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Mentre l'Università cerca il ritorno a una vita normale, dato il
vuoto normativo e
finanziario di cui alla legge Gelmini, anche per inapplicabilità di Decreti attuativi di
base,
giunge notizia che il Consiglio di Stato ha dato parere negativo al MIUR, per il
Decreto per la formazione delle Commissioni giudicatrici per l'abilitazione nazionale.
I Ricercatori, a loro
volta, sono andati alla CRUI (sotto i Comunicati ),
di seguito alla visita del nuovo Ministro alla CRUI , su invito di
questa.
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ATTESA E FIDUCIA DELLA RISPOSTA DEL
MINISTRO ALLA LETTERA DELLA INTERSINDACALE UNIVERSITARIA (DEL 24
NOVEMBRE), CHE FACEVA RICHIESTA
DI INCONTRO SULLO STATO DI "ESTREMA CRITICITÀ
DELL'UNIVERSITÀ "
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I Comunicati della CRUI-Conferenza dei Rettori
e del CNRU - Comitato Naz.le Ricercatori UniversitariIl Comunicato della CRUI
Il 19 dicembre 2011,
presso la sede della CRUI, si è svolto un incontro tra il Presidente della CRUI, Prof.
Marco Mancini, il Rettore dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, Prof. Massimo
Giovannini, membro della Giunta, e il Coordinatore Nazionale del Coordinamento Nazionale
dei Ricercatori Universitari (CNRU), Prof. Marco Merafina, accompagnato da una
delegazione.
Durante lincontro il Presidente della CRUI ha innanzitutto informato la
delegazione del CNRU sui contenuti del recente intervento del Ministro Profumo
allAssemblea.
Sono stati quindi affrontati numerosi argomenti di stringente interesse per
il sistema universitario quali:
- i finanziamenti alle Università e alla ricerca;
- il piano straordinario di reclutamento dei professori associati e le problematiche a
esso connesse;
- la questione dei ricercatori e del loro stato giuridico; gli aspetti critici della
normativa sulle retribuzioni in connessione con le progressioni di carriera;
- la questione del finanziamento della tenure track per i ricercatori a tempo determinato.
Su molti di questi argomenti si è riscontrata una convergenza di posizioni tra le
parti che hanno anche convenuto sullopportunità di prevedere incontri periodici per
garantire un confronto sulle tematiche che saranno oggetto dei prossimi
dellUniversità e della Ricerca. |
La lettera dell'InterSindacale
(24 novembre 2011)
- Al Ministro dellIUR
prof. Francesco Profumo
OGGETTO: Richiesta incontro
Signor Ministro,
nel rivolgerLe i migliori auguri di buon lavoro, le scriventi
Organizzazioni e Associazioni universitarie intendono evidenziare la stato di estrema
criticità in cui versa lUniversità italiana. In questo scenario appare necessario
che il nuovo Governo avvii un confronto costante con le diverse componenti universitarie
da noi rappresentate, riconoscendo il ruolo fondamentale dellUniversità per lo
sviluppo sociale ed economico del Paese.
Per questo chiediamo al più presto un incontro per affrontare i
diversi temi che riguardano lUniversità italiana, anche alla luce del processo
attuativo della legge 240/10.
Distinti saluti.
ADI, ADU, ANDU, CISL-Università, CNRU,
CNU, CoNPAss, FLC-CGIL, RETE29Aprile,
SUN, UDU, UGL-Università, UIL-RUA,
USB-Pubblico impiego
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Il Comunicato dei Ricercatori
(estratto dei punti essenziali)
Il 19 Dicembre 2011, presso la sede della CRUI, una delegazione del
Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari (CNRU), guidato da Marco
MERAFINA, Coordinatore Nazional (Universita' di Roma La Sapienza - Coordinatore Nazionale)
ha incontrato il Presidente della CRUI, Marco MANCINI, accompagnato dal Rettore
dell'Universita' Mediterranea di Reggio Calabria Massimo GIOVANNINI, membro della Giunta.
L'incontro e' stato articolato in due momenti: nel primo il Presidente della CRUI ha
informato la delegazione del CNRU sul recente incontro con il Ministro PROFUMO e su alcuni
contenuti discussi in quella sede; nel secondo sono stati affrontati diversi argomenti
aventi per oggetto:
- la situazione del finanziamenti al sistema universitario,
- la questione dei finanziamenti alla ricerca,
- il piano straordinario di reclutamento dei professori associati e le problematiche ad
esso connesse, - la questione dei ricercatori e del loro stato giuridico,
- alcuni aspetti critici riguardanti la normativa relativa alle retribuzioni in
connessione con le progressioni di carriera, - la questione del finanziamento della
"tenure track" per i ricercatori a tempo determinato (da approfondire in
futuro).
E' stata inoltre consegnata al Presidente Mancini una versione aggiornata
della proposta del CNRU sulla questione del riconoscimento del ruolo di professore ai
ricercatori meritevoli, con un'analisi della sua sostenibilita' finanziaria, in merito
alla quale il Presidente ha assunto l'impegno di sottoporre il testo ad una valutazione in
seno alla Giunta della CRUI.
Al termine della riunione, le parti si sono impegnate a prevedere una serie
di incontri periodici per garantire un confronto costruttivo sulle tematiche oggetto dei
prossimi interventi normativi.
Sintesi dei punti affrontati, rispetto ai quali e' stata riscontrata una
convergenza tra le due parti:
(a) I fondi previsti dal piano di finanziamento straordinario per il reclutamento in II
fascia (Legge di stabilita' del 13 dicembre 2010, n. 220, art. 1, comma 24) devono essere
considerati aggiuntivi a quelli ordinari e devono poter essere spesi anche negli anni
successivi a quelli di dotazione. Su questo punto si e' registrata una convergenza nella
richiesta di trasferire al 2012 la quota di 13 milioni di euro prevista nel 2011 e non
ancora utilizzabile per le future abilitazioni.
(b) Accordo sulla necessita' di dare la massima priorita' all'emanazione delle
procedure per l'abilitazione nazionale la cui mancanza, tra l'altro, rende appunto
inutilizzabili i finanziamenti straordinari previsti dalla suddetta legge di stabilita'.
(c) Per quanto riguarda gli scatti stipendiali previsti da specifiche norme di legge per i
ricercatori nel primo triennio, le parti concordano sul fatto che esso debba essere
riconosciuto. Inoltre, si e' convenuto sulla necessita' che gli organi competenti
chiariscano in modo definitivo e per tutto il personale universitario come deve essere
considerata la ricostruzione di carriera all'atto della conferma.
(d) Si e' riscontrata un'identita' di vedute nel prevedere un recupero del blocco
degli scatti stipendiali (art. 9 del DL 78/2010) dal punto di vista giuridico,
analogamente a quanto previsto per altre categorie di lavoratori non contrattualizzati.
(e) Si e' sottolineata la necessita' che tutti gli Atenei, in modo uniforme, mantengano
comunque ben distinte le attivita' di didattica integrativa (affidate ai ricercatori ai
sensi della legge n. 382 del 1980) dalle attivita' di didattica frontale anche ai fini
della retribuzione prevista dall'art. 6, comma 4, della Legge 240/2010.
(f) Si e' convenuto sulla necessita' che venga garantita, pur nel rispetto delle
autonomie, l'omogeneita' dei criteri previsti dai regolamenti per le chiamate o concorsi
locali (art. 18 della Legge 240/2010) e che si apra un canale di dialogo con i ricercatori
sugli aspetti specifici legati ai criteri di valutazione.
(g) Su nostra sollecitazione, e' stata rilevata la necessita' di avviare una
discussione in merito alla "tenure track" e ai relativi meccanismi di
finanziamento. Su questo il Presidente ha dato ampia disponibilita' ad approfondire la
questione.
(h) Si e' riscontrata un'identita' di vedute nel prevedere che i finanziamenti
della ricerca per i giovani ricercatori siano garantiti ed erogati secondo scadenze certe.
(i) Infine, si e' convenuto sulla necessita' di chiedere per il prossimo esercizio
un cofinanziamento alla mobilita' dei ricercatori.
Sulla questione del riconoscimento del merito in un'ottica disgiunta dalle
disponibilita' finanziarie degli Atenei si e' registrata una differenza di vedute e
pertanto si e' convenuto di approfondire l'argomento nei prossimi incontri. |
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Importanza,
per tutta l'università italiana, di una eventuale pronuncia della
Corte Costituzionale sulla autonomia universitaria (ex-art. 33 Costituzione) |

Prof. Gianni Porzi,
CdA, Bologna
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Atenei di Genova e Torino-Politecnico rivendicano propria autonomia, rispetto a Miur,
sulla Governance elettiva.
Il Miur ha 30 giorni per ricorrere al TAR.
Gli Atenei potranno, poi, opporre la questione di
costituzionalità per il diritto di autonomia organizzativa |

Giacomo Deferrari
Rettore univ. Genova
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FATTI
1.- Premessa. La legge Gelmini stabisce che (art. 2 lett. f) il Senato è
"elettivo", e che (art. 2, lett. i) per il CdA gli studenti sono
"elettivi", e gli altri componenti sono "designati o scelti".
Secondo il Miur, "designazione o scelta" è diverso da
"elezione", ma secondo alcuni giuristi l'aggiunta di "o scelta" è un
ripensamento del legislatore che offre, in subordine, la possibilità della elezione: nel
senso che anche la elezione è una scelta.
Precisamente, secondo il Miur, il CdA va designato (ma la legge non dice , da parte di chi), e siccome esso va configurato come distinto
da ogni altro Organo, esso non può essere l'emanazione di un altro organo, e dunque
dev'essere nominato da almeno due organi.
Infine, secondo altri, le modalità di governance sono riservate dalla
Costituzione alle università. Pertanto il MIUR può dare il proprio supporto
interpretativo, ma esso non è vincolante per le università.
| 2. Genova e
Torino-Politecnico*. Queste università hanno deciso che il CdA sia elettivo.
Ma vediamo come. |
GENOVA. Per l'Art. 19 - 1. Il consiglio di amministrazione, nel rispetto
del principio delle pari opportunità, è composto da: (a) il rettore; (b) quattro docenti
dell'Ateneo dei quali due appartenenti alle aree scientifiche da 1 a 9 e due alle aree da
10 a 14; (e) un tecnico-amministrativo dell'Ateneo; (d) due rappresentanti degli studenti;
(e) tré persone che non siano dipendenti dell'Ateneo ne lo siano state nel quinquennio
precedente.
....
4. I candidati di cui alle lettere b) e e) del comma 1 sono eletti
("tra persone in possesso di comprovata competenza", vedi c. 2) in due collegi
elettorali costituiti rispettivamente dal personale docente e dal personale
tecnico-amministrativo.
5. I candidati di cui alla lettera e) del comma 1 sono votati individualmente dal senato
accademico.
... |
TORINO-Politecnico. Per
l'art. 12, c. 3, dello Statuto, Il Consiglio di Amministrazione è composto da undici
componenti: a) il Rettore, membro di diritto; b) cinque componenti appartenenti ai ruoli
dell'Ateneo (professori, ricercatori e personale tecnico-amministrativo); e) tre
componenti non appartenenti ai ruoli dell'Ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla
designazione e per tutta la durata dell'incarico; d) due rappresentanti degli studenti.
4. - ....e) il Senato Accademico, avvalendosi di un apposito Comitato, accerta che le
candidature presentate soddisfino i requisiti pubblicati nei bandi e compone la lista di
candidati intemi e la lista di candidati esterni includendo in esse tutti i candidati che
soddisfìno i suddetti requisiti. Il Comitato, che dovrà includere almeno 1/3 di
componenti esterni all'Ateneo, sarà individuato secondo modalità definite da apposito
Regolamento approvato dal Senato Accademico; ... 5. I cinque
componenti appartenenti ai ruoli dell'Ateneo sono eletti dai professori,
dai ricercatori a tempo indeterminato e dal personale tecnico-amministrativo, nell'ambito
della lista di cui alla lettera e) del comma 4.
6. I tre componenti non appartenenti ai ruoli dell'Ateneo sono designati dal Senato
Accademico, nell'ambito della lista di cui alla lettera e) del comma 4. La designazione
avviene con votazione del Senato Accademico a maggioranza dei componenti il Senato
medesimo. Il Senato Accademico riapre la procedura di formazione della lista, come
indicato nel comma 4, qualora non risulti designato il numero previsto di componenti
esterni.
7. I rappresentanti degli studenti, in numero di due, sono eletti con
modalità specificate dal Regolamento Generale di Ateneo. "... |
A questo punto, gli Statuti vanno in
Gazzetta Ufficiale, e il Miur ha 30 giorni per fare ricorso.
Sul ricorso, gli Atenei ribelli in materia di Governance potrebbero seguire due
vie:
a) opporre un semplice problema interpretativo e sostenere che la possibilità di
"scelta" significa anche "elezione. Ma in questo caso, gli Atenei rischiano
di perdere, perchè la legge dice "designazione o scelta", in contrapposizione a
"elezione", dello stesso comma, per cui la legge ha fatto un netta distinzione;
b) opporre che la legge ordinaria è incostituzionale, in marteria organizzativa.
Se questo sarà il percorso, Genova e Torino-Politecnico faranno un grande servzio
all'università italiana, posto che il TAR riconosca fondata la questione di
costituzionalità: nel senso che ora e per sempre sarà aperta la strada per ottenere
dalla Corte Costitiuzionale i limiti del Governo nel violare l'Autonomia delle
università, secondo la Costituzione.
3. Bologna. Qui ha avuto
luogo una grande battaglia del Consigliere Gianni Porzi (tra l'altro, Rappresentante del
Governo in CdA) che si è mosso per lo stesso verso delle ricordate Genova e Torino
Politecnico, ma risultandone sconfitto. Rinvio, per i particolari, al resoconto di un
quotidiano locale (clicca su: unige-giornale).
Non solo questo. A supporto della tesi elettiva, l'Intersindacale universitaria
(oltre all'organizzazione di un Referendum, aperto a tutto l'Ateneo, e vinto alla larga),
inviava "osservazioni giuridiche" al MIUR, in cui sosteneva:
| "La procedura di composizione del CdA che
le proposte vogliono introdurre non soltanto è finalizzata a garantire il controllo del
Rettore sul CdA, ma pone in essere una situazione di palese ed illegittimo conflitto di
interessi. Cio' è conseguente al fatto che il Senato "deve" fare una scelta
solo tra nominativi scelti da un Comitato di Selezione nel quale il Rettore è
maggioritario, sia pur col limite che le decisioni sono valide se prese con maggioranza
qualificata, ma subito dopo mitigato dalla riserva, in ogni caso, al Rettore di proporre
un proprio candidato. Infatti, la forza propositiva eccessiva del Rettore rimane, perchè,
anche se mitigata dal quorum di 4/5 per la validita' della delibera del Comitato, questa
mitigazione viene poi rivista dalla suddetta deroga per gli "esterni", tutta a
favore del potere del Rettore, della Consulta del personale e della Consulta dei
Sostenitori." |
Sul CdA, brutta figura del
Miur, perchè contro se stesso. Ma il MIUR ha ritenuto infondaro questa tesi del
"conflitto di interesse", giacchè dallo Statuto si trae che il CdA non è
emanazione di un solo organo monocratico (il Rettore), ma di due Organi (anche il Senato).
Ritengo che il Miur non ne esca bene, perchè i due Organi non concorrono
pariteticamente alla nomina.Precisamente il Rettore, tramite il Comitato di selezione (di
cui nomina 3 membri su 5) riesce di fatto a condizionare il Senato a scegliere solo
tra nominativi indicati dal rettore (sia pur in numero doppio al numero dei nominabili).
In altri termini, se il rettore mette in un cappello tutte palline
"rosse" (diciamo persone di partito, sia pur non iscritte o che non fanno
poltica apertamente), dal cappello non possono che uscire palline "rosse" . E
questo, a Bologna, non piace, neppure a quelli che fanno politica, perchè ci tengono
all'indipendenza scientifica dell'antico Studio. NLUCIANI |
|
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* PARMA Università.
Dopa la pubblicazione del testo soprastante, siamo venuti a conoscenza cha
anche l'Università di Parma, ha deliberato per la elettività del CdA. Questo è il
testo:
ART. 11, c.: " Il Consiglio di Amministrazione è costituito da nove componenti: - Il
Rettore che lo presiede; - Due componenti esterni designati dal Senato Accademico; - Un
rappresentante degli studenti eletto nell'ambito della medesima componente; - Un
componente eletto nell'ambito del personale tecnico amministrativo; - Quattro docenti
dell'Ateneo con rapporto di lavoro a tempo indeterminato eletti dalla medesima componente. |
FFO
- FONDO DI FINANZIAMENTO ORDINARIO 2011
La CRUI-Conferenza dei Rettori giudica ...
il FFO del Governo, alle Universita', per il 2011
e promette "nelle prossime settimane una assoluta
determinazione" nei confronti del Governo, che dice di
voler fare premialità agli Atenei ma, poi ... , riduce le risorse,
pur in una fase in cui, per lo sviluppo, va sostenuta la ricerca |
Roma, 4 ottobre 2011
__________________
Documento della
Intersindacale
Universitaria
Nazionale
|
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Parere CRUI sullo schema di D.M. in materia di
riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario per lesercizio 2011 (nota del Capo di
Gabinetto MIUR n. 251 del 15.9.2011) - Roma 22 settembre 2011
LAssemblea della CRUI sottolinea innanzitutto la vivissima preoccupazione
dellintero sistema universitario italiano per i drammatici tagli progressivamente
operati sul finanziamento ordinario. Le sottrazioni sono a questo punto pari al -7,48% in
termini nominali rispetto al 2009, alle quali si aggiunge un ulteriore decremento pari al
-5,53% previsto per lanno 2012 che, come è stato rappresentato al Capo dello Stato
nellincontro tenutosi il 20 luglio u.s., de facto comporterà il blocco di
alcuni fondamentali servizi strategici forniti dal sistema delle Università italiane, con
danni incalcolabili per lutenza studentesca, per lofferta di istruzione
pubblica, per la ricerca e lo sviluppo in Italia. È giunto il momento di decidere se
questo Paese ha ancora bisogno delle proprie Università, e tanto più in una fase di
straordinaria difficoltà per la vita nazionale nella quale la dislocazione o meno di
risorse per la ricerca e lalta formazione avrà conseguenze decisive sul nostro
futuro.
È questa una questione che la CRUI tornerà a porre nelle prossime settimane con
assoluta determinazione. Non è infatti più sufficiente il senso di
responsabilità degli Atenei italiani per condividere una politica di premialità
fatta su risorse in costante e drammatica diminuzione che, allo stato attuale, rischia di
penalizzare in maniera irreversibile componenti essenziali del sistema universitario
nazionale.
Adempiendo responsabilmente al proprio ruolo istituzionale la CRUI intende comunque
offrire il proprio contributo alla bozza di decreto affrontando sia aspetti generali sia
singoli aspetti di natura più tecnica.
In linea generale, la CRUI osserva come lattuale impianto del D.M. non tenga ancora
conto di alcuni parametri ai fini di una più equa ripartizione, quali, ad esempio,
lFFO per studente e il costo-standard, lincidenza delle esenzioni da tasse e
contributi in termini di minori entrate, la tipologia differenziata degli Atenei sul
territorio italiano (Atenei generalisti e tematici, Dipartimenti medici,
scientifico-tecnologici e umanistico-sociali), la presenza di strutture federate tra le
Università ai sensi della normativa vigente. Inoltre è indispensabile che si dia
attuazione a quanto previsto dallart. 70 del D. Leg. 165/01 in materia di spese per
il personale sanitario, attualmente a carico delle Università in modo improprio.
Su tali, decisivi aspetti la CRUI intende ritornare quanto prima, onde formulare una
proposta coerente per larchitettura finanziaria dei prossimi anni in vista
dellemanazione del Decreto Legislativo previsto dallart. 5 della L. 240/2010.
La CRUI non può daltra parte non segnalare il grave ritardo con il quale il
Ministero ha provveduto a rendere disponibile lo schema di Decreto e i disagi che ne
conseguono sul piano della programmazione.
Venendo al profilo complessivo del provvedimento in esame, la CRUI rileva come vi sia
stato uno sforzo obiettivo da parte ministeriale, nelle attuali condizioni, teso ad
alleggerire limpatto negativo delle cifre. Lintroduzione anche questanno
del limite del 100% rispetto allesercizio precedente per gli Atenei con prestazione
positiva e, al tempo stesso, lapplicazione di una quota tratta dal fondo perequativo
(pari a ca. 9 mln di euro) per impedire decrementi mediamente superiori al 5% sono aspetti
senza dubbio apprezzabili.Così come è condivisibile che, in presenza
di una diminuzione del fondo complessivo, nel calcolare la differenza tra prestazione 2011
e prestazione 2010 si sia, per la prima volta, tenuto conto del solo finanziamento
consolidato dello scorso anno al netto degli interventi premiali. |
INTERSINDACALE UNIVERSITARIA NAZIONALE
e ASSOCIAZIONI STUDENTESCHE
ADI, ADU, ANDU, CISL-Università, CoNPAss, FLC-CGIL, LINK,
RETE29Aprile, SUN, UDU, UGL-Università, UILPA-UR, USB-Pubblico impiego
Roma 4 ottobre 2011
Documento finale:
"L'UNIVERSITA' BENE PUBBLICO
DA DIFENDERE E MIGLIORARE"
11 novembre 2011
GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE
I continui tagli ai fondi per l'ordinario funzionamento, la
riduzione del 95% dei fondi per il diritto allo studio, il ridimensionamento dell'offerta
didattica, il blocco del reclutamento e delle carriere, l'espulsione di migliaia di
precari stanno uccidendo l'Università statale.
Mentre negli altri Paesi - proprio quando c'è crisi - si
investe ancora di più nell'alta formazione e nella ricerca, considerati i principali
motori per lo sviluppo culturale, sociale ed economico, in Italia, invece, è sempre più
evidente la volontà di cancellare definitivamente l'Università statale, sede di
didattica e di ricerca di qualità, negando la dignità degli studenti e di tutte le
componenti che vi operano. In Italia si punta a finanziare con risorse pubbliche poche ed
elitarie strutture, mettendo in condizione di non operare la maggior parte degli attuali
Atenei.
In questa direzione vanno anche i decreti attuativi della Legge
240/10, che si stanno emanando senza alcun confronto del Governo con le Organizzazioni
universitarie, nonostante il solenne impegno assunto dal Ministro al momento
dell'approvazione della Legge. Questi decreti si stanno configurando come strumenti per lo
smantellamento della libertà di ricerca e di insegnamento, garantita dalla Costituzione.
Si sta mettendo nelle mani dei Ministri dell'Economia e dell'Università il potere di
commissariare gli Atenei e di decidere la nascita, la vita e la morte delle strutture
universitarie e di decidere, di fatto, i filoni e le modalità della ricerca. In questo
quadro, non offre garanzie di indipendenza l'ANVUR, sempre più "braccio
operativo" del Ministero..
Con la distruzione del diritto allo studio si preclude l'accesso agli studenti in
condizioni economico-sociali svantaggiate. La formazione universitaria viene vista come un
debito che lo studente contrae con la società e si costringono i capaci e meritevoli, ma
privi di mezzi, a ricorrere a prestiti d'onore e altri strumenti di indebitamento.
Di fronte a questa drammatica e intollerabile situazione, il Governo e il
Parlamento devono fare marcia indietro rispetto alle scelte finora fatte. Non si può più
tollerare che le sorti dell'Università siano decise dal Ministero e dagli organismi da
esso nominati e che negli Atenei dominino le oligarchie locali, consolidate dalla maggior
parte dei "nuovi" statuti voluti dalla legge 240/10. Il Paese ha urgente bisogna
di una vera riforma per l'autonomia e l'autogoverno democratico degli Atenei e del Sistema
nazionale universitario, con la partecipazione paritetica di tutte le componenti
universitarie.
Nell'immediato occorre ottenere un adeguato FINANZIAMENTO
STRAORDINARIO* per affrontare le questioni prioritarie del diritto allo studio, del
reclutamento in ruolo e del rilancio della ricerca.
In occasione dell'inizio degli anni accademici, le
Organizzazioni promuovono una iniziativa nazionale unitaria di mobilitazione nella
giornata dell'11 novembre 2011.
________________________________
* Nota della Redazione. Oggi il FFO è nell'intorno di 7 miliardi. Nel
2001-2002 il FFO era nell'intorno di 6,2 miliardi e in quegli anni, causa
Euro, i prezzi raddoppiarono, per cui in termini reali il FFO (per diventare uguale a
quello del 2001-2002) dovrebbe essere di 14 miliardi. |
Uno sforzo altrettanto apprezzabile è stato fatto nellapplicare il c. 1
dellart. 11 della L. 240/2010 (cosiddetto fondo perequativo). A fronte del dettato
tecnicamente impreciso della norma di legge (modello teorico e accelerazione
sono infatti categorie che non pertengono più al fondo premiale, anche se resta a termini
di legge lincentivazione di Atenei sottofinanziati di una quota percentuale pari o
superiore al -5%) e di un sistema di calcolo non del tutto efficace, il MIUR ha ripartito
approssimativamente la metà del fondo a disposizione di 95 mln di euro a tutte le
Università limando così di qualche punto la media del taglio generale (che è migliorata
di circa lo 0,2%).
Resta comunque listituto di un fondo perequativo che rafforza notevolmente la
distribuzione premiale più che il vero e proprio riequilibrio e, quindi,
lattenzione nei confronti degli Atenei storicamente sottofinanziati. Occorre anche
unattenzione specifica nei confronti di quegli Atenei che, con sforzi notevoli,
stanno risalendo la china dei passivi pregressi. Questa tipologia dintervento può
essere resa efficace già a partire dallassegnazione del fondo di cui al piano
triennale (DD.MM. 50/2010 e 345/11).
La CRUI ritiene indispensabile una particolare attenzione alla definizione di parametri e
indicatori pienamente attendibili e coerenti anche per evitare interferenze distorte sulle
Università non statali, le quali non solo soffrono di tagli percentualmente pesanti sui
trasferimenti pubblici ma non appaiono adeguatamente sostenute sul piano del diritto allo
studio. Con riferimento allart. 1 (quota-base) la CRUI sollecita una riflessione
sugli effetti del turn-over nelle singole Università ai fini del calcolo della
quota-base.
Con riferimento allart. 3 (quota premiale) la CRUI rileva che il MIUR ha cambiato
alcune ponderazioni nellattribuzione dei pesi agli indicatori della ricerca, e
ritiene condivisibile il taglio del 10% dellormai perento VTR 2001-2003 e una
spalmatura sui PRIN (che salgono al 40%) e sui progetti internazionali (che
salgono al 25%). Relativamente alla didattica si chiede che vengano tenuti nel debito
conto, come lo scorso anno, i cosiddetti fattori di contesto aggiornati e che i dati
forniti dalle Università siano oggetto di un monitoraggio attento in maniera da garantire
assoluta omogeneità.
Con riferimento allart. 5 (mobilità), vista larticolazione degli interventi
volti a favorire la mobilità, la somma messa a disposizione, che è destinata a coprire
presumibilmente i soli 2/12 dellesercizio in corso, appare in ogni caso esigua. Si
propone che essa venga incrementata di un altro milione di euro sottratto alla quota di
cui allart. 8 (consorzi interuniversitari). La CRUI chiede inoltre lestensione
del cofinanziamento per la mobilità di cui al presente articolo anche ai ricercatori
universitari a tempo indeterminato in considerazione di quanto prevede larticolo 29
c.10 della L. 240/2010. Sempre nellàmbito del medesimo articolo, nel caso di quanto
dettato dallart. 7 della L. 240/2010, si chiede attenzione specifica alle
Università federate, con particolare riguardo di quelle collocate al di sopra del limite
del 90% di cui allart. 51 della L. 449/97.
Con riferimento allart. 6 (chiamate di chiara fama) si ritiene opportuno che il
termine delle procedure con conseguente assunzione in servizio sia anteriore al 31.12.2011
e che gli Atenei debbano presentare le rispettive proposte entro il 30.10. Ciò al fine di
evitare che le prese di servizio vengano deliberate dalle Università in vacanza del
regime di proroga degli alleggerimenti per le spese del personale sanitario di cui al
decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 coordinato con la legge di conversione 26 febbraio
2011, n. 10.
Con riferimento allart. 8 (consorzi interuniversitari) la CRUI propone che sia
applicato sin da questanno quanto deliberato dallapposita Commissione
ministeriale nel corso del 2010. Ossia che, a fronte di una sensibile diminuzione dei 44,9
mln attualmente stanziati, venga individuata una somma da attribuire mediante bandi su
progetto presentati dai consorzi di ricerca. Le economie derivanti da questo intervento
potrebbero essere impiegate sia a sostegno dei piani di rientro delle Università,
opportunamente documentati e vagliati, sia sulla mobilità di cui allart. 5 del
presente schema di decreto, come già si è accennato.
Con riferimento allart. 11 (reclutamento straordinario dei professori associati) si
fa rimando alle considerazioni già esposte dalla CRUI nelle audizioni alla Camera e al
Senato rispettivamente del 20 e 21 uu. ss. Nello specifico del provvedimento collegato (AS
n. 393) la CRUI sottolinea con viva preoccupazione il dettato ambiguo dellart. 1 c.
1, ove si consente lassegnazione delle risorse alle sole Università che si
collochino al di sotto del limite del 90% di cui allart. 51 della L. 449/97. Si
richiede in ogni caso che tale comma sia riformulato tenendo conto di quanto previsto da
ultimo dal Decreto Legge 29 dicembre 2010, n. 225 coordinato con la Legge di conversione
26 febbraio 2011, n. 10. Peraltro si fa osservare che nel dettato del provvedimento, per
una evidente svista, non sono contemplate le Scuole a ordinamento speciale che pure, in
passato, hanno fruito di analoghe assegnazioni per l'incentivazione del reclutamento.
La CRUI chiede comunque uno specifico e immediato intervento legislativo, viste le
aspettative legittime dei ricercatori italiani, tale per cui la platea dei possibili
fruitori del finanziamento straordinario venga estesa a tutte le Università,
indipendentemente dal limite del 90%. La motivazione è semplice: si tratta di un fondo
destinato a incentivare le assunzioni di tutti i ricercatori (idoneati oggi, abilitati
domani), a prescindere dalla loro collocazione
accademica, in analogia con quanto avvenne per l'assegnazione dei fondi dei cosiddetti
ricercatori Mussi (art. 1 c. 1 della L. 1/2009).
Con riferimento allart. 13 (interventi specifici) non è chi non veda che la somma
prevista di 18 mln di euro per lattuazione degli artt. 6, c. 14 e 8 in materia di
incentivazione premiale dei docenti è assolutamente insufficiente.
Tenuto conto del blocco degli scatti stipendiali di cui allart. 9 del D. L. 78/2010,
peraltro, una somma che copra meno del 30% della platea di quanti avrebbero potuto
percepire lo scatto rischia di divenire puramente simbolica.
Infine la CRUI segnala lassenza dal provvedimento in esame di qualunque stanziamento
specifico per i dottorati e per gli assegni di ricerca che pure dovranno costituire
lasse portante della formazione dei giovani ricercatori nel prossimo futuro, in
concomitanza con la generale riforma della normativa in materia.
La CRUI, in conclusione, sottolinea il senso di responsabilità e lo spirito di servizio
con i quali il sistema delle Università sta affrontando questa difficile fase; lo fa
animata dalla vivissima preoccupazione per una situazione che, qualora continuasse,
finirebbe con linfliggere un colpo definitivo allalta formazione di questo
Paese. |
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EDIZIONE
STRAORDINARIA
La seconda versione dello Statuto
(dopo il referendum),
all'o.d.g. del CdA il 27 luglio 2011, per il "parere" finale.
Non comunicato da alcuno se , per la piena liberta'
di voto, è stata avanzata la richiesta del voto segreto.
Clicca su: Statuto approvato il 27
luglio 2011 |
Università del Salento
Il Cda boccia il nuovo progetto di Statuto.
Adesso si ricomincia
tutto da capo.
Clicca su: SALENTO |
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Frattanto la comunita' universitaria si interroga sul peso "zero ?" avuto dal
referendum, salvo forse lo stimolo,
ad una ulteriore riflessione, in alcuni membri del CdA.
LA RISPOSTA,
NELL'INTERVENTO IN CDA IL 15 LUGLIO 2011,
DEL CONSIGLIERE PORZI, RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO |
Nota. Nel servizio sottostante sono riportati per memoria i risultati (già
divulgati a suo tempo) del referendum.
Si aggiunge che, dal programma di rilevazione
dei visitatori del nostro Foglio si rileva, poi, che l'evento è stato
seguito da 3.427 persone, in Italia e
all'estero.
| Gianni Porzi, Intervento nel CdA del 15/7/2011
Non mi sembra di cogliere in questa seconda
versione dello Statuto cambiamenti significativi per quanto concerne in particolare la
governance che continua ad essere centralistica e verticistica, impostazione che, come
dichiarai oltre un mese fa, mi vede critico.
Mi preme sottolineare che in questa mia posizione non vi è nulla di
personale e/o di ideologico (come qualcuno vorrebbe pensare), ma deriva semplicemente
dalla mia formazione improntata sui principi della democrazia.
Vorrei toccare solo quei passaggi che a mio avviso sono in
contrasto con una governance impostata il più possibile nel rispetto di un principio
fondamentale, cioè della democraticità delle scelte e della rappresentatività elettiva
di coloro che operano nell'Istituzione.
Sono ancora in capo al Rettore importanti nomine e designazioni:
il meccanismo per la formazione del CdA, organo fondamentale a livello decisionale, è
ancora tale per cui de facto il Rettore è in grado di determinare 6 membri, cioè la
maggioranza del CdA.
Ribadisco che la terzietà del Comitato di selezione non è garantita,
e quindi ciò che viene proposto non è a mio avviso accettabile.
L'aver poi introdotto la maggioranza qualificata del Comitato di
selezione ritengo sia un escamotage non sufficiente a rendere democratico il meccanismo
proposto. Se si fosse voluta realizzare una "terzietà accettabile" del
Comitato, si poteva seguire, ad esempio, la via dell'Università di Udine che ha previsto
un Comitato tecnico "ragionevolmente indipendente" costituito dal Presidente del
Collegio dei revisori, dal Membro esterno del Nucleo di valutazione e dal Presidente del
Comitato unico di garanzia per le pari opportunità dell'Ateneo.
Mi preme inoltre notare che con i requisiti,
sostanzialmente da top manager, richiesti soltanto agli 8 membri designati, la scelta non
potrà che cadere su giuristi ed economisti, cosa che non condivido, anche perché in
futuro una tale limitazione potrebbe essere estesa anche alla figura del Rettore.
Se non si vuol percorrere la via elettiva dei 5 membri interni,
allora piuttosto del Comitato, come previsto anche dalla IIa bozza di Statuto, ritengo
preferibile la soluzione adottata dallo Statuto della "Ca' Foscari" di Venezia
(simile a quella adottata dall'Università di Catanzaro) secondo la quale il Rettore
propone, sic et sempliciter, i nominativi per il CdA, senza alcun Comitato
"paravento".
E' il Rettore in prima persona che si assume la
responsabilità delle nomine, rendendo così trasparente il processo di scelta e quindi
della responsabilità connessa.
Situazione similare è anche la modalità di nomina dei
Coordinatori dei Campus romagnoli. Anche in questo caso in sostanza si tratta sempre di
una nomina dall'alto: infatti, potrebbe accadere che venga scelta e nominata la persona
meno votata dal Consiglio di Campus, ma più gradita al Rettore. Ebbene, anche in questo
caso se, come appare evidente, non si vuol fare la scelta per via elettiva, che sia
direttamente il Rettore a nominare il Coordinatore del Campus tra i professori con sede di
servizio nel Campus stesso, a vantaggio, ribadisco, della trasparenza nelle assunzioni di
responsabilità.
Volendo poi entrare in un aspetto un pò meno
politico e un po' più tecnico, riterrei opportuno prevedere un meccanismo di sfiducia del
CdA da parte del Senato Accademico. Infatti, in una visione aziendalistica, che peraltro
non condivido, in una Società di capitali, nell'ottica del bilanciamento dei poteri e
della tutela dei legittimi interessi degli Azionisti, Amministratore Delegato e CdA sono
revocabili da parte dell'Assemblea degli Azionisti. Quindi, come è prevista la
possibilità di sfiduciare il Rettore, riterrei opportuno prevedere anche la sfiducia del
CdA. |
Nota di N. Luciani. IL PD e la
Regione EMILIA ROMAGNA, non possono chiarmarsi fuori, l'uno in quanto questo Rettore
"autoritario" è stato eletto dalla "sinistra"; l'altra, perchè
questo Statuto decreta la morte dell'autonomia amministrativa delle università della
Romagna.
La vicenda "bolognese" di
questo progetto è singolare, in quanto esso è proposto da un rettore eletto con i voti
della sinistra e proveniente dal PD, un partito distintosi per la battaglia contro la
legge Gelmini, in Parlamento, anzi con parlamentari bolognesi in testa (VASSALLO,
BERSANI).
V'è di più. Egli è andato oltre la legge Gelmini, in termini autoritari.
Dopo il referendum di
avvertimento che ha raccolto 2.200 voti (quasi doppio di quelli con cui era stato eletto),
E CHE IGNORA, Egli si trova collocato in una posizione di estremo isolamento.
E che dire di quella sua introduzione alla Conferenza di Santa Lucia, il 12
gennaio u.s.: "L'università è nel mondo, ma non è di questo mondo". E'
la nota frase sibillina ripresa dai preti, previa sostituzione della parola
"chiesa" con la parola "università", e che sottende la nota
propensione dei cristiani per il martirio.
Ma la questione non può finire qui.
Il PD bolognese non può non chiarire la propria posizione, rispetto a questo progetto di
Statuto e questo:
1.- perchè la nuova struttura organizzativa dev'essere motivata per la capacità
di controllare la qualità della ricerca e degli insegnamenti. Questo requisito
include i docenti, accanto al rettore, e non si concilia con il controllo del rettore sul
CdA, e con Dipartimenti pletorici.
Quanto a questi, l'idea di un numero di docenti dei Dipartimenti molto
al di là del minimo di legge (40), promette infatti degli zibaldoni, poco rispondenti a
condizioni favorevoli alla qualità della ricerca "specialistica".
Quanto agli insegnamenti, i Dipartimenti, accorpanti gli insegnamenti, vanno
basati su un numero di insegnamenti "attivabili" in base alla chiara indicazione
delle condizioni per l'attivazione (contenuti scientifici veri, e numero standard, valido,
di studenti - nè pochi, nè troppi). Questo, per non deludere gli studenti e non sprecare
il denaro pubblico.
2.- Altrettanto la Regione Emilia Romagna
non può stare a guardare ... di fronte alla morte certa delle università della Romagna,
decretata dal rettore Dionigi.
Non ho dubbi che la Romagna abbia titolo ad una sua università (Ravenna non fu
capitale dell'Impero Romano di Occidente ?).
Ho invece seri dubbi che la Romagna possa ancora tenere 4 sedi, finanziariamente
non autosufficienti, a parte che Bologna non potrà più continuare a dissanguarsi con
quattrini e docenti a livello da sottoproletariato, per la Romagna. .
Dopo la legge Gelmini l' "inganno" della Romagna non sarà più
accettato ad occhi chiusi. In questo senso sarebbe necessario un chiarimento a
quattr'occhi tra la Regione e il MIUR. N. Luciani |
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REFERENDUM CONSULTIVO
su Statuto generale dell'Ateneo di Bologna
Si vota il 28, 29, 30 giugno 2011, entro le ore 24 |
I tre quesiti del referendum
| 1.- Volete che i membri
di tutti gli organi collegiali, compreso il Consiglio di Amministrazione, (a parte quelli
determinati di diritto in base alla Legge), siano eletti democraticamente, garantendo la
rappresentanza paritetica di genere e di fascia per la componente di ricercatori e docenti
e la rappresentanza del personale tecnico e amm.vo ? |
SI' 2162 Pari al 95,83% dei votanti |
2.- Volete che i Direttori di Dipartimento, i Presidi/Presidenti delle
Scuole/Facoltà, e i Coordinatori dei Campus siano democraticamente eletti e non designati
dal Rettore? |
SI' 2205 Pari al 97,74% dei votanti |
3.- Volete che il Senato abbia il diritto di revocare la fiducia ai
membri del Consiglio di Amministrazione da esso designati? |
SI' 2128 Pari al 94,33% dei votanti |
| 4.- Volete che
nellelezione del Rettore sia garantita una più adeguata pesatura del voto del
personale tecnico e amministrativo? |
SI' 1863 Pari al 82,58% dei votanti |
Per votare, si accede al sito web:
http://www.intersindacale-unibo.it/
Qui si trovano le istruzioni sui necessari
adempimenti.
ATTENZIONE: il sito web, accessibile da qualunque postazione
in Italia e nel mondo, sarà pronto tra qualche giorno
e comunque entro il 28 giugno, primo giorno di votazione !
(Si può votare anche da una postazione in
Piazza Scaravilli, davanti al Rettorato ) |
Per consultare il testo originale del
progetto di Statuto, clicca su: Statuto |
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Statuto
generale dell'Ateneo di Bologna: riforma in corsa |
IL RETTORE RIFIUTA OGNI DIALOGO E LE
POSIZIONI SI RADICALIZZANO
.
Frattanto, dal Corriere del
10 giugno, è emersa una strana assonanza tra la contestazione,
in Consiglio Comunale, del Sindaco ( che vuole nominare personalmente il Comitato dei
saggi per la selezione dei candidati nelle partecipate) e la contestazione,
nell'università,
del Rettore, che vuole nominare personalmente 3 dei 5 membri del Comitato di selezione
dei candidati "interni" ed "esterni" al Consiglio di Amministrazione.
Se lo scopo è
controllare il CdA, la cosa è politicamente immorale. Il CdA dev'essere
indipendente.
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Verso il REFERENDUM CONSULTIVO, di tutto l'Ateneo,
auto-organizzato dalle Associazioni e Sindacati Universitari
. |
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" Progetto rettorale inemendabile ?
"
LA RELAZIONE DEL PROF.
GIULIO GHETTI
Assemblea generale di Ateneo del 23 maggio 2011
Bologna, via Zamboni 38
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Giulio Ghetti,
Introduzione tecnico giuridica
ASSEMBLEA GENERALE DI ATENEO, Bologna, Via Zamboni 38
1 .- Siamo
di fronte ad una legge, la cosiddetta Riforma Gelmini, che ha per fine quello di innovare
su di un sistema che è il frutto di stratificazioni successive dovute a varie leggi, pure
di riforma, ognuna delle quali ha dato interpretazioni generali e simili nella definizione
dei principi (cosa è luniversità, cosa è la ricerca, cosa è la didattica, e via
dicendo), ma poi non ha potuto modificare dalle fondamenta il sistema previgente.
Va anche rilevato che mai si è trattato e neppure la Riforma Gelmini lo è
di riforme che abbiano saputo precorrere i tempi rapidi della vita di oggi e
disegnare e indirizzare a un futuro diverso da quello al momento in essere, e che
come ho detto era il risultato di stratificazioni e di rigidità successive.
Tutte queste leggi hanno però avuto il buon senso di salvare un dato
fondamentale: essere luniversità una communitas
nella quale vige il principio della democraticità delle scelte e della
rappresentatività, se pure in varia misura, delle varie categorie che in questa communitas operano o della quale utilizzano le
prestazioni amministrative o, se si vuole, il servizio reso al pubblico.
Quando la democraticità è venuta meno, anche solo in parte, è stata
la stessa communitas a ribellarsi (o a cercare
di ribellarsi): prova ne sia la lotta ai baronati
e ai baroni. Se si è daccordo che questo
è vero e che questo deve essere criterio della democraticità deve essere assunto a
elemento fondante del sistema e perciò dello statuto di ogni ateneo, allora si deve riconoscere che nella bozza di statuto
di cui oggi discutiamo tale pietra di costruzione non vi è o vi è soltanto in piccola
parte.
2.- Tra le prime
affermazioni di principio della bozza vi è quella secondo cui il Rettore non soltanto è
il legale rappresentante dellateneo, ma rappresenta anche listituzione, e
dunque vi è un fenomeno di immedesimazione che non
può essere trascurato, tanto più che si tratta di una scelta di fondo che poi si
sviluppa nella bozza: il Rettore incarna listituzione, dunque non è più un primus inter pares, ogni democraticità delle
scelte viene quasi esclusivamente relegata al momento della sua elezione.
Il Rettore rappresenta, è listituzione stessa, e accettando questo si
accetta anche tutto il sistema centralismo ben poco democratico che la bozza propone: le
nomine e le designazioni che spettano al Rettore sono numerosissime e spesso di numero
determinante rispetto al plenum dellorgano
deliberante, e sono rafforzate da un sistema anche esso scarsamente democratico
di elezioni indirette (cioè di 2° grado) attraverso le quali si formano gli
organi deliberativi di vario livello e di varia sede.
3.- Oggi si parla spesso e in varie sedi si cerca di attuare una democrazia diretta
la cui realizzazione è facilitata dalle presenza di risorse informatiche e da software che aprono il mondo dei social networks: in un ente come lAteneo di
Bologna nel quale la diffusione del mezzo informatico è notevolissima, spesso addirittura
ridondante, ancor meno si comprende ed è accettabile questo accentramento.
Porto un esempio, quello del Consiglio di amministrazione: al di là del
numero dei componenti e della loro provenienza, ci si dica quale è la ratio del sistema che viene proposto per arrivare
alla scelta e composizione di esso; in altre parole ci venga spiegato perché esso non
poteva essere direttamente eletto dalla communitas.
La riprova che tutto il modello organizzativo che viene proposto è
scarsamente, poco o nulla democratico, si ha nella moltiplicazione degli organi con poteri
solo consultivi, e neppure propositivi: evidentemente
chi ha redatto la bozza ha in qualche misura questo deficit di democraticità, dunque di
rappresentatività, ed ha pensato di porvi rimedio istituendo organi consultivi nuovi
rispetto a quelli tradizionali, ma guardandosi bene dal prevedere pareri che, per la loro
natura in varia misura vincolante, possano
effettivamente incidere nelle scelte che in modo centralistico verranno deliberate e
perseguite.
Questa è, a mio parere, la prima critica che si può muovere
contro questa bozza, la quale essa stessa è nata nel chiuso delle stanze e non è stata
il frutto di una vera partecipazione democratica al processo di elaborazione.
4.- Quale sarà il risultato probabile ? Sarà quello di un Ateneo chiuso in
se stesso, che è nel mondo, ma non è del
mondo, per usare un frase che mi si dice essere stata usata in altra occasione
dallattuale Rettore.
Questo conclusione perché di conclusione si tratta, non di una
semplice sensazione trova conferma nella debolezza con la quale la proposta di
statuto tocca altri temi, e sui quali non prende posizione.
Un esempio fra i tanti: si riafferma
ed è persino superfluo che luniversità è il luogo della ricerca e
della didattica, ma nulla si dice circa il tipo di ricerca che viene privilegiato: quella
pura o di base ? quella finalizzata allo sviluppo ? e a che tipo d sviluppo, quello voluto
da un mondo economico spesso dominato da principi ben poco solidaristici, ma in cui
dominano solo le ragioni del mercato ?
E nulla si dice circa le finalità della didattica: si vogliono formare
specialisti chiusi nel loro piccolo universo ? Si vogliono formare generalists capaci di muoversi in un mondo
complesso e in continua evoluzione ? Che spazio avrà la didattica, essa medesima pura,
rivolta principalmente allo sviluppo culturale attraverso il quale si può raggiungere
quel pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla vita
del Paese, come indica lart. 3 della Costituzione ?
5.- Questa timidezza che sconfina con la non-scelta , questo essere del mondo ma non nel
mondo, risulta palese anche laddove la bozza cerca di disegnare il rapporto con il mondo
esterno, con la società civile, con il mondo del lavoro, con le altre istituzioni
pubbliche e private: lAteneo non si dà nessun compito propulsivo e quando ci viene
proposto un qualche rapporto esso si sostanzia nella scelta di strumenti burocratici, che
in tutti questi anni hanno dato ben scarsi risultati: mi riferisco agli accordi di programma ai quali ci si prefigge di
partecipare (si noti: di partecipare, non di promuovere).
Ma se deve prevalere una scelta di tipo burocratico, dunque etimologicamente
di potere del bureau, sia esso quello degli
Organi di Governo che quello dei funzionari, almeno venisse chiarito quale sia il processo
di decision making, il percorso attraverso il
quale le decisioni vengono prese in questo sistema di potere centralistico e
centralizzato. E ce lo si dica con chiarezza visto che nellordinamento legislativo
italiano sul procedimento amministrativo viene dato largo spazio ai principi della
partecipazione democratica, della possibilità di intervenire nelle scelte delle
amministrazioni pubbliche, anche di quelle di erogazione di servizi, prima che le stesse
siano formulate.
6.- La disciplina del procedimento di elaborazione delle decisioni, almeno a
livello dei principi generali, è anche essa una grande assente da questa bozza.
La tecnica della non-scelta si ha
anche nella sistemazione razionale dellesperienza romagnola,
caoticamente nata e sviluppatasi: e lo si percepisce fin dalle parole che vengono
utilizzate. Infatti talora si parla di policentrismo, tal'altra di
articolazioni, tal'altra ancora di campus, e a
questa confusione di significati si accompagna la mancanza di un disegno organizzativo
nitido.
7.- Sempre non-scelta si ha laddove
si parla di Scuole/Facoltà, e così non si
scioglie il dilemma posto al riguardo dalla legge Gelmini.
8.- Concludo: che fare ? Escludo che nel breve tempo
rimasto per approvare lo statuto si possa apportare alla bozza le necessarie modifiche.
Vi è una sola cosa da fare, a mio parere: scegliere la strada di un vero e proprio
statuto che sia veramente tale e cioè un atto di principi, nel senso che ponga solo i
principi ai quali ci si vuole attenere sia quanto allorganizzazione sia quanto ai
procedimenti di decisione e rinvii ai regolamenti, in primis a quello generale di Ateneo,
i dettagli
Se si accetta come si deve accettare il principio di democraticità
con il suo corollario della rappresentatività, tutto diviene più coerente e logico, più
facile da realizzare anche nel poco tempo rimasto. GIULIO GHETTI |
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Edizione
straordinaria |

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STATUTO GENERALE DELL'ATENEO DI BOLOGNA
Dalla Intersindacale Universitaria:
manifestazione di volontà
di REFERENDUM CONSULTIVO
LETTERA AL RETTORE. |
| NOTA. In precedenza l'Intersindacale
aveva segnalato al Rettore alcuni punti assolutamente inaccettabili, del nuovo progetto,
perche' in contrasto con le piu' elementari norme di democrazia degli ordinamenti
costituzionali moderni, e che anche la legge Gelimini vuole rispettate. LETTERA
della INTERSINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA
CISL Universita' CNU Comitato Nazionale Universitario FLC CGIL SUN Universitas
News UIL Ricerca Università AFAM "Docenti Preoccupati" CoNPAss,
Coordinamento Naz.le Professori Associati BO
- Al Magnifico Rettore della Universita di Bologna
Oggetto: per riforma dello Statuto dell'Ateneo:
richiesta della
disponibilità della piattaforma informatica, per consultazione on line
Magnifico Rettore,
facendo riferimento alla Mozione dell'assemblea generale dellUniversita' di Bologna,
del 23 maggio 2011, (si vegga sotto) i sottoscritti Sindacati e Associazioni Universitarie
ritengono importante sottoporre all'elettorato dell'Ateneo alcune questioni statutarie,
fondamentali per la democrazia e il buon funzionamento degli organi, tramite consultazione
di tutto il personale.
In questo senso Le chiedono la disponibilita' della piattaforma informatica
dell'Ateneo per effettuare una consultazione on line da svolgersi entro il mese di giugno.
Confidando in una positiva e tempestiva risposta, porgono distinti saluti.
Bologna 3 giugno 2011
F.to:
CISL Universita' ( Maurizio Turchi )
CNU ( Anna Maria Di Pietra )
FLC CGIL ( Sandra Soster )
SUN Universitas News ( Nino Luciani )
UIL RUA ( Raffaele Pileggi )
DOCENTI PREOCCUPATI ( Sergio Brasini )
CoNPAss, Coodinamento Nazionale Professori Associati Sede di Bologna ( Maurizio Matteuzzi)
Mozione del 23 maggio 2011
LAssemblea generale di Ateneo del 23 maggio 2011, indetta
dallIntersindacale dellUniversità di Bologna, ha preso in esame la bozza del
nuovo Statuto di Ateneo presentata dal Magnifico Rettore al Senato Accademico e al
Consiglio di Amministrazione il 17 maggio scorso, rilevando in particolare quanto segue.
Per quanto attiene agli articoli riguardanti il governo dellAteneo, la
composizione, le attribuzioni e le modalità di costituzione dei suoi Organi, si prefigura
un cambiamento drastico, in senso verticistico, molto al di là di quanto prescritto dalla
stessa Legge 240/10, non giustificato da alcuna tradizione giuridica in campo pubblico o
privato, che limita fortemente i pochi spazi di democrazia ed ogni bilanciamento tra i
poteri degli Organi. I pochi margini di manovra rispetto ad una legge già di per sé
fortemente antidemocratica sono stati al contrario utilizzati per accentuarne i lati
negativi.
I punti che seguono mettono in evidenza i correttivi essenziali che ci paiono necessari
affinché possa originarsi una struttura dellAteneo di Bologna in grado di dare
risposte positive, proprio perché formate e dibattute in modo aperto utilizzando il
formidabile patrimonio di professionalità e sapienza della Comunità universitaria.
Proposta di EMENDAMENTI:
1.- Ribadiamo la preferenza per la designazione dei membri del il CdA (Consiglio di
Amministrazione) per via elettiva.
Se mantenuta la nomina del CdA, da parte del Senato, il Comitato di Selezione delle
candidature al CdA, di cui allart. 6, c. 5 (nella bozza di Statuto a maggioranza di
nomina rettorale), va ridefinito come Organo terzo.
(Nota della Redazione. Nel progetto rettorale, il Senato nomina il CdA tra
una rosa di nomi indicati da un Comitato di Selezione di 5 membri, di cui 3 scelti dal
rettore)
2 - La elezione dei membri del Senato deve avvenire mediante un sistema elettivo,
idoneo ad impedire la frammentazione della rappresentanza (come avviene attualmente), e
che anzi favorisca la formazione di gruppi riconoscibili in base ad un programma. Se la
indicazione del tipo di sistema elettivo è rinviata al Regolamento, lo Statuto deve
stabilirne i criteri direttivi.
(Nota della Redazione. Nel progetto rettorale il Senato sara'
elettivo (lo vuole la legge Gelmini), ma il sistema elettivo è rinviato genericamente ad
un Regolamento, col rischio di creare un organo che non conta nulla, se la rappresentanza
fosse ancora frammentata)
3.- Va prevista la possibilità della sfiducia del Senato nei confronti del Direttore
Generale (se non già prevista dal suo contratto di assunzione) e del CdA (se nominato dal
Senato).
4. - Negli Organi collegiali deve essere rigorosamente garantita una rappresentanza per
fasce e a tipologia di personale.
Nel Senato Accademico devessere inoltre garantita una rappresentanza
degli assegnisti di ricerca (ricercatori non strutturati, NdR).
5. - Negli Organi collegiali devessere garantita ex-ante una presenza di almeno
il 30% di entrambi i generi.
6.- Le denominazioni delle Scuole-Facoltà vanno salvaguardate, allo scopo di agevolare
il riconoscimento delle tipologie delle lauree da parte degli studenti e delle famiglie.
Il numero "standard" dei membri dei Dipartimenti dev'essere di 40.
(Nota della Redazione. Il DPR 382/80, tuttora vigente, ha istituito i
Dipartimenti (per la ricerca), come organi decentrati, dotati di autonomia amministrativa.
La Legge Gelmini vuole che abbiano almeno 40 membri, un numero valido. Invece, il progetto
rettorale porta il minimo a 50 membri, e nei fatti il Rettorato va incentivando numeri
molto più alti, accorpando settori scientifici diversi. Questo favorisce i poteri
corporativi nel controllo dei finanziamenti, e crea le situazioni di diseconomie, di
scala, delle strutture troppo grandi (ossia centralizzate) che il DPR 382/80 non vuole.
L'accorpamento di settori diversi rende anche difficile incanalare le decisioni verso la
ricerca di qualita', altamente specialistica.
Si chiarisce, inoltre, che il progetto rettorale non dice come nominare i
Direttori. Si direbbe implicito che essi saranno eletti, in base alla legge vigente, ma le
sorprese dell'ultimo momento potrebbe regalarci la "designazione", come per i
Presidi. Meglio dire le cose apertamente).
7.- I Presidi (o Presidenti) delle Scuole/Facoltà devono essere eletti e non
designati.
In modo analogo, va prevista la elezione (e non la designazione) anche per i
Coordinatori dei Consigli di Campus della Romagna.
(Nota della Redazione. L'autonomia gestionale della Romagna deve essere
salvaguardata nel rispetto delle norme istitutive del sistema Multicampus concordate con
il MIUR. Il Campus deve essere dotato di un Dirigente amministrativo e deve avere
autonomia di bilancio ed essere di supporto amministrativo ai Dipartimenti-Facolta' di
sede, senza vincoli da Dipartimenti di altra sede).
8.- La "Consulta del personale tecnico-amministrativo", di cui allart.
11, va sostituita da un "Consiglio del personale tecnico e amministrativo, organo
consultivo del CdA per il parere obbligatorio, in materia di servizi amministrativi e
organizzazione dellamministrazione", in materia di codice etico del personale e
nelle materie che riguardano il piano strategico, il piano di programmazione triennale, il
bilancio consultivo e preventivo dell'Ateneo.
Dev'essere eleggibile tutto il personale di ruolo, salvo per incompatibilità con
la carica di membro del CdA e del Senato.
9 - Si ritiene necessario che nello Statuto vengano introdotti come obbligatori momenti
di partecipazione che possano essere realizzati anche mediante un corretto sistema di
E-democracy.
10 Le modifiche di Statuto devono essere fatte da un Organo costituente di 12
membri, eletti dallo stesso corpo elettorale che elegge il Rettore.
11.- Fermo restando il Comitato di Garanzia per le Pari Opportunità, di
cui allart. 13, si chiede la soppressione della Commissione Pari Opportunità di cui
al comma 2, perché un doppione del Comitato.
12.- "I pareri obbligatori in materia di didattica e di ricerca che il Senato
Accademico deve dare al Consiglio di Amministrazione devono essere vincolanti.
13.- La distribuzione dei punti budget docente deve basarsi su criteri definiti e
trasparenti, e che sia volta alla efficienza della didattica e dello sviluppo di
specifiche linee di ricerca. |
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Ateneo di Bologna: prosegue la maratona verso
la modifica della Governance, ex-lege Gelmini 240/2010
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Le
proposte dell'INTERSINDACALE * per i dipartimenti
Come fare i Dipartimenti e le
Scuole/Facoltà
Chiesti anche, al Rettore, "tempi certi" di consegna del progetto di
Governance,
ed un Referendum consultivo, prima della delibera finale degli Organi deliberativi |
DECLEVA messo in
minoranza a Milano,
su questa tematica,
Clicca: in minoranza
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Nota. Nell'audizione del 31 marzo 2011, i Sindacati e Associazioni
universitarie hanno fatto proposte circa l'assetto dei dipartimenti e delle
scuole/facoltà, qui sotto riportate. Ma hanno premesso che il documento rettorale (quello
reso noto, parziale) può essere adeguatamente valutato solo dopo che la Commissione avrà
fornito il progetto di Governance. Hanno, perciò, chiesto al rettore questo progetto e i
tempi certi di consegna. Su questo, il rettore ha promesso di farlo entro pasqua (24
aprile 2011). (Considerato che l'inadempienza è già nei fatti, va prendendo piede
la "vox populi" - secondo cui in Ateneo si sarebbe ancora lontani da
una visione abbastanza precisa e condivisa degli aspetti più cruciali quali i
Dipartimenti e il numero do strutture di raccordo -; ma anche la "vox populi"
opposta più verosimile secondo cui sia già tutto pronto, ma solo posticipato in attesa
del momento giusto, per farlo uscire).
I Sindacati e Associazioni hanno chiesto, inoltre, al rettore, di indire un referendum
consultivo di tutto l'Ateneo sul progetto, prima di sottoporlo agli Organi
deliberanti, anche considerato che il procedimento fin qui attuato dal rettore è stato
fortemente centralistico e poco democratico. Il rettore ha detto NO, per cui si profila
una auto-indizione sindacale del referendum medesimo.
Nel merito del documento reso noto, i Sindacati si sono limitati a proposte sui
Dipartimenti (da essere di 40 membri, come base di riferimento; e dunque quelli con membri
meno di 40, dovranno accorparsi con altri; e quelli con più di 40 membri, e più settori,
dovranno suddividersi. NO anche a concentrazioni di poteri).
Invece, per le strutture di raccordo (Scuole/Facoltà) i Sindacati e
Associazioni si sono limitati a ricordare il limite di legge (massimo: 12 strutture), in
quanto ritengono che la proposta realistica debba venire, in secondo tempo, dai
dipartimenti, come rideterminati.
In ogni caso, Sindacati e Associazioni hanno respinto l'idea, che pare
dominante in rettorato, di fare 5 grandi strutture di raccordo.
I motivi di contrarietà sono molteplici, ad es.:
a) Ognuna delle 5 macrio-strutture rimprenderebbe 600 docenti, un numero
ingestibile da una singola struttura (non si trovrebbe, addiritura, una aula per
ricomprenderli). Per questo la legge stesse già prefigura un organo ristretto per la sua
guida ( direttori dei dipartimenti afferenti,l responsabile della Scuola/Facoltà, e da un
"congruo numero" dei membri dei consigli di dipartimento, ....). Tutto sarebbe
in mano ad un ristretto vertice.
c) ciò obbligerebbe gli studenti ad un contatto diretto con in corsi di
laurea (150 circa), e ciò costituisce fattore di disorientamento. Meglio conservare i
vecchi nomi delle "Facoltà".
d) E' anche dannoso in sè "oscurare" le denominazioni storiche delle
"grandi" Facoltà di Bologna (come Giurisprudenza, Medicina, Lettere e Filosofia
...).
e) L'identità della Romagna verrebbe eliminata, perdento l'identità di università
(oggi mascherata dalla denominazioe di POLO) ed ogni spazio di autonomia, nel futuro.
Direi, che oggi, per l'insieme dell'Ateneo, andrebbe cercata una soluzione federativa di
atenei, basata sulla salvaguardia delle denominazioni di Poli, sia pur aggiornati nelle
funzioni.
Quale ausilio alla migliore soluzione del problema, riporto (qui sotto) le
denominazioni storiche del TESTO UNICO dell'Università del 1933 e successive
modificazioni, e la soluzione già in vigore a Roma "La Sapienza". Nino Luciani |
Verso una
università di Romagna
"minus habens"?
1.- Una breve premessa. La legge
Gelmini trasferisce dalle attuali Facoltà ai Dipartimenti le funzioni finalizzate allo
svolgimento delle attività didattiche e formative che si aggiungono così ai compiti
tradizionali di organizzazione della ricerca scientifica.
La Romagna ha pochi Dipartimenti e quindi non ha strumenti sufficienti per
organizzare sia la ricerca scientifica che la didattica (cioè corsi di laurea) e quindi
dovrà sempre dipendere da Bologna. Ma se questo Rettore vuole che il numero minimo di
membri per fare un Dipartimento sia di "50", anzichè di "40" come
richiesto dalla legge, la strada sarà ancor più in salita.
La dipendenza totale da Bologna non significa che cesseranno gli
insegnamenti. Significa, però, che la maggior parte dei Docenti della Romagna saranno
sempre dei "pendolari" tra Bologna e il Polo romagnolo con pochissimo tempo da
dedicare agli studenti ed in particolare alla ricerca scientifica ?
La risposta è: "in parte vero e in parte no". Dipende dalle scelte
degli interessati, a meno che ... gli Enti di sostegno ...
2.- Che i Poli rimangano, ma come "strutture di raccordo", locali.
Un rimedio che non risolve in toto, ma che può essere un ponte, è quello che i
Dipartimenti di Bologna abbiano la doppia o anche la tripla sede, cosa che esiste già in
alcuni casi. In tal modo il Docente che insegna ad esempio a Rimini, può essere
incardinato nella seconda sede (del Dipartimento) di Rimini, ferma la suddivisione
dell'Ateneo di Bologna in Poli (es., Polo di Bologna, Polo di Forlì e Cesena, Polo di
Ravenna e Rimini), quali strutture di raccordo delle sedi locali dei Dipartimenti, in
attesa di sviluppi futuri (numeri permettendo).
Dicevo: "a meno che ... gli Enti di sostegno"... .
L |
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|
.
EDIZIONE
STRAORDINARIA |
|

|
STATUTO GENERALE DELL'ATENEO DI BOLOGNA
(Per il testo completo, clicca su: Progetto)
Lettera dei Sindacati e Associazioni
Universitarie
per convocazione Assemblea generale,
aperta agli Studenti e alla Città |
|
Il Rettore pubblica nuovo progetto di riforma dello Statuto,
in applicazione legge Gelmini 240/2010
ed immediatamente i sindacati e associazioni universitarie
convocano per il
23 maggio una assemblea generale dell'Ateneo per discuterlo pubblicamente
(Si vegga la lettera di convocazione sottostante)
Nota. Il progetto del Rettorato
"non vuole essere definitivo", ma una base di discussione autorevole da
effettuare nei singoli Dipartimenti e Facolta', prima di essere proposta definitivamente
agli Organi di Ateneo per la approvazione definitiva.
E', tuttavia, un fatto che l'assemblea del 17 marzo 2011, allora convocata dal
Rettore, fu per lui un vero flop a causa della contestazione dei metodi con cui aveva
nominato la commissione che doveva redigere il progetto. Questa, tutta
"rettorale", fu vista con sospetto e anche pesantemente, così da indurre il
rettore a soffocare il dibattito (interventi di soli tre minuti).
E' anche un fatto che, nella bozza di Statuto, le modalità di nomina degli Organi
Accademici appaiono talmente arretrate, rispetto alle più diffuse forme di democrazia, da
fare etichettare definitivamente il rettore "rosso" (rosso di capelli) come
l'ultimo degli "autoritari" rimasti in città, sia per l'autoritarismo del quale
è intrisa la bozza di Statuto, sia perchè lo scorso anno aveva pubblicamente sostenuto,
davanti ai sindacati, l'allora "progetto di legge" Gelmini.
Era facile ergersi a difensore dei principi di democrazia, a suo tempo,
quando non occupava posizioni di potere; ora però, che ha raggiunto lo scranno più alto
dellAlma Mater, mira a realizzare un governo monocratico
dellAteneo.
Tanto per chiarirci sull'autoritarismo, il "pollice verso"
sul Rettore riguarda il Consiglio di Amministrazione, perno di tutto il sistema di
governo. L''art. 6, comma 5, prevede che:
- i 5 membri "interni" siano nominati dal Senato, tra 10 candidati
individuati da un Comitato di Selezione di 5 membri, di cui (di questi ultimi) 3 scelti
dal Rettore;
- i 3 membri "esterni" siano nominati dal Senato tra 6 candidati
individuati dal medesimo Comitato di Selezione. Di questi "6", ne sono proposti
al Senato: "uno" dal Rettore; "uno" dalla Consulta del Personale T.A.;
"uno" dalla Consulta d'Ateneo.
Ultimo, ma non ultimo: le sedi della Romagna hanno autonomia "istituzionale e
organizzativa", ma non finanziaria.

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Ateneo di Bologna: prosegue la maratona verso
la modifica della Governance, ex-lege Gelmini 240/2010
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Le
proposte dell'INTERSINDACALE * per i dipartimenti
Come fare i Dipartimenti e le
Scuole/Facoltà
Chiesti anche, al Rettore, "tempi certi" di consegna del progetto di
Governance,
ed un Referendum consultivo, prima della delibera finale degli Organi deliberativi |
DECLEVA messo in
minoranza a Milano,
su questa tematica,
Clicca: in minoranza
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Nota. Nell'audizione del 31 marzo 2011, i Sindacati e Associazioni
universitarie hanno fatto proposte circa l'assetto dei dipartimenti e delle
scuole/facoltà, qui sotto riportate. Ma hanno premesso che il documento rettorale (quello
reso noto, parziale) può essere adeguatamente valutato solo dopo che la Commissione avrà
fornito il progetto di Governance. Hanno, perciò, chiesto al rettore questo progetto e i
tempi certi di consegna. Su questo, il rettore ha promesso di farlo entro pasqua (24
aprile 2011). (Considerato che l'inadempienza è già nei fatti, va prendendo piede
la "vox populi" - secondo cui in Ateneo si sarebbe ancora lontani da
una visione abbastanza precisa e condivisa degli aspetti più cruciali quali i
Dipartimenti e il numero do strutture di raccordo -; ma anche la "vox populi"
opposta più verosimile secondo cui sia già tutto pronto, ma solo posticipato in attesa
del momento giusto, per farlo uscire).
I Sindacati e Associazioni hanno chiesto, inoltre, al rettore, di indire un referendum
consultivo di tutto l'Ateneo sul progetto, prima di sottoporlo agli Organi
deliberanti, anche considerato che il procedimento fin qui attuato dal rettore è stato
fortemente centralistico e poco democratico. Il rettore ha detto NO, per cui si profila
una auto-indizione sindacale del referendum medesimo.
Nel merito del documento reso noto, i Sindacati si sono limitati a proposte sui
Dipartimenti (da essere di 40 membri, come base di riferimento; e dunque quelli con membri
meno di 40, dovranno accorparsi con altri; e quelli con più di 40 membri, e più settori,
dovranno suddividersi. NO anche a concentrazioni di poteri).
Invece, per le strutture di raccordo (Scuole/Facoltà) i Sindacati e
Associazioni si sono limitati a ricordare il limite di legge (massimo: 12 strutture), in
quanto ritengono che la proposta realistica debba venire, in secondo tempo, dai
dipartimenti, come rideterminati.
In ogni caso, Sindacati e Associazioni hanno respinto l'idea, che pare
dominante in rettorato, di fare 5 grandi strutture di raccordo.
I motivi di contrarietà sono molteplici, ad es.:
a) Ognuna delle 5 macrio-strutture rimprenderebbe 600 docenti, un numero
ingestibile da una singola struttura (non si trovrebbe, addiritura, una aula per
ricomprenderli). Per questo la legge stesse già prefigura un organo ristretto per la sua
guida ( direttori dei dipartimenti afferenti,l responsabile della Scuola/Facoltà, e da un
"congruo numero" dei membri dei consigli di dipartimento, ....). Tutto sarebbe
in mano ad un ristretto vertice.
c) ciò obbligerebbe gli studenti ad un contatto diretto con in corsi di
laurea (150 circa), e ciò costituisce fattore di disorientamento. Meglio conservare i
vecchi nomi delle "Facoltà".
d) E' anche dannoso in sè "oscurare" le denominazioni storiche delle
"grandi" Facoltà di Bologna (come Giurisprudenza, Medicina, Lettere e Filosofia
...).
e) L'identità della Romagna verrebbe eliminata, perdento l'identità di università
(oggi mascherata dalla denominazioe di POLO) ed ogni spazio di autonomia, nel futuro.
Direi, che oggi, per l'insieme dell'Ateneo, andrebbe cercata una soluzione federativa di
atenei, basata sulla salvaguardia delle denominazioni di Poli, sia pur aggiornati nelle
funzioni.
Quale ausilio alla migliore soluzione del problema, riporto (qui sotto) le
denominazioni storiche del TESTO UNICO dell'Università del 1933 e successive
modificazioni, e la soluzione già in vigore a Roma "La Sapienza". Nino Luciani |
Verso una
università di Romagna
"minus habens"?
1.- Una breve premessa. La legge
Gelmini trasferisce dalle attuali Facoltà ai Dipartimenti le funzioni finalizzate allo
svolgimento delle attività didattiche e formative che si aggiungono così ai compiti
tradizionali di organizzazione della ricerca scientifica.
La Romagna ha pochi Dipartimenti e quindi non ha strumenti sufficienti per
organizzare sia la ricerca scientifica che la didattica (cioè corsi di laurea) e quindi
dovrà sempre dipendere da Bologna. Ma se questo Rettore vuole che il numero minimo di
membri per fare un Dipartimento sia di "50", anzichè di "40" come
richiesto dalla legge, la strada sarà ancor più in salita.
La dipendenza totale da Bologna non significa che cesseranno gli
insegnamenti. Significa, però, che la maggior parte dei Docenti della Romagna saranno
sempre dei "pendolari" tra Bologna e il Polo romagnolo con pochissimo tempo da
dedicare agli studenti ed in particolare alla ricerca scientifica ?
La risposta è: "in parte vero e in parte no". Dipende dalle scelte
degli interessati, a meno che ... gli Enti di sostegno ...
2.- Che i Poli rimangano, ma come "strutture di raccordo", locali.
Un rimedio che non risolve in toto, ma che può essere un ponte, è quello che i
Dipartimenti di Bologna abbiano la doppia o anche la tripla sede, cosa che esiste già in
alcuni casi. In tal modo il Docente che insegna ad esempio a Rimini, può essere
incardinato nella seconda sede (del Dipartimento) di Rimini, ferma la suddivisione
dell'Ateneo di Bologna in Poli (es., Polo di Bologna, Polo di Forlì e Cesena, Polo di
Ravenna e Rimini), quali strutture di raccordo delle sedi locali dei Dipartimenti, in
attesa di sviluppi futuri (numeri permettendo).
Dicevo: "a meno che ... gli Enti di sostegno"... .
Lo sviluppo fututo dipende da cosa la Romagna vorrà fare per allettare i Docenti a trasferirsi,
con la famiglia, nella sede decentrata del Dipartimento (a Rimini, a Ravenna, ...), sede
decentrata che un domani potrà diventare autonoma, quando raggiungerà il numero minimo
di Docenti necessario (la Commissione del Rettore, dice "50", ma per la
legge, bastano "40").
3.- Uno sguardo al passato. Nelle vicende della mia
vita, ho avuto la ventura di essere Consigliere di Amministrazione dell'Alma Mater, negli
anni in cui Roversi Monaco (Melandri ... e altri) volevano l'Università di Romagna. Ho
fatto grandi battaglie (perdendole tutte) contro Roversi Monaco perché intendeva
l'Università di Romagna come un "insieme di sedi decentrate", quasi tutto
finanziariamente a carico di Bologna (soprattutto per i Docenti volontari..., salvo
qualche recupero delle spese di viaggio). Io paragonavo questo suo progetto alla Chiesa di
Santa Agnese in Agone, in Piazza Navona a Roma.
Fatta su progetto di Borromini, ma con una concezione architettonica atipica,
quella Chiesa sarebbe caduta, prima o poi, secondo i colleghi "invidiosi".
Ebbene io dicevo a Roversi Monaco che quella "sua Università" sarebbe caduta,
appena non fosse stato più Rettore.
Secondo me, l'Università di Romagna doveva nascere come "frazionamento di
Bologna", con i relativi finanziamenti messi in campo dalla legge sui
"Mega-Atenei". Ritengo che, alla fine, ho avuto ragione io.
Ma piangere sul latte versato non serve. In questa fase occorre trovare
un rimedio che potrebbe essere quello di "incentivare" in qualche modo i
Docenti che insegnano in Romagna a trasferirsi nella sede in cui svolgono la loro
attività.
Se gli Enti di sostegno hanno sangue nelle vene, è questo il momento per
opporsi ad una "fine" quasi certa dei Poli romagnoli. L'occasione è offerta
dalla revisione statutaria in atto. Qui, ritengo si giochi il futuro dell'Università
della Romagna. NINO LUCIANI |
Le Facoltà secondo il T.U.
del 1933 e successive modificazioni:
1. Facoltà di agraria
2. Facoltà di architettura;
3. Facoltà di farmacia:
4. Facoltà di giurisprudenza;
5. Facoltà di Ingegneria;
6. Facoltà di lettere e filosofa;
7. Facoltà di medicina e chirurgia;
8. Facoltà di medicina veterinaria;
9. Facoltà di scienze economiche e commerciali;
10. Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali;
11. Facoltà di scienze politiche |
Le Scuole/Facoltà approvate
a Roma "La Sapienza".
1. Architettura,
2. Economia,
3. Farmacia, Medicina,
4. Filosofia, Lettere, Scienze Umanistiche, Studi Orientali,
5. Giurisprudenza,
6. Ingegneria (nome provvisorio da completare),
7. Ingegneria dell'Informazione, Informatica e Statistica,
8. Medicina e Odontoiatria.
9. Medicina e Psicologia,
10. Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali,
11. Scienze Politiche e Sociali.
|
Il
DOCUMENTO CONSEGNATO AL RETTORE
Nel merito del documento della Commissione
rettorale sui dipartimenti e scuole/facoltà, si osserva:
1) il riordino, voluto dalla legge, è la razionalizzazione dellofferta didattica e
di ricerca, accompagnata da economia di costi;
2) la razionalizzazione della didattica non può prescindere dalle discipline
dinsegnamento, prima di applicarsi al numero delle lauree ed al rimpasto delle
attuali strutture didattiche e di ricerca. Infatti, pur vero che la tipologia delle lauree
dovrà essere convenientemente espressa, ai fini della identificazione da parte delle
famiglie, degli studenti e del mondo del lavoro circa i contenuti, tuttavia preliminare a
tutto è lanagrafe delle discipline. Il motivo è che una parte delle medesime
discipline può ritrovarsi in più lauree, sia pur con peso diverso, rispetto a quelle che
si devono istituire per motivare specificamente una determinata laurea.
In questo senso, il primo elemento che il documento avrebbe dovuto fare è lanagrafe
degli insegnamenti dellAteneo, classificati per contenuto, numero di insegnamenti
attivati, numero di studenti frequentanti, e collegatamente il numero dei docenti delle
differenti discipline.
I risultati di questo lavoro devono essere proposti al confronto di tutti i Docenti e dei
rappresentanti del mondo del lavoro e delle imprese. Essi sono la base per determinare i
Dipartimenti;
3) il numero dei membri del Dipartimento non dovrebbe superare una soglia
critica, al di sopra della quale il decentramento di cui al DPR 382/80 viene a perdere di
contenuto, vale dire lAteneo viene a ritrovarsi strutture eccessivamente
dimensionate, con aggravio di costi e intasamenti di pratiche amministrative, che nel 1980
portarono alla istituzione dei Dipartimenti (allora cerano gli Istituti, competenti
per la scienza, ma le cui pratiche amministrative erano tutte convogliate al Rettorato).
La legge indica un minimo di 40 membri. In base ad esperienza sul campo, la soglia critica
si trova verso i 30 membri. Pertanto il numero minimo di 50 membri, prospettata nel
documento è assolutamente sconsigliabile. Invece, appare consigliabile stare al
numero di 40, come base minima.
Cosa fare dei Dipartimenti con un numero di membri molto maggiore ? Se il numero viene
ereditato da quello (identico) del settore-disciplinare, esso va accettato.
Se, invece, è un numero, determinato per somma di più settori, si dovrebbe sezionare
quel dipartimento in più dipartimenti, in modo da adeguarli al numero di base (40
membri).
4) Fare solo dipartimenti disciplinari ? I Dipartimenti disciplinari sono
i soli che hanno una valenza ai fini della ricerca specialistica e delle pertinenti
decisioni finanziarie.
Ma essi potrebbero risultare avere un numero di docenti inferiore alla soglia critica (40
membri).
In questo caso la via è aggiungere docenti di gruppi affini, fino a raggiungere la soglia
critica.
In questo diverso scenario, si affaccia la possibilità che il gruppo minoritario aggiunto
potrà essere emarginato, sotto il profilo decisionale. Come rimedio, la via è che i
differenti gruppi abbiano peso paritetico nelle decisioni di vertice, del Dipartimento.
5) Fare dipartimenti tematici ? Lesigenza di fare convergere più
settori su un tema unico, pur se meritevole di considerazione, va risolta alla luce della
legge che vuole strutture di coordinamento dei dipartimenti.
Il criterio risolutivo dovrebbe essere di tipo "federalistico".
In via teorica, si presuppone che le "unità di base" (i dipartimenti
disciplinari) abbiano:
a) compiti specifici di ognuno di loro;
b) e compiti comuni, meglio risolti se delegati ad una struttura centrale. Un compito di
questa natura è la costruzione di Corsi di laurea.
Idealmente, questa struttura centralizzata (di coordinamento) potrebbe essere un
"centro interdipartimentare", al quale sono delegati compiti di ricerca e
compiti didattici. Questo centro potrebbe essere ridenomimato "Scuola o
Facoltà".
6) Sul numero più idoneo di questi "centri" di raccordo, non è possibile dire
a priori. Esso dovrebbe essere indicato dai "nuovi" Dipartimenti, in rapporto
alle esigenze didattiche e di ricerca.
La legge indica un massimo di "12".
Questa pluralità di Scuole/Facoltà va considerata anche in relazione alle esigenze
locali, come quelle provenienti dal giusto diritto della Romagna di non scomparire dalla
"nomenclatura" delle istituzioni didattiche e di ricerca dellAteneo di
Bologna, che dovrebbe comunque restare Ateneo di Bologna e della Romagna.
Responsabili
dell'Intersindacale: CISL Universita' (Maurizio Turchi),
CNU (Anna Maria Di Pietra), FLC CGIL (Sandra Soster), RETE 29 aprile (I Ricercatori della
Rete 29 aprile), SUN Universitas News (Nino Luciani), UIL RUA (Raffaele Pileggi)
Gruppo di lavoro dell'Intersindacale: Altieri
Leonardo, Brasini Sergio, Di Pietra Anna Maria, Ghetti Giulio, Giorgini Loris, Luciani
Nino, Maltoni Alessandra, Manzo Patrizia, Mattioli Franco, Pileggi Raffaele,
Tassinari Giorgio, Fabrizio Mauro, Ruocco Francesca. |
Attuale
situazione numerica dei Dipartimenti
| Personale Docente in servizio al 26 gennaio 2011 |
Totale |
| Dipartimenti
di Bologna e Romagna |
|
| ARCHEOLOGIA |
25 |
| ARCHITETTURA
E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE |
45 |
| ASTRONOMIA |
19 |
| BIOCHIMICA
"G. MORUZZI" |
30 |
| BIOLOGIA
EVOLUZIONISTICA SPERIMENTALE |
72 |
| CHIMICA
"G. CIAMICIAN" |
61 |
| CHIMICA
FISICA E INORGANICA |
32 |
| CHIMICA
INDUSTRIALE E DEI MATERIALI |
18 |
| CHIMICA
ORGANICA "A. MANGINI" |
28 |
| CHIRURGIA
GENERALE E DEI TRAPIANTI D'ORGANO |
26 |
| COLTURE
ARBOREE |
16 |
| CULTURE
LETTERARIE ANTICHE E MODERNE E SCIENZE DEL TESTO |
61 |
| CARDIOVASCOLARE |
21 |
| CLINICO
DI SCIENZE RADIOLOGICHE E ISTOCITOPATOLOGICHE |
16 |
| ARTI
VISIVE |
20 |
| DISCIPLINE
DELLA COMUNICAZIONE |
24 |
| DISCIPLINE
GIURIDICHE DELL'ECONOMIA E DELL'AZIENDA |
33 |
| DISCIPLINE
STORICHE, ANTROPOLOGICHE E GEOGRAFICHE |
65 |
| ECONOMIA
E INGEGNERIA AGRARIE |
35 |
| ELETTRONICA,
INFORMATICA, SISTEMISTICA - DEIS |
117 |
| EMATOLOGIA
E SCIENZE ONCOLOGICHE "L. E A. SERAGNOLI" |
40 |
| FARMACOLOGIA |
24 |
| FILOSOFIA |
46 |
| FISICA |
103 |
| FISIOLOGIA
UMANA E GENERALE |
21 |
| INGEGNERIA
CHIMICA, MINERARIA E DELLE TECNOLOGIE AMBIENTALI |
21 |
| INGEGNERIA
CIVILE, AMBIENTALE E DEI MATERIALI |
86 |
| INGEGNERIA
COSTRUZIONI MECC.,NUCL.,AERONAUTICHE E DI METALL.- DIEM |
56 |
| INGEGNERIA
ELETTRICA |
27 |
| INGEGNERIA
ENERGETICA, NUCLEARE E DEL CONTROLLO AMBIENTALE-DIENCA |
24 |
| IST.
DI PSICHIATRIA "PAOLO OTTONELLO" |
9 |
| ISTOLOGIA,
EMBRIOLOGIA E BIOLOGIA APPLICATA |
25 |
| LINGUE
E LETTERATURE STRANIERE MODERNE |
63 |
| MATEMATICA |
94 |
| MATEMATICA
PER LE SCIENZE ECONOMICHE E SOCIALI - MATEMATES |
24 |
| MEDICINA E SANITA' PUBBLICA |
21 |
| MEDICINA
CLINICA |
55 |
| MEDICINA
INTERNA, DELL'INVECCHIAMENTO E MALATTIE NEFROLOGICHE |
43 |
| MUSICA
E SPETTACOLO |
29 |
| PALEOGRAFIA
E MEDIEVISTICA |
19 |
| PATOLOGIA
SPERIMENTALE |
27 |
| POLITICA,
ISTITUZIONI, STORIA |
41 |
| PROTEZIONE
E VALORIZZAZIONE AGRO-ALIMENTARE |
29 |
| PSICOLOGIA |
67 |
| SCIENZA
DEI METALLI, ELETTROCHIMICA E TECNICHE CHIMICHE |
15 |
| SCIENZA
POLITICA |
36 |
| SCIENZE
ANATOMICHE UMANE E FISIOPATOLOGIA DELL'APPARATO LOCOMOTORE |
31 |
| SCIENZE
AZIENDALI |
92 |
| SCIENZE
CHIRURGICHE SPECIALISTICHE E ANESTESIOLOGICHE |
33 |
| SCIENZE
DEGLI ALIMENTI |
34 |
| SCIENZE
DELLA TERRA E GEOLOGICO-AMBIENTALI |
36 |
| SCIENZE
DELL'EDUCAZIONE "GIOVANNI MARIA BERTIN" |
86 |
| SCIENZE
DELL'INFORMAZIONE |
37 |
| SCIENZE
E TECNOLOGIE AGROAMBIENTALI |
49 |
| SCIENZE
ECONOMICHE |
96 |
| SCIENZE
FARMACEUTICHE |
51 |
| SCIENZE
GINECOLOGICHE, OSTETRICHE E PEDIATRICHE |
45 |
| SCIENZE
GIURIDICHE "A. CICU" |
155 |
| SCIENZE
MEDICHE VETERINARIE |
105 |
| SCIENZE
NEUROLOGICHE |
26 |
| SCIENZE
ODONTOSTOMATOLOGICHE |
21 |
| SCIENZE
STATISTICHE "PAOLO FORTUNATI" |
60 |
| SOCIOLOGIA
"ACHILLE ARDIGO'" |
41 |
| STORIA
ANTICA |
19 |
| STORIE
E METODI PER LA CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI |
40 |
| STUDI
INTERDISCIPLINARI SU TRADUZIONE, LINGUE E CULTURE-SITLEC |
55 |
| STUDI
LINGUISTICI E ORIENTALI |
14 |
Totale complessivo |
2.935 |
|
| Decleva in minoranza
... Dal Senato Accademico di Statale di Milano Oggi (22 marzo)
in Senato Accademico si doveva discutere sulla prima tranche di statuto (il titolo IV)
predisposto dalla Commissione statuto dell'Università di Milano. Il testo intende
regolare il ruolo dei Dipartimenti nella futura struttura dell'Università milanese,
ridisegnandone funzioni e struttura secondo quanto previsto dalla L. 240/2010. Molti erano
i punti controversi sul testo, in particolare la scomparsa della facoltà che non è
sopportabile per Medicina, nonché la centralità del ruolo del direttore del dipartimento
che diventa un piccolo "despota gentile" nei confronti dei colleghi, depositario
non solo delle funzioni di coordinamento delle attività di ricerca ma anche della
didattica, con il contemporaneo esautoramento dei direttori dei corsi di laurea. Molte
perplessità sono state esposte da presidi e ordinari, tutti con interventi preceduti dal
canonico "io, che sono stato sempre contrario alla Legge Gelmini... ecc.". Come
ricercatori siamo intervenuti varie volte, io malignamente chiedendomi retoricamente dove
fossero tutti questi oppositori della Gelmini quando si protestava in piazza contro i
contenuti della legge e contro gli insulti all'istituzione universitaria e contro la
visione di precariato anarchico che la Gelmini disegnava; in particolare abbiamo richiesto
che non si procedesse per approvazioni parziali, ma che prima di esprimere un giudizio,
ancorché critico, sul titolo IV dedicato ai dipartimenti fosse necessario avere in mano
anche il testo che regolava la governance di Ateneo. Il Rettore Decleva invece ha
sostenuto fosse necessario andare avanti comunque, affermando più volte che era
necessario decidere hic et nunc se quella fosse la strada che la commissione statuto
doveva battere. Ha infine rifiutato una piccola via di uscita proposta dai ricercatori,
una mozione che rinviava ogni giudizio sul titolo IV all'analisi del titolo dello statuto
dedicato alla governance, trasmettendo nel contempo alla Commissione statuto le
perplessità sorte durante la discussione. La cosa non è stata ritenuta accettabile
("non posso cambiare l'ordine del giorno") e Decleva ha preteso il voto.
Risultato: 12 voti favorevoli, 9 voti contrari e un certo numero di astenuti che non sono
stati conteggiati del tutto perché il risultato negativo era evidente. La prima parte
dello Statuto non è passata al vaglio del Senato accademico, che ha messo in minoranza il
suo rettore. E' sperabile che questo sia il segnale che indica la necessità di ascoltare
meglio le lamentele e cambiare metodo di proposta dei testi.
Fonte: Post n°294 pubblicato il 29 Marzo 2011 da VoceProletaria |
|
In vista delle riforme "locali" degli Statuti, e dei Decreti attuativi
governativi ex-lege Gelmini 240/2010
|
Referemdum
abrogativo, ai sensi dell'art. 75 della Costituzione. Associazione nazionale dei
"Docenti preoccupati" vuole organizzare un referendun abrogativo legge Gelmini.
Clicca su:
Referendum, Referendum2 |
|
INTER SINDACALE UNIVERSITARIA NAZIONALE
ADI, ANDU, APU, CISL-Università,
CONFSAL-SNALS-Cisapuni, ConPAss, COSAU (Adu, Cipur, Cnru, Cnu, Csa-Cisal-Università),
FLC-CGIL, LINK-Coordinamento Universitario, RETE-29 aprile, SNALS-Docenti Università,
SUN, UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR |
"Per la democrazia negli Statuti degli Atenei italiani"

Sergio Sergi, Coordinatore Nazionale
|
Nota.
Questo documento è stato scritto, dopo ampia discussione e approfondimento, dalle
organizzazioni e associazioni nazionali della docenza universitaria, quale proposta per la
riforma degli Statuti delle universita', in attuazione della legge Gelmini.
Il testo è stato anche inviato alla Commissione Istruzione del Senato, con
aggiunta di richiesta di audizione, in vista della approvazione preventiva, da parte del
Senato, dei decreti ministeriali attuativi della legge Gelmini 240/2011.
Il Presidente della Commissione Istruazione del Senato, Sen. Ing. Guido Possa, ha
già risposto all'Intersindacale con promessa di "contattare tutti, per
una audizione, appena i decreti medesimi saranno trasmessi al Senato dall'Esecutivo." |

Guido Possa, Pres. Comm. Istruzione, Senato
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0.- Principi e metodi
LUniversità pubblica
deve avere il compito di promuovere la crescita culturale del Paese e per questo deve
svolgere autonomamente, liberamente e inscindibilmente - la ricerca e lalta
formazione.
Deve essere assicurata la centralità degli studenti e deve essere garantita la pari
dignità di tutti i lavoratori.
In tutti gli Organi la presenza degli studenti deve
essere di almeno il 15% del numero dei componenti, come prescritto dalla Legge(1).
Negli Statuti vanno previste forme di partecipazione, di consultazione e di presentazione
di istanze e proposte. Va prevista la redazione del bilancio sociale.
Negli Statuti va prevista la costituzione del Consiglio degli Studenti.
Va infine prevista l'istituzione di un apposito comitato dedicato alla garanzia delle pari
opportunità, con la partecipazione di tutte le componenti universitarie(2).
Le procedure per le modifiche statutarie devono essere caratterizzate dalla massima
trasparenza e dalla partecipazione della comunità universitaria.
Tutti gli atti della Commissione per la modifica degli Statuti dovranno essere pubblici e
reperibili sui siti degli atenei. Inoltre dovranno essere tenute audizioni e assemblee
pubbliche e aperte a tutte le componenti universitarie da tenersi alla presenza della
Commissione incaricata della stesura, dalle quali emergano le linee del nuovo statuto e
nelle quali si possa poi dibattere la bozza proposta dalla Commissione.
1.- Elezione del Rettore
Lelettorato attivo per la carica di Rettore deve essere costituito da tutti i
professori ordinari, i professori associati, i ricercatori e deve essere prevista la
partecipazione al voto del personale tecnico-amministrativo e di tutte le altre
componenti. Lelettorato passivo deve essere limitato ai professori appartenenti
allateneo.
2.- Senato Accademico
Il Senato Accademico, nellottica di potenziarne il ruolo, deve avere la funzione di
indirizzo e programmazione di tutte le attività didattiche, di ricerca e di servizi agli
studenti. I suoi pareri al Consiglio di Amministrazione devono essere obbligatori e, per
quanto concerne in particolare la didattica e la ricerca, vincolanti.
Il SA approva il bilancio sociale dellAteneo.
Il Senato Accademico deve essere integralmente elettivo e deve essere prevista comunque la
pari rappresentanza dei professori ordinari, dei professori associati e dei ricercatori.
Il numero dei direttori di dipartimento dovrà essere limitato al minimo previsto dalla
legge (1/3 dei docenti).
Per i professori e i ricercatori deve essere previsto l'elettorato attivo e passivo
comune.
Inoltre deve essere prevista, nella misura massima consentita dalla Legge, una
rappresentanza oltre che degli studenti, del personale tecnico-amministrativo e delle
altre componenti.
E opportuno che il Senato Accademico non sia presieduto dal Rettore.
3.- Consiglio di Amministrazione
Il numero dei membri esterni all'interno del CdA deve essere il minimo previsto dalla
Legge.
Tutti i componenti devono essere scelti dallo stesso collegio elettorale previsto
per lelezione del rettore, mentre i rappresentanti degli studenti devono essere
eletti da tutti gli studenti.
I candidati esterni alla carica di componenti del CdA dovranno
essere scelti all'interno di una lista di nomi proposta dal Senato Accademico. I membri
interni vanno scelti tra tutto il personale di ruolo.
Il CdA deve essere presieduto dal rettore.
La partecipazione agli organi di governo universitario va considerata come requisito della
«comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un'esperienza professionale di alto
livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale» ai fini
della loro eleggibilità nei Consigli di amministrazione secondo la Legge.
Inoltre deve essere prevista la possibilità di candidarsi a chi presenta un curriculum da sottoporre al Senato
Accademico.
Eventuali atti difformi dai pareri obbligatori del Senato Accademico dovranno essere
motivati secondo specifiche procedure e criteri.
4.- Collegio di disciplina
Il Collegio di disciplina deve essere costituito da una pari rappresentanza di
ordinari, associati e e ricercatori, con elettorato attivo e passivo comune. La
composizione del Collegio per qualsiasi procedimento deve rimanere invariata.
5.- Composizione e funzioni dei dipartimenti.
La costituzione dei dipartimenti deve
rispondere a coerenti criteri scientifici e culturali, organizzando uno o più settori di
ricerca omogenei per fini o per metodo e dei relativi insegnamenti. Al Dipartimento
compete lelaborazione di linee programmatiche pluriennali.
Il Consiglio di dipartimento deve essere costituito da tutti i professori e i
ricercatori e da un'adeguata rappresentanza del personale tecnico-amministrativo e delle
altre componenti, oltre che degli studenti.
Deve essere previsto lelettorato attivo e passivo comune per i professori e i
ricercatori per lelezione dei loro rappresentanti nelle giunte di dipartimento.
Ai dipartimenti (non alle eventuali strutture di raccordo) deve essere attribuita la
competenza a formulare al CdA e al SA proposte in materia di programmazione e la
competenza a deliberare sulle chiamate di professori e ricercatori, sulla base delle linee
programmatiche
6.- Strutture di raccordo
Attribuzione alle strutture di raccordo delle competenze previste dalla legge (funzioni di
coordinamento didattico e di gestione dei servizi comuni a più dipartimenti), nonché
della programmazione dell'offerta formativa, ma non del reclutamento; è necessario
definire che nell'organo deliberante delle strutture di raccordo vi sia una
rappresentanza, scelta tra i componenti delle giunte dei dipartimenti, ovvero tra i
coordinatori di corsi di studio o di dottorato ovvero tra i responsabili delle attività
assistenziali di competenza della struttura, pari al 10% dei componenti dei consigli
dei dipartimenti (previsto come tetto dalla Legge), eletta da tutti i componenti dei
dipartimenti interessati. Nella rappresentanza deve essere assicurata la presenza
paritetica delle tre fasce della docenza.
7.- Nucleo di valutazione
Gli Statuti devono prevedere modalità di nomina e composizione dei nuclei di
valutazione che ne garantiscano indipendenza, imparzialità e competenza.
8.- Statuto dei diritti degli studenti e dei dottorandi
Gli Statuti devono recepire lo Statuto dei diritti degli studenti, garantendo che
siano rispettati i loro diritti fondamentali per quanto riguarda la didattica, gli esami,
i tirocini, la valutazione, la contribuzione studentesca, l'accesso ai servizi, ecc.
Ugualmente devono essere tutelati i diritti dei dottorandi, considerando che si tratta di
una figura che è insieme studente e ricercatore in formazione.
Deve inoltre essere adottata la Carta europea della ricerca allo scopo di garantire
che i rapporti tra i ricercatori e i datori di lavoro
favoriscano la produzione e la diffusione delle conoscenze e che tali rapporti siano allo
stesso tempo volti allo sviluppo professionale e alla carriera dei ricercatori.
9.- Regolamenti di ateneo
Deve essere previsto che i regolamenti di Ateneo siano elaborati da commissioni designate
dal Senato Accademico e rappresentative di tutte le componenti. Le commissioni,
nellambito dellattività istruttoria, devono svolgere audizioni delle
rappresentanze universitarie.
10.- Contratti, diritti, reclutamento e progressioni del personale
Ai lavoratori precari con qualsivoglia tipo di contratto vanno estesi gli stessi
diritti del personale contrattualizzato.
In questottica negli statuti devono essere introdotti standard minimi che sanciscano
diritti e tutele di ciascun lavoratore dellateneo, precario e non. Va prevista
inoltre una retribuzione minima correlata alla durata del contratto.
A regime ogni anno il numero di contratti di ricercatore a tempo determinato ex articolo
24, comma 3, lettera b) della Legge 240/10 non dovrà essere inferiore al numero di
contratti da ricercatore a tempo determinato ex articolo 24, comma 3, lettera a).
In particolare, deve essere vietato qualsiasi ricorso a prestazioni di lavoro gratuite.
Inoltre i regolamenti di ateneo che disciplineranno le procedure per lattribuzione
degli assegni di ricerca, i contratti per attività di insegnamento e i contratti da
ricercatore a tempo determinato dovranno essere elaborati da commissioni che includano
anche rappresentanze di lavoratori precari e dovranno assicurare il rispetto dei principi
di trasparenza concorsuale e la massima pubblicità dei bandi, da pubblicare sul sito
dellateneo e nel maggior numero possibile di siti istituzionali.
Un apposito regolamento va redatto per la
definizione dei criteri di valutazione e attribuzione degli scatti periodici dei
professori e dei ricercatori.
(1) Dallart. 6, comma
1, del DL 21 aprile 1995, n. 120:
Gli statuti degli atenei stabiliscono anche la composizione degli organi collegiali,
assicurando la rappresentanza degli studenti in
misura non inferiore al 15 per cento.
(2) Per
componenti universitarie si intendono i professori, i ricercatori(3),
il personale contrattualizzato(4), i dottorandi, gli specializzandi, gli
studenti e tutto il personale con rapporto di lavoro a tempo determinato.
(3) Con ricercatori si
intendono i ricercatori di ruolo e a tempo determinato.
(4) Per personale contrattualizzato si intendono i lavoratori
regolati dal CCNL (tecnici-amministrativi-bibliotecari, lettori/CEL, ecc.). |
INTER SINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA
CISL Universita' CNU
Comitato Nazionale Universitario
FLC CGIL Federazione Lavoratori della Conoscenza RETE 29 aprile
SUN Universitas News UIL Ricerca Università Afam |
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Contributo
per la riforma dello Statuto Generale
dellUniversità di Bologna |
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NOTA. Nell'ottobre
2010 i Sindacati e Associazioni universitarie di Bologna avevano costituito un
Gruppo di lavoro*, in vista della nuova legge, preso atto che il Rettore aveva istituito
una apposita Commissione rettorale.
Nel frattempo è stato anche diffuso un comunicato del Rettore, che
dichiarava l'intenzione di coinvolgere,
allo scopo, tutto l'Ateneo. In questo senso l'Intersindale ha ritenuto di
"dover" fare, per il Rettore, la propria parte nel modo più adeguato possibile.
* Gruppo di lavoro: ALTIERI LEONARDO, BRASINI SERGIO, DI PIETRA
ANNA MARIA, GHETTI GIULIO, GIORGINI
LORIS, LUCIANI NINO, MALTONI ALESSANDRA, MANZO PATRIZIA, MATTIOLI FRANCO,
PILEGGI RAFFAELE,
TASSINARI GIORGIO.
Ad alcune riunioni del Gruppo di lavoro
hanno partecipato FABRIZIO MAURO, RUOCCO FRANCESCA . |
INTERSINDACALE UNIVERSITARIA DI BOLOGNA
Questo documento muove dalla
convinzione che la riforma dello Statuto, dopo il drammatico contesto in cui e stata
approvata la legge Gelmini, rappresenti una opportunità di rinnovamento, di
qualificazione e di riforma democratica dellAteneo.
I movimenti di questi mesi, animati soprattutto dagli studenti e dai
ricercatori, ma in grado di coinvolgere tutte le componenti delluniversità, vanno
colti come spinte in favore di una interpretazione estensiva della legge, valevole ad
affermare la centralità delluniversità pubblica, come luogo di alta formazione e
ricerca scientifica, fondata su una dimensione democratica partecipativa e pubblica
dellAteneo di Bologna, per il progresso culturale, civile ed economico
dellItalia e delle Nazioni.
PARTE
PRIMA - PRINCIPI GENERALI
1.- Governance.
La legge Gelmini apparentemente introduce una forma di government di tipo
aziendalistico, dunque di una realtà nella quale si opera allinterno di un sistema
gerarchicizzato e finalizzato allo scopo di una maggiore efficienza/efficacia: in pratica
come lequipaggio di una nave con un comandante (del resto le societa per
azioni sono nate proprio per armare le navi allepoca della conquista dei mari).
LUniversità non ha però mai conosciuto questo tipo di organizzazione,
in quanto chi vi opera è protetto e garantito dallart. 33 della
Costituzione: Larte e la scienza sono libere e libero ne è
linsegnamento. Vige dunque (e questo, però, convive con la forma di
governance della nuova legge) il principio-cardine di universitas di tutte le componenti e
di parità tra i docenti (tanto è vero che per la valutazione si fa riferimento al
giudizio dei pari); ogni Rettore, Preside, Direttore del Dipartimento è un primus inter
pares, mai un comandante.
Ciò premesso, nellinterpretazione dellart. 2, la Commissione Statuto
dovra privilegiare la salvaguardia di questi valori ontologici, il che potrà fare
tenendo ben distinti i centri di imputazione formale delle decisioni da quelli di
imputazione sostanziale delle decisioni stesse.
Inoltre dovranno essere garantiti i principi di trasparenza e diritto
allinformazione.
2.- Programmazione.
La programmazione è metodo fondamentale per il governo dellAteneo.
Essa ha luogo, anche in via sperimentale, sulla base di una previsione
pluriennale, almeno di sei anni, della risorse disponibili e dei bisogni da soddisfare
entro questo orizzonte temporale. In questo quadro sono principali elementi di
riferimento: il bilancio, il reclutamento dei docenti e dei ricercatori TD, il personale,
il finanziamento della ricerca e delle strutture di ricerca e di didattica.
3.- Per leliminazione del sistema baronale.
La legge Gelmini apparentemente dichiara di prefiggersi, almeno sotto
laspetto formale, tre scopi:
- eliminare il sistema baronale (non soltanto nella cooptazione nel corpo
docente, ma anche nella gestione delle varie strutture);
-affidare lamministrazione a veri professionisti di essa anche se
estranei al corpo accademico;
- cercare, con ciò, di portare luniversità italiana al livello della
migliore tra quelle internazionali.
Il nuovo Statuto non potrà quindi essere disegnato per sostituire lattuale
sistema baronale con unoligarchia tecnocratica, ancora più ristretta, nella
gestione dellAteneo, nè potrà relegare ricercatori di ruolo e a tempo determinato
e personale tecnico-amministrativo al ruolo di semplici comparse.
4.- Necessità di proposta contestuale di riforma dello Statuto e del
Regolamento, previsti dalla nuova legge.
La Legge Gelmini, pur essendo prolissa nellindividuare le competenze degli
Organi Accademici, sempre rinvia ad un Regolamento di Ateneo per meglio specificare lo
Statuto. La comunità universitaria è dunque interessata non soltanto a conoscere come
sarà lo Statuto, ma anche a come sarà il Regolamento di Ateneo, che ad esso darà
specificazione.
Pertanto occorre che la Commissione Statuto elabori non soltanto una prima bozza di
Statuto, ma definisca anche indice e contenuto essenziale del Regolamento di Ateneo che
dovrà dare esecuzione allo Statuto in tempi brevissimi.
5.- Per il criterio che quanto non espressamente vietato dalla legge, sia
automaticamente libero, in base al principio dellautonomia. La Legge
Gelmini risponde al principio che tutto ciò che non è espressamente vietato, è
automaticamente libero.
Poiché il principio della autonomia universitaria è confermato dalla nuova legge,
la commissione statuto deve dare attuazione a questo principio e anche combattere, se
necessario, per farlo valere.
6.- Per la separazione tra il momento del governare lUniversità, e
il momento dellamministrare.
La legge Gelmini, se pure con qualche incertezza, vuole introdurre anche
nellUniversità la netta separazione tra il momento del governare e il momento
dellamministrare; tra chi deve dettare indirizzi generali e non specifici e chi deve
darvi esecuzione.
Lo Statuto deve dare attuazione a questo principio e porre le norme di principio
che poi il Regolamento generale dovrà ulteriormente sviluppare. Ciò comporta, tra
laltro, che la figura del Direttore generale non dovrà ricalcare quella nota negli
enti locali, il cosiddetto City Manager, che ha dato ben scarsi risultati.
7.- Il problema della correzione del decision making mediante la
prefigurazione di momenti obbligatori di partecipazione, propri della E-democracy.
Nel disegnare la composizione degli Organi accademici, la Legge Gelmini
riduce drasticamente il numero dei componenti, e ciò alla ricerca di una presunta maggior
rapidità e tecnicità delle decisioni (del resto è noto che al superamento del numero di
7 componenti ogni organo amministrativo ha una caduta di rapidità e di efficienza).
Se la composizione degli Organi era divenuta via via sempre più vasta, ciò
era dovuto al fatto che nel tempo il numero degli interessi coinvolti era andato
aumentando e attraverso lallargamento del numero dei componenti si era cercato di
dare rappresentanza a questi interessi allinterno degli Organi, pur nella
consapevolezza che Organi pletorici comportavano una perdita di efficienza.
Il fatto che la Legge Gelmini non riduca (nè avrebbe potuto farlo) il numero
e la qualità degli interessi coinvolti, e dunque la riduzione del numero dei componenti,
comporta che parte di questi interessi può non essere più rappresentata e, con ciò,
essere nota a chi deve decidere. In altri termini, viene sacrificato il momento della
partecipazione al procedimento amministrativo, il quale invece è un principio-cardine
dellordinamento italiano.
Occorre, di conseguenza, che Statuto e Regolamento generale di Ateneo
introducano nel decision making correttivi alla situazione che si viene a creare,
prevedendo, come obbligatori, momenti di partecipazione che possono essere realizzati
anche mediante un corretto sistema di E-democracy.
8.- Trasparenza. Lo Statuto deve prevedere che le
valutazioni espresse dal Nucleo di Valutazione, dallOsservatorio della Ricerca e da
ogni altro organismo, anche a carattere nazionale, siano tempestivamente rese pubbliche
per le strutture di didattica e di ricerca dellAteneo.
PARTE SECONDA - CRITERI ATTUATIVI
1.- Per il CdA, si propone:
- che esso sia elettivo, salvo che per i membri esterni, e che la composizione sia
rappresentativa dei vari ruoli dellAteneo;
- di limitare a 2 la presenza di esterni. Il Senato Accademico esprima linee
di indirizzo per i bandi tesi a selezionare tali componenti esterni, per delineare il
progetto cui le loro competenze si riferiscono e a garanzia che essi non siano portatori
di interessi economici incompatibili con lautonomia universitaria e i principi
dellart. 33 della Costituzione;
- mandato di 4 anni, non rinnovabile immediatamente.
2.- Il Senato Accademico dovrà essere organo di indirizzo e
programmazione delle attività didattiche, di ricerca e di valutazione, il cui parere
dovrà essere obbligatorio per le relative decisioni del CdA;
3. Si dovrà garantire:
a) la rappresentanza paritaria ed elettiva di tutte le componenti accademiche, del
personale tecnico e amministrativo e degli studenti deve valere in tutti Organi
dellAteneo, sia per la sede centrale sia per le sedi decentrate, ferme le riserve di
legge;
b) nei limiti della legge 240/2010, una partecipazione democratica, paritaria ed
elettiva alle commissioni di Ateneo, ivi compresa la Commissione di disciplina;
c) lelettorato attivo ai rappresentanti degli assegnisti e dei dottorandi nei
Consigli di Dipartimento;
d) ai Consigli di Dipartimento siano ammessi a partecipare i professori incaricati,
con diritto di parola.
4. Si propone che i membri elettivi del CdA e del Senato siano
scelti con sistema proporzionale per liste concorrenti, sulla base di documenti
programmatici, con possibilità di divulgazione mediante i sistemi informativi
dellAteneo. E ammessa la presentazione di liste che ricomprendano, ognuna,
tutte le categorie di docenti eleggibili.
5. Nel Regolamento, previsto dalla legge Gelmini, saranno
specificate le modalità di separazione tra ruolo politico e ruolo amministrativo nel
governo dellAteneo.
6. La consultazione pubblica sulla bozza di Statuto non va
limitata ai Dipartimenti e Facoltà, ma estesa a tutte le categorie di personale
dellAteneo.
1.- Elezione del Rettore. Lelettorato attivo, oltre al
personale docente di ruolo, come vige attualmente, va allargato ai ricercatori a tempo
determinato, ai rappresentanti degli studenti, dei dottorandi e degli assegnisti eletti
nei vari organi accademici e al personale TA con "voto ponderato.
Il candidato rettore non deve avere ricoperto questa carica, nei sette anni
precedenti, presso altro Ateneo.
2.- Giunta. Si propone la istituzione di una Giunta, i cui
membri sono scelti dal Rettore allinterno di tutte le categorie di personale, ma
esterni al CdA e al Senato, col compito di coadiuvarlo nellesercizio delle proprie
funzioni. Il Rettore affida loro, con delega di firma, propri compiti in corrispondenza
alle macro-aree amministrative dellAteneo.
3.- Senato. Relativamente ai componenti(1/3) non indicati dalla
legge, si propone:
- la rappresentanza dei ricercatori a tempo determinato e a tempo indeterminato;
- la rappresentanza del personale tecnico e amministrativo.
Relativamente alla composizione, per 2/3, riservata dalla legge ai docenti di ruolo, va
garantita la rappresentanza delle due fasce.
4. Consiglio di Amministrazione. Tra il personale di ruolo
dellAteneo i membri eletti siano rappresentativi dei:
- professori ordinari;
- professori associati;
- ricercatori;
- tecnici-amministrativi.
5.- Organi consultivi. Si propone la istituzione di:
a) Consiglio del personale tecnico e amministrativo, organo
consultivo del CdA, per il parere obbligatorio, non vincolante, in materia di servizi
amministrativi e organizzazione dellamministrazione.
E fatto vincolo di rappresentanza di ognuna delle sedi universitarie.
I membri del Consiglio del personale tecnico e amministrativo sono votati
sulla base di unica lista di candidati. Sono eletti, nellordine, i candidati con
più voti di preferenza.
b) Consiglio studentesco, organo consultivo per il parere
obbligatorio, non vincolante, al Senato Accademico in materia di didattica, e al CdA in
materia di servizi agli studenti.
E fatto vincolo di rappresentanza di ognuna delle sedi universitarie.
I membri del Consiglio studentesco sono eletti con sistema proporzionale per liste
concorrenti, sulla base di documenti programmatici.
6. Le sedi di Romagna. Lattuale Statuto ha consentito lo
sviluppo in Romagna adottando il modello organizzativo-funzionale per plessi,
in varia misura autonomi quanto ai servizi da rendere agli studenti e al personale docente
e non.
Ciò ha comportato il moltiplicarsi di servizi amministrativi (e relativo personale
e, dunque, costi) in ogni plesso, mentre oggi, specie con
linformatizzazione, i servizi di supporto ben possono essere svolti e
forniti da unorganizzazione centralizzata locale, con evidente
miglioramento della qualità del servizio e diminuzione dei costi. Del resto, contro la
attuale organizzazione per plessi si muove la nuova dimensione attribuita
dalla Legge Gelmini ai Dipartimenti.
Si ritiene opportuno che la Romagna possa avere forme di autonomia
amministrativa per materia, con budget.
Inoltre, il nuovo statuto dovrà dare indicazioni chiare su tre aspetti rilevanti:
1) la volontà di consolidare la configurazione policentrica del
nostro Ateneo (non esclusa la forma federativa), sostenuta in tutti questi anni dagli enti
locali e dagli enti finanziatori;
2) linterpretazione autentica da attribuire al concetto di
incardinamento, in termini di diritti e doveri dei docenti che sono/saranno
impegnati in Romagna (a partire ad esempio dalla necessaria chiarezza sulla struttura alla
quale i docenti medesimi dovranno fare prioritariamente riferimento per espletare il loro
servizio), e la contestuale adozione di politiche di incentivazione per favorire la scelta
di incardinarsi;
3) la volontà di favorire linsediamento in Romagna di dipartimenti
e scuole (Facoltà), eventualmente anche di tipo trasversale dal punto di vista delle
discipline, coordinate ma non subordinate alle altre strutture dellAteneo.
7. Regolamento. Il Regolamento dovrà contenere norme a tutela dei
diritti del lavoro, e specificamente:
a) per le attività didattiche dei docenti a contratto, in via di principio deve essere
proibito qualsiasi ricorso a prestazioni di lavoro gratuite e deve essere individuata una
retribuzione oraria minima;
b) per i ricercatori a T.D. siano previste garanzie di uneffettiva
tenure track, sulla base della prevista programmazione pluriennale delle
risorse;
c) sia regolata la didattica dei ricercatori di ruolo e di quelli a tempo
determinato, senza mai considerare scontato ed automatico limpegno didattico del
ricercatore di ruolo;
d) ai dottorandi, agli assegnisti e ai ricercatori a T.D. siano garantiti gli
stessi diritti dei lavoratori strutturati di Ateneo (asili nido, mense, parcheggi,
rimborsi per le missioni, etc.);
e) per i diritti e le condizioni di lavoro del personale non contrattualizzato è
necessario prevedere un confronto preventivo con le parti sociali;
g) disciplina dei diritti e dei doveri del personale.
CISL Universita' (Maurizio Turchi)
CNU (Anna Maria Di Pietra)
FLC CGIL (Sandra Soster)
RETE 29 aprile (I Ricercatori della Rete 29 aprile)
SUN Universitas News (Nino Luciani)
UIL RUA (Raffaele Pileggi)
Gruppo di lavoro che ha curato il Documento:
Altieri Leonardo, Brasini Sergio, Di Pietra Anna Maria, Ghetti Giulio, Luciani Nino,
Maltoni Alessandra, Manzo Patrizia, Mattioli Franco, Pileggi Raffaele, Tassinari Giorgio.
Hanno partecipato ad alcune riunioni Fabrizio Mauro e Ruocco Francesca.
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IMPORTANTE
SENTENZA DELLA MAGISTRATURA ORDINARIA:
"Quella denuncia di Quirino
Paris al CUN aveva fondamento !
(Sotto, è riportata la sentenza, integralmente).
Questo fatto arriva al pubblico
universitario mentre la riforma Gelmini
è diventata legge, per cui il pensiero va alla eventuale "consecutio tra i due
eventi".
Sotto, riportiamo il parere di Quirino Paris sulle sue attese dalla nuova
legge.
.
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QUIRINO PARIS, il
professore italiano della University of California, Davis, aveva denunciato al
CUN (Presidente, prof. L. Labruna) la nomina di cinque commissioni di conferma del Settore
Scientifico ``Economia ed Estimo Rurale', una delle quali aveva negato la conferma, in
ruolo, a Giovanni Anania, professore "straordinario" di rilevanza
internazionale, ma non sottomesso alla "cupola" degli economisti agrari.
Il CUN (che designa al Ministro le commissioni di conferma per gli straordinari ed
esprime parere di legittimità su tutti i concorsi di valutazione comparativa) oppose il
"silenzio rifiuto" di fare un indagine, come sarebbe stato di dovere, e anzi una
necessità, perché il fatto non era "solo" degli economisti agrari, per la
natura della legge sui concorsi, che prefigurava un regime consociativo, e
possibilità di "smagliature".
La conseguenza, per Quirino Paris, fu di incorrere
in sette querele per diffamazione, da parte dei membri della "cupola" degli
economisti agrari. La sentenza di I grado fu di assoluzione piena, ma che i querelanti
portarono in appello, però confermata, sia pure dopo anni di lungaggini e spese legali.
. |
|
Nino Luciani, I fatti in breve, e nel pianto la consolazione nel passato. Le attese dalla
riforma Berlusconi-Gelmini, secondo Quirino Paris1.- I fatti in breve. Nel 2003, una Commissione
giudicatrice, per la conferma in ruolo di un professore ordinario, gli negava la conferma
al termine del triennio di prova.
Per memoria, le Commissioni di conferma per prof. ordinario sono nominate dal
Ministro, su designazione del CUN. Invece le Commissioni di concorso erano nominate
dall'università banditrice (composte da un membro "interno" di designazione
locale, e da 4 membri, votati dal Gruppo scientifico disciplinare").
Il malcapitato "non confermato" era tale "Giovanni
Anania" della Università della Calabria (si vegga più sopra, per il curriculum), e
che (secondo Paris) era assolutamente meritevole di conferma.
Nella tradizione accademica italiana, la negazione di una conferma era ed è un
fatto "unico" nel suo genere, mentre il problema più solito è quella di
sbarrare la strada a candidati in eccesso rispetto al numero dei posti.
In parole brevi, Quirino Paris racconta che il Settore scientifico in questione (
AGR/01) era dominato dalla Associazione degli Economisti Agrari, e
soprattutto dai suoi dirigenti, i quali riuscivano a fare eleggere i rappresentanti del
Gruppo presso il CUN, e i membri delle Commissione di concorso, secondo le proprie
indicazioni elettorali. E "peste cogliesse" (in termini di carriera) chi
trascurasse quelle indicazioni.
(Evidentemente, nel concorso che tre anni prima portò Anania all'ordinariato,
qualcosa era andato storto ..., per quei dirigenti e in primo luogo al CUN).
La motivazione dello sdegno di Quirino Paris, tra l'altro illustrata senza alcun
pelo sulla lingua, ha un rilievo assoluto perchè copre non solo "un" caso in
cui si dice la verità per l'Associazione degli Agrari, ma rappresenta notoriamente la
generalità dei Settori Scientifici in Italia.
Ma attenzione ! Una cosa sono le "deviazioni" (che calcolerei
nell'ordine del 10% dei casi, troppi
), una cosa è ritenere che, in Italia, il
sistema dei concorsi produca solo professori indegni. Anzi il fatto che Anania, nel
concorso, fosse stato riconosciuto "idoneo" a prof. Ordinario, è una prova del
contrario. Ma su questo tornerò qui a fianco, a proposito della riforma Gelmini.
Torno a Quirino Paris. Egli pagherà caro questo atto di "superbia":
doversi difendere in tribunale, a proprie spese, per 8 lunghi anni, come un volgare
diffamatore di colleghi per bene. E cosa ha fatto, poi, in fin dei conti ? Il suo reato fu
di aver denunciato il caso alle "autorità" (si noti, non a qualcuno che passa
per la strada), e in primo luogo al MIUR.
Allora il Ministro era Letizia Moratti e il Direttore Generale era Giovanni
Masia (ora Capo del Dipartimento per l'Università e l'AFAM per la Ricerca).
Sul piano oggettivo, il pensiero corre spontaneamente a loro, soprattutto a
Masia, per il suo ruolo nel dare o meno esecutività alle sentenze del TAR e alle sentenze
penali, oltre che al suo ruolo tecnico nel concorrere alla proposizione dei nuovi progetti
di legge, a correzione dei fatti "devianti". Sulla adeguatezza delle legge
Gelmini torniamo più avanti.
2.- Nel pianto, la consolazione... sempre nel
passato.
Come, però dicevo, una cosa sono le "deviazioni", una cosa è la
generalità dei casi. E', poi, sotto gli occhi di tutti che i fatti "devianti"
più gravi (si pensi a parentopoli) finiscono sui grandi media, perchè il
"negativo" fa notizia, (e oscura il "bene"), e questo finisce per
infangare tutto. .Nel corpo della sentenza, si racconta anche di denunce di fatti
corruttivi di altri concorsi, però seguìti da archiviazione, pur essendo ben evidente il
loro fondamento oggettivo.
Il motivo della archiviazione era che la votazione della candidature a
membro di commissione, su indicazione "autorevole" delle cupole, non era un
evidente reato giuridico, giacchè era prefigurata dalla legge ed era una fattispecie
molto simile a quella delle elezioni dei membri del parlamento. Anche qui non mancano le
proposte autorevole dei dirigenti dei partiti politici in favore di questo o quel
candidato e di questo e quel programma.
Lo stesso era per fare le commissioni. Non c'era obbligo giuridico di votare ...,
ma semplice indicazione di voto ....
In effetti le cupole degli ordinari hano sempre determinato, in regime
consociativo, la carriera dei docenti in posizione inferiore e dunque, pur se
giuridicamente autonomi, per cui questi erano ricattabili di fatto.
Ma va anche detto che il professore universitario è tale per vocazione
scientifica e per questo nasce moralmente apposto. La sua colpa è aspirare a dare un
seguito alla propria scuola scientifica, attraverso gli allievi. |
Il
fatto, poi, che il controllo dei promossi abbia luogo su base nazionale, attraverso una
corporazione (l'associazione dei professori del settore) ha come conseguenza di garantire
la qualità dei professori uniformemente nel territorio nazionale, e dunque anche in una
università sperduta della lontana periferia.
Dunque, se con questi elementi "positivi" molto importanti e positivi,
finiscono per mescolarsi elementi "negativi", è su questi che si deve lavorare
..., non buttare il bambino con tutta l'acqua ...3.-
Le attese dalla riforma Berlusconi-Gelmini.
Il Parere di Quirino Paris.
A questo punto l'ottica si sposta sulle recente legge di
riforma Berlusconi-Gelmini. Purtroppo la legge Gelmini è frutto acritico di quel fango,
mentre doveva partire da qui per le correzioni. Infatti, per eliminare la malattia, la
riforma ha ucciso il "malato", vale dire ha abolito i concorsi, anche in
contrasto con la Costituzione che, invece, li vuole. Precisamente, la legge prevede due
stadi, per il reclutamento: a) Con l'art.16 è istituito l'esame abilitazione scientifica
nazionale a professore di prima e di seconda fascia. La Commissione giudicatrice è
nazionale ed unica, per una durata biennale. Essa è scelta mediante sorteggio di 4
professori ordinari nel settore scientifico (da essere composto da almeno 30 professori
ordinari), e sorteggio di 1 commissario in una lista, curata dall'ANVUR, di studiosi e di
esperti di pari livello in servizio presso università di un Paese dell'OCSE). E' disposto
che l'ammissione al sorteggio è ammessa solo per i professori che facciano domanda per
esservi inclusi, e documentino la propria attività scientifica, e comunque con riserva
dell'ANVUR di valutarne positivamente i requisiti idonei. E' anche disposto che non ci sia
corresponsione di compensi ai Commissari. b) Con l'art. 18, è prevista la chiamata, da
parte delle Università, degli abilitati a coprire i posti di professore. Dati gli
abilitati partecipanti, la chiamata è deliberata dal Consiglio di Amministrazione, su
proposta del Dipartimento. E' esclusa la partecipazione per gli abilitati aventi un grado
di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente
al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il
direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell'ateneo. Come ben
si comprende questo meccanismo abolisce i concorsi, e questo è presumere di eliminare la
malattia, uccidendo il malato. Secondo Quirino Paris (interpellato, in occasione della
sentenza), "la riforma Gelmini in fatto di reclutamento ha messo sul tavolo un
sistema macchinoso, inefficiente e parrocchiale. Con l'abilitazione nazionale chissà
quanti ritardi ci saranno. e poi mi sembra un approccio fatto apposta per dare altro
lavoro al TAR con le ben note lungaggini. Inoltre, la chiamata tra gli abilitati non farà
altro che confermare gli interni, come adesso. Infine, mi sembra che anche il nuovo
approccio escluda di fatto il reclutamento a livello mondiale: chi è quello straniero che
capisca cosa sia l'abilitazione nazionale e che sia poi chiamato da qualche facoltà solo
sulla base del merito? " Torno sull'art. 16. Il sorteggio dei Commissari è
essenziale per l'impedimento delle "deviazioni". Tuttavia esso è prefigurato in
modo da perdere di significato. Infatti: 1) se il sorteggio avviene solo tra coloro che
fanno domanda, è come estrarre palline da un cappello in cui sono state messe solo
palline bianche. E' inevitabile che i sorteggiati siano solo "bianchi"; 2)
peggio, l'osservazione cade di fatto appena si rifletta che il meccanismo non funzionerà
totalmente. Il motivo è che nessun professore ordinario farà domanda (di essere
sorteggiato) per farsi preventivamente giudicare (in fatto di requisiti scientifici) da
una "cupola" politico- accademico (l'ANVUR), e per giunta per un obiettivo molto
astratto (attribuire una abilitazione a sconosciuti), e inoltre gratis. Forse gli
estensori della legge non vengono dalla università, e per questo non sanno che stare in
commissione è un sacrificio enorme (una pila di libri da leggere e studiare per mesi,
stare fuori casa una settimana, incorrere in possibili ricorsi amministrativi, ...). In
passato, la sola molla determinante per candidarsi era il sollecito degli allievi,
creditori illimitati di servizi resi didattici ai loro Maestri, oltre che debitori per
l'educazione scientifica ricevuta. Adesso questa molla scompare, opportunamente per me: Ma
trattare a pesci in faccia, il prof. ordinario che fa domanda, mi pare aver penso il senso
della realtà. Berlusconi, un uomo, così intelligente com'è, come ha fatto ad affidare,
a "non si sa chi", una riforma così rilevante per la formazione della classe
dirigente e per la ricerca scientifica dell'Italia e del mondo
? Torniamo a più
sopra: essere i Governi i fattori delle deviazioni, quali primi propositori dei progetti
di legge e doppiamente se chi fa denuncia di illeciti è lasciato nei rovi dal Ministro e
dal Direttore Generale, che avrebbero dovuto indagare, a parte il disposto Costituzionale
che vuole il concorso, per le assunzioni nella Pubblica Amministrazione. Nino
Luciani |
|
 del reato p. e p.
dall'art. 595, comma 1, c.p., per avere, comunicando con più persone, offeso la
reputazione di BELLIA Francesco, PRESTAMBURGO Mario, BACARELLA Antonino, CASATI
Dario, CHIRONI Giuseppe, TUDISCA Salvatore, IDDA Lorenzo, economisti agrari,
appartenenti alla SIDEA, Società Italiana di Economia Agraria, e, precisamente per avere,
a mezzo due lettere e-mail datate 19.10.2003 e 18.11.2003, che qui si intendono
integralmente riportate, inviate at CUN - Consiglio Universitario Nazionale, nella persona
del suo Presidente, prof. Luigi LABRUNA, e al MURST - Ministero dell'Istruzione,
dell'Università e della Ricerca Scientifica, con sede in Roma, viale Kennedy, 20,
affermato che "
Da parecchi anni l'area AGR/01 è dominata e
colonizzata da una mafia accademica così potente che ormai si comporta sfacciatamente e
senza alcun pudore sapendo che le sue nefande azioni saranno impunite ed anzi
contribuiscono a mantenere la disciplina nei ranghi. La "cupola" è formata da
una dozzina di professori ben noti i cui nomi si avvicendano in quasi tutti i concorsi per
professore ordinario, associato e per ricercatore attraverso la ben nota tecnica dei
"santini." Tutto questo fa parte della disgraziata procedura italiana per la
nomina del personale accademico. Il CUN dovrebbe essere l'organo di vigilanza garante
della trasparenza per quanto riguarda tale procedura e invece si dimostra un organo al
servizio della mafia accademica di cui sto parlando.
Tali nomi sono facilmente
individuabili perché, in via generale, ricorrono almeno due volte nelle cinque
commissioni. Queste designazioni non possono essere il frutto di vigilanza e trasparenza e
tanto meno di eventi casuali. I nomi che ricorrono almeno due volte sono: Mario
PRESTAMBURGO (Trieste) Antonino BACARELLA (Palermo) Salvatore TUDISCA (Palermo) Giuseppe
CHIRONI (Palermo) Francesco BELLIA (Catania) Giuseppe DE MEO (Bari) Lorenzo IDDA (Sassari)
Augusto MARINELI (Firenze) Dario CASATI (Milano). È mai possibile che le sedi
universitarie meridionali più Trieste debbano essere presenti in maggioranza assoluta,
commissione per commissione? È mai possibile che Augusto Marinelli, Rettore
dell'Università di Firenze, trovi il tempo per partecipare due volte a commissioni di
conferma di professori straordinari? È il Marinelli lo stesso Rettore che ha creato un
posto AGR/01 per il figlio alla Facoltà di Medicina? È mai possibile che questi signori
dominino, anno dopo anno, la formazione dei ranghi accademici nell'area AGR/01? È mai
possibile che il CUN, attraverso il Comitato d'Area Scienze Agrarie e Veterinarie, si
faccia complice della straordinaria criminalità con cui vengono gestiti e
"confermati" i concorsi universitari?..." "
La riforma dei
meccanismi concorsuali nel nostro Paese non ha risolto i problemi della selezione e della
promozione dei docenti universitari che avevano giustificato quella riforma. Quanto accade
nel settore AGR/01 è emblematico di come possano costituirsi nel tempo consorterie
accademiche in grado di imporre regole tali da determinare gravi distorsioni, in grado di
consentire i peggiori nepotismi e marcate discriminazioni. Il fatto che un professore
della qualità del Prof. Anania possa essere stato ritenuto inidoneo alla conferma a
professore ordinario non fa che confermare tale giudizio e, se mai, segnala il fatto che
in AGR/01 si sia oltrepassata ogni misura, anche con riferimento alle distorsioni
osservabili in altri raggruppamenti disciplinari."
Fatti
avvenuti in Roma, in data 19 ottobre 2003 e l8 novembre 2003.
DISPOSITIVO:
"conferma l'impugnata sentenza* e condanna gli appellanti al pagamento delle
ulteriori spese del grado"
Per leggere tutta la sentenza, clicca su: Paris-Sentenza Appello ROMA (Nov 2010) |
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Papa Benedetto XVI
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RIFORMA UNIVERSITARIA
in Aula al Senato il 22 dicembre
(in seconda lettura)
Mentre Ricercatori e Studenti si tengono
stretti
stretti, in attesa della tegola in testa, del Senato
il PAPA, nel corso della cerimonia dei
Vespri,
dopo l'omelia, riceve gli sudenti universitari romani,
sostiene il "ruolo insostituibile dell'universita' "
e li "appella alla pazienza e alla costanza"
|
On.li Senatori,
con il ritorno a voi del DDL in oggetto, mi parrebbe giusto dirvi tre cose:
1) dire del papa, circa l'universita. Incontrando i giovani
universitari romani, per i Vespri il 16 dic. 2010, il papa ha sostenuto il "ruolo
insostituibile dell'universita" di soddisfare "il bisogno di una nuova
classe di intellettuali capaci di interpretare le dinamiche sociali e culturali offrendo
soluzioni non astratte, ma concrete e realistiche". Il papa ha concluso con un
appello "alla pazienza e alla costanza, virtu da non confondere con
l'apatia". **. Per
l'omelia *, sotto.
Il papa non ignorava sicuramente le manifestazioni dei ricercatori e
studenti nelle scorse settimane sul DDL Gelmini. E voi non le sottovaluterete
certamente.
Forse, vi interessa anche una lettera che una "casalinga" (in
verita' una prof.ssa di scuola media in pensione, sensibilizzata dai mass media, sui
recenti fatti studenteschi), che mi ha scritto (in relazione al Foglio On Line, da me
diretto): "L'Universita e un mondo che non conosco. Mi sono laureata il
26 giugno 1976. Credo di appartenere di piu' alla categoria delle "casalinghe",
forse con un maggior senso critico."
"Mi domando se anche la Ministra Gelmini non appartenga al mondo delle
casalinghe e non abbia capito neppure lei fino in fondo la sua riforma. Le donne presenti
in questo Governo mi sembrano piu strumenti che "menti". Intendiamoci nella
politica ci sono tante donne alla pari degli uomini per intelligenza e grinta, ma non
queste al Governo. Comunque qui a Torino ci sono tanti studenti che tirano molto, molto a
sinistra".
2) nel merito dei possibili emendamenti al DDL,
preso atto che la sua maggiore pericolosita per luniversita pubblica sta
nel non avere dotazione finanziaria, e che e' coerente col blocco del turnover (5-10.000
professori, e abolizione del ruolo dei Ricercatori a tempo indeterminato, 26.000 persone),
proporre di prendere in considerazione la riforma del sistema finanziario delle
universita, posto che l'ostacolo maggiore sia la crisi attuale del bilancio
statale.
Col nuovo sistema finanziario, le universita' saranno liberate dalle catene del
DDL, ma anche responsablizzate.
C'e', poi, la considerazione che l'attuale sistema ha i difetti tipici dei paesi a
pianificazione centralizzata, e dunque:
a) la cifra totale da finanziare e' soggetta alle bizzarrie annuali dei Ministri
del Tesoro.
b) fa ricadere sugli studenti bisognosi e meritevoli il mancato sostegno del
diritto allo studio, dovendo le universita filtrare i fondi statali per salvare,
prima, se stesse.
Questa e' invece la nostra proposta di nuovo sistema finanziario:
a) Il finanziamento delle universita pubbliche avviene mediante un
fondo statale, quantificato in base al costo standard per studente, moltiplicato per il
numero degli studenti iscritti.
La quota finanziata e determinata dai Ministeri del Tesoro e della
Universita, e comunque non inferiore al 70% del costo totale stimato, ed e
ripartita tra le universita in proporzione agli studenti iscritti.
b) E istituito presso il Miur un Fondo per gli studenti bisognosi e
meritevoli, ex-art.34 della Costituzione.
b) Le universita determinano i contributi studenteschi, per il pareggio del
bilancio, per la parte non coperta dal Fondo statale. E' obbligatorio per le
universita il pareggio del bilancio ed e istituito il controllo della Corte
dei Conti sul bilancio preventivo;
c) I finanziamenti privati alle Universita sono fiscalmente deducibili dal
reddito imponibile;
d) In prima attuazione e garantito a ciascun Ateneo un FFO - Fondo di
Finanziamento Ordinario, non inferiore allattuale.
3) dire cosa ho pensato, avendo seguito il dibattito del Senato,
sul DDL via satellite TV, il 29 luglio 2010. Ho provato disappunto per alcuni
concetti, risuonati di continuo (da parte di molti), non sorretti da adeguata conoscenza
dell'universita', quali:
- "i professori hanno dilapidato il denaro pubblico, e' venuto il momento di
pagarli in base ai risultati";
- "i concorsi universitari sono diventati parentopoli, e questo ha declassato
luniversita. Basta con gli scandali".
Non oso confutarvi, perche' da anni i sindacati combattono
contro queste "deviazioni". Vi contesto, invece, che il DDL li usi
strumentalmente contro l'universita' pubblica..., senza risolverli; e vi faccio i seguenti
rilievi:
a) quanto alle proliferazione delle sedi, la Ministra farebbe bene a parlarne con
gli enti locali, prima che con noi;
b) quanto alla moltiplicazione dei corsi di laurea, il fatto e' avvenuto in periodo
di sperimentazione, in cui le lauree quinquennali dovevano, per legge, essere spezzate in
due (ossia 3+2), e quindi anche ogni insegnamento andava, di norma, spezzato in due; e che
le lauree quadriennali (che erano la quasi totalita'), andavano aumentate di un anno,
oltre che spezzate in (3+2).
Comunque sia chiaro che questo spezzettamento ha determinato un aumento del carico
di docenza e di amministrazione, ma non maggiori oneri per lo Stato. Il maggior
carico di docenza e' andato sui preesistenti docenti di ruolo (con pochissime nuove
assunzioni, rispetto agli studenti, divenuti 1.800.000), e prevalentemente sui docenti
precari (55.000 persone, tra cui ci sono delle vere menti), ai quali oggi il DDL sputa in
faccia (dimenticando che gli studenti rimarranno 1.800.000);
c) quanto a parentopoli, il DDL ne amplifica le deviazioni perche' esse,
divenendo "buie", saranno senza limiti. Infatti il DDL abolisce il concorso
locale tra gli "abilitati alla ricerca". Invece andava mantenuto il
concorso locale, ma con commissioni giudicatrici scelte per sorteggio (non per
votazione).
Cordialita'.
Nino Luciani
Bologna 19 dic. 2010
** Fonte: http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-cf1d8575-5607-44bd-82f3-1f240414b407.html#p1)
* Fonte: http://www.pontifex.roma.it/index.php/news/29-news/880-incontro-del-santo-padre-con-gli-studenti-universitari-degli-atenei-romani |
|
LETTERA APERTA AI SENATORI E DEPUTATI
in
riferimento al voto di FIDUCIA
al Governo (martedì 14
dicembre 2010)
e ai DINTORNI (transizione
dalla Ia alla IIa Repubbllica)
On. Senatori, on.li Deputati,
In relazione al possibile voto, vi invio un mio
"intervento", del 1993, che mi sono trovato sotto gli occhi questa mattina,
mentre riordinavo la mia biblioteca.
Lintervento aveva come titolo: "I problemi della transizione", e fu
fatto in un convegno a Saint Vincent, organizzato da Jader Iacobelli, pubblicato nel
volumetto "1993, "Dove va leconomia italiana ?", SAGGI TASCABILI
LATERZA.
Rileggendo lintervento, mi sono reso conto che nel 2010 i problemi della
transizione, di allora, sono identici a quelli attuali, anzi aumentati sotto l'aspetto
finanziario.. Dunque, non hanno fatto nulla i governi che, subentrando a quelli della
prima Repubblica, si erano impegnati a risolvere i problemi della transizione alla seconda
Repubblica ? Erano governi di destra e di sinistra.
Motivi ? Ognuno pensi come vuole. Per approfondimenti, oltre a quel mio
intervento (riportato qui sotto), si puo' cliccare sul Foglio On Line, da me diretto: http://www.universitas.bo.it/Forum%201-esterno.htm#FORUM%201
. In esso si parte dal convegno di Fini a Bastia Umbra, del 6-7 nov. 2010, ma per andare
molto oltre FINI, proponendo "un programma obbligato" di riforme costituzionali
(governi di legislatura e, ma solo dopo ..., nuova legge elettorale) e un governo di
"grande coalizione", il solo adatto per una "transizione"
costituzionale. Per fare queste cose, la legislatura deve proseguire verso la sua
conclusione naturale.
Al tempo stesso, data la situazione bloccata da ogni punto di vista,
tutti devono avere un senso di umilta'' e non dr ammatizzare il proprio ruolo
personale. Un proverbio popolare dire: "morto un papa, fatto un altro".
Cio' che conta sono le istituzioni: vale dire operare urgentemente per fare "governi
di legislatura", un parlamento rispettato (non trattato come "yes man")...
.
Cordialita'.
Nino Luciani
Bologna 12 dic. 2010
* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, la "assemblea permanente on line".
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze, Università di Bologna
________________________________________________________________________
Nino Luciani, I problemi della transizione
Estratto da: 1993, Dove va leconomia italiana ? a cura
di Jader Iacobelli, SAGGI TASCABILI LATERZA, p. 94
1. La mia tesi è che l'Italia ha di fronte i problemi strutturali propri
delle economie di transizione e precisamente della transizione da un sistema economico a
prevalente «economia pubblica» a un sistema a prevalente «economia di mercato», che si
ritrovano negli ex paesi del socialismo reale, sia pur in proporzione al peso occupato dal
settore pubblico nei rispettivi paesi. Ci sono qui anche i problemi congiunturali, ma
hanno un'ampiezza talmente grande da rinviare, paradossalmente, ai problemi di struttura.
La prima transizione, relativamente recente, è cominciata in Italia nel 1961 con i
governi di centro-sinistra ed è avvenuta nel senso di andare da un sistema a prevalente
economia di mercato a un sistema a prevalente economia pubblica. Si passa da un rapporto
tra spesa pubblica e PIL del 30% a un rapporto del 56-60 attuale.
Adesso ci troviamo di fronte la seconda transizione, questa volta in senso
inverso, e che dovrebbe restituire risorse dal settore pubblico al settore privato, in
quanto da ritenere piu produttivo. Questo obiettivo è imposto dalla distruzione
macroscopica di risorse da parte del settore pubblico, e le cui ripercussioni piu
evidenti si ritrovano nella caduta persistente del tasso di crescita del PIL e nella
crescente disoccupazione.
A mio modo di vedere, per l'Italia, il traguardo finale realistico.
compatibile con l'equilibrio del sistema economico (per quanto dipende dal settore
pubblico). è ridurre la spesa pubblica al 40-45% del PIL. Questo parametro mi viene
suggerito dal fatto che la pressione fiscale nominale è oggi nell'ordine del 39-40%,
limite massimo risultato fin qui raggiungibile. e che quindi indica la possibilita
realistica di finanziare la spesa pubblica con la sola tassazione.
2. Questa transizione verso il mercato richiede adattamenti
importanti nelle abitudini di vita della popolazione: si tratta di un problema che, per
sua natura, richiede un periodo medio-lungo (5-10 anni). Tale periodo e' il tempo
necessario:
a) per riallocare verso il settore privato la mano d'opera via via licenziata
dal settore pubblico;
b) per affidare al settore privato quei servizi pubblici che verranno via via
dismessi dal settore pubblico e che dovranno continuare ad essere erogati per i cittadini
disposti a pagarli;
c) per privatizzare le imprese pubbliche non strategiche, e che ovviamente
non si puo cominciare a fare con una estrazione a sorte delle imprese da
privatizzare, ma solo dopo aver fatto una opportuna classificazione della loro situazione:
ad esempio, imprese con buona capacita di reddito e buona situazione finanziaria;
imprese con buona capacita di reddito ma precaria situazione finanziaria; imprese in
perdita ma per carenze gestionali e quindi facilmente risanabili con la sostituzione del
management: imprese decisamente senza prospettive di reddito, ecc.;
d) per permettere ai beneficiari di trasferimenti pubblici di trovare un
rimedio, in vista di una loro decurtazione, ecc.
Del resto anche la Comunita europea si e data un periodo
transitorio (1957-92) per attuare pienamente il Mercato Comune Europeo, periodo che
termina proprio questanno.Tali adattamenti della popolazione non sono
necessariamente dei sacrifici e tuttavia essi si giustificano perche pongono le basi
per la ripresa dello sviluppo del reddito nazionale e dell'occupazione.
In secondo luogo la realizzazione della transizione richiede una classe
politica appropriata. Ma su questo punto non dobbiamo dimenticare che la classe politica
oggi chiamata ad attuare la seconda transizione e quella stessa che ha realizzato la
prima transizione sulla quale essa fonda a tuttora il suo potere in termini di clientela
elettorale e di tangenti, non solo, ma anche senza una netta distinzione tra maggioranza
di governo e opposizione. Questo vuol dire che qui troviamo il primo collo di bottiglia,
per cui le alternative politiche in termini di separatismo territoriale, qui evocate, sono
fortemente realistiche.
In ogni caso appare evidente l'urgenza di operare per una nuova legge
elettorale che separi nettamente la responsabilita di governo da quelle di
opposizione, in modo da permettere un rimedio ai mali della politica attraverso
l'alternanza tra persone e programmi diversi. Senza la riforma della legge elettorale. che
stronchi quanto meno il consociativisrno e la frammentazione nel governo nazionale (e nei
governi locali), al piu ci si puo attendere il congelamento dellattuale
sistema, che non espanderebbe ulteriormente il settore pubblico, ma eventualmente ne
correggerebbe solo le maggiori disfunzioni finanziarie.
3. Tuttavia, i problemi di disavanzo del bilanci dello Stato non possono
attendere. Occorre provve dervi subito, quanto meno in base agli impegni assunti
dall'Italia di andare verso l'unione monetaria e la moneta unica in Europa.
Secondo me la via appropriata e un aumento generalizzato e uniforme dell'aliquota
dell'IRPEF nell'ordine del 6-10%. durante tutto il periodo della transizione. e da ridurre
via via in rapporto all'avanzamento della transizione stessa. Tale aumento dell'IRPEF
dovrebbe essere accettato dalla popolazione appena si spieghi che esso dovrebbe sostituire
una imposta gia esistente, che e la "imposta da inflazione", oggi
nell'ordine del 10-15% del reddito. Infatti laumento di prezzi, dovuto
all'inflazione, e 1'equivalente di un'imposta indiretta, non solo, ma e anche
la piu sperequata tra le imposte.
Invece. sul piano dellequilibrio generale, l'applicazione di
un'aliquota aggiuntiva. uguale per tutti i cittadini, avrebbe il vantaggio di ridursi a un
fatto puramente monetario: nel senso che, per definizione, e comunque tendenzialmente,
essa non modificherebbe, in termini reali, le posizioni comparate e assolute dei
contribuenti, perche per un cittadino e indifferente avere un reddito
monetario invariato, ma con prezzi che cresceranno, oppure avere un reddito monetario
decurtato, ma a prezz che non muteranno. Questa tesi. che discende da un noto teorema
della scienza delle finanze, pur se discutibile per vari aspetti, e un'ottima base
di partenza per orientarsi nella concreta ripartizione del carico tributario necessario
per ripianare il disavanzo del ianc:o dello Stato.
Rifiuto, invece, l'idea di affidare compiti importanti ad un'imposta
ordinaria sul patrimonio. Cio per varie ragioni: non e un'imposta generale;
non ha ancora un apparato amministrativo collaudato per applicarla; il valore patrimoniale
non emerge da elementi oggettivi ma da una «stima», per cui si presta v i aprire un
contenzioso spaventoso. Del resto la storia dell'INVIM lo insegna.
Essa puo avere, beninteso, un suo ruolo come mezzo di recupero
dell'evasione, ma a questo fine e tenuto conto della debolezza strutturale suddetta, penso
che ne sia consigliabile l'applicazione con un'aliquota molto mite. Associatamente
all'ILOR o allICIAP.
Quanto all'evasione fiscale. ritengo che sia venuta l'ora di
smettere col demonizzare gli evasori, ma di operare per far funzionare adeguatamente la
macchina amministrativa finanziaria pubblica, il solo modo corretto di impostare il
problema. In ogni caso non sono affatto convinto che esistano, presso le piccole e medie
imprese, maglie di evasione cosi larghe, come una certa parte sociale va dicendo. Il
motivo di fondo di questa mia convinzione e che, nei casi prevalenti, appena il
sindacato dei lavoratori dipendenti si accorge che le imprese hanno dei sovraprofitti, ci
pensa il sindacato stesso a scremarli chiedendo aumenti salariali. E se i salari non
sfuggono alla tassazione, allora le piccole e medie imprese pagano le imposte attraverso i
propri dipendenti. Dunque il fisco ha gia, dentro l'impresa, un buon poliziotto
fiscale.
Quanto, infine, alla recente crisi del cambio, trovo
notevoli responsabilita nella condotta delle autoritaa monetarie, non tanto
per aver preferito le ragioni della «moneta» alle ragioni dell'«economia reale» (fatto
gia per se inammissibile economicamente, ma perdonabile a un banchiere), ma
per aver persistito nell'assumere certi impegni monetari pubblicamente senza poi
mantenerli.
Per altro verso, gia i grandi maestri del tempo passato avevano
insegnato che l'alternativa tra cambi fissi e cambi flessibili e una questione da
risolvere in base alla natura strutturale o congiunturale delle crisi valutarie.
Che l'Italia si trovasse una crisi strutturale e provato dal fatto che il saldo
passivo delle partite correnti della bilancia dei pagarnenti internazionali dell'Italia, a
partire dal 1986, e andato crescendo sempre piu, non solo in assoluto, ma
anche in percentuale del PIL (4% del PIL, ultímamente) . Questo vuol dire che il trend
non dava ormai piu segni di inversione. per cui gia si profilava, come
traguardo finale, la caduta della convertibilita della lira, che e poi la
svalutazione a colpi di piccone píu tardi, anziche la svalutazione subito, in
condizioni piu favorevoli. E dunque anche sotto il profilo tecnico la condotta delle
autorita monetarie appare censurabile. |
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RIFORMA UNIVERSITARIA
Aperto un varco per la
salvezza dell'università pubblica
Il motivo è che il Presidente del Senato SCHIFANI rinvia l'esame del DDL GELMINI a
dopo il voto sulla fiducia al Governo il 14 dicembre, perchè teme straripamenti delle
manifestazioni studentesche sul Parlamento, ma con l'ovvia conseguenza che, se cade il
Governo, cade anche il DDL GELMINI
LA SALVEZZA, RESA POSSIBILE DAL CONGIUNGIMENTO DI 4 CIRCOSTANZE:
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1) La persistenza dei ricercatori e precari
nell'astensione dalle lezioni "non dovute";
2) il soccorso degli studenti, con manifestazioni in tutta Italia;
3) l'aiuto dei "FINIANI" alla Camera;
4) il risveglio del PD-Partito Democratico, che (sulla sferza di
alcuni valorosi: Vassallo, Tocci, Ghizzoni) si è, alla fine, reso conto che quella
distinzione (del Governo) tra "norme ordinamentali" (subito) e "norme
finanziarie" (dopo) era in realtà un trucco per dimezzare l'università pubblica. |
Nino Luciani, Anche noi... per la riforma, non per la controriforma Gelmini.
In queste settimane, in seguito alle manifestazioni degli studenti,
i mass media si sono accorti del malessere dell'universita' e, come era naturale, anche la
Ministra è stata invitata a chiarire la propria posiziobe, direttamente
in faccia alle famiglie.
Devo dire che la Ministra è riuscita a convincere le casalinghe
ignare. "Non va bene - hanno detto - che si sprechi il danaro pubblico... Si fanno
lezioni con 5-10 studenti, troppo pochi ... Ci sono oltre 5.000 lauree ... sono troppe
.... Ci sono concorsi truccati ... vincono il posto i parenti, gli amici dei membri
della Commissione. Non va bene ... ".
Francamente, è da anni e anni che le associazioni e i sindacati
universitari denunciano queste "deviazioni" e chiedono interventi, sempre
distinguendo i fatti singoli, dalla situazione generale.
E, invece, la Ministra (che è al Miur per eseguire gli ordini
di Berlusconi) anzichè risolvere questi problemi, li ha usati strumentalmente per
dimezzare l'università pubblica e abolire i concorsi.
Nulla v'è nel suo DDL per eliminare queste falle.
Non solo questo. Messa alle strette, è stata soccorsa da Tremonti con
800 milioni (1,7 necessari) per il FFO-Fondo di finanziamento ordinario delle università.
Ma poi, in seguito a dubbi da più parti in Aula durante la discussione,
il VicePresidente della Commissione Bilancio, on. Luca Galletti chiariva che
"i soldi c'erano nel senso che un pari introito era atteso dalla vendita di frequenze
TV, ma che la cifra probaile sara' minore".
Non solo questo. L'art. 12 del DDL rifinanzia le università
private (in prospettiva, anche università telematiche aventi i requisiti, in corso di
definizione ministeriale).
Precisamente esso dispone che:
- "una quota non superiore al 20 per cento (nel testo del Senato, la
percentuale era 10%) dellammontare complessivo dei contributi di cui alla legge 29
luglio 1991, n. 243, relativi alle università non statali legalmente riconosciute, con
progressivi incrementi negli anni successivi"....;
- e che "le previsioni di cui al presente articolo non si applicano alle
università telematiche ad eccezione di quelle, individuate con decreto del Ministro,
sentita lANVUR e, nelle more della sua costituzione, con il parere del Comitato
nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU), che rispettino i criteri
di cui al comma 1.
A questo proposito, va forse notato che:
- nel corso del dibattito in aula, l'on. Tocci aveva chiesto alla Ministra
(che, pero' non ha risposto) se intendeva persistere nell'emanare il regolamento sulle
universita' telematiche (con riconoscimento di esse come "università non statali, di
cui una è il CEPU, pro-quota, di Berlusconi);
- e che la Ministra, in una nota sul corriere della sera, del 14 ottobre, risultava
essere preoccupata del modo negativo come dette università operavano (mio riassunto), per
cui era divenuto urgente emanare il regolamento medesimo, in attuazione della legge
finanziaria del 2003, non ancora varato.
Ciò ricordato, si deve considerare che, in generale in altri Paesi, e
forse anche in Italia prima o poi, le università telematiche sono le università del
domani.
E' anche un fatto che la CRUI, in passato, ha molto contrastato queste
università.
Ma è anche un fatto che aprire oggi la strada ad un loro inserimento nel novero
delle universita' non statali (con finanziamento statale, sia pure dopo la loro
rigenerazione qualitativa) mi pare una abnormità, perchè contestuale al dimezzamento
dell'università pubblica, confermato nel DDL, e già in corso da anni, da parte dei
governi Berlusconi. Nino Luciani
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Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari
L'ennesima occasione
sfumata |

Marco Merafina
Coordinatore naz.le
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Abbiamo perso una grande occasione di fare una vera riforma. Lo
stato, in cui versava e versa l'Universita' italiana, era ed e' tale da rendere
indispensabile una riforma del sistema universitario.
Dal sottofinanziamento cronico del sistema, ai problemi che coinvolgono in
modo trasversale tutte le componenti universitarie, dal diritto allo studio al problema
del precariato, dall'irrisolto problema dello stato giuridico dei ricercatori e del
conseguente mancato riconoscimento del ruolo docente a quello di una governance sempre
piu' autoritaria e affare di "pochi", sono tutte problematiche che avrebbero
dovuto suggerire una riforma con ben altri contenuti.
Ci ritroviamo invece peggio di prima, con una miriade di adempimenti
regolamentari che renderanno la riforma appena approvata alla Camera pressoche'
impossibile da attuare, con in piu' l'impossibilita' a svolgere quei concorsi tanto
sbandierati dal ministro e comunque in quantita' talmente irrisoria che risulterebbero
inutili a risolvere il problema dell'assunzione dei giovani e dei precari e sarebbero del
tutto insufficienti anche per le progressioni di carriera dei ricercatori attuali.
La comunita' degli universitari, dagli studenti ai professori si e'
accorta, anche se con tempistiche diverse, delle criticita' del DDL ed montata una
protesta sempre piu' diffusa a dispetto delle rassicurazioni della CRUI, sempre piu'
distante dal mondo universitario che pretende, a torto, di voler rappresentare e
dell'indifferenza del Governo, arroccato ottusamente su tali rassicurazioni e sulle
opinioni di una minoranza di benpensanti.
Le recenti iniziative di protesta, benche' magnifiche per lo spirito di
iniziativa e l'abnegazione di tanti colleghi ricercatori e tanti studenti, non avrebbero
pero' mai potuto ottenere altro che grande visibilita' mediatica per porre al centro
dell'attenzione i problemi dell'Universita' e della ricerca, perche' cio' che si
prefiggevano oltre a questo, e cioe' il ritiro del provvedimento, non si sarebbe mai
potuto ottenere in quel modo.
Sappiamo tutti infatti come tali azioni inducano questa maggioranza a
chiudersi sempre piu' in un arrogante isolamento finalizzato solo all'ottenimento
dell'obiettivo a dispetto dei manifestanti.
Tuttavia quello che e' successo e sta succedendo ha una portata
storica: una protesta di simili dimensioni e con tali modalita' non si era vista da
chissa' quanto tempo e ormai tutto non potra' essere piu' come prima.
Se ne sono accorti quasi tutti, meno la maggioranza di Governo che
continua, con la consueta miopia, a parlare di manifestazioni di minoranze ispirate dalla
sinistra.
Proprio per questo anche i ricercatori dovranno continuare nella
protesta, anche oltre l'eventuale approvazione della riforma. Il problema, purtroppo, e'
che tale DDL e' sponsorizzato dai cosiddetti poteri forti: la Confindustria, interessata
ad entrare nei governi degli atenei, e il baronato rappresentato dalla CRUI, interessata
piu' alla propagazione del potere di governo dei rettori, che alle vicende reali del
sistema universitario.
L'unica possibilita' poteva essere quella di coagulare il consenso su
qualche emendamento indigesto al ministro per costringerlo a ritirare il provvedimento o
accettare qualche misura realmente migliorativa.
Se il 14 dicembre il Governo sara' sfiduciato dalla Camera dei
Deputati, il provvedimento avra' molte chances di essere ritirato e avremo forse evitato
questa ulteriore catastrofe per l'Universita', ma sara' comunque una sconfitta per tutti.
Dovremo in ogni caso chiederci: a quando un vero provvedimento sul
sistema universitario che risolva realmente i problemi da troppi anni sul tappeto?
Troppi Governi hanno mancato l'obiettivo e le speranze si
affievoliscono man mano che passano gli anni.
E la risposta e' sempre la stessa: abbiamo perso l'ennesima occasione
di riformare il sistema universitario.
Marco Merafina e Annalisa Monaco |
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LETTERA APERTA ALL'On.le Gianfranco FINI
Presidente di FLI - Futuro e Libertà
Oggetto: giovedi' 2 dic. 2010, voto finale alla Camera, per
riforma Gelmini, DDL C 3687
On.le Fini,
e ' di ieri la sua dichiarazione che il gruppo FLI votera' a favore
della riforma Gelmini, in quanto considerata "una delle migliori riforme" del
Governo Berlusconi.
Personalmente do atto che, al Senato, il Sen. Giuseppe
Valditara, oggi nel FLI, professore ordinario, ha migliorato il DDL su due punti
significativi:
- ha fatto istituire il Fondo per il merito ai professori (anziche'
miglioramenti retributivi per anzianita');
- ha esteso la possibilita' della chiamata diretta (a prof. associato)
dei Ricercatori a tempo indeterminato, che abbiano conseguito l'abilitazione scientifica
nazionale (pur se dimentico che i promossi, piu' anziani, dovrebbero accettare una minore
retribuzione per un determinato numero di anni, cosa che li ha gia' indotti a rifiutare la
promozione).
Restano, pero', nel DDL fondamentali criticita', a danno
della universita' pubblica e del diritto allo studio, che tolgono valenza a quelle
innovazioni, a parte le discussioni sul cosiddetto "potere baronale"
(giustificate circa gli abusi nei concorsi, anzi con eccessi per quantita' nel 1980-98 ai
danni di una intera generazione di professori associati, anche per colpa dei Governi di
allora perche' ci furono solo 3, dei 9 concorsi allora programmati. Ma diciamo anche che,
a causa dell'attuale blocco del turnover, lo stesso spettro e' di nuovo nei fatti).
I motivi delle criticita' del DDL sono:
1) il numero dei professori di ruolo sara' dimezzato a 30.000, in luogo dei
60.000 attuali. Infatti saranno tolti 26.000 ricercatori di ruolo, e non ci sara' il
turnover per 5-10.000 professori, dopo i pensionamenti per limiti di eta'. Invece gli
studenti rimarranno 1.800.000, un numero impossibile da soddisfare, per cui si dovra'
provvedere con personale precario sotto pagato, e (forse) una parte degli studenti dovra'
bussare alla porta di universita' private.
Osservo che il dimezzamento del numero dei docenti di ruolo, comporta il
raddoppio del biasimato potere baronale dei prof. ordinari nei confronti della massa dei
docenti precari;
2) ci saranno degli esami nazionali di abilitazione scientifica a
lista aperta, ma saranno aboliti i concorsi per la copertura dei posti, fino a poco fa con
commissioni giudicatrici di 5 membri ("un" membro interno e 4 votati dal gruppo
scientifico nazionale, una modalita' da cui erano originati gli scandali, perche' i voti
erano concordati sottobanco).
Abolendo i concorsi, gli scandali scompariranno in apparenza, ma tutto
peggiorera' , perche' il potere baronale non avra' piu' alcun limite, neppure il pudore di
potersi dire membro eletto di commissione, perche' votato.
Invece si doveva semplicemente mantenere i concorsi, ma con commissioni
sorteggiate.
3) In coerenza col proposito di ridimensionare l'universita'
pubblica, ne sara' ridotto il finanziamento e, per garantire il risultato, sara'
accresciuta la centralizzazione del controllo.
a) Ahime', su questo punto il governo è incappato in una serie di brutte
figure.
- la prima e' che erano state inserite le norme finanziarie, su richiesta di
alcune persone molto serie della "maggioranza" (l'on. V. Aprea, Presidente della
Commissione Cultura e l'on. Frassinetti, Relatrice del DDL), ma poi depennate;
- la seconda e' che il governo aveva detto di aver trovato 800 milioni
(di 1,7 milioni necessari) e la Ministra l'aveva riaffermato in aula, mentre esplodevano
le manifestazioni di piazza. Ma poi, sempre in Aula, di seguito ai dubbi, il
VicePresidente della Comm.ne Bilancio, On. L. Galletti, chiariva che gli 800 milioni
c'erano nel senso che un pari introito era atteso dalla futura vendita di frequenze TV, e
dunque che la cifra ancora non c'era', e probabilmente sara' molto minore.
b) Per una idea del FFO per il 2011, ricordo che nel 2007 (ultimo anno
del governo Prodi) il preventivo di spesa statale (in conto corrente e in conto capitale)
era stato di 490,3 miliardi, di cui 6,9 per il FFO alle universita'. Nel preventivo 2011
(pur tenuto conto della crisi economica generale) la cifra totale è di 486,6, mentre il
FFO è previsto in ribasso. Dunque, parrebbe che l'ostacolo principale per il FFO alle
universita' venga dalle priorita', che il governo da' ad altre voci di spesa.
c) C'e' dell'altro. Non solo il Governo nega i fondi alle
universita', ma anche impedisce a loro di trovarli sul mercato, in quanto non modifica la
legge esistente, per cui i contributi studenteschi "non possono superare il 20% del
FFO" e, dunque, calando il FFO, dovrebbero addirittura calare (in proporzione)
anche i contributi studenteschi.
Penso che l'entita' del finanziamento dovrebbe dipendere da entrate certe,
seguendo lo stesso criterio, applicato per il federalismo fiscale. Precisamente:
- lo Stato dovrebbe pagare le universita' in base al costo standard per
studente, non secondo le bizzarrie dei ministri;
- le universita' dovrebbero poter determinare i contributi studenteschi, per
sanare l'eventuale parte scoperta del bilancio.
Va evidenziato che questo sistema lascia, tuttavia, scoperto l'aiuto agli
studenti bisognosi e meritevoli. Il rimedio e' istituire un Fondo statale ad hoc.
Cordialita'. Nino Luciani
Bologna 28 nov. 2010
* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, la "assemblea permanente on
line"
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze
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LETTERA APERTA AI DEPUTATI
On.li Deputati,
avevate sospeso l'esame del PDL in attesa di copertura finanziaria, come proposto
dalla Commissione Cultura, il solo modo di dare un senso alla riforma e una risposta ai
Ricercatori. Ma oggi il PDL torna a voi, con depennate le norme di copertura.
Questo vuol dire che vi sara' chiesto di "decidere senza decidere". Per
la dignita' del Parlamento, il Paese non sopporterebbe un Parlamento che "decide di
rinviare ad una seconda decisione", che forse mai piu' verra.
In sede di legge di stabilita', avete assegnato 800 milioni al FFO
Fondo di Finanziamento Ordinario delle Universita', pur se il minimo necessario e' di 1,4
miliardi. Non e' poco.
Ma forse va messo sul piatto che le riforme didattiche degli scorsi anni
(forsanche troppe lauree
, e forse troppe sedi, sotto la pressione delle
Regioni e degli enti locali) sono state gravate sulle spalle dei professori di ruolo e del
grande precariato (55.000 persone) e sugli enti locali, non sul bilancio dello Stato
(come, invece, la Ministra aveva detto in Senato il 29 luglio u.s.).
Quanto detto in Senato il 29 luglio (che "i professori hanno dilapidato
il denaro pubblico") e' stata una ingiusta infamia.
Perche' questo eccesso ?
Vi ricordo che da anni ormai, il FFO gira intorno a 7 miliardi
lanno, ma anche (anzi soprattutto) che nel 2002 (anno delle prime turbolenze
didattiche) il FFO fu di 6,2 miliardi e che in quegli anni scoppio la grande
inflazione, a causa dellEuro, che dimezzo' il potere dacquisto del reddito
fisso (lavoro dipendente e pensionati, in generale). Questo vuol
dire che il FFO, se fosse riportato in termini reali a quello del 2002, dovrebbe essere di
12 miliardi.
On.li Deputati, oltre l'infamia in Senato, sui prof è gravata anche la
beffa: infatti, poiche' il FFO serve a pagare il personale, la retribuzione reale dei
professori e' oggi la meta' di quella del 2002, a parte un piccolo recupero, grazie ad
alcuni meccanismi. Tra l'altro so di un caro amico della scuola media che, andato in
pensione in quegli anni con una pensione "sufficiente", dopo quell'inflazione è
caduto in miseria: non arriva a fine mese.
Non solo questo: nel PDL rimangono criticita' normative che
lo fanno una controriforma. Ne ricordo alcune:
1) Secondo lart. 97 della Costituzione, il reclutamento dei professori
deve farsi per concorso. Invece il PDL abolisce i concorsi, perche "burocratici
e lunghi" (parole della Ministra in Senato il 29 luglio u.s.). Per evitare scandali e
accelerare le procedure, serviva solo fare le commissioni giudicatrici con sorteggio;
2) il blocco del turnover, fin dai tempi della Moratti-Ministro (mentre un gran
numero di professori sta andando in pensione) ha gia' determinato la perdita, e per
sempre, di parte del sapere accumulato, a causa della interruzione dei rapporti diretti
tra i maestri e i successori;
3) il FFO rimarrà deciso in base alla bizzarrie dei ministri del Tesoro, invece
che (come da noi proposto) in base al costo standard per studente (come per il federalismo
fiscale). Il controllo della Corte dei Conti sulle università non sara' sul bilancio
preventivo (ma ancora su quello consuntivo, che e' tardivo per il controllo della spesa
tardi ...);
4) Anticipando labolizione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato
(26.000 persone), il personale di ruolo delle universita viene dimezzato.
Sia chiaro che in Italia i prof non sono troppi: i docenti di ruolo sono
60.000 e gli studenti sono 1.800.000. Questo vuol
dire che ce' un docente di ruolo ogni 30 studenti. Il recente DPEF del Governo (pag.
37 dellAllegato) ricorda che nei
Paesi OCSE ce un professore ogni 15,8 studenti.
Perche' dire una cosa e fare un'altra cosa ?
On.li Deputati,
la persistenza di queste criticita', pur dopo i contributi propositivi
del mondo universitario (lasciati cadere), indica una
precisa scelta del governo per una parziale demolizione delluniversita'
pubblica.
Il Governo vi propone questa scelta, pur se in una Italia
"dualistica", che ancora richiede un forte impegno pubblico per la formazione
della classe dirigente e per la ricerca, uniformemente nel Paese.
On.li Deputati,
per cambiare ..., forse e' il caso di rinviare le vostre decisioni a miglior tempo.
Bologna 21 nov. 2010
Nino Luciani
Allegati:
- il Documento dei Sindacati del 12 nov. u.s.,
- il "Contratto con gli Italiani" di Berlusconi, in cui si
impegnava di dare l'autonomia all'università.
________________________________________________________________________________________________
* SUN - Sindacato Nazionale Universitario, "l'assemblea permanente on line".
** Prof. Ordinario di scienza delle finanze
ADI, ADU, AND,
ANDU, AURI, CISL-Università, CNRU, CNU, CSA-CISAL Università, FLC-CGIL,
LINK-Coordinamento Universitario, RDB-USB, RETE 29 APRILE, SNALS-Docenti
Università,
SUN, UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR
Roma, 12 novembre 2010
La ripresa dell'iter parlamentare del Disegno di legge sull'Università, che
sarà discusso a partire dal 19 novembre p.v. dall'Aula della Camera, impedisce quanto
auspicato dal mondo universitario e, in particolare, da queste Organizzazioni che avevano
chiesto "al Governo e al Parlamento di aprire finalmente un serio e ampio confronto
con l'Università". Riaprire una discussione pubblica sull'università italiana e
sulle sue reali necessità resta indispensabile.
Il finanziamento annunciato dal Governo, assolutamente insufficiente anche solo
a compensare i tagli già decisi per l'Università, conferma che non si intende ancora
investire seriamente nella ricerca e nell'alta formazione, come invece avviene negli altri
Paesi; una scelta questa indispensabile per il rilancio culturale ed economico del nostro
Paese.
Con questo finto finanziamento aggiuntivo si vuole in realtà preparare il
terreno all'approvazione immediata di un Disegno di legge che rappresenta un attacco al
Sistema nazionale dell'Università pubblica.
Le Organizzazioni universitarie ritengono indispensabile e urgente una vera
riforma che preveda:
- di rendere più autonomi e più democratici gli Atenei, con la partecipazione
di tutte le componenti alla loro gestione;
- l'aumento dei docenti di ruolo, risolvendo il problema del precariato (prevedendo
un'unica figura pre-ruolo) e prevedendo per gli attuali precari reali prospettive di
accesso alla docenza;
- il riconoscimento ai ricercatori del ruolo docente effettivamente svolto;
- la valorizzazione della figura dell'associato;
- la valorizzazione del ruolo del personale tecnico-amministrativo;
- un vero diritto allo studio che tenga anche adeguatamente conto delle condizioni
economiche degli studenti;
- il ripristino, anzi l'aumento, delle risorse per il funzionamento di una
Università riformata, che consenta a tutti gli Atenei di svolgere ricerca e insegnamento
di qualità.
Si ribadisce l'invito a tutte le componenti universitarie a continuare e a
intensificare la mobilitazione a sostegno dell'Università pubblica. |
Silvio.
Berlusconi : Contratto con gli Italiani, Legislatura 2002-06,
"Piano del Governo per unintera legislatura STRALCIO:
" 4.2 UNIVERSITA' . Una Università di livello pari a quello delle nazioni più
avanzate è indispensabile per il progresso morale e culturale del Paese ed è
indispensabile per il suo sviluppo economico.
Non si può pensare di avere un'economia competitiva, nel mondo della globalizzazione,
senza una Università che, oltre a trasmettere il sapere, produca ricerca e ricercatori ad
altissimo livello, e che sia pienamente raccordata con il mondo delle imprese.
È necessaria una riforma organica dell'Università e della ricerca scientifica, basata
sulle seguenti linee fondamentali:
1) Abolizione della riforma Zecchino sullo stato giuridico dei docenti, che distrugge il principio
dell'autonomia universitaria, mortifica le professionalità ed i meriti,
disincentiva la ricerca, appiattisce le retribuzioni, taglia i legami tra
le Università e le imprese.
2) Sponsorizzazione delle Università da parte delle Fondazioni bancarie e altre
istituzioni.
Occorre promuovere un tavolo di concertazione fra Università e Fondazioni di origine
bancaria affinché una parte delle loro risorse finanziarie sia finalizzata al
finanziamento di programmi di ricerca scientifica.
3) Attuazione di un nuovo stato giuridico delle Università con il riconoscimento di una
precisa autonomia. Allo Stato deve restare la funzione di stabilire alcuni principi
normativi di base, che garantiscano sia un sufficiente grado di uniformità su tutto il
territorio nazionale, sia il rispetto delle legittime prerogative normative ed economiche
delle quali tradizionalmente godono i docenti, e che sono il fondamento della libertà
accademica.
4) Riconoscimento di un ruolo molto più ampio di quanto non sia oggi alle singole
Università nelle decisioni sul riordino della struttura delle lauree, riducendo il
compito del MURST allo stabilimento delle linee generali. |
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Gelmini, e riforma universitaria, a rischio naufragio alla Camera,
ma (si intuisce) non solo per la indisponibilità immediata di fondi ...
TUTTO RINVIATO A DICEMBRE |

Valentina Aprea
Presidente Commissione Cultura
|
I fatti di rilievo:
1) TREMONTI, messo alle strette dalla
Commissione Cultura della Camera,
oppone il gran rifiuto: "Non pago"
2) Il
Gruppo dei finiani ( FLI, C. Barbaro ) ha
proposto importanti emendamenti finanziari
e infine un o.d.g. in Aula che "impegna il Governo a
raggiungere con maggiore efficacia gli obiettivi individuati dalla
Riforma |

On.Avv.Barbaro |
|

Paola Frassinetti,
Avvocato, Relatrice del PDL
|
NOTA. Si intuisce che il "rischio naufragio"
nasce sia dalla indisponibilità immediata di fondi, sia
dal "non senso" (per il Governo) sostenere a oltranza una riforma
dell'università, respinta dai professori e dagli studenti.
Ma, tuttora, il Ministro Gelmini sembra "non cogliere" la
duplicità della motivazione. Per questo serve un supplemento
di riflessione sul sistema finanziario, da cambiare radicalmente (perchè quello
riproposto sarà ulteriormente peggiorativo degli stessi mali), e su quanto di conseguenza
su Governance, Stato giuridico, Diritto allo studio.
Peggio, la Ministra appare tuttora non dotata di uno
staff che ben la sorregga, al Ministero dell'università. Peggio, il progetto appare
supportato da ambienti amore-odio con l'università, che hanno i loro motivi, ma spesso
fuori orbita circa le cause (leggo giornalmente "Il Sole-24 ORE"). L'
università l'hanno fatta i professori, nel corso di secoli. Lasciamo che siano i
professori, che l'amano e che ci vivono, a indicare la via .... .
Questa riforma è anche lontana dal "contratto con gli
italiani", di Berlusconi, del 2002, che si era impegnato per l'autonomia, da
intendere (ex-art. 33 della Costituzione) non come "autonomia di spesa", ma
come "autonomia di entrate proprie", da cui far discendere la "autonomia di
spesa". Come farlo, lo spieghiamo più sotto (clicca su: schema). |

Antonio Ruberti, già Rettore
di Roma "La Sapienza"
|
Le ragioni della attuale Ministra Gelmini
contro l'autonomia alle università
mentre Roma "La Sapienza" (13 ott. 2010)
commemora A. Ruberti, il Ministro già Rettore,
che ha dato l'autonomia alle università,
Partiamo dalle dichiarazioni della Ministra alla Camera. Seguono il contributo
dei "Finiani", il "contratto con gli
italiani" di Berlusconi, il documento dei sindacati
universitari. |

Mariastella Gelmini
Avv. di Diritto Ammnistrativo
Ministro Università
|
GELMINI, ministro
dell'istruzione, della università e della ricerca. Riforma
dell'università.
Commissione Cultura, CAMERA. (Stralci dal discorso pronunciato in Commissione il 30 sett. 2010) |
Nino Luciani*, OSSERVAZIONI
in tema di autonomia finanziaria
* Ordinario di Scienza delle Finanze |
.......
" Il disegno di legge è frutto infatti della concertazione con il mondo
universitario, le forze di opposizione e i soggetti che rappresentano il settore della
competitività. In particolare, è stata coinvolta la Confindustria e anche le regioni per
quel che riguarda il diritto allo studio". |
1.- Circa la concertazione con il mondo universitario, i sindacati e associazioni
culturali universitarie sono state invitate al Miur due volte per scambi
"unilaterali" generici.
Valga per chiarimento il Documento dei sindacati, sotto riportato. Clicca su: Documento intersindacale |
........
" L'autonomia ha portato ad abusi ed eccessi, ma non per questo, certo, va
abbandonata. Ritiene infatti che il provvedimento in esame contempli un buon grado di
autonomia con uno di responsabilità, prevedendo tra l'altro, all'articolo 1, comma 2, una
clausola di progressiva liberalizzazione delle norme in materia, man mano che le
università dimostrano di essere ben gestite. Rileva inoltre che il provvedimento è stato
accusato di dirigismo, accusa facile, ma ingiusta. In futuro poi la forza della
valutazione e il suo impatto pervasivo sui comportamenti dei singoli e delle istituzioni
consentiranno di abbandonare molte delle regole che previste dal provvedimento. Ritiene
però che i tempi per la rivoluzione indicata non siano ancora maturi."... |
2.- L'autonomia, a cui la Gelmini si riferisce, è l'autonomia di spesa. Invece
l'autonomia, di cui all'art. 33 della Costituzione, è quella di entrata. E', questa,
quella "buona".
In merito al requisito della maturità delle Università, come condizione per
dare loro la "autonomia di spesa", il suo ragionamento ha un suo fondamento, se
è di una brava mammina nei confronti dei bimbi piccoli.
Le università sono, invece, istituzioni, alcune millenarie.
La storia dei Comuni è molto significativa per un esatto inquadramento della
natura del problema delle disfunzioni finanziarie degli enti pubblici. I Comuni hanno
speso con sobrietà quando la spesa dipendeva solo dal potere fiscale locale: perchè, per
potere spendere, dovevano convincere i |
loro cittadini sulla utilità della spesa in confronto
alle imposte comunali.
Invece, nei periodi in cui Comuni dipendevano interamente dal finanziamento
statale, hanno speso senza limiti, e in particolare quando lo Stato pagava a piè di
lista. Un caso di eccesso si ebbe dal 1972 al 1977, quando, in seguito alla riforma
tributaria, i Comuni furono privati di ogni potere fiscale e, in attesa della
ricostruzione di una "finanza locale", lo Stato si impegnò a finanziarli al
costo storico.
Il primo effetto fu una prima onda di espansione della spesa. In quel periodo
ci fu anche l'esplosione dell'inflazione, per cui neppure il finanziamento del costo
storico non poteva più valere come criterio di riferimento, volendo salvaguardare i
servizi. A quel punto, i Comuni ricorsero anche massicciamente al credito, e lo Stato non
potè che pagare a piè di lista.
Il fenomeno fu arginato nel 1977, col Decreto Stammati, che stabilì
l'obbligo del pareggio del bilancio (ad un livello aggiornato di spesa totale) e la
graduale restituzione, a loro, del potere fiscale.
Con gli attuali Decreti sul federalismo, i Comuni avranno una
ulteriore maggiore responsabilita' fiscale, e il finanziamento statale sara' in base al
costo standard. Perch'e' tanta saggezza dello Stato verso gli enti locali, e invece tanta
superficialita' verso le universita' ?3.- Nel caso delle
università proveniamo da un lungo periodo di finanziamento centrale, con pagamento a piè
di lista, seguìto dalle frenate dall'alto di questi anni (questo vale per il FFO, ma
anche per i contributi studenteschi, perchè per legge non possono superare il 20% del
FFO.
Con la riforma Gelmini il finanziamento centrale viene arricchito di lacci e
lacciuoli e controlli vari ministeriali.
Questo sistema potrebbe funzionare solo se si andasse, coerentemente, fino in
fondo: che il direttore amministrativo locale delle università fosse nominato dal
Ministero della Università, e conseguentemente il Rettore divenisse un organo tecnico
didattico e di ricerca, di cui si vale il direttore amministrativo.
Questo, pero', e' la revoca totale della autonomia, un ritorno al tempo
precedente la riforma Ruberti del 1989. |
4.- Uno schema
che, invece, sia coerente con l'autonomia e funzioni è il seguente:
a) Il presupposto è che le università facciano i loro bilanci in base agli obiettivi e
determinino la "retta scolastica", in base ai costi, come farebbe una scuola
privata, salvo tener conto che l'università ha una rilevanza pubblica.
b) Lo Stato, come un normale consumatore, calcola a parte il costo standard nazionale,
pagabile per studente, moltiplicato per il numero degli studenti. Il risultato del calcolo
è il nuovo FFO offerto dallo Stato alle università;
c) Le università determinano, infine, i contributi studenteschi, ai fini del pareggio del
bilancio, relativamente alla parte eventualmente non coperta dallo Stato.
e) siano previste deroghe per le università, site in aree depresse (ossia che ci sia per
queste un supplemento di FFO, sia pur transitorio);
f) siano fiscalmente deducibili i finanziamenti privati alle università;
g) sia introdotto il controllo della Corte dei Conti sui bilanci preventivi (su quelli
consutivi c'è già, ma è tardivo).
i) in prima attuazione, e per alcuni anni, lo Stato garantisca alle università un FFO non
inferiore a quello attribuito in base alla legge previgente.
Nota. In questo schema rimane irrisolto il problema importantissimo della
sovvenzione degli studenti bisognosi e meritevoli, ex-art. 34 della Costituzione. Esso
però va risolto. In teoria, esso può essere affrontato per due vie:
1.- Lo Stato crea un apposito Fondo presso il Miur. ( In questo caso, il
costo è carico di tutti i contribuenti);
2.- Lo Stato vincola le Università a provvedere, come tuttora. (In questo
caso, il costo è carico degli studenti paganti, nel senso che i contributi a loro carico
aumentano). Questa via è, però, troppo restrittiva del "diritto allo studio"
per tutti. |
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Dal Gruppo FLI - Futuro e Libertà
Ordine del
giorno proposto
in Aula alla Camera
La Camera,
premesso che il Disegno di Legge 3687, recante norme in materia di organizzazione delle
Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per
incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario, mira a riformare
l'Università italiana attraverso interventi diretti a modificarne gli assetti di
governance e di gestione finanziaria. Anche a seguito dell'iter di Commissione, che ha
prodotto un positivo confronto tra le diverse sensibilità e posizioni politiche, molti
aspetti della riforma che suscitano maggiore apprensione tra le categorie direttamente
interessate, risultano invariati. Soprattutto in riferimento alle esigenze di ricerca e al
suo reale e complessivo potenziamento, ai rischi di acutizzare il precariato tra il
personale docente e il ridimensionamento dell'autonomia degli Atenei.
Impegna il Governo
a valutare l'opportunità di individuare, al fine di raggiungere
con maggiore efficacia gli obiettivi individuati dalla Riforma, misure
idonee nell'ambito di quelle già in corso di approvazione, per ridurre serie ricadute
negative per tutto il sistema universitario. F.to Claudio
Barbaro
Emendamenti
al PDL C 3687
Art. 2, emendamento 2.85 (BARBARO, DI BIAGIO):
Al comma 1, lettera f), dopo le parole "una rappresentanza elettiva degli
studenti", aggiungere: ", dei ricercatori a tempo
indeterminato, dei professori associati, dei professori ordinari e del personale tecnico
amministrativo". ( Queste categorie, escluse dal CdA, sono recuperate per il Senato
Accademivo. - NdR.)
Art. 4, emendamento 4.15 (BARBARO,
DALLA VEDOVA, DI BIAGIO):
Al comma 7, alla lettera a) aggiungere le seguenti parole:
a partire dal 2012, tali versamenti sono deducibili dallimposta
sul reddito gravante sul donatore nella misura dell80 per cento; agli oneri
derivanti dalle disposizioni della presente lettera, pari a 50 milioni di euro annui, si
provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni, per lanno 2012, dello
stanziamento del Fondo speciale di parte corrente, iscritto, ai fini del bilancio
triennale 2010-2012, nellambito del Programma Fondi di riserva e
speciali della Missione Fondi da Ripartire dello stato di previsione del
Ministero dellEconomia e delle Finanze per lanno 2010, allo scopo parzialmente
utilizzando laccantonamento relativo al Ministero dellIstruzione,
dellUniversità e della Ricerca.(Accolto dalla Commissione. Sono defiscalizzati i
finanziamenti privati alle universita' - NdR)
Art. 5, emendamento 5.10 (BARBARO, DALLA VEDOVA, DI BIAGIO)
Al comma 6, dopo la lettera f), aggiungere la seguente:
"f-bis) abolizione del limite di cui all'articolo 5, comma 1, del Decreto del
Presidente della Repubblica 25 luglio 1997, n. 306, in materia di contribuzione
studentesca, e previsione di meccanismi di esenzione e agevolazione in favore degli
studenti meritevoli e bisognosi, secondo i principi dell'articolo 34 della
Costituzione".(Le università divengono libere di fissare i contributi studenteschi.
NdR)
Art. 8, emendamento 8.3 (BARBARO, DI BIAGIO):)
Al comma 3, lettera b), dopo le parole "trattamento iniziale" aggiungere
le seguenti:
" e sostituzione delle attuali tre progressioni di carriera rispettivamente:
dei ricercatori tempo indeterminato, dei professori associati, dei professori ordinari,
con progressione di carriera unica. Al docente in sede di inquadramento in fascia
superiore è attribuito il livello di retribuzione immediatamente superiore a quello di
provenienza". |
| Silvio.
Berlusconi : Contratto con gli Italiani, Legislatura 2002-06,
"Piano del Governo per unintera legislatura
STRALCIO:
" 4.2 UNIVERSITA' . Una Università di livello pari a quello delle nazioni più
avanzate è indispensabile per il progresso morale e culturale del Paese ed è
indispensabile per il suo sviluppo economico.
Non si può pensare di avere un'economia competitiva, nel mondo della globalizzazione,
senza una Università che, oltre a trasmettere il sapere, produca ricerca e ricercatori ad
altissimo livello, e che sia pienamente raccordata con il mondo delle imprese.
È necessaria una riforma organica dell'Università e della ricerca scientifica, basata
sulle seguenti linee fondamentali:
1) Abolizione della riforma Zecchino sullo stato giuridico dei docenti, che distrugge il principio
dell'autonomia universitaria, mortifica le professionalità ed i meriti,
disincentiva la ricerca, appiattisce le retribuzioni, taglia i legami tra
le Università e le imprese.
2) Sponsorizzazione delle Università da parte delle Fondazioni bancarie e altre
istituzioni.
Occorre promuovere un tavolo di concertazione fra Università e Fondazioni di origine
bancaria affinché una parte delle loro risorse finanziarie sia finalizzata al
finanziamento di programmi di ricerca scientifica.
3) Attuazione di un nuovo stato giuridico delle Università con il riconoscimento di una
precisa autonomia. Allo Stato deve restare la funzione di stabilire alcuni principi
normativi di base, che garantiscano sia un sufficiente grado di uniformità su tutto il
territorio nazionale, sia il rispetto delle legittime prerogative normative ed economiche
delle quali tradizionalmente godono i docenti, e che sono il fondamento della libertà
accademica.
4) Riconoscimento di un ruolo molto più ampio di quanto non sia oggi alle singole
Università nelle decisioni sul riordino della struttura delle lauree, riducendo il
compito del MURST allo stabilimento delle linee generali. |
Documento
intersindacale,
Roma, 11 ottobre 2010
ADI, ADU, ANDU, CISAL, CISL-Università, CNRU,
CNU,
FLC-CGIL, LINK-Coordinamento Universitario, RDB-USB,
RETE 29 APRILE, SNALS-Docenti Università, SUN,
UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR
Anche il testo del DDL approvato dalla Commissione Cultura della Camera non
accoglie nessuna delle principali proposte di modifica avanzate dalle Organizzazioni
universitarie e dal movimento di protesta che sta sempre più coinvolgendo tutto il mondo
universitario (professori, ricercatori, precari, tecnico-amministrativi, studenti).
Al contrario, risulta confermata lintenzione di scardinare il Sistema nazionale
dellUniversità pubblica, attraverso;
1.- la drastica riduzione delle risorse e lulteriore divaricazione fra pochi Atenei
eccellenti e tutti gli altri;
2.- la scarsa considerazione delle esigenze della ricerca;
3.- il ridimensionamento della già ridotta autonomia degli Atenei;
4.- il drastico ridimensionamento dei docenti di ruolo, con la costituzione di una
base amplissima di precari, senza reali prospettive di accesso alla docenza;
5.- la messa ad esaurimento dei ricercatori, ai quali non si riconosce neppure il ruolo
docente effettivamente svolto;
6.- lo svilimento della figura dellassociato;
7.- il ridimensionamento del ruolo del personale tecnico-amministrativo;
8.- lo snaturamento del diritto allo studio con la delega al Governo e
lintroduzione del Fondo per il Merito che eroga prestiti e premi, sostituendo le
borse, con criteri che non considerano le condizioni economiche degli studenti.
E sempre più evidente che si vuole abbandonare lidea stessa di una
Università pubblica, autonoma, democratica, di qualità e aperta a tutti.
Chiediamo al Governo e al Parlamento un atto di responsabilità: si sospenda liter
del DDL e si apra finalmente un serio e ampio confronto con lUniversità, evitando
di interloquire esclusivamente con chi non la rappresenta e con chi ha linteresse a
monopolizzare la gestione delle risorse pubbliche destinate alla ricerca e allalta
formazione.
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Riforma universitaria - Il
discorso della Gelmini in Senato |

Ministro Gelmini
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Il discorso integrale della Ministro
Anche i discorsi del sen. P. Amato
(PDL)
e del sen. M. Baldassarri (FLI)
Sotto: Nino Luciani, La Ministra di
Berlusconi
contro i professori ... |

Paolo Amato
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Mario Baldassarri
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NOTA. La scelta del
discorso della Gelmini mi è sembrata essenziale perchè ognuno di noi
abbia il polso della situazione, tale e quale, senza interpretazioni.
Vi ho associato quelli del sen. Amato e del sen. Baldassarri,
pur tra tanti che avrei potuto scegliere.
a) Quella dell'on. Amato, intervenuto tra i primi, è perchè mi è sembrato
emblematico del PDL, lanciato in anticipo, rispetto alla Ministra. Esso si riassume nel
motivare il DDL con la necessità di porre un termine alla dilapidazione delle risorse
pubbliche da parte dei professori universitari e di pagarli (d'ora in poi) solo in base ai
risultati, dopo averli sottoposti a valutazione in base a risultati.
b) Quella del sen. Balsassarri è perchè è un professore
ordinario dell'unversità, emblematico di quei prof gran cassa e amanti di finire sui
giornali, ma poco tempo per l'università. Professionalmente, conoscono i problemi
economici, ma di quelli dell'università si occupano in fretta (pur dicendo anche cose
vere: come sul numero delle sedi), e disgiuntamente da un quadro di riferimento, così da
risultare dannosi alla causa.
c) Per l'opposizione, non ho scelto nulla, in quanto i vari
interventi mi sono sembrati laconicamente sulla ruota della "maggioranza", salvo
su un punto espresso molto chiaramente: la contraddizione del DDL, tra il dire e
il fare, vale dire tra la retta intenzione di premiare il merito
e il "costo zero".
d) Voglio segnalare il sen. Massimo
Livi Bacci (prof. ordinario), persona di elevatissimo pensiero che si è spesa
tenacemente per emendamenti costruttivi, pieno di fiducia nella capacità di intendere e
di volere dell'Aula. E invece ... no. Forse doveva fare come l'asino saggio di Carducci: "Tutto
quel chiasso (della vaporiera ansimante, N.d.R.) ei non degnò d'un guardo, e a brucar
serio e lento seguitò". Massimo, uno scienziato non può andare in
paradiso contro i "santi". NL |
Riforma
dell' Universita'
GELMINI,
ministro dell'istruzione, della università e della ricerca.
SENATO, votazione finale, giovedi 29 luglio 2010.
1.- Ho ascoltato con grande interesse il dibattito sulla riforma universitaria. Si
è compiuta oggi, infatti, una tappa fondamentale del cammino avviato ormai quasi due anni
fa con le linee-guida sull'università cui hanno fatto seguito analisi, dibattiti e
approfondimenti commisurati alla importanza della materia e alla complessità del disegno
di legge. Si tratta infatti di un disegno di riforma organico che per la prima
volta affronta il problema del reclutamento nel contesto di una riforma più generale dei
meccanismi di governo, gestione e organizzazione degli atenei.
La sua forza è proprio l'organicità. Per la prima volta da molti decenni il
Governo e il Parlamento hanno l'occasione di offrire al nostro sistema universitario un modello
compiuto e coerente, disegnato non in base a pregiudizi ideologici o ad
irrealistiche fughe in avanti, ma basato su analisi ampiamente condivise dei problemi
dell'università e maturato dalla consapevolezza che è venuto il momento di dare risposte
concrete ai problemi annosi dell'accademia: penso al tema dell'autonomia, a come
coniugarlo con la responsabilità, ad una programmazione adeguata, ad una politica vera di
diritto allo studio, per citare solo alcuni temi.
Lo ribadisco: cerchiamo di muovere il ragionamento su un tema così delicato, non
da un'ottica squisitamente politica, ma sapendo che l'università è un bene di tutti e la
sua organizzazione deve obbedire ad una logica il più possibile condivisa, anche per
garantire una ragionevole continuità nel tempo delle disposizioni normative.
Diamo allora seguito all'invito del presidente Napolitano, che ringrazio
ancora una volta per la costante attenzione che dedica al mondo dell'università e della
ricerca. Come è stato ricordato poc'anzi dal senatore Rutelli, nel discorso tenuto a
Trieste il 13 luglio il Presidente ha adoperato parole importanti. Ha detto: «Ci sono
alcuni problemi, ci sono alcune scelte che esigono condivisione, perché sono scelte non
di breve ma di medio e lungo periodo, che non possono essere disfatte solo che cambi il
colore di un'amministrazione o di un Governo». Questo credo sia lo spirito con il quale
dobbiamo affrontare oggi la discussione.
2.- La 7a Commissione ha svolto un
grandissimo lavoro e in tal senso voglio ringraziare il presidente Possa, il relatore,
senatore Valditara, e tutti i componenti della Commissione, che hanno partecipato ai
lavori con grande impegno e riservando a questo tema il peso che merita.
Da parte mia ho valutato con attenzione gli emendamenti presentati e intendo
esprimere un parere favorevole su tutti quelli che siano in grado di contribuire a
rafforzare l'impianto riformista e meritocratico del provvedimento. Il nostro sistema
universitario vive - non certo per la prima volta - una fase difficile.
L'analisi dalla quale sono partite le linee guida e le proposte del Governo non
lascia molto spazio all'ottimismo.
Abbiamo di fronte un sistema che, in molti casi, sembra aver perso la
bussola, aver scambiato l'autonomia per licenza; un sistema che troppo spesso ha pensato a
sé stesso e non alle esigenze dell'Italia.
Soprattutto, il prestigio e la considerazione del Paese verso il
mondo universitario sembrano, almeno in parte, offuscati. Troppo spesso le università
occupano le pagine dei giornali più per gli scandali che per le scoperte, mettendo a
rischio la legittimazione stessa di istituzioni che dovrebbero piuttosto essere prese a
modello.
L'amarezza di queste riflessioni è accentuata, non temperata, dalla
constatazione che nei nostri atenei, giorno dopo giorno, operano con impegno e con ottimi
risultati molti professori e ricercatori di alto valore, sinceramente dedicati al
progresso della scienza e al bene comune, e studenti che desiderano acquisire nuove
competenze e strumenti per il loro futuro. È soprattutto a queste persone che abbiamo il
dovere di garantire un futuro all'altezza delle loro aspettative.
Ed è proprio pensando a loro che dobbiamo cogliere questa opportunità di
intervenire con decisione sui problemi dell'università, senza cercare di nasconderne o
sminuirne la portata, ma avanzando soluzioni innovative e, se serve, drastiche.
3.- Vorrei anche sviluppare il tema
dell'autonomia nonché cercare di rispondere ad una critica che viene mossa spesso ad
questo disegno di legge, cioè l'accusa di essere dirigista. È certamente un'accusa
facile, ma a mio modo di vedere ingiusta, perché le nostre università - non possiamo
dimenticarlo - sono enti pubblici gestiti sulla base delle leggi in materia. Tutto va
normato per legge: strutture di governo, diritti e doveri dei professori, meccanismi
concorsuali, diritto allo studio, norme contabili. In questo contesto abbiamo compiuto
ogni sforzo per snellire, semplificare e delegificare, anche grazie al contributo della 7a
Commissione, che voglio ancora ringraziare. Oltre non è possibile andare
e, in effetti, mi sembra che anche alcune proposte dell'opposizione si muovano all'interno
dello stesso perimetro concettuale.
Certo, personalmente sogno un futuro in cui la forza della
valutazione e il suo impatto pervasivo sui comportamenti dei singoli e delle istituzioni
consentano di abbandonare molte delle regole che oggi riscriviamo. Me lo auguro,
ma non credo di peccare di pessimismo se affermo che i tempi per questa
rivoluzione oggi non sono ancora maturi.
Nel frattempo, invito gli onorevoli senatori a considerare con particolare
attenzione le norme che già si spingono in quella direzione: penso alla possibilità che
gli atenei virtuosi sperimentino proprie modalità di organizzazione e di gestione; alla
facoltà data agli atenei medi e piccoli di semplificare ulteriormente la struttura
interna, una norma che riguarda oltre la metà di tutte le istituzioni universitarie; alla
eliminazione di macchinose procedure elettive per la formazione delle commissioni di
concorso e alla completa libertà data agli atenei di regolare come meglio credono le
procedure interne di chiamata, di selezione e di promozione.
4.- Intendo ora sviluppare alcune considerazioni più dettagliate su due punti che
forse sono i più delicati della riforma: mi riferisco alla posizione dei ricercatori e
alle questioni legate al finanziamento del sistema. Sono consapevole della situazione di
disagio in cui versano gli attuali ricercatori di ruolo, che non a torto
lamentano un ritardo trentennale della politica nel definire chiaramente la loro funzione
e i loro compiti.
La figura del ricercatore nacque nel 1980 senza che venissero definiti con la
necessaria chiarezza le sue funzioni e il suo stato giuridico. Gli interventi successivi
non hanno fatto che complicare questo quadro, già di per sé incerto.
Oggi, cinque anni dopo che il ruolo è stato dichiarato ad esaurimento, anche se a
decorrere dal 2013, occorre prendere atto con realismo e onestà intellettuale che le
soluzioni possibili sono due e soltanto due. Possiamo proporre:
a) una qualche forma di ope legis, esplicita o mascherata,
generosa o a costo zero, ma insomma un meccanismo che prescinda dalle normali regole di
avanzamento in carriera. Si tratterebbe della riedizione di vecchie pratiche discreditate
che hanno provocato guasti duraturi nel nostro sistema universitario e per le quali non si
sente davvero alcuna nostalgia: non è infatti con altri provvedimenti errati o
antimeritocratici che si può rimediare agli errori commessi in passato.
b) Prendo atto con sincera soddisfazione e ammirazione che a non spingere in
questa direzione è stata prima di tutto proprio la gran parte dei ricercatori, i quali
chiedono di essere valutati singolarmente per i propri meriti e di non
venire accomunati in un provvedimento collettivo che di fatto ne svilirebbe il profilo
scientifico. Con altrettanta soddisfazione rilevo che nel suo complesso il Senato non pare
intenzionato a proporre soluzioni di questo tipo.
La seconda opzione è la più difficile, ma anche, ne sono convinta, la più
onesta dal punto di vista scientifico e politico.
5.- Il disegno di legge introduce per
la prima volta nel nostro Paese una chiara distinzione tra reclutamento e
promozione. Per diventare associati o ordinari si deve conseguire un'abilitazione
scientifica nazionale che consente di partecipare a rapide procedure di selezione bandite
da ciascuna sede. Questa è, a mio modo di vedere, la via maestra che, anche a regime,
regolerà un momento fondamentale nella vita degli studiosi.
Si tratta di un meccanismo molto simile a quello francese, vicino anche a quello in
uso nei sistemi anglosassoni, dove l'abilitazione non viene assegnata da una Commissione
nazionale ma coincide di fatto con l'esito positivo di una consultazione di esperti
esterni all'ateneo che garantiscono appunto l'idoneità dei candidati a monte della
decisione locale.
Su questo schema di fondo, ampiamente condiviso, abbiamo innestato specifiche
previsioni per consentire che nei prossimi anni si possa dare un risposta concreta alle
aspettative dei molti ricercatori che attendono di vedere riconosciuti i propri meriti.
Prevediamo quindi che nei primi sei anni gli atenei possano chiamare a un
ruolo superiore gli studiosi già in ruolo nell'ateneo stesso, con procedure
particolarmente rapide e snelle, fino alla metà dei posti disponibili, sempre però a
valle dell'abilitazione nazionale.
A tal fine intendiamo operare per assicurare che nei prossimi anni una quota
specifica del Fondo di finanziamento ordinario che dovrà essere integrato - sia destinata
a cofinanziare un flusso regolare di concorsi, soprattutto da professore associato.
Ai ricercatori, in modo particolare a quelli più giovani, chiedo quindi di
valutare con serenità e realismo la proposta contenuta nel disegno di legge, quella di un
percorso concreto per rimettere in moto un sistema ingessato. Faccio appello al loro
senso di responsabilità per evitare che la protesta, sempre legittima, non si traduca in
un grave danno per gli studenti. Dobbiamo renderci conto tutti che non esistono soluzioni
miracolistiche, ma solo sforzi tenaci e inevitabilmente graduali per raddrizzare le
storture che si sono sedimentate negli anni.
6.- Per quanto riguarda il tema dei fondi, so bene
che questo meccanismo funziona se ci sono le risorse per bandire iconcorsi e, in generale,
se il Fondo di finanziamento ordinario si mantiene a livelli più o meno
costanti. Pertanto, occorrerà. Pertanto, occorrerà un impegno di tutto il Governo,
così come è stato ribadito in sede di approvazione della manovra finanziaria nel
Consiglio dei ministri. Da quando ho assunto la responsabilità del mio Dicastero mi sono
battuta senza sosta perché, pur in un quadro molto serio di riduzione della spesa
pubblica, il settore universitario venisse toccato il meno possibile. È doveroso
ricordare che il Fondo di finanziamento ordinario per il 2009 è stato superiore
dell'1 per cento a quello del 2008, nonostante il deteriorarsi del quadro
macroeconomico. Con la legge n. 1 del 2009 abbiamo recuperato per il periodo
2009-2012 oltre 300 milioni di euro per il turnover, 135 milioni per il diritto
allo studio e 65 milioni per gli alloggi e le residenze universitarie. |
Nino LUCIANI, La Ministra di Berlusconi contro
i professori ... ma senza la
coscienza:
1) della scelta implicita del Governo, che è di arretrare
rispetto al diritto allo studio per tutti, a favore di altre scelte. Infatti la spesa
pubblica totale è aumentata;
2) del fatto che i vari blocchi del turnover hanno già distrutto
parte del lavoro scientifico, per mancata trasmissione del sapere dai maestri (andati in
pensione) agli allievi (che non ci sono stati);
3) delle origini del dissesto finanziario: a) legge sui
"megatenei" e su numero delle sedi; b) DM 509 per riforma delle lauree (3+2); c)
la legge 210/1998 sui concorsi. 1.- SULLE RESPONSABILITA'
DEI PROFESSORI
a) Per il numero delle sedi. In premessa direi che un
Ministro, che si rispetta, distingue tra fase di decisione e fase di applicazione delle
leggi. Sì, perchè i professori hanno applicato
leggi dello Stato. E allora si cominci da qui. Erano leggi che avevano scelto di allargare
il diritto allo studio a fasce di popolazione, prima escluse. E dunque,
abolendo questa normativa, si va all'incontrario.
La Ministra non ha mostrato di averne coscienza e per questo il suo
conto non tornava, pur se forzatamente tutto addebitato ai professori.
Legge sui mega-Atenei. La spiegazione della proliferazione
delle sedi (troppe, anche per me) è nella legge 662/1996, art. 1, c. 90 e 91, che
dispone:
- "Il Ministro dell'universita' e della ricerca
scientifica e tecnologica e' autorizzato a provvedere, nel termine di cinque anni, con
propri decreti da adottare, anche in deroga alle norme di cui alla legge 7 agosto 1990, n.
245, alla graduale separazione organica delle universita', anche preceduta da suddivisioni
delle facolta' o corsi di laurea, secondo modalita' concordate con gli Atenei interessati,
laddove sia superato il numero di studenti e docenti che verra' determinato sede per sede,
con apposito decreto ministeriale, previo parere dell'osservatorio per la valutazione del
sistema universitario.
- "I provvedimenti ministeriali saranno adottati anche tenendo conto
delle specifiche situazioni ed esigenze delle aree metropolitane maggiormente
congestionate."
Direi che non ci sia nulla da aggiungere, circa le responsabilità
primarie della decisione di proliferazione delle sedi, salvo il ricordare la spinta delle
Regioni e degli enti locali nel determinare una interpretazione estensiva della legge,
fino a mettere quattrini propri sul piatto.
Preciso anche che un elemento determinante i costi, ma in senso riduttivo,
è stato il costo di trasporto e alloggio per gli studenti. Se decentri una sede, hai un
costo aggiuntivo per la nuova sede, ma hai minori costi di trasporto pubblico e alloggi,
per gli studenti locali.
Su questo la Ministra ha semplicemente sorvolato !
b) Decreto Ministeriale n. 509/1999 . Per il numero delle
lauree e degli insegnamenti, il DM ha disposto lo sdoppiamento
delle lauree in due fasi (3 anni+2anni), e questo per dare agli studenti la possibilità
di un titolo di studio dopo i primi tre anni, dati i numerosi abbandoni degli studi troppo
prolungati. Ed esso era reinterpretativo di leggi, come la 341/1990, che disponeva tutt'altro.
Il DM dava un elenco di criteri per la sua applicazione, ma
non un criterio unico di base, da valere in modo uniforme nel territorio
nazionale. Questa è stata l'origine della babele delle lingue.
Va, poi, messa in conto la difficoltà di seguire un preciso modello, senza
una preventiva sperimentazione. Infatti:
a) nell'impostare una laurea di durata triennale, il primo nodo da sciogliere era
come associare (in soli tre anni) materie di base a materie di applicazione. Questa, in
molti casi, è risultata la quadratura del cerchio: impossibile.
Ma si è andati avanti lo stesso, lo voleva il DM ...
Questo spiega perchè queste lauree sono nate male, e sono tuttora in grande
discredito presso le imprese;
b) molti insegnamenti sono stati suddivisi, perchè alcune parti si
prestavano alla laurea di I livello, mentre le parti di approfondimento era adatte alla
laurea di II livello.
Qui, molte soluzioni (circa la composizione complessiva della laurea)
erano insoddisfacenti sotto profili diversi, e questo finiva col mettere i professori uno
contro l'altro.
Mettiamoci dentro anche gli interessi corporativi dei prof.
Il risultato finale è stato fare più corsi di laurea simili, di cui
l'uno a misura di certe scuole di pensiero e l'altro su misura di altre scuole di
pensiero.
Osservo, infine, che le recenti correzioni del DM 509 (che hanno posto dei
limiti al numero delle lauree e al numero degli esami per corso di laurea) non hanno
risolto nulla, circa la validità delle lauree triennali: erano lauree minus in origine, e
lauree minus restano.
Su questo fattore qualità così essenziale, la Ministra ha
sorvolato completamente.
2.- SULLE SOLUZIONI
a) Per il numero dei professori e per le retribuzioni.
L'aumento del numero dei professori è stato conseguenziale all'aumento
del numero degli studenti e delle sedi e degli insegnamenti sdoppiati.
Ma è stato anche conseguenziale che, a parità di Fondo di Finanziamento
Ordinario (anzi in diminuzione, in moneta a potere di acquisto costante), il quoziente
(ossia la retribuzione individuale) è calato. Diciamo anzi che oggi un professore
universitario è molto giù nella retribuzione, in confronto ai magistrati e ai dirigenti
dello Stato. Così, dopo la beffa (essere spendaccioni !), anche
l'inganno (essere meno pagati ! ).
Non è finita: il grande precariato della università italiana,
sottopagato, è la chiave per spiegare come si sia potuto far fronte alla esplosione delle
esigenze di insegnamenti. Altrimenti, le sedi decentrate non potevano essere avviate.
Turnover. C'è, poi, che dai
tempi della Moratti, è in atto il freno o addirittura il blocco del turnover, e questo è
il bis rispetto ad altro blocco non meno pesante nel 1980-98, in cui furono svolti solo 3
dei 9 concorsi programmati.
La Ministra ha detto che nel 1999-2009 i prof sono aumentati del 24% (contro
l'aumento del 7% degli studenti), ma non ha detto che nel 1982-1998 ci sono stati poche
assunzioni e che in quel periodo gli studenti sono passati da 1.090.000 (1982) a 1.950.000
(1997). Vegga il DPEF-Decreto di Programmazione Economica e Finanziaria del Governo,
luglio 2009, a pag.37 dell'Allegato.
Questi blocchi hanno già determinano danni gravi alla università:
per discontinuità: una parte del sapere non è trasmesso dai maestri (verso o in
pensione) ai successori), e dunque va perduto per sempre.
I professori sono troppi ? Stando al
citato DPEF, pag. 37 (che riprende da OCSE, At a glance, 2007), in Italia il
rapporto tra studenti e professori è 21,4 (contro 15,8 Paesi OCSE). Anzi, in base ai dati
del Miur, Ufficio di statistica, il detto rapporto è attualmente 27,31.
La Ministra non ha detto un numero, però lasciando intendere che
i prof sono troppi... .
Per stare al DPEF, se vale lo standard OCSE, i prof
dovrebbero essere 105.000, anzichè 60.882 di adesso.
Ma allora, la Ministra di cosa sta parlando ?
b) Per il reclutamento. La Ministra ha detto che il DDL
"elimina le macchinose procedure elettive per la
formazione delle commissioni di concorso" e dà "la completa libertà data agli
atenei di regolare come meglio credono le procedure interne di chiamata, di selezione e di
promozione".
OK. Il sistema delle votazioni per fare le commissioni di concorso, di cui alla
legge 210/1998, era macchinoso ma per il Miur, non per le corporazioni dei prof.
Tant'è che le commissioni risultavano, di fatto, su misura dell'Ateneo banditore (meglio
dire del "membro interno") e i relativi risultati concorsuali erano il motivo
del generale scandalo (quelli a cui la Ministra si riferisce nel suo discorso).
Ma se è così, perchè dare "agli Atenei la completa libertà di scelta
?" Direi che, in questo modo, il localismo non avrà limiti, anzi nemmeno si
preoccuperà del pudore di fare delle votazioni, che sia sane almeno in apparenza.
Per favore, il sorteggio è imprescindibile !
c) Per la valutazione delle università. La Ministra ha detto che "sfida
chiunque ad affermare che oggi le nostre università siano nettamente migliorate rispetto
a dieci anni fa".
Un Ministro che si rispetta (e che non è un professore universitario, ossia
un tecnico del campo), prima, incarica una Commissione di esperti, e poi parla facendone
propri i risultati. Dirò anzi che solo qualche giorno dopo (1 agosto 2010), il Messaggero
di Roma (pag. 9) titolerà di "Ricerca, il miracolo italiano: pochi soldi e i
migliori scienziati" nel mondo (secondo posto per qualità e quantità di
pubblicazioni; sesto posto per citazioni delle pubblicazioni).
La Ministra ha detto che la sua grande rivoluzione sarà il finanziamento
centralizzato delle università in base a valutazione, secondo i risultati.
La verità è che questi parametri sono costruiti su statistiche (anche vecchie di
anni), e le statistiche non sono interpretabili univocamente. Anche prendendoli per buoni,
non sono idonei a incentivare l'efficienza.
Diciamo chiaramente che sono anche discriminatori tra le diverse
università, perchè le situazioni locali sono diverse, pur se con le stesse voci. Circa
questi parametri per l'Università, in dettaglio, clicca su Indicatori.
Più in generale, da anni sono stati studiati (e applicati) parametri per misurare
l'efficienza della PA (Pubblica Amministrazione), e i risultati sono sotto gli occhi di
tutti.
Il motivo è che nella P.A non esistono "risultati" in qualche modo
paragonabili ai profitti e perdite di una azienda per cui (anche se buoni, in casi
eccezionali), non si riesce a collegarli con qualcuno che guadagni o perda (di tasca
propria) facendoli osservare.
Nella storia, il caso estremo è stato quello del sistema economico dei Paesi
ex-URSS, fallito perchè guidato da parametri statistici. Lo stesso stava capitando ai
cinesi, se non viravano verso il "socialismo di mercato", vale dire il settore
pubblico guidato dai prezzi di mercato, per i beni e servizi a prestazione individuale.
Nella PA, la sola possibilità di inventare qualcosa, che somigli al mercato,
riguarda i servizi pubblici a prestazione individuale: la scuola rientra in queste
possibilità. Basti pensare alle scuole private.
c) Per il sistema finanziario. Meglio decentrare le
responsabilità finanziarie del pareggio del bilancio, e se sbagli, vai a picco. In cerca
di un sistema finanziario premiante l'efficienza (ma non basato su parametri),
l'alternativa è valorizzare il fatto che l'insegnamento è un servizio a prestazione
individuale.
Però, a differenza della scuola privata, va tenuto conto che la scuola pubblica
è, in parte, nell'interesse individuale e, in parte prevalente, nell'interesse pubblico.
Partendo da qui va, prima, calcolato un costo standard per studente e, poi,
deciso quanto coprirnea carico dello Stato. Il residuo per pareggiare il bilancio sarà a
carico individuale e fissato liberamente dalle Università.
Non è finita. In questo sistema, già lo Stato va molto incontro ai
bisognosi (ad es. pagando il 70-80% del costo standard per studente). Ma restano fuori gli
studenti meritevoli, più poveri o nullatenenti (art. 34 costituzione). Per questi ci
dovrà essere un fondo aggiuntivo, sul bilancio dello Stato.
NINO LUCIANI |
Sono riuscita a
far fronte alla promessa fatta dal mio predecessore e a finanziare, per 40 milioni di euro
nel 2008 e 80 nel 2009, nuovi posti da ricercatore, anche se, sia chiaro, ho dovuto
trovare ex novo quei fondi.
Per il 2010 il taglio previsto originariamente era di 672 milioni di euro;
quel taglio si è ridotto a meno della metà grazie ai 400 milioni di euro recuperati in
finanziaria. Il Fondo di finanziamento ordinario per il 2010 sconta quindi una riduzione
di circa il 3,7 per cento: riduzione dolorosa, certo, ma oggettivamente sopportabile.
Anche quest'anno, nonostante la riduzione, distribuiremo poco più del 7 per cento dei
fondi sulla base di un modello valutativo.
Come Ministro dell'università sono naturalmente la prima a volere e a
chiedere con forza fondi e investimenti. Ho però anche il dovere e, consentitemelo, lo
abbiamo tutti, di guardare in faccia la realtà. Le cifre del dissesto sono
impressionanti.
Ora che abbiamo imposto maggiore trasparenza e serietà
nella redazione dei bilanci stanno emergendo sofferenze troppo a lungo sottaciute che
rivelano anni di diffusa irresponsabilità, di spese facili, di assunzioni fuori
controllo, di promozioni senza copertura, di gestioni mirate ad acquisire il consenso
dimenticando responsabilità e qualità. (Applausi dal Gruppo PdL e dai banchi
del Governo).
Dal 1999 al 2009 gli studenti sono cresciuti del 7 per cento, ma il
corpo docente è cresciuto del 24 per cento, passando da 50.700 unità di ruolo a 62.700.
Solo il costo di questi 12.000 nuovi docenti pesa per oltre un miliardo su un Fondo di
finanziamento ordinario di 7,5 miliardi.
Nello stesso decennio, poi, il numero dei professori ordinari è cresciuto
del 46 per cento, con punte del 70-80 per cento di crescita in alcune aree disciplinari.
Molte università hanno dato corso alle chiamate ad un ruolo superiore
ignorando intenzionalmente i maggiori costi che si verificano dopo il triennio di
conferma, costi certi e ineludibili. Nel complesso quindi il costo degli stipendi è
lievitato da 4,5 a 6,8 miliardi, con un aumento di 2,3 miliardi, il 51 per cento in più
rispetto a dieci anni fa.
Oggi spendiamo in stipendi il 90 per cento: di tutte le risorse che il
contribuente mette a disposizione del sistema universitario.
Nel periodo 2001-2009 il Fondo di finanziamento ordinario è complessivamente
cresciuto del 15,7 per cento; nessun taglio, quindi, ma un aumento - lo ribadisco - del
15,7 per cento. Sarebbe stato logico attendersi che, a fronte di questa crescita, le
università riuscissero ad allontanarsi gradualmente dalla soglia del 90 per cento di
spese per il personale rispetto al Fondo di finanziamento ordinario: un parametro minimale
di sostenibilità che il legislatore ha indicato fin dal lontano 1997.
Ebbene, è successo esattamente il contrario: più il Fondo di finanziamento
ordinario statale cresceva, più cresceva l'incidenza degli stipendi su di esso. Oggi ben
36 università hanno sforato quel tetto al lordo dei correttivi prorogati di anno in anno
e 7 università superano quel parametro anche tenendo conto degli stessi correttivi. In
altre parole questo significa che non solo tutto il Fondo di finanziamento ordinario se ne
va in stipendi, ma che anche una parte delle risorse proprie dell'ateneo - frutto della
contribuzione studentesca, dei fondi di ricerca, dei contratti esterni - viene requisita
per far fronte a tali spese.
7.- Potrei aggiungere altre cifre, che però certamente conoscete: la proliferazione
delle sedi e dei corsi; l'aumento del numero di insegnamenti e di contratti di docenza; il
numero abnorme di corsi di dottorato di ricerca, che in Italia contano in media
5,6 studenti per ciascun ciclo triennale, il che vuol dire meno di due studenti per anno,
e sparsi dovunque, anche in sedi dove non è onestamente concepibile poter offrire
formazione a livello dottorale.
Non posso però fare a meno di aggiungere almeno un altro dato. Nel suo primo
Documento di programmazione economico-finanziaria l'allora ministro del tesoro
Padoa-Schioppa ebbe a scrivere parole lungimiranti: il sistema universitario non poteva
aspettarsi nuove risorse, ma doveva imparare a spendere meglio quelle che già riceveva:
parole che condivido in pieno. Era la primavera del 2006, tempi di vacche grasse, non di
recessione. Eppure, per il terzo anno della programmazione triennale, il 2008, il Governo
di allora aveva previsto una riduzione del Fondo di finanziamento ordinario di 260
milioni. Poi Padoa-Schioppa e l'allora ministro dell'università Mussi si accordarono per
immettere nel sistema risorse fresche (si trattava di una cifra importante: 550 milioni
per ciascun anno del triennio 2008-2009-2010), legate a specifici obiettivi di qualità.
Tanto preoccupato era il Tesoro su come sarebbero stati spesi quei denari da
imporre la firma congiunta al decreto annuale di ripartizione. Non aveva torto. Oggi la
maggior parte di quel Fondo - ben 468 milioni su 550, vale a dire l'85 per cento della
somma - è assorbita dalla crescita stipendiale automatica del personale universitario,
cosicché per le misure volte a rafforzare la qualità sono rimaste appena le briciole.
8.- Dietro tutti questi fenomeni si annidano due pericolose mistificazioni:
l'illusione, o per meglio dire la presunzione, che per le istituzioni accademiche la
sostenibilità economica non sia un requisito necessario e la strana idea che il numero
dei docenti e la loro distribuzione geografica e disciplinare debbano essere parametrati
sulle aspirazioni dei docenti stessi o di chi aspira a diventarlo, non sulle effettive
esigenze e possibilità del sistema nazionale.
Non è così, e non può e non deve essere così. L'università è un
servizio pubblico largamente finanziato dal contribuente, e al contribuente deve rendere
conto delle proprie scelte. Anzi, la solidità finanziaria è garanzia primaria di
indipendenza: chi ha bisogno di prestiti, di piani di rientro, di contributi eccezionali,
di salvataggi in extremis, rischia inevitabilmente di contrarre obbligazioni che
minano il bene più prezioso per un ateneo: la sua autonomia. (Applausi dal Gruppo PdL
e dai banchi del Governo).
Questa esplosione dei costi sarebbe in teoria anche
accettabile - il che non vuol comunque dire sostenibile - se fosse stata accompagnata da
un deciso e riconosciuto innalzamento della qualità media delle nostre università.
Sono la prima a riconoscere, come dicevo, i meriti dei nostri atenei, che non
sono pochi, ma sfido chiunque ad affermare che oggi le nostre università siano
nettamente migliorate rispetto a dieci anni fa.
9.- Di fronte a questa situazione, onorevoli
senatori, è necessaria un'assunzione di responsabilità collettiva: è quella che abbiamo
oggi di fronte nel momento in cui dobbiamo esaminare e approvare questo disegno di legge.
Il disegno di legge è indispensabile se vogliamo dare un contributo concreto ad un
processo di risanamento di cui già si intravedevano i primi segni. Nei due anni che ci
separano dalle linee guida, le nostre università non sono state ferme. Pur in un contesto
non facile, hanno continuato a svolgere la loro insostituibile missione di insegnamento e
di ricerca e soprattutto hanno avviato importanti azioni di riforma: hanno messo mano alla
governance, accorpato i dipartimenti, eliminato corsi di laurea superflui, chiuso
sedi decentrate insostenibili.
Il Ministero, per parte sua, ha riunito molte scuole di specializzazione medica, al
fine di raggiungere una massa critica soddisfacente, condizione essenziale di qualità.
L'ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e
della ricerca) avrà dopo l'estate il suo primo consiglio direttivo.
Il nuovo regolamento sui dottorati di ricerca verrà discusso in Consiglio dei
ministri subito dopo l'esame e - mi auguro - l'approvazione della riforma.
Sto per inviare al Consiglio universitario nazionale (CUN) e alla Conferenza
dei rettori delle università italiane (CRUI) per i pareri di competenza il cosiddetto
decreto n. 160, che segnala l'esigenza di attivare corsi solo in presenza di un numero
adeguato di docenti e di chiudere i corsi con troppo pochi studenti.
Tutte queste misure di razionalizzazione - mi preme ribadirlo - non servono
solo per evitare sprechi ingiustificabili, ma prima di tutto per ragioni di serietà
accademica. Tutte le patologie gestionali ed economiche ampiamente note e lamentate
corrispondono infatti ad altrettanti cedimenti sul piano della qualità scientifica e
didattica, che abbiamo il dovere inderogabile di garantire ai nostri studenti. Ma al di
là di ogni misura tecnica e amministrativa, dobbiamo essere consapevoli che solo una vera
riforma del nostro sistema universitario può consentirci di raggiungere nuovi traguardi.
10.- Il vero rischio che corriamo oggi è di far pagare gli errori del passato a
chi non ne ha colpa: ai ricercatori e agli associati che non hanno sfruttato le promozioni
facili degli anni scorsi e si trovano oggi di fronte a piramidi rovesciate
difficili da scalare; ai dottorandi e agli assegnisti che vorrebbero portare nel sistema
le loro competenze e il loro entusiasmo e trovano l'ingresso sbarrato; agli studenti, i
più danneggiati dallo scadimento della qualità di alcuni corsi.
Questo è un rischio che non intendo correre, come - ne sono convinta - non
lo vuole nessuno di voi. Per evitarlo dobbiamo proporre soluzioni realistiche e serie, non
illusioni. Pensare che il Fondo di finanziamento ordinario e l'organico possano crescere
senza fine, come se fossero variabili indipendenti, è insieme una follia e un inganno, a
cui dobbiamo reagire mettendo al centro del nuovo sistema la valutazione del merito dei
singoli, in un quadro di doverosa sostenibilità economica, rispetto alla quale - ripeto -
il Governo ha assunto un impegno.
11.- Onorevoli senatori, abbiamo di fronte a
noi tempi non facili e sfide complesse, ma possiamo farcela se ci impegniamo in un nuovo
«Patto nazionale per l'università», che propongo a questa Assemblea.
Per i docenti dobbiamo creare un sistema che non proceda a fughe
in avanti nel reclutamento seguite da lunghe carestie, ma sappia dosare le sue risorse in
modo da garantire possibilità di accesso e di crescita regolari nel tempo, con cadenze
certe e prevedibili.
Per gli studenti dobbiamo insistere sulla necessità di offrire corsi di
livello elevato nei contenuti e nelle modalità di erogazione, anche scoraggiando
l'inseguimento di lauree magari facili, ma deboli sul piano scientifico e inutili per
trovare un lavoro.
Per il Paese, soprattutto, dobbiamo costruire un'università che goda
pienamente della fiducia di tutti, cui sia riconosciuto fino in fondo il suo ruolo - unico
ed insostituibile - di luogo primario della ricerca e di motore dello sviluppo sociale,
economico e tecnologico.
Per tutti questi motivi, mi auguro che sia ancora possibile un accordo
tra maggioranza ed opposizione su alcuni punti qualificanti: penso alla presenza di
prestigiosi esponenti della società civile nei consigli di amministrazione; al ruolo
centrale affidato ai dipartimenti; alla revisione delle norme su tempo pieno e definito;
alla centralità della valutazione per allocare le risorse; all'accorpamento dei settori
scientifico-disciplinari; all'abilitazione scientifica nazionale a numero aperto; alla
distinzione tra reclutamento e promozione, accompagnata nel transitorio da norme
specifiche per agevolare la chiamata dei ricercatori di ruolo; alla limitazione nell'uso
dei contratti di insegnamento per evitare che diventino fonte di precariato; alla
struttura stessa dei nuovi ricercatori (tenure track). Sono tutti temi importanti
ed ineludibili, se crediamo veramente nelle grandi potenzialità del sistema
universitario.
Restano alcune differenze ma, francamente, non tali e non tante da far
comprendere un atteggiamento ostile al disegno di legge nel suo complesso. Né mi sento di
condividere una posizione negativa sul disegno di legge motivata esclusivamente o
principalmente dalla mancanza di fondi.
È vero e l'ho detto: i fondi sono e restano un problema che
dobbiamo risolvere, ma questo significa forse che dobbiamo rinunciare a qualunque
idea di riforma? Siccome non ci sono garanzie sui fondi è meglio tenere bloccato, anche a
livello normativo, il reclutamento, continuando ad essere l'unico Paese al mondo in cui
non esiste un modo per diventare professori di università? È meglio tenerci le mille
forme di precariato non regolato che affliggono i nostri giovani? Rinunciare a nuove
regole chiare e trasparenti sulla valutazione?
Di risorse aggiuntive ne abbiamo avute in quantità nello scorso decennio,
grazie a Governi di centrodestra e di centrosinistra: è sotto gli occhi di tutti che il
loro impatto non è stato positivo perché non è stato accompagnato dalle riforme
necessarie. Tuttavia vi chiedo: se le riforme non si fanno né quando le risorse aumentano
né quando le risorse diminuiscono, allora, onorevoli senatori, quando si possono fare?
Esiste in questo Paese un tempo per le riforme? La mia risposta è: oggi. Oggi abbiamo di
fronte a noi un'occasione irripetibile ed è nostro dovere coglierla fino in fondo, senza
tentennamenti!
Mariastella Gelmini |
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AMATO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, il concetto
di autonomia universitaria, così come perfezionato dal centrosinistra nel lontano 1999,
è diventato ormai sinonimo di irresponsabilità. Irresponsabilità finanziaria e
gestionale, a sua volta causa ed effetto di un'irresponsabilità accademica e persino
didattica, com'è testimoniato dal costoso proliferare di corsi assurdi e inutili.
Non c'è bisogno infatti di ricordare che in Italia - il Paese europeo con
il più basso tasso di laureati nella fascia d'età tra i 25 e 34 anni - esistono
organigrammi di facoltà che talvolta coincidono con alberi genealogici, atenei in cui la
qualità della produzione scientifica di alcuni docenti è difficile da valutare in quanto
assente, mentre gli studenti sono alle prese con insegnamenti di dubbia utilità
formativa, proliferati per mere esigenze politiche se non addirittura familistiche.
Di fronte ad una simile idea di autonomia - una autonomia senza
responsabilità, l'autonomia dei bilanci in rosso e dei concorsi aggiustati - la riforma
del ministro Gelmini risponde in maniera pragmatica ed incisiva ad almeno tre
interrogativi che la politica ha il dovere di rivolgere al composito mondo
dell'università italiana, e cioè: possiamo permetterci di continuare a finanziare un
sistema senza valutare la qualità di ciò che produce? È pensabile che in tempi di crisi
economica il nostro Paese moltiplichi scriteriatamente le sedi universitarie per
soddisfare semplici interessi campanilistici? Infine, è giusto che i molti professori che
fanno ricerca e didattica di alto livello vengano pagati quanto altri professori (non
molti, ma comunque troppi) che non fanno nulla? Certamente no.
Ed allora ben vengano le novità introdotte da questo provvedimento: dal
sistema di valutazione dei risultati per poter allocare le risorse anche in base al merito
e alla qualità della didattica al sorteggio delle commissioni di concorso;
dall'incentivazione alla federazione di più università per razionalizzare la
distribuzione delle sedi, al fondo per il merito, destinato a promuovere l'eccellenza fra
gli studenti. E ben venga, infine, il potenziamento funzionale dell'Agenzia nazionale di
valutazione dell'università che, con questo disegno di legge, mira a rivestire un ruolo
cruciale nell'implementazione della riforma, sia presso il corpo docente che nei confronti
degli studenti.
Ad una proposta di riforma del sistema universitario, e prima ancora
dell'istruzione pubblica, formulata dal ministro Gelmini e dalla stessa portata avanti con
convinzione e coraggio in questi anni, certi suoi detrattori - prima i professori, poi gli
studenti, ora i ricercatori - hanno sempre invariabilmente opposto la questione della
riduzione delle risorse pubbliche quale elemento di scontro frontale, a prescindere da
qualsiasi discorso sui contenuti. E l'opposizione, rifiutando il confronto in Commissione,
ha purtroppo, a mio avviso, sposato in pieno questa linea: una linea che mira a rimandare
e a strumentalizzare, piuttosto che ad affrontare la questione del rinnovamento
dell'università. I tagli - che per il 2011 verranno peraltro in parte ripianati dal
Governo -rappresentano infatti troppo spesso un alibi e le preoccupazioni sul futuro dei
giovani e del Paese finiscono con l'essere fantasmi agitati per pura convenienza politica.
L'università italiana ha bisogno di una rivoluzione etica, capace di
generare gestioni economiche sostenibili e proposte formative che vadano oltre
l'autoreferenzialità. Sarebbe infatti inutile e dannoso perpetrare o addirittura
aumentare gli stanziamenti sic stantibus rebus. Che senso ha, infatti, fornire
ulteriori risorse ad un'istituzione il cui corpo docente fa fatica a conquistare un
accreditamento internazionale e dove gli studenti sono sempre meno preparati per
affrontare il mondo del lavoro ad armi pari con i loro colleghi europei?
Ebbene, se nelle facoltà si è passati in 8 anni da circa 2.500 corsi di
laurea e di diploma ad oltre 5.500 corsi di primo e secondo livello (per non parlare delle
borse di dottorato erogate in ambiti disciplinari senza alcun valore scientifico),
dall'altra parte, quella dei fruitori, il 20 per cento degli studenti lascia dopo il primo
anno, mentre solo il 50 per cento degli immatricolati completa il ciclo di studi. Tutto
ciò è avvenuto in assenza e ben prima dei famigerati tagli di Tremonti!
Di fronte a questo fallimento didattico le minoranze parlamentari dovrebbero
cercare di spiegare le ragioni della loro opposizione al provvedimento.
In quest'Aula il Partito Democratico ha recentemente accusato, a torto, la
maggioranza e il Governo di aver dimenticato i giovani. Le novità introdotte dalla
riforma dell'università proposta dal ministro Gelmini hanno però un valore simbolico
altamente significativo: tali provvedimenti, integrati dai contributi provenienti dal
dibattito in Commissione, che non tradiscono e piuttosto sottolineano il carattere
riformatore del disegno di legge, indicano quantomeno una strada rispetto alla quale non
si torna indietro e dalla quale ci auguriamo possano trarre vantaggio università
virtuose, studenti e professori meritevoli.
E allora, se vogliamo trovare il senso profondo di questo articolato
provvedimento, lo rintracciamo forse nel convinto tentativo di riavvicinare finalmente
l'università alla realtà.
Le nuove generazioni, gli studenti che abbandonano prematuramente i corsi di
laurea, e tutti quei laureati che non riescono a trovare un lavoro coerente al proprio
investimento formativo chiedono all'università italiana una sola cosa: percorsi didattici
spendibili nel mondo del lavoro. In altre parole, azzerare il distacco fra l'insegnamento
universitario e la società reale.
Lei, signora ministro Gelmini, ha meritevolmente seguito questa impostazione
e nel farlo ha scelto di coinvolgere appieno il Parlamento, evitando lo strumento del
decreto; ciò non toglie, tuttavia, che la materia non rechi elementi di urgenza e
indifferibilità. In questo senso, desidero unirmi all'auspicio che il presente disegno di
legge ottenga pronta approvazione nei due rami del Parlamento, trovando il voto favorevole
di una maggioranza più ampia. Paolo Amato. |
|
Intervento del
senatore Baldassarri nella discussione generale del disegno di
legge n. 1905 e connessi
Grazie, signor Presidente, per consentirmi in
quest'Aula di esprimere qualche riflessione derivante sia dal mio precedente mestiere di
professore universitario che dall'attuale responsabilità politica di senatore della
Repubblica.
Parto da un ragionamento di un vecchio maestro che non ho mai dimenticato,
che si chiamava Luigi Einaudi e che diceva sempre "conoscere per deliberare" e
allora parto da un'analisi di conoscenza. Ricordando un vecchio articolo che nella
primavera del 1969 scrissi da studente universitario su un giornale locale nelle Marche
che si chiamava "Voce Adriatica" e che adesso si chiama "Corriere
Adriatico", proponendo una linea strategica che venne sintetizzata nel titolo di quel
pezzo (che ho ancora e che conservo come reliquia) "Portare gli studenti
all'università, non portare l'università agli studenti". Quindi già allora, a
partire dai lontani anni sessanta, si vedeva questa strategia, a mio parere deleteria e
perversa, sul piano dei costi e sul piano della qualità, che è quella della diffusione
sotto il portone di casa, possibilmente tra il tabaccaio e il salumiere di famiglia, di
istituire una sede universitaria. Questo vezzo è dilagato negli ultimi 10-15 anni. Nelle
quattro sedi universitarie in cui ho avuto l'onore di svolgere il mio lavoro di docente -
Torino, Milano-Cattolica, Bologna e Roma - ho sempre tentato, con pochi altri colleghi, di
contrastare questa tendenza.
Per non farla lunga, la situazione attuale, che a me risulta dai dati
ufficiali, è che abbiamo in Italia circa 330 sedi universitarie, che diviso per 107
province fa circa tre sedi universitarie per ogni provincia. Allora, dai dati che ho a
disposizione ma che potranno sempre essere verificati e indagati, sempre per non annoiarvi
cito soltanto alcuni casi estremi che gridano scandalo e vendetta e, per non far torto a
nessuno, ho inserito anche alcuni casi del mio territorio di origine, quindi non voglio
proteggere nessuno, ma in molte di queste sedi universitarie le immatricolazioni sono al
di sotto dei 50 studenti: Ala, 46 studenti per quattro corsi di laurea; Sant'Angelo dei
Lombardi, Torrevecchia Teatina, Bressanone, tre corsi di laurea zero studenti; Busto
Arsizio, Mosciano Sant'Angelo, Bosisio Parini, Figline Valdarno, Iesi, Matelica, Pietra
Ligure, Faenza, Città di Castello, Voghera, Sesto San Giovanni, Ariccia, 18
immatricolazioni per due corsi di laurea; Fano, San Giovanni Rotondo, 17 immatricolazioni
per due corsi di laurea; Venaria Reale, 3 immatricolazioni per un corso di laurea,
iscritti totali 17; Verres, zero immatricolazioni, zero iscritti, due corsi di laurea;
Lagonegro, Tortona, Vigevano, Piazza Armerina, Cesenatico, Cava dei Tirreni... e mi fermo
qua.
Perché ho citato questi dati, ovviamente da
verificare, ma sono i dati che sono riuscito a rintracciare rapidamente? Perché nel
disegno di legge c'è un fatto fondamentale come titolo e cioè "Fusione e
razionalizzazione di atenei". Ora, se non partiamo da questo punto fondamentale tutto
il resto è totalmente inutile. Perché il criterio è definire innanzitutto che cosa è
l'Universitas Studiorum che nella dispersione di sedi e di risorse che
risulta sul territorio non ha niente a vedere con il diritto allo studio, perché questo
è in realtà una mistificazione del diritto allo studio, quello cioè di portare sedi
ridicole e assurde in posti altrettanto ridicoli e assurdi illudendo studenti e famiglie
per un'intera generazione. E allora la responsabilità politica è quella di partire da
questo punto, da una decisione responsabile del Governo nazionale, la fusione e la
razionalizzazione degli atenei. Potrà e può essere concordata, ma questo è un tema
strategico nazionale che non ha niente a che vedere con l'autonomia. L'autonomia viene
subito dopo sul come si esercita la gestione delle sedi universitarie, ma è una decisione
strategica politica nazionale quella che serve.
È evidente che in queste condizioni noi abbiamo già negli ultimi 15 anni
distrutto l'università italiana e ci metteremo altri 15-20 anni a cercare un barlume di
rinascita, indipendentemente dai governi, dalle maggioranze, dalle capacità dei singoli
membri di governo, indipendentemente da tutto se non affrontiamo, come si dice al mio
Paese, il toro per le corna su questo argomento. Perché? Perché questo argomento deve
creare un'offerta universitaria che porti gli studenti all'università, come ho detto
all'inizio, e non viceversa. Questa inversione di approccio logico-mentale è
fondamentale. Il diritto allo studio non si garantisce mettendo una sede sotto casa, ma si
garantisce creando le condizioni perché quello studente possa uscire dal suo paesello,
andare in un bel campus, incrociare le esperienze con migliaia di altri studenti di
altre regioni, di altri Paesi, di altre nazionalità, è lì che cresce. L'università
sotto casa è in termine tecnico "il rincoglionimento totale di un'intera
generazione".
È evidente che questa politica ultra ventennale è stata fatta a
tutt'altro scopo e a tutt'altro fine, che esclude l'interesse degli studenti, della
formazione, della ricerca e dell'università. Palesemente questa proliferazione è stata
fatta per moltiplicare le cattedre, moltiplicare le connivenze, cercare qualche piccolo
consenso locale con dispersione enorme di risorse, perché magari il Comune offre il
palazzo però poi chi paga la luce? E poi non a caso ci sono 15 iscritti. Però c'è,
rispetto agli iscritti, un'overdose pericolosissima (peggio delle note sostanze
stupefacenti) di docenti e non docenti. E anche lì l'altra gamba, ovviamente, è la
selezione dei docenti e dei non docenti perché se continuiamo a perpetrare la connivenza
che in ogni categoria corporativa scatta, per cui un idoneo non si nega a nessuno, come
abbiamo fatto negli ultimi venti anni, un idoneo a me un idoneo a te, la selezione che
avviene è perversa. E non è un caso se del 5 per cento migliore degli studenti italiani
laureati in quasi tutte le discipline, due terzi prosegue la ricerca all'estero e forse un
terzo resta a fare ricerca in Italia. Parlo del mio settore di competenza che è scienze
sociali, economia, ovviamente conosco meno gli altri settori. Il che vuol dire che poiché
per ognuno di questi cittadini italiani lo Stato italiano investe in vecchie lire circa un
miliardo di lire, circa cinquecentomila euro, a partire dalla prima elementare, escludendo
la scuola materna, fino alla laurea (il costo che lo Stato, non la famiglia - quello è un
costo addizionale - che investe in questi studenti è circa 500.000 euro a studente cioè
il cumulato negli anni dai 6 ai 23-24 a seconda della laurea. Il costo, non le tasse che
ha pagato lui. Bene, questo investimento in capitale umano enorme ci viene sottratto, in
modo abbastanza furbesco ma è chiaro che chi può ne approfitta, nel senso di attrarre in
altre sedi all'estero quel 5 per cento migliore, già selezionato, già formato, già
capace con strumenti di produrre ricerca e didattica. Quindi noi stiamo costruendo la
classe dirigente della ricerca e della didattica per altri Paesi, in particolare per gli
Stati Uniti.
È questo che mi fa molta rabbia. Perché? Perché vuol dire che siamo in
grado di produrre e sviluppare cervelli in Italia. Questa strategia perversa non riguarda
la capacità italiana di produrre scienza e ricerca, ma l'incapacità di organizzarla
perché sia una fisiologica sinergia con il resto del mondo. È chiaro che molti dei
nostri possono andare fuori, ma molti degli altri potrebbero venire da noi. Se invece
facciamo la bilancia dei pagamenti in questo settore, vediamo che ogni dieci dei nostri
che vanno fuori soltanto 0,1 dalle altre parti del mondo vengono in Italia, oppure vengono
dai paesi emergenti perché in Italia più o meno l'università è stata gratis, mentre in
altri Paesi avevano il numero chiuso e venivano in Italia per prendersi la laurea gratis
magari anche decente e buona: vedi il flusso dei greci che c'è stato per un certo periodo
alle facoltà di medicina, vedi il flusso degli arabi ad altre facoltà. Giustamente
facciamo almeno un po' di cooperazione allo sviluppo seria e vera formando queste persone,
ma mi meraviglio che non ci possiamo porre lo stesso problema per i nostri che vanno
all'estero.
Questo è il primo passaggio. Significa dire, cari colleghi, che nel disegno
di legge bisogna porre un obiettivo a 3-5 anni in cui si arrivi ad avere un terzo delle
sedi universitarie esistenti, le altre vanno chiuse. Le risorse vanno concentrate e su
questa base occorre mettere in condizioni queste sedi di ricevere gli studenti: 100.000
posti letto per studenti in campus. Quindi concentrazione di risorse, selezione,
competizione, perché oggi questa condizione non esiste. Sono invece tutte in competizione
al ribasso, ma competizione perversa. Quando vedo alcune facoltà recenti, come scienze
della comunicazione, che dilagano in termini di iscritti, a me viene da piangere per quei
ragazzi e per le loro famiglie perché pensano di essere laureati dopo quattro o cinque
anni, perché così ci si impiega in questi casi per avere la laurea triennale.
Quindi, primo concetto "fusione e razionalizzazione", secondo
concetto "concentrazione dei fondi", sia in funzione di didattica che di
ricerca, allora sì che si può innescare la competizione tra chi è più bravo e chi
attrae di più le risorse, sia per la ricerca che per la didattica, perché vengono
assegnate in funzione a quelli che sono i risultati di ricerca e di didattica.
In sostanza si tratta di applicare anche qui un vecchio concetto, un
dibattito che dura da 40 anni, da metà anni settanta, che riguarda l'intera gestione
della spesa pubblica, che gli americani chiamano ZBB, cioè lo Zero-Base- Budgeting.
Invece di dire di anno in anno cosa aggiungo e cosa tolgo alle varie voci di spesa o di
assegnazione dei fondi, c'è da ricominciare da capo. Non si tratta di dire qua tolgo
cinque milioni e là ci metto dieci milioni, senza discutere che dove tolgo cinque milioni
ci sono un miliardo di euro e quello non lo discutiamo, discutiamo solo il di più o il di
meno. Invece bisogna analizzare per valori assoluti: qual è il totale di risorse che
arriva, su questo totale quali sono i risultati che sono ottenuti, dopodiché se c'è da
aumentarlo del 30 per cento perché i risultati sono ottimi lo si fa, ma dall'altra parte
c'è da ridurre a zero perché è inutile avere le sedi che vi ho citato prima.
Francamente sono responsabilità collettive nei confronti della nuova generazione e delle
famiglie. Questa è la mia valutazione.
È un'occasione importante, il disegno di
legge muove i suoi passi nel senso a mio parere giusto, però devo fare un avvertimento:
la situazione di partenza in cui ci troviamo oggi è talmente disastrosa da questo punto
di vista che con il ritmo e la velocità con cui il disegno di legge si propone di fare il
cammino, noi ci arriveremo, se tutto va bene, fra 40-50 anni. Cioè le incrostazioni che
ci sono non vengono fondamentalmente intaccate. Capisco che questo ragionamento ci crei
problemi nell'opinione pubblica, ma francamente io credo che vada fatto con un'ottica più
di medio periodo che non delle prossime scadenze elettorali come sempre avviene. Questo è
il motivo per il quale io credo che il mio partito, la mia maggioranza, che si chiama
Popolo della Libertà, abbia ragione d'essere. Perché se questo partito non aggredisce e
imposta queste riforme profonde e strutturali, dobbiamo chiederci allora che ci stiamo a
fare, e lo dico alla mia parte politica ma credo che anche dall'altra parte
dell'opposizione, questo sia un tema su cui ragionare bene insieme perché si tratta di
dare all'Italia, al sistema Italia, al Paese Italia, in termini di didattica e di ricerca,
un minimo di prospettiva di poter partecipare a quello che avverrà nei prossimi 30-40
anni in giro per il mondo in tutti i settori della ricerca e non possiamo accettare
supinamente un risultato talmente perverso per il quale i bravi se ne vanno e,
francamente, i somari restano. Dopodiché ci potranno anche dare qualche consenso
elettorale a destra e a sinistra i somari che restano, ma non so quanto a lungo questo
consenso possa essere speso. Un'ultima indicazione signor Presidente. Riflettevo, come voi
sapete io sono sempre un liberal, un liberale, ma sono molto attento al fondamento
portante del pensiero liberale che è "che cos'è lo Stato", è su quello che si
imposta il pensiero liberale. Questa idea quindi di aprire i consigli di amministrazione a
esperti esterni merita molta attenzione, perché guardando all'esperienza per esempio
della sanità e delle ASL, quando ci siamo illusi che far gestire la ASL da un manager
esterno che non capisce assolutamente nulla di medicina, che qualche volta, se va bene ed
è bravo, capisce di contabilità, magari capisse di controllo di gestione, ecco, non
vorrei che anche lì l'esperienza del caso ASL-sanità si ripeta nei consigli di
amministrazione, perché non può esserci assunzione di responsabilità se non c'è anche
un bilancio, balance, diritti-doveri.
Allora, nel momento in cui gli atenei così scremati, così ridotti a
un terzo, hanno una loro autonomia e c'è una gestione, bene, i privati che entrano o gli
esperti esterni che entrano devono avere una corresponsabilizzazione anche in termini
economici-finanziari. È troppo facile entrare e sputare sentenze decidendo dei soldi
dello Stato e degli altri. Teniamo conto - ultimissima indicazione e vale per tutti i
grandi servizi pubblici - che se l'utente, in questo caso lo studente e la famiglia, non
ha la diretta percezione di cosa sta spendendo in quel momento e quindi di qual è
l'ammontare di risorse che viene investito su se stesso, non avrà mai la capacità, la
forza, la volontà di pretendere che a quel costo corrisponda un risultato per sé.
E allora, capisco che posso anche essere eccessivamente liberal, ma
finché non stabiliamo il principio che l'iscrizione all'università deve coprire il costo
medio per studente non ne usciamo: costa 15.000 euro una facoltà di medicina, le tasse di
iscrizione devono essere 15.000 euro. Noi dobbiamo scindere questo concetto da chi e come
paga. Perché attualmente costa 15.000 euro, pago 1.500 euro di tasse, l'ateneo decide di
aumentarle a 1.800, c'è la rivolta universitaria, c'è la rivolta dei sindacati perché
c'è l'aumento delle tasse universitarie, ma nessuno percepisce che in realtà
l'università costa 15.000 euro. Allora il principio è molto semplice: che l'equità
sociale lo Stato la fa con le borse di studio, con il buono scolastico, con queste cose.
Lo studente e la famiglia devono ricevere un assegno dallo Stato di 15.000 euro; lo
studente va a spenderselo e sceglie la sede universitaria nella quale si vuole iscrivere.
Quindi l'università gratis per tutti non è un problema di equità sociale. Dopo tanti
decenni il risultato è che abbiamo prodotto la più perversa selezione sociale, perché
questa formula porta ad una dequalificazione dell'università dove i miei figli e i figli
di famiglie a reddito medio-alto hanno comunque un loro percorso scientifico e di
formazione, i figli dei poveretti, se va bene, ottengono la laurea della quale spesso non
sanno cosa farsene, a meno che non siano dei geni, ma allora solo quelli, uno su un
milione, ce la fanno.
E anche qui, la falsità di una perequazione sociale ottenuta attraverso una
dequalificazione totale, che ottiene come risultato finale una selezione perversa e
classista di ciò che arriva alla fine del percorso di formazione. Questa va a mio parere
smontata e sgretolata e lo strumento è quello di mettere in mano all'utente la
constatazione, la percezione, il toccare con mano che quando entra dentro l'università
sta spendendo 15.000 euro e se la qualificazione dei corsi, la presenza dei docenti e
anche del personale non docente non è adeguata, può certamente chiedere conto a qualcuno
di questo, oppure l'anno successivo prende e ritira il suo assegno e lo va a portare ad
un'altra università. Allora sì che una competizione verso l'alto può funzionare. Senza
di questo io credo che, con tutta la buona volontà nostra e di quelli che ci seguiranno,
non riusciremo a frenare questo degrado progressivo della nostra ricerca universitaria, e
quando un Paese rinuncia a questo tipo di formazione sta rinunciando a se stesso. L'Italia
più degli altri perché se ci guardiamo indietro forse qualche piccolo contributo alla
scienza e alla tecnologia l'abbiamo dato e siamo capaci di darlo, quindi ancora peggio per
noi. Fossimo un Paese magari dell'Africa subsahariana forse avremmo alle spalle - con
tutto il rispetto, per carità - ma avremmo alle spalle meno elementi di
irresponsabilità. C'è un esempio che segna la mia vita, che è negli anni '50, fino ai
primi anni '60: noi registravamo i brevetti, abbiamo inventato il Moplen e l'abbiamo
diffuso in tutto il mondo. Non dico Fermi o altri, o il professor Veronesi che è
autorevole membro del Senato, ma sono certo che se continuiamo così noi saremo in grado
di produrre altri professor Veronesi, ma saranno tutti a Houston a lavorare e non credo
che sia giusto che stiano a Houston soltanto e nessuno in Italia.
Un ultimo auspicio, infine, signor Presidente. Proprio
sulla base delle precedenti riflessioni occorre trarre la conseguenza più coerente, e
cioè la necessità di eliminare il valore "legale" del titolo di studio al fine
di legare il valore del titolo alla effettiva formazione e qualificazione offerta
dall'università ed acquisita effettivamente dallo studente.
Grazie, signor Presidente.
Mario Baldassarri |
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BREVE RESOCONTO DELLA DISCUSSIONE DI IERI IN SENATO
E RICHIESTA MINIMA DI EMENDAMENTI
Riforma dell' Universita', Disegno di legge Senato 1905, Votazione finale,
allo.d.g. giovedi 29 luglio 2010.
Ai Colleghi in
Italia
Ad atri interessati
p.c. |
- Al Presidente del Senato della Repubblica
Italiana
- Agli On.li SENATORI
- Al Presidente del Consiglio dei Ministri
- Al Ministro della Universita' e Ricerca
- Al Ministro della Economia |
Oggetto: breve resoconto e richiesta minima
di emendamenti
ieri (27 luglio) c'e' stata la discussione sul DDL, in
Senato. Il 29 luglio ci sara' la votazione finale.
Ho ascoltato ( e registrato) tutta la discussione, via satellite. Mi sono ricordato
del massacro di Duisburg (Germania), negli scorsi giorni, con migliaia di giovani cacciati
in un tunnel a imbuto, e massacrati.
In estrema sintesi, e' stata una vera caccia all'untore (l'universita'
italiana). L'universita' e' stata accusata, senza misericordia ne' limiti di pieta', di
aver dilapidato i soldi dello Stato (migliaia di lauree inutili, decine di sedi inutili;
allievi promossi a professore per clientela, familismo. Una parte di noi prenderebbe soldi
senza fare ricerca.
Di proprio, gli intervenuti non hanno offerto uno straccio di indicazioni di
strumenti efficaci per risolvere i problemi, se non la centralizzazione dei controlli, a
scapito della autonomia, perche' esercitata in passato, in modo irresponsabile. E
pertanto, l'unico modo di risolvere e' risultato cominciare dal trattamento dei malati
inguaribili, quello di eliminare la malattia uccidendo il malato: vale dire, tagliare il
turnover e i fondi, a man bassa.
Cari Colleghi, se abbiamo un po' di dignita', non rimane che suicidarci.
Alcuni (Garavaglia, Asciutti, Valditara) hanno tentato di difenderci, ma hanno
dovuto dire senza dire, pena il linciaggio.
Il Ministro ha parlato a lungo. Cosa ha detto ? Nulla.
In questa fase, non rimane che lasciar passare il temporale. Poi, il DDL passera'
alla Camera'. In questa sede dovremo riprendere il colloquio (molto colloquio) con la
politica e con le famiglie, e anche col ministro se finalmente lo vorra'.
Al punto in cui siamo, ribadisco le richieste minime di emendamenti, se
l'Aula e il Governo vorranno :
1) che il FFO sia ripartito tra le universita' prendendo a
riferimento il costo standard per studente;
2) che siano liberalizzati i contributi studenteschi;
3) che, conseguentemente, il diritto allo studio per i "bisognosi e
meritevoli" (art. 34 Costituzione) non sia piu' a carico delle universita', ma dello
Stato con apposito fondo del MIUR, con delega alla Regioni, per la gestione. Il Fondo
potrebbe essere finanziato sottraendo al FFO la corrispondente cifra;
5) che sia fissato, di massima, il rapporto tra numero dei professori e numero
degli studenti, uniformemente nelle universita' (ad es., attualmente c'e' 1
professore, ogni 30 studenti, come media nazionale);
4) che anche il personale tecnico e amministrativo sia rappresentato nel Senato
(come conseguenza della abolizione del Consiglio di Amministrazione, quale organo elettivo
di rappresentanza del personale docente e non docente);
5) che anche le commissioni locali di concorso siano sorteggiate nel settore
scientifico nazionale;
6) che ci sia la chiamata diretta (a prof. associato, e a prof. ordinario),
rispettivamente, dei ricercatori a tempo indeterminato e dei prof. Associati con almeno 5
anni di anzianita', in seguito a conseguimento dell'abilitazione nazionale corrispondente,
purche' ci sia anche la unificazione delle tre attuali progressioni retributive
(altrimenti la chiamata diretta sarebbe una scatola vuota). |
| Bologna 26 luglio 2010 |

NINO LUCIANI, Professore Ordinario di Scienza delle Finanze |
|

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LETTERA APERTA DEL NOSTRO GIORNALE AI SENATORI:
"Si può fare di più con un pò di buona volontà ... da parte
del Governo"
|
- Al Presidente del Senato della Repubblica
Italiana
- Agli On.li SENATORI |
p.c.
|
- Al Presidente del Consiglio dei Ministri
- Al Ministro della Universita' e Ricerca
- Al Ministro della Economia |
Oggetto: Riforma delluniversita Disegno
di legge Senato 1905, allo.d.g. martedi 27 luglio 2010
On.le Presidente del Senato, On.li
Senatori,
il DDL in oggetto promette una demolizione
rilevante delluniversita pubblica italiana, pur contenendo un buon avvio in
alcuni punti. In considerazione di cio', vogliate rinviare il testo in Commissione
Istruzione il DDL, pero' con precisi indirizzi, perche da un rinnovato incontro tra
Governo e Parlamento, vengano sciolti i nodi, che sotto vi segnalo.
Le indicazioni dei sindacati universitari sono state date, in particolare,
nella Conferenza
di Bologna del 12 febbraio 2010, organizzata da nostro Giornale e dalla Fondazione Magna
Carta, a cui hanno partecipato i Presidenti delle Commissioni universita' di Camera e
Senato e il sen. Gaetano Quagliariello.
Dei principali problemi, di cui al DDL, rimasti irrisolti, ho scritto il 26 aprile
2010 in una lettera (qui allegata) al Presidente Berlusconi, ma senza ottenere una
risposta. In essenziale, i punti sottoposti sono:
1) La struttura del DDL è funzionale al costo
zero della riforma, per lo Stato, ma anche impedisce alle universita' vie di uscita
alternative. Questo non va bene e infatti:
a) Il costo zero per lo Stato si puo accettare come precisa
scelta politica del Governo, risultato da elezioni politiche. Invece, appare inammissibile
anche limpedimento alluniversita di approvvigionarsi di
risorse sul mercato, mediante la liberalizzazione dei contributi studenteschi, per lo
stretto pareggio del bilancio.
b) Va pur apprezzato che, mantenendo il DDL la copertura delle spese correnti delle
universita mediante il FFO Fondo di Finanziamento Ordinario pur se a
risorse strette, rimarrebbe il soddisfacimento pubblico del Diritto allo Studio, sia pur
con qualche restringimento della maglia.
Ma la liberalizzazione suddetta farebbe mancare laiuto specifico agli
studenti bisognosi e meritevoli, ai sensi dellart. 34 della Costituzione. Per questi
casi sarebbe necessario, come mitigazione della liberalizzazione, creare un Fondo
aggiuntivo a carico dello Stato (togliere la corrispondente cifra al FFO ?), per la
cui gestione si potrebbe dare delega alle Regioni.
c) Lattuale FFO e ripartito in base a parametri che non hanno alcun
senso come riferimenti per premiare i risultati di merito delle universita',
perche costruiti usando statistiche relative ad anni passati, del tutto superati
(questo ricorda le esperienze fallimentari dellUnione Sovietica, dove questi erano
applicati a tutti i settori del sistema economico).
Sarebbe piu utile, invece, prendere a riferimento il costo
standard per studente (vale dire, in pratica, il costo medio, nazionale
dellinsieme delle universita). Questo avrebbe anche l'effetto di premiare
automaticamente le universita virtuose (perche con costi inferiori al costo
standard).
d) Andrebbe anche disposto il controllo preventivo della Sezione locale della Corte
dei Conti sul bilancio delle universita.
2) Governance.
a) Il DDL rafforza lEsecutivo delle Universita (il Rettore si
varra di un Consiglio di Amministrazione configurato come organo esecutivo, come
nelle societa per azioni; e lattuale Direttore Amministrativo diverra
Direttore generale).
Questo puo essere cosa buona, se bilanciata da un rafforzamento degli
Organi deliberanti e di controllo.
Ma questo non e e infatti:
- e il abolito il Consiglio di Amministrazione, come organo elettivo di
rappresentanza delle categorie (professori di I e II Fascia, Ricercatori, Personale
Tecnico e Amministrativo);
- il nuovo Senato diviene un organo elettivo senza poteri reali, perche e
svuotato dei Presidi (attualmente membri di diritto, e figure portanti della democrazia
universitaria) ed e composto da membri eletti in modo polverizzato (cosi da
non avere alcun potere reale).
Per evitare questa polverizzazione, un modo e la elezione per liste
concorrenti dei candidati, in modo da originare una maggioranza ed una minoranza.
Nel nuovo organo elettivo non entrerebbe, poi, il personale tecnico e
amministrativo, e questo non va bene.
3) Reclutamento e progressione in carriera dei docenti.
a) Il DDL istituisce labilitazione nazionale (a lista aperta) dei docenti e questo
e cosa buona.
Inoltre esso conserva nominalmente il concorso locale per il reclutamento e la
progressione in carriera, con Commissioni locali di professori del Dipartimento, nominate
dal rettore, per la scelta dei professori dentro la lista degli abilitati
nazionali.
Questo modo pilotato di fare le commissioni significa, di fatto, la fine dei
concorsi come indicati dalla Costituzione (art. 97) per la Pubblica Amministrazione.
Tenuto conto, poi, che i nostri Dipartimenti sono molto corporativi, il localismo (la
piaga creata dalla legge 210/1998) sara ulteriormente aumentato.
In passato, le commissioni (pur se elette con votazione) erano in
realta il frutto di accordi taciti sotterranei. Adesso lo si farebbe senza piu
limiti al pudore. Sono dell'idea che il concorso debba diventare un vero concorso con
scelta delle commissioni mediante sorteggio (nel settore scientifico nazionale).
4) Diritto allo studio.
Il DDL lede gravemente il diritto allo studio perche, bloccando in modo
rilevante il turnover del personale di ruolo, riduce molto, per gli studenti, la
disponibilita relativa di docenti a tempo pieno.
In questo modo si trascura di considerare che la scuola è come la famiglia, e
senza la sua stabilita, i figli finiscono affidati al vento.
Tenuto anche conto delle attuali carenze finanziarie delle universita (che,
laltro, hanno anche problemi edilizi e do sicurezza delle strutture), nel nuovo
sistema gli insegnamenti saranno affidati prevalentemente a docenti a contratto (pur se
aventi labilitazione nazionale). Questa precarieta' dei docenti potrebbe divenire
estrema nelle aree depresse del Paese, dove i problemi del bilancio sono già gravi per
loro natura.
Si voglia, pertanto, disporre una norma che fissa dei precisi rapporti tra numero
di professori di ruolo e numero di studenti, uniformemente in tutte le universita'
italiane.
5) Mancanza di norme transitorie per i Ricercatori a tempo
indeterminato. E prassi che, abolendo un ruolo, i suoi membri siano
inquadrati ope legis nel gradino piu basso del ruolo superiore. Nel nostro caso, non
solo questo non avviene, ma neppure sono previsti dei giudizi di idoneita per
promuovere i meritevoli, come invece fu fatto per gli assistenti ordinari nel 1980 (DPR
382/80).
Il DDL prevede, e' pur vero, la possibilita di chiamata diretta (come
per i ricercatori a tempo determinato), in caso di conseguimento della abilitazione
nazionale a professore associato.
Questa estensione della chiamata diretta ai Ricercatori a tempo indeterminato (nel
DDL iniziale essa era prevista solo per i Ricercatori a tempo determinato) e ,
pero', fallimentare perche non tiene conto che, in base alla legge vigente, ci sono
tre progressioni di carriera, per le tre fasce, nelle quali il gradino iniziale della
fascia superiore e' piu' basso del gradino di provenienza della fascia inferiore. La
conseguenza e che il Ricercatore a tempo indeterminato anziano
perderebbe di retribuzione, in caso di chiamata.
Per dare un senso compiuto alla chiamata diretta dei Ricercatori a tempo
indeterminato sarebbe necessario anche unificare le tre progressioni
stipendiali (questo non vuol dire il ruolo unico).
6) Professori Associati. Benche il DDL non ne
abolisca il ruolo (ma sarebbe stato un bene il farlo, e invece mantenere il Ruolo dei
Ricercatori a tempo indeterminato), anche per loro e opportuno prevedere la chiamata
diretta in caso di conseguimento dellabilitazione nazionale, previa unificazione
della progressione retributiva delle tre fasce.
I motivi sono:
- e un danno obbligarli a cambiare sede, dopo che hanno creato delle scuole,
con studenti e allievi ...;
- negli anni 1980-1998 essi hanno subito il ghetto, per mancanza di concorsi (erano
programmati 9 concorsi, ne furono fatti 3), e quando nel 1998 furono sbloccati i concorsi,
essi furono esclusi per accordo tacito dei sopravvenuti Commissari giovani che dettero la
precedenza ai loro allievi (ulteriormente piu giovani). |
| Bologna 25 luglio 2010 |

NINO LUCIANI, Professore Ordinario di Scienza delle Finanze |
Allegata: Lettera a Berlusconi, del 26
maggio 2010.
Clicca su: RUBRICA |

Mauro Degli Esposti
|
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Marco Geraci
|
*
Faculty of Life Sciences and # Faculty of Medical and Human Sciences
The University of Manchester, Stopford building, Oxford Road, M13 9PT Mancester, UK |
|
|
This
is an Italian translation of an article that is to be published under the title
"Thirty years of higher education policy for Italy" in the Bulletin of Italian
Politics", Vol. 2, number 1 - July 2010
Trentanni di politica universitaria
in Italia
Sommario. Nel 2010 ricorrono
trentanni da quando, nel 1980, fu introdotta una legge di riforma radicale del
sistema universitario italiano. Durante questo periodo, un susseguirsi di leggi ha
progressivamente alterato e perfino vanificato i cambiamenti introdotti trentanni
fa, in un processo che si potrebbe definire come classico ricorso. Come
inizialmente descritto dal filosofo Vico nel 1744, un ricorso rappresenta un ciclo
storico in cui lo stato finale assomiglia a quello iniziale da cui si è originato. In
questo articolo si avanza lipotesi che proprio questo tipo di andamento ciclico ha
caratterizzato laltalenante politica governativa per luniversità italiana
nelle ultime tre decadi. Secondo tale ipotesi, formulata alla luce dellesperienza
personale di due scienziati italiani di diversa generazione, lultima riforma
proposta dallattuale governo italiano risulterebbe un tipico ricorso, poiché
reintroduce norme già viste in passato. Tuttavia, lattuale politica universitaria
riflette unattenzione al merito più marcata che in passato: il merito costituisce,
infatti, il concetto chiave attorno al quale ruota la spinta riformatrice del mondo
accademico italiano. Questo articolo offre un excursus storico del processo
legislativo che ha prodotto lattuale sistema universitario. In un articolo
successivo, verranno invece discussi approcci quantitativi utili per valutare il
prestigio, e quindi il merito, degli istituti universitari italiani.
1. Trentanni di legislazione sembrano
produrre un ricorso Vichiano. Trentanni fa una grande riforma cambiò il
sistema universitario in Italia. Da allora il mondo accademico italiano ha attraversato
una serie altalenante di cambiamenti legislativi che non sono riusciti a fermare il
progressivo declino del sistema universitario. Un declino aggravato dalle limitate risorse
di investimento pubblico (nonchè privato) e, più recentemente, da forti tagli
finanziari. Lo scopo di questarticolo è di produrre unanalisi pacata di come
il sistema universitario italiano si è evoluto in risposta ai cambiamenti politici e
legislativi degli ultimi trentanni. Da questa analisi emerge la forte impressione,
corroborata da fatti innegabili, che questo sistema stia tornando indietro verso una
situazione simile a quella pre-esistente al 1980, seguendo quindi un processo storico che
ricorda i ricorsi descritti dal filosofo Gianbattista Vico. Secondo la visione
storica di Vico (Vico, 1744), la progressione di corsi e ricorsi non produce
necessariamente delle situazioni migliori che in passato in effetti, non tutto quel
che è nuovo è meglio. I cambiamenti ciclici che descriviamo qui possono anche aiutare a
comprendere il progressivo calo di influenza che la nazione italiana ha esercitato sui
palcoscenici internazionali, sia politici che economici. Il numero crescente di accademici
ed intellettuali italiani che hanno cercato (e trovato) allestero un luogo dove
potersi esprimere al meglio rappresenta, molto verosimilmente, un sintomo di tale declino.
Fra essi gli autori di questarticolo che, osservando a distanza (perlomeno in
termini geografici) il sistema universitario che li ha educati, si chiedono come farà il
nostro paese ad uscire dal pernicioso ciclo di declino accademico in cui sembra
avviluppato. Ci auguriamo che la nostra analisi, nei limiti dellobbietività che
caratterizza unattitudine prettamente scientifica, possa fornire uno spunto, pur
piccolissimo, per uscire da tale ricorso.
2. Caratteristiche generali del sistema
universitario italiano. La struttura delleducazione superiore in Italia risulta
comparabile a quella della Francia e di altri paesi europei di dimensioni equivalenti. Un
numero relativamente alto di università è distribuito su tutto il territorio nazionale,
con una concentrazione di atenei nelle regioni del Centro-Nord dove, in passato,
esistevano piccoli Stati indipendenti (Toscana, Emilia, Lombardia, Piemonte e Veneto). Ci
sono, inoltre, istituzioni di formazione superiore derivate da modelli napoleonici, tra
cui la più nota è forse la Scuola Normale di Pisa, ed un numero crescente di
istituzioni universitarie private, alcune delle quali di tipo telematico (specializzate in
e-learning). Secondo lultimo rapporto del Comitato Nazionale per la
Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU, 2009), nel 2008 esistevano oltre 90
università in Italia, ospitanti, approsimativamente, due milioni di studenti e 62000
accademici.
In Italia, il numero delle università e degli
studenti che giungono alla conclusione del percorso di studi non è alto se rapportato
alla dimensione della popolazione. Oltretutto, il 40% degli studenti iscritti risulta fuori
corso, cioè non giunto alla laurea nei tempi stabiliti (CNVSU, 2009). Questo riduce
grandemente lefficienza del sistema delleducazione superiore. Tale sistema,
inoltre, è caratterizzato da una limitata mobilità sociale, come dimostrato dal fatto
che circa il 40% dei laureati in Architettura, Farmacia e Medicina provengono da famiglie
in cui almeno un genitore possiede lo stesso tipo di laurea (Ainis, 2009). Questa
ingessatura deriva dal fatto che il mondo accademico non ha mai smesso di esprimere e
propagare forme di conservatorismo sociale. Infatti, come documentato nel popolare libro
di Stella e Rizzo (2008), molti professori universitari appartengono a famiglie di lunga
tradizione accademica. In casi estremi, ma non particolarmente rari, intere facoltà
sembrano essere dominate dalla stessa famiglia accademica (Ainis, 2009; Carlucci and
Castaldo, 2009). Un aneddoto personale può essere illuminante. Agli inizi degli anni
ottanta, solamente due fra gli otre 40 accademici dellInstituto Botanico di Bologna
venivano da famiglie di classe medio-bassa senza tradizioni accademiche. Ancor oggi, la
situazione di quellIstituto non sembra molto cambiata, dal momento che la
maggioranza degli accademici di allora sono ancora attivi, mentre i pochi che sono
subentrati ad altri hanno in molti casi parentele nellambito accademico. Storie
simili si ritrovano da una punta allaltra del Paese (Carlucci and Castaldo, 2009).
3. La riforma del DPR 382/1980. Durante
gli anni settanta si accumularono vari problemi nel sistema universitario italiano, in
parte dovuti allapertura dei corsi universitari, precedentemente destinati ad
élites, che raddoppiò la popolazione studentesca. Molti problemi furono poi esacerbati
dalla crisi economica del 1972, che condusse alla riduzione dei fondi per
luniversità. Per portare avanti le attività di insegnamento e ricerca vennero
assoldate frotte di giovani laureati con contratti a breve termine, spesso sotto-pagati,
determinando così la nascita di un esercito di precari. Insieme al loro numero,
crebbe anche la loro influenza sul processo di riforma che lentamente si andava
sviluppando verso la fine degli anni settanta. Tale riforma riuscì ad andare avanti solo
attraverso una stabilizzazione del ruolo dei precari, che fu decretata con la Legge
382 approvata nel 1980. Molti precari furono dunque collocati in una delle nuove
posizioni accademiche introdotte nella riforma: quella di ricercatore e quella di professore
associato (correspondenti, più o meno, a quelle di assistant e di associate
professor negli Stati Uniti e a quelle di junior e di senior lecturer nel
Regno Unito). Nonostante che lentrata in ruolo in queste posizioni permanenti
richiedesse una valutazionedi idoneità basata sul curriculum, in pratica tutti i precari
che avevan ricevuto incarichi prima del 1979 entrarono a ruolo. Cosicché la riforma
permise unentrata nel settore accademico ope legis a quasi ventimila persone
le cui credenziali di ricerca ed insegnamento non vennero seriamente valutate. Allo stesso
tempo, con la legge 382 vennero bandite quattromila nuove posizioni di ricercatori
liberi, a condizioni salariali significativamente meno vantaggiose rispetto a quelle
dei ricercatori confermati. Uno degli autori di questo articolo ottenne nel 1983 una
posizione di tal genere dopo un concorso molto competitivo. I tempi di attuazione
della legge 382 furono, infatti, assai lenti per queste nuove posizioni, che, a differenza
di altre, vennero assegnate essenzialmente sulla base del merito scientifico alla stregua
di quanto avveniva in altri paesi occidentali. Questi giovani ricercatori diedero un nuovo
impulso alla ricerca italiana, grazie anche al supporto di scienziati delle precedenti
generazioni che poterono impiegare nuove risorse finanziarie ed intellettuali, in
particolare studenti di dottorato, liberate con la Legge 382. Giovani e dediti studenti
furono attratti a lavorare su progetti di ricerca finanziati dal ministero o da nuove
agenzie come Telethon, e si aprirono filoni di ricerche di carattere anche internazionale.
Un fresco entusiasmo iniziò a permeare (o tale fu la percezione) i nuovi dipartimenti.
Tutto ciò nonostante il livello di finanziamenti fosse relativamente basso e, molto
spesso, distribuito a pioggia.
4. Il sistema dei concorsi con il
DPR 382/1980. La Legge 382 consolidò un cambiamento cruciale nel modo in cui le
università reclutavano e promuovevano il loro personale accademico. Contrariamente ai riceratori
liberi, che venivano selezionati localmente, le posizioni di professore, associato e
ordinario, venivano bandite per mezzo di concorsi nazionali condotti ogni due o tre
anni1. Per ciascuna disciplina accademica, si formava una commissione dai sette
ai nove membri, selezionati da un pool di professori. Questi ultimi, a loro volta,
venivano eletti a livello nazionale fra accademici dello stesso ramo disciplinare,
seguendo le norme stabilite da una precedente legge del 1979 (la stessa legge che
introdusse anche il CUN2, un organismo divenuto oggi fondamentale
nel sistema universitario italiano). La commissione, una volta insediata, esaminava le
domande dei vari candidati sulla base di criteri che stabiliva essa stessa in modo
insindacabile. Non solo tali criteri erano slegati da parametri internazionalmente
riconosciuti come, ad esempio, il fattore dimpatto (impact factor), ma non
era neanche previsto nessun meccanismo di valutazione ex post. Ciò portò
addirittura alla possibilità di poter selezionare i candidati per la posizione più
elevata (professore di prima fascia) senza sottoporli ad alcun colloquio. I candidati a
posizioni di professore associato, invece, venivano intervistati e poi dovevano presentare
una lezione pubblica su un tema sorteggiato il giorno precedente.
Il sistema di elezione dei membri delle
commssioni divenne immediatamente permeabile alle manipolazioni dei potentati accademici,
generalmente chiamati scuole (Mattei and Monateri, 1993), i quali potevano
indirizzare molti voti su candidati prescelti. Anche se diversi scandali sui concorsi finirono
in mano alla stampa (come quelli descritti da Ainis, 2009 e Stella e Rizzo, 2008), uno in
particolare fece eco in quanto rivelò come i concorsi venivano sistematicamente
manipolati per promovere solo i candidati desiderati, indipendentemente dal loro merito
scientifico. Roberto Bisson, un professore associato di Padova molto conosciuto in
ambienti scientifici, produsse un rapporto accurato in cui analizzò vari concorsi in
Biochimica, in particolare quello del 1992 nel quale vennero bandite 39 posizioni di
professore di prima fascia. Questo concorso, che fu uno dei più importanti per
numero di posizioni ed università interessate tra quelli banditi nel 1992, può essere
considerato emblematico di come la promozione accademica procedesse dopo
lintroduzione della Legge 382/80 (per ulteriori esempi, cfr. Carlucci and Castaldo,
2009).
5. Il concorso per professori di
Biochimica del 1992. Storicamente, il campo della Biochimica è stato dominato in
Italia da un ristretto gruppo di potenti scuole afferenti le università di Roma,
Napoli, Bologna, Milano e Genova, le quali sono state in grado di estendere la loro
influenza su quasi tutti gli altri atenei italiani. Per esempio, la scuola di Bologna ha
tradizionalmente esercitato un forte controllo sui dipartimenti di Biochimica in tutte
quelle facoltà in cui, appunto, la Biochimica viene insegnata. Fra queste si annoverano
quelle delluniversità di Bologna, Modena, Parma, Ancona, Pisa, Sassari, Catania e
Roma Cattolica, che, allepoca in cui si tenne il concorso in discussione,
comprendevano oltre un decimo dellelettorato deputato alla formazione delle
commissioni concorsuali per Biochimica. La scuola di Bologna, dunque, aveva
assicurarata lelezione di almeno un suo rappresentante in ogni commissione dei concorsi
nazionali per posizioni accademiche nel settore scientifico di sua spettanza.
Unaltra scuola ancor più influente, e con un elevato profilo scientifico,
era quella di Roma (La Sapienza).
Il meccanismo di selezione funzionava
impeccabilmente: una volta che i membri delle commissioni erano stati eletti a sorte fra i
candidati preselezionati (cioè quelli che si erano impegnati a salvaguardare gli
interessi delle rispettive scuole), essi si incontravano in modo discreto con i
rappresentanti di tutte le scuole per definire chi doveva vincere i posti messi a
bando, ancor prima di vedere i curricula dei candidati. Successivamente, le
commissioni si riunivano per definire i criteri che, appunto, favorissero i candidati
preselezionati dai potentati nazionali e da quelli locali. Tali criteri dovevano
conformarsi al livello scientifico dei futuri vincitori, livello molto spesso di gran
lunga inferiore a quello di altri candidati, magari privi di simile
protezione. Difatti, praticamente tutti i 168 candidati che fecero domanda al concorso
di professore di Biochimica del 1992 furono ammessi dalla commissione, la quale, nei
due anni successivi, lavorò alleliminazione di quelli indesiderati e alla
promozione di tutti quelli predestinati alla vittoria.
Questo sistema ufficioso, ed illegale, di
selezione continuò indisturbato per molti anni, anche perché i curricula dei candidati
non erano di dominio pubblico. Tuttavia, le cose cominciarono a cambiare nel 1994 quando
il succitato Roberto Bisson, che aveva partecipato senza successo al concorso del
1992, decise di valutare il profilo scientifico degli altri concorrenti. A tal fine
utilizzò risorse allora nuove, come il databank Pubmed/Medline che raccoglie la
maggioranza delle pubblicazioni scientifiche in Biochimica e materie affini. Nella sua
analisi sistematica, Bisson trovò che molti dei vincitori del concorso possedevano
meno pubblicazioni, e spesso su riviste di minore prestigio, di quelle di molti candidati
esclusi (tra questi, anche uno degli autori del presente articolo). A sue spese, Bisson
fotocopiò i documenti depositati ufficialmente presso il Ministero dellIstruzione a
Roma che riguardavano il concorso del 1992 e quelli precedenti ad esso collgati.
Confrontò quindi la sua rigorosa analisi con i documenti ufficiali e li pubblicò in un
libretto, il rapporto Bisson, che poi distribuì a molti bochimici italiani, prima
di ritirarsi dalla ricerca, e poi dalla vita accademica.
Le conclusioni del rapporto Bisson erano
devastanti. Veniva messo allo scoperto, in modo inappuntabile, un modo profondamente
ingiusto di portare a promozione accademici che non ne avevano i titoli e che, dunque, era
in completo contrasto con le norme di legge. Ad esempio, mettendo i 39 vincitori del
concorso a confronto con i 20 migliori fra gli esclusi, Bisson stimò che il numero medio
delle citazioni ricevute dalle pubblicazioni dei primi era circa la metà di quello delle
citazioni per le pubblicazioni dei secondi (67 e 130, rispettivamente), mentre solo cinque
fra i vincitori avevano un profilo tale per potersi definire dei leader indipendenti.
Guardando poi ai casi singoli, Bisson rilevò che un candidato scientificamente assai
quotato (con ben 752 citazioni ed un impact factor globale quattro volte più alto
della media dei vincitori) venne considerato non adatto alla posizione di professore. Al
contrario, vennero giudicati adeguati candidati con meno di dieci citazioni! Questo non fu
un caso isolato. Se la selezione fosse stata basata su una combinazione di parametri
riconosciuti internazionalmente, solo 14 fra i candidati che vinsero sarebbero rientrati
nellipotetica classifica dei migliori 40 fra tutti i candidati a quel concorso.
Di conseguenza, si evince che i due terzi dei migliori biochimici italiani degli inizi
anni novanta furono ingiustamente esclusi dallessere nominati professori. Un danno
accademico probabilmente irreparabile, dato il mediocre profilo internazionale che la
biochimica italiana ha mantenuto dopo il 1992.
6. La transizione verso la riforma
Berlinguer. Dai concorsi nazionali a quelli locali. Il rapporto Bisson,
insieme ad altri scandali concorsuali, ebbe un impatto sulla comunità accademica in
Italia verso la metà degli anni novanta. Membri di commissioni in concorsi incriminati
sembravano impauriti dalle possibili conseguenze giudiziarie che avevano colpito alcuni
accademici. Tuttavia, il sentimento politico di supporto incondizionato a soluzioni
giudiziarie del diffuso malcostume accademico e dei suoi concorsi truccati si dileguò
rapidamente e si trasformò presto in una scarsa considerazione per il sistema
universitario in toto, nel quale ora si procedeva in modo più cauto in occasione
dei processi di selezione e promozione. Tuttavia, lo stesso sistema rimaneva refrattario
alla competizione accademica aperta, producendo forme di resistenza passiva che
effettivamente scoraggiavano validi scienziati a far domanda per posti accademici, inclusi
quelli emigrati allestero e che avrebbero voluto rientrare in patria. Questo avvenne
anche grazie al fatto che la Legge 382 lasciava aperta una forte discrezionalità nel
processo di reclutamento. Dopo aver superato la selezione di un concorso, un candidato era
infatti obbligato a far domanda di assunzione presso le facoltà che avevano bandito un
posto per quello stesso concorso. Le facoltà potevano poi scegliere chi volevano
per occupare quel posto, generalmente dopo complessi negoziati con altri corpi academici e
potentiati di ogni genere. Cosicché, quando questi negoziati non approdavano a nulla,
oppure un candidato vincente esterno non era interessato a quel posto, lo stesso
poteva rimanere vacante a tempo indefinito (Carlucci and Castaldo, 2009).
Conseguentemente, il sistema di reclutamento accademico rimaneva non solo ingiusto, ma
anche assai inefficiente.
Le distorsioni nei concorsi condotti
secondo le interpretazioni pratiche della Legge 382/80 chiaramente richiedevano dei forti
aggiustamenti, che riconciliassero gli interessi locali con criteri a validità nazionale.
La soluzione seguita fu semplice: i concorsi dovevano decidersi a livello locale,
con commissioni dominate da accademici delle stesse università, un po come avviene
tuttora in molti altri stati occidentali. Questo tipo di soluzione fu introdotto con la
Legge 210 del 19983, la quale effettivamente trasferiva molta
libertà di manovra agli atenei. Con questa maggiore autonomia, si procedette con la
selezione di candidati per nuovi posti generati localmente e, invariabilmente, destinati a
persone di proprio gradimento, generalmente cresciute negli stessi ambienti universitari.
Un tale trasferimento di potere da organismi nazionali ai singoli istituti accademici
seguiva il disegno di aumentata autonomia per le università italiane che va comunemente
sotto il nome di riforma Berlinguer.
7. La riforma Berlinguer. La riforma
centrale delle università avvenne alla fine degli anni novanta e prende il nome del
ministro sotto il quale fu attuata, Luigi Berlinguer, un politico di lunga carriera
accademica (ricoprì anche la carica di rettore) che introdusse numerosi cambiamenti
nellintero sistema delleducazione italiana. La principale legge di riforma, il
DL509/994, portò rapidamente ad una autonomia effettiva delle
università, soprattuto riguardo alle loro attività di insegnamento. I precedenti corsi
di laurea a quattro o cinque anni furono ristrutturati in un curriculum modulare,
con un diploma triennale (corrispondente al bachelor inglese) seguito da una laurea
specialistica di due anni. Questo sistema, chiamato 3+2, fu implementato
gradualmente e ha prodotto, nel tempo, effetti sia positivi che negativi per
leducazione e la formazione superiore in Italia.
Fra i benefici vanno annoverati la riduzione
degli studenti fuori corso, che scesero dal 55% della fine degli anni novanta al
40% del 2008, e laumento del pass rate (efficienza accademica nel conseguire
la laurea), che aumentò dal 31.9% del 2001 al 56.9 % nel 2005 (CNVSU, 2009). Tuttavia, a
seguito della loro autonomia accademica, le università espansero il numero dei corsi
offerti (vi erano 3234 nel 2001 e ben 5835 nel 2007), non solo per aumentare gli introiti
e radicarsi meglio sul territorio, ma anche per giustificare un aumento del numero di
posizioni accademiche. Lespansione inevitabilmente contribuì ad aumentare il numero
delle persone in ruoli academici di vario tipo, le quali venivano selezionate tramite concorsi
gestiti localmente in modo fondamentalmente incontrollato. Insieme al concomitante
aumento delletà pensionabile (sino al 2008 questa arrivava fino a 75 anni!),
promozioni locali portarono ad un forte aumento dei professori di prima fascia (ordinari),
che da 13103 nel 1998 passarono a 19623 nel 2007 (CNVSU, 2009). Questo provocò un abnorme
aumento nelle spese di retribuzione - addirittura del 183% per gli stessi ordinari (CNVSU,
2009). Aumenti incontrollati di tal genere, mescolati alla continua saga di scandali
concorsuali di ogni tipo, hanno portato ad una progressiva perdita di interesse da parte
delle forze politiche verso il sistema universitario, che spesso sembra vivere nel suo
mondo (Tocci, 2009). Questo distacco è divenuto più tangibile con i recenti governi di
centro-destra, anche a causa della loro tradizionale insensibilità ai problemi
delleducazione superiore.
8. I tentativi di riforma e le delusioni
del nuovo millennio. Col ritorno del centro-destra al governo in Italia nel 2001, il
nuovo ministro per lEducazione, Letizia Moratti, introdusse vari cambiamenti nel
sistema universitario che sembravano seguire principi di new public
management, come recentemente discusso da Newell (2009). Contrariamente ai suoi
predecessori, Letizia Moratti veniva dal mondo imprenditoriale e forse grazie a questo
diverso background ha inaugurato nuovi approcci per valutare gli output scientifici
delle istituzioni accademiche (non a caso chiamati prodotti). Insieme ad alcuni
tagli ai finanziamenti, il ministro Moratti introdusse un disegno di riforma
universitaria, la legge 230/05, che però non venne promulgata prima della fine della
legislatura. Un aspetto molto interessante di questa legge era labolizione della
posizione di ricercatore, provvedimento che sarebbe risultato in un ritorno alla
situazione di gerarchia accademica esistente prima della Legge 382/80 (cfr. sezione 3). Un
primo segno di un possibile ricorso Vichiano, come discuteremo dopo. In pratica, la
principale conseguenza della gestione Moratti fu un accumulo di normative e tagli
finanziari che condussero ad una progressiva riduzione nel reclutamento di giovani
ricercatori, con il conseguente aumento di forme di precariato simili a quelle degli anni
settanta. Nel contempo, molte università continuarono a portare avanti la promozione
interna di accademici già di ruolo. Così nel 2006 il numero di professori ordinari era
aumentato del 51% rispetto al 1998 (CNVSU, 2009).
Nel 2006, il breve governo di centro-sinistra
reintrodusse il Ministero per la Ricerca, separato da quello dellIstruzione, che fu
assegnato a Fabio Mussi. Laureato in filosofia e con il mondo sindacale alle spalle, Mussi
non sembrò particolarmente sensibile al mondo accademico. Tuttavia riuscì a far passare
lo stanziamento di nuovi fondi per reclutare giovani ricercatori, controbilanciando in
parte decisioni e tagli del precedente governo. Introdusse pure una nuova Agenzia,
lANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione dellUniversità e della Ricerca),
che tuttoggi dovrebbe inglobare il CNVSU. In sostanza, però, Mussi ed il secondo
governo Prodi produssero molto discontento nel sistema universitario italiano che divenne
ulteriormente sclerotico, rimanendo cronicamente a corto di fondi ma sottoposto ad
uniper-regolamentazione normativa (Tocci, 2009). Un risultato impressionante,
considerato che il governo era guidato da un eminente professore universitario (benché
prestato alla politica da tanto tempo).
9. La riforma Gelmini. Col ritorno del
governo Berlusconi nel 2008, il mondo accademico ricevette un chiaro messaggio: il sistema
universitario è vecchio, inefficiente e pieno di sprechi, e devessere cambiato. La
persona scelta per mettere in atto questo messaggio, in maniera apparentemente conforme
alla filosofia del new public management (Newell, 2009), fu Mariastella Gelmini,
una trentaquattrenne laureata in legge con nessuna precedente esperienza governativa od
accademica (Sartori, 2008). Nonostante la sua inesperienza, il ministro Gelmini introdusse
una serie di cambiamenti (molto controversi) allintero sistema educativo italiano, a
partire dalla scuola primaria, supportando i severi tagli finanziari imposti dal nuovo
governo. Questi tagli provocarono una specie di rivolta nazionale che vide uniti genitori,
insegnanti e studenti di tutte le età. La rivolta produsse, a livello universitario, la
cosiddetta Onda, un movimento che poi si spense verso la fine del 2008, non senza
aver temporeanamente preoccupato il governo. Forse a causa di queste preoccupazioni, il
ministro Gelmini elaborò un decreto legge, il DL 1805, che
restrinse ulteriormente le possibilità di reclutamento nelle università, esacerbando
precedenti norme introdotte dal ministro Moratti. Ora solamente gli atenei cosiddetti
virtuosi e definiti tali con un arbitrario criterio contabile, avrebbero
potuto reclutare nuovo personale attraverso procedure concorsuali che venivano
parzialmente semplificate rispetto al passato. Il DL 180 introdusse anche, per la prima
volta in Italia, una parziale redistribuzione del fondo statale ordinario (pari al 7%),
secondo criteri che avrebbero preso in considerazione anche la produzione scientifica.
Le novità del DL 180 erano tese a preparare
il terreno per una successiva legge volta a riformare completamente il sistema
universitario italiano, la quale divenne presto nota come riforma Gelmini.
Dopo tortuosi sviluppi (la cui sequenza temporale è documentata nel sito web Gelminometer,
Degli Esposti, 2009), il decreto legge è stato poi presentato al Consiglio dei Ministri
verso fine ottobre 20096. Subito dopo la sua presentazione, la
riforma Gelmini attrasse unentusiastica campagna mediatica, promossa specialmente
dal governo, in cui si sottolinearono gli aspetti rivoluzionari che la legge
avrebbe introdotto nel sistema accademico. Il quale, esasperato da anni di inattività
istituzionale e dalla sua progressiva decadenza, rispose inizialmente con tiepidi segni di
approvazione (un esempio per tutti, larticolo su La Stampa del 29 ottobre 2009).
Tuttavia, molti di quelli che esaminarono in dettaglio il lunghissimo decreto (contenente
oltre 171 norme), risposero con giudizi in genere negativi. La critica forse più comune
era che il decreto avrebbe prodotto un eccesso legislativo e quindi gonfiato aspetti
burocratici che invece sarebbe stato giusto eliminare. In effetti, calcoli attendibili
stimarono che la legge di riforma avrebbe prodotto circa 500 norme ed oltre mille nuove
disposizioni, da implementare in tempi non ben definiti (Tocci, 2009). Per di più, molte
di queste nuove disposizioni andrebbero ad aggiungersi al complesso di regole tuttora
vigenti, accumulatesi nelle ultime tre decadi di politica uiversitaria. Potestio e
Rustichini (2009) hanno sottolineato come lapparente strategia del decreto legge
risieda nella capillarità dei provvedimenti che dispone, i quali non solo non riusciranno
a fermare il declino del sistema universitario italiano, ma che anzi favoriranno
potenzialmente le sue peggiori capacità di elusione (Tocci, 2009). Indubbiamente il
decreto legge del ministro Gelmini era volto, nella sua forma originaria, a promuovere
maggiore efficenza e merito, obiettivi commendevoli e di novità per il vecchio sistema
universitario dItalia (Potestio e Rustichini, 2009; Tocci, 2009). Tuttavia la
maggioranza degli esperti sembra aver concluso, col tempo, che la capillarità dei
provvendimenti contenuti nello stesso decreto potrebbe avere un effetto paralizzante
sullorganizzazione e sul funzionamento delle università per anni a venire (per una
breve analisi, si veda larticolo di Boeri su La Repubblica del 29 Ottobre 2009).
Emerge quindi limpressione che la
riforma Gelmini potrebbe portare ad una complessa serie di cambiamenti che alla fine
avranno un impatto limitato sul sistema universitario italiano e su come funziona tuttora.
Cambiamenti del genere sono tipici della politica italiana e di solito vengono definiti gattopardeschi
(La Stampa, 29 Ottobre 2009). Ciononostante, il trend che sembra seguire la
politica universitaria in Italia risulta conforme ad un ciclo storico di cambiamenti ed
aggiustamenti che ripristinano condizioni precedenti, delle quali spesso la gente ha perso
memoria. In questottica, i cambiamenti introdotti dal corrente governo
diventerebbero emblematici di un classico ricorso. Tre punti sembrano puntare verso
questa ipotesi:
1. Nel
decreto traspare una chiara intenzione di ridurre lautonomia delle singole
università, visto che tutte le decisioni chiave debbono essere approvate attraverso due
livelli di governo centrale, il Ministero dellEducazione ed Università e, alla
fine, pure il Ministero delle Finanze (Tocci, 2009). La riforma reintrodurrebbe, così,
una situazione analoga a quella esistente negli anni ottanta, con laddizionale
controllo da parte del Ministro dele Finanze.
2. Le
commissioni per la selezione di professori (associati ed ordinari) lavoreranno a livello
nazionale e verranno formate essenzialmente secondo le modaltà introdotte nel 1979, ma
successivamente abolite con la riforma Berlinguer. Di conseguenza, si ritornerebbe ai concorsi
controllati centralmente, senza normative chiare che evitino le manipolazioni avvenute
nel passato e documentate, ad esempio, dal rapporto Bisson.
3. La posizione
di ricercatore (a tempo indeterminato) viene abolita, producendo così una
gerarchia accademica formata da professori associati ed ordinari con posizione permanente
che comandano uno stuolo di giovani ricercatori ed accademici, impiegati a tempo
determinato con diversi contratti. Si tornerebbe quindi indietro alla situazione di un
sistema iniquo, instabile e caotico, come quello esistente oltre trentanni fa. Se il
ricorso seguisse la sua conclusione naturale che questi elementi suggeriscono,
solamente una forte deviazione verso un percorso di progresso lineare potrebbe cambiare la
natura ciclica della politica universitaria italiana degli ultimi trentanni. Una
tale deviazione dovrebbe concretizzarsi su basi prettamente meritocratiche, mettendo la
valutazione del merito dei singoli accademici e dei loro istituti al centro dei principi
guida per rinnovare il sistema universitario.
10 Limportanza del merito e della sua
valutazione in futuro. Questa panoramica delle riforme applicate al sistema
universitario in Italia negli ultimi trentanni profila uno scenario che per noi
scienziati risulta allarmante: un potenziale ritorno al passato. Suggerisce anche che
lultimo processo di riforma potrebbe diventare unulteriore mancata
opportunità per dotare laccademia italiana di un più forte profilo di ricerca,
soprattutto a livello internazionale. Mentre il decreto legge della riforma Gelmini entra
nel suo cruciale momento legislativo, concludiamo la nostra analisi ponendo ancora una
volta laccento sullimportanza del merito e della sua valutazione, sia prima
che dopo il processo di reclutamento degli accademici che formeranno il futuro del sistema
universitario e che, quindi, determineranno il profilo scientifico dellItalia sul
piano internazionale. LANVUR, che sta per essere finalmente istituita7,
dovrebbe giocare un ruolo decisivo nel promuovere e garantire un sistema meritocratico,
contribuendo così a far uscire la politica universitaria dai percorsi ciclici che sinora
hanno alimentato il declino del sistema universitario in Italia.
Note
Referenze |
Thirty years of policy for higher education
in Italy: Vico's ricorsi and beyond?
Mauro Degli Esposti* and Marco Geraci#
* Faculty of Life Sciences and # Faculty of Medical and Human
Sciences
The University of Manchester, Stopford building, Oxford Road, M13 9PT Mancester, UK
Abstract. In 2010, it
will have been thirty years since a reform bill was introduced to instigate several major
changes in the Italian university system. During this period, many laws have been
progressively altered and, more recently, also restored in a recurring pattern that could
most aptly be described as ricorso. As first dubbed by the Italian philosopher Vico in
1744, a ricorso is a recurring historical cycle in which the end state is almost identical
to the initial state from whence it originated. In this article it is posited that it is
precisely this type of historical pattern that is characterised by the twists and turns of
the Italian higher education policy that has occurred over the last thirty years. By
combining the personal experience of two Italian scientists from different generations,
this article will discuss how the latest reform proposed by the current government in
Italy fits a pattern of ricorso, in the way in which it outlines the introduction of norms
that were already in place thirty years ago. Nevertheless, the current policy proposals do
appear to be based on a more meritocratic system something which can be seen as a
key issue for reforming the academic world in Italy. More important than the mere
principle of merit itself, however, it is also the particular method of evaluating this
merit that may be called into question. Crucially, merit calls to be evaluated according
to congruent quantitative methods. The following article will present a study that will
hopefully provide just such a quantitative analysis of the merit and prestige of
universities in Italy.
1. INTRODUCTION - Thirty years of
legislation seems to produce a ricorso. Thirty years ago, a major reform
changed the university system in Italy. Since then, the Italian academia has gone through
a roller-coaster of legislative changes and reform bills that have not succeeded in easing
the progressive decline of the university system. This decline has been exacerbated by
limited public investment and, more recently, severe financial cuts. The purpose of this
article is to provide an overview of how the Italian university system has evolved in
response to the legislative and political changes of the last thirty years. In our
opinion, it is now reverting back to a situation analogous to that of pre-1980, thus
recalling a pattern of historical cycles that were first described by the Italian
philosopher Gianbattista Vico as ricorsi. According to Vicos view of history
(Vico, 1744), the progression of corsi e ricorsi does not necessarily improve
situations - after all, not everything that is new is better. Indeed, the changes in the
university system that are described and discussed here may help understanding the
progressive decline of the Italian nations influence on the international stage
both politically and economically over the past decade or so. It is perhaps
telling that an ever increasing number of Italian academics and intellectuals have found
it necessary to move abroad. The authors look back to the Italian system that educated
them and wonder how the country will be able to progress out of this perniciously vicious
cycle of Vichian decline. Might our present analysis be a small step in that
direction
1.1 General features of the Italian
university system. The structure of higher education in Italy may be compared to that
in France and other European countries of equivalent size. A relatively large number of
universities are distributed throughout the country, although they are particularly
concentrated in middle and northern regions whose boundaries once enclosed the independent
states of Tuscany, Emilia, Milan, Turin and Venice. In addition, there are a handful of
specialised institutions modelled on the Napoleonic Ecole Normal, (Scuola
Normale di Pisa is perhaps the best example) and an increasing number of privately
owned universities, some of which are specialised in e-earning (Università
Telematiche). According to the latest report of the National Committee for the
Assessment of the University System (CNVSU 2009), in 2008 there were over ninety
universities in Italy, which together enrolled 1.8 million students and employed 62,000
teaching staff.
In Italy, the number of university students
and graduates is not large relative to the population as a whole (CNVSU, 2009); Moreover,
40% of the enrolled students fail to complete their courses within the prescribed time
(known as fuori corso), thus reducing the efficiency of the higher education system
in Italy. The same system is also characterized by a limited level of social mobility:
about 40% of students obtaining a degree in Architecture, Pharmacology and Medicine have
come from families in which at least one parent has the same degree (Ainis, 2009). This is
because in Italy the academia has never stopped expressing and propagating a form of
social conservativism. As described in a popular book by Stella and Rizzo (2008), many
academic professors belong to families that profess an old association with the academia;
in extreme cases, although not particularly rare, entire faculty bodies appear to be
historically dominated by the same family (Ainis, 2009; Carlucci and Castaldo, 2009). A
personal anecdote will help to illustrate this point. In the early 1980s, only two out of
forty plus academic members of the Institute of Botany in Bologna were from a lower
middle-class family without academic traditions. To this day, the situation has not
significantly changed, since most of the academics of that institute are still active and
the few who have succeeded retired professors are often relatives of other academics.The
same story is repeated in other universities up and down the country (Carlucci and
Castaldo, 2009).
1.2 The 382 Law of reform. A number of
problems started to manifest themselves in the Italian University system during the 1970s,
partly due to the opening of the previously elite universities, which resulted in a
doubling of the student population. Many problems were subsequently exacerbated by the
economic crisis of 1972, which resulted in reduced government funding for the
universities. To carry out the great load of both research and teaching activities, an
army of new graduates (laureati) was employed on short-term and poorly paid
contracts (known as precari). Together with their sheer numbers, their social
influence progressively increased during the 1970s. This could have only be achieved by
consolidating the academic role of precari, which in fact happened later with the
introduction of the 382/80 reform of 1980. Many precari were then enrolled in one
of the two new academic levels introduced by the reform, ricercatori and professori
associati (approximately corresponding to assistant and associate professors in the US
system, or to junior and senior lecturers in the UK system). Although in theory the
acceptance for these relatively well paid positions required an evaluation of idoneità
(suitability) based on the curriculum, in practice these positions became open to all precari
who had been employed previous to 1979. Thus, the reform allowed, ope legis,
the acceptance into university positions of over 16,000 individuals whose teaching and
research credentials had not been properly evaluated. Conversely, the same law served to
open up 4,000 new posts of free researchers (junior positions with a salary
significantly lower than that provided to confirmed ricercatori) to graduates who had been
left out of the university system. One of the present Authors was able to obtain a
position of this kind after a highly competitive local concorso in 1983, thereby
becoming a member of a novel category of Italian academics selected predominantly on the
basis of scientific merit, as in other Western countries. These young free
researchers, together with some fine scholars of previous generations and thanks to
specific provisions of the reform (e.g. institution of large departments and of the
doctoral degree), gave a strong positive incentive to Italian research, enhancing its
scientific production throughout the 1980s and after. Fresh enthusiasm started to permeate
research departments and top class students were attracted to research projects funded by
government agencies and charities like Telethon. The level of funding remained low in
comparison to that in the UK or other countries and it was generally assigned in a
non-selective fashion. In spite of this, it was still possible to achieve high levels of
research performance, thanks also to the fact that Ph.D. scholarships and support
personnel were provided by the universities via local funding schemes.
1.3 The concorso system following
the 382 law. The 382 Law served primarily to consolidate a crucial change in the
recruitment of new university posts. In contrast to the free researchers, who
were recruited locally, professors (associati & ordinari) were selected
via a public competition (concorso) conducted nationally every 2-3 years1.
For every discipline, a committee of seven to nine members was selected from a pool of
professors who were elected nationally among their peers, following the system previously
introduced by a 1979 law (the same law that also constituted the Comitato Universitario
nazionale, CUN2 - an elective body that would h
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