostazione che, come dichiarai oltre un mese fa, mi vede critico.
   Mi preme sottolineare che in questa mia posizione non vi è nulla di personale e/o di ideologico (come qualcuno vorrebbe pensare), ma deriva semplicemente dalla mia formazione improntata sui principi della democrazia.

   Vorrei toccare solo quei passaggi che a mio avviso sono in contrasto con una governance impostata il più possibile nel rispetto di un principio fondamentale, cioè della democraticità delle scelte e della rappresentatività elettiva di coloro che operano nell'Istituzione.
    Sono ancora in capo al Rettore importanti nomine e designazioni: il meccanismo per la formazione del CdA, organo fondamentale a livello decisionale, è ancora tale per cui de facto il Rettore è in grado di determinare 6 membri, cioè la maggioranza del CdA.
   Ribadisco che la terzietà del Comitato di selezione non è garantita, e quindi ciò che viene proposto non è a mio avviso accettabile.
   L'aver poi introdotto la maggioranza qualificata del Comitato di selezione ritengo sia un escamotage non sufficiente a rendere democratico il meccanismo proposto. Se si fosse voluta realizzare una "terzietà accettabile" del Comitato, si poteva seguire, ad esempio, la via dell'Università di Udine che ha previsto un Comitato tecnico "ragionevolmente indipendente" costituito dal Presidente del Collegio dei revisori, dal Membro esterno del Nucleo di valutazione e dal Presidente del Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell'Ateneo.

   Mi preme inoltre notare che con i requisiti, sostanzialmente da top manager, richiesti soltanto agli 8 membri designati, la scelta non potrà che cadere su giuristi ed economisti, cosa che non condivido, anche perché in futuro una tale limitazione potrebbe essere estesa anche alla figura del Rettore.

  Se non si vuol percorrere la via elettiva dei 5 membri interni, allora piuttosto del Comitato, come previsto anche dalla IIa bozza di Statuto, ritengo preferibile la soluzione adottata dallo Statuto della "Ca' Foscari" di Venezia (simile a quella adottata dall'Università di Catanzaro) secondo la quale il Rettore propone, sic et sempliciter, i nominativi per il CdA, senza alcun Comitato "paravento".

    E' il Rettore in prima persona che si assume la responsabilità delle nomine, rendendo così trasparente il processo di scelta e quindi della responsabilità connessa.

  Situazione similare è anche la modalità di nomina dei Coordinatori dei Campus romagnoli. Anche in questo caso in sostanza si tratta sempre di una nomina dall'alto: infatti, potrebbe accadere che venga scelta e nominata la persona meno votata dal Consiglio di Campus, ma più gradita al Rettore. Ebbene, anche in questo caso se, come appare evidente, non si vuol fare la scelta per via elettiva, che sia direttamente il Rettore a nominare il Coordinatore del Campus tra i professori con sede di servizio nel Campus stesso, a vantaggio, ribadisco, della trasparenza nelle assunzioni di responsabilità.

    Volendo poi entrare in un aspetto un pò meno politico e un po' più tecnico, riterrei opportuno prevedere un meccanismo di sfiducia del CdA da parte del Senato Accademico. Infatti, in una visione aziendalistica, che peraltro non condivido, in una Società di capitali, nell'ottica del bilanciamento dei poteri e della tutela dei legittimi interessi degli Azionisti, Amministratore Delegato e CdA sono revocabili da parte dell'Assemblea degli Azionisti. Quindi, come è prevista la possibilità di sfiduciare il Rettore, riterrei opportuno prevedere anche la sfiducia del CdA.

Nota di N. Luciani. IL PD e la Regione EMILIA ROMAGNA, non possono chiarmarsi fuori, l'uno in quanto questo Rettore "autoritario" è stato eletto dalla "sinistra"; l'altra, perchè questo Statuto decreta la morte dell'autonomia amministrativa delle università della Romagna.

  La vicenda "bolognese" di questo progetto è singolare, in quanto esso è proposto da un rettore eletto con i voti della sinistra e proveniente dal PD, un partito distintosi per la battaglia contro la legge Gelmini, in Parlamento, anzi con parlamentari bolognesi in testa (VASSALLO, BERSANI).
  V'è di più. Egli è andato oltre la legge Gelmini, in termini autoritari.

   Dopo il referendum di avvertimento che ha raccolto 2.200 voti (quasi doppio di quelli con cui era stato eletto), E CHE IGNORA, Egli si trova collocato in una posizione di estremo isolamento.

   E che dire di quella sua introduzione alla Conferenza di Santa Lucia, il 12 gennaio u.s.: "L'università è nel mondo, ma non è di questo mondo". E'  la nota frase sibillina ripresa dai preti, previa sostituzione della parola "chiesa" con la parola "università", e che sottende la nota propensione dei cristiani per il martirio.

  Ma la questione non può finire qui. Il PD bolognese non può non chiarire la propria posizione, rispetto a questo progetto di Statuto e questo:
1.- perchè la nuova struttura organizzativa dev'essere motivata per la capacità di controllare la qualità della ricerca e degli insegnamenti. Questo requisito include i docenti, accanto al rettore, e non si concilia con il controllo del rettore sul CdA, e con Dipartimenti pletorici.
   Quanto a questi, l'idea di un numero di docenti dei Dipartimenti molto al di là del minimo di legge (40), promette infatti degli zibaldoni, poco rispondenti a condizioni favorevoli alla qualità della ricerca "specialistica".
   Quanto agli insegnamenti, i Dipartimenti, accorpanti gli insegnamenti, vanno basati su un numero di insegnamenti "attivabili" in base alla chiara indicazione delle condizioni per l'attivazione (contenuti scientifici veri, e numero standard, valido, di studenti - nè pochi, nè troppi). Questo, per non deludere gli studenti e non sprecare il denaro pubblico.

2.- Altrettanto la Regione Emilia Romagna non può stare a guardare ... di fronte alla morte certa delle università della Romagna, decretata dal rettore Dionigi.
  Non ho dubbi che la Romagna abbia titolo ad una sua università (Ravenna non fu capitale dell'Impero Romano di Occidente ?).
  Ho invece seri dubbi che la Romagna possa ancora tenere 4 sedi, finanziariamente non autosufficienti, a parte che Bologna non potrà più continuare a dissanguarsi con quattrini e docenti a livello da sottoproletariato, per la Romagna.  .
   Dopo la legge Gelmini l' "inganno" della Romagna non sarà più accettato ad occhi chiusi. In questo senso sarebbe necessario un chiarimento a quattr'occhi tra la Regione e il MIUR.  N. Luciani

 

 

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REFERENDUM CONSULTIVO

su Statuto generale dell'Ateneo di Bologna

Si vota il 28, 29, 30 giugno 2011, entro le ore 24


I tre quesiti del referendum

1.- Volete che i membri di tutti gli organi collegiali, compreso il Consiglio di Amministrazione, (a parte quelli determinati di diritto in base alla Legge), siano eletti democraticamente, garantendo la rappresentanza paritetica di genere e di fascia per la componente di ricercatori e docenti e la rappresentanza del personale tecnico e amm.vo ? SI' 2162 Pari al 95,83% dei votanti

2.- Volete che i Direttori di Dipartimento, i Presidi/Presidenti delle Scuole/Facoltà, e i Coordinatori dei Campus siano democraticamente eletti e non designati dal Rettore? 
SI' 2205 Pari al 97,74% dei votanti

3.- Volete che il Senato abbia il diritto di revocare la fiducia ai membri del Consiglio di Amministrazione da esso designati?
SI' 2128 Pari al 94,33% dei votanti
4.- Volete che nell’elezione del Rettore sia garantita una più adeguata pesatura del voto del personale tecnico e amministrativo? SI' 1863 Pari al 82,58% dei votanti


Per votare, si accede al sito web:

http://www.intersindacale-unibo.it/

Qui si trovano le istruzioni sui necessari adempimenti.
ATTENZIONE: il sito web, accessibile da qualunque postazione
in Italia e nel mondo, sarà pronto tra qualche giorno
e comunque entro il 28 giugno, primo giorno di votazione  !

(Si può votare anche da una postazione in Piazza Scaravilli, davanti al Rettorato )

Per   consultare il testo originale del progetto di Statuto, clicca su: Statuto

 

Statuto generale dell'Ateneo di Bologna:  riforma in corsa

IL RETTORE RIFIUTA  OGNI  DIALOGO  E  LE  POSIZIONI  SI  RADICALIZZANO
.
Frattanto, dal Corriere del 10 giugno, è emersa una strana assonanza tra la contestazione,
in Consiglio Comunale, del Sindaco ( che vuole nominare personalmente il Comitato dei
saggi per la selezione dei candidati nelle partecipate) e la contestazione, nell'università,
del Rettore, che vuole nominare personalmente 3 dei 5 membri del Comitato di selezione
dei candidati "interni" ed "esterni" al Consiglio di Amministrazione. Se lo scopo è
controllare il CdA,  la cosa è politicamente immorale. Il CdA dev'essere indipendente
.
.

.
Verso il REFERENDUM CONSULTIVO, di tutto l'Ateneo,
auto-organizzato dalle Associazioni e Sindacati Universitari
.


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" Progetto  rettorale  inemendabile ? "

LA RELAZIONE  DEL  PROF. GIULIO GHETTI

Assemblea generale di Ateneo del 23 maggio 2011
Bologna, via Zamboni 38

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Giulio Ghetti, Introduzione tecnico giuridica
ASSEMBLEA GENERALE DI ATENEO, Bologna, Via Zamboni 38

  1 .- Siamo di fronte ad una legge, la cosiddetta Riforma Gelmini, che ha per fine quello di innovare su di un sistema che è il frutto di stratificazioni successive dovute a varie leggi, pure di riforma, ognuna delle quali ha dato interpretazioni generali e simili nella definizione dei principi (cosa è l’università, cosa è la ricerca, cosa è la didattica, e via dicendo), ma poi non ha potuto modificare dalle fondamenta il sistema previgente.
  Va anche rilevato che mai si è trattato – e neppure la Riforma Gelmini lo è – di riforme che abbiano saputo precorrere i tempi rapidi della vita di oggi e disegnare e indirizzare a un futuro diverso da quello al momento in essere, e che – come ho detto – era il risultato di stratificazioni e di rigidità successive.
   Tutte queste leggi hanno però avuto il buon senso di salvare un dato fondamentale: essere l’università una communitas nella quale vige il principio della democraticità delle scelte e della rappresentatività, se pure in varia misura, delle varie categorie che in questa communitas operano o della quale utilizzano le prestazioni amministrative o, se si vuole, il servizio reso al pubblico.
    Quando la democraticità è venuta meno, anche solo in parte, è stata la stessa communitas a ribellarsi (o a cercare di ribellarsi): prova ne sia la lotta ai baronati e ai baroni. Se si è d’accordo che questo è vero e che questo deve essere criterio della democraticità deve essere assunto a elemento fondante del sistema e perciò dello statuto di ogni ateneo, allora si deve riconoscere che nella bozza di statuto di cui oggi discutiamo tale pietra di costruzione non vi è o vi è soltanto in piccola parte.

2.- Tra le prime affermazioni di principio della bozza vi è quella secondo cui il Rettore non soltanto è il legale rappresentante dell’ateneo, ma rappresenta anche l’istituzione, e dunque vi è un fenomeno di immedesimazione che non può essere trascurato, tanto più che si tratta di una scelta di fondo che poi si sviluppa nella bozza: il Rettore incarna l’istituzione, dunque non è più un primus inter pares, ogni democraticità delle scelte viene quasi esclusivamente relegata al momento della sua elezione.
   Il Rettore rappresenta, è l’istituzione stessa, e accettando questo si accetta anche tutto il sistema centralismo ben poco democratico che la bozza propone: le nomine e le designazioni che spettano al Rettore sono numerosissime e spesso di numero determinante rispetto al plenum dell’organo deliberante, e sono rafforzate da un sistema – anche esso scarsamente democratico – di elezioni indirette (cioè di 2° grado) attraverso le quali si formano gli organi deliberativi di vario livello e di varia sede.
 
  3.- Oggi si parla spesso e in varie sedi si cerca di attuare una democrazia diretta la cui realizzazione è facilitata dalle presenza di risorse informatiche e da software che aprono il mondo dei social networks: in un ente come l’Ateneo di Bologna nel quale la diffusione del mezzo informatico è notevolissima, spesso addirittura ridondante, ancor meno si comprende ed è accettabile questo accentramento.
   Porto un esempio, quello del Consiglio di amministrazione: al di là del numero dei componenti e della loro provenienza, ci si dica quale è la ratio del sistema che viene proposto per arrivare alla scelta e composizione di esso; in altre parole ci venga spiegato perché esso non poteva essere direttamente eletto dalla communitas.
   La riprova che tutto il modello organizzativo che viene proposto è scarsamente, poco o nulla democratico, si ha nella moltiplicazione degli organi con poteri solo consultivi, e neppure propositivi: evidentemente chi ha redatto la bozza ha in qualche misura questo deficit di democraticità, dunque di rappresentatività, ed ha pensato di porvi rimedio istituendo organi consultivi nuovi rispetto a quelli tradizionali, ma guardandosi bene dal prevedere pareri che, per la loro natura in varia misura vincolante, possano effettivamente incidere nelle scelte che in modo centralistico verranno deliberate e perseguite.
     Questa è, a mio parere, la prima critica che si può muovere contro questa bozza, la quale essa stessa è nata nel chiuso delle stanze e non è stata il frutto di una vera partecipazione democratica al processo di elaborazione.

   4.- Quale sarà il risultato probabile ? Sarà quello di un Ateneo chiuso in se stesso, che è “nel mondo, ma non è del mondo”, per usare un frase che mi si dice essere stata usata in altra occasione dall’attuale Rettore.
   Questo conclusione – perché di conclusione si tratta, non di una semplice sensazione – trova conferma nella debolezza con la quale la proposta di statuto tocca altri temi, e sui quali non prende posizione.
   Un esempio fra i tanti: si riafferma – ed è persino superfluo – che l’università è il luogo della ricerca e della didattica, ma nulla si dice circa il tipo di ricerca che viene privilegiato: quella pura o di base ? quella finalizzata allo sviluppo ? e a che tipo d sviluppo, quello voluto da un mondo economico spesso dominato da principi ben poco solidaristici, ma in cui dominano solo le ragioni del mercato ?
  
E nulla si dice circa le finalità della didattica: si vogliono formare specialisti chiusi nel loro piccolo universo ? Si vogliono formare generalists capaci di muoversi in un mondo complesso e in continua evoluzione ? Che spazio avrà la didattica, essa medesima pura, rivolta principalmente allo sviluppo culturale attraverso il quale si può raggiungere quel pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla vita “ del Paese, come indica l’art. 3 della Costituzione ?
 
  5.- Questa timidezza che sconfina con la non-scelta , questo essere del mondo ma non nel mondo, risulta palese anche laddove la bozza cerca di disegnare il rapporto con il mondo esterno, con la società civile, con il mondo del lavoro, con le altre istituzioni pubbliche e private: l’Ateneo non si dà nessun compito propulsivo e quando ci viene proposto un qualche rapporto esso si sostanzia nella scelta di strumenti burocratici, che in tutti questi anni hanno dato ben scarsi risultati: mi riferisco agli accordi di programma ai quali ci si prefigge di partecipare (si noti: di partecipare, non di promuovere).
   Ma se deve prevalere una scelta di tipo burocratico, dunque etimologicamente di potere del bureau, sia esso quello degli Organi di Governo che quello dei funzionari, almeno venisse chiarito quale sia il processo di decision making, il percorso attraverso il quale le decisioni vengono prese in questo sistema di potere centralistico e centralizzato. E ce lo si dica con chiarezza visto che nell’ordinamento legislativo italiano sul procedimento amministrativo viene dato largo spazio ai principi della partecipazione democratica, della possibilità di intervenire nelle scelte delle amministrazioni pubbliche, anche di quelle di erogazione di servizi, prima che le stesse siano formulate.
 
   6.- La disciplina del procedimento di elaborazione delle decisioni, almeno a livello dei principi generali, è anche essa una grande assente da questa bozza.
   La tecnica della non-scelta si ha anche nella sistemazione razionale dell’esperienza romagnola, caoticamente nata e sviluppatasi: e lo si percepisce fin dalle parole che vengono utilizzate. Infatti talora si parla di “policentrismo”, tal'altra di articolazioni, tal'altra ancora di campus, e a questa confusione di significati si accompagna la mancanza di un disegno organizzativo nitido.

   7.- Sempre non-scelta si ha laddove si parla di Scuole/Facoltà, e così non si scioglie il dilemma posto al riguardo dalla legge Gelmini.

  8.- Concludo: che fare ? Escludo che nel breve tempo rimasto per approvare lo statuto si possa apportare alla bozza le necessarie modifiche.
  Vi è una sola cosa da fare, a mio parere: scegliere la strada di un vero e proprio statuto che sia veramente tale e cioè un atto di principi, nel senso che ponga solo i principi ai quali ci si vuole attenere sia quanto all’organizzazione sia quanto ai procedimenti di decisione e rinvii ai regolamenti, in primis a quello generale di Ateneo, i dettagli
  Se si accetta – come si deve accettare – il principio di democraticità con il suo corollario della rappresentatività, tutto diviene più coerente e logico, più facile da realizzare anche nel poco tempo rimasto. GIULIO GHETTI

 

.
Edizione straordinaria


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STATUTO GENERALE DELL'ATENEO DI BOLOGNA

Dalla Intersindacale Universitaria:
manifestazione di volontà
di REFERENDUM  CONSULTIVO

LETTERA  AL  RETTORE.

NOTA. In precedenza l'Intersindacale aveva segnalato al Rettore alcuni punti assolutamente inaccettabili, del nuovo progetto, perche' in contrasto con le piu' elementari norme di democrazia degli ordinamenti costituzionali moderni, e che anche la legge Gelimini vuole rispettate.

LETTERA della INTERSINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA
CISL Universita' ­ CNU Comitato Nazionale Universitario ­ FLC CGIL ­ SUN Universitas News ­ UIL Ricerca Università AFAM ­ "Docenti Preoccupati" ­ CoNPAss, Coordinamento Naz.le Professori Associati BO


- Al Magnifico Rettore della Universita’ di Bologna

Oggetto: per riforma dello Statuto dell'Ateneo:
             richiesta della disponibilità della piattaforma informatica, per consultazione on line

   Magnifico Rettore,
facendo riferimento alla Mozione dell'assemblea generale dell’Universita' di Bologna, del 23 maggio 2011, (si vegga sotto) i sottoscritti Sindacati e Associazioni Universitarie ritengono importante sottoporre all'elettorato dell'Ateneo alcune questioni statutarie, fondamentali per la democrazia e il buon funzionamento degli organi, tramite consultazione di tutto il personale.
  In questo senso Le chiedono la disponibilita' della piattaforma informatica dell'Ateneo per effettuare una consultazione on line da svolgersi entro il mese di giugno.
   Confidando in una positiva e tempestiva risposta, porgono distinti saluti.
   Bologna 3 giugno 2011

F.to:
CISL Universita' ( Maurizio Turchi )
CNU ( Anna Maria Di Pietra )
FLC CGIL ( Sandra Soster )
SUN Universitas News ( Nino Luciani )
UIL RUA ( Raffaele Pileggi )
DOCENTI PREOCCUPATI ( Sergio Brasini )
CoNPAss, Coodinamento Nazionale Professori Associati Sede di Bologna ( Maurizio Matteuzzi)


Mozione del 23 maggio 2011

L’Assemblea generale di Ateneo del 23 maggio 2011, indetta dall’Intersindacale dell’Università di Bologna, ha preso in esame la bozza del nuovo Statuto di Ateneo presentata dal Magnifico Rettore al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazione il 17 maggio scorso, rilevando in particolare quanto segue.

Per quanto attiene agli articoli riguardanti il governo dell’Ateneo, la composizione, le attribuzioni e le modalità di costituzione dei suoi Organi, si prefigura un cambiamento drastico, in senso verticistico, molto al di là di quanto prescritto dalla stessa Legge 240/10, non giustificato da alcuna tradizione giuridica in campo pubblico o privato, che limita fortemente i pochi spazi di democrazia ed ogni bilanciamento tra i poteri degli Organi. I pochi margini di manovra rispetto ad una legge già di per sé fortemente antidemocratica sono stati al contrario utilizzati per accentuarne i lati negativi.

I punti che seguono mettono in evidenza i correttivi essenziali che ci paiono necessari affinché possa originarsi una struttura dell’Ateneo di Bologna in grado di dare risposte positive, proprio perché formate e dibattute in modo aperto utilizzando il formidabile patrimonio di professionalità e sapienza della Comunità universitaria.

Proposta di EMENDAMENTI:

1.- Ribadiamo la preferenza per la designazione dei membri del il CdA (Consiglio di Amministrazione) per via elettiva.
  Se mantenuta la nomina del CdA, da parte del Senato, il Comitato di Selezione delle candidature al CdA, di cui all’art. 6, c. 5 (nella bozza di Statuto a maggioranza di nomina rettorale), va ridefinito come Organo terzo.
  (Nota della Redazione. Nel progetto rettorale, il Senato nomina il CdA tra una rosa di nomi indicati da un Comitato di Selezione di 5 membri, di cui 3 scelti dal rettore)

2 - La elezione dei membri del Senato deve avvenire mediante un sistema elettivo, idoneo ad impedire la frammentazione della rappresentanza (come avviene attualmente), e che anzi favorisca la formazione di gruppi riconoscibili in base ad un programma. Se la indicazione del tipo di sistema elettivo è rinviata al Regolamento, lo Statuto deve stabilirne i criteri direttivi.
   (Nota della Redazione. Nel progetto rettorale il Senato sara' elettivo (lo vuole la legge Gelmini), ma il sistema elettivo è rinviato genericamente ad un Regolamento, col rischio di creare un organo che non conta nulla, se la rappresentanza fosse ancora frammentata)

3.- Va prevista la possibilità della sfiducia del Senato nei confronti del Direttore Generale (se non già prevista dal suo contratto di assunzione) e del CdA (se nominato dal Senato).

4. - Negli Organi collegiali deve essere rigorosamente garantita una rappresentanza per fasce e a tipologia di personale.
   Nel Senato Accademico dev’essere inoltre garantita una rappresentanza degli assegnisti di ricerca (ricercatori non strutturati, NdR).

5. - Negli Organi collegiali dev’essere garantita ex-ante una presenza di almeno il 30% di entrambi i generi.

6.- Le denominazioni delle Scuole-Facoltà vanno salvaguardate, allo scopo di agevolare il riconoscimento delle tipologie delle lauree da parte degli studenti e delle famiglie.
   Il numero "standard" dei membri dei Dipartimenti dev'essere di 40.
  (Nota della Redazione. Il DPR 382/80, tuttora vigente, ha istituito i Dipartimenti (per la ricerca), come organi decentrati, dotati di autonomia amministrativa. La Legge Gelmini vuole che abbiano almeno 40 membri, un numero valido. Invece, il progetto rettorale porta il minimo a 50 membri, e nei fatti il Rettorato va incentivando numeri molto più alti, accorpando settori scientifici diversi. Questo favorisce i poteri corporativi nel controllo dei finanziamenti, e crea le situazioni di diseconomie, di scala, delle strutture troppo grandi (ossia centralizzate) che il DPR 382/80 non vuole. L'accorpamento di settori diversi rende anche difficile incanalare le decisioni verso la ricerca di qualita', altamente specialistica.
   Si chiarisce, inoltre, che il progetto rettorale non dice come nominare i Direttori. Si direbbe implicito che essi saranno eletti, in base alla legge vigente, ma le sorprese dell'ultimo momento potrebbe regalarci la "designazione", come per i Presidi. Meglio dire le cose apertamente).

7.- I Presidi (o Presidenti) delle Scuole/Facoltà devono essere eletti e non designati.
   In modo analogo, va prevista la elezione (e non la designazione) anche per i Coordinatori dei Consigli di Campus della Romagna.
  (Nota della Redazione. L'autonomia gestionale della Romagna deve essere salvaguardata nel rispetto delle norme istitutive del sistema Multicampus concordate con il MIUR. Il Campus deve essere dotato di un Dirigente amministrativo e deve avere autonomia di bilancio ed essere di supporto amministrativo ai Dipartimenti-Facolta' di sede, senza vincoli da Dipartimenti di altra sede).

8.- La "Consulta del personale tecnico-amministrativo", di cui all’art. 11, va sostituita da un "Consiglio del personale tecnico e amministrativo, organo consultivo del CdA per il parere obbligatorio, in materia di servizi amministrativi e organizzazione dell’amministrazione", in materia di codice etico del personale e nelle materie che riguardano il piano strategico, il piano di programmazione triennale, il bilancio consultivo e preventivo dell'Ateneo.
  Dev'essere eleggibile tutto il personale di ruolo, salvo per incompatibilità con la carica di membro del CdA e del Senato.

9 - Si ritiene necessario che nello Statuto vengano introdotti come obbligatori momenti di partecipazione che possano essere realizzati anche mediante un corretto sistema di E-democracy.

10 ­ Le modifiche di Statuto devono essere fatte da un Organo costituente di 12 membri, eletti dallo stesso corpo elettorale che elegge il Rettore. 

11.- Fermo restando il Comitato di Garanzia per le Pari Opportunità, di cui all’art. 13, si chiede la soppressione della Commissione Pari Opportunità di cui al comma 2, perché un doppione del Comitato.

12.- "I pareri obbligatori in materia di didattica e di ricerca che il Senato Accademico deve dare al Consiglio di Amministrazione devono essere vincolanti.

13.- La distribuzione dei punti budget docente deve basarsi su criteri definiti e trasparenti, e che sia volta alla efficienza della didattica e dello sviluppo di specifiche linee di ricerca.

 


Ateneo di Bologna: prosegue la maratona verso
la modifica della Governance, ex-lege Gelmini 240/2010

Le proposte dell'INTERSINDACALE * per i dipartimenti

Come fare i Dipartimenti e le Scuole/Facoltà

Chiesti anche, al Rettore, "tempi certi" di consegna del progetto di Governance, 
ed un Referendum consultivo, prima della delibera finale degli Organi deliberativi


DECLEVA messo in
minoranza a Milano,
su questa tematica,

Clicca: in minoranza

 
 
  Nota.
Nell'audizione del 31 marzo 2011, i Sindacati e Associazioni universitarie hanno fatto proposte circa l'assetto dei dipartimenti e delle scuole/facoltà, qui sotto riportate. Ma hanno premesso che il documento rettorale (quello reso noto, parziale) può essere adeguatamente valutato solo dopo che la Commissione avrà fornito il progetto di Governance. Hanno, perciò, chiesto al rettore questo progetto e i tempi certi di consegna. Su questo, il rettore ha promesso di farlo entro pasqua (24 aprile 2011). (Considerato che l'inadempienza è già nei  fatti, va prendendo piede la "vox populi"  - secondo cui  in Ateneo si sarebbe ancora lontani da una visione abbastanza precisa e condivisa degli aspetti più cruciali quali i Dipartimenti e il numero do strutture di raccordo -; ma anche la "vox populi" opposta più verosimile secondo cui sia già tutto pronto, ma solo posticipato in attesa del momento giusto, per farlo uscire).
  
  I Sindacati e Associazioni hanno chiesto, inoltre, al rettore, di indire un referendum consultivo di tutto l'Ateneo sul progetto, prima di sottoporlo agli Organi deliberanti, anche considerato che il procedimento fin qui attuato dal rettore è stato fortemente centralistico e poco democratico. Il rettore ha detto NO, per cui si profila una auto-indizione sindacale del referendum medesimo.
  
Nel merito del documento reso noto, i Sindacati si sono limitati a proposte sui Dipartimenti (da essere di 40 membri, come base di riferimento; e dunque quelli con membri meno di 40, dovranno accorparsi con altri; e quelli con più di 40 membri, e più settori, dovranno suddividersi. NO anche a concentrazioni di poteri).
  Invece, per  le strutture di raccordo (Scuole/Facoltà) i Sindacati e Associazioni si sono limitati a ricordare il limite di legge (massimo: 12 strutture), in quanto ritengono che la proposta realistica debba venire, in secondo tempo, dai dipartimenti, come rideterminati.
   In ogni caso, Sindacati e Associazioni hanno respinto l'idea, che pare dominante in rettorato, di fare 5 grandi strutture di raccordo.
  
I motivi di contrarietà sono molteplici, ad es.:
   a) Ognuna delle 5 macrio-strutture rimprenderebbe 600 docenti, un numero ingestibile da una singola struttura (non si trovrebbe, addiritura, una aula per ricomprenderli). Per questo la legge stesse già prefigura un organo ristretto per la sua guida ( direttori dei dipartimenti afferenti,l responsabile della Scuola/Facoltà, e da un "congruo numero" dei membri dei consigli di dipartimento, ....). Tutto sarebbe in mano ad un ristretto vertice.
   c) ciò obbligerebbe gli studenti ad un contatto diretto con in corsi di laurea (150 circa), e ciò costituisce fattore di disorientamento. Meglio conservare i vecchi nomi delle "Facoltà".
  d) E' anche dannoso in sè "oscurare" le denominazioni storiche delle "grandi" Facoltà di Bologna (come Giurisprudenza, Medicina, Lettere e Filosofia ...).
 e) L'identità della Romagna verrebbe eliminata, perdento l'identità di università (oggi mascherata dalla denominazioe di POLO) ed ogni spazio di autonomia, nel futuro. Direi, che oggi, per l'insieme dell'Ateneo, andrebbe cercata una soluzione federativa di atenei, basata sulla salvaguardia delle denominazioni di Poli, sia pur aggiornati nelle funzioni.
 
  Quale ausilio alla migliore soluzione del problema, riporto (qui sotto) le denominazioni storiche del TESTO UNICO dell'Università del 1933 e successive modificazioni, e la soluzione già in vigore a Roma "La Sapienza". Nino Luciani

Verso una università di Romagna
"minus habens"?

 1.- Una breve premessa. La legge Gelmini trasferisce dalle attuali Facoltà ai Dipartimenti le funzioni finalizzate allo svolgimento delle attività didattiche e formative che si aggiungono così ai compiti tradizionali di organizzazione della ricerca scientifica.
   La Romagna ha pochi Dipartimenti e quindi non ha strumenti sufficienti per organizzare sia la ricerca scientifica che la didattica (cioè corsi di laurea) e quindi dovrà sempre dipendere da Bologna. Ma se questo Rettore vuole che il numero minimo di membri per fare un Dipartimento sia di "50", anzichè di "40" come richiesto dalla legge, la strada sarà ancor più in salita.
   La dipendenza totale da Bologna non significa che cesseranno gli insegnamenti. Significa, però, che la maggior parte dei Docenti della Romagna saranno sempre dei "pendolari" tra Bologna e il Polo romagnolo con pochissimo tempo da dedicare agli studenti ed in particolare alla ricerca scientifica ?
   La risposta è: "in parte vero e in parte no". Dipende dalle scelte degli interessati, a meno che ... gli Enti di sostegno ...

 2.- Che i Poli rimangano, ma come "strutture di raccordo", locali. Un rimedio che non risolve in toto, ma che può essere un ponte, è quello che i Dipartimenti di Bologna abbiano la doppia o anche la tripla sede, cosa che esiste già in alcuni casi. In tal modo il Docente che insegna ad esempio a Rimini, può essere incardinato nella seconda sede (del Dipartimento) di Rimini, ferma la suddivisione dell'Ateneo di Bologna in Poli (es., Polo di Bologna, Polo di Forlì e Cesena, Polo di Ravenna e Rimini), quali strutture di raccordo delle sedi locali dei Dipartimenti, in attesa di sviluppi futuri (numeri permettendo).
   Dicevo: "a meno che ... gli Enti di sostegno"... . L

 

.
EDIZIONE   STRAORDINARIA

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STATUTO GENERALE DELL'ATENEO DI BOLOGNA
(Per il testo completo, clicca su: Progetto)

Lettera dei Sindacati e Associazioni Universitarie
per convocazione Assemblea generale,
aperta agli Studenti e alla Città

Il Rettore pubblica nuovo progetto di riforma dello Statuto,
in applicazione legge Gelmini 240/2010

ed immediatamente i sindacati e associazioni universitarie  convocano  per il
23 maggio una assemblea generale dell'Ateneo per discuterlo pubblicamente
(Si vegga la lettera di convocazione sottostante)

Nota. Il progetto del Rettorato "non vuole essere definitivo", ma una base di discussione autorevole da effettuare nei singoli Dipartimenti e Facolta', prima di essere proposta definitivamente agli Organi di Ateneo per la approvazione definitiva.
  E', tuttavia, un fatto che l'assemblea del 17 marzo 2011, allora convocata dal Rettore, fu per lui un vero flop a causa della contestazione dei metodi con cui aveva nominato la commissione che doveva redigere il progetto. Questa, tutta "rettorale", fu vista con sospetto e anche pesantemente, così da indurre il rettore a soffocare il dibattito (interventi di soli tre minuti).
  E' anche un fatto che, nella bozza di Statuto, le modalità di nomina degli Organi Accademici appaiono talmente arretrate, rispetto alle più diffuse forme di democrazia, da fare etichettare definitivamente il rettore "rosso" (rosso di capelli) come l'ultimo degli "autoritari" rimasti in città, sia per l'autoritarismo del quale è intrisa la bozza di Statuto, sia perchè lo scorso anno aveva pubblicamente sostenuto, davanti ai sindacati, l'allora "progetto di legge" Gelmini.

  Era facile ergersi a difensore dei principi di democrazia, a suo tempo, quando non occupava posizioni di potere; ora però, che ha raggiunto lo scranno più alto dell’Alma Mater, mira a realizzare un governo “monocratico” dell’Ateneo.”
   Tanto per chiarirci sull'autoritarismo, il "pollice verso" sul Rettore riguarda il Consiglio di Amministrazione, perno di tutto il sistema di governo. L''art. 6, comma 5, prevede che:
-  i 5 membri "interni" siano nominati dal Senato, tra 10 candidati individuati da un Comitato di Selezione di 5 membri, di cui (di questi ultimi) 3 scelti dal Rettore;
- i 3 membri "esterni" siano nominati dal Senato tra 6 candidati individuati dal medesimo Comitato di Selezione. Di questi "6", ne sono proposti al Senato: "uno" dal Rettore; "uno" dalla Consulta del Personale T.A.; "uno" dalla Consulta d'Ateneo.

Ultimo, ma non ultimo: le sedi della Romagna hanno autonomia "istituzionale e organizzativa", ma non finanziaria.

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Per il seguito delle pagine dello Statuto, clicca su: Progetto nuovo Statuto

 

 

EDIZIONI PRECEDENTI


Ateneo di Bologna: prosegue la maratona verso
la modifica della Governance, ex-lege Gelmini 240/2010

Le proposte dell'INTERSINDACALE * per i dipartimenti

Come fare i Dipartimenti e le Scuole/Facoltà

Chiesti anche, al Rettore, "tempi certi" di consegna del progetto di Governance, 
ed un Referendum consultivo, prima della delibera finale degli Organi deliberativi


DECLEVA messo in
minoranza a Milano,
su questa tematica,

Clicca: in minoranza

 
 
  Nota.
Nell'audizione del 31 marzo 2011, i Sindacati e Associazioni universitarie hanno fatto proposte circa l'assetto dei dipartimenti e delle scuole/facoltà, qui sotto riportate. Ma hanno premesso che il documento rettorale (quello reso noto, parziale) può essere adeguatamente valutato solo dopo che la Commissione avrà fornito il progetto di Governance. Hanno, perciò, chiesto al rettore questo progetto e i tempi certi di consegna. Su questo, il rettore ha promesso di farlo entro pasqua (24 aprile 2011). (Considerato che l'inadempienza è già nei  fatti, va prendendo piede la "vox populi"  - secondo cui  in Ateneo si sarebbe ancora lontani da una visione abbastanza precisa e condivisa degli aspetti più cruciali quali i Dipartimenti e il numero do strutture di raccordo -; ma anche la "vox populi" opposta più verosimile secondo cui sia già tutto pronto, ma solo posticipato in attesa del momento giusto, per farlo uscire).
  
  I Sindacati e Associazioni hanno chiesto, inoltre, al rettore, di indire un referendum consultivo di tutto l'Ateneo sul progetto, prima di sottoporlo agli Organi deliberanti, anche considerato che il procedimento fin qui attuato dal rettore è stato fortemente centralistico e poco democratico. Il rettore ha detto NO, per cui si profila una auto-indizione sindacale del referendum medesimo.
  
Nel merito del documento reso noto, i Sindacati si sono limitati a proposte sui Dipartimenti (da essere di 40 membri, come base di riferimento; e dunque quelli con membri meno di 40, dovranno accorparsi con altri; e quelli con più di 40 membri, e più settori, dovranno suddividersi. NO anche a concentrazioni di poteri).
  Invece, per  le strutture di raccordo (Scuole/Facoltà) i Sindacati e Associazioni si sono limitati a ricordare il limite di legge (massimo: 12 strutture), in quanto ritengono che la proposta realistica debba venire, in secondo tempo, dai dipartimenti, come rideterminati.
   In ogni caso, Sindacati e Associazioni hanno respinto l'idea, che pare dominante in rettorato, di fare 5 grandi strutture di raccordo.
  
I motivi di contrarietà sono molteplici, ad es.:
   a) Ognuna delle 5 macrio-strutture rimprenderebbe 600 docenti, un numero ingestibile da una singola struttura (non si trovrebbe, addiritura, una aula per ricomprenderli). Per questo la legge stesse già prefigura un organo ristretto per la sua guida ( direttori dei dipartimenti afferenti,l responsabile della Scuola/Facoltà, e da un "congruo numero" dei membri dei consigli di dipartimento, ....). Tutto sarebbe in mano ad un ristretto vertice.
   c) ciò obbligerebbe gli studenti ad un contatto diretto con in corsi di laurea (150 circa), e ciò costituisce fattore di disorientamento. Meglio conservare i vecchi nomi delle "Facoltà".
  d) E' anche dannoso in sè "oscurare" le denominazioni storiche delle "grandi" Facoltà di Bologna (come Giurisprudenza, Medicina, Lettere e Filosofia ...).
 e) L'identità della Romagna verrebbe eliminata, perdento l'identità di università (oggi mascherata dalla denominazioe di POLO) ed ogni spazio di autonomia, nel futuro. Direi, che oggi, per l'insieme dell'Ateneo, andrebbe cercata una soluzione federativa di atenei, basata sulla salvaguardia delle denominazioni di Poli, sia pur aggiornati nelle funzioni.
 
  Quale ausilio alla migliore soluzione del problema, riporto (qui sotto) le denominazioni storiche del TESTO UNICO dell'Università del 1933 e successive modificazioni, e la soluzione già in vigore a Roma "La Sapienza". Nino Luciani

Verso una università di Romagna
"minus habens"?

 1.- Una breve premessa. La legge Gelmini trasferisce dalle attuali Facoltà ai Dipartimenti le funzioni finalizzate allo svolgimento delle attività didattiche e formative che si aggiungono così ai compiti tradizionali di organizzazione della ricerca scientifica.
   La Romagna ha pochi Dipartimenti e quindi non ha strumenti sufficienti per organizzare sia la ricerca scientifica che la didattica (cioè corsi di laurea) e quindi dovrà sempre dipendere da Bologna. Ma se questo Rettore vuole che il numero minimo di membri per fare un Dipartimento sia di "50", anzichè di "40" come richiesto dalla legge, la strada sarà ancor più in salita.
   La dipendenza totale da Bologna non significa che cesseranno gli insegnamenti. Significa, però, che la maggior parte dei Docenti della Romagna saranno sempre dei "pendolari" tra Bologna e il Polo romagnolo con pochissimo tempo da dedicare agli studenti ed in particolare alla ricerca scientifica ?
   La risposta è: "in parte vero e in parte no". Dipende dalle scelte degli interessati, a meno che ... gli Enti di sostegno ...

 2.- Che i Poli rimangano, ma come "strutture di raccordo", locali. Un rimedio che non risolve in toto, ma che può essere un ponte, è quello che i Dipartimenti di Bologna abbiano la doppia o anche la tripla sede, cosa che esiste già in alcuni casi. In tal modo il Docente che insegna ad esempio a Rimini, può essere incardinato nella seconda sede (del Dipartimento) di Rimini, ferma la suddivisione dell'Ateneo di Bologna in Poli (es., Polo di Bologna, Polo di Forlì e Cesena, Polo di Ravenna e Rimini), quali strutture di raccordo delle sedi locali dei Dipartimenti, in attesa di sviluppi futuri (numeri permettendo).
   Dicevo: "a meno che ... gli Enti di sostegno"... . Lo sviluppo fututo dipende da cosa la Romagna vorrà fare per allettare i Docenti a trasferirsi, con la famiglia, nella sede decentrata del Dipartimento (a Rimini, a Ravenna, ...), sede decentrata che un domani potrà diventare autonoma, quando raggiungerà il numero minimo di Docenti necessario (la Commissione del Rettore, dice "50", ma per la legge, bastano "40").

3.- Uno sguardo al passato. Nelle vicende della mia vita, ho avuto la ventura di essere Consigliere di Amministrazione dell'Alma Mater, negli anni in cui Roversi Monaco (Melandri ... e altri) volevano l'Università di Romagna. Ho fatto grandi battaglie (perdendole tutte) contro Roversi Monaco perché intendeva l'Università di Romagna come un "insieme di sedi decentrate", quasi tutto finanziariamente a carico di Bologna (soprattutto per i Docenti volontari..., salvo qualche recupero delle spese di viaggio). Io paragonavo questo suo progetto alla Chiesa di Santa Agnese in Agone, in Piazza Navona a Roma.
   Fatta su progetto di Borromini, ma con una concezione architettonica atipica, quella Chiesa sarebbe caduta, prima o poi, secondo i colleghi "invidiosi". Ebbene io dicevo a Roversi Monaco che quella "sua Università" sarebbe caduta, appena non fosse stato più Rettore.
  Secondo me, l'Università di Romagna doveva nascere come "frazionamento di Bologna", con i relativi finanziamenti messi in campo dalla legge sui "Mega-Atenei". Ritengo che, alla fine, ho avuto ragione io.
    Ma piangere sul latte versato non serve. In questa fase occorre trovare un rimedio che potrebbe essere quello di "incentivare" in qualche modo i Docenti che insegnano in Romagna a trasferirsi nella sede in cui svolgono la loro attività.
   Se gli Enti di sostegno hanno sangue nelle vene, è questo il momento per opporsi ad una "fine" quasi certa dei Poli romagnoli. L'occasione è offerta dalla revisione statutaria in atto. Qui, ritengo si giochi il futuro dell'Università della Romagna. NINO LUCIANI

Le Facoltà secondo il T.U. del 1933 e successive modificazioni:

1. Facoltà di agraria
2. Facoltà di architettura;
3. Facoltà di farmacia:
4. Facoltà di giurisprudenza;
5. Facoltà di Ingegneria;
6. Facoltà di lettere e filosofa;
7. Facoltà di medicina e chirurgia;
8. Facoltà di medicina veterinaria;
9. Facoltà di scienze economiche e commerciali;
10. Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali;
11. Facoltà di scienze politiche
Le Scuole/Facoltà approvate a Roma "La Sapienza".


1. Architettura,
2. Economia,
3. Farmacia, Medicina,
4. Filosofia, Lettere, Scienze Umanistiche, Studi Orientali,
5. Giurisprudenza,
6. Ingegneria (nome provvisorio da completare),
7. Ingegneria dell'Informazione, Informatica e Statistica,
8. Medicina e Odontoiatria.
9. Medicina e Psicologia,
10. Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali,
11. Scienze Politiche e Sociali.

Il DOCUMENTO CONSEGNATO AL RETTORE

Nel merito del documento della Commissione rettorale sui dipartimenti e scuole/facoltà, si osserva:

1) il riordino, voluto dalla legge, è la razionalizzazione dell’offerta didattica e di ricerca, accompagnata da economia di costi;

2) la razionalizzazione della didattica non può prescindere dalle discipline d’insegnamento, prima di applicarsi al numero delle lauree ed al rimpasto delle attuali strutture didattiche e di ricerca. Infatti, pur vero che la tipologia delle lauree dovrà essere convenientemente espressa, ai fini della identificazione da parte delle famiglie, degli studenti e del mondo del lavoro circa i contenuti, tuttavia preliminare a tutto è l’anagrafe delle discipline. Il motivo è che una parte delle medesime discipline può ritrovarsi in più lauree, sia pur con peso diverso, rispetto a quelle che si devono istituire per motivare specificamente una determinata laurea.
In questo senso, il primo elemento che il documento avrebbe dovuto fare è l’anagrafe degli insegnamenti dell’Ateneo, classificati per contenuto, numero di insegnamenti attivati, numero di studenti frequentanti, e collegatamente il numero dei docenti delle differenti discipline.
I risultati di questo lavoro devono essere proposti al confronto di tutti i Docenti e dei rappresentanti del mondo del lavoro e delle imprese. Essi sono la base per determinare i Dipartimenti;

3) il numero dei membri del Dipartimento non dovrebbe superare una soglia critica, al di sopra della quale il decentramento di cui al DPR 382/80 viene a perdere di contenuto, vale dire l’Ateneo viene a ritrovarsi strutture eccessivamente dimensionate, con aggravio di costi e intasamenti di pratiche amministrative, che nel 1980 portarono alla istituzione dei Dipartimenti (allora c’erano gli Istituti, competenti per la scienza, ma le cui pratiche amministrative erano tutte convogliate al Rettorato).
La legge indica un minimo di 40 membri. In base ad esperienza sul campo, la soglia critica si trova verso i 30 membri. Pertanto il numero minimo di 50 membri, prospettata nel documento è assolutamente sconsigliabile. Invece, appare consigliabile stare al numero di 40, come base minima.
Cosa fare dei Dipartimenti con un numero di membri molto maggiore ? Se il numero viene ereditato da quello (identico) del settore-disciplinare, esso va accettato.
Se, invece, è un numero, determinato per somma di più settori, si dovrebbe sezionare quel dipartimento in più dipartimenti, in modo da adeguarli al numero di base (40 membri).

4) Fare solo dipartimenti disciplinari ? I Dipartimenti disciplinari sono i soli che hanno una valenza ai fini della ricerca specialistica e delle pertinenti decisioni finanziarie.
Ma essi potrebbero risultare avere un numero di docenti inferiore alla soglia critica (40 membri).
In questo caso la via è aggiungere docenti di gruppi affini, fino a raggiungere la soglia critica.
In questo diverso scenario, si affaccia la possibilità che il gruppo minoritario aggiunto potrà essere emarginato, sotto il profilo decisionale. Come rimedio, la via è che i differenti gruppi abbiano peso paritetico nelle decisioni di vertice, del Dipartimento.

5) Fare dipartimenti tematici ? L’esigenza di fare convergere più settori su un tema unico, pur se meritevole di considerazione, va risolta alla luce della legge che vuole strutture di coordinamento dei dipartimenti.
Il criterio risolutivo dovrebbe essere di tipo "federalistico".
In via teorica, si presuppone che le "unità di base" (i dipartimenti disciplinari) abbiano:
a) compiti specifici di ognuno di loro;
b) e compiti comuni, meglio risolti se delegati ad una struttura centrale. Un compito di questa natura è la costruzione di Corsi di laurea.
Idealmente, questa struttura centralizzata (di coordinamento) potrebbe essere un "centro interdipartimentare", al quale sono delegati compiti di ricerca e compiti didattici. Questo centro potrebbe essere ridenomimato "Scuola o Facoltà".

6) Sul numero più idoneo di questi "centri" di raccordo, non è possibile dire a priori. Esso dovrebbe essere indicato dai "nuovi" Dipartimenti, in rapporto alle esigenze didattiche e di ricerca.
  La legge indica un massimo di "12".
Questa pluralità di Scuole/Facoltà va considerata anche in relazione alle esigenze locali, come quelle provenienti dal giusto diritto della Romagna di non scomparire dalla "nomenclatura" delle istituzioni didattiche e di ricerca dell’Ateneo di Bologna, che dovrebbe comunque restare Ateneo di Bologna e della Romagna.

Responsabili dell'Intersindacale: CISL Universita' (Maurizio Turchi), CNU (Anna Maria Di Pietra), FLC CGIL (Sandra Soster), RETE 29 aprile (I Ricercatori della Rete 29 aprile), SUN Universitas News (Nino Luciani), UIL RUA (Raffaele Pileggi)
Gruppo di lavoro dell'Intersindacale:
Altieri Leonardo, Brasini Sergio, Di Pietra Anna Maria, Ghetti Giulio, Giorgini Loris, Luciani Nino, Maltoni Alessandra, Manzo Patrizia, Mattioli Franco, Pileggi Raffaele,   Tassinari Giorgio, Fabrizio  Mauro,  Ruocco Francesca.

Attuale situazione numerica dei Dipartimenti

Personale Docente in servizio al 26 gennaio 2011 Totale
Dipartimenti di Bologna e Romagna
ARCHEOLOGIA  25
ARCHITETTURA E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE 45
ASTRONOMIA 19
BIOCHIMICA "G. MORUZZI" 30
BIOLOGIA EVOLUZIONISTICA SPERIMENTALE 72
CHIMICA "G. CIAMICIAN" 61
CHIMICA FISICA E INORGANICA 32
CHIMICA INDUSTRIALE E DEI MATERIALI 18
CHIMICA ORGANICA "A. MANGINI" 28
CHIRURGIA GENERALE E DEI TRAPIANTI D'ORGANO 26
COLTURE ARBOREE 16
CULTURE LETTERARIE ANTICHE E MODERNE E SCIENZE DEL TESTO 61
CARDIOVASCOLARE 21
CLINICO DI SCIENZE RADIOLOGICHE E ISTOCITOPATOLOGICHE 16
ARTI VISIVE 20
DISCIPLINE DELLA COMUNICAZIONE 24
DISCIPLINE GIURIDICHE DELL'ECONOMIA E DELL'AZIENDA 33
DISCIPLINE STORICHE, ANTROPOLOGICHE E GEOGRAFICHE 65
ECONOMIA E INGEGNERIA AGRARIE 35
ELETTRONICA, INFORMATICA, SISTEMISTICA - DEIS 117
EMATOLOGIA E SCIENZE ONCOLOGICHE "L. E A. SERAGNOLI" 40
FARMACOLOGIA 24
FILOSOFIA 46
FISICA 103
FISIOLOGIA UMANA E GENERALE 21
INGEGNERIA CHIMICA, MINERARIA E DELLE TECNOLOGIE AMBIENTALI 21
INGEGNERIA CIVILE, AMBIENTALE E DEI MATERIALI 86
INGEGNERIA COSTRUZIONI MECC.,NUCL.,AERONAUTICHE E DI METALL.- DIEM 56
INGEGNERIA ELETTRICA 27
INGEGNERIA ENERGETICA, NUCLEARE E DEL CONTROLLO AMBIENTALE-DIENCA 24
IST. DI PSICHIATRIA "PAOLO OTTONELLO" 9
ISTOLOGIA, EMBRIOLOGIA E BIOLOGIA APPLICATA 25
LINGUE E LETTERATURE STRANIERE MODERNE 63
MATEMATICA 94
MATEMATICA PER LE SCIENZE ECONOMICHE E SOCIALI - MATEMATES 24
MEDICINA  E SANITA' PUBBLICA 21
MEDICINA CLINICA 55
MEDICINA INTERNA, DELL'INVECCHIAMENTO E MALATTIE NEFROLOGICHE 43
MUSICA E SPETTACOLO 29
PALEOGRAFIA E MEDIEVISTICA 19
PATOLOGIA SPERIMENTALE 27
POLITICA, ISTITUZIONI, STORIA 41
PROTEZIONE E VALORIZZAZIONE AGRO-ALIMENTARE 29
PSICOLOGIA 67
SCIENZA DEI METALLI, ELETTROCHIMICA E TECNICHE CHIMICHE 15
SCIENZA POLITICA 36
SCIENZE ANATOMICHE UMANE E FISIOPATOLOGIA DELL'APPARATO LOCOMOTORE 31
SCIENZE AZIENDALI 92
SCIENZE CHIRURGICHE SPECIALISTICHE E ANESTESIOLOGICHE 33
SCIENZE DEGLI ALIMENTI 34
SCIENZE DELLA TERRA E GEOLOGICO-AMBIENTALI 36
SCIENZE DELL'EDUCAZIONE "GIOVANNI MARIA BERTIN" 86
SCIENZE DELL'INFORMAZIONE 37
SCIENZE E TECNOLOGIE AGROAMBIENTALI 49
SCIENZE ECONOMICHE 96
SCIENZE FARMACEUTICHE 51
SCIENZE GINECOLOGICHE, OSTETRICHE E PEDIATRICHE 45
SCIENZE GIURIDICHE "A. CICU" 155
SCIENZE MEDICHE VETERINARIE 105
SCIENZE NEUROLOGICHE 26
SCIENZE ODONTOSTOMATOLOGICHE 21
SCIENZE STATISTICHE "PAOLO FORTUNATI" 60
SOCIOLOGIA "ACHILLE ARDIGO'" 41
STORIA ANTICA 19
STORIE E METODI PER LA CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI 40
STUDI INTERDISCIPLINARI SU TRADUZIONE, LINGUE E CULTURE-SITLEC 55
STUDI LINGUISTICI E ORIENTALI 14

Totale complessivo

          2.935

Decleva in minoranza ...

Dal Senato Accademico di Statale di Milano Oggi (22 marzo) in Senato Accademico si doveva discutere sulla prima tranche di statuto (il titolo IV) predisposto dalla Commissione statuto dell'Università di Milano. Il testo intende regolare il ruolo dei Dipartimenti nella futura struttura dell'Università milanese, ridisegnandone funzioni e struttura secondo quanto previsto dalla L. 240/2010. Molti erano i punti controversi sul testo, in particolare la scomparsa della facoltà che non è sopportabile per Medicina, nonché la centralità del ruolo del direttore del dipartimento che diventa un piccolo "despota gentile" nei confronti dei colleghi, depositario non solo delle funzioni di coordinamento delle attività di ricerca ma anche della didattica, con il contemporaneo esautoramento dei direttori dei corsi di laurea. Molte perplessità sono state esposte da presidi e ordinari, tutti con interventi preceduti dal canonico "io, che sono stato sempre contrario alla Legge Gelmini... ecc.". Come ricercatori siamo intervenuti varie volte, io malignamente chiedendomi retoricamente dove fossero tutti questi oppositori della Gelmini quando si protestava in piazza contro i contenuti della legge e contro gli insulti all'istituzione universitaria e contro la visione di precariato anarchico che la Gelmini disegnava; in particolare abbiamo richiesto che non si procedesse per approvazioni parziali, ma che prima di esprimere un giudizio, ancorché critico, sul titolo IV dedicato ai dipartimenti fosse necessario avere in mano anche il testo che regolava la governance di Ateneo. Il Rettore Decleva invece ha sostenuto fosse necessario andare avanti comunque, affermando più volte che era necessario decidere hic et nunc se quella fosse la strada che la commissione statuto doveva battere. Ha infine rifiutato una piccola via di uscita proposta dai ricercatori, una mozione che rinviava ogni giudizio sul titolo IV all'analisi del titolo dello statuto dedicato alla governance, trasmettendo nel contempo alla Commissione statuto le perplessità sorte durante la discussione. La cosa non è stata ritenuta accettabile ("non posso cambiare l'ordine del giorno") e Decleva ha preteso il voto. Risultato: 12 voti favorevoli, 9 voti contrari e un certo numero di astenuti che non sono stati conteggiati del tutto perché il risultato negativo era evidente. La prima parte dello Statuto non è passata al vaglio del Senato accademico, che ha messo in minoranza il suo rettore. E' sperabile che questo sia il segnale che indica la necessità di ascoltare meglio le lamentele e cambiare metodo di proposta dei testi.
Fonte: Post n°294 pubblicato il 29 Marzo 2011 da VoceProletaria

 

 


In vista delle riforme "locali" degli Statuti, e dei Decreti attuativi governativi ex-lege Gelmini 240/2010

  Referemdum abrogativo, ai sensi dell'art. 75 della Costituzione. Associazione nazionale dei "Docenti preoccupati" vuole organizzare un referendun abrogativo legge Gelmini.
  Clicca su:
Referendum, Referendum2


INTER SINDACALE  UNIVERSITARIA  NAZIONALE

ADI, ANDU, APU, CISL-Università, CONFSAL-SNALS-Cisapuni, ConPAss, COSAU (Adu, Cipur, Cnru, Cnu, Csa-Cisal-Università), FLC-CGIL, LINK-Coordinamento Universitario, RETE-29 aprile, SNALS-Docenti Università, SUN, UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR


"Per la democrazia negli Statuti degli Atenei italiani"
 

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Sergio Sergi, Coordinatore Nazionale

  Nota. Questo documento è stato scritto, dopo ampia discussione e approfondimento, dalle organizzazioni e associazioni nazionali della docenza universitaria, quale proposta per la riforma degli Statuti delle universita', in attuazione della legge Gelmini.
   Il testo è stato anche inviato alla Commissione Istruzione del Senato, con aggiunta di richiesta di audizione, in vista della approvazione preventiva, da parte del Senato, dei decreti ministeriali attuativi della legge Gelmini 240/2011.
  Il Presidente della Commissione Istruazione del Senato, Sen. Ing. Guido Possa, ha già risposto all'Intersindacale  con promessa di "contattare tutti,  per una audizione, appena i decreti medesimi saranno trasmessi al Senato dall'Esecutivo."

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Guido Possa, Pres. Comm. Istruzione, Senato


0.- Principi e metodi

L’Università pubblica deve avere il compito di promuovere la crescita culturale del Paese e per questo deve svolgere – autonomamente, liberamente e inscindibilmente - la ricerca e l’alta formazione.
Deve essere assicurata la centralità degli studenti e deve essere garantita la pari dignità di tutti i lavoratori.
In tutti gli Organi la presenza degli studenti deve essere di almeno il 15% del numero dei componenti, come prescritto dalla Legge(1).
Negli Statuti vanno previste forme di partecipazione, di consultazione e di presentazione di istanze e proposte. Va prevista la redazione del bilancio sociale.
Negli Statuti va prevista la costituzione del Consiglio degli Studenti.
Va infine prevista l'istituzione di un apposito comitato dedicato alla garanzia delle pari opportunità, con la partecipazione di tutte le componenti universitarie(2).

Le procedure per le modifiche statutarie devono essere caratterizzate dalla massima trasparenza e dalla partecipazione della comunità universitaria.
Tutti gli atti della Commissione per la modifica degli Statuti dovranno essere pubblici e reperibili sui siti degli atenei. Inoltre dovranno essere tenute audizioni e assemblee pubbliche e aperte a tutte le componenti universitarie da tenersi alla presenza della Commissione incaricata della stesura, dalle quali emergano le linee del nuovo statuto e nelle quali si possa poi dibattere la bozza proposta dalla Commissione.

1.- Elezione del Rettore

L’elettorato attivo per la carica di Rettore deve essere costituito da tutti i professori ordinari, i professori associati, i ricercatori e deve essere prevista la partecipazione al voto del personale tecnico-amministrativo e di tutte le altre componenti. L’elettorato passivo deve essere limitato ai professori appartenenti all’ateneo.

2.- Senato Accademico

Il Senato Accademico, nell’ottica di potenziarne il ruolo, deve avere la funzione di indirizzo e programmazione di tutte le attività didattiche, di ricerca e di servizi agli studenti. I suoi pareri al Consiglio di Amministrazione devono essere obbligatori e, per quanto concerne in particolare la didattica e la ricerca, vincolanti.
Il SA approva il bilancio sociale dell’Ateneo.
Il Senato Accademico deve essere integralmente elettivo e deve essere prevista comunque la pari rappresentanza dei professori ordinari, dei professori associati e dei ricercatori.
Il numero dei direttori di dipartimento dovrà essere limitato al minimo previsto dalla legge (1/3 dei docenti).
Per i professori e i ricercatori deve essere previsto l'elettorato attivo e passivo comune.
Inoltre deve essere prevista, nella misura massima consentita dalla Legge, una rappresentanza oltre che degli studenti, del personale tecnico-amministrativo e delle altre componenti.
E’ opportuno che il Senato Accademico non sia presieduto dal Rettore.

3.- Consiglio di Amministrazione

Il numero dei membri esterni all'interno del CdA deve essere il minimo previsto dalla Legge.
Tutti i componenti devono essere scelti dallo stesso collegio elettorale previsto per l’elezione del rettore, mentre i rappresentanti degli studenti devono essere eletti da tutti gli studenti.
I candidati esterni alla carica di componenti del CdA dovranno essere scelti all'interno di una lista di nomi proposta dal Senato Accademico. I membri interni vanno scelti tra tutto il personale di ruolo.
Il CdA deve essere presieduto dal rettore.
La partecipazione agli organi di governo universitario va considerata come requisito della «comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un'esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale» ai fini della loro eleggibilità nei Consigli di amministrazione secondo la Legge.
Inoltre
deve essere prevista la possibilità di candidarsi a chi  presenta un curriculum da sottoporre al Senato Accademico.
Eventuali atti difformi dai pareri obbligatori del Senato Accademico dovranno essere motivati secondo specifiche procedure e criteri.

4.- Collegio di disciplina

Il Collegio di disciplina deve essere costituito da una pari rappresentanza di ordinari, associati e e ricercatori, con elettorato attivo e passivo comune. La composizione del Collegio per qualsiasi procedimento deve rimanere invariata.

5.- Composizione e funzioni dei dipartimenti.

La costituzione dei dipartimenti deve rispondere a coerenti criteri scientifici e culturali, organizzando uno o più settori di ricerca omogenei per fini o per metodo e dei relativi insegnamenti. Al Dipartimento compete l’elaborazione di linee programmatiche pluriennali.
Il Consiglio di dipartimento deve essere costituito da tutti i professori e i ricercatori e da un'adeguata rappresentanza del personale tecnico-amministrativo e delle altre componenti, oltre che degli studenti.
Deve essere previsto l’elettorato attivo e passivo comune per i professori e i ricercatori per l’elezione dei loro rappresentanti nelle giunte di dipartimento.
Ai dipartimenti (non alle eventuali strutture di raccordo) deve essere attribuita la competenza a formulare al CdA e al SA proposte in materia di programmazione e la competenza a deliberare sulle chiamate di professori e ricercatori, sulla base delle linee programmatiche

6.- Strutture di raccordo

Attribuzione alle strutture di raccordo delle competenze previste dalla legge (funzioni di coordinamento didattico e di gestione dei servizi comuni a più dipartimenti), nonché della programmazione dell'offerta formativa, ma non del reclutamento; è necessario definire che nell'organo deliberante delle strutture di raccordo vi sia una rappresentanza, scelta “tra i componenti delle giunte dei dipartimenti, ovvero tra i coordinatori di corsi di studio o di dottorato ovvero tra i responsabili delle attività assistenziali di competenza della struttura”, pari al 10% dei componenti dei consigli dei dipartimenti (previsto come tetto dalla Legge), eletta da tutti i componenti dei dipartimenti interessati. Nella rappresentanza deve essere assicurata la presenza paritetica delle tre fasce della docenza.

7.- Nucleo di valutazione

Gli Statuti devono prevedere modalità di nomina e composizione dei nuclei di valutazione che ne garantiscano indipendenza, imparzialità e competenza.

8.- Statuto dei diritti degli studenti e dei dottorandi

Gli Statuti devono recepire lo Statuto dei diritti degli studenti, garantendo che siano rispettati i loro diritti fondamentali per quanto riguarda la didattica, gli esami, i tirocini, la valutazione, la contribuzione studentesca, l'accesso ai servizi, ecc. Ugualmente devono essere tutelati i diritti dei dottorandi, considerando che si tratta di una figura che è insieme studente e ricercatore in formazione.
Deve inoltre essere adottata la Carta europea della ricerca allo
scopo di garantire che i rapporti tra i ricercatori e i datori di lavoro favoriscano la produzione e la diffusione delle conoscenze e che tali rapporti siano allo stesso tempo volti allo sviluppo professionale e alla carriera dei ricercatori.

9.- Regolamenti di ateneo

Deve essere previsto che i regolamenti di Ateneo siano elaborati da commissioni designate dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le componenti. Le commissioni, nell’ambito dell’attività istruttoria, devono svolgere audizioni delle rappresentanze universitarie.

10.- Contratti, diritti, reclutamento e progressioni del personale

Ai lavoratori precari con qualsivoglia tipo di contratto vanno estesi gli stessi diritti del personale contrattualizzato.
In quest’ottica negli statuti devono essere introdotti standard minimi che sanciscano diritti e tutele di ciascun lavoratore dell’ateneo, precario e non. Va prevista inoltre una retribuzione minima correlata alla durata del contratto.
A regime ogni anno il numero di contratti di ricercatore a tempo determinato ex articolo 24, comma 3, lettera b) della Legge 240/10 non dovrà essere inferiore al numero di contratti da ricercatore a tempo determinato ex articolo 24, comma 3, lettera a).
In particolare, deve essere vietato qualsiasi ricorso a prestazioni di lavoro gratuite.
Inoltre i regolamenti di ateneo che disciplineranno le procedure per l’attribuzione degli assegni di ricerca, i contratti per attività di insegnamento e i contratti da ricercatore a tempo determinato dovranno essere elaborati da commissioni che includano anche rappresentanze di lavoratori precari e dovranno assicurare il rispetto dei principi di trasparenza concorsuale e la massima pubblicità dei bandi, da pubblicare sul sito dell’ateneo e nel maggior numero possibile di siti istituzionali.
Un apposito regolamento va redatto per la definizione dei criteri di valutazione e attribuzione degli scatti periodici dei professori e dei ricercatori.


(1) Dall’art. 6, comma 1, del DL 21 aprile 1995, n. 120:
“Gli statuti degli atenei stabiliscono anche la composizione degli organi collegiali, assicurando la
rappresentanza degli studenti in misura non inferiore al 15 per cento.”
 (2) Per “componenti universitarie” si intendono i professori, i ricercatori(3), il personale contrattualizzato(4), i dottorandi, gli specializzandi, gli studenti e tutto il personale con rapporto di lavoro a tempo determinato.
(3)  Con “ricercatori” si intendono i ricercatori di ruolo e a tempo determinato.
(4) Per “personale contrattualizzato” si intendono i lavoratori regolati dal CCNL (tecnici-amministrativi-bibliotecari, lettori/CEL, ecc.).

 

 

INTER SINDACALE  UNIVERSITARIA  DI  BOLOGNA

CISL Universita' – CNU Comitato Nazionale Universitario
  FLC CGIL Federazione Lavoratori della Conoscenza  –  RETE 29 aprile
SUN  Universitas News  –  UIL Ricerca Università Afam

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Contributo per la riforma dello Statuto Generale
dell’Università di Bologna

  NOTA. Nell'ottobre 2010  i Sindacati e  Associazioni universitarie di Bologna avevano costituito un Gruppo di lavoro*, in vista della nuova legge, preso atto che il Rettore aveva istituito una apposita Commissione rettorale.
   Nel  frattempo è stato anche diffuso un comunicato del Rettore, che dichiarava l'intenzione di coinvolgere,

allo scopo, tutto l'Ateneo. In questo senso l'Intersindale ha ritenuto di "dover" fare, per il Rettore, la propria parte nel modo più adeguato possibile.

* Gruppo di lavoro:   ALTIERI LEONARDO, BRASINI SERGIO, DI PIETRA ANNA MARIA, GHETTI GIULIO, GIORGINI
   LORIS, LUCIANI NINO, MALTONI ALESSANDRA, MANZO PATRIZIA, MATTIOLI FRANCO, PILEGGI RAFFAELE,
   TASSINARI GIORGIO.

   Ad alcune riunioni del Gruppo di lavoro hanno partecipato  FABRIZIO  MAURO,  RUOCCO FRANCESCA .


                                                              INTERSINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA

    Questo documento muove dalla convinzione che la riforma dello Statuto, dopo il drammatico contesto in cui e’ stata approvata la legge Gelmini, rappresenti una opportunità di rinnovamento, di qualificazione e di riforma democratica dell’Ateneo.
   I movimenti di questi mesi, animati soprattutto dagli studenti e dai ricercatori, ma in grado di coinvolgere tutte le componenti dell’università, vanno colti come spinte in favore di una interpretazione estensiva della legge, valevole ad affermare la centralità dell’università pubblica, come luogo di alta formazione e ricerca scientifica, fondata su una dimensione democratica partecipativa e pubblica dell’Ateneo di Bologna, per il progresso culturale, civile ed economico dell’Italia e delle Nazioni.


                                                                     PARTE PRIMA - PRINCIPI GENERALI

   1.- Governance.
   La legge Gelmini apparentemente introduce una forma di government di tipo aziendalistico, dunque di una realtà nella quale si opera all’interno di un sistema gerarchicizzato e finalizzato allo scopo di una maggiore efficienza/efficacia: in pratica come l’equipaggio di una nave con un comandante (del resto le societa’ per azioni sono nate proprio per armare le navi all’epoca della conquista dei mari).
   L’Università non ha però mai conosciuto questo tipo di organizzazione, in quanto chi vi opera è “protetto” e garantito dall’art. 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Vige dunque (e questo, però, convive con la forma di governance della nuova legge) il principio-cardine di universitas di tutte le componenti e di parità tra i docenti (tanto è vero che per la valutazione si fa riferimento al giudizio dei pari); ogni Rettore, Preside, Direttore del Dipartimento è un primus inter pares, mai un comandante.
  Ciò premesso, nell’interpretazione dell’art. 2, la Commissione Statuto dovra’ privilegiare la salvaguardia di questi valori ontologici, il che potrà fare tenendo ben distinti i centri di imputazione formale delle decisioni da quelli di imputazione sostanziale delle decisioni stesse.
Inoltre dovranno essere garantiti i principi di trasparenza e diritto all’informazione.

   2.- Programmazione.
   La programmazione è metodo fondamentale per il governo dell’Ateneo.
   Essa ha luogo, anche in via sperimentale, sulla base di una previsione pluriennale, almeno di sei anni, della risorse disponibili e dei bisogni da soddisfare entro questo orizzonte temporale. In questo quadro sono principali elementi di riferimento: il bilancio, il reclutamento dei docenti e dei ricercatori TD, il personale, il finanziamento della ricerca e delle strutture di ricerca e di didattica.

   3.- Per l’eliminazione del sistema baronale.
   La legge Gelmini apparentemente dichiara di prefiggersi, almeno sotto l’aspetto formale, tre scopi:
   - eliminare il sistema baronale (non soltanto nella cooptazione nel corpo docente, ma anche nella gestione delle varie strutture);
   -affidare l’amministrazione a veri professionisti di essa anche se estranei al corpo accademico;
   - cercare, con ciò, di portare l’università italiana al livello della migliore tra quelle internazionali.
  Il nuovo Statuto non potrà quindi essere disegnato per sostituire l’attuale sistema baronale con un’oligarchia tecnocratica, ancora più ristretta, nella gestione dell’Ateneo, nè potrà relegare ricercatori di ruolo e a tempo determinato e personale tecnico-amministrativo al ruolo di semplici comparse.

  4.- Necessità di proposta contestuale di riforma dello Statuto e del Regolamento, previsti dalla nuova legge.
  La Legge Gelmini, pur essendo prolissa nell’individuare le competenze degli Organi Accademici, sempre rinvia ad un Regolamento di Ateneo per meglio specificare lo Statuto. La comunità universitaria è dunque interessata non soltanto a conoscere come sarà lo Statuto, ma anche a come sarà il Regolamento di Ateneo, che ad esso darà specificazione.
  Pertanto occorre che la Commissione Statuto elabori non soltanto una prima bozza di Statuto, ma definisca anche indice e contenuto essenziale del Regolamento di Ateneo che dovrà dare esecuzione allo Statuto in tempi brevissimi.

  5.- Per il criterio che quanto non espressamente vietato dalla legge, sia automaticamente libero, in base al principio dell’autonomia. La Legge Gelmini risponde al principio che tutto ciò che non è espressamente vietato, è automaticamente libero.
  Poiché il principio della autonomia universitaria è confermato dalla nuova legge, la commissione statuto deve dare attuazione a questo principio e anche combattere, se necessario, per farlo valere.

  6.- Per la separazione tra il momento del governare l’Università, e il momento dell’amministrare.
  La legge Gelmini, se pure con qualche incertezza, vuole introdurre anche nell’Università la netta separazione tra il momento del governare e il momento dell’amministrare; tra chi deve dettare indirizzi generali e non specifici e chi deve darvi esecuzione.
  Lo Statuto deve dare attuazione a questo principio e porre le norme di principio che poi il Regolamento generale dovrà ulteriormente sviluppare. Ciò comporta, tra l’altro, che la figura del Direttore generale non dovrà ricalcare quella nota negli enti locali, il cosiddetto City Manager, che ha dato ben scarsi risultati.

  7.- Il problema della correzione del decision making mediante la prefigurazione di momenti obbligatori di partecipazione, propri della E-democracy.
   Nel disegnare la composizione degli Organi accademici, la Legge Gelmini riduce drasticamente il numero dei componenti, e ciò alla ricerca di una presunta maggior rapidità e tecnicità delle decisioni (del resto è noto che al superamento del numero di 7 componenti ogni organo amministrativo ha una caduta di rapidità e di efficienza).
   Se la composizione degli Organi era divenuta via via sempre più vasta, ciò era dovuto al fatto che nel tempo il numero degli interessi coinvolti era andato aumentando e attraverso l’allargamento del numero dei componenti si era cercato di dare rappresentanza a questi interessi all’interno degli Organi, pur nella consapevolezza che Organi pletorici comportavano una perdita di efficienza.
   Il fatto che la Legge Gelmini non riduca (nè avrebbe potuto farlo) il numero e la qualità degli interessi coinvolti, e dunque la riduzione del numero dei componenti, comporta che parte di questi interessi può non essere più rappresentata e, con ciò, essere nota a chi deve decidere. In altri termini, viene sacrificato il momento della partecipazione al procedimento amministrativo, il quale invece è un principio-cardine dell’ordinamento italiano.
   Occorre, di conseguenza, che Statuto e Regolamento generale di Ateneo introducano nel decision making correttivi alla situazione che si viene a creare, prevedendo, come obbligatori, momenti di partecipazione che possono essere realizzati anche mediante un corretto sistema di E-democracy.

   8.- Trasparenza. Lo Statuto deve prevedere che le valutazioni espresse dal Nucleo di Valutazione, dall’Osservatorio della Ricerca e da ogni altro organismo, anche a carattere nazionale, siano tempestivamente rese pubbliche per le strutture di didattica e di ricerca dell’Ateneo.

                                                               PARTE SECONDA - CRITERI ATTUATIVI

  1.- Per il CdA, si propone:
  - che esso sia elettivo, salvo che per i membri esterni, e che la composizione sia rappresentativa dei vari ruoli dell’Ateneo;
   - di limitare a 2 la presenza di esterni. Il Senato Accademico esprima linee di indirizzo per i bandi tesi a selezionare tali componenti esterni, per delineare il progetto cui le loro competenze si riferiscono e a garanzia che essi non siano portatori di interessi economici incompatibili con l’autonomia universitaria e i principi dell’art. 33 della Costituzione;
   - mandato di 4 anni, non rinnovabile immediatamente.

  2.- Il Senato Accademico dovrà essere organo di indirizzo e programmazione delle attività didattiche, di ricerca e di valutazione, il cui parere dovrà essere obbligatorio per le relative decisioni del CdA;

  3. Si dovrà garantire:
  a) la rappresentanza paritaria ed elettiva di tutte le componenti accademiche, del personale tecnico e amministrativo e degli studenti deve valere in tutti Organi dell’Ateneo, sia per la sede centrale sia per le sedi decentrate, ferme le riserve di legge;
  b) nei limiti della legge 240/2010, una partecipazione democratica, paritaria ed elettiva alle commissioni di Ateneo, ivi compresa la Commissione di disciplina;
  c) l’elettorato attivo ai rappresentanti degli assegnisti e dei dottorandi nei Consigli di Dipartimento;
  d) ai Consigli di Dipartimento siano ammessi a partecipare i professori incaricati, con diritto di parola.
  4. Si propone che i membri elettivi del CdA e del Senato siano scelti con sistema proporzionale per liste concorrenti, sulla base di documenti programmatici, con possibilità di divulgazione mediante i sistemi informativi dell’Ateneo. E’ ammessa la presentazione di liste che ricomprendano, ognuna, tutte le categorie di docenti eleggibili.
  5. Nel Regolamento, previsto dalla legge Gelmini, saranno specificate le modalità di separazione tra ruolo politico e ruolo amministrativo nel governo dell’Ateneo.
  6. La consultazione pubblica sulla bozza di Statuto non va limitata ai Dipartimenti e Facoltà, ma estesa a tutte le categorie di personale dell’Ateneo.

  1.- Elezione del Rettore. L’elettorato attivo, oltre al personale docente di ruolo, come vige attualmente, va allargato ai ricercatori a tempo determinato, ai rappresentanti degli studenti, dei dottorandi e degli assegnisti eletti nei vari organi accademici e al personale TA con "voto ponderato”.
   Il candidato rettore non deve avere ricoperto questa carica, nei sette anni precedenti,  presso altro Ateneo.

   2.- Giunta. Si propone la istituzione di una Giunta, i cui membri sono scelti dal Rettore all’interno di tutte le categorie di personale, ma esterni al CdA e al Senato, col compito di coadiuvarlo nell’esercizio delle proprie funzioni. Il Rettore affida loro, con delega di firma, propri compiti in corrispondenza alle macro-aree amministrative dell’Ateneo.

  3.- Senato. Relativamente ai componenti(1/3) non indicati dalla legge, si propone:
- la rappresentanza dei ricercatori a tempo determinato e a tempo indeterminato;
- la rappresentanza del personale tecnico e amministrativo.
Relativamente alla composizione, per 2/3, riservata dalla legge ai docenti di ruolo, va garantita la rappresentanza delle due fasce.

  4. Consiglio di Amministrazione. Tra il personale di ruolo dell’Ateneo i membri eletti siano rappresentativi dei:
- professori ordinari;
- professori associati;
- ricercatori;
- tecnici-amministrativi.

  5.- Organi consultivi. Si propone la istituzione di:
  a) Consiglio del personale tecnico e amministrativo, organo consultivo del CdA, per il parere obbligatorio, non vincolante, in materia di servizi amministrativi e organizzazione dell’amministrazione.
   E’ fatto vincolo di rappresentanza di ognuna delle sedi universitarie.
   I membri del Consiglio del personale tecnico e amministrativo sono votati sulla base di unica lista di candidati. Sono eletti, nell’ordine, i candidati con più voti di preferenza.

   b) Consiglio studentesco, organo consultivo per il parere obbligatorio, non vincolante, al Senato Accademico in materia di didattica, e al CdA in materia di servizi agli studenti.
   E’ fatto vincolo di rappresentanza di ognuna delle sedi universitarie.
  I membri del Consiglio studentesco sono eletti con sistema proporzionale per liste concorrenti, sulla base di documenti programmatici.

  6. Le sedi di Romagna. L’attuale Statuto ha consentito lo sviluppo in Romagna adottando il modello organizzativo-funzionale per “plessi”, in varia misura autonomi quanto ai servizi da rendere agli studenti e al personale docente e non.
  Ciò ha comportato il moltiplicarsi di servizi amministrativi (e relativo personale e, dunque, costi) in ogni “plesso”, mentre oggi, specie con l’informatizzazione, i “servizi di supporto” ben possono essere svolti e forniti da un’organizzazione centralizzata “locale”, con evidente miglioramento della qualità del servizio e diminuzione dei costi. Del resto, contro la attuale organizzazione per “plessi” si muove la nuova dimensione attribuita dalla Legge Gelmini ai Dipartimenti.
   Si ritiene opportuno che la Romagna possa avere forme di autonomia amministrativa per materia, con budget.
Inoltre, il nuovo statuto dovrà dare indicazioni chiare su tre aspetti rilevanti:
  1) la volontà di consolidare la configurazione policentrica del nostro Ateneo (non esclusa la forma federativa), sostenuta in tutti questi anni dagli enti locali e dagli enti finanziatori;
  2) l’interpretazione autentica da attribuire al concetto di “incardinamento”, in termini di diritti e doveri dei docenti che sono/saranno impegnati in Romagna (a partire ad esempio dalla necessaria chiarezza sulla struttura alla quale i docenti medesimi dovranno fare prioritariamente riferimento per espletare il loro servizio), e la contestuale adozione di politiche di incentivazione per favorire la scelta di “incardinarsi”;
3) la volontà di favorire l’insediamento in Romagna di dipartimenti e scuole (Facoltà), eventualmente anche di tipo trasversale dal punto di vista delle discipline, coordinate ma non subordinate alle altre strutture dell’Ateneo.

  7. Regolamento. Il Regolamento dovrà contenere norme a tutela dei diritti del lavoro, e specificamente:
a) per le attività didattiche dei docenti a contratto, in via di principio deve essere proibito qualsiasi ricorso a prestazioni di lavoro gratuite e deve essere individuata una retribuzione oraria minima;
  b) per i ricercatori a T.D. siano previste garanzie di un’effettiva “tenure track”, sulla base della prevista programmazione  pluriennale delle risorse;
  c) sia regolata la didattica dei ricercatori di ruolo e di quelli a tempo determinato, senza mai considerare scontato ed automatico l’impegno didattico del ricercatore di ruolo;
  d) ai dottorandi, agli assegnisti e ai ricercatori a T.D. siano garantiti gli stessi diritti dei lavoratori strutturati di Ateneo (asili nido, mense, parcheggi, rimborsi per le missioni, etc.);
  e) per i diritti e le condizioni di lavoro del personale non contrattualizzato è necessario prevedere un confronto preventivo con le parti sociali;
  g) disciplina dei diritti e dei doveri del personale.

CISL Universita' (Maurizio Turchi)

CNU (Anna Maria Di Pietra)

FLC CGIL (Sandra Soster)

RETE 29 aprile (I Ricercatori della Rete 29 aprile)

SUN Universitas News (Nino Luciani)

UIL RUA (Raffaele Pileggi)

Gruppo di lavoro che ha curato il Documento: Altieri Leonardo, Brasini Sergio, Di Pietra Anna Maria, Ghetti Giulio, Luciani Nino, Maltoni Alessandra, Manzo Patrizia, Mattioli Franco, Pileggi Raffaele, Tassinari Giorgio.
   Hanno partecipato ad alcune riunioni Fabrizio Mauro e Ruocco Francesca.
                                             

 


IMPORTANTE  SENTENZA DELLA  MAGISTRATURA  ORDINARIA:

"Quella denuncia di Quirino Paris al CUN aveva fondamento !
(Sotto, è riportata la sentenza, integralmente).

Questo fatto arriva al pubblico universitario  mentre la riforma Gelmini
è diventata legge, per cui il pensiero va alla eventuale "consecutio tra i due eventi".
Sotto, riportiamo  il parere di Quirino Paris sulle sue  attese dalla nuova legge.

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Quirino Paris

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    QUIRINO PARIS, il professore italiano della University of California, Davis, aveva denunciato al CUN (Presidente, prof. L. Labruna) la nomina di cinque commissioni di conferma del Settore Scientifico ``Economia ed Estimo Rurale', una delle quali aveva negato la conferma, in ruolo, a Giovanni Anania, professore "straordinario" di rilevanza internazionale, ma non sottomesso alla "cupola" degli economisti agrari.

  Il CUN (che designa al Ministro le commissioni di conferma per gli straordinari ed esprime parere di legittimità su tutti i concorsi di valutazione comparativa) oppose il "silenzio rifiuto" di fare un indagine, come sarebbe stato di dovere, e anzi una necessità, perché il fatto non era "solo" degli economisti agrari, per la natura della legge sui concorsi, che prefigurava  un regime consociativo, e possibilità di "smagliature".

  La conseguenza, per Quirino Paris, fu di incorrere in sette querele per diffamazione, da parte dei membri della "cupola" degli economisti agrari. La sentenza di I grado fu di assoluzione piena, ma che i querelanti portarono in appello, però confermata, sia pure dopo anni di lungaggini e spese legali.
.

.    G. Anania, Ordinario della Universita' della Calabria. Per il curriculum, clicca su: http://www.ecostat.unical.it/anania/
.*

Nino Luciani, I fatti in breve, e nel pianto la consolazione nel passato. Le attese dalla riforma Berlusconi-Gelmini, secondo Quirino Paris

1.- I fatti in breve. Nel 2003, una Commissione giudicatrice, per la conferma in ruolo di un professore ordinario, gli negava la conferma al termine del triennio di prova.
  Per memoria, le Commissioni di conferma per prof. ordinario sono nominate dal Ministro, su designazione del CUN. Invece le Commissioni di concorso erano nominate dall'università banditrice (composte da un membro "interno" di designazione locale, e da 4 membri, votati dal Gruppo scientifico disciplinare").
   Il malcapitato "non confermato" era tale "Giovanni Anania" della Università della Calabria (si vegga più sopra, per il curriculum), e che (secondo Paris) era assolutamente meritevole di conferma.
  Nella tradizione accademica italiana, la negazione di una conferma era ed è un fatto "unico" nel suo genere, mentre il problema più solito è quella di sbarrare la strada a candidati in eccesso rispetto al numero dei posti.
  In parole brevi, Quirino Paris racconta che il Settore scientifico in questione ( AGR/01) era dominato dalla Associazione degli Economisti Agrari, e soprattutto dai suoi dirigenti, i quali riuscivano a fare eleggere i rappresentanti del Gruppo presso il CUN, e i membri delle Commissione di concorso, secondo le proprie indicazioni elettorali. E "peste cogliesse" (in termini di carriera) chi trascurasse quelle indicazioni.
  (Evidentemente, nel concorso che tre anni prima portò Anania all'ordinariato, qualcosa era andato storto ..., per quei dirigenti e in primo luogo al CUN).
  La motivazione dello sdegno di Quirino Paris, tra l'altro illustrata senza alcun pelo sulla lingua, ha un rilievo assoluto perchè copre non solo "un" caso in cui si dice la verità per l'Associazione degli Agrari, ma rappresenta notoriamente la generalità dei Settori Scientifici in Italia.
   Ma attenzione ! Una cosa sono le "deviazioni" (che calcolerei nell'ordine del 10% dei casi, troppi …), una cosa è ritenere che, in Italia, il sistema dei concorsi produca solo professori indegni. Anzi il fatto che Anania, nel concorso, fosse stato riconosciuto "idoneo" a prof. Ordinario, è una prova del contrario. Ma su questo tornerò qui a fianco, a proposito della riforma Gelmini.
  Torno a Quirino Paris. Egli pagherà caro questo atto di "superbia": doversi difendere in tribunale, a proprie spese, per 8 lunghi anni, come un volgare diffamatore di colleghi per bene. E cosa ha fatto, poi, in fin dei conti ? Il suo reato fu di aver denunciato il caso alle "autorità" (si noti, non a qualcuno che passa per la strada), e in primo luogo al MIUR.
   Allora il Ministro era Letizia Moratti e il Direttore Generale era Giovanni Masia (ora Capo del Dipartimento per l'Università e l'AFAM per la Ricerca).
   Sul piano oggettivo, il pensiero corre spontaneamente a loro, soprattutto a Masia, per il suo ruolo nel dare o meno esecutività alle sentenze del TAR e alle sentenze penali, oltre che al suo ruolo tecnico nel concorrere alla proposizione dei nuovi progetti di legge, a correzione dei fatti "devianti". Sulla adeguatezza delle legge Gelmini torniamo più avanti.

2.- Nel pianto, la consolazione... sempre nel passato.
   Come, però dicevo, una cosa sono le "deviazioni", una cosa è la generalità dei casi. E', poi, sotto gli occhi di tutti che i fatti "devianti" più gravi (si pensi a parentopoli) finiscono sui grandi media, perchè il "negativo" fa notizia, (e oscura il "bene"), e questo finisce per infangare tutto. .Nel corpo della sentenza, si racconta anche di denunce di fatti corruttivi di altri concorsi, però seguìti da archiviazione, pur essendo ben evidente il loro fondamento oggettivo.
    Il motivo della archiviazione era che la votazione della candidature a membro di commissione, su indicazione "autorevole" delle cupole, non era un evidente reato giuridico, giacchè era prefigurata dalla legge ed era una fattispecie molto simile a quella delle elezioni dei membri del parlamento. Anche qui non mancano le proposte autorevole dei dirigenti dei partiti politici in favore di questo o quel candidato e di questo e quel programma.
  Lo stesso era per fare le commissioni. Non c'era obbligo giuridico di votare ..., ma semplice indicazione di voto ....
   In effetti le cupole degli ordinari hano sempre determinato, in regime consociativo, la carriera dei docenti in posizione inferiore e dunque, pur se giuridicamente autonomi, per cui questi erano ricattabili di fatto.
   Ma va anche detto che il professore universitario è tale per vocazione scientifica e per questo nasce moralmente apposto. La sua colpa è aspirare a dare un seguito alla propria scuola scientifica, attraverso gli allievi.

  Il fatto, poi, che il controllo dei promossi abbia luogo su base nazionale, attraverso una corporazione (l'associazione dei professori del settore) ha come conseguenza di garantire la qualità dei professori uniformemente nel territorio nazionale, e dunque anche in una università sperduta della lontana periferia.
  Dunque, se con questi elementi "positivi" molto importanti e positivi, finiscono per mescolarsi elementi "negativi", è su questi che si deve lavorare ..., non buttare il bambino con tutta l'acqua ...

3.- Le attese dalla riforma Berlusconi-Gelmini.
   Il Parere di Quirino Paris.

   A questo punto l'ottica si sposta sulle recente legge di riforma Berlusconi-Gelmini. Purtroppo la legge Gelmini è frutto acritico di quel fango, mentre doveva partire da qui per le correzioni. Infatti, per eliminare la malattia, la riforma ha ucciso il "malato", vale dire ha abolito i concorsi, anche in contrasto con la Costituzione che, invece, li vuole. Precisamente, la legge prevede due stadi, per il reclutamento: a) Con l'art.16 è istituito l'esame abilitazione scientifica nazionale a professore di prima e di seconda fascia. La Commissione giudicatrice è nazionale ed unica, per una durata biennale. Essa è scelta mediante sorteggio di 4 professori ordinari nel settore scientifico (da essere composto da almeno 30 professori ordinari), e sorteggio di 1 commissario in una lista, curata dall'ANVUR, di studiosi e di esperti di pari livello in servizio presso università di un Paese dell'OCSE). E' disposto che l'ammissione al sorteggio è ammessa solo per i professori che facciano domanda per esservi inclusi, e documentino la propria attività scientifica, e comunque con riserva dell'ANVUR di valutarne positivamente i requisiti idonei. E' anche disposto che non ci sia corresponsione di compensi ai Commissari. b) Con l'art. 18, è prevista la chiamata, da parte delle Università, degli abilitati a coprire i posti di professore. Dati gli abilitati partecipanti, la chiamata è deliberata dal Consiglio di Amministrazione, su proposta del Dipartimento. E' esclusa la partecipazione per gli abilitati aventi un grado di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell'ateneo. Come ben si comprende questo meccanismo abolisce i concorsi, e questo è presumere di eliminare la malattia, uccidendo il malato. Secondo Quirino Paris (interpellato, in occasione della sentenza), "la riforma Gelmini in fatto di reclutamento ha messo sul tavolo un sistema macchinoso, inefficiente e parrocchiale. Con l'abilitazione nazionale chissà quanti ritardi ci saranno. e poi mi sembra un approccio fatto apposta per dare altro lavoro al TAR con le ben note lungaggini. Inoltre, la chiamata tra gli abilitati non farà altro che confermare gli interni, come adesso. Infine, mi sembra che anche il nuovo approccio escluda di fatto il reclutamento a livello mondiale: chi è quello straniero che capisca cosa sia l'abilitazione nazionale e che sia poi chiamato da qualche facoltà solo sulla base del merito? " Torno sull'art. 16. Il sorteggio dei Commissari è essenziale per l'impedimento delle "deviazioni". Tuttavia esso è prefigurato in modo da perdere di significato. Infatti: 1) se il sorteggio avviene solo tra coloro che fanno domanda, è come estrarre palline da un cappello in cui sono state messe solo palline bianche. E' inevitabile che i sorteggiati siano solo "bianchi"; 2) peggio, l'osservazione cade di fatto appena si rifletta che il meccanismo non funzionerà totalmente. Il motivo è che nessun professore ordinario farà domanda (di essere sorteggiato) per farsi preventivamente giudicare (in fatto di requisiti scientifici) da una "cupola" politico- accademico (l'ANVUR), e per giunta per un obiettivo molto astratto (attribuire una abilitazione a sconosciuti), e inoltre gratis. Forse gli estensori della legge non vengono dalla università, e per questo non sanno che stare in commissione è un sacrificio enorme (una pila di libri da leggere e studiare per mesi, stare fuori casa una settimana, incorrere in possibili ricorsi amministrativi, ...). In passato, la sola molla determinante per candidarsi era il sollecito degli allievi, creditori illimitati di servizi resi didattici ai loro Maestri, oltre che debitori per l'educazione scientifica ricevuta. Adesso questa molla scompare, opportunamente per me: Ma trattare a pesci in faccia, il prof. ordinario che fa domanda, mi pare aver penso il senso della realtà. Berlusconi, un uomo, così intelligente com'è, come ha fatto ad affidare, a "non si sa chi", una riforma così rilevante per la formazione della classe dirigente e per la ricerca scientifica dell'Italia e del mondo … ? Torniamo a più sopra: essere i Governi i fattori delle deviazioni, quali primi propositori dei progetti di legge e doppiamente se chi fa denuncia di illeciti è lasciato nei rovi dal Ministro e dal Direttore Generale, che avrebbero dovuto indagare, a parte il disposto Costituzionale che vuole il concorso, per le assunzioni nella Pubblica Amministrazione. Nino Luciani

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del reato p. e p. dall'art. 595, comma 1, c.p., per avere, comunicando con più persone, offeso la reputazione di BELLIA Francesco, PRESTAMBURGO Mario, BACARELLA Antonino, CASATI Dario, CHIRONI Giuseppe, TUDISCA Salvatore, IDDA Lorenzo, economisti agrari, appartenenti alla SIDEA, Società Italiana di Economia Agraria, e, precisamente per avere, a mezzo due lettere e-mail datate 19.10.2003 e 18.11.2003, che qui si intendono integralmente riportate, inviate at CUN - Consiglio Universitario Nazionale, nella persona del suo Presidente, prof. Luigi LABRUNA, e al MURST - Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Scientifica, con sede in Roma, viale Kennedy, 20, affermato che "…Da parecchi anni l'area AGR/01 è dominata e colonizzata da una mafia accademica così potente che ormai si comporta sfacciatamente e senza alcun pudore sapendo che le sue nefande azioni saranno impunite ed anzi contribuiscono a mantenere la disciplina nei ranghi. La "cupola" è formata da una dozzina di professori ben noti i cui nomi si avvicendano in quasi tutti i concorsi per professore ordinario, associato e per ricercatore attraverso la ben nota tecnica dei "santini." Tutto questo fa parte della disgraziata procedura italiana per la nomina del personale accademico. Il CUN dovrebbe essere l'organo di vigilanza garante della trasparenza per quanto riguarda tale procedura e invece si dimostra un organo al servizio della mafia accademica di cui sto parlando. … Tali nomi sono facilmente individuabili perché, in via generale, ricorrono almeno due volte nelle cinque commissioni. Queste designazioni non possono essere il frutto di vigilanza e trasparenza e tanto meno di eventi casuali. I nomi che ricorrono almeno due volte sono: Mario PRESTAMBURGO (Trieste) Antonino BACARELLA (Palermo) Salvatore TUDISCA (Palermo) Giuseppe CHIRONI (Palermo) Francesco BELLIA (Catania) Giuseppe DE MEO (Bari) Lorenzo IDDA (Sassari) Augusto MARINELI (Firenze) Dario CASATI (Milano). È mai possibile che le sedi universitarie meridionali più Trieste debbano essere presenti in maggioranza assoluta, commissione per commissione?   È mai possibile che Augusto Marinelli, Rettore dell'Università di Firenze, trovi il tempo per partecipare due volte a commissioni di conferma di professori straordinari? È il Marinelli lo stesso Rettore che ha creato un posto AGR/01 per il figlio alla Facoltà di Medicina? È mai possibile che questi signori dominino, anno dopo anno, la formazione dei ranghi accademici nell'area AGR/01? È mai possibile che il CUN, attraverso il Comitato d'Area Scienze Agrarie e Veterinarie, si faccia complice della straordinaria criminalità con cui vengono gestiti e "confermati" i concorsi universitari?..." "…La riforma dei meccanismi concorsuali nel nostro Paese non ha risolto i problemi della selezione e della promozione dei docenti universitari che avevano giustificato quella riforma. Quanto accade nel settore AGR/01 è emblematico di come possano costituirsi nel tempo consorterie accademiche in grado di imporre regole tali da determinare gravi distorsioni, in grado di consentire i peggiori nepotismi e marcate discriminazioni. Il fatto che un professore della qualità del Prof. Anania possa essere stato ritenuto inidoneo alla conferma a professore ordinario non fa che confermare tale giudizio e, se mai, segnala il fatto che in AGR/01 si sia oltrepassata ogni misura, anche con riferimento alle distorsioni osservabili in altri raggruppamenti disciplinari."

Fatti avvenuti in Roma, in data 19 ottobre 2003 e l8 novembre 2003.

DISPOSITIVO:
"conferma l'impugnata sentenza* e condanna gli appellanti al pagamento delle ulteriori spese del grado"

Per leggere tutta la sentenza, clicca su:  Paris-Sentenza Appello ROMA (Nov 2010)

 

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Papa Benedetto XVI


RIFORMA UNIVERSITARIA
in Aula al Senato il 22 dicembre
(in seconda lettura)

Mentre Ricercatori e Studenti si tengono stretti
stretti, in attesa della tegola in testa, del Senato

il PAPA, nel corso della cerimonia dei Vespri,
dopo l'omelia, riceve gli sudenti universitari romani,
sostiene il "ruolo insostituibile dell'universita' "
e li "appella alla pazienza e alla costanza
"

     On.li Senatori,
con il ritorno a voi del DDL in oggetto, mi parrebbe giusto dirvi tre cose:

1) dire del papa, circa l'universita’. Incontrando i giovani universitari romani, per i Vespri il 16 dic. 2010, il papa ha sostenuto il "ruolo insostituibile dell'universita’" di soddisfare "il bisogno di una nuova classe di intellettuali capaci di interpretare le dinamiche sociali e culturali offrendo soluzioni non astratte, ma concrete e realistiche". Il papa ha concluso con un appello "alla pazienza e alla costanza, virtu’ da non confondere con l'apatia".**. Per l'omelia *, sotto.
  Il papa non ignorava sicuramente le manifestazioni dei ricercatori e studenti nelle scorse settimane sul  DDL Gelmini. E voi non le sottovaluterete certamente.
  Forse, vi interessa anche una lettera che una "casalinga" (in verita' una prof.ssa di scuola media in pensione, sensibilizzata dai mass media, sui recenti fatti studenteschi), che mi ha scritto (in relazione al Foglio On Line, da me diretto): "L'Universita’ e’ un mondo che non conosco. Mi sono laureata il 26 giugno 1976. Credo di appartenere di piu' alla categoria delle "casalinghe", forse con un maggior senso critico."
   "Mi domando se anche la Ministra Gelmini non appartenga al mondo delle casalinghe e non abbia capito neppure lei fino in fondo la sua riforma. Le donne presenti in questo Governo mi sembrano piu strumenti che "menti". Intendiamoci nella politica ci sono tante donne alla pari degli uomini per intelligenza e grinta, ma non queste al Governo. Comunque qui a Torino ci sono tanti studenti che tirano molto, molto a sinistra".   

   2) nel merito dei possibili emendamenti al DDL, preso atto che la sua maggiore pericolosita’ per l’universita’ pubblica sta nel non avere dotazione finanziaria, e che e' coerente col blocco del turnover (5-10.000 professori, e abolizione del ruolo dei Ricercatori a tempo indeterminato, 26.000 persone), proporre di prendere in considerazione la riforma del sistema finanziario delle universita’, posto che l'ostacolo maggiore sia la crisi attuale del  bilancio statale.
  Col nuovo sistema finanziario, le universita' saranno liberate dalle catene del DDL, ma anche responsablizzate.
  C'e', poi, la considerazione che l'attuale sistema ha i difetti tipici dei paesi a pianificazione centralizzata, e dunque:
  a) la cifra totale da finanziare e' soggetta alle bizzarrie annuali dei Ministri del Tesoro.
  b) fa ricadere sugli studenti bisognosi e meritevoli il mancato sostegno del diritto allo studio, dovendo le universita’ filtrare i fondi statali per salvare, prima, se stesse.

   Questa e' invece la nostra proposta di nuovo sistema finanziario:
  a) Il finanziamento delle universita’ pubbliche avviene mediante un fondo statale, quantificato in base al costo standard per studente, moltiplicato per il numero degli studenti iscritti.
  La quota finanziata e’ determinata dai Ministeri del Tesoro e della Universita’, e comunque non inferiore al 70% del costo totale stimato, ed e’ ripartita tra le universita’ in proporzione agli studenti iscritti.
  b) E’ istituito presso il Miur un Fondo per gli studenti bisognosi e meritevoli, ex-art.34 della Costituzione.
  b) Le universita’ determinano i contributi studenteschi, per il pareggio del bilancio, per la parte non coperta dal Fondo statale. E' obbligatorio per le universita’ il pareggio del bilancio ed e’ istituito il controllo della Corte dei Conti sul bilancio preventivo;
  c) I finanziamenti privati alle Universita’ sono fiscalmente deducibili dal reddito imponibile;
  d) In prima attuazione e’ garantito a ciascun Ateneo un FFO - Fondo di Finanziamento Ordinario, non inferiore all’attuale.

3) dire cosa ho pensato, avendo seguito il dibattito del Senato, sul DDL via satellite TV, il 29 luglio 2010. Ho provato disappunto per alcuni concetti, risuonati di continuo (da parte di molti), non sorretti da adeguata conoscenza dell'universita', quali:
  - "i professori hanno dilapidato il denaro pubblico, e' venuto il momento di pagarli in base ai risultati";
  - "i concorsi universitari sono diventati parentopoli, e questo ha declassato l’universita’. Basta con gli scandali".

  Non oso confutarvi, perche' da anni i sindacati combattono contro queste "deviazioni". Vi contesto, invece, che il DDL li usi strumentalmente contro l'universita' pubblica..., senza risolverli; e vi faccio i seguenti rilievi:
  a) quanto alle proliferazione delle sedi, la Ministra farebbe bene a parlarne con gli enti locali, prima che con noi;
  b) quanto alla moltiplicazione dei corsi di laurea, il fatto e' avvenuto in periodo di sperimentazione, in cui le lauree quinquennali dovevano, per legge, essere spezzate in due (ossia 3+2), e quindi anche ogni insegnamento andava, di norma, spezzato in due; e che le lauree quadriennali (che erano la quasi totalita'), andavano aumentate di un anno, oltre che spezzate in (3+2). 
  Comunque sia chiaro che questo spezzettamento ha determinato un aumento del carico di docenza e di amministrazione, ma non maggiori oneri per lo Stato. Il maggior carico di docenza e' andato sui preesistenti docenti di ruolo (con pochissime nuove assunzioni, rispetto agli studenti, divenuti 1.800.000), e prevalentemente sui docenti precari (55.000 persone, tra cui ci sono delle vere menti), ai quali oggi il DDL sputa in faccia (dimenticando che gli studenti rimarranno 1.800.000);
   c) quanto a parentopoli, il DDL ne amplifica le deviazioni perche' esse, divenendo "buie", saranno senza limiti. Infatti il DDL abolisce il concorso locale tra gli "abilitati alla ricerca". Invece andava mantenuto il concorso locale, ma con commissioni giudicatrici scelte per sorteggio (non per votazione).
  Cordialita'.                                                                                                     Nino Luciani
  Bologna 19 dic. 2010

** Fonte: http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-cf1d8575-5607-44bd-82f3-1f240414b407.html#p1)
* Fonte: http://www.pontifex.roma.it/index.php/news/29-news/880-incontro-del-santo-padre-con-gli-studenti-universitari-degli-atenei-romani

 


LETTERA APERTA AI SENATORI E DEPUTATI

in riferimento al voto di FIDUCIA al Governo (martedì 14 dicembre 2010)
e ai DINTORNI (
transizione dalla Ia alla IIa Repubbllica)

 
   On. Senatori, on.li Deputati,

    In relazione al possibile voto, vi invio un mio "intervento", del 1993, che mi sono trovato sotto gli occhi questa mattina, mentre riordinavo la mia biblioteca.
L’intervento aveva come titolo: "I problemi della transizione", e fu fatto in un convegno a Saint Vincent, organizzato da Jader Iacobelli, pubblicato nel volumetto "1993, "Dove va l’economia italiana ?", SAGGI TASCABILI LATERZA.
Rileggendo l’intervento, mi sono reso conto che nel 2010 i problemi della transizione, di allora, sono identici a quelli attuali, anzi aumentati sotto l'aspetto finanziario.. Dunque, non hanno fatto nulla i governi che, subentrando a quelli della prima Repubblica, si erano impegnati a risolvere i problemi della transizione alla seconda Repubblica ? Erano governi di destra e di sinistra.
   Motivi ? Ognuno pensi come vuole. Per approfondimenti, oltre a quel mio intervento (riportato qui sotto), si puo' cliccare sul Foglio On Line, da me diretto: http://www.universitas.bo.it/Forum%201-esterno.htm#FORUM%201 . In esso si parte dal convegno di Fini a Bastia Umbra, del 6-7 nov. 2010, ma per andare molto oltre FINI, proponendo "un programma obbligato" di riforme costituzionali (governi di legislatura e, ma solo dopo ..., nuova legge elettorale) e un governo di "grande coalizione", il solo adatto per una "transizione" costituzionale. Per fare queste cose, la legislatura deve proseguire verso la sua conclusione naturale.
    Al tempo stesso, data la situazione bloccata da ogni punto di vista, tutti devono avere un senso di umilta'' e non dr   ammatizzare il proprio ruolo personale. Un proverbio popolare dire: "morto un papa, fatto un altro".   Cio' che conta sono le istituzioni: vale dire operare urgentemente per fare "governi di legislatura", un parlamento rispettato (non trattato come "yes man")... .
   Cordialita'.                                                 Nino Luciani

Bologna 12 dic. 2010

* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, la "assemblea permanente on line".
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze, Università di Bologna

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Nino Luciani, I problemi della transizione
Estratto da: 1993, Dove va l’economia italiana ? a cura di Jader Iacobelli, SAGGI TASCABILI LATERZA, p. 94

   1. La mia tesi è che l'Italia ha di fronte i problemi strutturali propri delle economie di transizione e precisamente della transizione da un sistema economico a prevalente «economia pubblica» a un sistema a prevalente «economia di mercato», che si ritrovano negli ex paesi del socialismo reale, sia pur in proporzione al peso occupato dal settore pubblico nei rispettivi paesi. Ci sono qui anche i problemi congiunturali, ma hanno un'ampiezza talmente grande da rinviare, paradossalmente, ai problemi di struttura. La prima transizione, relativamente recente, è cominciata in Italia nel 1961 con i governi di centro-sinistra ed è avvenuta nel senso di andare da un sistema a prevalente economia di mercato a un sistema a prevalente economia pubblica. Si passa da un rapporto tra spesa pubblica e PIL del 30% a un rapporto del 56-60 attuale.
   Adesso ci troviamo di fronte la seconda transizione, questa volta in senso inverso, e che dovrebbe restituire risorse dal settore pubblico al settore privato, in quanto da ritenere piu’ produttivo. Questo obiettivo è imposto dalla distruzione macroscopica di risorse da parte del settore pubblico, e le cui ripercussioni piu’ evidenti si ritrovano nella caduta persistente del tasso di crescita del PIL e nella crescente disoccupazione.
   A mio modo di vedere, per l'Italia, il traguardo finale realistico. compatibile con l'equilibrio del sistema economico (per quanto dipende dal settore pubblico). è ridurre la spesa pubblica al 40-45% del PIL. Questo parametro mi viene suggerito dal fatto che la pressione fiscale nominale è oggi nell'ordine del 39-40%, limite massimo risultato fin qui raggiungibile. e che quindi indica la possibilita’ realistica di finanziare la spesa pubblica con la sola tassazione.

    2. Questa transizione verso il mercato richiede adattamenti importanti nelle abitudini di vita della popolazione: si tratta di un problema che, per sua natura, richiede un periodo medio-lungo (5-10 anni). Tale periodo e' il tempo necessario:
   a) per riallocare verso il settore privato la mano d'opera via via licenziata dal settore pubblico;
   b) per affidare al settore privato quei servizi pubblici che verranno via via dismessi dal settore pubblico e che dovranno continuare ad essere erogati per i cittadini disposti a pagarli;
   c) per privatizzare le imprese pubbliche non strategiche, e che ovviamente non si puo’ cominciare a fare con una estrazione a sorte delle imprese da privatizzare, ma solo dopo aver fatto una opportuna classificazione della loro situazione: ad esempio, imprese con buona capacita’ di reddito e buona situazione finanziaria; imprese con buona capacita’ di reddito ma precaria situazione finanziaria; imprese in perdita ma per carenze gestionali e quindi facilmente risanabili con la sostituzione del management: imprese decisamente senza prospettive di reddito, ecc.;
   d) per permettere ai beneficiari di trasferimenti pubblici di trovare un rimedio, in vista di una loro decurtazione, ecc.

   Del resto anche la Comunita’ europea si e’ data un periodo transitorio (1957-92) per attuare pienamente il Mercato Comune Europeo, periodo che termina proprio quest’anno.Tali adattamenti della popolazione non sono necessariamente dei sacrifici e tuttavia essi si giustificano perche’ pongono le basi per la ripresa dello sviluppo del reddito nazionale e dell'occupazione.
   In secondo luogo la realizzazione della transizione richiede una classe politica appropriata. Ma su questo punto non dobbiamo dimenticare che la classe politica oggi chiamata ad attuare la seconda transizione e’ quella stessa che ha realizzato la prima transizione sulla quale essa fonda a tuttora il suo potere in termini di clientela elettorale e di tangenti, non solo, ma anche senza una netta distinzione tra maggioranza di governo e opposizione. Questo vuol dire che qui troviamo il primo collo di bottiglia, per cui le alternative politiche in termini di separatismo territoriale, qui evocate, sono fortemente realistiche.
   In ogni caso appare evidente l'urgenza di operare per una nuova legge elettorale che separi nettamente la responsabilita’ di governo da quelle di opposizione, in modo da permettere un rimedio ai mali della politica attraverso l'alternanza tra persone e programmi diversi. Senza la riforma della legge elettorale. che stronchi quanto meno il consociativisrno e la frammentazione nel governo nazionale (e nei governi locali), al piu’ ci si puo’ attendere il congelamento dell’attuale sistema, che non espanderebbe ulteriormente il settore pubblico, ma eventualmente ne correggerebbe solo le maggiori disfunzioni finanziarie.

   3. Tuttavia, i problemi di disavanzo del bilanci dello Stato non possono attendere. Occorre provve dervi subito, quanto meno in base agli impegni assunti dall'Italia di andare verso l'unione monetaria e la moneta unica in Europa.
Secondo me la via appropriata e’ un aumento generalizzato e uniforme dell'aliquota dell'IRPEF nell'ordine del 6-10%. durante tutto il periodo della transizione. e da ridurre via via in rapporto all'avanzamento della transizione stessa. Tale aumento dell'IRPEF dovrebbe essere accettato dalla popolazione appena si spieghi che esso dovrebbe sostituire una imposta gia’ esistente, che e’ la "imposta da inflazione", oggi nell'ordine del 10-15% del reddito. Infatti l’aumento di prezzi, dovuto all'inflazione, e’ 1'equivalente di un'imposta indiretta, non solo, ma e’ anche la piu’ sperequata tra le imposte.
   Invece. sul piano dell’equilibrio generale, l'applicazione di un'aliquota aggiuntiva. uguale per tutti i cittadini, avrebbe il vantaggio di ridursi a un fatto puramente monetario: nel senso che, per definizione, e comunque tendenzialmente, essa non modificherebbe, in termini reali, le posizioni comparate e assolute dei contribuenti, perche’ per un cittadino e’ indifferente avere un reddito monetario invariato, ma con prezzi che cresceranno, oppure avere un reddito monetario decurtato, ma a prezz che non muteranno. Questa tesi. che discende da un noto teorema della scienza delle finanze, pur se discutibile per vari aspetti, e’ un'ottima base di partenza per orientarsi nella concreta ripartizione del carico tributario necessario per ripianare il disavanzo del ianc:o dello Stato.
   Rifiuto, invece, l'idea di affidare compiti importanti ad un'imposta ordinaria sul patrimonio. Cio’ per varie ragioni: non e’ un'imposta generale; non ha ancora un apparato amministrativo collaudato per applicarla; il valore patrimoniale non emerge da elementi oggettivi ma da una «stima», per cui si presta v i aprire un contenzioso spaventoso. Del resto la storia dell'INVIM lo insegna.
   Essa puo’ avere, beninteso, un suo ruolo come mezzo di recupero dell'evasione, ma a questo fine e tenuto conto della debolezza strutturale suddetta, penso che ne sia consigliabile l'applicazione con un'aliquota molto mite. Associatamente all'ILOR o all’ICIAP.
   Quanto all'evasione fiscale. ritengo che sia venuta l'ora di smettere col demonizzare gli evasori, ma di operare per far funzionare adeguatamente la macchina amministrativa finanziaria pubblica, il solo modo corretto di impostare il problema. In ogni caso non sono affatto convinto che esistano, presso le piccole e medie imprese, maglie di evasione cosi’ larghe, come una certa parte sociale va dicendo. Il motivo di fondo di questa mia convinzione e’ che, nei casi prevalenti, appena il sindacato dei lavoratori dipendenti si accorge che le imprese hanno dei sovraprofitti, ci pensa il sindacato stesso a scremarli chiedendo aumenti salariali. E se i salari non sfuggono alla tassazione, allora le piccole e medie imprese pagano le imposte attraverso i propri dipendenti. Dunque il fisco ha gia’, dentro l'impresa, un buon poliziotto fiscale.
   Quanto, infine, alla recente crisi del cambio, trovo notevoli responsabilita’ nella condotta delle autoritaa’ monetarie, non tanto per aver preferito le ragioni della «moneta» alle ragioni dell'«economia reale» (fatto gia’ per se’ inammissibile economicamente, ma perdonabile a un banchiere), ma per aver persistito nell'assumere certi impegni monetari pubblicamente senza poi mantenerli.
   Per altro verso, gia’ i grandi maestri del tempo passato avevano insegnato che l'alternativa tra cambi fissi e cambi flessibili e’ una questione da risolvere in base alla natura strutturale o congiunturale delle crisi valutarie.
Che l'Italia si trovasse una crisi strutturale e’ provato dal fatto che il saldo passivo delle partite correnti della bilancia dei pagarnenti internazionali dell'Italia, a partire dal 1986, e’ andato crescendo sempre piu’, non solo in assoluto, ma anche in percentuale del PIL (4% del PIL, ultímamente) . Questo vuol dire che il trend non dava ormai piu’ segni di inversione. per cui gia’ si profilava, come traguardo finale, la caduta della convertibilita’ della lira, che e’ poi la svalutazione a colpi di piccone píu’ tardi, anziche’ la svalutazione subito, in condizioni piu’ favorevoli. E dunque anche sotto il profilo tecnico la condotta delle autorita’ monetarie appare censurabile.

 

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RIFORMA UNIVERSITARIA

Aperto un varco per la salvezza dell'università pubblica

Il motivo è che il Presidente del Senato SCHIFANI rinvia l'esame del DDL GELMINI a dopo il voto sulla fiducia al Governo il 14 dicembre, perchè teme straripamenti delle manifestazioni studentesche sul Parlamento, ma con l'ovvia conseguenza che, se cade il Governo, cade anche il DDL GELMINI


LA SALVEZZA, RESA POSSIBILE DAL CONGIUNGIMENTO DI  4  CIRCOSTANZE:


1) La persistenza dei ricercatori e precari nell'astensione dalle lezioni "non dovute";
2) il soccorso degli studenti, con manifestazioni in tutta Italia;
3) l'aiuto dei "FINIANI" alla Camera;
4) il risveglio del PD-Partito Democratico
, che (sulla sferza di alcuni valorosi: Vassallo, Tocci, Ghizzoni) si è, alla fine, reso conto che quella distinzione (del Governo) tra "norme ordinamentali"  (subito) e "norme finanziarie" (dopo) era in realtà un trucco per dimezzare l'università pubblica.



Nino Luciani, Anche noi... per la riforma, non per la controriforma Gelmini.

  In queste settimane, in seguito alle manifestazioni degli studenti, i mass media si sono accorti del malessere dell'universita' e, come era naturale, anche la Ministra è stata invitata a chiarire la propria posiziobe, direttamente in faccia alle famiglie.
   Devo dire che la Ministra è riuscita a convincere le casalinghe ignare. "Non va bene - hanno detto - che si sprechi il danaro pubblico... Si fanno lezioni con 5-10 studenti, troppo pochi ... Ci sono oltre 5.000 lauree ... sono troppe .... Ci sono concorsi truccati ... vincono il posto i parenti, gli amici dei membri della Commissione. Non va bene ... ".
   Francamente, è da anni e anni che le associazioni e i sindacati universitari denunciano queste "deviazioni" e chiedono interventi, sempre distinguendo i fatti singoli, dalla situazione generale.
    E, invece, la Ministra (che è al Miur per eseguire gli ordini di Berlusconi) anzichè risolvere questi problemi, li ha usati strumentalmente per dimezzare l'università pubblica e abolire i concorsi.
   Nulla v'è nel suo DDL per eliminare queste falle.
   Non solo questo. Messa alle strette, è stata soccorsa da Tremonti con 800 milioni (1,7 necessari) per il FFO-Fondo di finanziamento ordinario delle università.
  Ma poi, in seguito a dubbi da più parti in Aula durante la discussione,   il VicePresidente della Commissione Bilancio, on. Luca Galletti chiariva che "i soldi c'erano nel senso che un pari introito era atteso dalla vendita di frequenze TV, ma che la cifra probaile sara' minore".
  Non solo questo. L'art. 12 del DDL rifinanzia le università private (in prospettiva, anche università telematiche aventi i requisiti, in corso di definizione ministeriale).
  Precisamente esso dispone che:
- "una quota non superiore al 20 per cento (nel testo del Senato, la percentuale era 10%) dell’ammontare complessivo dei contributi di cui alla legge 29 luglio 1991, n. 243, relativi alle università non statali legalmente riconosciute, con progressivi incrementi negli anni successivi"....;
- e che "le previsioni di cui al presente articolo non si applicano alle università telematiche ad eccezione di quelle, individuate con decreto del Ministro, sentita l’ANVUR e, nelle more della sua costituzione, con il parere del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU), che rispettino i criteri di cui al comma 1.
    A questo proposito, va forse notato che:
-  nel corso del dibattito in aula, l'on. Tocci aveva chiesto alla Ministra (che, pero' non ha risposto) se intendeva persistere nell'emanare il regolamento sulle universita' telematiche (con riconoscimento di esse come "università non statali, di cui una è il CEPU, pro-quota, di Berlusconi);
- e che la Ministra, in una nota sul corriere della sera, del 14 ottobre, risultava essere preoccupata del modo negativo come dette università operavano (mio riassunto), per cui era divenuto urgente emanare il regolamento medesimo, in attuazione della legge finanziaria del 2003, non ancora varato.
   Ciò ricordato, si deve considerare che, in generale in altri Paesi, e forse anche in Italia prima o poi, le università telematiche sono le università del domani.
   E' anche un fatto che la CRUI, in passato, ha molto contrastato queste università.
  Ma è anche un fatto che aprire oggi la strada ad un loro inserimento nel novero delle universita' non statali (con finanziamento statale, sia pure dopo la loro rigenerazione qualitativa) mi pare una abnormità, perchè contestuale al dimezzamento dell'università pubblica, confermato nel DDL, e già in corso da anni, da parte dei governi Berlusconi.
Nino Luciani


Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari

L'ennesima occasione
sfumata  

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Marco Merafina
Coordinatore naz.le

   Abbiamo perso una grande occasione di fare una vera riforma. Lo stato, in cui versava e versa l'Universita' italiana, era ed e' tale da rendere indispensabile una riforma del sistema universitario.
  Dal sottofinanziamento cronico del sistema, ai problemi che coinvolgono in modo trasversale tutte le componenti universitarie, dal diritto allo studio al problema del precariato, dall'irrisolto problema dello stato giuridico dei ricercatori e del conseguente mancato riconoscimento del ruolo docente a quello di una governance sempre piu' autoritaria e affare di "pochi", sono tutte problematiche che avrebbero dovuto suggerire una riforma con ben altri contenuti.
  Ci ritroviamo invece peggio di prima, con una miriade di adempimenti regolamentari che renderanno la riforma appena approvata alla Camera pressoche' impossibile da attuare, con in piu' l'impossibilita' a svolgere quei concorsi tanto sbandierati dal ministro e comunque in quantita' talmente irrisoria che risulterebbero inutili a risolvere il problema dell'assunzione dei giovani e dei precari e sarebbero del tutto insufficienti anche per le progressioni di carriera dei ricercatori attuali.
   La comunita' degli universitari, dagli studenti ai professori si e' accorta, anche se con tempistiche diverse, delle criticita' del DDL ed montata una protesta sempre piu' diffusa a dispetto delle rassicurazioni della CRUI, sempre piu' distante dal mondo universitario che pretende, a torto, di voler rappresentare e dell'indifferenza del Governo, arroccato ottusamente su tali rassicurazioni e sulle opinioni di una minoranza di benpensanti.
  Le recenti iniziative di protesta, benche' magnifiche per lo spirito di iniziativa e l'abnegazione di tanti colleghi ricercatori e tanti studenti, non avrebbero pero' mai potuto ottenere altro che grande visibilita' mediatica per porre al centro dell'attenzione i problemi dell'Universita' e della ricerca, perche' cio' che si prefiggevano oltre a questo, e cioe' il ritiro del provvedimento, non si sarebbe mai potuto ottenere in quel modo.
   Sappiamo tutti infatti come tali azioni inducano questa maggioranza a chiudersi sempre piu' in un arrogante isolamento finalizzato solo all'ottenimento dell'obiettivo a dispetto dei manifestanti.
   Tuttavia quello che e' successo e sta succedendo ha una portata storica: una protesta di simili dimensioni e con tali modalita' non si era vista da chissa' quanto tempo e ormai tutto non potra' essere piu' come prima.
   Se ne sono accorti quasi tutti, meno la maggioranza di Governo che continua, con la consueta miopia, a parlare di manifestazioni di minoranze ispirate dalla sinistra.
   Proprio per questo anche i ricercatori dovranno continuare nella protesta, anche oltre l'eventuale approvazione della riforma. Il problema, purtroppo, e' che tale DDL e' sponsorizzato dai cosiddetti poteri forti: la Confindustria, interessata ad entrare nei governi degli atenei, e il baronato rappresentato dalla CRUI, interessata piu' alla propagazione del potere di governo dei rettori, che alle vicende reali del sistema universitario.
   L'unica possibilita' poteva essere quella di coagulare il consenso su qualche emendamento indigesto al ministro per costringerlo a ritirare il provvedimento o accettare qualche misura realmente migliorativa.
   Se il 14 dicembre  il Governo sara' sfiduciato dalla Camera dei Deputati, il provvedimento avra' molte chances di essere ritirato e avremo forse evitato questa ulteriore catastrofe per l'Universita', ma sara' comunque una sconfitta per tutti.
   Dovremo in ogni caso chiederci: a quando un vero provvedimento sul sistema universitario che risolva realmente i problemi da troppi anni sul tappeto?
   Troppi Governi hanno mancato l'obiettivo e le speranze si affievoliscono man mano che passano gli anni.
   E la risposta e' sempre la stessa: abbiamo perso l'ennesima occasione di riformare il sistema universitario.                                     Marco Merafina e Annalisa Monaco

 


LETTERA APERTA ALL'On.le Gianfranco FINI
Presidente di FLI - Futuro e Libertà

 
    Oggetto: giovedi' 2 dic. 2010, voto finale alla Camera, per riforma Gelmini, DDL C 3687

                                                                                                  On.le Fini,
    e ' di ieri la sua dichiarazione che il gruppo FLI votera' a favore della riforma Gelmini, in quanto considerata "una delle migliori riforme" del Governo Berlusconi.

    Personalmente do atto che, al Senato, il Sen. Giuseppe Valditara, oggi nel FLI, professore ordinario, ha migliorato il DDL su due punti significativi:
    - ha fatto istituire il Fondo per il merito ai professori (anziche' miglioramenti retributivi per anzianita');
    - ha esteso la possibilita' della chiamata diretta (a prof. associato) dei Ricercatori a tempo indeterminato, che abbiano conseguito l'abilitazione scientifica nazionale (pur se dimentico che i promossi, piu' anziani, dovrebbero accettare una minore retribuzione per un determinato numero di anni, cosa che li ha gia' indotti a rifiutare la promozione).

    Restano, pero', nel DDL fondamentali criticita', a danno della universita' pubblica e del diritto allo studio, che tolgono valenza a quelle innovazioni, a parte le discussioni sul cosiddetto "potere baronale" (giustificate circa gli abusi nei concorsi, anzi con eccessi per quantita' nel 1980-98 ai danni di una intera generazione di professori associati, anche per colpa dei Governi di allora perche' ci furono solo 3, dei 9 concorsi allora programmati. Ma diciamo anche che, a causa dell'attuale blocco del turnover, lo stesso spettro e' di nuovo nei fatti).
    I motivi delle criticita' del DDL sono:
   1) il numero dei professori di ruolo sara' dimezzato a 30.000, in luogo dei 60.000 attuali. Infatti saranno tolti 26.000 ricercatori di ruolo, e non ci sara' il turnover per 5-10.000 professori, dopo i pensionamenti per limiti di eta'. Invece gli studenti rimarranno 1.800.000, un numero impossibile da soddisfare, per cui si dovra' provvedere con personale precario sotto pagato, e (forse) una parte degli studenti dovra' bussare alla porta di universita' private.
   Osservo che il dimezzamento del numero dei docenti di ruolo, comporta il raddoppio del biasimato potere baronale dei prof. ordinari nei confronti della massa dei docenti precari;

   2) ci saranno degli esami nazionali di abilitazione scientifica a lista aperta, ma saranno aboliti i concorsi per la copertura dei posti, fino a poco fa con commissioni giudicatrici di 5 membri ("un" membro interno e 4 votati dal gruppo scientifico nazionale, una modalita' da cui erano originati gli scandali, perche' i voti erano concordati sottobanco).
   Abolendo i concorsi, gli scandali scompariranno in apparenza, ma tutto peggiorera' , perche' il potere baronale non avra' piu' alcun limite, neppure il pudore di potersi dire membro eletto di commissione, perche' votato.
    Invece si doveva semplicemente mantenere i concorsi, ma con commissioni sorteggiate.

   3) In coerenza col proposito di ridimensionare l'universita' pubblica, ne sara' ridotto il finanziamento e, per garantire il risultato, sara' accresciuta la centralizzazione del controllo.
   a) Ahime', su questo punto il governo è incappato in una serie di brutte figure.
   - la prima e' che erano state inserite le norme finanziarie, su richiesta di alcune persone molto serie della "maggioranza" (l'on. V. Aprea, Presidente della Commissione Cultura e l'on. Frassinetti, Relatrice del DDL), ma poi depennate;
    - la seconda e' che il governo aveva detto di aver trovato 800 milioni (di 1,7 milioni necessari) e la Ministra l'aveva riaffermato in aula, mentre esplodevano le manifestazioni di piazza. Ma poi, sempre in Aula, di seguito ai dubbi, il VicePresidente della Comm.ne Bilancio, On. L. Galletti, chiariva che gli 800 milioni c'erano nel senso che un pari introito era atteso dalla futura vendita di frequenze TV, e dunque che la cifra ancora non c'era', e probabilmente sara' molto minore.
    b) Per una idea del FFO per il 2011, ricordo che nel 2007 (ultimo anno del governo Prodi) il preventivo di spesa statale (in conto corrente e in conto capitale) era stato di 490,3 miliardi, di cui 6,9 per il FFO alle universita'. Nel preventivo 2011 (pur tenuto conto della crisi economica generale) la cifra totale è di 486,6, mentre il FFO è previsto in ribasso. Dunque, parrebbe che l'ostacolo principale per il FFO alle universita' venga dalle priorita', che il governo da' ad altre voci di spesa.

   c) C'e' dell'altro. Non solo il Governo nega i fondi alle universita', ma anche impedisce a loro di trovarli sul mercato, in quanto non modifica la legge esistente, per cui i contributi studenteschi "non possono superare il 20% del FFO" e, dunque, calando il FFO, dovrebbero addirittura calare (in  proporzione) anche i contributi studenteschi.
   Penso che l'entita' del finanziamento dovrebbe dipendere da entrate certe, seguendo lo stesso criterio, applicato per il federalismo fiscale. Precisamente:
   - lo Stato dovrebbe pagare le universita' in base al costo standard per studente, non secondo le bizzarrie dei ministri;
   - le universita' dovrebbero poter determinare i contributi studenteschi, per sanare l'eventuale parte scoperta del bilancio.
   Va evidenziato che questo sistema lascia, tuttavia, scoperto l'aiuto agli studenti bisognosi e meritevoli. Il rimedio e' istituire un Fondo statale ad hoc. Cordialita'.  Nino Luciani

Bologna 28 nov. 2010

* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, la "assemblea permanente on line"
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze
                                                                     

 


LETTERA APERTA AI DEPUTATI

 
                                                                                 On.li Deputati,
 avevate sospeso l'esame del PDL in attesa di copertura finanziaria, come proposto dalla Commissione Cultura, il solo modo di dare un senso alla riforma e una risposta ai Ricercatori. Ma oggi il PDL torna a voi, con depennate le norme di copertura.
  Questo vuol dire che vi sara' chiesto di "decidere senza decidere". Per la dignita' del Parlamento, il Paese non sopporterebbe un Parlamento che "decide di rinviare ad una seconda decisione", che forse mai piu' verra’.
 
   In sede di legge di stabilita', avete assegnato 800 milioni al FFO – Fondo di Finanziamento Ordinario delle Universita', pur se il minimo necessario e' di 1,4 miliardi. Non e' poco.
   Ma forse va messo sul piatto che le riforme didattiche degli scorsi anni (fors’anche troppe lauree …, e forse troppe sedi, sotto la pressione delle Regioni e degli enti locali) sono state gravate sulle spalle dei professori di ruolo e del grande precariato (55.000 persone) e sugli enti locali, non sul bilancio dello Stato (come, invece, la Ministra aveva detto in Senato il 29 luglio u.s.).
  
   Quanto detto in Senato il 29 luglio (che "i professori hanno dilapidato il denaro pubblico") e' stata una ingiusta infamia.
   Perche' questo eccesso ?
  
Vi ricordo che da anni ormai, il FFO gira intorno a 7 miliardi l’anno, ma anche (anzi soprattutto) che nel 2002 (anno delle prime turbolenze didattiche) il FFO fu di 6,2 miliardi e che in quegli anni scoppio’ la grande inflazione, a causa dell’Euro, che dimezzo' il potere d’acquisto del reddito fisso (lavoro dipendente e pensionati, in generale). Questo vuol dire che il FFO, se fosse riportato in termini reali a quello del 2002, dovrebbe essere di 12 miliardi.
  
   On.li Deputati, oltre l'infamia in Senato, sui prof è gravata anche la beffa: infatti, poiche' il FFO serve a pagare il personale, la retribuzione reale dei professori e' oggi la meta' di quella del 2002, a parte un piccolo recupero, grazie ad alcuni meccanismi. Tra l'altro so di un caro amico della scuola media che, andato in pensione in quegli anni con una pensione "sufficiente", dopo quell'inflazione è caduto in miseria: non arriva a fine mese.
 
   Non solo questo: nel PDL rimangono criticita' normative che lo fanno una controriforma. Ne ricordo alcune:
   1) Secondo l’art. 97 della Costituzione, il reclutamento dei professori deve farsi per concorso. Invece il PDL abolisce i concorsi, perche’ "burocratici e lunghi" (parole della Ministra in Senato il 29 luglio u.s.). Per evitare scandali e accelerare le procedure, serviva solo fare le commissioni giudicatrici con sorteggio;
  2) il blocco del turnover, fin dai tempi della Moratti-Ministro (mentre un gran numero di professori sta andando in pensione) ha gia' determinato la perdita, e per sempre, di parte del sapere accumulato, a causa della interruzione dei rapporti diretti tra i maestri e i successori;
  3) il FFO rimarrà deciso in base alla bizzarrie dei ministri del Tesoro, invece che (come da noi proposto) in base al costo standard per studente (come per il federalismo fiscale). Il controllo della Corte dei Conti sulle università non sara' sul bilancio preventivo (ma ancora su quello consuntivo, che e' tardivo per il controllo della spesa tardi ...);
  4) Anticipando l’abolizione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato (26.000 persone), il personale di ruolo delle universita’ viene dimezzato.
   Sia chiaro che in Italia i prof non sono troppi: i docenti di ruolo sono 60.000 e gli studenti sono 1.800.000. Questo vuol
dire che c’e' un docente di ruolo ogni 30 studenti. Il recente DPEF del Governo (pag. 37 dell’Allegato) ricorda che nei
Paesi OCSE c’e’ un professore ogni 15,8 studenti.
  Perche' dire una cosa e fare un'altra cosa ?

                                                                         On.li Deputati,
    la persistenza di queste criticita', pur dopo i contributi propositivi del mondo universitario (lasciati cadere), indica una
  precisa scelta del governo per una parziale demolizione dell’universita' pubblica.
    Il Governo vi propone questa scelta, pur se in una Italia "dualistica", che ancora richiede un forte impegno pubblico per la formazione della classe dirigente e per la ricerca, uniformemente nel Paese.

                                                                      On.li Deputati,
                                       per cambiare ..., forse e' il caso di rinviare le vostre decisioni a miglior tempo.

Bologna 21 nov. 2010                                                                                              Nino Luciani

   Allegati:
   -  il Documento dei Sindacati del 12 nov. u.s.,
   - il "Contratto con gli Italiani" di Berlusconi, in cui si impegnava di dare l'autonomia all'università.
________________________________________________________________________________________________
* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, "l'assemblea permanente on line".
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze

ADI, ADU, AND, ANDU, AURI, CISL-Università, CNRU, CNU, CSA-CISAL Università, FLC-CGIL,
LINK-Coordinamento Universitario, RDB-USB, RETE 29 APRILE, SNALS-Docenti Università,
SUN, UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR

Roma, 12 novembre 2010

La ripresa dell'iter parlamentare del Disegno di legge sull'Università, che sarà discusso a partire dal 19 novembre p.v. dall'Aula della Camera, impedisce quanto auspicato dal mondo universitario e, in particolare, da queste Organizzazioni che avevano chiesto "al Governo e al Parlamento di aprire finalmente un serio e ampio confronto con l'Università". Riaprire una discussione pubblica sull'università italiana e sulle sue reali necessità resta indispensabile.

Il finanziamento annunciato dal Governo, assolutamente insufficiente anche solo a compensare i tagli già decisi per l'Università, conferma che non si intende ancora investire seriamente nella ricerca e nell'alta formazione, come invece avviene negli altri Paesi; una scelta questa indispensabile per il rilancio culturale ed economico del nostro Paese.

Con questo finto finanziamento aggiuntivo si vuole in realtà preparare il terreno all'approvazione immediata di un Disegno di legge che rappresenta un attacco al Sistema nazionale dell'Università pubblica.

Le Organizzazioni universitarie ritengono indispensabile e urgente una vera riforma che preveda:

- di rendere più autonomi e più democratici gli Atenei, con la partecipazione di tutte le componenti alla loro gestione;
- l'aumento dei docenti di ruolo, risolvendo il problema del precariato (prevedendo un'unica figura pre-ruolo) e prevedendo per gli attuali precari reali prospettive di accesso alla docenza;
- il riconoscimento ai ricercatori del ruolo docente effettivamente svolto;
- la valorizzazione della figura dell'associato;
- la valorizzazione del ruolo del personale tecnico-amministrativo;
- un vero diritto allo studio che tenga anche adeguatamente conto delle condizioni economiche degli studenti;
- il ripristino, anzi l'aumento, delle risorse per il funzionamento di una Università riformata, che consenta a tutti gli Atenei di svolgere ricerca e insegnamento di qualità.

Si ribadisce l'invito a tutte le componenti universitarie a continuare e a intensificare la mobilitazione a sostegno dell'Università pubblica.

Silvio. Berlusconi : Contratto con gli Italiani, Legislatura 2002-06, "Piano del Governo per un’intera legislatura

STRALCIO:

" 4.2 UNIVERSITA' . Una Università di livello pari a quello delle nazioni più avanzate è indispensabile per il progresso morale e culturale del Paese ed è indispensabile per il suo sviluppo economico.
Non si può pensare di avere un'economia competitiva, nel mondo della globalizzazione, senza una Università che, oltre a trasmettere il sapere, produca ricerca e ricercatori ad altissimo livello, e che sia pienamente raccordata con il mondo delle imprese.
È necessaria una riforma organica dell'Università e della ricerca scientifica, basata sulle seguenti linee fondamentali:
1) Abolizione della riforma Zecchino sullo stato giuridico dei docenti, che distrugge il principio dell'autonomia universitaria, mortifica le professionalità ed i meriti, disincentiva la ricerca, appiattisce le retribuzioni, taglia i legami tra le Università e le imprese.
2) Sponsorizzazione delle Università da parte delle Fondazioni bancarie e altre istituzioni.
Occorre promuovere un tavolo di concertazione fra Università e Fondazioni di origine bancaria affinché una parte delle loro risorse finanziarie sia finalizzata al finanziamento di programmi di ricerca scientifica.
3) Attuazione di un nuovo stato giuridico delle Università con il riconoscimento di una precisa autonomia. Allo Stato deve restare la funzione di stabilire alcuni principi normativi di base, che garantiscano sia un sufficiente grado di uniformità su tutto il territorio nazionale, sia il rispetto delle legittime prerogative normative ed economiche delle quali tradizionalmente godono i docenti, e che sono il fondamento della libertà accademica.
4) Riconoscimento di un ruolo molto più ampio di quanto non sia oggi alle singole Università nelle decisioni sul riordino della struttura delle lauree, riducendo il compito del MURST allo stabilimento delle linee generali.

 

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Gelmini, e riforma universitaria, a rischio naufragio alla Camera,
ma (si intuisce) non solo per la indisponibilità immediata di fondi ...
TUTTO RINVIATO A DICEMBRE

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Valentina Aprea
Presidente Commissione Cultura


I fatti di rilievo:
1) TREMONTI, messo alle strette dalla
Commissione Cultura della Camera,
oppone il gran rifiuto: "
Non pago"

2) Il Gruppo dei finiani ( FLI, C. Barbaro ) ha
proposto importanti emendamenti finanziari
e infine un o.d.g. in Aula che "impegna il Governo a raggiungere con maggiore efficacia gli obiettivi individuati dalla Riforma

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On.Avv.Barbaro

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Paola Frassinetti,
Avvocato, Relatrice del  PDL

 
  NOTA. Si intuisce che il "rischio naufragio" nasce sia dalla indisponibilità immediata di fondi, sia dal "non senso" (per il Governo) sostenere a oltranza una riforma dell'università, respinta dai professori e dagli studenti.
   Ma, tuttora, il Ministro Gelmini sembra "non cogliere" la duplicità della motivazione. Per questo serve un supplemento
di riflessione sul sistema finanziario, da cambiare radicalmente (perchè quello riproposto sarà ulteriormente peggiorativo degli stessi mali), e su quanto di conseguenza su Governance, Stato giuridico, Diritto allo studio.
  Peggio, la Ministra appare tuttora non dotata di uno staff che ben la sorregga, al Ministero dell'università. Peggio, il progetto appare supportato da ambienti amore-odio con l'università, che hanno i loro motivi, ma spesso fuori orbita circa le cause (leggo giornalmente "Il Sole-24 ORE"). L' università  l'hanno fatta i professori, nel corso di secoli. Lasciamo che siano i professori, che l'amano e che ci vivono, a indicare la via ....  .
   Questa riforma è anche lontana dal "contratto con gli italiani", di Berlusconi, del 2002, che si era impegnato per l'autonomia, da intendere (ex-art. 33 della Costituzione) non come "autonomia di spesa", ma come "autonomia di entrate proprie", da cui far discendere la "autonomia di spesa". Come farlo, lo spieghiamo più sotto (clicca su: schema).  


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Antonio Ruberti, già Rettore
di Roma "La Sapienza"


Le ragioni della attuale Ministra Gelmini
contro l'autonomia alle università

mentre Roma "La Sapienza" (13 ott. 2010)
commemora A. Ruberti, il Ministro già Rettore,
che ha dato l'autonomia alle università,

Partiamo dalle dichiarazioni della Ministra alla Camera. Seguono il contributo dei "Finiani", il "contratto con gli italiani" di Berlusconi, il documento dei sindacati universitari.

gelmini-stanca1.jpeg.jpg (7559 byte)
Mariastella Gelmini
Avv. di Diritto Ammnistrativo
Ministro Università

GELMINI, ministro dell'istruzione, della università e della ricerca. Riforma dell'università.
Commissione Cultura, CAMERA. (Stralci dal discorso pronunciato in Commissione il 30 sett. 2010)

Nino Luciani*, OSSERVAZIONI
in tema di autonomia finanziaria

* Ordinario di Scienza delle Finanze

.......
" Il disegno di legge è frutto infatti della concertazione con il mondo universitario, le forze di opposizione e i soggetti che rappresentano il settore della competitività. In particolare, è stata coinvolta la Confindustria e anche le regioni per quel che riguarda il diritto allo studio".

1.- Circa la concertazione con il mondo universitario, i sindacati e associazioni culturali universitarie sono state invitate al Miur due volte per scambi "unilaterali" generici.
  Valga per chiarimento il Documento dei sindacati, sotto riportato. Clicca su: Documento intersindacale
........
" L'autonomia ha portato ad abusi ed eccessi, ma non per questo, certo, va abbandonata. Ritiene infatti che il provvedimento in esame contempli un buon grado di autonomia con uno di responsabilità, prevedendo tra l'altro, all'articolo 1, comma 2, una clausola di progressiva liberalizzazione delle norme in materia, man mano che le università dimostrano di essere ben gestite. Rileva inoltre che il provvedimento è stato accusato di dirigismo, accusa facile, ma ingiusta. In futuro poi la forza della valutazione e il suo impatto pervasivo sui comportamenti dei singoli e delle istituzioni consentiranno di abbandonare molte delle regole che previste dal provvedimento. Ritiene però che i tempi per la rivoluzione indicata non siano ancora maturi."...

2.- L'autonomia, a cui la Gelmini si riferisce, è l'autonomia di spesa. Invece l'autonomia, di cui all'art. 33 della Costituzione, è quella di entrata. E', questa, quella "buona".
   In merito al requisito della maturità delle Università, come condizione per dare loro la "autonomia di spesa", il suo ragionamento ha un suo fondamento, se è di una brava mammina nei confronti dei bimbi piccoli.
  Le università sono, invece, istituzioni, alcune millenarie.
  La storia dei Comuni è molto significativa per un esatto inquadramento della natura del problema delle disfunzioni finanziarie degli enti pubblici. I Comuni hanno speso con sobrietà quando la spesa dipendeva solo dal potere fiscale locale: perchè, per potere spendere, dovevano convincere i
loro cittadini sulla utilità della spesa in confronto alle imposte comunali.
  Invece, nei periodi in cui Comuni dipendevano interamente dal finanziamento statale, hanno speso senza limiti, e in particolare quando lo Stato pagava a piè di lista. Un caso di eccesso si ebbe dal 1972 al 1977, quando, in seguito alla riforma tributaria, i Comuni furono privati di ogni potere fiscale e, in attesa della ricostruzione di una "finanza locale", lo Stato si impegnò a finanziarli al costo storico.
   Il primo effetto fu una prima onda di espansione della spesa. In quel periodo ci fu anche l'esplosione dell'inflazione, per cui neppure il finanziamento del costo storico non poteva più valere come criterio di riferimento, volendo salvaguardare i servizi. A quel punto, i Comuni ricorsero anche massicciamente al credito, e lo Stato non potè che pagare a piè di lista.
   Il fenomeno fu arginato nel 1977, col Decreto Stammati, che stabilì l'obbligo del pareggio del bilancio (ad un livello aggiornato di spesa totale) e la graduale restituzione, a loro, del potere fiscale.
  
Con gli attuali Decreti sul federalismo, i Comuni avranno una ulteriore maggiore responsabilita' fiscale, e il finanziamento statale sara' in base al costo standard. Perch'e' tanta saggezza dello Stato verso gli enti locali, e invece tanta superficialita' verso le universita' ?

3.- Nel caso delle università proveniamo da un lungo periodo di finanziamento centrale, con pagamento a piè di lista, seguìto dalle frenate dall'alto di questi anni (questo vale per il FFO, ma anche per i contributi studenteschi, perchè per legge non possono superare il 20% del FFO.
  Con la riforma Gelmini il finanziamento centrale viene arricchito di lacci e lacciuoli e controlli vari ministeriali.
  Questo sistema potrebbe funzionare solo se si andasse, coerentemente, fino in fondo: che il direttore amministrativo locale delle università fosse nominato dal Ministero della Università, e conseguentemente il Rettore divenisse un organo tecnico didattico e di ricerca, di cui si vale il direttore amministrativo.
   Questo, pero', e' la revoca totale della autonomia, un ritorno al tempo precedente la riforma Ruberti del 1989.

4.- Uno schema che, invece, sia coerente con l'autonomia e funzioni è il seguente:
a) Il presupposto è che le università facciano i loro bilanci in base agli obiettivi e determinino la "retta scolastica", in base ai costi, come farebbe una scuola privata, salvo tener conto che l'università ha una rilevanza pubblica.
b) Lo Stato, come un normale consumatore, calcola a parte il costo standard nazionale, pagabile per studente, moltiplicato per il numero degli studenti. Il risultato del calcolo è il nuovo FFO offerto dallo Stato alle università;
c) Le università determinano, infine, i contributi studenteschi, ai fini del pareggio del bilancio, relativamente alla parte eventualmente non coperta dallo Stato.
e) siano previste deroghe per le università, site in aree depresse (ossia che ci sia per queste un supplemento di FFO, sia pur transitorio);
f)  siano fiscalmente deducibili i finanziamenti privati alle università;
g) sia introdotto il controllo della Corte dei Conti sui bilanci preventivi (su quelli consutivi c'è già, ma è tardivo).
i) in prima attuazione, e per alcuni anni, lo Stato garantisca alle università un FFO non inferiore a quello attribuito in base alla legge previgente.

Nota. In questo schema rimane irrisolto il problema importantissimo della sovvenzione degli studenti bisognosi e meritevoli, ex-art. 34 della Costituzione. Esso però va risolto. In teoria, esso può essere affrontato per due vie:
   1.- Lo Stato crea un apposito Fondo presso il Miur. ( In questo caso, il costo è carico di tutti i contribuenti);
   2.- Lo Stato vincola le Università a provvedere, come tuttora. (In questo caso, il costo è carico degli studenti paganti, nel senso che i contributi a loro carico aumentano). Questa via è, però, troppo restrittiva del "diritto allo studio" per tutti.


Dal Gruppo FLI - Futuro e Libertà

Ordine del giorno proposto
in  Aula alla Camera

La Camera,
premesso che il Disegno di Legge 3687, recante norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario, mira a riformare l'Università italiana attraverso interventi diretti a modificarne gli assetti di governance e di gestione finanziaria. Anche a seguito dell'iter di Commissione, che ha prodotto un positivo confronto tra le diverse sensibilità e posizioni politiche, molti aspetti della riforma che suscitano maggiore apprensione tra le categorie direttamente interessate, risultano invariati. Soprattutto in riferimento alle esigenze di ricerca e al suo reale e complessivo potenziamento, ai rischi di acutizzare il precariato tra il personale docente e il ridimensionamento dell'autonomia degli Atenei.

Impegna il Governo
a valutare l'opportunità di individuare, al fine di raggiungere con maggiore efficacia gli obiettivi individuati dalla Riforma, misure idonee nell'ambito di quelle già in corso di approvazione, per ridurre serie ricadute negative per tutto il sistema universitario.   F.to Claudio Barbaro

Emendamenti
al PDL C 3687

Art. 2, emendamento 2.85 (BARBARO, DI BIAGIO):
Al comma 1, lettera f), dopo le parole "una rappresentanza elettiva degli studenti", aggiungere: ", dei ricercatori a tempo indeterminato, dei professori associati, dei professori ordinari e del personale tecnico amministrativo". ( Queste categorie, escluse dal CdA, sono recuperate per il Senato Accademivo. - NdR.)

Art. 4, emendamento 4.15 (BARBARO, DALLA VEDOVA, DI BIAGIO):
Al comma 7, alla lettera a) aggiungere le seguenti parole:    “a partire dal 2012, tali versamenti sono deducibili dall’imposta sul reddito gravante sul donatore nella misura dell’80 per cento; agli oneri derivanti dalle disposizioni della presente lettera, pari a 50 milioni di euro annui, si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni, per l’anno 2012, dello stanziamento del Fondo speciale di parte corrente, iscritto, ai fini del bilancio triennale 2010-2012, nell’ambito del Programma “Fondi di riserva e speciali” della Missione “Fondi da Ripartire” dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’anno 2010, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.(Accolto dalla Commissione. Sono defiscalizzati i finanziamenti privati alle universita' - NdR)

Art. 5, emendamento 5.10
(BARBARO, DALLA VEDOVA, DI BIAGIO)
Al comma 6, dopo la lettera f), aggiungere la seguente: "f-bis) abolizione del limite di cui all'articolo 5, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica 25 luglio 1997, n. 306, in materia di contribuzione studentesca, e previsione di meccanismi di esenzione e agevolazione in favore degli studenti meritevoli e bisognosi, secondo i principi dell'articolo 34 della Costituzione".(Le università divengono libere di fissare i contributi studenteschi. NdR)

Art. 8, emendamento 8.3
(BARBARO, DI BIAGIO):)
Al comma 3, lettera b), dopo le parole "trattamento iniziale" aggiungere le seguenti: 
" e sostituzione delle attuali tre progressioni di carriera rispettivamente: dei ricercatori tempo indeterminato, dei professori associati, dei professori ordinari, con progressione di carriera unica. Al docente in sede di inquadramento in fascia superiore è attribuito il livello di retribuzione immediatamente superiore a quello di provenienza".

 

Silvio. Berlusconi : Contratto con gli Italiani, Legislatura 2002-06, "Piano del Governo per un’intera legislatura

STRALCIO:

" 4.2 UNIVERSITA' . Una Università di livello pari a quello delle nazioni più avanzate è indispensabile per il progresso morale e culturale del Paese ed è indispensabile per il suo sviluppo economico.
Non si può pensare di avere un'economia competitiva, nel mondo della globalizzazione, senza una Università che, oltre a trasmettere il sapere, produca ricerca e ricercatori ad altissimo livello, e che sia pienamente raccordata con il mondo delle imprese.
È necessaria una riforma organica dell'Università e della ricerca scientifica, basata sulle seguenti linee fondamentali:
1) Abolizione della riforma Zecchino sullo stato giuridico dei docenti, che distrugge il principio dell'autonomia universitaria, mortifica le professionalità ed i meriti, disincentiva la ricerca, appiattisce le retribuzioni, taglia i legami tra le Università e le imprese.
2) Sponsorizzazione delle Università da parte delle Fondazioni bancarie e altre istituzioni.
Occorre promuovere un tavolo di concertazione fra Università e Fondazioni di origine bancaria affinché una parte delle loro risorse finanziarie sia finalizzata al finanziamento di programmi di ricerca scientifica.
3) Attuazione di un nuovo stato giuridico delle Università con il riconoscimento di una precisa autonomia. Allo Stato deve restare la funzione di stabilire alcuni principi normativi di base, che garantiscano sia un sufficiente grado di uniformità su tutto il territorio nazionale, sia il rispetto delle legittime prerogative normative ed economiche delle quali tradizionalmente godono i docenti, e che sono il fondamento della libertà accademica.
4) Riconoscimento di un ruolo molto più ampio di quanto non sia oggi alle singole Università nelle decisioni sul riordino della struttura delle lauree, riducendo il compito del MURST allo stabilimento delle linee generali.

 

Documento intersindacale, 
Roma, 11 ottobre 2010

ADI, ADU, ANDU, CISAL, CISL-Università, CNRU, CNU,
FLC-CGIL, LINK-Coordinamento Universitario, RDB-USB,
RETE 29 APRILE, SNALS-Docenti Università, SUN,
UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR


Anche il testo del DDL approvato dalla Commissione Cultura della Camera non accoglie nessuna delle principali proposte di modifica avanzate dalle Organizzazioni universitarie e dal movimento di protesta che sta sempre più coinvolgendo tutto il mondo universitario (professori, ricercatori, precari, tecnico-amministrativi, studenti).

Al contrario, risulta confermata l’intenzione di scardinare il Sistema nazionale dell’Università pubblica, attraverso;

1.- la drastica riduzione delle risorse e l’ulteriore divaricazione fra pochi Atenei ‘eccellenti’ e tutti gli altri;
2.- la scarsa considerazione delle esigenze della ricerca;
3.- il ridimensionamento della già ridotta autonomia degli Atenei;
4.-  il drastico ridimensionamento dei docenti di ruolo, con la costituzione di una ‘base’ amplissima di precari, senza reali prospettive di accesso alla docenza;
5.- la messa ad esaurimento dei ricercatori, ai quali non si riconosce neppure il ruolo docente effettivamente svolto;
6.- lo svilimento della figura dell’associato;
7.- il ridimensionamento del ruolo del personale tecnico-amministrativo;
8.-  lo snaturamento del diritto allo studio con la delega al Governo e l’introduzione del Fondo per il Merito che eroga prestiti e premi, sostituendo le borse, con criteri che non considerano le condizioni economiche degli studenti.

E’ sempre più evidente che si vuole abbandonare l’idea stessa di una Università pubblica, autonoma, democratica, di qualità e aperta a tutti.

Chiediamo al Governo e al Parlamento un atto di responsabilità: si sospenda l’iter del DDL e si apra finalmente un serio e ampio confronto con l’Università, evitando di interloquire esclusivamente con chi non la rappresenta e con chi ha l’interesse a monopolizzare la gestione delle risorse pubbliche destinate alla ricerca e all’alta formazione.

 

Riforma universitaria - Il discorso della Gelmini in Senato

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Ministro Gelmini



Il discorso integrale della Ministro

Anche i discorsi del sen. P. Amato (PDL)
e del sen. M. Baldassarri (FLI
)

 

Sotto: Nino Luciani,  La Ministra di Berlusconi
contro i professori  ...

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Paolo Amato

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Mario Baldassarri

  NOTA. La scelta del discorso della Gelmini mi è sembrata essenziale perchè ognuno di noi abbia il polso della situazione, tale e quale, senza interpretazioni.
 
Vi ho associato quelli del sen. Amato e del sen. Baldassarri, pur tra tanti che avrei potuto scegliere.
  a) Quella dell'on. Amato, intervenuto tra i primi, è perchè mi è sembrato emblematico del PDL, lanciato in anticipo, rispetto alla Ministra. Esso si riassume nel motivare il DDL con la necessità di porre un termine alla dilapidazione delle risorse pubbliche da parte dei professori universitari e di pagarli (d'ora in poi) solo in base ai risultati, dopo averli sottoposti a valutazione in base a risultati.
  b) Quella del sen. Balsassarri è perchè è un professore ordinario dell'unversità, emblematico di quei prof gran cassa e amanti di finire sui giornali, ma poco tempo per l'università. Professionalmente, conoscono i problemi economici, ma di quelli dell'università si occupano in fretta (pur dicendo anche cose vere: come sul numero delle sedi), e disgiuntamente da un quadro di riferimento, così da risultare dannosi alla causa.
  c) Per l'opposizione, non ho scelto nulla, in quanto i vari interventi mi sono sembrati laconicamente sulla ruota della "maggioranza", salvo su un punto espresso molto chiaramente: la contraddizione del DDL, tra il dire e il fare, vale dire tra la retta intenzione di premiare il merito e il "costo zero".
  d) Voglio segnalare il sen. Massimo Livi Bacci (prof. ordinario), persona di elevatissimo pensiero che si è spesa tenacemente per emendamenti costruttivi, pieno di fiducia nella capacità di intendere e di volere dell'Aula. E invece ... no. Forse doveva fare come l'asino saggio di Carducci: "Tutto quel chiasso (della vaporiera ansimante, N.d.R.) ei non degnò d'un guardo, e a brucar serio e lento seguitò". Massimo, uno scienziato non può andare in paradiso contro i "santi". NL

Riforma dell' Universita'

GELMINI, ministro dell'istruzione, della università e della ricerca.
SENATO, votazione finale, giovedi’ 29 luglio 2010.

1.-  Ho ascoltato con grande interesse il dibattito sulla riforma universitaria. Si è compiuta oggi, infatti, una tappa fondamentale del cammino avviato ormai quasi due anni fa con le linee-guida sull'università cui hanno fatto seguito analisi, dibattiti e approfondimenti commisurati alla importanza della materia e alla complessità del disegno di legge.   Si tratta infatti di un disegno di riforma organico che per la prima volta affronta il problema del reclutamento nel contesto di una riforma più generale dei meccanismi di governo, gestione e organizzazione degli atenei.
  La sua forza è proprio l'organicità. Per la prima volta da molti decenni il Governo e il Parlamento hanno l'occasione di offrire al nostro sistema universitario un modello compiuto e coerente, disegnato non in base a pregiudizi ideologici o ad irrealistiche fughe in avanti, ma basato su analisi ampiamente condivise dei problemi dell'università e maturato dalla consapevolezza che è venuto il momento di dare risposte concrete ai problemi annosi dell'accademia: penso al tema dell'autonomia, a come coniugarlo con la responsabilità, ad una programmazione adeguata, ad una politica vera di diritto allo studio, per citare solo alcuni temi.
  Lo ribadisco: cerchiamo di muovere il ragionamento su un tema così delicato, non da un'ottica squisitamente politica, ma sapendo che l'università è un bene di tutti e la sua organizzazione deve obbedire ad una logica il più possibile condivisa, anche per garantire una ragionevole continuità nel tempo delle disposizioni normative.
   Diamo allora seguito all'invito del presidente Napolitano, che ringrazio ancora una volta per la costante attenzione che dedica al mondo dell'università e della ricerca. Come è stato ricordato poc'anzi dal senatore Rutelli, nel discorso tenuto a Trieste il 13 luglio il Presidente ha adoperato parole importanti. Ha detto: «Ci sono alcuni problemi, ci sono alcune scelte che esigono condivisione, perché sono scelte non di breve ma di medio e lungo periodo, che non possono essere disfatte solo che cambi il colore di un'amministrazione o di un Governo». Questo credo sia lo spirito con il quale dobbiamo affrontare oggi la discussione.

2.- La 7a Commissione ha svolto un grandissimo lavoro e in tal senso voglio ringraziare il presidente Possa, il relatore, senatore Valditara, e tutti i componenti della Commissione, che hanno partecipato ai lavori con grande impegno e riservando a questo tema il peso che merita.
  Da parte mia ho valutato con attenzione gli emendamenti presentati e intendo esprimere un parere favorevole su tutti quelli che siano in grado di contribuire a rafforzare l'impianto riformista e meritocratico del provvedimento. Il nostro sistema universitario vive - non certo per la prima volta - una fase difficile.
  L'analisi dalla quale sono partite le linee guida e le proposte del Governo non lascia molto spazio all'ottimismo.
  Abbiamo di fronte un sistema che, in molti casi, sembra aver perso la bussola, aver scambiato l'autonomia per licenza; un sistema che troppo spesso ha pensato a sé stesso e non alle esigenze dell'Italia.
   Soprattutto, il prestigio e la considerazione del Paese verso il mondo universitario sembrano, almeno in parte, offuscati. Troppo spesso le università occupano le pagine dei giornali più per gli scandali che per le scoperte, mettendo a rischio la legittimazione stessa di istituzioni che dovrebbero piuttosto essere prese a modello.
   L'amarezza di queste riflessioni è accentuata, non temperata, dalla constatazione che nei nostri atenei, giorno dopo giorno, operano con impegno e con ottimi risultati molti professori e ricercatori di alto valore, sinceramente dedicati al progresso della scienza e al bene comune, e studenti che desiderano acquisire nuove competenze e strumenti per il loro futuro. È soprattutto a queste persone che abbiamo il dovere di garantire un futuro all'altezza delle loro aspettative.
   Ed è proprio pensando a loro che dobbiamo cogliere questa opportunità di intervenire con decisione sui problemi dell'università, senza cercare di nasconderne o sminuirne la portata, ma avanzando soluzioni innovative e, se serve, drastiche.

  3.- Vorrei anche sviluppare il tema dell'autonomia nonché cercare di rispondere ad una critica che viene mossa spesso ad questo disegno di legge, cioè l'accusa di essere dirigista. È certamente un'accusa facile, ma a mio modo di vedere ingiusta, perché le nostre università - non possiamo dimenticarlo - sono enti pubblici gestiti sulla base delle leggi in materia. Tutto va normato per legge: strutture di governo, diritti e doveri dei professori, meccanismi concorsuali, diritto allo studio, norme contabili. In questo contesto abbiamo compiuto ogni sforzo per snellire, semplificare e delegificare, anche grazie al contributo della 7a Commissione, che voglio ancora ringraziare. Oltre non è possibile andare e, in effetti, mi sembra che anche alcune proposte dell'opposizione si muovano all'interno dello stesso perimetro concettuale.
   Certo, personalmente sogno un futuro in cui la forza della valutazione e il suo impatto pervasivo sui comportamenti dei singoli e delle istituzioni consentano di abbandonare molte delle regole che oggi riscriviamo. Me lo auguro, ma non credo di peccare di pessimismo se affermo che i tempi per questa rivoluzione oggi non sono ancora maturi.
   Nel frattempo, invito gli onorevoli senatori a considerare con particolare attenzione le norme che già si spingono in quella direzione: penso alla possibilità che gli atenei virtuosi sperimentino proprie modalità di organizzazione e di gestione; alla facoltà data agli atenei medi e piccoli di semplificare ulteriormente la struttura interna, una norma che riguarda oltre la metà di tutte le istituzioni universitarie; alla eliminazione di macchinose procedure elettive per la formazione delle commissioni di concorso e alla completa libertà data agli atenei di regolare come meglio credono le procedure interne di chiamata, di selezione e di promozione.

  4.- Intendo ora sviluppare alcune considerazioni più dettagliate su due punti che forse sono i più delicati della riforma: mi riferisco alla posizione dei ricercatori e alle questioni legate al finanziamento del sistema. Sono consapevole della situazione di disagio in cui versano gli attuali ricercatori di ruolo, che non a torto lamentano un ritardo trentennale della politica nel definire chiaramente la loro funzione e i loro compiti.
  La figura del ricercatore nacque nel 1980 senza che venissero definiti con la necessaria chiarezza le sue funzioni e il suo stato giuridico. Gli interventi successivi non hanno fatto che complicare questo quadro, già di per sé incerto.
  Oggi, cinque anni dopo che il ruolo è stato dichiarato ad esaurimento, anche se a decorrere dal 2013, occorre prendere atto con realismo e onestà intellettuale che le soluzioni possibili sono due e soltanto due. Possiamo proporre:
  a) una qualche forma di ope legis, esplicita o mascherata, generosa o a costo zero, ma insomma un meccanismo che prescinda dalle normali regole di avanzamento in carriera. Si tratterebbe della riedizione di vecchie pratiche discreditate che hanno provocato guasti duraturi nel nostro sistema universitario e per le quali non si sente davvero alcuna nostalgia: non è infatti con altri provvedimenti errati o antimeritocratici che si può rimediare agli errori commessi in passato.
   b) Prendo atto con sincera soddisfazione e ammirazione che a non spingere in questa direzione è stata prima di tutto proprio la gran parte dei ricercatori, i quali chiedono di essere valutati singolarmente per i propri meriti e di non venire accomunati in un provvedimento collettivo che di fatto ne svilirebbe il profilo scientifico. Con altrettanta soddisfazione rilevo che nel suo complesso il Senato non pare intenzionato a proporre soluzioni di questo tipo.
   La seconda opzione è la più difficile, ma anche, ne sono convinta, la più onesta dal punto di vista scientifico e politico.

  5.-  Il disegno di legge introduce per la prima volta nel nostro Paese una chiara distinzione tra reclutamento e promozione. Per diventare associati o ordinari si deve conseguire un'abilitazione scientifica nazionale che consente di partecipare a rapide procedure di selezione bandite da ciascuna sede. Questa è, a mio modo di vedere, la via maestra che, anche a regime, regolerà un momento fondamentale nella vita degli studiosi.
  Si tratta di un meccanismo molto simile a quello francese, vicino anche a quello in uso nei sistemi anglosassoni, dove l'abilitazione non viene assegnata da una Commissione nazionale ma coincide di fatto con l'esito positivo di una consultazione di esperti esterni all'ateneo che garantiscono appunto l'idoneità dei candidati a monte della decisione locale.
   Su questo schema di fondo, ampiamente condiviso, abbiamo innestato specifiche previsioni per consentire che nei prossimi anni si possa dare un risposta concreta alle aspettative dei molti ricercatori che attendono di vedere riconosciuti i propri meriti.
   Prevediamo quindi che nei primi sei anni gli atenei possano chiamare a un ruolo superiore gli studiosi già in ruolo nell'ateneo stesso, con procedure particolarmente rapide e snelle, fino alla metà dei posti disponibili, sempre però a valle dell'abilitazione nazionale.
   A tal fine intendiamo operare per assicurare che nei prossimi anni una quota specifica del Fondo di finanziamento ordinario che dovrà essere integrato - sia destinata a cofinanziare un flusso regolare di concorsi, soprattutto da professore associato.
  Ai ricercatori, in modo particolare a quelli più giovani, chiedo quindi di valutare con serenità e realismo la proposta contenuta nel disegno di legge, quella di un percorso concreto per rimettere in moto un sistema ingessato.  Faccio appello al loro senso di responsabilità per evitare che la protesta, sempre legittima, non si traduca in un grave danno per gli studenti. Dobbiamo renderci conto tutti che non esistono soluzioni miracolistiche, ma solo sforzi tenaci e inevitabilmente graduali per raddrizzare le storture che si sono sedimentate negli anni.

6.- Per quanto riguarda il tema dei fondi, so bene che questo meccanismo funziona se ci sono le risorse per bandire iconcorsi e, in generale, se il Fondo di finanziamento ordinario si mantiene a livelli più o meno costanti. Pertanto, occorrerà. Pertanto, occorrerà un impegno di tutto il Governo, così come è stato ribadito in sede di approvazione della manovra finanziaria nel Consiglio dei ministri. Da quando ho assunto la responsabilità del mio Dicastero mi sono battuta senza sosta perché, pur in un quadro molto serio di riduzione della spesa pubblica, il settore universitario venisse toccato il meno possibile. È doveroso ricordare che il Fondo di  finanziamento ordinario per il 2009 è stato superiore dell'1 per cento a quello del 2008, nonostante il deteriorarsi del quadro macroeconomico.  Con la legge n. 1 del 2009 abbiamo recuperato per il periodo 2009-2012 oltre 300 milioni di euro per il turnover, 135 milioni per il diritto allo studio e 65 milioni  per gli alloggi e le residenze universitarie.

Nino LUCIANI, La Ministra di Berlusconi contro
        i professori
... ma senza la coscienza:
1)
della scelta implicita del Governo, che è di arretrare rispetto al diritto allo studio per tutti, a favore di altre scelte. Infatti la spesa pubblica totale è aumentata;
 2) del fatto che i vari blocchi del turnover hanno già distrutto parte del lavoro scientifico, per mancata trasmissione del sapere dai maestri (andati in pensione) agli allievi (che non ci sono stati);
3) delle origini del dissesto finanziario: a) legge sui "megatenei" e su numero delle sedi; b) DM 509 per riforma delle lauree (3+2); c) la legge 210/1998 sui concorsi.

  1.- SULLE RESPONSABILITA' DEI PROFESSORI
a) Per il numero delle sedi.
In premessa direi che un Ministro, che si rispetta, distingue tra fase di decisione e fase di applicazione delle leggi. Sì, perchè i professori hanno applicato leggi dello Stato. E allora si cominci da qui. Erano leggi che avevano scelto di allargare il diritto allo studio a fasce di popolazione, prima escluse. E dunque, abolendo questa normativa, si va all'incontrario.
   La Ministra non ha mostrato di averne coscienza e per questo il suo conto non tornava, pur se forzatamente tutto addebitato ai professori.
  Legge sui mega-Atenei. La spiegazione della proliferazione delle sedi (troppe, anche per me) è nella legge 662/1996, art. 1, c. 90 e 91, che dispone:
- "Il Ministro dell'universita' e della ricerca scientifica e tecnologica e' autorizzato a provvedere, nel termine di cinque anni, con propri decreti da adottare, anche in deroga alle norme di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 245, alla graduale separazione organica delle universita', anche preceduta da suddivisioni delle facolta' o corsi di laurea, secondo modalita' concordate con gli Atenei interessati, laddove sia superato il numero di studenti e docenti che verra' determinato sede per sede, con apposito decreto ministeriale, previo parere dell'osservatorio per la valutazione del sistema universitario.
  - "I provvedimenti ministeriali saranno adottati anche tenendo conto delle specifiche situazioni ed esigenze delle aree metropolitane maggiormente congestionate."
 
Direi che non ci sia nulla da aggiungere, circa le responsabilità primarie della decisione di proliferazione delle sedi, salvo il ricordare la spinta delle Regioni e degli enti locali nel determinare una interpretazione estensiva della legge, fino a mettere quattrini propri sul piatto.
  Preciso anche che un elemento determinante i costi, ma in senso riduttivo, è stato il costo di trasporto e alloggio per gli studenti. Se decentri una sede, hai un costo aggiuntivo per la nuova sede, ma hai minori costi di trasporto pubblico e alloggi, per gli studenti locali.
  Su questo la Ministra ha semplicemente sorvolato !

  b) Decreto Ministeriale n. 509/1999 . Per il numero delle lauree e degli insegnamenti, il DM ha disposto lo sdoppiamento delle lauree in due fasi (3 anni+2anni), e questo per dare agli studenti la possibilità di un titolo di studio dopo i primi tre anni, dati i numerosi abbandoni degli studi troppo prolungati. Ed esso era reinterpretativo di leggi, come la 341/1990, che disponeva tutt'altro.
  Il DM dava un elenco di criteri per la sua applicazione, ma non un criterio unico di base, da valere in modo uniforme nel territorio nazionale. Questa è stata l'origine della babele delle lingue.
  Va, poi, messa in conto la difficoltà di seguire un preciso modello, senza una preventiva sperimentazione. Infatti:
a) nell'impostare una laurea di durata triennale, il primo nodo da sciogliere era come associare (in soli tre anni) materie di base a materie di applicazione. Questa, in molti casi, è risultata la quadratura del cerchio: impossibile.
  Ma si è andati avanti lo stesso, lo voleva il DM ...
  Questo spiega perchè queste lauree sono nate male, e sono tuttora in grande discredito presso le imprese;
 b) molti insegnamenti sono stati suddivisi, perchè alcune parti si prestavano alla laurea di I livello, mentre le parti di approfondimento era adatte alla laurea di II livello.
   Qui, molte soluzioni (circa la composizione complessiva della laurea) erano insoddisfacenti sotto profili diversi, e questo finiva col mettere i professori uno contro l'altro.
   Mettiamoci dentro anche gli interessi corporativi dei prof.
   Il risultato finale è stato fare più corsi di laurea simili, di cui l'uno a misura di certe scuole di pensiero e l'altro su misura di altre scuole di pensiero.
  Osservo, infine, che le recenti correzioni del DM 509 (che hanno posto dei limiti al numero delle lauree e al numero degli esami per corso di laurea) non hanno risolto nulla, circa la validità delle lauree triennali: erano lauree minus in origine, e lauree minus restano.
   Su questo fattore qualità così essenziale, la Ministra ha sorvolato completamente.

2.- SULLE SOLUZIONI
a) Per il numero dei professori e per le retribuzioni.
L'aumento del numero dei professori è stato conseguenziale all'aumento del numero degli studenti e delle sedi e degli insegnamenti sdoppiati.
  Ma è stato anche conseguenziale che, a parità di Fondo di Finanziamento Ordinario (anzi in diminuzione, in moneta a potere di acquisto costante), il quoziente (ossia la retribuzione individuale) è calato. Diciamo anzi che oggi un professore universitario è molto giù nella retribuzione, in confronto ai magistrati e ai dirigenti dello Stato. Così, dopo la beffa (essere spendaccioni !), anche l'inganno (essere meno pagati ! ).
   Non è finita: il grande precariato della università italiana, sottopagato, è la chiave per spiegare come si sia potuto far fronte alla esplosione delle esigenze di insegnamenti. Altrimenti, le sedi decentrate non potevano essere avviate.
  Turnover.  C'è, poi, che dai tempi della Moratti, è in atto il freno o addirittura il blocco del turnover, e questo è il bis rispetto ad altro blocco non meno pesante nel 1980-98, in cui furono svolti solo 3 dei 9 concorsi programmati.
  La Ministra ha detto che nel 1999-2009 i prof sono aumentati del 24% (contro l'aumento del 7% degli studenti), ma non ha detto che nel 1982-1998 ci sono stati poche assunzioni e che in quel periodo gli studenti sono passati da 1.090.000 (1982) a 1.950.000 (1997). Vegga il DPEF-Decreto di Programmazione Economica e Finanziaria del Governo, luglio 2009, a pag.37 dell'Allegato.
   Questi blocchi hanno già determinano danni gravi alla università: per discontinuità: una parte del sapere non è trasmesso dai maestri (verso o in pensione) ai successori), e dunque va perduto per sempre.  
  I professori sono troppi ? Stando al citato DPEF, pag. 37 (che riprende da OCSE, At a glance, 2007), in Italia il rapporto tra studenti e professori è 21,4 (contro 15,8 Paesi OCSE). Anzi, in base ai dati del Miur, Ufficio di statistica, il detto rapporto è attualmente 27,31.
   La Ministra non ha detto un numero, però lasciando intendere che i prof sono troppi... .
  
Per stare al DPEF, se vale lo standard OCSE, i prof dovrebbero essere 105.000, anzichè 60.882 di adesso.
   Ma allora, la Ministra di cosa sta parlando ?

  b) Per il reclutamento. La Ministra ha detto che il DDL "elimina le macchinose procedure elettive per la formazione delle commissioni di concorso" e dà "la completa libertà data agli atenei di regolare come meglio credono le procedure interne di chiamata, di selezione e di promozione".
  OK. Il sistema delle votazioni per fare le commissioni di concorso, di cui alla legge 210/1998, era macchinoso ma  per il Miur, non per le corporazioni dei prof. Tant'è che le commissioni risultavano, di fatto, su misura dell'Ateneo banditore (meglio dire del "membro interno") e i relativi risultati concorsuali erano il motivo del generale scandalo (quelli a cui la Ministra si riferisce nel suo discorso).
  Ma se è così, perchè dare "agli Atenei la completa libertà di scelta ?"  Direi che, in questo modo, il localismo non avrà limiti, anzi nemmeno si preoccuperà del pudore di fare delle votazioni, che sia sane almeno in apparenza.
  Per favore, il sorteggio è imprescindibile !

c) Per la valutazione delle università.
La Ministra ha detto che "sfida chiunque ad affermare che oggi le nostre università siano nettamente migliorate rispetto a dieci anni fa".
   Un Ministro che si rispetta (e che non è un professore universitario, ossia un tecnico del campo), prima, incarica una Commissione di esperti, e poi parla facendone propri i risultati. Dirò anzi che solo qualche giorno dopo (1 agosto 2010), il Messaggero di Roma (pag. 9) titolerà di "Ricerca, il miracolo italiano: pochi soldi e i migliori scienziati" nel mondo (secondo posto per qualità e quantità di pubblicazioni; sesto posto per citazioni delle pubblicazioni). 
  La Ministra ha detto che la sua grande rivoluzione sarà il finanziamento centralizzato delle università in base a valutazione, secondo i risultati.
  La verità è che questi parametri sono costruiti su statistiche (anche vecchie di anni), e le statistiche non sono interpretabili univocamente. Anche prendendoli per buoni, non sono idonei a incentivare l'efficienza.
  Diciamo chiaramente che sono anche discriminatori tra le diverse università, perchè le situazioni locali sono diverse, pur se con le stesse voci. Circa questi parametri per l'Università, in dettaglio, clicca su Indicatori.
  Più in generale, da anni sono stati studiati (e applicati) parametri per misurare l'efficienza della PA (Pubblica Amministrazione), e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. 
  Il motivo è che nella P.A non esistono "risultati" in qualche modo paragonabili ai profitti e perdite di una azienda per cui (anche se buoni, in casi eccezionali), non si riesce a collegarli con qualcuno che guadagni o perda (di tasca propria) facendoli osservare.
   Nella storia, il caso estremo è stato quello del sistema economico dei Paesi ex-URSS, fallito perchè guidato da parametri statistici. Lo stesso stava capitando ai cinesi, se non viravano verso il "socialismo di mercato", vale dire il settore pubblico guidato dai prezzi di mercato, per i beni e servizi a prestazione individuale.
   Nella PA, la sola possibilità di inventare qualcosa, che somigli al mercato, riguarda i servizi pubblici a prestazione individuale: la scuola rientra in queste possibilità. Basti pensare alle scuole private.

  c) Per il sistema finanziario. Meglio decentrare le responsabilità finanziarie del pareggio del bilancio, e se sbagli, vai a picco. In cerca di un sistema finanziario premiante l'efficienza (ma non basato su parametri), l'alternativa è valorizzare il fatto che l'insegnamento è un servizio a prestazione individuale.
  Però, a differenza della scuola privata, va tenuto conto che la scuola pubblica è, in parte, nell'interesse individuale e, in parte prevalente, nell'interesse pubblico.
  Partendo da qui va, prima, calcolato un costo standard per studente e, poi, deciso quanto coprirnea carico dello Stato. Il residuo per pareggiare il bilancio sarà a carico individuale e fissato liberamente dalle Università.
   Non è finita. In questo sistema, già lo Stato va molto incontro ai bisognosi (ad es. pagando il 70-80% del costo standard per studente). Ma restano fuori gli studenti meritevoli, più poveri o nullatenenti (art. 34 costituzione). Per questi ci dovrà essere un fondo aggiuntivo, sul bilancio dello Stato.
 
NINO LUCIANI

Sono riuscita a far fronte alla promessa fatta dal mio predecessore e a finanziare, per 40 milioni di euro nel 2008 e 80 nel 2009, nuovi posti da ricercatore, anche se, sia chiaro, ho dovuto trovare ex novo quei fondi.
   Per il 2010 il taglio previsto originariamente era di 672 milioni di euro; quel taglio si è ridotto a meno della metà grazie ai 400 milioni di euro recuperati in finanziaria. Il Fondo di finanziamento ordinario per il 2010 sconta quindi una riduzione di circa il 3,7 per cento: riduzione dolorosa, certo, ma oggettivamente sopportabile. Anche quest'anno, nonostante la riduzione, distribuiremo poco più del 7 per cento dei fondi sulla base di un modello valutativo.
   Come Ministro dell'università sono naturalmente la prima a volere e a chiedere con forza fondi e investimenti. Ho però anche il dovere e, consentitemelo, lo abbiamo tutti, di guardare in faccia la realtà. Le cifre del dissesto sono impressionanti.
   Ora che abbiamo imposto maggiore trasparenza e serietà nella redazione dei bilanci stanno emergendo sofferenze troppo a lungo sottaciute che rivelano anni di diffusa irresponsabilità, di spese facili, di assunzioni fuori controllo, di promozioni senza copertura, di gestioni mirate ad acquisire il consenso dimenticando responsabilità e qualità. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
   Dal 1999 al 2009 gli studenti sono cresciuti del 7 per cento, ma il corpo docente è cresciuto del 24 per cento, passando da 50.700 unità di ruolo a 62.700. Solo il costo di questi 12.000 nuovi docenti pesa per oltre un miliardo su un Fondo di finanziamento ordinario di 7,5 miliardi.
   Nello stesso decennio, poi, il numero dei professori ordinari è cresciuto del 46 per cento, con punte del 70-80 per cento di crescita in alcune aree disciplinari.
   Molte università hanno dato corso alle chiamate ad un ruolo superiore ignorando intenzionalmente i maggiori costi che si verificano dopo il triennio di conferma, costi certi e ineludibili. Nel complesso quindi il costo degli stipendi è lievitato da 4,5 a 6,8 miliardi, con un aumento di 2,3 miliardi, il 51 per cento in più rispetto a dieci anni fa.
   Oggi spendiamo in stipendi il 90 per cento: di tutte le risorse che il contribuente mette a disposizione del sistema universitario.
   Nel periodo 2001-2009 il Fondo di finanziamento ordinario è complessivamente cresciuto del 15,7 per cento; nessun taglio, quindi, ma un aumento - lo ribadisco - del 15,7 per cento. Sarebbe stato logico attendersi che, a fronte di questa crescita, le università riuscissero ad allontanarsi gradualmente dalla soglia del 90 per cento di spese per il personale rispetto al Fondo di finanziamento ordinario: un parametro minimale di sostenibilità che il legislatore ha indicato fin dal lontano 1997.
   Ebbene, è successo esattamente il contrario: più il Fondo di finanziamento ordinario statale cresceva, più cresceva l'incidenza degli stipendi su di esso. Oggi ben 36 università hanno sforato quel tetto al lordo dei correttivi prorogati di anno in anno e 7 università superano quel parametro anche tenendo conto degli stessi correttivi. In altre parole questo significa che non solo tutto il Fondo di finanziamento ordinario se ne va in stipendi, ma che anche una parte delle risorse proprie dell'ateneo - frutto della contribuzione studentesca, dei fondi di ricerca, dei contratti esterni - viene requisita per far fronte a tali spese.
  
   7.- Potrei aggiungere altre cifre, che però certamente conoscete: la proliferazione delle sedi e dei corsi; l'aumento del numero di insegnamenti e di contratti di docenza; il numero abnorme di corsi di dottorato di ricerca, che in Italia contano in media 5,6 studenti per ciascun ciclo triennale, il che vuol dire meno di due studenti per anno, e sparsi dovunque, anche in sedi dove non è onestamente concepibile poter offrire formazione a livello dottorale.
   Non posso però fare a meno di aggiungere almeno un altro dato. Nel suo primo Documento di programmazione economico-finanziaria l'allora ministro del tesoro Padoa-Schioppa ebbe a scrivere parole lungimiranti: il sistema universitario non poteva aspettarsi nuove risorse, ma doveva imparare a spendere meglio quelle che già riceveva: parole che condivido in pieno. Era la primavera del 2006, tempi di vacche grasse, non di recessione. Eppure, per il terzo anno della programmazione triennale, il 2008, il Governo di allora aveva previsto una riduzione del Fondo di finanziamento ordinario di 260 milioni. Poi Padoa-Schioppa e l'allora ministro dell'università Mussi si accordarono per immettere nel sistema risorse fresche (si trattava di una cifra importante: 550 milioni per ciascun anno del triennio 2008-2009-2010), legate a specifici obiettivi di qualità.
   Tanto preoccupato era il Tesoro su come sarebbero stati spesi quei denari da imporre la firma congiunta al decreto annuale di ripartizione. Non aveva torto. Oggi la maggior parte di quel Fondo - ben 468 milioni su 550, vale a dire l'85 per cento della somma - è assorbita dalla crescita stipendiale automatica del personale universitario, cosicché per le misure volte a rafforzare la qualità sono rimaste appena le briciole.
  
  8.- Dietro tutti questi fenomeni si annidano due pericolose mistificazioni: l'illusione, o per meglio dire la presunzione, che per le istituzioni accademiche la sostenibilità economica non sia un requisito necessario e la strana idea che il numero dei docenti e la loro distribuzione geografica e disciplinare debbano essere parametrati sulle aspirazioni dei docenti stessi o di chi aspira a diventarlo, non sulle effettive esigenze e possibilità del sistema nazionale.
   Non è così, e non può e non deve essere così. L'università è un servizio pubblico largamente finanziato dal contribuente, e al contribuente deve rendere conto delle proprie scelte. Anzi, la solidità finanziaria è garanzia primaria di indipendenza: chi ha bisogno di prestiti, di piani di rientro, di contributi eccezionali, di salvataggi in extremis, rischia inevitabilmente di contrarre obbligazioni che minano il bene più prezioso per un ateneo: la sua autonomia. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi del Governo).
   Questa esplosione dei costi sarebbe in teoria anche accettabile - il che non vuol comunque dire sostenibile - se fosse stata accompagnata da un deciso e riconosciuto innalzamento della qualità media delle nostre università.
   Sono la prima a riconoscere, come dicevo, i meriti dei nostri atenei, che non sono pochi, ma sfido chiunque ad affermare che oggi le nostre università siano nettamente migliorate rispetto a dieci anni fa.

  9.- Di fronte a questa situazione, onorevoli senatori, è necessaria un'assunzione di responsabilità collettiva: è quella che abbiamo oggi di fronte nel momento in cui dobbiamo esaminare e approvare questo disegno di legge.
  Il disegno di legge è indispensabile se vogliamo dare un contributo concreto ad un processo di risanamento di cui già si intravedevano i primi segni. Nei due anni che ci separano dalle linee guida, le nostre università non sono state ferme. Pur in un contesto non facile, hanno continuato a svolgere la loro insostituibile missione di insegnamento e di ricerca e soprattutto hanno avviato importanti azioni di riforma: hanno messo mano alla governance, accorpato i dipartimenti, eliminato corsi di laurea superflui, chiuso sedi decentrate insostenibili.
  Il Ministero, per parte sua, ha riunito molte scuole di specializzazione medica, al fine di raggiungere una massa critica soddisfacente, condizione essenziale di qualità.
   L'ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca) avrà dopo l'estate il suo primo consiglio direttivo.
  Il nuovo regolamento sui dottorati di ricerca verrà discusso in Consiglio dei ministri subito dopo l'esame e - mi auguro - l'approvazione della riforma.
   Sto per inviare al Consiglio universitario nazionale (CUN) e alla Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI) per i pareri di competenza il cosiddetto decreto n. 160, che segnala l'esigenza di attivare corsi solo in presenza di un numero adeguato di docenti e di chiudere i corsi con troppo pochi studenti.
   Tutte queste misure di razionalizzazione - mi preme ribadirlo - non servono solo per evitare sprechi ingiustificabili, ma prima di tutto per ragioni di serietà accademica. Tutte le patologie gestionali ed economiche ampiamente note e lamentate corrispondono infatti ad altrettanti cedimenti sul piano della qualità scientifica e didattica, che abbiamo il dovere inderogabile di garantire ai nostri studenti. Ma al di là di ogni misura tecnica e amministrativa, dobbiamo essere consapevoli che solo una vera riforma del nostro sistema universitario può consentirci di raggiungere nuovi traguardi.
 
  10.- Il vero rischio che corriamo oggi è di far pagare gli errori del passato a chi non ne ha colpa: ai ricercatori e agli associati che non hanno sfruttato le promozioni facili degli anni scorsi e si trovano oggi di fronte a piramidi rovesciate difficili da scalare; ai dottorandi e agli assegnisti che vorrebbero portare nel sistema le loro competenze e il loro entusiasmo e trovano l'ingresso sbarrato; agli studenti, i più danneggiati dallo scadimento della qualità di alcuni corsi.
   Questo è un rischio che non intendo correre, come - ne sono convinta - non lo vuole nessuno di voi. Per evitarlo dobbiamo proporre soluzioni realistiche e serie, non illusioni. Pensare che il Fondo di finanziamento ordinario e l'organico possano crescere senza fine, come se fossero variabili indipendenti, è insieme una follia e un inganno, a cui dobbiamo reagire mettendo al centro del nuovo sistema la valutazione del merito dei singoli, in un quadro di doverosa sostenibilità economica, rispetto alla quale - ripeto - il Governo ha assunto un impegno.

  11.- Onorevoli senatori, abbiamo di fronte a noi tempi non facili e sfide complesse, ma possiamo farcela se ci impegniamo in un nuovo «Patto nazionale per l'università», che propongo a questa Assemblea.
     Per i docenti dobbiamo creare un sistema che non proceda a fughe in avanti nel reclutamento seguite da lunghe carestie, ma sappia dosare le sue risorse in modo da garantire possibilità di accesso e di crescita regolari nel tempo, con cadenze certe e prevedibili.
   Per gli studenti dobbiamo insistere sulla necessità di offrire corsi di livello elevato nei contenuti e nelle modalità di erogazione, anche scoraggiando l'inseguimento di lauree magari facili, ma deboli sul piano scientifico e inutili per trovare un lavoro.
   Per il Paese, soprattutto, dobbiamo costruire un'università che goda pienamente della fiducia di tutti, cui sia riconosciuto fino in fondo il suo ruolo - unico ed insostituibile - di luogo primario della ricerca e di motore dello sviluppo sociale, economico e tecnologico.
    Per tutti questi motivi, mi auguro che sia ancora possibile un accordo tra maggioranza ed opposizione su alcuni punti qualificanti: penso alla presenza di prestigiosi esponenti della società civile nei consigli di amministrazione; al ruolo centrale affidato ai dipartimenti; alla revisione delle norme su tempo pieno e definito; alla centralità della valutazione per allocare le risorse; all'accorpamento dei settori scientifico-disciplinari; all'abilitazione scientifica nazionale a numero aperto; alla distinzione tra reclutamento e promozione, accompagnata nel transitorio da norme specifiche per agevolare la chiamata dei ricercatori di ruolo; alla limitazione nell'uso dei contratti di insegnamento per evitare che diventino fonte di precariato; alla struttura stessa dei nuovi ricercatori (tenure track). Sono tutti temi importanti ed ineludibili, se crediamo veramente nelle grandi potenzialità del sistema universitario.
   Restano alcune differenze ma, francamente, non tali e non tante da far comprendere un atteggiamento ostile al disegno di legge nel suo complesso. Né mi sento di condividere una posizione negativa sul disegno di legge motivata esclusivamente o principalmente dalla mancanza di fondi.
    È vero e l'ho detto: i fondi sono e restano un problema che dobbiamo risolvere, ma questo significa forse che dobbiamo rinunciare a qualunque idea di riforma? Siccome non ci sono garanzie sui fondi è meglio tenere bloccato, anche a livello normativo, il reclutamento, continuando ad essere l'unico Paese al mondo in cui non esiste un modo per diventare professori di università? È meglio tenerci le mille forme di precariato non regolato che affliggono i nostri giovani? Rinunciare a nuove regole chiare e trasparenti sulla valutazione?
   Di risorse aggiuntive ne abbiamo avute in quantità nello scorso decennio, grazie a Governi di centrodestra e di centrosinistra: è sotto gli occhi di tutti che il loro impatto non è stato positivo perché non è stato accompagnato dalle riforme necessarie. Tuttavia vi chiedo: se le riforme non si fanno né quando le risorse aumentano né quando le risorse diminuiscono, allora, onorevoli senatori, quando si possono fare? Esiste in questo Paese un tempo per le riforme? La mia risposta è: oggi. Oggi abbiamo di fronte a noi un'occasione irripetibile ed è nostro dovere coglierla fino in fondo, senza tentennamenti!                                                                                       Mariastella Gelmini

 AMATO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, il concetto di autonomia universitaria, così come perfezionato dal centrosinistra nel lontano 1999, è diventato ormai sinonimo di irresponsabilità. Irresponsabilità finanziaria e gestionale, a sua volta causa ed effetto di un'irresponsabilità accademica e persino didattica, com'è testimoniato dal costoso proliferare di corsi assurdi e inutili.
  Non c'è bisogno infatti di ricordare che in Italia - il Paese europeo con il più basso tasso di laureati nella fascia d'età tra i 25 e 34 anni - esistono organigrammi di facoltà che talvolta coincidono con alberi genealogici, atenei in cui la qualità della produzione scientifica di alcuni docenti è difficile da valutare in quanto assente, mentre gli studenti sono alle prese con insegnamenti di dubbia utilità formativa, proliferati per mere esigenze politiche se non addirittura familistiche.
  Di fronte ad una simile idea di autonomia - una autonomia senza responsabilità, l'autonomia dei bilanci in rosso e dei concorsi aggiustati - la riforma del ministro Gelmini risponde in maniera pragmatica ed incisiva ad almeno tre interrogativi che la politica ha il dovere di rivolgere al composito mondo dell'università italiana, e cioè: possiamo permetterci di continuare a finanziare un sistema senza valutare la qualità di ciò che produce? È pensabile che in tempi di crisi economica il nostro Paese moltiplichi scriteriatamente le sedi universitarie per soddisfare semplici interessi campanilistici? Infine, è giusto che i molti professori che fanno ricerca e didattica di alto livello vengano pagati quanto altri professori (non molti, ma comunque troppi) che non fanno nulla? Certamente no.
  Ed allora ben vengano le novità introdotte da questo provvedimento: dal sistema di valutazione dei risultati per poter allocare le risorse anche in base al merito e alla qualità della didattica al sorteggio delle commissioni di concorso; dall'incentivazione alla federazione di più università per razionalizzare la distribuzione delle sedi, al fondo per il merito, destinato a promuovere l'eccellenza fra gli studenti. E ben venga, infine, il potenziamento funzionale dell'Agenzia nazionale di valutazione dell'università che, con questo disegno di legge, mira a rivestire un ruolo cruciale nell'implementazione della riforma, sia presso il corpo docente che nei confronti degli studenti.
  Ad una proposta di riforma del sistema universitario, e prima ancora dell'istruzione pubblica, formulata dal ministro Gelmini e dalla stessa portata avanti con convinzione e coraggio in questi anni, certi suoi detrattori - prima i professori, poi gli studenti, ora i ricercatori - hanno sempre invariabilmente opposto la questione della riduzione delle risorse pubbliche quale elemento di scontro frontale, a prescindere da qualsiasi discorso sui contenuti. E l'opposizione, rifiutando il confronto in Commissione, ha purtroppo, a mio avviso, sposato in pieno questa linea: una linea che mira a rimandare e a strumentalizzare, piuttosto che ad affrontare la questione del rinnovamento dell'università. I tagli - che per il 2011 verranno peraltro in parte ripianati dal Governo -rappresentano infatti troppo spesso un alibi e le preoccupazioni sul futuro dei giovani e del Paese finiscono con l'essere fantasmi agitati per pura convenienza politica.
  L'università italiana ha bisogno di una rivoluzione etica, capace di generare gestioni economiche sostenibili e proposte formative che vadano oltre l'autoreferenzialità. Sarebbe infatti inutile e dannoso perpetrare o addirittura aumentare gli stanziamenti sic stantibus rebus. Che senso ha, infatti, fornire ulteriori risorse ad un'istituzione il cui corpo docente fa fatica a conquistare un accreditamento internazionale e dove gli studenti sono sempre meno preparati per affrontare il mondo del lavoro ad armi pari con i loro colleghi europei?
  Ebbene, se nelle facoltà si è passati in 8 anni da circa 2.500 corsi di laurea e di diploma ad oltre 5.500 corsi di primo e secondo livello (per non parlare delle borse di dottorato erogate in ambiti disciplinari senza alcun valore scientifico), dall'altra parte, quella dei fruitori, il 20 per cento degli studenti lascia dopo il primo anno, mentre solo il 50 per cento degli immatricolati completa il ciclo di studi. Tutto ciò è avvenuto in assenza e ben prima dei famigerati tagli di Tremonti!
  Di fronte a questo fallimento didattico le minoranze parlamentari dovrebbero cercare di spiegare le ragioni della loro opposizione al provvedimento.
  In quest'Aula il Partito Democratico ha recentemente accusato, a torto, la maggioranza e il Governo di aver dimenticato i giovani. Le novità introdotte dalla riforma dell'università proposta dal ministro Gelmini hanno però un valore simbolico altamente significativo: tali provvedimenti, integrati dai contributi provenienti dal dibattito in Commissione, che non tradiscono e piuttosto sottolineano il carattere riformatore del disegno di legge, indicano quantomeno una strada rispetto alla quale non si torna indietro e dalla quale ci auguriamo possano trarre vantaggio università virtuose, studenti e professori meritevoli.
  E allora, se vogliamo trovare il senso profondo di questo articolato provvedimento, lo rintracciamo forse nel convinto tentativo di riavvicinare finalmente l'università alla realtà.
  Le nuove generazioni, gli studenti che abbandonano prematuramente i corsi di laurea, e tutti quei laureati che non riescono a trovare un lavoro coerente al proprio investimento formativo chiedono all'università italiana una sola cosa: percorsi didattici spendibili nel mondo del lavoro. In altre parole, azzerare il distacco fra l'insegnamento universitario e la società reale.
  Lei, signora ministro Gelmini, ha meritevolmente seguito questa impostazione e nel farlo ha scelto di coinvolgere appieno il Parlamento, evitando lo strumento del decreto; ciò non toglie, tuttavia, che la materia non rechi elementi di urgenza e indifferibilità. In questo senso, desidero unirmi all'auspicio che il presente disegno di legge ottenga pronta approvazione nei due rami del Parlamento, trovando il voto favorevole di una maggioranza più ampia. Paolo Amato.

Intervento del senatore Baldassarri nella discussione generale del disegno di legge n. 1905 e connessi

  Grazie, signor Presidente, per consentirmi in quest'Aula di esprimere qualche riflessione derivante sia dal mio precedente mestiere di professore universitario che dall'attuale responsabilità politica di senatore della Repubblica.
  Parto da un ragionamento di un vecchio maestro che non ho mai dimenticato, che si chiamava Luigi Einaudi e che diceva sempre "conoscere per deliberare" e allora parto da un'analisi di conoscenza. Ricordando un vecchio articolo che nella primavera del 1969 scrissi da studente universitario su un giornale locale nelle Marche che si chiamava "Voce Adriatica" e che adesso si chiama "Corriere Adriatico", proponendo una linea strategica che venne sintetizzata nel titolo di quel pezzo (che ho ancora e che conservo come reliquia) "Portare gli studenti all'università, non portare l'università agli studenti". Quindi già allora, a partire dai lontani anni sessanta, si vedeva questa strategia, a mio parere deleteria e perversa, sul piano dei costi e sul piano della qualità, che è quella della diffusione sotto il portone di casa, possibilmente tra il tabaccaio e il salumiere di famiglia, di istituire una sede universitaria. Questo vezzo è dilagato negli ultimi 10-15 anni. Nelle quattro sedi universitarie in cui ho avuto l'onore di svolgere il mio lavoro di docente - Torino, Milano-Cattolica, Bologna e Roma - ho sempre tentato, con pochi altri colleghi, di contrastare questa tendenza.
  Per non farla lunga, la situazione attuale, che a me risulta dai dati ufficiali, è che abbiamo in Italia circa 330 sedi universitarie, che diviso per 107 province fa circa tre sedi universitarie per ogni provincia. Allora, dai dati che ho a disposizione ma che potranno sempre essere verificati e indagati, sempre per non annoiarvi cito soltanto alcuni casi estremi che gridano scandalo e vendetta e, per non far torto a nessuno, ho inserito anche alcuni casi del mio territorio di origine, quindi non voglio proteggere nessuno, ma in molte di queste sedi universitarie le immatricolazioni sono al di sotto dei 50 studenti: Ala, 46 studenti per quattro corsi di laurea; Sant'Angelo dei Lombardi, Torrevecchia Teatina, Bressanone, tre corsi di laurea zero studenti; Busto Arsizio, Mosciano Sant'Angelo, Bosisio Parini, Figline Valdarno, Iesi, Matelica, Pietra Ligure, Faenza, Città di Castello, Voghera, Sesto San Giovanni, Ariccia, 18 immatricolazioni per due corsi di laurea; Fano, San Giovanni Rotondo, 17 immatricolazioni per due corsi di laurea; Venaria Reale, 3 immatricolazioni per un corso di laurea, iscritti totali 17; Verres, zero immatricolazioni, zero iscritti, due corsi di laurea; Lagonegro, Tortona, Vigevano, Piazza Armerina, Cesenatico, Cava dei Tirreni... e mi fermo qua.

   Perché ho citato questi dati, ovviamente da verificare, ma sono i dati che sono riuscito a rintracciare rapidamente? Perché nel disegno di legge c'è un fatto fondamentale come titolo e cioè "Fusione e razionalizzazione di atenei". Ora, se non partiamo da questo punto fondamentale tutto il resto è totalmente inutile. Perché il criterio è definire innanzitutto che cosa è l'Universitas Studiorum che nella dispersione di sedi e di risorse che risulta sul territorio non ha niente a vedere con il diritto allo studio, perché questo è in realtà una mistificazione del diritto allo studio, quello cioè di portare sedi ridicole e assurde in posti altrettanto ridicoli e assurdi illudendo studenti e famiglie per un'intera generazione. E allora la responsabilità politica è quella di partire da questo punto, da una decisione responsabile del Governo nazionale, la fusione e la razionalizzazione degli atenei. Potrà e può essere concordata, ma questo è un tema strategico nazionale che non ha niente a che vedere con l'autonomia. L'autonomia viene subito dopo sul come si esercita la gestione delle sedi universitarie, ma è una decisione strategica politica nazionale quella che serve.
  È evidente che in queste condizioni noi abbiamo già negli ultimi 15 anni distrutto l'università italiana e ci metteremo altri 15-20 anni a cercare un barlume di rinascita, indipendentemente dai governi, dalle maggioranze, dalle capacità dei singoli membri di governo, indipendentemente da tutto se non affrontiamo, come si dice al mio Paese, il toro per le corna su questo argomento. Perché? Perché questo argomento deve creare un'offerta universitaria che porti gli studenti all'università, come ho detto all'inizio, e non viceversa. Questa inversione di approccio logico-mentale è fondamentale. Il diritto allo studio non si garantisce mettendo una sede sotto casa, ma si garantisce creando le condizioni perché quello studente possa uscire dal suo paesello, andare in un bel campus, incrociare le esperienze con migliaia di altri studenti di altre regioni, di altri Paesi, di altre nazionalità, è lì che cresce. L'università sotto casa è in termine tecnico "il rincoglionimento totale di un'intera generazione".
   È evidente che questa politica ultra ventennale è stata fatta a tutt'altro scopo e a tutt'altro fine, che esclude l'interesse degli studenti, della formazione, della ricerca e dell'università. Palesemente questa proliferazione è stata fatta per moltiplicare le cattedre, moltiplicare le connivenze, cercare qualche piccolo consenso locale con dispersione enorme di risorse, perché magari il Comune offre il palazzo però poi chi paga la luce? E poi non a caso ci sono 15 iscritti. Però c'è, rispetto agli iscritti, un'overdose pericolosissima (peggio delle note sostanze stupefacenti) di docenti e non docenti. E anche lì l'altra gamba, ovviamente, è la selezione dei docenti e dei non docenti perché se continuiamo a perpetrare la connivenza che in ogni categoria corporativa scatta, per cui un idoneo non si nega a nessuno, come abbiamo fatto negli ultimi venti anni, un idoneo a me un idoneo a te, la selezione che avviene è perversa. E non è un caso se del 5 per cento migliore degli studenti italiani laureati in quasi tutte le discipline, due terzi prosegue la ricerca all'estero e forse un terzo resta a fare ricerca in Italia. Parlo del mio settore di competenza che è scienze sociali, economia, ovviamente conosco meno gli altri settori. Il che vuol dire che poiché per ognuno di questi cittadini italiani lo Stato italiano investe in vecchie lire circa un miliardo di lire, circa cinquecentomila euro, a partire dalla prima elementare, escludendo la scuola materna, fino alla laurea (il costo che lo Stato, non la famiglia - quello è un costo addizionale - che investe in questi studenti è circa 500.000 euro a studente cioè il cumulato negli anni dai 6 ai 23-24 a seconda della laurea. Il costo, non le tasse che ha pagato lui. Bene, questo investimento in capitale umano enorme ci viene sottratto, in modo abbastanza furbesco ma è chiaro che chi può ne approfitta, nel senso di attrarre in altre sedi all'estero quel 5 per cento migliore, già selezionato, già formato, già capace con strumenti di produrre ricerca e didattica. Quindi noi stiamo costruendo la classe dirigente della ricerca e della didattica per altri Paesi, in particolare per gli Stati Uniti.
  È questo che mi fa molta rabbia. Perché? Perché vuol dire che siamo in grado di produrre e sviluppare cervelli in Italia. Questa strategia perversa non riguarda la capacità italiana di produrre scienza e ricerca, ma l'incapacità di organizzarla perché sia una fisiologica sinergia con il resto del mondo. È chiaro che molti dei nostri possono andare fuori, ma molti degli altri potrebbero venire da noi. Se invece facciamo la bilancia dei pagamenti in questo settore, vediamo che ogni dieci dei nostri che vanno fuori soltanto 0,1 dalle altre parti del mondo vengono in Italia, oppure vengono dai paesi emergenti perché in Italia più o meno l'università è stata gratis, mentre in altri Paesi avevano il numero chiuso e venivano in Italia per prendersi la laurea gratis magari anche decente e buona: vedi il flusso dei greci che c'è stato per un certo periodo alle facoltà di medicina, vedi il flusso degli arabi ad altre facoltà. Giustamente facciamo almeno un po' di cooperazione allo sviluppo seria e vera formando queste persone, ma mi meraviglio che non ci possiamo porre lo stesso problema per i nostri che vanno all'estero.
  Questo è il primo passaggio. Significa dire, cari colleghi, che nel disegno di legge bisogna porre un obiettivo a 3-5 anni in cui si arrivi ad avere un terzo delle sedi universitarie esistenti, le altre vanno chiuse. Le risorse vanno concentrate e su questa base occorre mettere in condizioni queste sedi di ricevere gli studenti: 100.000 posti letto per studenti in campus. Quindi concentrazione di risorse, selezione, competizione, perché oggi questa condizione non esiste. Sono invece tutte in competizione al ribasso, ma competizione perversa. Quando vedo alcune facoltà recenti, come scienze della comunicazione, che dilagano in termini di iscritti, a me viene da piangere per quei ragazzi e per le loro famiglie perché pensano di essere laureati dopo quattro o cinque anni, perché così ci si impiega in questi casi per avere la laurea triennale.
  Quindi, primo concetto "fusione e razionalizzazione", secondo concetto "concentrazione dei fondi", sia in funzione di didattica che di ricerca, allora sì che si può innescare la competizione tra chi è più bravo e chi attrae di più le risorse, sia per la ricerca che per la didattica, perché vengono assegnate in funzione a quelli che sono i risultati di ricerca e di didattica.
  In sostanza si tratta di applicare anche qui un vecchio concetto, un dibattito che dura da 40 anni, da metà anni settanta, che riguarda l'intera gestione della spesa pubblica, che gli americani chiamano ZBB, cioè lo Zero-Base- Budgeting. Invece di dire di anno in anno cosa aggiungo e cosa tolgo alle varie voci di spesa o di assegnazione dei fondi, c'è da ricominciare da capo. Non si tratta di dire qua tolgo cinque milioni e là ci metto dieci milioni, senza discutere che dove tolgo cinque milioni ci sono un miliardo di euro e quello non lo discutiamo, discutiamo solo il di più o il di meno. Invece bisogna analizzare per valori assoluti: qual è il totale di risorse che arriva, su questo totale quali sono i risultati che sono ottenuti, dopodiché se c'è da aumentarlo del 30 per cento perché i risultati sono ottimi lo si fa, ma dall'altra parte c'è da ridurre a zero perché è inutile avere le sedi che vi ho citato prima. Francamente sono responsabilità collettive nei confronti della nuova generazione e delle famiglie. Questa è la mia valutazione.

   È un'occasione importante, il disegno di legge muove i suoi passi nel senso a mio parere giusto, però devo fare un avvertimento: la situazione di partenza in cui ci troviamo oggi è talmente disastrosa da questo punto di vista che con il ritmo e la velocità con cui il disegno di legge si propone di fare il cammino, noi ci arriveremo, se tutto va bene, fra 40-50 anni. Cioè le incrostazioni che ci sono non vengono fondamentalmente intaccate. Capisco che questo ragionamento ci crei problemi nell'opinione pubblica, ma francamente io credo che vada fatto con un'ottica più di medio periodo che non delle prossime scadenze elettorali come sempre avviene. Questo è il motivo per il quale io credo che il mio partito, la mia maggioranza, che si chiama Popolo della Libertà, abbia ragione d'essere. Perché se questo partito non aggredisce e imposta queste riforme profonde e strutturali, dobbiamo chiederci allora che ci stiamo a fare, e lo dico alla mia parte politica ma credo che anche dall'altra parte dell'opposizione, questo sia un tema su cui ragionare bene insieme perché si tratta di dare all'Italia, al sistema Italia, al Paese Italia, in termini di didattica e di ricerca, un minimo di prospettiva di poter partecipare a quello che avverrà nei prossimi 30-40 anni in giro per il mondo in tutti i settori della ricerca e non possiamo accettare supinamente un risultato talmente perverso per il quale i bravi se ne vanno e, francamente, i somari restano. Dopodiché ci potranno anche dare qualche consenso elettorale a destra e a sinistra i somari che restano, ma non so quanto a lungo questo consenso possa essere speso. Un'ultima indicazione signor Presidente. Riflettevo, come voi sapete io sono sempre un liberal, un liberale, ma sono molto attento al fondamento portante del pensiero liberale che è "che cos'è lo Stato", è su quello che si imposta il pensiero liberale. Questa idea quindi di aprire i consigli di amministrazione a esperti esterni merita molta attenzione, perché guardando all'esperienza per esempio della sanità e delle ASL, quando ci siamo illusi che far gestire la ASL da un manager esterno che non capisce assolutamente nulla di medicina, che qualche volta, se va bene ed è bravo, capisce di contabilità, magari capisse di controllo di gestione, ecco, non vorrei che anche lì l'esperienza del caso ASL-sanità si ripeta nei consigli di amministrazione, perché non può esserci assunzione di responsabilità se non c'è anche un bilancio, balance, diritti-doveri.
   Allora, nel momento in cui gli atenei così scremati, così ridotti a un terzo, hanno una loro autonomia e c'è una gestione, bene, i privati che entrano o gli esperti esterni che entrano devono avere una corresponsabilizzazione anche in termini economici-finanziari. È troppo facile entrare e sputare sentenze decidendo dei soldi dello Stato e degli altri. Teniamo conto - ultimissima indicazione e vale per tutti i grandi servizi pubblici - che se l'utente, in questo caso lo studente e la famiglia, non ha la diretta percezione di cosa sta spendendo in quel momento e quindi di qual è l'ammontare di risorse che viene investito su se stesso, non avrà mai la capacità, la forza, la volontà di pretendere che a quel costo corrisponda un risultato per sé.
  E allora, capisco che posso anche essere eccessivamente liberal, ma finché non stabiliamo il principio che l'iscrizione all'università deve coprire il costo medio per studente non ne usciamo: costa 15.000 euro una facoltà di medicina, le tasse di iscrizione devono essere 15.000 euro. Noi dobbiamo scindere questo concetto da chi e come paga. Perché attualmente costa 15.000 euro, pago 1.500 euro di tasse, l'ateneo decide di aumentarle a 1.800, c'è la rivolta universitaria, c'è la rivolta dei sindacati perché c'è l'aumento delle tasse universitarie, ma nessuno percepisce che in realtà l'università costa 15.000 euro. Allora il principio è molto semplice: che l'equità sociale lo Stato la fa con le borse di studio, con il buono scolastico, con queste cose. Lo studente e la famiglia devono ricevere un assegno dallo Stato di 15.000 euro; lo studente va a spenderselo e sceglie la sede universitaria nella quale si vuole iscrivere. Quindi l'università gratis per tutti non è un problema di equità sociale. Dopo tanti decenni il risultato è che abbiamo prodotto la più perversa selezione sociale, perché questa formula porta ad una dequalificazione dell'università dove i miei figli e i figli di famiglie a reddito medio-alto hanno comunque un loro percorso scientifico e di formazione, i figli dei poveretti, se va bene, ottengono la laurea della quale spesso non sanno cosa farsene, a meno che non siano dei geni, ma allora solo quelli, uno su un milione, ce la fanno.
  E anche qui, la falsità di una perequazione sociale ottenuta attraverso una dequalificazione totale, che ottiene come risultato finale una selezione perversa e classista di ciò che arriva alla fine del percorso di formazione. Questa va a mio parere smontata e sgretolata e lo strumento è quello di mettere in mano all'utente la constatazione, la percezione, il toccare con mano che quando entra dentro l'università sta spendendo 15.000 euro e se la qualificazione dei corsi, la presenza dei docenti e anche del personale non docente non è adeguata, può certamente chiedere conto a qualcuno di questo, oppure l'anno successivo prende e ritira il suo assegno e lo va a portare ad un'altra università. Allora sì che una competizione verso l'alto può funzionare. Senza di questo io credo che, con tutta la buona volontà nostra e di quelli che ci seguiranno, non riusciremo a frenare questo degrado progressivo della nostra ricerca universitaria, e quando un Paese rinuncia a questo tipo di formazione sta rinunciando a se stesso. L'Italia più degli altri perché se ci guardiamo indietro forse qualche piccolo contributo alla scienza e alla tecnologia l'abbiamo dato e siamo capaci di darlo, quindi ancora peggio per noi. Fossimo un Paese magari dell'Africa subsahariana forse avremmo alle spalle - con tutto il rispetto, per carità - ma avremmo alle spalle meno elementi di irresponsabilità. C'è un esempio che segna la mia vita, che è negli anni '50, fino ai primi anni '60: noi registravamo i brevetti, abbiamo inventato il Moplen e l'abbiamo diffuso in tutto il mondo. Non dico Fermi o altri, o il professor Veronesi che è autorevole membro del Senato, ma sono certo che se continuiamo così noi saremo in grado di produrre altri professor Veronesi, ma saranno tutti a Houston a lavorare e non credo che sia giusto che stiano a Houston soltanto e nessuno in Italia.

Un ultimo auspicio, infine, signor Presidente. Proprio sulla base delle precedenti riflessioni occorre trarre la conseguenza più coerente, e cioè la necessità di eliminare il valore "legale" del titolo di studio al fine di legare il valore del titolo alla effettiva formazione e qualificazione offerta dall'università ed acquisita effettivamente dallo studente.
Grazie, signor Presidente.                 Mario Baldassarri

 

 

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BREVE RESOCONTO DELLA  DISCUSSIONE DI IERI IN SENATO
E RICHIESTA MINIMA DI EMENDAMENTI

Riforma dell' Universita', Disegno di legge – Senato 1905, Votazione finale, all’o.d.g. giovedi’ 29 luglio 2010.

        Ai Colleghi in Italia
        Ad atri interessati

p.c.

- Al Presidente del Senato della Repubblica Italiana
- Agli On.li SENATORI
- Al Presidente del Consiglio dei Ministri
- Al Ministro della Universita' e Ricerca
- Al Ministro della Economia

   Oggetto:  breve resoconto e richiesta minima di emendamenti
               

  ieri (27 luglio) c'e' stata la discussione sul DDL, in Senato. Il 29 luglio  ci sara' la votazione finale.
  Ho ascoltato ( e registrato) tutta la discussione, via satellite. Mi sono ricordato del massacro di Duisburg (Germania), negli scorsi giorni, con migliaia di giovani cacciati in un tunnel a imbuto, e massacrati.
   In estrema sintesi, e' stata una vera caccia all'untore (l'universita' italiana). L'universita' e' stata accusata, senza misericordia ne' limiti di pieta', di aver dilapidato i soldi dello Stato (migliaia di lauree inutili, decine di sedi inutili; allievi promossi a professore per clientela, familismo. Una parte di noi prenderebbe soldi senza fare ricerca.

  Di proprio, gli intervenuti non hanno offerto uno straccio di indicazioni di strumenti efficaci per risolvere i problemi, se non la centralizzazione dei controlli, a scapito della autonomia, perche' esercitata in passato, in modo irresponsabile. E
pertanto, l'unico modo di risolvere e' risultato cominciare dal trattamento dei malati inguaribili, quello di eliminare la malattia uccidendo il malato: vale dire, tagliare il turnover e i fondi, a man bassa.

  Cari Colleghi, se abbiamo un po' di dignita', non rimane che suicidarci.
  Alcuni (Garavaglia, Asciutti, Valditara) hanno tentato di difenderci, ma hanno dovuto dire senza dire, pena il linciaggio.
  Il Ministro ha parlato a lungo. Cosa ha detto ? Nulla.
  In questa fase, non rimane che lasciar passare il temporale. Poi, il DDL passera' alla Camera'. In questa sede dovremo riprendere il colloquio (molto colloquio) con la politica e con le famiglie, e anche col ministro se finalmente lo vorra'.

  Al punto in cui siamo, ribadisco le richieste minime di emendamenti, se l'Aula e il Governo vorranno :
  1) che il FFO sia ripartito tra le universita' prendendo a riferimento il costo standard per studente;
  2) che siano liberalizzati i contributi studenteschi;
  3) che, conseguentemente, il diritto allo studio per i "bisognosi e meritevoli" (art. 34 Costituzione) non sia piu' a carico delle universita', ma dello Stato con apposito fondo del MIUR, con delega alla Regioni, per la gestione. Il Fondo potrebbe essere finanziato sottraendo al FFO la corrispondente cifra;
  5) che sia fissato, di massima, il rapporto tra numero dei professori e numero degli studenti,  uniformemente nelle universita' (ad es., attualmente c'e' 1 professore, ogni 30 studenti, come media nazionale);
  4) che anche il personale tecnico e amministrativo sia rappresentato nel Senato (come conseguenza della abolizione del Consiglio di Amministrazione, quale organo elettivo di rappresentanza del personale docente e non docente);
  5) che anche le commissioni locali di concorso siano sorteggiate nel settore scientifico nazionale;
  6) che ci sia la chiamata diretta (a prof. associato, e a prof. ordinario), rispettivamente, dei ricercatori a tempo indeterminato e dei prof. Associati con almeno 5 anni di anzianita', in seguito a conseguimento dell'abilitazione nazionale corrispondente, purche' ci sia anche la unificazione delle tre attuali progressioni retributive (altrimenti la chiamata diretta sarebbe una scatola vuota).

Bologna 26 luglio 2010

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NINO LUCIANI, Professore Ordinario di Scienza delle Finanze

 

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LETTERA APERTA DEL NOSTRO GIORNALE AI SENATORI:
"Si può fare di più con un pò di buona volontà ... da parte del Governo"

- Al Presidente del Senato della Repubblica Italiana
- Agli On.li SENATORI


p.c.


- Al Presidente del Consiglio dei Ministri
- Al Ministro della Universita' e Ricerca
- Al Ministro della Economia

   Oggetto: Riforma dell’universita’ – Disegno di legge – Senato 1905, all’o.d.g. martedi’ 27 luglio 2010

   On.le Presidente del Senato, On.li Senatori,

   il DDL in oggetto promette una demolizione rilevante dell’universita’ pubblica italiana, pur contenendo un buon avvio in alcuni punti. In considerazione di cio', vogliate rinviare il testo in Commissione Istruzione il DDL, pero' con precisi indirizzi, perche’ da un rinnovato incontro tra Governo e Parlamento, vengano sciolti i nodi, che sotto vi segnalo.
   Le indicazioni dei sindacati universitari sono state date, in particolare, nella Conferenza di Bologna del 12 febbraio 2010, organizzata da nostro Giornale e dalla Fondazione Magna Carta, a cui hanno partecipato i Presidenti delle Commissioni universita' di Camera e Senato e il sen. Gaetano Quagliariello.
  Dei principali problemi, di cui al DDL, rimasti irrisolti, ho scritto il 26 aprile 2010 in una lettera (qui allegata) al Presidente Berlusconi, ma senza ottenere una risposta. In essenziale, i punti sottoposti sono:

  1) La struttura del DDL è funzionale al “costo zero” della riforma, per lo Stato, ma anche impedisce alle universita' vie di uscita alternative. Questo non va bene e infatti:
   a) Il “costo zero” per lo Stato si puo’ accettare come precisa scelta politica del Governo, risultato da elezioni politiche. Invece, appare inammissibile anche l’impedimento all’universita’ di approvvigionarsi di risorse sul mercato, mediante la liberalizzazione dei contributi studenteschi, per lo stretto pareggio del bilancio.
  b) Va pur apprezzato che, mantenendo il DDL la copertura delle spese correnti delle universita’ mediante il FFO – Fondo di Finanziamento Ordinario – pur se a risorse strette, rimarrebbe il soddisfacimento pubblico del Diritto allo Studio, sia pur con qualche restringimento della maglia.
   Ma la liberalizzazione suddetta farebbe mancare l’aiuto specifico agli studenti bisognosi e meritevoli, ai sensi dell’art. 34 della Costituzione. Per questi casi sarebbe necessario, come mitigazione della liberalizzazione, creare un Fondo aggiuntivo a carico dello Stato (togliere  la corrispondente cifra al FFO ?), per la cui gestione si potrebbe dare delega alle Regioni.
  c) L’attuale FFO e’ ripartito in base a parametri che non hanno alcun senso come riferimenti per premiare i “risultati di merito” delle universita', perche’ costruiti usando statistiche relative ad anni passati, del tutto superati (questo ricorda le esperienze fallimentari dell’Unione Sovietica, dove questi erano applicati a tutti i settori del sistema economico).
   Sarebbe piu’ utile, invece, prendere a riferimento il “costo standard per studente” (vale dire, in pratica, il costo medio, nazionale dell’insieme delle universita’). Questo avrebbe anche l'effetto di premiare automaticamente le universita’ virtuose (perche’ con costi inferiori al costo standard).
  d) Andrebbe anche disposto il controllo preventivo della Sezione locale della Corte dei Conti sul bilancio delle universita’.

  2) Governance.
  a) Il DDL rafforza l’Esecutivo delle Universita’ (il Rettore si varra’ di un Consiglio di Amministrazione configurato come organo esecutivo, come nelle societa’ per azioni; e l’attuale Direttore Amministrativo diverra’ “Direttore generale”).
   Questo puo’ essere cosa buona, se bilanciata da un rafforzamento degli Organi deliberanti e di controllo.
   Ma questo non e’ e infatti:
  - e’ il abolito il Consiglio di Amministrazione, come organo elettivo di rappresentanza delle categorie (professori di I e II Fascia, Ricercatori, Personale Tecnico e Amministrativo);
- il nuovo Senato diviene un organo elettivo senza poteri reali, perche’ e’ svuotato dei Presidi (attualmente membri di diritto, e figure portanti della democrazia universitaria) ed e’ composto da membri eletti in modo polverizzato (cosi’ da non avere alcun potere reale).
   Per evitare questa polverizzazione, un modo e’ la elezione per liste concorrenti dei candidati, in modo da originare una maggioranza ed una minoranza.
   Nel nuovo organo elettivo non entrerebbe, poi, il personale tecnico e amministrativo, e questo non va bene.

3) Reclutamento e progressione in carriera dei docenti.
a) Il DDL istituisce l’abilitazione nazionale (a lista aperta) dei docenti e questo e’ cosa buona.
  Inoltre esso conserva nominalmente il concorso locale per il reclutamento e la progressione in carriera, con Commissioni locali di professori del Dipartimento, nominate dal rettore, per la scelta dei professori dentro la lista degli abilitati “nazionali”.
   Questo modo pilotato di fare le commissioni significa, di fatto, la fine dei concorsi come indicati dalla Costituzione (art. 97) per la Pubblica Amministrazione. Tenuto conto, poi, che i nostri Dipartimenti sono molto corporativi, il localismo (la piaga creata dalla legge 210/1998) sara’ ulteriormente aumentato.
   In passato, le commissioni (pur se elette con votazione) erano in realta’ il frutto di accordi taciti sotterranei. Adesso lo si farebbe senza piu’ limiti al pudore. Sono dell'idea che il concorso debba diventare un vero concorso con scelta delle commissioni mediante sorteggio (nel settore scientifico nazionale).

4) Diritto allo studio.
  Il DDL lede gravemente il diritto allo studio perche’, bloccando in modo rilevante il turnover del personale di ruolo, riduce molto, per gli studenti, la disponibilita’ relativa di docenti a tempo pieno.
  In questo modo si trascura di considerare che la scuola è come la famiglia, e senza la sua stabilita’, i figli finiscono affidati al vento.
  Tenuto anche conto delle attuali carenze finanziarie delle universita’ (che, l’altro, hanno anche problemi edilizi e do sicurezza delle strutture), nel nuovo sistema gli insegnamenti saranno affidati prevalentemente a docenti a contratto (pur se aventi l’abilitazione nazionale). Questa precarieta' dei docenti potrebbe divenire estrema nelle aree depresse del Paese, dove i problemi del bilancio sono già gravi per loro natura.
  Si voglia, pertanto, disporre una norma che fissa dei precisi rapporti tra numero di professori di ruolo e numero di studenti, uniformemente in tutte le universita' italiane.

5) Mancanza di norme transitorie per i Ricercatori a tempo indeterminato. E’ prassi che, abolendo un ruolo, i suoi membri siano inquadrati ope legis nel gradino piu’ basso del ruolo superiore. Nel nostro caso, non solo questo non avviene, ma neppure sono previsti dei giudizi di idoneita’ per promuovere i meritevoli, come invece fu fatto per gli assistenti ordinari nel 1980 (DPR 382/80).
   Il DDL prevede, e' pur vero, la possibilita’ di chiamata diretta (come per i ricercatori a tempo determinato), in caso di conseguimento della abilitazione nazionale a professore associato.
  Questa estensione della chiamata diretta ai Ricercatori a tempo indeterminato (nel DDL iniziale essa era prevista solo per i Ricercatori a tempo determinato) e’ , pero', fallimentare perche’ non tiene conto che, in base alla legge vigente, ci sono tre progressioni di carriera, per le tre fasce, nelle quali il gradino iniziale della fascia superiore e' piu' basso del gradino di provenienza della fascia inferiore. La conseguenza e’ che il Ricercatore a tempo indeterminato “anziano” perderebbe di retribuzione, in caso di chiamata.
  Per dare un senso compiuto alla chiamata diretta dei Ricercatori a tempo indeterminato sarebbe necessario “anche” unificare le tre progressioni stipendiali (questo non vuol dire “il ruolo unico”).

6) Professori Associati. Benche’ il DDL non ne abolisca il ruolo (ma sarebbe stato un bene il farlo, e invece mantenere il Ruolo dei Ricercatori a tempo indeterminato), anche per loro e’ opportuno prevedere la chiamata diretta in caso di conseguimento dell’abilitazione nazionale, previa unificazione della progressione retributiva delle tre fasce.
  I motivi sono:
  - e’ un danno obbligarli a cambiare sede, dopo che hanno creato delle scuole, con studenti e allievi ...;
  - negli anni 1980-1998 essi hanno subito il ghetto, per mancanza di concorsi (erano programmati 9 concorsi, ne furono fatti 3), e quando nel 1998 furono sbloccati i concorsi, essi furono esclusi per accordo tacito dei sopravvenuti Commissari giovani che dettero la precedenza ai loro allievi (ulteriormente piu’ giovani).

Bologna 25 luglio 2010

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NINO LUCIANI, Professore Ordinario di Scienza delle Finanze

Allegata: Lettera a Berlusconi, del 26 maggio 2010.
Clicca su:
RUBRICA

 


Università di Manchester

 

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Mauro Degli Esposti

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Trent'anni di politica universitaria in Italia
(Dal DPR 382/80 al progetto Gelmini)
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Per il testo originale in inglese clicca su:
Thirty years of policy for higher education
in Italy: Vico's ricorsi and beyond?

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Mauro Degli Esposti* and Marco Geraci#

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Marco Geraci

* Faculty of Life Sciences and #  Faculty of Medical and Human Sciences
The University of Manchester, Stopford building, Oxford Road, M13 9PT Mancester, UK

This is an Italian translation of an article that is to be published under the title "Thirty years of higher education policy for Italy" in the Bulletin of Italian Politics", Vol. 2, number 1 - July 2010

Trent’anni di politica universitaria in Italia

Sommario. Nel 2010 ricorrono trent’anni da quando, nel 1980, fu introdotta una legge di riforma radicale del sistema universitario italiano. Durante questo periodo, un susseguirsi di leggi ha progressivamente alterato e perfino vanificato i cambiamenti introdotti trent’anni fa, in un processo che si potrebbe definire come classico ricorso. Come inizialmente descritto dal filosofo Vico nel 1744, un ricorso rappresenta un ciclo storico in cui lo stato finale assomiglia a quello iniziale da cui si è originato. In questo articolo si avanza l’ipotesi che proprio questo tipo di andamento ciclico ha caratterizzato l’altalenante politica governativa per l’università italiana nelle ultime tre decadi. Secondo tale ipotesi, formulata alla luce dell’esperienza personale di due scienziati italiani di diversa generazione, l’ultima riforma proposta dall’attuale governo italiano risulterebbe un tipico ricorso, poiché reintroduce norme già viste in passato. Tuttavia, l’attuale politica universitaria riflette un’attenzione al merito più marcata che in passato: il merito costituisce, infatti, il concetto chiave attorno al quale ruota la spinta riformatrice del mondo accademico italiano. Questo articolo offre un excursus storico del processo legislativo che ha prodotto l’attuale sistema universitario. In un articolo successivo, verranno invece discussi approcci quantitativi utili per valutare il prestigio, e quindi il merito, degli istituti universitari italiani.

1. Trent’anni di legislazione sembrano produrre un ricorso Vichiano. Trent’anni fa una grande riforma cambiò il sistema universitario in Italia. Da allora il mondo accademico italiano ha attraversato una serie altalenante di cambiamenti legislativi che non sono riusciti a fermare il progressivo declino del sistema universitario. Un declino aggravato dalle limitate risorse di investimento pubblico (nonchè privato) e, più recentemente, da forti tagli finanziari. Lo scopo di quest’articolo è di produrre un’analisi pacata di come il sistema universitario italiano si è evoluto in risposta ai cambiamenti politici e legislativi degli ultimi trent’anni. Da questa analisi emerge la forte impressione, corroborata da fatti innegabili, che questo sistema stia tornando indietro verso una situazione simile a quella pre-esistente al 1980, seguendo quindi un processo storico che ricorda i ricorsi descritti dal filosofo Gianbattista Vico. Secondo la visione storica di Vico (Vico, 1744), la progressione di corsi e ricorsi non produce necessariamente delle situazioni migliori che in passato – in effetti, non tutto quel che è nuovo è meglio. I cambiamenti ciclici che descriviamo qui possono anche aiutare a comprendere il progressivo calo di influenza che la nazione italiana ha esercitato sui palcoscenici internazionali, sia politici che economici. Il numero crescente di accademici ed intellettuali italiani che hanno cercato (e trovato) all’estero un luogo dove potersi esprimere al meglio rappresenta, molto verosimilmente, un sintomo di tale declino. Fra essi gli autori di quest’articolo che, osservando a distanza (perlomeno in termini geografici) il sistema universitario che li ha educati, si chiedono come farà il nostro paese ad uscire dal pernicioso ciclo di declino accademico in cui sembra avviluppato. Ci auguriamo che la nostra analisi, nei limiti dell’obbietività che caratterizza un’attitudine prettamente scientifica, possa fornire uno spunto, pur piccolissimo, per uscire da tale ricorso.

2. Caratteristiche generali del sistema universitario italiano. La struttura dell’educazione superiore in Italia risulta comparabile a quella della Francia e di altri paesi europei di dimensioni equivalenti. Un numero relativamente alto di università è distribuito su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione di atenei nelle regioni del Centro-Nord dove, in passato, esistevano piccoli Stati indipendenti (Toscana, Emilia, Lombardia, Piemonte e Veneto). Ci sono, inoltre, istituzioni di formazione superiore derivate da modelli napoleonici, tra cui la più nota è forse la Scuola Normale di Pisa, ed un numero crescente di istituzioni universitarie private, alcune delle quali di tipo telematico (specializzate in e-learning). Secondo l’ultimo rapporto del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU, 2009), nel 2008 esistevano oltre 90 università in Italia, ospitanti, approsimativamente, due milioni di studenti e 62000 accademici.

In Italia, il numero delle università e degli studenti che giungono alla conclusione del percorso di studi non è alto se rapportato alla dimensione della popolazione. Oltretutto, il 40% degli studenti iscritti risulta fuori corso, cioè non giunto alla laurea nei tempi stabiliti (CNVSU, 2009). Questo riduce grandemente l’efficienza del sistema dell’educazione superiore. Tale sistema, inoltre, è caratterizzato da una limitata mobilità sociale, come dimostrato dal fatto che circa il 40% dei laureati in Architettura, Farmacia e Medicina provengono da famiglie in cui almeno un genitore possiede lo stesso tipo di laurea (Ainis, 2009). Questa ingessatura deriva dal fatto che il mondo accademico non ha mai smesso di esprimere e propagare forme di conservatorismo sociale. Infatti, come documentato nel popolare libro di Stella e Rizzo (2008), molti professori universitari appartengono a famiglie di lunga tradizione accademica. In casi estremi, ma non particolarmente rari, intere facoltà sembrano essere dominate dalla stessa famiglia accademica (Ainis, 2009; Carlucci and Castaldo, 2009). Un aneddoto personale può essere illuminante. Agli inizi degli anni ottanta, solamente due fra gli otre 40 accademici dell’Instituto Botanico di Bologna venivano da famiglie di classe medio-bassa senza tradizioni accademiche. Ancor oggi, la situazione di quell’Istituto non sembra molto cambiata, dal momento che la maggioranza degli accademici di allora sono ancora attivi, mentre i pochi che sono subentrati ad altri hanno in molti casi parentele nell’ambito accademico. Storie simili si ritrovano da una punta all’altra del Paese (Carlucci and Castaldo, 2009).

3. La riforma del DPR 382/1980. Durante gli anni settanta si accumularono vari problemi nel sistema universitario italiano, in parte dovuti all’apertura dei corsi universitari, precedentemente destinati ad élites, che raddoppiò la popolazione studentesca. Molti problemi furono poi esacerbati dalla crisi economica del 1972, che condusse alla riduzione dei fondi per l’università. Per portare avanti le attività di insegnamento e ricerca vennero assoldate frotte di giovani laureati con contratti a breve termine, spesso sotto-pagati, determinando così la nascita di un esercito di precari. Insieme al loro numero, crebbe anche la loro influenza sul processo di riforma che lentamente si andava sviluppando verso la fine degli anni settanta. Tale riforma riuscì ad andare avanti solo attraverso una stabilizzazione del ruolo dei precari, che fu decretata con la Legge 382 approvata nel 1980. Molti precari furono dunque collocati in una delle nuove posizioni accademiche introdotte nella riforma: quella di ricercatore e quella di professore associato (correspondenti, più o meno, a quelle di assistant e di associate professor negli Stati Uniti e a quelle di junior e di senior lecturer nel Regno Unito). Nonostante che l’entrata in ruolo in queste posizioni permanenti richiedesse una valutazionedi idoneità basata sul curriculum, in pratica tutti i precari che avevan ricevuto incarichi prima del 1979 entrarono a ruolo. Cosicché la riforma permise un’entrata nel settore accademico ope legis a quasi ventimila persone le cui credenziali di ricerca ed insegnamento non vennero seriamente valutate. Allo stesso tempo, con la legge 382 vennero bandite quattromila nuove posizioni di ricercatori liberi, a condizioni salariali significativamente meno vantaggiose rispetto a quelle dei ricercatori confermati. Uno degli autori di questo articolo ottenne nel 1983 una posizione di tal genere dopo un concorso molto competitivo. I tempi di attuazione della legge 382 furono, infatti, assai lenti per queste nuove posizioni, che, a differenza di altre, vennero assegnate essenzialmente sulla base del merito scientifico alla stregua di quanto avveniva in altri paesi occidentali. Questi giovani ricercatori diedero un nuovo impulso alla ricerca italiana, grazie anche al supporto di scienziati delle precedenti generazioni che poterono impiegare nuove risorse finanziarie ed intellettuali, in particolare studenti di dottorato, liberate con la Legge 382. Giovani e dediti studenti furono attratti a lavorare su progetti di ricerca finanziati dal ministero o da nuove agenzie come Telethon, e si aprirono filoni di ricerche di carattere anche internazionale. Un fresco entusiasmo iniziò a permeare (o tale fu la percezione) i nuovi dipartimenti. Tutto ciò nonostante il livello di finanziamenti fosse relativamente basso e, molto spesso, distribuito a pioggia.

4. Il sistema dei concorsi con il DPR 382/1980. La Legge 382 consolidò un cambiamento cruciale nel modo in cui le università reclutavano e promuovevano il loro personale accademico. Contrariamente ai riceratori liberi, che venivano selezionati localmente, le posizioni di professore, associato e ordinario, venivano bandite per mezzo di concorsi nazionali condotti ogni due o tre anni1. Per ciascuna disciplina accademica, si formava una commissione dai sette ai nove membri, selezionati da un pool di professori. Questi ultimi, a loro volta, venivano eletti a livello nazionale fra accademici dello stesso ramo disciplinare, seguendo le norme stabilite da una precedente legge del 1979 (la stessa legge che introdusse anche il CUN2, un organismo divenuto oggi fondamentale nel sistema universitario italiano). La commissione, una volta insediata, esaminava le domande dei vari candidati sulla base di criteri che stabiliva essa stessa in modo insindacabile. Non solo tali criteri erano slegati da parametri internazionalmente riconosciuti come, ad esempio, il fattore d’impatto (impact factor), ma non era neanche previsto nessun meccanismo di valutazione ex post. Ciò portò addirittura alla possibilità di poter selezionare i candidati per la posizione più elevata (professore di prima fascia) senza sottoporli ad alcun colloquio. I candidati a posizioni di professore associato, invece, venivano intervistati e poi dovevano presentare una lezione pubblica su un tema sorteggiato il giorno precedente.

Il sistema di elezione dei membri delle commssioni divenne immediatamente permeabile alle manipolazioni dei potentati accademici, generalmente chiamati scuole (Mattei and Monateri, 1993), i quali potevano indirizzare molti voti su candidati prescelti. Anche se diversi scandali sui concorsi finirono in mano alla stampa (come quelli descritti da Ainis, 2009 e Stella e Rizzo, 2008), uno in particolare fece eco in quanto rivelò come i concorsi venivano sistematicamente manipolati per promovere solo i candidati desiderati, indipendentemente dal loro merito scientifico. Roberto Bisson, un professore associato di Padova molto conosciuto in ambienti scientifici, produsse un rapporto accurato in cui analizzò vari concorsi in Biochimica, in particolare quello del 1992 nel quale vennero bandite 39 posizioni di professore di prima fascia. Questo concorso, che fu uno dei più importanti per numero di posizioni ed università interessate tra quelli banditi nel 1992, può essere considerato emblematico di come la promozione accademica procedesse dopo l’introduzione della Legge 382/80 (per ulteriori esempi, cfr. Carlucci and Castaldo, 2009).

5. Il concorso per professori di Biochimica del 1992. Storicamente, il campo della Biochimica è stato dominato in Italia da un ristretto gruppo di potenti scuole afferenti le università di Roma, Napoli, Bologna, Milano e Genova, le quali sono state in grado di estendere la loro influenza su quasi tutti gli altri atenei italiani. Per esempio, la scuola di Bologna ha tradizionalmente esercitato un forte controllo sui dipartimenti di Biochimica in tutte quelle facoltà in cui, appunto, la Biochimica viene insegnata. Fra queste si annoverano quelle dell’università di Bologna, Modena, Parma, Ancona, Pisa, Sassari, Catania e Roma Cattolica, che, all’epoca in cui si tenne il concorso in discussione, comprendevano oltre un decimo dell’elettorato deputato alla formazione delle commissioni concorsuali per Biochimica. La scuola di Bologna, dunque, aveva assicurarata l’elezione di almeno un suo rappresentante in ogni commissione dei concorsi nazionali per posizioni accademiche nel settore scientifico di sua spettanza. Un’altra scuola ancor più influente, e con un elevato profilo scientifico, era quella di Roma (La Sapienza).

Il meccanismo di selezione funzionava impeccabilmente: una volta che i membri delle commissioni erano stati eletti a sorte fra i candidati preselezionati (cioè quelli che si erano impegnati a salvaguardare gli interessi delle rispettive scuole), essi si incontravano in modo discreto con i rappresentanti di tutte le scuole per definire chi doveva vincere i posti messi a bando, ancor prima di vedere i curricula dei candidati. Successivamente, le commissioni si riunivano per definire i criteri che, appunto, favorissero i candidati preselezionati dai potentati nazionali e da quelli locali. Tali criteri dovevano conformarsi al livello scientifico dei futuri vincitori, livello molto spesso di gran lunga inferiore a quello di altri candidati, magari privi di simile “protezione”. Difatti, praticamente tutti i 168 candidati che fecero domanda al concorso di professore di Biochimica del 1992 furono ammessi dalla commissione, la quale, nei due anni successivi, lavorò all’eliminazione di quelli indesiderati e alla promozione di tutti quelli predestinati alla vittoria.

Questo sistema ufficioso, ed illegale, di selezione continuò indisturbato per molti anni, anche perché i curricula dei candidati non erano di dominio pubblico. Tuttavia, le cose cominciarono a cambiare nel 1994 quando il succitato Roberto Bisson, che aveva partecipato senza successo al concorso del 1992, decise di valutare il profilo scientifico degli altri concorrenti. A tal fine utilizzò risorse allora nuove, come il databank Pubmed/Medline che raccoglie la maggioranza delle pubblicazioni scientifiche in Biochimica e materie affini. Nella sua analisi sistematica, Bisson trovò che molti dei vincitori del concorso possedevano meno pubblicazioni, e spesso su riviste di minore prestigio, di quelle di molti candidati esclusi (tra questi, anche uno degli autori del presente articolo). A sue spese, Bisson fotocopiò i documenti depositati ufficialmente presso il Ministero dell’Istruzione a Roma che riguardavano il concorso del 1992 e quelli precedenti ad esso collgati. Confrontò quindi la sua rigorosa analisi con i documenti ufficiali e li pubblicò in un libretto, il rapporto Bisson, che poi distribuì a molti bochimici italiani, prima di ritirarsi dalla ricerca, e poi dalla vita accademica.

Le conclusioni del rapporto Bisson erano devastanti. Veniva messo allo scoperto, in modo inappuntabile, un modo profondamente ingiusto di portare a promozione accademici che non ne avevano i titoli e che, dunque, era in completo contrasto con le norme di legge. Ad esempio, mettendo i 39 vincitori del concorso a confronto con i 20 migliori fra gli esclusi, Bisson stimò che il numero medio delle citazioni ricevute dalle pubblicazioni dei primi era circa la metà di quello delle citazioni per le pubblicazioni dei secondi (67 e 130, rispettivamente), mentre solo cinque fra i vincitori avevano un profilo tale per potersi definire dei leader indipendenti. Guardando poi ai casi singoli, Bisson rilevò che un candidato scientificamente assai quotato (con ben 752 citazioni ed un impact factor globale quattro volte più alto della media dei vincitori) venne considerato non adatto alla posizione di professore. Al contrario, vennero giudicati adeguati candidati con meno di dieci citazioni! Questo non fu un caso isolato. Se la selezione fosse stata basata su una combinazione di parametri riconosciuti internazionalmente, solo 14 fra i candidati che vinsero sarebbero rientrati nell’ipotetica classifica dei migliori 40 fra tutti i candidati a quel concorso. Di conseguenza, si evince che i due terzi dei migliori biochimici italiani degli inizi anni novanta furono ingiustamente esclusi dall’essere nominati professori. Un danno accademico probabilmente irreparabile, dato il mediocre profilo internazionale che la biochimica italiana ha mantenuto dopo il 1992.

6. La transizione verso la riforma Berlinguer. Dai concorsi nazionali a quelli locali. Il rapporto Bisson, insieme ad altri scandali concorsuali, ebbe un impatto sulla comunità accademica in Italia verso la metà degli anni novanta. Membri di commissioni in concorsi incriminati sembravano impauriti dalle possibili conseguenze giudiziarie che avevano colpito alcuni accademici. Tuttavia, il sentimento politico di supporto incondizionato a soluzioni giudiziarie del diffuso malcostume accademico e dei suoi concorsi truccati si dileguò rapidamente e si trasformò presto in una scarsa considerazione per il sistema universitario in toto, nel quale ora si procedeva in modo più cauto in occasione dei processi di selezione e promozione. Tuttavia, lo stesso sistema rimaneva refrattario alla competizione accademica aperta, producendo forme di resistenza passiva che effettivamente scoraggiavano validi scienziati a far domanda per posti accademici, inclusi quelli emigrati all’estero e che avrebbero voluto rientrare in patria. Questo avvenne anche grazie al fatto che la Legge 382 lasciava aperta una forte discrezionalità nel processo di reclutamento. Dopo aver superato la selezione di un concorso, un candidato era infatti obbligato a far domanda di assunzione presso le facoltà che avevano bandito un posto per quello stesso concorso. Le facoltà potevano poi scegliere chi volevano per occupare quel posto, generalmente dopo complessi negoziati con altri corpi academici e potentiati di ogni genere. Cosicché, quando questi negoziati non approdavano a nulla, oppure un candidato vincente esterno non era interessato a quel posto, lo stesso poteva rimanere vacante a tempo indefinito (Carlucci and Castaldo, 2009). Conseguentemente, il sistema di reclutamento accademico rimaneva non solo ingiusto, ma anche assai inefficiente.

Le distorsioni nei concorsi condotti secondo le interpretazioni pratiche della Legge 382/80 chiaramente richiedevano dei forti aggiustamenti, che riconciliassero gli interessi locali con criteri a validità nazionale. La soluzione seguita fu semplice: i concorsi dovevano decidersi a livello locale, con commissioni dominate da accademici delle stesse università, un po’ come avviene tuttora in molti altri stati occidentali. Questo tipo di soluzione fu introdotto con la Legge 210 del 19983, la quale effettivamente trasferiva molta libertà di manovra agli atenei. Con questa maggiore autonomia, si procedette con la selezione di candidati per nuovi posti generati localmente e, invariabilmente, destinati a persone di proprio gradimento, generalmente cresciute negli stessi ambienti universitari. Un tale trasferimento di potere da organismi nazionali ai singoli istituti accademici seguiva il disegno di aumentata autonomia per le università italiane che va comunemente sotto il nome di riforma Berlinguer.

7. La riforma Berlinguer. La riforma centrale delle università avvenne alla fine degli anni novanta e prende il nome del ministro sotto il quale fu attuata, Luigi Berlinguer, un politico di lunga carriera accademica (ricoprì anche la carica di rettore) che introdusse numerosi cambiamenti nell’intero sistema dell’educazione italiana. La principale legge di riforma, il DL509/994, portò rapidamente ad una autonomia effettiva delle università, soprattuto riguardo alle loro attività di insegnamento. I precedenti corsi di laurea a quattro o cinque anni furono ristrutturati in un curriculum modulare, con un diploma triennale (corrispondente al bachelor inglese) seguito da una laurea specialistica di due anni. Questo sistema, chiamato ‘3+2’, fu implementato gradualmente e ha prodotto, nel tempo, effetti sia positivi che negativi per l’educazione e la formazione superiore in Italia.

Fra i benefici vanno annoverati la riduzione degli studenti fuori corso, che scesero dal 55% della fine degli anni novanta al 40% del 2008, e l’aumento del pass rate (efficienza accademica nel conseguire la laurea), che aumentò dal 31.9% del 2001 al 56.9 % nel 2005 (CNVSU, 2009). Tuttavia, a seguito della loro autonomia accademica, le università espansero il numero dei corsi offerti (vi erano 3234 nel 2001 e ben 5835 nel 2007), non solo per aumentare gli introiti e radicarsi meglio sul territorio, ma anche per giustificare un aumento del numero di posizioni accademiche. L’espansione inevitabilmente contribuì ad aumentare il numero delle persone in ruoli academici di vario tipo, le quali venivano selezionate tramite concorsi gestiti localmente in modo fondamentalmente incontrollato. Insieme al concomitante aumento dell’età pensionabile (sino al 2008 questa arrivava fino a 75 anni!), promozioni locali portarono ad un forte aumento dei professori di prima fascia (ordinari), che da 13103 nel 1998 passarono a 19623 nel 2007 (CNVSU, 2009). Questo provocò un abnorme aumento nelle spese di retribuzione - addirittura del 183% per gli stessi ordinari (CNVSU, 2009). Aumenti incontrollati di tal genere, mescolati alla continua saga di scandali concorsuali di ogni tipo, hanno portato ad una progressiva perdita di interesse da parte delle forze politiche verso il sistema universitario, che spesso sembra vivere nel suo mondo (Tocci, 2009). Questo distacco è divenuto più tangibile con i recenti governi di centro-destra, anche a causa della loro tradizionale insensibilità ai problemi dell’educazione superiore.

8. I tentativi di riforma e le delusioni del nuovo millennio. Col ritorno del centro-destra al governo in Italia nel 2001, il nuovo ministro per l’Educazione, Letizia Moratti, introdusse vari cambiamenti nel sistema universitario che sembravano seguire principi di ‘new public management’, come recentemente discusso da Newell (2009). Contrariamente ai suoi predecessori, Letizia Moratti veniva dal mondo imprenditoriale e forse grazie a questo diverso background ha inaugurato nuovi approcci per valutare gli output scientifici delle istituzioni accademiche (non a caso chiamati prodotti). Insieme ad alcuni tagli ai finanziamenti, il ministro Moratti introdusse un disegno di riforma universitaria, la legge 230/05, che però non venne promulgata prima della fine della legislatura. Un aspetto molto interessante di questa legge era l’abolizione della posizione di ricercatore, provvedimento che sarebbe risultato in un ritorno alla situazione di gerarchia accademica esistente prima della Legge 382/80 (cfr. sezione 3). Un primo segno di un possibile ricorso Vichiano, come discuteremo dopo. In pratica, la principale conseguenza della gestione Moratti fu un accumulo di normative e tagli finanziari che condussero ad una progressiva riduzione nel reclutamento di giovani ricercatori, con il conseguente aumento di forme di precariato simili a quelle degli anni settanta. Nel contempo, molte università continuarono a portare avanti la promozione interna di accademici già di ruolo. Così nel 2006 il numero di professori ordinari era aumentato del 51% rispetto al 1998 (CNVSU, 2009).

Nel 2006, il breve governo di centro-sinistra reintrodusse il Ministero per la Ricerca, separato da quello dell’Istruzione, che fu assegnato a Fabio Mussi. Laureato in filosofia e con il mondo sindacale alle spalle, Mussi non sembrò particolarmente sensibile al mondo accademico. Tuttavia riuscì a far passare lo stanziamento di nuovi fondi per reclutare giovani ricercatori, controbilanciando in parte decisioni e tagli del precedente governo. Introdusse pure una nuova Agenzia, l‘ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca), che tutt’oggi dovrebbe inglobare il CNVSU. In sostanza, però, Mussi ed il secondo governo Prodi produssero molto discontento nel sistema universitario italiano che divenne ulteriormente sclerotico, rimanendo cronicamente a corto di fondi ma sottoposto ad un’iper-regolamentazione normativa (Tocci, 2009). Un risultato impressionante, considerato che il governo era guidato da un eminente professore universitario (benché prestato alla politica da tanto tempo).

9. La riforma Gelmini. Col ritorno del governo Berlusconi nel 2008, il mondo accademico ricevette un chiaro messaggio: il sistema universitario è vecchio, inefficiente e pieno di sprechi, e dev’essere cambiato. La persona scelta per mettere in atto questo messaggio, in maniera apparentemente conforme alla filosofia del new public management (Newell, 2009), fu Mariastella Gelmini, una trentaquattrenne laureata in legge con nessuna precedente esperienza governativa od accademica (Sartori, 2008). Nonostante la sua inesperienza, il ministro Gelmini introdusse una serie di cambiamenti (molto controversi) all’intero sistema educativo italiano, a partire dalla scuola primaria, supportando i severi tagli finanziari imposti dal nuovo governo. Questi tagli provocarono una specie di rivolta nazionale che vide uniti genitori, insegnanti e studenti di tutte le età. La rivolta produsse, a livello universitario, la cosiddetta Onda, un movimento che poi si spense verso la fine del 2008, non senza aver temporeanamente preoccupato il governo. Forse a causa di queste preoccupazioni, il ministro Gelmini elaborò un decreto legge, il DL 1805, che restrinse ulteriormente le possibilità di reclutamento nelle università, esacerbando precedenti norme introdotte dal ministro Moratti. Ora solamente gli atenei cosiddetti ‘virtuosi’ e definiti tali con un arbitrario criterio contabile, avrebbero potuto reclutare nuovo personale attraverso procedure concorsuali che venivano parzialmente semplificate rispetto al passato. Il DL 180 introdusse anche, per la prima volta in Italia, una parziale redistribuzione del fondo statale ordinario (pari al 7%), secondo criteri che avrebbero preso in considerazione anche la produzione scientifica.

Le novità del DL 180 erano tese a preparare il terreno per una successiva legge volta a riformare completamente il sistema universitario italiano, la quale divenne presto nota come ‘riforma Gelmini’. Dopo tortuosi sviluppi (la cui sequenza temporale è documentata nel sito web Gelminometer, Degli Esposti, 2009), il decreto legge è stato poi presentato al Consiglio dei Ministri verso fine ottobre 20096. Subito dopo la sua presentazione, la riforma Gelmini attrasse un’entusiastica campagna mediatica, promossa specialmente dal governo, in cui si sottolinearono gli aspetti ‘rivoluzionari’ che la legge avrebbe introdotto nel sistema accademico. Il quale, esasperato da anni di inattività istituzionale e dalla sua progressiva decadenza, rispose inizialmente con tiepidi segni di approvazione (un esempio per tutti, l’articolo su La Stampa del 29 ottobre 2009). Tuttavia, molti di quelli che esaminarono in dettaglio il lunghissimo decreto (contenente oltre 171 norme), risposero con giudizi in genere negativi. La critica forse più comune era che il decreto avrebbe prodotto un eccesso legislativo e quindi gonfiato aspetti burocratici che invece sarebbe stato giusto eliminare. In effetti, calcoli attendibili stimarono che la legge di riforma avrebbe prodotto circa 500 norme ed oltre mille nuove disposizioni, da implementare in tempi non ben definiti (Tocci, 2009). Per di più, molte di queste nuove disposizioni andrebbero ad aggiungersi al complesso di regole tuttora vigenti, accumulatesi nelle ultime tre decadi di politica uiversitaria. Potestio e Rustichini (2009) hanno sottolineato come l’apparente strategia del decreto legge risieda nella capillarità dei provvedimenti che dispone, i quali non solo non riusciranno a fermare il declino del sistema universitario italiano, ma che anzi favoriranno potenzialmente le sue peggiori capacità di elusione (Tocci, 2009). Indubbiamente il decreto legge del ministro Gelmini era volto, nella sua forma originaria, a promuovere maggiore efficenza e merito, obiettivi commendevoli e di novità per il vecchio sistema universitario d’Italia (Potestio e Rustichini, 2009; Tocci, 2009). Tuttavia la maggioranza degli esperti sembra aver concluso, col tempo, che la capillarità dei provvendimenti contenuti nello stesso decreto potrebbe avere un effetto paralizzante sull’organizzazione e sul funzionamento delle università per anni a venire (per una breve analisi, si veda l’articolo di Boeri su La Repubblica del 29 Ottobre 2009).

Emerge quindi l’impressione che la riforma Gelmini potrebbe portare ad una complessa serie di cambiamenti che alla fine avranno un impatto limitato sul sistema universitario italiano e su come funziona tuttora. Cambiamenti del genere sono tipici della politica italiana e di solito vengono definiti gattopardeschi (La Stampa, 29 Ottobre 2009). Ciononostante, il trend che sembra seguire la politica universitaria in Italia risulta conforme ad un ciclo storico di cambiamenti ed aggiustamenti che ripristinano condizioni precedenti, delle quali spesso la gente ha perso memoria. In quest’ottica, i cambiamenti introdotti dal corrente governo diventerebbero emblematici di un classico ricorso. Tre punti sembrano puntare verso questa ipotesi:

       1. Nel decreto traspare una chiara intenzione di ridurre l’autonomia delle singole università, visto che tutte le decisioni chiave debbono essere approvate attraverso due livelli di governo centrale, il Ministero dell’Educazione ed Università e, alla fine, pure il Ministero delle Finanze (Tocci, 2009). La riforma reintrodurrebbe, così, una situazione analoga a quella esistente negli anni ottanta, con l’addizionale controllo da parte del Ministro dele Finanze.

       2. Le commissioni per la selezione di professori (associati ed ordinari) lavoreranno a livello nazionale e verranno formate essenzialmente secondo le modaltà introdotte nel 1979, ma successivamente abolite con la riforma Berlinguer. Di conseguenza, si ritornerebbe ai concorsi controllati centralmente, senza normative chiare che evitino le manipolazioni avvenute nel passato e documentate, ad esempio, dal rapporto Bisson.

      3. La posizione di ricercatore (a tempo indeterminato) viene abolita, producendo così una gerarchia accademica formata da professori associati ed ordinari con posizione permanente che comandano uno stuolo di giovani ricercatori ed accademici, impiegati a tempo determinato con diversi contratti. Si tornerebbe quindi indietro alla situazione di un sistema iniquo, instabile e caotico, come quello esistente oltre trent’anni fa. Se il ricorso seguisse la sua conclusione naturale che questi elementi suggeriscono, solamente una forte deviazione verso un percorso di progresso lineare potrebbe cambiare la natura ciclica della politica universitaria italiana degli ultimi trent’anni. Una tale deviazione dovrebbe concretizzarsi su basi prettamente meritocratiche, mettendo la valutazione del merito dei singoli accademici e dei loro istituti al centro dei principi guida per rinnovare il sistema universitario.

10 L’importanza del merito e della sua valutazione in futuro. Questa panoramica delle riforme applicate al sistema universitario in Italia negli ultimi trent’anni profila uno scenario che per noi scienziati risulta allarmante: un potenziale ritorno al passato. Suggerisce anche che l’ultimo processo di riforma potrebbe diventare un’ulteriore mancata opportunità per dotare l’accademia italiana di un più forte profilo di ricerca, soprattutto a livello internazionale. Mentre il decreto legge della riforma Gelmini entra nel suo cruciale momento legislativo, concludiamo la nostra analisi ponendo ancora una volta l’accento sull’importanza del merito e della sua valutazione, sia prima che dopo il processo di reclutamento degli accademici che formeranno il futuro del sistema universitario e che, quindi, determineranno il profilo scientifico dell’Italia sul piano internazionale. L’ANVUR, che sta per essere finalmente istituita7, dovrebbe giocare un ruolo decisivo nel promuovere e garantire un sistema meritocratico, contribuendo così a far uscire la politica universitaria dai percorsi ciclici che sinora hanno alimentato il declino del sistema universitario in Italia.

Note
Referenze

Thirty years of policy for higher education
in Italy: Vico's ricorsi and beyond?

Mauro Degli Esposti* and Marco Geraci#

* Faculty of Life Sciences and #  Faculty of Medical and Human Sciences
The University of Manchester, Stopford building, Oxford Road, M13 9PT Mancester, UK

Abstract. In 2010, it will have been thirty years since a reform bill was introduced to instigate several major changes in the Italian university system. During this period, many laws have been progressively altered and, more recently, also restored in a recurring pattern that could most aptly be described as ricorso. As first dubbed by the Italian philosopher Vico in 1744, a ricorso is a recurring historical cycle in which the end state is almost identical to the initial state from whence it originated. In this article it is posited that it is precisely this type of historical pattern that is characterised by the twists and turns of the Italian higher education policy that has occurred over the last thirty years. By combining the personal experience of two Italian scientists from different generations, this article will discuss how the latest reform proposed by the current government in Italy fits a pattern of ricorso, in the way in which it outlines the introduction of norms that were already in place thirty years ago. Nevertheless, the current policy proposals do appear to be based on a more meritocratic system – something which can be seen as a key issue for reforming the academic world in Italy. More important than the mere principle of merit itself, however, it is also the particular method of evaluating this merit that may be called into question. Crucially, merit calls to be evaluated according to congruent quantitative methods. The following article will present a study that will hopefully provide just such a quantitative analysis of the merit and prestige of universities in Italy.

1. INTRODUCTION - Thirty years of legislation seems to produce a ricorso. Thirty years ago, a major reform changed the university system in Italy. Since then, the Italian academia has gone through a roller-coaster of legislative changes and reform bills that have not succeeded in easing the progressive decline of the university system. This decline has been exacerbated by limited public investment and, more recently, severe financial cuts. The purpose of this article is to provide an overview of how the Italian university system has evolved in response to the legislative and political changes of the last thirty years. In our opinion, it is now reverting back to a situation analogous to that of pre-1980, thus recalling a pattern of historical cycles that were first described by the Italian philosopher Gianbattista Vico as ricorsi. According to Vico’s view of history (Vico, 1744), the progression of corsi e ricorsi does not necessarily improve situations - after all, not everything that is new is better. Indeed, the changes in the university system that are described and discussed here may help understanding the progressive decline of the Italian nation’s influence on the international stage – both politically and economically – over the past decade or so. It is perhaps telling that an ever increasing number of Italian academics and intellectuals have found it necessary to move abroad. The authors look back to the Italian system that educated them and wonder how the country will be able to progress out of this perniciously vicious cycle of Vichian decline. Might our present analysis be a small step in that direction

1.1 General features of the Italian university system. The structure of higher education in Italy may be compared to that in France and other European countries of equivalent size. A relatively large number of universities are distributed throughout the country, although they are particularly concentrated in middle and northern regions whose boundaries once enclosed the independent states of Tuscany, Emilia, Milan, Turin and Venice. In addition, there are a handful of specialised institutions modelled on the Napoleonic Ecole Normal, (Scuola Normale di Pisa is perhaps the best example) and an increasing number of privately owned universities, some of which are specialised in e-earning (Università Telematiche). According to the latest report of the National Committee for the Assessment of the University System (CNVSU 2009), in 2008 there were over ninety universities in Italy, which together enrolled 1.8 million students and employed 62,000 teaching staff.

In Italy, the number of university students and graduates is not large relative to the population as a whole (CNVSU, 2009); Moreover, 40% of the enrolled students fail to complete their courses within the prescribed time (known as fuori corso), thus reducing the efficiency of the higher education system in Italy. The same system is also characterized by a limited level of social mobility: about 40% of students obtaining a degree in Architecture, Pharmacology and Medicine have come from families in which at least one parent has the same degree (Ainis, 2009). This is because in Italy the academia has never stopped expressing and propagating a form of social conservativism. As described in a popular book by Stella and Rizzo (2008), many academic professors belong to families that profess an old association with the academia; in extreme cases, although not particularly rare, entire faculty bodies appear to be historically dominated by the same family (Ainis, 2009; Carlucci and Castaldo, 2009). A personal anecdote will help to illustrate this point. In the early 1980s, only two out of forty plus academic members of the Institute of Botany in Bologna were from a lower middle-class family without academic traditions. To this day, the situation has not significantly changed, since most of the academics of that institute are still active and the few who have succeeded retired professors are often relatives of other academics.The same story is repeated in other universities up and down the country (Carlucci and Castaldo, 2009).

1.2 The 382 Law of reform. A number of problems started to manifest themselves in the Italian University system during the 1970s, partly due to the opening of the previously elite universities, which resulted in a doubling of the student population. Many problems were subsequently exacerbated by the economic crisis of 1972, which resulted in reduced government funding for the universities. To carry out the great load of both research and teaching activities, an army of new graduates (laureati) was employed on short-term and poorly paid contracts (known as precari). Together with their sheer numbers, their social influence progressively increased during the 1970s. This could have only be achieved by consolidating the academic role of precari, which in fact happened later with the introduction of the 382/80 reform of 1980. Many precari were then enrolled in one of the two new academic levels introduced by the reform, ricercatori and professori associati (approximately corresponding to assistant and associate professors in the US system, or to junior and senior lecturers in the UK system). Although in theory the acceptance for these relatively well paid positions required an evaluation of idoneità (suitability) based on the curriculum, in practice these positions became open to all precari who had been employed previous to 1979. Thus, the reform allowed, ope legis, the acceptance into university positions of over 16,000 individuals whose teaching and research credentials had not been properly evaluated. Conversely, the same law served to open up 4,000 new posts of ‘free researchers’ (junior positions with a salary significantly lower than that provided to confirmed ricercatori) to graduates who had been left out of the university system. One of the present Authors was able to obtain a position of this kind after a highly competitive local concorso in 1983, thereby becoming a member of a novel category of Italian academics selected predominantly on the basis of scientific merit, as in other Western countries. These young ‘free researchers’, together with some fine scholars of previous generations and thanks to specific provisions of the reform (e.g. institution of large departments and of the doctoral degree), gave a strong positive incentive to Italian research, enhancing its scientific production throughout the 1980s and after. Fresh enthusiasm started to permeate research departments and top class students were attracted to research projects funded by government agencies and charities like Telethon. The level of funding remained low in comparison to that in the UK or other countries and it was generally assigned in a non-selective fashion. In spite of this, it was still possible to achieve high levels of research performance, thanks also to the fact that Ph.D. scholarships and support personnel were provided by the universities via local funding schemes.

1.3 The concorso system following the 382 law. The 382 Law served primarily to consolidate a crucial change in the recruitment of new university posts. In contrast to the ‘free researchers’, who were recruited locally, professors (associati & ordinari) were selected via a public competition (concorso) conducted nationally every 2-3 years1. For every discipline, a committee of seven to nine members was selected from a pool of professors who were elected nationally among their peers, following the system previously introduced by a 1979 law (the same law that also constituted the Comitato Universitario nazionale, CUN2 - an elective body that would have subsequently played a consultation role in the dec